Semifinale Greta Cerretti

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Il giorno prestabilito, il BOSS darà un tema e dei bonus. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum. A quel punto partirà la fase dei commenti e delle classifiche.
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Spartaco
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Semifinale Greta Cerretti

Messaggio#1 » martedì 25 luglio 2017, 0:46

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Dimenticami Trovami Sognami.
In risposta a questa discussione, gli autori semifinalisti del girone Greta Cerretti, hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi, Eugene e Valter, possono sfruttare i due giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: Mercoledì 26 marzo alle 23:59
Limite battute: 21.313

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 26 luglio. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione, state sicuri che il vostro avversario starà già pensando a come migliorarsi!



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Eugene Fitzherbert
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Re: Semifinale Greta Cerretti

Messaggio#2 » mercoledì 26 luglio 2017, 22:51

Oltresogno
di Eugene Fitzherbert

1.
(Pucci-pà? Pucci-pà, sei tu?)

Savvy aprì gli occhi al suono di quella voce nella camera da letto del suo appartamento, in mezzo a resti di bottiglie vuote. Erano appena le sei, due ore prima di uscire e andare alla Sandeki Clinic dove l’aspettava Zoe per i controlli di routine.
Con la voce che gli ronzava ancora dietro le orecchie, in un punto indefinito perso nella memoria di avvenimenti passati ma mai dimenticati, finì di prepararsi. Inforcò gli occhiali e si diresse a piedi alla Clinica.

2.
«Frank Saviour!» annunciò la receptionist e Savvy si avviò verso l’ambulatorio.
Tra superfici bianche e asettiche e monitor che mostravano numeri e diagrammi incomprensibili, la dottoressa Zoe Gambler l’attendeva sorridente e entusiasta, racchiusa nella sua divisa con il simbolo della Clinica stampato sul taschino.
«Come va, signor Saviour? È il giorno del controllo semestrale?»
«Ciao, Zoe! Basta con questo signor Saviour. Sono Savvy e te lo ripeto da almeno cinque anni…»
Lei ridacchiò. «E sono cinque anni che le ripeto che non si può!»
Savvy era convinto che la dottoressa avesse un debole per lui. Avvertiva qualcosa, come un solletico sotto il palato, ma lui non aveva mai affrontato l’argomento né lei aveva mai infranto il regolamento della clinica. Se la sua sensazione si fosse rivelata giusta, allora poteva sfruttarla a suo vantaggio. Oppure si stava inventando tutto, e il suo piano sarebbe andato in malora.
«Si tolga gli occhiali e si accomodi qui, per favore» gli disse, indicando una poltrona reclinabile.
Lei si avvicinò, tanto che Savvy poteva sentire il profumo di lavanda del camice e un po’ più sommerso il sentore di cocco del suo bagnoschiuma. Zoe gli esaminò l’impianto oculare: «La zona di inserzione delle lenti e dello chassis principale è rosea, non ci sono segni di infiammazione. Le lenti sono pulite.» Lo tastò intorno all’orbita fin dietro l’orecchio. «Il cavo connettore è ok, non dolente. La presa retroauricolare è ben posizionata e indenne. Il cappuccio di protezione di silicone è un po’ usurato. Forse dovremo cambiarlo.»
Si voltò e dopo aver rovistato per qualche secondo in una vaschetta, tirò fuori un filo che poteva andare bene. «Il suo DreamFlyer K9 è un modello vecchio che non permette la diagnostica software in tempo reale. Dovremo scaricarlo e analizzarlo. Ci vogliono ventiquattr’ore per i risultati. E nel frattempo non deve mai connettersi al Mondo dei Sogni. Ha capito?»
«Certo.»
Lei sorrise soddisfatta. Non poteva evitare di recitare tutta la pappardella perché la Clinica la sorvegliava. Anche Zoe aveva qualche potenziamento, dei sottili tatuaggi conduttivi che dal labbro inferiore correvano fin dietro al collo e sotto i capelli. Erano modelli recenti, discreti e potentissimi. La connettevano a tutto il database della Clinica, creavano una realtà aumentata persistente in cui la dottoressa poteva vedere tutto dei suoi pazienti in un colpo d’occhio. E la Clinica poteva vedere lei, ovviamente.
Savvy spostò la testa per porgerle l’orecchio.
«Hai qualcosa in memoria?»
«No, ho salvato tutto. In realtà non ho lavorato granché in questi ultimi giorni. Solo qualche connessione ricreativa.»
«Mi spiace. Non c’è più molto interesse nell’Onirosfera?»
«Mah. I primi tempi, si lavorava parecchio. C’era il fattore novità e la pubblicità martellante. Le richieste erano tantissime.»
«E adesso?»
«Adesso, invece, sono solo romanzieri, sceneggiatori e altri artisti che mi contattano per dar loro un po’ di Ispirazione…»
In quel momento si udì un Bip: il dump era terminato. «Ah, perfetto. Allora, signor Saviour, ricapitoliamo. Per le prossime ventiquattr’ore, niente viaggi nell’Onirosfera. Non mi prenda in giro: posso monitorarla a distanza, senza violare la sua privacy. Volendo potrei anche entrare in casa sua e staccare la spina alla sua console, visto che il contratto con la nostra Clinica lo prevede. Non mi spinga a farlo.»
«Va bene. Ma perché tutta questa apprensione?»
«È solo che l’Onirosfera sta diventando un po’ instabile e non è ben chiaro il motivo. Non ci faccia preoccupare.»
Savvy annuì. La visita era finita.

