Nel cassetto - di Laura Silvestri

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Il giorno prestabilito, il BOSS darà un tema e dei bonus. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum. A quel punto partirà la fase dei commenti e delle classifiche.
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LauSil
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Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#1 » sabato 15 luglio 2017, 10:50

Barbara tira un respiro profondo mentre si siede davanti al portatile.

La quiete che desidera è ancora lontana anche se, per lo meno, adesso i bambini dormono. La pagina bianca sul computer riflette il suo sguardo spento, l’alone nero attorno agli occhi, il trucco sfatto dopo una giornata che le è sembrata infinita. È il momento giusto, però; lei lo sa, e non può fare a meno di approfittarne. Il cielo fuori dalla finestra è sospeso in un grigiore che inizia a sfumare nel blu carico della notte; le stelle sono lassù, da qualche parte, pronte a mostrarsi non appena l’ultimo raggio di sole sarà svanito oltre l’orizzonte di alberi e palazzi. Proprio come la sua ispirazione, lei spera: anche quella pian piano tornerà a far capolino, quando la nebbia dei pensieri si sarà diradata. Quando anche l’ultima preoccupazione che l’ancora al mondo si sarà acquietata, sì, ho pagato la bolletta della luce, e ho anche preparato la cartella per Leonardo, allora sarà un’altra realtà a farsi spazio, ammantando la stanchezza di una poesia dal gusto romantico.

Accade quasi ogni sera, e lei lotta per non perdere quelle poche ore prima che il sonno la vinca. Le piace rincorrere il filo dell’ispirazione in quello scorcio di cielo oltre il condominio di fronte, mentre la notte si avvicina in punta di piedi e le luci delle finestre si accendono, e poi rispengono, una dopo l’altra. Ha un lavoro, Barbara, e una famiglia a cui star dietro. Ma ha anche un sogno, in uno sciocco cassetto sempre più ingombro di carta stampata. I viaggi in metropolitana la portano ogni mattina oltre l’umanità stanca e maleodorante che affolla i vagoni, e dietro le palpebre i pensieri si agitano: è così che valuta quali idee riversare sul foglio bianco dove ogni sera il cursore lampeggiante l’attende con aria indagatrice. La inquieta, a volte, quel balenare intermittente, ondeggiante come l’indice nervoso che tira fuori quando deve rimproverare i suoi figli. L’aver pubblicato un racconto qua e là, negli anni, non la rende più sicura. Ha collezionato i complimenti che si riservano a un’esordiente neppure giovane, firmato qualche copia ai colleghi d’ufficio, ma è una via lunga e in salita, quella che vorrebbe percorrere, e lo sa. Quel che non sa è come orientarsi lungo la strada, e se mai il sogno lascerà il cassetto per condurla a destinazione.

La sagoma della dirimpettaia che esce sul balcone a ritirare il bucato la riporta al presente. Il cielo s’è fatto ancora un po’ più scuro. Barbara si affretta a scegliere una canzone che le piace, la lascia risuonare sul vecchio computer, il volume basso per non disturbare i bambini che dormono. Rilegge in fretta ciò che le dita hanno battuto la sera prima, e un moto di disappunto le arriccia le labbra. Scuote la testa. “Niente da fare”, si dice, “non va bene”. Quello che dovrebbe diventare il suo primo romanzo è a un punto morto: per quanto si sforzi di rendere coinvolgente la scena centrale, quella si incaponisce a farsi, a ogni nuova stesura, meno convincente. Meno efficace. Meno adatta ad afferrare il cuore del pubblico, se mai un pubblico esisterà.

Sospira, si prende per un attimo la testa fra le mani. E pensare che quella è la storia che le gira nella testa da oltre un decennio. Eppure, dopo aver letto tanti romanzi altrui, si rende conto di come nessun editore vorrebbe leggere quel nuovo capitolo, così semplice, quasi scontato. “Dovrei renderlo più avvincente”, si ritrova a pensare. “No, non soltanto più avvincente, ma più forte. D’impatto.” Un’idea inizia a prendere forma, forse ovvia, ma incontestabile: la violenza vende sempre. Le emozioni portate all’estremo, crude e taglienti come in certe serie televisive tanto di moda, fanno parlare le persone.

