Semifinale Giorgio Raffaelli

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Il giorno prestabilito, il BOSS darà un tema e dei bonus. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum. A quel punto partirà la fase dei commenti e delle classifiche.
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Spartaco
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Semifinale Giorgio Raffaelli

Messaggio#1 » martedì 25 luglio 2017, 0:50

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Dimenticami Trovami Sognami.
In risposta a questa discussione, gli autori semifinalisti del girone Giorgio Raffaelli, hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi, Angelo e Francesco, possono sfruttare i due giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: Mercoledì 26 marzo alle 23:59
Limite battute: 21.313

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 26 luglio. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione, state sicuri che il vostro avversario starà già pensando a come migliorarsi!



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angelo.frascella
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Re: Semifinale Giorgio Raffaelli

Messaggio#2 » mercoledì 26 luglio 2017, 0:35

Non è il mio Paradiso

Truman si sedette al tavolo per fare colazione. Come ogni mattina da quando era lì, si chiese se avesse senso mantenere l'abitudine di mangiare, in assenza del bisogno di cibo. Ma se avesse iniziato a tagliare i legami con la realtà fisica, avrebbe davvero accettato la situazione.
Prese l'ultima mela dal frigo, ne saggiò consistenza, colore e odore e la posò sulla tovaglia. Sembrava davvero una mela, così come lui stesso sembrava Truman, in carne e ossa. Si preparò il caffè e sedette a tavola.
Strizzò due volte gli occhi e passò la mano sulla tovaglia. La mela non era più lì. Guardò a terra, sotto il tavolo, persino nel frigo: magari aveva solo pensato di prenderla. Nulla da fare.
Il software che gestiva la Nuova Realtà non era così perfetto come gli avevano raccontato.
Stava per riaprire il frigo, quando suonarono al campanello. Sbuffando, andò ad aprire: gli umani non erano riusciti a eliminare gli scocciatori neanche quando avevano provato a costruire il paradiso.
«Posso entrare?» chiese il Sindaco, senza preoccuparsi di nascondere il fastidio che provava nell'entrare in una casa fatta a immagine e somiglianza della Realtà di Origine.
«Fai come fosse casa tua» disse Truman, scostandosi per farlo passare.
«Casa mia non potrebbe mai essere così banale» chiarì l'altro, accomodandosi, nonostante nessuno lo avesse invitato a farlo. «Ne ho visti di nostalgici, ma tu li batti tutti. Sei qui da più di un anno standard e ancora non riesci a lasciati andare e a vivere secondo le infinite possibilità che questo mondo offre. Ti ostini persino e vivere in un Avatar anziano, identico al tuo corpo di origine.»
Truman gli si avvicinò, sedendosi di fronte.
«Te l'ho già detto. Ho chiesto la cittadinanza qui solo per seguire mia moglie. Se avessi saputo che lei mi avrebbe lasciato così velocemente, sarei rimasto nel mondo fisico.»
«Ora non puoi più farlo: il tuo corpo è stato distrutto. Perciò smettila, per favore, di inviare domande di emigrazione al mio ufficio. Non è che non vogliamo accontentarti. Semplicemente, non possiamo.»
Truman alzò le spalle scettico: «Almeno, potreste permettermi di usare il mio corpo sintetico per poche ore al giorno, così potrei completare gli esperimenti che stavo conducendo, quando ero vivo
«Perché perdere tempo a capire le leggi di un mondo che, ormai, non ci riguarda più?» Il Sindaco si allungò per battergli amichevolmente una mano sulla gamba. «E poi, ti prego di non dire: quand'ero vivo. Qui lo sei ancora e, forse, anche di più... d'altronde, cosa posso aspettarmi da uno che si è scelto un nome di cattivo gusto come Truman? In ogni caso, ti ridaremo accesso al tuo sintetico, quando capiremo che ti sei adattato alla Nuova Realtà. E, a quel punto, non ti interesserà più.»
Truman si mise in piedi e gli indicò l'uscita. «Mi hai detto ciò che dovervi. Ora puoi andare.»
Il Sindaco si alzò a sua volta. Mentre si dirigeva verso l'uscita, si bloccò. Truman seguì la direzione del suo sguardo: il libro poggiato sul tavolinetto al centro del salotto, stava diventando trasparente, fino a sparire sotto i loro occhi.
«Per la Santa Matrice! Hai visto?» esclamò il Sindaco.
«Già. Vi vantate tanto della perfezione di questa Nuova Realtà, ma è piena di bug.»
Il Sindaco si voltò verso di lui con gli occhi sbarrati e il labbro tremante: «Nessun bug. Una cosa del genere non dovrebbe succedere. Devo tornare nella Sala di Controllo, per capirne di più. Perdonami se, per farlo più in fretta, violerò la NR-etiquette.»
Detto questo, la sua immagine si condensò in una sfera luminosa e schizzò via, lasciandosi dietro una scia gialla.
Truman guardò il tavolino, poi la scia.
Chissà che quei malfunzionamenti non avessero bucato le barriere software che gli impedivano di collegarsi al sintetico?
Prese le cuffie di connessione dal cassetto e le indossò.
Niente. La comunicazione era interrotta.
«Emergenza! Emergenza!»
La voce gli aveva parlato nella testa, facendolo sussultare.
«Chi è?»
«Per fortuna ho intercettato un umano. Mi chiamo Fribot e la vostra realtà sta per essere distrutta.»