3.
Una volta a casa, Saviour si accasciò sul divano con una bottiglia di JD in una mano e attese, pensando al suo Bridge, come chiamavano le console di connessione alla Onirosfera.
Il Mondo dei Sogni era stato scoperto quasi per caso da un gruppo di ricercatori della realtà virtuale. Elaborarono e dimostrarono la teoria secondo cui tutti i sogni, sotto forma di frequenze elettromagnetiche cerebrali, fluttuavano intorno al globo. Bastava avere un’apparecchiatura di decodifica e si potevano vedere i sogni in diretta. Da lì a salvarli e venderli il passo era stato brevissimo.
Ripensò a quando decise di farsi impiantare: la psicologa gli disse che l’operazione gli sarebbe costata un occhio della testa. Lui le rispose che dal depliant non sembrava così costosa e la psicologa lo guardò quasi condiscendente. «Non sto scherzando, sig. Saviour. Dovremo asportarle l’occhio per fare spazio alle lenti e al microprocessore. È sicuro?»
«Sì, certo. Me ne resta un altro, no?»
«E c’è un’altra cosa. Dopo l’impianto per l’accesso all’Onirosfera non potrà più sognare.»
Savvy serrò le mandibole, pensando al suo cattivo rapporto con il sonno, fatto di incubi in cui sua figlia continuava a morire tra le sue braccia. Pensò a come si era ridotto: le borse sotto gli occhi arrossati, l’aspetto emaciato e l’aria da disperato. «È per questo che lo sto facendo, dottoressa. Io non voglio più sognare.»

Con queste parole nella testa Savvy si addormentò e il suo sonno proseguì come un buio tunnel di incoscienza ovattato e incerto.

(Pucci-pà, sei tu?)

Si svegliò tre ore più tardi. Zoe doveva essere più o meno a metà delle analisi: era il momento giusto per mettere in atto il suo piano.
Si diresse in bagno e si fermò davanti allo specchio. Attaccata all’angolo superiore c’era la foto di sua figlia Rose, scattata pochi mesi prima che morisse: sorridente, bella, appena tredicenne. Era tutta la sua vita.
Tirò un sospiro e si sciacquò la bocca con il un paio di sorsi di whisky. Il sapore lo inebriò e ne bevve qualche sorso in più per darsi coraggio.
Aprì l’armadietto accanto allo specchio e tirò fuori un po’ di ovatta e un rocchetto di filo di rame. Ne srotolò una decina di centimetri e ne osservò l’estremità acuminata. Aprì la bocca e puntò il filo in fondo alla guancia. Strizzando gli occhi per il dolore, spinse più forte che poté fin quando il filo con un primo pop si infilzò nelle mucose. Con uno scatto bruciante la punta insanguinata emerse poco dietro l’angolo della mandibola.
Piano piano, Savvy lo spinse fuori tanto quanto bastava per arrivare al suo impianto retroauricolare e ancorarlo alla presa di output. Con molta cautela incastrò il filo nell’incavo tra i denti e la guancia, premendo con forza per farlo aderire. Lo tagliò poco fuori dal labbro e lo ripiegò saldamente sull’angolo della bocca.
La prima parte era finita. Zoe era sicuramente a buon punto con la sua analisi. Doveva agire in fretta e sperare di non aver frainteso troppo quel che lei provava per lui.
Nel suo studio, Savvy si accomodò sulla poltrona, accese il Bridge e con uno scatto netto incastrò la spina nell’impianto oculare: la stanza intorno a lui sparì e con un salto quasi impercettibile, Savvy fu proiettato nel Mondo dei Sogni.