Barbara cambia canzone, sceglie qualcosa che la riporta indietro di anni, ai tempi dell’università e del rock urlato fuori dal finestrino. Il riff di chitarra esplode dagli altoparlanti. Le si affretta ad abbassare il volume, tende l’orecchio a cogliere eventuali voci che chiamano “mamma” ma per fortuna, a parte il cantante, tutto tace. “Bene, riprendiamo”, mormora rivolta a se stessa. Cancella l’ultimo paragrafo, e le dita si posano sui tasti. Le parole faticano a trovare la via, ma alla fine la mente si lascia trascinare dal rullare sincopato della batteria. La notte inizia a tingersi di un nero uniforme. Perfetto, è proprio quello che le serve.

Un altro soldato avanzò verso di lui: dalle insegne, si sarebbe detto un comandante. La sua armatura era chiazzata di tracce purpuree, lo stemma sullo scudo, decorato da rostri di metallo, coperto di sangue rappreso. Il viso nascosto dall’elmo cornuto mostrava soltanto il balenare folle di due gelidi occhi chiari. Daeren raccolse le forze e allontanò ogni pensiero che non fosse la sopravvivenza, aggrappandosi al cinico distacco che una vita da mercenario gli aveva insegnato. Si lanciò all’attacco, il clangore dell’acciaio che risuonava nell’aria già densa di grida e lamenti, le imprecazioni dei morenti che sibilavano la propria maledizione per i vivi. Il comandante nemico parò il colpo, scartò di lato, tentò un affondo che Daeren deviò. Era bravo, l’altro. Il guerriero avrebbe potuto studiarlo, come un lupo con la sua preda. Avrebbe potuto gustare la soddisfazione di una vittoria non scontata. Ma in un istante, il vento gli portò un altro grido, una richiesta d’aiuto modulata da una voce femminile ben nota. Non si concesse il tempo di pensare: se Karthys era in pericolo, tutto ciò che Daeren desiderava era trovarsi lì con lei, ovunque la compagna d’armi fosse. Caricò con un urlo furibondo, e la rabbia che incanalò nel fendente fu tale da fracassare lo scudo nemico. Il braccio che lo impugnava si accasciò lungo il fianco, mentre l’altro alzava la spada in una guardia difensiva. C’era paura, ora, negli occhi di ghiaccio, ma a Daeren non importava. Ancora un colpo, stavolta a spazzare, e la lama dell’avversario volò via, cadde nella terra fangosa. Un taglio netto, e la testa del soldato seguì la sua arma, rotolando nella mota densa e scura. “Karthys!”, il mercenario si ritrovò a gridare. Eccola lì, in quella stessa fanghiglia, che lottava con le unghie e con i denti, a forse trenta passi da lui, contro un guerriero che l’avvinghiava in una lotta carnale. Tentava di inchiodarla al suolo, mentre lei si dibatteva, calciava, mordeva, col rosso delle chiome appannato dal lerciume melmoso. Cosa il maledetto cercasse di fare era evidente. Il sangue gli ribollì nelle membra, gli bruciò via ogni lucidità. Come impazzito, Daeren lasciò cadere la spada: l’avrebbe ammazzato con le sue nude mani, quel figlio di cagna.