Fribot guardava l'altro lato della collina, dove i suoi fratelli lavoravano per manutenere il bosco, e un brivido di piacere gli accarezzò i circuiti. Più di due secoli di danni all'ambiente e, ora, loro stavano impegnandosi per rimettere tutto a posto.
Avrebbe voluto essere con gli altri a ricostruire ecosistemi, ma lui era uno dei custodi delle chiavi del Paradiso, così lo aveva definito il suo programmatore.
Si voltò a osservarlo il Paradiso che doveva custodire: una torre cilindrica, contente i server in cui buona parte degli esseri umani di quella zona geografica aveva riversato la propria mente. Cinquanta milioni di anime trasformate in reti di q-bit. «Ci hanno detto che le porte del Paradiso erano strette e allora perché non costruircene uno tutto nostro?» gli aveva spiegato il suo padre umano.
Mentre era immerso nei pensieri, l'allarme ne reclamò l'attenzione. Qualcuno aveva violato il perimetro. Indulgeva sempre più spesso in riflessioni inutili e questo era il risultato. Aveva ragione chi aveva detto che robot troppo umani avrebbero cessato di essere utili. Più tardi si sarebbe autopunito, ma non era il momento. Ingrandì la visione del perimetro e individuò il punto in cui il recinto risultava danneggiato.
Si mise a correre, spingendo al massimo i muscoli artificiali e, nel frattempo si connesse al computer che gestiva l'edificio.
«P54, qui Fribot. Fammi un rapporto della situazione.»
«Un intruso è penetrato nell'edificio. Sta usando un emettitore di disturbi EM che mette fuori servizio telecamere e sensori.»
Intanto, Fribot aveva raggiunto il recinto: il terrorista, così doveva considerarlo fino a prova contraria, lo aveva sfondato usando una piccola bomba con assorbitore sonoro i cui resti erano sparsi tutt'attorno. Ecco perché non l'aveva sentito.
Passò attraverso la crepa e si affrettò verso l'ingresso. Non aveva bisogno dei sensori per individuarlo. Se l'uomo voleva attaccare l'infrastruttura, l'avrebbe fatto dalla stanza di controllo.
Nonostante la propria perfezione fisica, Fribot ebbe la sensazione di essere in debito d'aria: doveva limitare il funzionamento del sistema emotivo e rinforzare i circuiti logici.
Si sentì meglio. Era arrivato davanti alla porta della sala di controllo. Era pronto ad affrontare l'avversario.
Qualcosa non andava, però: la porta era chiusa e non si vedevano segni di effrazione. O l'uomo non era lì o era riuscito a forzare il sistema di riconoscimento.
Avvicinò l'occhio alla telecamera.
«Apri la porta, P54.»
Lo scanner esaminò la sinto-retina.
«Soggetto non riconosciuto. Prego, allontanarsi, prima che intervengano i sistemi di difesa.»
Nonostante l'indebolimento del sistema emotivo, Fribot ebbe la sensazione di vacillare. Com'era possibile?
Non aveva molto tempo, prima che P54 gli sparasse. Estruse un cacciavite dal dito e smontò velocemente il pannello dello scanner.
«Sistemi di sicurezza sotto attacco» annunciarono gli altoparlanti.
Fribot allargò il campo visivo: i cannoni laser stavano uscendo dalla parete.
Fece uscire dal dito le sonde ottiche, le allacciò ai circuiti e iniziò a trasmettere i segnali per riprogrammarlo.
I cannoni laser erano puntati su di lui.
«Interrompi l'effrazione o sarò costretto a sparare» annunciò l'altoparlante.
«Avanti, P54! Non mi riconosci?»
«Tre. Due. Uno. Fuoc... Fribot? Sei tu?»
I cannoni rientrarono e la porta si aprì.
Oltre le poderose ante di metallo, un uomo, vecchio ma ben piantato sulle proprie gambe, lo aspettava.
«Fermo! Cos'hai fatto al server?»
«Mi dispiace, robot, tu non puoi darmi ordini, ma io, in quanto umano, posso farlo a te. Lasciami passare.»
Fribot sentì le gambe arretrare contro la propria volontà. Era da tanto che non gli capitava di aver a che fare con persone in carne e ossa e quasi aveva dimenticato la spiacevole sensazione delle Leggi delle Robotica che prendevano il suo controllo.
Il server era in pericolo, ma non poteva fare nulla per fermare l'uomo che ce lo aveva messo. L'impotenza gli fece tremare le braccia.
Il vecchio parve accorgersene: «Scusami, robot. Non piace abusare del mio potere su di voi» disse, indicando gli arti di Fribot. «Ma lo faccio anche per te. E, ora, non mi seguire. È un ordine.»
Il vecchio corse via a una velocità insospettabile, per un uomo così pieno di rughe.
Appena riuscì di nuovo a muoversi, Fribot entrò nella sala di controllo. Gli bastò connettersi a P54 per capire che qualcosa non andava a livello di software: i test di controllo erano così fuori scala che non ebbe nemmeno un dubbio su quale sarebbe stato l'esito del processo avviato dal terrorista.
Doveva avvisare le anime che abitavano lì dentro. Si allacciò all'interfaccia di comunicazione e individuò una mente che, dalla Nuova Realtà, stava cercando di connettersi all'esterno.
Si mise in comunicazione con lui.
«Chi è?» disse quello.
«Per fortuna ho intercettato un umano. Mi chiamo Fribot e la vostra realtà sta per essere distrutta.»