4.
«Ma che…» Zoe guardava stupita i dati dell’impianto di Savvy sul suo schermo. C’erano valori rossi ovunque, alterazioni lungo tutto il profilo IA, il firewall ridotto a un formaggio svizzero: qualcuno aveva manomesso il software dell’impianto.
«Gli hanno hackerato l’accesso!» Esclamò. Un paio di infermiere si girarono a guardarla. Lei fissò i monitor scuotendo la testa. Aprì il software per le comunicazioni prioritarie ai pazienti: ‘NON usi il Bridge! Le hanno hackerato il chip! Risponda appena riceve questo messaggio.’ Spuntò l’avviso di ricezione e di lettura e lo inviò.
Sembrava che qualcuno volesse usare l’impianto come ponte per un download enorme di dati. Erano stati tolti tutti i blocchi di sicurezza, la banda era stata quintuplicata e questo non aveva senso, perché la memoria interna non poteva reggere una scrittura a quella velocità. Cosa stavano facendo? Perché proprio a Savvy? Se usava il Bridge in quelle condizioni e troppo a lungo poteva anche friggersi il cervello.
Proseguì con le analisi e decise che se non avesse avuto risposta entro due ore, avrebbe dato un’occhiata al suo profilo medico da remoto. D’altronde, il contratto del Sig. Saviour lo prevedeva.

5.
Savvy era dentro. Stava sorvolando l’Onirosfera, spostandosi veloce e leggero tra i ricordi sognati di milioni di persone, come una realtà virtuale che si alimentava di se stessa.
Il Mondo dei Sogni era stato diviso in due parti: una di Luce, in cui c’erano i sogni bianchi, quelli fatti per essere sognati sempre, quelli puliti, quelli felici. C’era anche l’Oscurità, dove si raggrumavano gli incubi, i sogni dei pazzi e dove avventurarsi era un continuo luna park del terrore.
Savvy era interessato a quella zona di transizione tra la Luce e l’Oscurità, il Crepuscolo. Zoe aveva ragione quando diceva che c’era qualcosa che non andava nell’Onirosfera, ma quello che non sapeva era che l’Onirosfera non c’entrava nulla.
Superò uno stormo di mante piumate e saltò attraverso nuvole dorate fatte di cannella profumata, mentre intorno a lui udiva le voci cristalline di tanti bambini che intonavano un coro religioso. I sogni erano sovrapposti e si intersecavano in un continuo flusso di ogni tipo di emozione e ricordo. La luce cangiante avvolgeva ogni cosa in un caleidoscopico effetto di distorsione che alterava il paesaggio, mentre la coscienza di Savvy volava più veloce che poteva.