Barbara si ferma.
Non è sicura di stare andando nella giusta direzione. Una guerra è una guerra, si ripete, quasi a convincere se stessa, eppure il seme del dubbio non le permette di proseguire. In fondo, c’è modo e modo di descrivere la violenza. Si concede il tempo di riflettere, lo sguardo che corre alla finestra. Ora una piccola falce di luna fa capolino fra le tende bianche e inamidate. Un minimo di eleganza, questo le ci vuole. Anche la furia più cieca, la rabbia più tremenda, possono esser mostrate senza far trasalire, se narrate con la giusta dose di buon gusto. In fondo, oramai certi vezzi sono concessi, sdoganati da scrittori che hanno fatto dei modi ricercati la loro firma peculiare. Soltanto, lei non si è mai cimentata con quello stile. Al contrario, ha sempre tenuto un registro semplice, immediato. “Perché non tentare?”, si dice. “Posso provare a essere raffinata. Cercare di superare i miei limiti”.

Sistema gli occhiali sul naso, sceglie un nuovo tema musicale. La colonna sonora di un colossal di qualche anno prima suona decisa, il gemere del violino e l’incalzare dei fiati le sussurrano la direzione. Barbara posa di nuovo le dita sulla tastiera. “Avanti”, s’incoraggia.

Il balzo fu carico d’un odio sordo e indomabile, mentre Daeren s’aggrappava alle spalle del nemico con lo sguardo già vermiglio di sangue. Quello trasalì, lasciò la presa sulle carni della donna, scrollò la schiena come un destriero che cercasse di sgroppare il cavaliere. Le mani del mercenario si serrarono attorno al collo taurino, tremarono di furia omicida, s’aprirono la strada sotto la cinghia dell’elmo e lo strapparono via in un frusciare di cuoio. Quello imprecò nella lingua ruvida della gente del Nord, latrò una qualche sconcezza, provò a voltarsi senza riuscirvi. In un ultimo tentativo di vivere, afferrò con dita forsennate le mani di Daeren, mentre già il respiro si faceva strozzato. Tutto ciò che il mercenario aveva nei pensieri era quel grido d’aiuto, nella voce cristallina della donna che da troppo tempo ormai s’era scavata la via nei suoi pensieri. Il collo del nemico si spezzò con uno schiocco, ogni moto scomparve dalle membra nerborute che d’improvviso s’afflosciarono come spoglie d’un burattino dai fili recisi. Un urlo di vittoria gli risalì la gola, mentre scaraventava via ciò che restava dell’avversario e posava di nuovo lo sguardo su Karthys: la compagna d’arme era ancora riversa con la schiena in terra, gli occhi blu che lampeggiavano furiosi, il viso di piccola volpe rossa atteggiato in un’espressione che non gli riusciva di decifrare. Gli pareva che il suo cuore rallentasse, s’inabissasse nel petto, mentre il tempo si dilatava in un momento di perfetta, impossibile quiete.

Si ferma. Le sta salendo un cerchio alla testa, e inizia a sentirsi ridicola. “Chi mai vorrebbe leggere questa scopiazzatura, quando l’originale è cento volte meglio? E poi, questa non sono io”.
Barbara sbuffa, la frustrazione che inizia a serpeggiare fra i battiti del cuore. Quella sera non ha ancora concluso nulla, e già inizia a farsi tardi. Eppure non ha sonno: è una di quelle notti peculiari, in cui nulla pare avere senso se prima non le riesce di portare a termine almeno una, una sola, dannatissima pagina. Ma come potrà dirsi soddisfatta, se tutto ciò che scrive è roba che nessuno vorrebbe leggere? I ricordi della giornata trascorsa le lampeggiano nella mente. Appena uscita dalla stazione, si è fermata all’edicola per prendere il giornale. C’era una signora distinta, in fila accanto a lei, tutta assorta in una lettura attenta e appassionata. In una mano stringeva un tascabile dalla copertina allusiva: mostrava una donna fasciata in un appariscente abito dal vago sapore medievale; la splendida dama stava in ginocchio, le braccia sottili che stringevano i fianchi d’un uomo – altrettanto attraente - vestito di poco più che del proprio pudore. Il bel tenebroso, con un soffio di vento ad animare la folta chioma di capelli neri, fissava l’eroina con sguardo seducente, mentre sullo sfondo collinare svettava un castello dalle molte torri. Era quello, dunque, ciò che le persone volevano leggere? Storie di torbide passioni? Inarrestabili turbamenti amorosi?