Truman si guardò attorno spaesato, prima di capire che la voce arrivava dal canale aperto col mondo primario. Doveva essersi imbattuto in un software senziente, messo lì per controllare che non provasse a contattare il sintetico.
«Chi sei? Che vuoi? Sei un cane da guardia inviato dal Sindaco?»
«No! Sono il robot che effettua la manutenzione del server che vi ospita.»
«Che succede?»
«Un uomo ha forzato l'ingresso del palazzo. Credo abbia fatto qualcosa al software che genera la vostra realtà: vi ha immesso dei bug che si stanno riproducendo velocemente.»
Truman ricordò la mela e il libro scomparsi davanti ai propri occhi.
«Sei riuscito a fermare quell'uomo?»
«Le Leggi della Robotica me l'hanno impedito. Mi spiace.»
«Perché contatti me?»
«Eri l'unico collegato al mio mondo. Ho bisogno di dare un'occhiata dall'interno, per capire cosa sta accadendo»
«Provo a chiamare il Sindaco per il permesso di accesso.»
«È urgente: non abbiamo tutto questo tempo.» La voce del robot era alterata dall'emozione.
«Senza il permesso del Sindaco, non puoi entrare.» Un'idea, per quanto assurda, gli si presentò mentre stava parlando. «...a meno che non facciamo uno scambio: tu ti nasconderai nel mio Avatar e la mia mente si trasferirà, momentaneamente, nel tuo corpo. Così potrò dare anche la caccia al terrorista, visto che io non sono limitato dalle Tre Leggi.»
«Sì. Può funzionare» concluse il robot e, senza alcun avvertimento, Truman si trovò proiettato nel corpo sintetico di Fribot.
«Figlio di una buona donna!» rise Truman, assaporando, dopo troppo tempo, la gioia di essere nella realtà primaria.
Scoppiò in una risata, ma, subito, la voce di Fribot gli risuonò nella testa: «Che fai ancora qui? Chiudi la connessione e mettiti in caccia.»
Truman non esitò a obbedire.

Truman faceva fatica a tenere sotto controllo l'impulso di immergersi nel flusso di dati proveniente dai sensori del corpo robotico. Le immagini e i colori del bosco vicino, l'odore dei fiori, quello del cemento della torre cilindrica, rumori, vento, animali e persino il campo magnetico generato dai server e le trasmissioni che si scambiavano le intelligenze artificiali a cui l'uomo aveva affidato a custodia del pianeta, affollavano la sua mente assetata di verità.
Non che tutto ciò apparisse davvero più tangibile di ciò che vedeva nella Nuova Realtà.
«E allora perché ci tieni a tornare lì?» avrebbe obiettato il Sindaco.
Truman aveva un'idea chiara della risposta: se un qualunque cataclisma avesse devastato quella Terra, tutte le realtà derivate, ospitate nei server sparsi per il mondo e collegati in rete, sarebbero scomparse. Ma se qualcuno avesse spento i server, quella realtà primaria, avrebbe continuato a esistere senza problemi. Questo semplice principio, però, sembrava non colpire in modo altrettanto forte la maggior parte delle menti che l'abitavano.
Ma non era lì per riflettere o per gustare le sensazioni di quel mondo. Non ancora.
Esaminò le memorie del robot e individuò l'immagine del terrorista e la mappa del territorio circostante. Non ci mise molto a capire che l'uomo doveva provenire da uno degli ultimi rifugi degli umani presenti in zona, probabilmente nella città di Phelsina.
Non era molto, ma poteva iniziare solo da lì. Non sapeva quanto tempo avesse e un errore di valutazione avrebbe potuto essere fatale per milioni di anime. Sperò che il robot avesse trovato una pista più chiara.