Presto l’atmosfera festosa, quasi di mezza estate che delineava il Versante Luminoso cominciò a smorzarsi, ingrigendosi e incupendosi. I rumori allegri e felici che avevano fatto da contrappunto alla corsa folle di Savvy tra nuvole diamantate e pennacchi fluttuanti si mischiarono alle urla e allo stridio di unghie sulla lavagna degli incubi che venivano sognati dall’altra parte. Se fino a quel momento era stato piacevole volare e muoversi tra i sogni, ora era l’angoscia a manifestarsi, con un senso di imminente catastrofe che lo attanagliava direttamente al cuore. Non c’era più la sensazione di volare, ma di cadere, senza possibilità di difendersi. Quasi gli veniva la nausea, ma nonostante tutto continuò.
Di solito non era così drammatico avvicinarsi al Versante Oscuro dell’Onirosfera perché tutti i filtri dell’impianto abbattevano l’impatto negativo. Ma nel suo caso, dopo aver manomesso il chip e il software, i filtri erano andati a farsi benedire e lui sentiva montare la nausea, a metà tra la caduta libera e il volo planato.
Giunse al Crepuscolo e lì si fermò, esattamente in mezzo. Volse lo sguardo verso l’alto: l’Onirosfera sembrava estendersi all’infinito. In quel momento nell’angolo a destra della sua visuale si aprì un riquadro: il messaggio di Zoe. Bene, ci aveva visto giusto. Cliccò sulla spunta di ricezione e lettura, ma non rispose. Ritornò a fissare l’infinito dell’Onirosfera.
Il Crepuscolo non era solo una distinzione geografica, una linea di confine. Il Crepuscolo era soprattutto un exploit, un punto lasso dove il tessuto dell’Onirosfera si mischiava a qualcosa di nuovo. Era questa la scoperta che aveva letteralmente scombussolato la sua vita. Si lanciò verso l’alto con tutta la forza che il suo costrutto onirico gli poteva permettere, seguendo la linea del Crepuscolo.
Stava per raggiungere il piano al di là dell’Onirosfera, quello che lui aveva chiamato l’Oltresogno.

«Pucci-pà? Sei tu?»
«Sì, sono io. Tu sei Rose?»

6.
Aveva letto il messaggio. Non aveva risposto.
Era sinceramente preoccupata per Savvy. Sapeva che era un paziente fragile, con una storia di perdita e depressione. Aveva letto la sua valutazione psicologica e sapeva che era un soggetto borderline, dedito all’alcool e con tendenze a compiere atti inconsulti. Non immaginava che dopo ben cinque anni dalla perdita della figlia potesse ancora essere così stravolto, e stamattina gli era sembrato calmo e gioviale. Forse si era fatto l’idea che lei avesse un minimo di interesse in lui, ma Zoe si comportava così proprio per via della storia clinica e del tipo di paziente.
Mordendosi il labbro per la tensione, attivò la visualizzazione remota e cercò il profilo di Savvy.
Fa che non sia online, fa che sia scollegato…
E invece, eccolo là, piantato nell’Onirosfera. Vide il log di connessione: era dentro quando aveva letto il messaggio! Figlio di puttana!
Con le labbra serrate, cliccò sul monitor dei parametri. Questa era una cosa non proprio lecita, ma ormai la preoccupazione era davvero tanta.
Quello che vide aveva dell’incredibile. Si alzò di colpo dalla sedia rovesciandola.
Gli altri nell’ambulatorio si girarono a fissarla.
«Ho un’emergenza. Un nostro paziente sta poco bene, credo. Devo andare da lui.»
E se ne andò correndo fuori, senza neanche togliersi il camice.

Si tuffò in macchina. Savvy abitava a pochi isolati da lì, sarebbe arrivata in una decina di minuti. Attivò la visione aumentata con i segni vitali di Frank sempre attivi e chiamò il Sistema di Emergenza, chiedendo l’accesso preventivo pass-par-tout. La Sandeki Clinic glielo garantì ma avvertì anche che il cliente non aveva sottoscritto il Rapido Intervento e quindi i soccorsi sarebbero arrivati in circa venticinque minuti.
Zoe si lanciò nel traffico. Nel suo campo visivo vedeva l’ECG di Savvy alternare bradicardia e tachicardia, come se stessero passando due ECG contemporaneamente. La pressione calava e poi si riprendeva e la respirazione era compromessa.
Pigiò sull’acceleratore, suonando il clacson a più non posso.