Barbara fissa ancora una volta le stelle. Al suo Daeren di certo non mancano i modi per far palpitare il cuore di una donna, e Karthys è un’eroina moderna ed emancipata: parlare di desiderio non sarebbe poi così arduo, sebbene non sia quello il tema principale della storia. Non è fuori dai suoi piani lasciar spazio all’attrazione fra i protagonisti, ma molti capitoli dovrebbero ancora passare prima che lei li reputi pronti ad affrontare i propri sentimenti; tuttavia, complice la furia della battaglia, forse una certa tensione erotica potrebbe non essere fuori luogo. Un po’ di pepe, come si suole dire, per non far mancare qualcosa che piace tanto ai lettori.

È l’ennesimo cambio di sottofondo musicale, e stavolta si trova ad arricciare il naso, ma non si dà per vinta. Il rullare intrigante di un tamburo viene rincorso dal gemere di un sax in sottofondo. Barbara si ritrova a combattere contro un sorriso ironico che le piega l’angolo delle labbra. Si costringe a rincorrere la concentrazione, le dita riprendono posto sulla tastiera.

Gli occhi di Karthys erano spalancati come quelli di un animale selvatico, le labbra appena schiuse rincorrevano il respiro, facendo sollevare ad ogni filo di fiato il corpetto di cuoio. Daeren sapeva cosa avrebbe dovuto fare: tenderle la mano, aiutarla a ritrovare dignità e pudore, forse abbracciarla brevemente nella stretta familiare dei compagni d’armi. Eppure, il suo sguardo non riusciva ad allontanarsi da quella figura riversa in terra, ancora carica di furia, pronta a lottare per la sopravvivenza. Il fatto che lei lo fissasse di rimando, senza accennare a ricomporsi, col gonnellino di pelle risalito a scoprire le cosce bianche e snelle, non lo aiutava a mantenere la decenza. “Che diavolo mi sta succedendo?”, il guerriero si ritrovò pensare. Era nel bel mezzo della battaglia, la sua attenzione doveva essere tutta per i nemici che presto si sarebbero fatti vicini, decisi a portare all’altro mondo il mercenario e la sua amica. Fu Karthys a tirarsi in piedi, senza chiedere il suo aiuto né levargli gli occhi di dosso. Gli si fece vicino, al punto che, nonostante gli olezzi nauseanti che si alzavano dal terreno, il mercenario riuscì a cogliere il suo profumo. E quando le dita di lei si posarono sui suoi fianchi, Daeren si accorse di stare trattenendo il respiro. La sentì armeggiare alla sua cintura, snudando dal fodero, senza chiedergli il permesso, la corta spada che teneva per riserva, senza abbassare lo sguardo, con quei suoi occhi blu che ardevano d’un fuoco ferale. Avevano combattuto assieme forse cento battaglie, ma mai l’aveva sentita indugiare contro di lui a quel modo, con una simile febbre dipinta sul viso, e il suo corpo non esitò a reagire con la passione che da tempo cercava invano di tenere a bada.

“Oh, per la miseria”. Barbara distoglie lo sguardo dallo schermo, si strofina gli occhi e si ferma solo quando li sente pizzicare. Come al solito ha dimenticato di essere ancora truccata, ma quello è l’ultimo dei suoi pensieri. “Cos’è quest’immondizia? Che diavolo sto facendo?”, si domanda. Scosta la sedia e si alza sbuffando.

Si avvicina alla finestra. Oramai è notte fonda, e tutto quel che è riuscita a concludere, per quella sera, è stato rubare buone ore al sonno, niente di più. Perché lo abbia fatto non le è neppure ben chiaro. Aveva sperato davvero di cavare qualcosa di sensato dall’ispirazione del momento, scrivere magari un solo paragrafo, ma che fosse degno d’essere letto.

