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Estratti

Due pezzi di Gianluca Morozzi dedicati alle due serate della Quarta Edizione della Quinta Era, di cui sarà guest star. Ogni pezzo è stato pensato sul tema della specifica serata. Riuscirete a indovinarlo?

 

Prima serata (lunedì 19 dicembre)

 
Il volantino che nei giorni successivi girava per Ferrara mi era capitato tra le mani. C’era davvero scritto «Metello Mazzoni, sosia di Lando Krol», sì, ma il mio nome e la qualifica sosia di erano stampati in caratteri minuscoli color ciliegia su sfondo rosso. «Lando Krol», al contrario, era così nero e grande che l’avrebbe letto chiaramente anche un cosmonauta dai crateri più remoti della Luna.
La sera dell’inaugurazione non avevo dovuto fare niente per davvero: solo sorseggiare Martini sul soppalco in penombra, con un cappellino in testa e l’aria annoiata, in mezzo alle finte guardie del corpo. Ovvero, due amici fidati con occhiali neri e gli auricolari. La gente era impazzita. Sul serio. Le donne, soprattutto. C’erano cascati tutti. Tutti.
Io, stupefatto, avevo assistito dal soppalco alla scena di quelle ragazze, tutte quelle ragazze che si accalcavano e si spintonavano per poter avere una foto con me, un autografo, o anche solo per sfiorarmi il ginocchio.
Ma santo cielo, mi ero detto, Ma come possono pensare che ci sia Lando Krol, quello vero, qui in questo locale di merda? Evidentemente, lo pensavano.
Poi avevo guardato quelle che Willy aveva chiamato le due passerone, definizione davvero calzante. Anche loro, che pur sapevano benissimo chi ero, mi guardavano in modo inequivocabile. Perché se hai gli stessi lineamenti di un personaggio considerato un sex symbol, be’, brutto non sei, no?
E in quel momento, nel delirio di urla intorno al soppalco, avevo pensato: adesso potrei chiedere a queste due strafighe di venire a casa con me e fare una cosa a tre, di impegnarsi in un giochino lesbo davanti ai miei occhi, di fare uno spettacolino con i vibratori per il mio divertimento personale, di sussurrarmi a turno: «Voglio succhiartelo subito», e forse, dico forse, magari al cinquanta per cento, direbbero di sì.
A Lando Krol avrebbero detto di sì al cento per cento.
A Metello Mazzoni da Lemuria avrebbero detto di no al cento per cento.
In quel mio ruolo di finto Lando Krol, mi collocavo in mezzo.
 

Seconda serata (martedì 20 dicembre)

 
Puoi immaginare come mi ero sentito in quei giorni? La faccia di Lando Krol – la mia faccia! – era sulle prime pagine di tutti i giornali e nelle aperture di ogni tg. Il mio viso, associato a particolari sempre più raccapriccianti e ignobili. Le testimonianze dei bambini coinvolti nei festini. La sala dei giochi. Il fasciatoio. Il corridoio dei vasini. La macchina dei clisteri. Mio Dio. Mio. Dio.
Lando Krol si era chiuso in uno sdegnoso, colpevole mutismo. Ma io, lì per lì, non avevo collegato del tutto le sue vicende alle mie. In fondo il pedofilo era lui, mica io. Poi un giorno avevo preso il treno da Milano a Roma. Dovevo andare da Valpurgis a parlare della serie, dato che fin lì mi ero ostinato a non assumere un agente e a fare tutto da solo, per non dover lasciare neppure un euro di percentuale a qualcun altro. Mi ero seduto al mio posto finestrino sul Freccia Rossa, avevo ripassato i soggetti delle prime puntate di Nonno Gastone, preso appunti per possibili modifiche, suggerimenti, piccole battute supplementari.
Il treno era fermo da qualche minuto alla stazione di Firenze Santa Maria Novella. Di lì a poco sarebbe ripartito alla volta di Roma. Io avevo gli occhi sui miei fogli, quando una botta fortissima aveva fatto voltare di scatto non solo me, ma tutti i passeggeri. Sul binario c’era un uomo sui cinquantacinque, sessant’anni, grosso, palestrato, col collo taurino, il colorito rossastro di chi ha preso troppo sole, che contrastava con i capelli bianchissimi. L’uomo dal collo taurino picchiava i pugni contro il vetro, e urlava con quanto fiato aveva in gola. Urlava contro di me. «schifoso!» gridava. «schifoso! una merda, sei una merda! e va in giro, va! lo fanno andare in giro!» Sbraitava così forte che pensavo gli sarebbero esplose le corde vocali. Io avevo la bocca spalancata, un sudore gelato lungo la schiena.
Poi l’uomo aveva smesso di colpire il finestrino e si era precipitato verso la porta del treno. Oddio, avevo realizzato, sta salendo, sta venendo da me per picchiarmi, per farmi del male…
Avevo cercato aiuto tra gli altri passeggeri, ma anche loro mi guardavano tra lo stupito e lo scandalizzato: forse fino a quel momento non mi avevano visto bene in faccia. E io, in quel momento, ero una faccia. Una faccia che conoscevano tutti. Per mia immensa fortuna, il treno era in partenza e le porte si erano già chiuse. Avevo sentito l’uomo dal collo taurino che prendeva a pugni il metallo, e poi, con grande sollievo, il Freccia Rossa aveva lasciato la stazione.
Ma l’uomo non si era arreso del tutto: lo avevo visto comparire di nuovo nel mio campo visivo. Correva a fianco al treno urlando, e come ultimo gesto aveva sputato sul finestrino, uno sputo enorme, catarroso, pieno di tutto il suo odio. Avevo smesso di tremare solo quando il treno aveva preso velocità. A quel punto avevo alzato gli occhi verso gli altri passeggeri.
«Sono italiano» avevo balbettato. «Non sono mica… non sono mica quello che pensava quell’uomo là, sono italiano, gli assomiglio solo… guardate!», e avevo preso la carta d’identità dal portafogli per mostrarla ai miei vicini di posto. «Guardate, mi chiamo Metello Mazzoni, sono italiano, gli assomiglio solo…» Loro non avevano detto niente. Erano tornati ai loro giornali, agli iPhone, ai loro affari, mentre la velocità ripuliva il finestrino da quello schifoso ammasso di saliva. Io avevo cercato di concentrarmi sui soggetti di Nonno Gastone, ma non c’era stato verso, naturalmente, agitato com’ero. Avvertivo gli sguardi degli altri passeggeri, i loro pensieri solidi che mi si proiettavano in testa, tipo: eh, be’, è un attore, sarà capace di parlare in italiano, e poi è ricco, magari ha falsificato il documento.
Allora mi ero chiuso nel bagno del treno e avevo fatto la cosa più logica del mondo: mi ero tolto le lenti a contatto verdi. Almeno questo lo potevo fare.

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Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi vive a Bologna. Dopo gli esordi con la piccola casa editrice ravennate Fernandel, ha raggiunto il grande pubblico grazie al romanzo Blackout, un thriller interamente ambientato all'interno di un ascensore.


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