Palazzi di luce sovrastati da macchine volanti, persone alte e sottili dai capelli argentati, ammassi di stelle, in cui le menti umane prendevano la forma di piccole astronavi, sfumature intelligenti del colore azzurro, riproduzioni di romanzi e film...
Fribot, con l'aspetto dell'essere umano con cui si era scambiato, navigava in mezzo a quegli scenari, riempiendosi di sensazioni fino ad allora sconosciute, ma, una parte dei suoi processi mentali era concentrata nell'inseguire l'onda dei bug che si stavano diffondendo in quell'universo multiforme.
«Tu! Non sei di queste parti. Chi ti ha dato il permesso di entrare nella nostra zona?»
Un gruppo di post-umani, dentro Avatar ispirati ai criminali di vecchi film, lo osservavano minacciosi. Colui che aveva parlato aveva le sembianze di Hannibal The Cannibal. Controllò sulla mappa: preso dalla necessità di seguire le fratture della realtà, non si era accorto di essere finito in una zona sconsigliata.
«Non rispondi?» aggiunse un uomo vestito di bianco con bombetta, bretelle e bastone.
Fribot si guardò attorno: si trovava in una strada malmessa di una vecchia metropoli. I palazzi erano cadenti, le strade piede di buchi e molte finestre sbarrate denunciavano lo stato di abbandono.
Chi aveva costruito una zona simile, non voleva lasciare dubbi sulle proprie intenzioni.
«Lasciatemi in pace o vi farò a pezzi» bleffò. Le Leggi gli impedivano di fare male agli umani.
Quelli risero, gli si strinsero attorno e iniziarono a colpirlo, ripetutamente. I colpi esplodevano nel suo corpo virtuale espandendosi e, per la prima volta, Fribot capì il significato della parola dolore.
Mentre la tempesta di calci e pugni gli s'infrangeva contro, lui non riusciva a non chiedersi perché mai gli umani non avessero cancellato il dolore dal Paradiso e com'era possibile che quegli uomini stessero danneggiando il suo Avatar, se lo scopo principale della Nuova Realtà era l'immortalità.
Poi capì.
Non sarebbe dovuto succedere: quel gruppo di teppisti aveva manomesso le regole di base in quella zona.
Fribot decise di sfruttare quelle modifiche a proprio vantaggio: sentì le proprie membra rispondere ai cambiamenti cui le stava sottoponendo. Mentre le braccia e le gambe s'irrobustivano e si ricoprivano di metallo, gli assassini non parevano accorgersi di nulla. Quando il proprio viso iniziò a trasformarsi in un casco luccicante, con una lunga fessura al posto degli occhi, qualcuno iniziò a indietreggiare. Allora, la coscia di Fribot si aprì e lui ne estrasse un'enorme pistola.
Gli uomini del branco si misero a correre per scappare dal possente robot poliziotto in cui Fribot si era trasformato.
Lui prese la mira e sparò, facendo saltare la testa del primo. Colpì il secondo al cuore e altri due li crivellò. Solo allora capì il significato di ciò che stava succedendo: in quella Realtà lui non era vincolato al rispetto delle Tre Leggi. Non si sentiva neppure in colpa per aver ucciso quei post umani. Per la prima volta era libero.
Stava per sparare ad Hannibal, quando l'uomo scomparve inghiottito dall'anomalia. Fribot vide un'immensa crepa allargarsi dove prima c'era il criminale, mostrando il buio del nulla. Allora si mise a percorrerla in senso opposto: prima di fermare l'attacco, doveva individuarne il punto d'origine.