Ma letto da chi? Quella era la vera domanda.

Subito seguita da una più impellente. “Perché lo faccio?”. Non era questo che sperava. Non è questo il suo sogno.

C’è un’amarezza difficile da mascherare in quel pensiero, che ne trascina con sé molti altri. Chi le ridarà il tempo passato china sulla tastiera? Si sente stanca. Si appoggia al davanzale, respira un poco dell’aria fresca della prima estate, il profumo che soffia dal mare e sembra pulirle i pensieri. E pensare che ama così tanto quel romanzo e i suoi personaggi. Soprattutto Daeren. Ci sono cose, in lui, che le fanno formicolare le dita dal desiderio di raccontare. Ci sarebbe così tanto da dire, un così gran numero di storie da intrecciare per fargli trovare il suo posto nel mondo, guadagnare la pace e magari, alla fine, anche l’amore. Ma come? Come, senza ammantare ogni frase di finzione, senza svenderla, renderla morbosa di sesso o furiosa di violenza? Come, senza snaturare la sua voce con accenti e stili che non le appartengono, senza piegare il suo entusiasmo lungo percorsi improbabili?

Barbara trasale nel vedere il riflesso nel vetro, proprio accanto a sé. Naturalmente lo riconosce subito. Sorride e si volta a guardarlo bene in viso, lieta di quella visita inaspettata. Questa volta non ha l’espressione severa che sfoggia in battaglia, né l’aria assorta che gli aggrotta le sopracciglia quando riflette sulla sua vita. È un alone di sorriso quello che gli illumina gli occhi neri, gli curva le labbra silenziose dietro l’ombra della barba mal rasata. Non indossa l’armatura, ma una camicia lisa, insaccata nei calzoni di cuoio. Eccolo là, il suo Daeren, ancora una volta accanto a lei, ad aspettare. C’è una domanda sulla fronte corrugata del guerriero, che non si sforza di esprimere altrimenti. Del resto, è sempre stato un tipo di poche parole. “Perché lo fai?”, le chiede. “Qual è il tuo sogno?”

Barbara guarda la falce di luna. “Qual è il tuo sogno? Perché lo fai?”, si ripete. Il riflesso di Daeren le indica di nuovo il portatile ancora aperto sul tavolo del salone, il cursore che lampeggia nel bianco della pagina riempita soltanto per metà.

Lei torna alla tastiera, lasciando che per una volta siano le dita a decidere la via da percorrere, come il suo mercenario sembra suggerirle. Del resto, Barbara riflette, accade che, in certe bizzarre situazioni, il corpo riesca a ricordare quel che la mente ha dimenticato.

Daeren distolse lo sguardo. La voce di Karthys era soltanto un soffio, quando raggiunse il suo orecchio. “Grazie”. Non disse nient’altro, e del resto non ce ne sarebbe stato bisogno. La vide impugnare saldamente la sua piccola spada, voltare le spalle e allontanarsi nel campo di battaglia, dove l’ultimo spiraglio di sole iniziava a svanire. Qualche nemico valoroso ancora era pronto a lottare, ma presto le truppe, da ambo i fronti, si sarebbero ritirate, e i generali avrebbero tratto le loro conclusioni, deciso nuove strategie, decretato vittorie e fallimenti. Al mercenario importava soltanto d’esser vivo, e che l’indomani avrebbe portato nuovi combattimenti. Accanto a lei. “Il vento sulla faccia, l’acciaio di una spada fra le mani, e Karthys al mio fianco”, questo era ciò che Daeren sapeva di desiderare. Nient’altro. Forse sarebbe stato fortunato, e il dio della guerra gli avrebbe concesso altri anni da vivere così, come più gli piaceva. O magari, invece, sarebbe morto l’indomani, in mezzo a tutti quei cadaveri insepolti che iniziavano a marcire. La verità era sorprendentemente semplice: se Karthys avesse versato una lacrima, fosse stata pure una soltanto, sarebbe stato abbastanza. E quando, negli inferi, i compagni caduti gli avessero domandato perché era felice d’esser rimasto così brevemente sulla terra, e perché non rimpiangeva un solo giorno vissuto in mezzo al sangue di quelle dannate battaglie, lui avrebbe risposto con un’alzata di spalle. Poi, come un idiota, si sarebbe fermato a riflettere, e avrebbe persino sorriso. “Ne è valsa la pena”, avrebbe detto senza abbassare lo sguardo, e avrebbe pensato a lei. “È sempre stato questo, il mio sogno. Dopotutto, è stato un bel viaggio”.

