Knife Skull Bone

Dolcetto o scherzetto

Vestigia dal passato che assumono diversi significati per creare nuovi incubi. Secondo classificato alla Terni Live Edition con Daniele Picciuti come guest star, un racconto di Polly Russell.

 
Anja attende il suo turno dietro una paratia di metallo dipinto in colori sgargianti. Respira forte. Si sporge quel tanto che basta per osservare la cerimonia, poi torna a schiacciarsi contro il paravento. Un paio di gocce le cadono sul viso. Solleva lo sguardo sulla volta, da una delle insegne più antiche stilla acqua. Scivola in rivoli sul corpo dell’uomo bianco che corre, che vi è ritratto, e sembra quasi scioglierlo, cosicché non raggiunga mai la freccia della vita eterna. Anche il fondo verde, ormai indistinguibile, pare sciogliersi.
Torna a guardare la cerimonia, tra poco sarà il suo turno. Quella che era stata la sua migliore amica sta raggiungendo l’altare, davanti alla frana, in fondo alla “Galleria del Destino”. La ragazza ha gambe sottili e sembrano cedere a ogni passo, sotto il peso della zucca celebrativa. Arranca sugli ultimi tre scalini di metallo. Si morde il labbro sollevando la zucca intagliata fino all’ara e ce la deposita con reverenza. Prima della sua, altre otto zucche, intagliate e decorate: davanti a ognuna un oggetto diverso. Uno sbuffo leggero quando si volta verso la folla, decine di metri più in basso. Dal marasma, vestito di nero e viola, solo qualche sospiro, un colpo di tosse e un brusio quasi impercettibile.
Il sacerdote ha il volto coperto dalla testa di un caprone imbalsamato, e il corpo avvolto in pesanti manti scuri; sovrapposti. «Sei pronta, figlia?» La voce cavernosa sembra provenire dal lato opposto del tunnel e Anja si sorprende a voltarsi in quella direzione. Quando la sua attenzione torna alla cerimonia, il sacerdote ha già estratto il coltello. «Hai raggiunto i diciassette anni, e devi divenire una donna o non divenire affatto. Adorna la tua zucca, adesso figlia. Noi pregheremo che sia gradita.»
La ragazza solleva le maniche slabbrate del maglione, un paio di misure più grande. Prende la ciotola sbeccata che aveva davanti e ne ispeziona il contenuto. Soppesa tra le dita gli attrezzi che le erano rimasti a disposizione, e sceglie un lungo chiodo ricurvo.
Anja trattiene il fiato e si lascia sfuggire un’imprecazione sommessa. «Maledizione, era quello per cui mi ero preparata. Ero convinta che nessuno lo avrebbe scelto.»
«Il chiodo del Gran Carpentiere.» Tuonò il sacerdote. «Una scelta impegnativa. Il chiodo con cui gli antichi hanno affisso le leggi, il chiodo con cui gli antichi hanno scavato questa sacra galleria, dove dopo molti millenni lo abbiamo trovato. E sia, figlia. Puoi iniziare. Preghiamo.»
La ragazza lo infila, con forza, nella superficie dura della zucca, accanto all’intaglio che raffigura una bocca sghemba e con un movimento deciso ne allarga il sorriso. Lo estrae subito dopo e se lo pianta nel palmo.
Il mantra recitato dalla folla muta da brusio a rumore, sempre più forte. Le parole si fondono le une alle altre, trasformandosi in un ronzio indefinito e ipnotico.
Il sangue della ragazza ha imbrattato, ormai, tutta la mano, ma lei continua a trafiggerla cercando di farne sgorgare il più possibile. Col palmo aperto traccia due linee, sulla superficie giallastra dell’ortaggio, si lascia sfuggire un grido.
Il mantra echeggia quasi, mentre lei continua a dipingere la zucca.
Il sacerdote ruota su se stesso, i pesanti drappi consunti si sollevano appena, alzando arabeschi di polvere. Le braccia al cielo e il volto alla parete di destra. Verso le immagini sacre.
Anche Anja si volge in quella direzione, il respiro pesante e gli occhi incollati su quello che era rimasto delle Scritture. “HAL WIN ARTY 017” Caratteri grandi, arancioni e verde acido, la raffigurazione di una zucca decorata vi troneggia sopra.
«Hai finito la tua opera, figlia. Come la finirono i figli degli antichi, prima di diventare uomini o donne. Chiedi, ora, all’oracolo il responso, e abbi il coraggio di ascoltarlo.»
La ragazza barcolla appena e si poggia sull’altare per raggiungere il tabernacolo. La raffigurazione dell’oracolo sembra guardarla con occhi lucenti. Il naso adunco e il sorriso sghembo, che tutti raffiguravano da secoli, quasi pare muoversi, alla tremula luce delle torce. Con dita timide fruga con rispetto tra le pieghe dell’abito liso. Proprio vicino alla Scopa del Tempo che l’oracolo cavalca, trova l’anello. Lo trae a sé fin quando glielo consente la cordicella, cui era legato. Lo trattiene assieme al respiro, aspettando il grido della massa. «Dolcetto o scherzetto?» ululano dal fondo della galleria agitando le scope, a lode e gloria del dio.
Lo lascia di scatto, gli occhi dell’oracolo brillano delle fiamme dell’inferno, come ogni anno, e la piccola effige gracchia la sua risata. «Uno scherzetto per questa bambina!» Decreta, accompagnando le parole con una melodia stonata.
Il sacerdote le piomba alle spalle e la afferra per i capelli. Stringe i dreadlock nella sinistra e, rapido, affonda la lama nella schiena della prescelta.
Uno scricchiolio sommesso, suggellato da una lacrima. La lama si incaglia tra due vertebre, e il respiro nella gola.
L’uomo spinge, uno schiocco quasi. Poi ruota la lama e la estrae. La ragazza si accascia come un sacco vuoto, gli occhi continuano a saettare per la navata.
«Nemmeno tu, figliola.» Sussurra. «Ora vedrai, e sentirai. Finché l’oracolo vorrà.» Pianta il coltello sotto al petto, nello stomaco. Lo afferra anche con l’altra mano e lo trascina a sé, aprendo il ventre della vittima in un tripudio di grida. Ampie volute di fumo si sollevano dalle interiora esposte, e ancora la ragazza grida, ancora i suoi occhi implorano. L’uomo infila le mani tra le viscere e ne solleva un lembo. Lo tira, mostrandolo alla folla, senza che il corpo della vittima possa reagire.
Anja si volta verso l’oracolo, il respiro è tanto forte da farle male nel petto, la cordicella è quasi del tutto rientrata, ancora un paio di note. Lo sa. Lo sa da sempre.
La musica sacra finisce e il sacerdote da termine al supplizio con un colpo deciso alla gola.
«Nemmeno questa figlia è stata ritenuta degna. Preghiamo che la sua anima immortale, torni il prossimo anno, a placare l’ira dell’onnipotente Jack.»
Due uomini vestiti di nero raggiungono l’altare, spostano la ciotola con gli attrezzi di decorazione davanti al posto vuoto, per la zucca successiva e trascinano via il corpo.
Il sacerdote affonda le mani in una ciotola nera piena d’acqua, i santi decori, sbiaditi dal tempo, sono ancora visibili: una zucca e la sagoma dell’oracolo. Si asciuga e indica la parete. La carta delle sacre scritture è consumata, strappata. «Almeno uno, signore. Concedi almeno a un giovane, di partecipare al tuo sacro party.» Assesta la testa di caprone e si rivolge ad Anja. «Vieni figlia. Tocca a te.»

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