7.
Savvy ricordava quando Rose aveva 6 anni e per scherzo l’aveva chiamato Pucci-pà. Era uno di quei nomignoli più adatti a un paio di fidanzatini, ma detto da lei con la voce querula e acuta che aveva da bambina l’aveva fatto sciogliere e da quel momento era per sempre stato Pucci-pà. Almeno per lei.
E dall’Oltresogno, il luogo luminoso dietro la nebbia dell’Onirosfera, la voce di Rose gli chiese ancora: «Pucci-pà, sei tu?»
Savvy protese la sua mano. «Sì, sono io. Sei Rose?»
«Sì.» La frase fu seguita da un piccolo appena percettibile singhiozzo.
Il cuore di Savvy ebbe un sussulto. «Ce la fai a toccare la mia mano?»
«Non so. Sembri così lontano…»
«Prova. Sono qui sotto.» Savvy continuava a muoversi verso l’alto, verso la voce di sua figlia. Doveva solo toccarla, sfiorarla...
Il cielo si faceva ancora più luminoso, e i rumori dell’Onirosfera si smorzavano.
«Rose, sei ancora lì? Mi senti?»
«Sì, Pucci-pà. È bello sentirti. Sei anche tu qui, finalmente?»
«Quasi, piccola mia. Riesci ad allungare una mano verso di me?»
«Continua a parlarmi, così capisco dove ti trovi.»
«Tesoro mio, non sai quanto è bello risentire la tua voce. Il tempo sembra non essere passato affatto, quassù…»
«Pucci-pà, ti vedo!»
Savvy allungò una mano e da quel mare di luce fluttuante vide protendersi verso di lui le dita di Rose, affusolate, le unghie laccate di rosso ciliegia come il giorno in cui era morta.
Con un ultimo sforzo toccò la mano di sua figlia.
In quel momento attivò il programma di download che, libero da limitazioni, macinò l’intero costrutto di Rose in una manciata di secondi, cancellandolo dall’Oltresogno e spostandolo nella biomemoria di Savvy.
Purtroppo, come ben aveva previsto e stava constatando Zoe in quel momento in macchina, l’impianto di Frank Saviour non era adatto a questo tipo di dati. E il dumping della coscienza di sua figlia strappata alla vita oltre la morte lo stava invadendo. I due all’improvviso si trovarono a lottare per trovare il posto che gli spettava.

8.
Zoe parcheggiò davanti al condominio dove abitava Frank. Superò le porte di ingresso e si lanciò nel primo ascensore libero che trovò: doveva raggiungere il dodicesimo piano il più in fretta possibile.
La situazione clinica di Savvy stava diventando drammatica. Il cuore batteva con un ritmo che non aveva niente di umano, ma la cosa che di più la preoccupava era la respirazione ormai affannosa e superficiale, prossima alla rottura.
Cosa diavolo stava succedendo? Per quanto fossero stati rimossi i filtri e il firewall, a cosa erano dovuti quegli stravolgimenti?
Mentre l’ascensore macinava i piani, attivò lo schermo dell’EEG: le onde erano completamente sballate, senza un criterio logico o una spiegazione clinica di qualsiasi genere. Ora non era preoccupata, era quasi terrorizzata, perché non riusciva a immaginare cosa avrebbe trovato in casa. Mancavano ben quindici minuti all’arrivo previsto della squadra di emergenza, ma sicuramente sarebbero stati di più.
Fuori dall’ascensore, si diresse verso l’appartamento urlando: «Savvy! Si stacchi da quel Bridge!»
In quel momento il respiro di Frank si fermò.
Zoe urlò mentre apriva la porta di casa con la chiave pass-par-tout.

9.
Savvy cercava di tener ferma la coscienza di sua figlia appena scaricata da una zona sconosciuta dell’aldilà umano. Non credeva che qualcuno avesse mai provato a fare quello che stava facendo lui e probabilmente stava per mandare tutto a puttane, quando da lontano, come in un sogno che non era il suo, udì la voce di Zoe: «Savvy! Si stacchi da quel Bridge!»
Era ironico che lo chiamasse Savvy ma usasse ancora un tono formale. Però, il tempismo era perfetto. Ora doveva vedere se la sua teoria a riguardo era giusta. Altrimenti, beh, sia lui che Rose sarebbero andati nell’Oltresogno per sempre.
Si lasciò andare e il suo organismo soccombette alla presenza eccessiva di Rose e Frank.
Il corpo umano è fatto solo per ospitare una coscienza alla volta…