Barbara alza gli occhi, mette un punto, si lascia andare a uno sbadiglio. Un lieve sorriso, finalmente, le rischiara le labbra. Daeren e il suo riflesso sono svaniti, ma lei sa che torneranno a farle visita quando ne avrà bisogno.

“Un bel viaggio”, ripete a voce alta. Non ci voleva poi tanto a capire, dopotutto: la risposta è molto semplice davvero.

La quiete della casa immersa nel sonno l’avvolge poco a poco; il cielo nero, immobile e silenzioso, pare salutarla con la sua falce di luna. Barbara salva quell’ultima pagina e sfila gli occhiali.

Per stasera, va bene così.



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kaipirissima
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#2 » mercoledì 19 luglio 2017, 12:20

Ciao,
racconto scorrevole nella lettura.
La vicenda non mi ha molto "impressionato" un po' per motivi miei, non amo molto i racconti che parlano di "scrittura" mi sembra l'espediente di quando non si sa da dove partire. In realtà la vicenda mi ha preso per un attimo quando dopo aver ricordato il romanzo in mano alla signora la vicenda passa dalla guerra all'eros e la stessa scrittrice si autocensura. Poi è salito all'apparizione del mercenario, ma poi il racconto si è seduto nuovamente.
Credo che una formula di questo genere debba giocare una carta più marcata di ironia, o cinismo, giocando con lo stile, i luoghi comuni, inserendo un colpo di scena... un racconto più come divertissemant che alla ricerca di "morale".

Ovviamente parere personale.
Ciao!

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LauSil
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#3 » mercoledì 19 luglio 2017, 17:58

Ciao Kaipirissima,
grazie del commento, che mi ha dato parecchio a cui pensare, e questo è sempre un bene :)
Per quanto riguarda il tema, premesso che io di solito scrivo fantascienza e fantasy, l'idea era quella di parlare dei sogni (nel senso di aspirazioni) e dei compromessi che ogni persona deve affrontare per raggiungerli. In quest'ottica, dato che si dice "scrivi di ciò che conosci", avrei potuto ambientarlo o nel mondo della scrittura, o in quello del mio "daytime job"... ma nel secondo caso sarebbe venuta di certo una cosa noiosissima che ho preferito risparmiarvi :D Questo giusto per raccontarti il motivo per cui ho scelto proprio questo scenario.

Per quanto riguarda lo stile, in realtà io avevo anche intenzione di fare un po' di ironia su certi temi, ma si direbbe che non ci sia riuscita fino in fondo, dato che mi dici che avresti calcato di più la mano. In effetti, chi mi conosce mi descrive di solito come una persona abbastanza pacata, moderata, per cui magari quel che io percepisco come graffiante, per qualcun altro potrebbe non esserlo. E' uno spunto di riflessione molto interessante, su cui magari lavorerò un po' (soprattutto se anche gli altri autori me lo faranno notare).

Per il colpo di scena... be', qui son gusti. Quando scrivo, alcune volte lo inserisco - specialmente nella fantascienza, in altri casi no. La trovo un po' una moda, e da lettrice mi affeziono spesso a racconti che magari, pur chiudendosi in maniera lineare, mi hanno accompagnato in un bel viaggio lungo tutto il testo. ^_^

Grazie di nuovo per i suggerimenti e a presto!