10.
Zoe si lanciò verso Frank e fece la prima cosa che insegnano in emergenza: si avvicinò al volto di Frank per vedere se davvero aveva smesso di respirare.
In quel momento, come per un sussulto, Savvy si alzò verso di lei e le loro labbra si toccarono. In realtà quello che si toccò fu il filo di rame che finiva direttamente nella presa output dell’impianto di Savvy e i tatuaggi conduttivi di Zoe. La trasmissione fu immediata: una quantità enorme di dati fu sparata a velocità folle dentro la biomemoria impreparata di Zoe: la dottoressa sentì la sua coscienza liquefarsi ed evaporare, frantumata in mille gocce di rugiada. Poi come per un colpo di pistola alla tempia, Zoe si spense mentre una voce urlava dentro di lei, una voce sconosciuta. La dottoressa esanime fu scagliata a terra, gli occhi rovesciati.
Nello stesso tempo, Savvy, liberato dal peso della figlia, riprese a respirare e i suoi parametri vitali pian piano tornarono alla normalità. Si strappò la spina dall’impianto e prese tra le braccia la figlia/dottoressa.
«Rose mi senti?»
«Pucci-pà? Ma che hai fatto?»
«Sei tornata indietro! Non sei contenta? Non era quello che volevi di più al mondo?»
Zoe/Rose spalancò gli occhi. Si divincolò dall’abbraccio del padre e si mise a sedere. «Indietro dove?» Si guardò le mani. «Cos’è questo corpo?»
Le lacrime cominciarono a rigarle le guance mentre il padre le spiegava tutto. Fuori urlavano le sirene della squadra di emergenza.
Zoe si mise in piedi, traballante. Si guardò intorno, nello studio del padre, mentre l’espressione sempre più stravolta le deformava il volto. «Frank. Perché lo hai fatto?», chiese, mentre sentiva la nausea che le montava su.
«Era quello che abbiamo sempre sognato, no? Da quando ti ho ritrovato nell’Oltresogno. Per questo ci cercavamo!»
«Questo era il tuo sogno, papà! Non il mio!» Zoe/Rose si spostò verso la finestra in fondo alla stanza, mentre il padre la guardava con gli occhi lucidi per le parole che stava ascoltando. «Io avevo già coronato il mio, cinque anni fa, quando mi sono tolta la vita! Era quello che volevo. Non era depressione, non era un senso di perdita. Non era nessuna di quelle menate. Era quello che volevo di più! E tu mi hai riportato qui!» Zoe/Rose fissò il suo riflesso nel vetro della finestra. «E chi diavolo è questa donna? Cosa è successo a lei?» Appoggiò le mani sul vetro e poi la fronte. Il respiro appannava debolmente il vetro, un respiro rotto dai singhiozzi e dalla disperazione.
«Vedrai, Rose, devi solo abituarti.»
«Abituarmi a cosa?» rispose senza alzare la testa. «Ho la sensazione di aver appena indossato un vestito al contrario, di non essere giusta. Non mi riconosco e soprattutto non voglio essere qui. Mi hai intrappolato in questo corpo che non è mio, bloccata su questa terra, quando io invece volevo fare una sola cosa: volevo volare.» A quelle parole si interruppe, come per un’epifania. La sua mano si spostò delicatamente verso la maniglia della finestra.
La squadra di emergenza era nel corridoio. Savvy si girò verso la porta in attesa di vedere i paramedici.
Zoe/Rose ne approfittò: con un movimento rapido e veloce aprì la finestra e, repentina, salì sul davanzale. «Volevo solo volare!» sussurrò a suo padre, e si buttò nel vuoto, senza emettere un suono.
Frank rimase impietrito, in un crescendo di terrore e angoscia. Rose/Zoe era volata nell’Oltresogno, di nuovo.
Savvy chiuse la porta dello studio a chiave, mentre uno dei paramedici entrava nell'appartamento, si collegò al Bridge e avviò una connessione. Sarebbe stato lì, attaccato al Mondo dei Sogni a costo di friggersi il cervello pur di riportarla indietro ancora.
E ancora!