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angelo.frascella
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#4 » giovedì 20 luglio 2017, 23:11

Ciao, Laura

e benvenuta (o almeno, se non sei alla tua prima partecipazione su questo Forum, non mi pare ci siamo incrociati prima).

Veniamo al racconto: noto una buona padronanza delle armi dello stile (più intimo quando è in scena la scrittrice, barocco e arzigogolato quando prova a inseguire le mode è più semplice e sincero quando torna sui suoi passi e scrive ciò che le piace).
Da scrittore "con l'aggettivo" (scegli tu: esordiente? aspirante? dilettante) mi è facile riconoscermi nel percorso notturno del tuo quasi-personaggio (dico quasi, poiché c'è ovviamente una forte componente autobiografica): la quiete con i figli che dormono, il piacere della scrittura, i dubbi su come sfondare, essere se stessi o inseguire le mode (...non ti nego che pure io sto leggendo qualche Segretissimo per capire se potrei essere in grado di tentare una strada un po' più orientata ai gusti dei lettori...).
Il problema è che, probabilmente, il tuo racconto può trovare facile risonanza emotiva in noi scrittori "con l'aggettivo", mentre temo avrebbe più difficoltà con un lettore comune Se andiamo ad analizzare bene il racconto, infatti, è un lungo monologo di una serata qualsiasi di uno scrittore non professionista, senza grosse svolte e con una storia minimale, seppure scritta molto bene. Tra l'altro, dovrebbe arrivare il commento del lettore comune: vedremo se la mia impressione è sbagliata.

Insomma un racconto che ho trovato gradevole, ma un po' autoreferenziale.

A rileggerci,
Angelo

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LauSil
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#5 » venerdì 21 luglio 2017, 0:34

Ciao Angelo,
grazie per il benvenuto (in effetti sì, è la prima volta che partecipo a un contest su Minuti Contati) e per il tuo commento. :)

angelo.frascella ha scritto:Il problema è che, probabilmente, il tuo racconto può trovare facile risonanza emotiva in noi scrittori "con l'aggettivo", mentre temo avrebbe più difficoltà con un lettore comune


In effetti, la questione che sollevi è pregnante e interessante: ammetto che, come accennavo prima, questo racconto è stato per me una “deviazione” dai miei generi; è accaduto che quest’idea prendesse vita quasi da sola, e io mi sono lasciata guidare un po’ dall’istinto – cosa che non è quasi mai un bene, bisogna ammetterlo. Sono molto curiosa di scoprire anch’io, a questo punto, se un lettore “non scrittore” rimarrà indifferente – cosa ahimè possibile -, o se magari, con un po’ di fortuna, sarà incuriosito dall’insight nella testa di uno scrittore… con l’aggettivo! (questa definizione è davvero simpatica, centra in pieno la nostra condizione di transito e un po’ difficile da inquadrare). Sicuramente, nei prossimi contest, tornerò a raccontare in scenari meno di nicchia!

Grazie per le tue belle parole sullo stile, e a presto!

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angelo.frascella
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#6 » venerdì 21 luglio 2017, 0:40

In ogni caso, hai fatto bene a sperimentare.
I contest di MC possono essere un ottimo modo per esplorare e spingersi un po' oltre la propria zona di confort e vedere che succede ;)

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ceranu
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#7 » venerdì 21 luglio 2017, 16:27

Ciao Laura, benvenuta.
Il racconto è gradevole, si legge bene e si vede che sai di cosa parli. Come Angelo ho il dubbio che ad apprezzarlo possano essere solo quelli che, come te, scrivono nei pochi ritagli di tempo. Io a tutte le tue perplessità avrei aggiunto giusto una punta di frustrazione/rabbia in più.
Per quanto riguarda il paragrafo sul "barocco" spero sia veramente un esperimento che hai messo da parte, apprezzo Forlani, ma uno credo sia più che sufficiente :D

Venendo al racconto penso sia una prova onesta. Il racconto non credo avesse grandi pretese, doveva intrattenere e il suo lo fa bene. Non hai nascosto messaggi polemici o colpi di scena che sconvolgessero il lettore e l'ho apprezzato. Io sostengo che ci troviamo davanti a un buon racconto quando questo raggiunge l'obbiettivo che lo scrittore (niente aspirante, esordiente o chissà cosa, ti sto leggendo quindi per me sei una scruttrice) si è prefissato.
Leggo da anni racconti di gente che prova a deprimermi e mi tocca apprezzarli perché ci riescono, quindi devo ringraziarti per la lettura leggera.

Nel complesso è un racconto che ho apprezzato nella sua semplicità.
Ciao e buona Sfida.

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maria rosaria
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#8 » venerdì 21 luglio 2017, 17:05

Ciao, Laura.
Bel racconto!
Impossibile, per me, non immedesimarmi in molti dei punti della storia e, soprattutto, nella tua protagonista. Il desiderio di scrivere, la fatica di trovare il tempo per farlo, la frustrazione e la sfida continua nel riuscire a produrre qualcosa che piaccia agli altri ma, principalmente, a noi stessi.
Anche l’aderenza al tema mi sembra centrata: il sogno di Barbara non è quello di piegarsi biecamente ai desideri del mercato. Perché scrivere ciò in cui non si crede?
Il lettore ha ragione e va accontentato, ma anche lo scrittore deve rispettare la sua natura e la sua anima.
Leggo ora nei tuoi commenti che scrivi fantasy: ciò spiega perchè sono rimasta favorevolmente colpita da come hai saputo caratterizzare il tuo Daeren nel racconto.
Detto ciò, per me il racconto è senz’altro una gradevole lettura, che ho apprezzato nella sua semplicità ma anche nella sua estrema chiarezza.
Alla prossima
Maria Rosaria

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LauSil
Messaggi: 60

Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#9 » venerdì 21 luglio 2017, 18:32

Francesco, Maria Rosaria,
grazie mille per i vostri commenti! :)

@Francesco:
ceranu ha scritto:Per quanto riguarda il paragrafo sul "barocco" spero sia veramente un esperimento che hai messo da parte, apprezzo Forlani, ma uno credo sia più che sufficiente :D

Ah ah, non temere, Francesco! :D La mia idea era proprio quella di mostrare che, per quanto possa essere forte la tentazione di "omaggiare" i nostri autori preferiti, non si tratta di una buona idea (e poi, tra le tante cose che l'ottimo Alessandro può insegnarci, c'è sicuramente come non avere paura di trovare e proporre la propria cifra stilistica) ^_^

Sono felice che il racconto abbia raggiunto, per te, il suo scopo: è la cosa migliore che chi scrive possa sentirsi dire.

@Maria Rosaria:
grazie per le tue belle parole! Sono davvero felice che il mio piccolo "messaggio in bottiglia" sia giunto forte e chiaro :)

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Francesco Capozzi
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Re: Nel cassetto - di Laura Silvestri

Messaggio#10 » lunedì 24 luglio 2017, 23:20

Ciao Laura, ho letto il tuo racconto e l’ho trovato molto scorrevole e semplice, ti prende per mano e ti accompagna dall'inizio alla fine, un racconto diretto. Unica cosa.. avrei enfatizzato di più le emozioni provate dalla scrittrice.
Però il racconto non mi ha fatto gridare al miracolo nonostante sia ben fatto, e ti spiego il perché:
paragono questo tipo di stile ad un frattale, ovvero una figura autosimilare a se stessa… ad esempio un film che parla delle riprese di un film, una canzone che parla di come nasce una canzone e… un racconto che scrive di come viene creata una storia.. quindi è quel tipo di storia che o riesce a distinguersi per qualcosa, oppure resterà purtroppo nell’anonimato..
per il resto ho apprezzato il tuo modo di scrivere e mi piacerebbe leggerti su altri generi”!
alla prossima sfida

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