«Pucci-pà, sei tu?»

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greta.cerretti
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Re: Gruppo Greta Cerretti

Messaggio#3 » giovedì 27 luglio 2017, 13:58

Ciao a tutti. Per prima cosa complimenti ai semifinalisti.

Ho letto con attenzione i racconti e li ho commentati utilizzando lo stesso linguaggio delle schede di valutazione di Mondoscrittura. Può apparire a volte una scelta quasi "asettica" ma in realtà l’obiettivo è quello di restituire all’autore un feedback il più tecnico possibile, svincolato dal mero gusto personale.

Dal punto di vista strutturale, entrambi i racconti rispettano i canoni: si svolgono in un arco di tempo limitato e presentano un efficace ribaltamento finale.
Inoltre, gli autori sono riusciti a trasmettere l’atmosfera presente in DTS, anche se in modo del tutto differente. “Oltresogno” ti immerge in una visione accattivante del mondo “oltre” il mondo onirico, anche se lo fa utilizzando molti (forse troppi) “tecnicismi”; “Una vita non basta” cerca di utilizzare il dialogo per evitare gli ‘spiegoni’, ma le informazioni fornite da Cristina appaiono in alcuni punti didascaliche.


COMMENTO RACCONTO OLTRESOGNO:

Dal punto di vista formale, il testo è scorrevole, anche se non sono chiare alcune scelte redazionali: perché in alcuni punti la frase di Rose «Pucci-pà, sei tu?» è espressa tra le virgolette uncinate e altre tra parentesi? In particolare all’inizio e alla fine: crea confusione. La frase viene pronunciata da Rose, anche se in un'altra dimensione. Perché le parentesi? Cosa indicano? Le virgolette uncinate sono più adatte. Oppure la frase non viene pronunciata, ed è parte del sogno del padre: allora sono idonee le parentesi. Delle due, l’una. Da segnalare l’infodump: c’era la foto di sua figlia Rose, scattata pochi mesi prima che morisse. Sappiamo che era morta una figlia, qui lo si ripete, quindi il ‘sua figlia’ è pleonastico. Dal punto di vista tecnico, si rileva uno scarso utilizzo dello show don’t tell. Non potendo utilizzare il dialogo in molte porzioni di testo, perché i protagonisti sono da soli nello svolgersi dell’azione, si consiglia di massimizzarlo nei momenti di condivisione della scena.
Dal punto di vista del contenuto, il racconto è denso di emotività, ben contrapposta alla parte tecnica e scientifica relativa agli impianti e al loro utilizzo.

COMMENTO RACCONTO: UNA VITA NON BASTA

Il racconto ha un buon ritmo. Per quanto riguarda il punto di vista, l’utilizzo della seconda persona è sempre un rischio ma se ben giocata può essere vincente. In questo contesto aumenta lo straniamento della voce narrante, ma la scelta poteva essere massimizzata alternandola con una prima persona per il clochard, tanto più che nell’ultima frase prima di morire l’uomo passa proprio alla prima persona, ed è qui che l’efficacia del ribaltamento finale arriva al culmine.
La prosa è scorrevole. Dal punto di vista del contenuto, si poteva forse evitare la parte finale relativa alla morte di entrambi sui diversi giornali, in quanto il lettore lo ha già capito. Questo perché, per quanto riguarda la morte di Marco, più che chiudere gli interrogativi li apre: perché il corpo è in macchina? Il tipo di morte che lo colpisce è diverso da quella che infligge? Come arriva in auto, il suo amico lo ha lasciato lì? E via di questo passo, laddove invece l’ultima parte dovrebbe chiarire e chiudere tutti gli interrogativi sollevati.

Non è stato facile decidere quale racconto far passare, perché la qualità media è davvero molto alta per entrambi, e le note da me rilevate sono comunque suggerimenti per trasformare il buono in ottimo.

Alla fine il mio voto va a "Oltresogno", primo perché mi ha maggiormente ricollegata a Dimenticami, Trovami, Sognami e secondo perché la seconda persona in tutto il racconto “Una vita non basta” non mi ha convinta del tutto.

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Eugene Fitzherbert
Messaggi: 399

Re: Gruppo Greta Cerretti

Messaggio#4 » giovedì 27 luglio 2017, 19:03

greta.cerretti ha scritto:

COMMENTO RACCONTO OLTRESOGNO:

Dal punto di vista formale, il testo è scorrevole, anche se non sono chiare alcune scelte redazionali: perché in alcuni punti la frase di Rose «Pucci-pà, sei tu?» è espressa tra le virgolette uncinate e altre tra parentesi? In particolare all’inizio e alla fine: crea confusione. La frase viene pronunciata da Rose, anche se in un'altra dimensione. Perché le parentesi? Cosa indicano? Le virgolette uncinate sono più adatte. Oppure la frase non viene pronunciata, ed è parte del sogno del padre: allora sono idonee le parentesi. Delle due, l’una. Da segnalare l’infodump: c’era la foto di sua figlia Rose, scattata pochi mesi prima che morisse. Sappiamo che era morta una figlia, qui lo si ripete, quindi il ‘sua figlia’ è pleonastico. Dal punto di vista tecnico, si rileva uno scarso utilizzo dello show don’t tell. Non potendo utilizzare il dialogo in molte porzioni di testo, perché i protagonisti sono da soli nello svolgersi dell’azione, si consiglia di massimizzarlo nei momenti di condivisione della scena.
Dal punto di vista del contenuto, il racconto è denso di emotività, ben contrapposta alla parte tecnica e scientifica relativa agli impianti e al loro utilizzo.



Greta, grazie del feedback al racconto: non puoi neanche immaginare quanto valga per me!
Venendo alla questione Pucci-pà: le parentesi servono a far capire che quelle parole sono avvertite come un eco di quel che avviene nell'Oltresogno, non un vero e proprio sogno, perché Savvy non può sognare. Quando sono tra virgolette, sono le parole pronunciate da Rose. Il corsivo indica che Rose è ancora nell'Oltresogno, infatti quando finalmente 'torna sulla terra', suo malgrado, le parole sono normali.
La scritta finale è la summa di questi concetti: Savvy si è ributtato nell'Oltresogno e Rose gli parla nuovamente: Quindi virgolette, ma scritta in corsivo.
È una scelta confusionaria? Evidentemente sì, se tu l'hai percepita come tale ed evidentemente devo trovare una soluzione migliore che non faccia della grafica del carattere il suo punto di forza. Sicuramente, come ho già detto ad altri in precedenza, su questo racconto ci lavorerò ancora e farò tesoro di quando mi hai detto.

Info-dump e technicismi: lo so, mi sono lasciato prendere la mano, ma non credevo che fossero così preponderanti e li ho anche sforbiciati parecchio! La mancanza di dialoghi è secondaria alla natura stessa di Frank che è un solitario, mentre la dottoressa è assorbita dal suo lavoro. Non ho aggiunto altri personaggi secondari, per non diventare superficiale nella loro analisi a causa del limite di caratteri. Sistemerò ovviamente tutti i pleonasmi che mi hai segnalato.

Per concludere, ti ringrazio ancora per aver letto attentamente il mio racconto e soprattutto per avermi dato dei preziosi consigli che mi aiuteranno a migliorarlo.

PS: ti ho dato del tu finora. Potevo, no?

valter_carignano
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Re: Gruppo Greta Cerretti

Messaggio#5 » venerdì 28 luglio 2017, 15:19

Grazie del giudizio puntuale e dettagliato.
Riguardo la seconda persona, ero consapevole dei rischi ma, in quel momento, non ho 'visto' un'alternativa, non mi veniva da scriverlo in altro modo. Ora, staccatomi emozionalmente dal lavoro, non lo rinnego ma mi rendo conto che avrei potuto scrivere diversamente. Per me era in tutti i casi fondamentale che il pdv fosse lo stesso per i due protagonisti.
Riguardo gli ultimi due paragrafi, sono stato a lungo in dubbio se metterli o no. Se dovesse esserci occasione di revisionarlo, cercherò di migliorare questa parte e di correggere le criticità segnalate.
Grazie ancora.

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