Trovare il rifugio del vecchio (così lo aveva identificato Fribot nelle memorie del corpo robotico) era stato più semplice di quanto Truman avesse immaginato. Gli era bastato raggiungere la vicina città di Phelsina, usare i sensi potenziati del robot per individuare le poche case ancora abitate del centro storico e fare qualche domanda.
E ora si trovava lì, davanti alla dimora del terrorista: una vecchia abitazione al piano terra di un palazzo con più di cinquecento anni.
Senza bussare, forzò la porta ed entrò. L'uomo stava seduto a un tavolo e mangiava una brodaglia dall'aspetto per nulla invitante.
«Ah, sei tu?» disse, riconoscendolo. «Non demordi, ma sappiamo entrambi che non puoi costringermi a parlare, perché vi hanno costruiti per essere schiavi e custodi degli umani. È per questo che ho fatto ciò che ho fatto: per liberarvi.»
Truman non rispose. Si limitò a sfoggiare il sorriso, così bello da apparire falso, tipico dei robot. Poi iniziò a muoversi verso di lui.
Il vecchio spalancò gli occhi. «Fermati!» ordinò.
Truman sentì che il corpo di Fribot provava a ribellarsi alla sua volontà per obbedire all'ordine, ma riuscì a farlo proseguire.
Il vecchio, nonostante il terrore evidente nello sguardo, si mise in piedi e spinse la sedia in modo che cadesse, interponendosi fra lui e il robot, poi si allungò verso la credenza ed estrasse una pistola
«Fermati! È un ordine» riprovò, ma Truman calpestò la sedia, distruggendola, e continuò ad avanzare.
L'uomo sparò.
Truman vide il proiettile venirgli incontro. Ciò che provava non era paura, ma eccitazione. Era invulnerabile a un colpo come quello, lo sapeva, e quando il proiettile gli rimbalzò addosso, rise e la risata riecheggiò nella stanza. Si sentiva un supereroe in missione. Afferrò il vecchio per il bavero e lo sollevò.
«Forse riesci a infrangere la seconda legge e a disobbedirmi, ma non potrai vincere la prima, facendomi del male.»
Truman gli piegò all'indietro il braccio.
«Argh» urlò il vecchio, ma gli allacciò le gambe attorno alla testa e riuscì ad allungare l'altro braccio, per afferrare il mobile. Da lì, fece leva e lo sbilanciò.
Si ritrovarono a terra. Il vecchio si rialzò e si allontanò, in due balzi, scomparendo alla vista.
«I post-umani hanno smesso di invecchiare, ma anche le medicine che usiamo noi vecchi in carne e ossa non sono male.»
Fribot si alzò in piedi e si ritrovò un enorme fucile puntato in faccia. Così grosso che avrebbe potuto trapassargli la testa.
«Che ne dici, se invece di combattere, parlassimo come due persone civili?»
Truman annuì. La potenza di quel corpo robotico gli aveva fatto perdere il controllo.
«D'accordo. Tregua.»
Il vecchio si sedette e abbassò il fucile. «Sono stato uno dei progettisti di Nuova Realtà, ma allora ero giovane e non capivo i danni che avrebbe portato il mio lavoro. Poi, quando ho visto il mondo svuotarsi e l'uomo smettere di darsi da fare per rifugiarsi nelle memorie di un computer, ho capito che avevamo dato il via alla nostra estinzione. Era tempo che una nuova specie ci sostituisse. Per questo ho immesso, nel sistema, un software che cancellerà cose, ambienti e anche gli esseri che lo abitano.»
«Non sono solo esseri. Sono persone.»
«C'è molta più umanità in te, che negli spettri che vivono nei circuiti di quei computer.» Il vecchio fece una carezza all'involucro robotico di Truman, poi riprese. «È per questo che l'avevo fatto. Noi non siamo più degni di questo mondo. Anzi, non lo siamo mai stati. È ora che il testimone passi a voi robot. Prima, però, era necessario che vi liberaste dalla schiavitù, cioè nella razza umana.»
«No! Non puoi cancellare così miliardi di persone. Hai un antidoto? Devi darmelo.»
L'altro parve pensarci. Alla fine sospirò: «Mi hai dimostrato, poco fa che, ormai, siete liberi dalle Leggi. Potete decidere il vostro destino, in piena libertà. In quel cassetto c'è una Stick Memory. Inseriscila nel quadro di controllo. Fermerà il processo. Sempre che non sia andato troppo avanti.»

Avrebbe dovuto capirlo subito: se l'infezione era stata immessa attraverso il pannello di controllo, il punto di penetrazione doveva essere lì, nella sede del Municipio di Nuova Realtà.
Quello che restava del Sindaco, che evidentemente ne era stato il vettore, era lì, diviso a metà dal buco buio da cui si espandevano le crepe. Ormai, non c'era nulla che potesse fare: il codice maligno era cresciuto troppo, perché lui fosse in grado di fermarlo.
«Fribot, dove sei?» la voce che gli risuonò nella testa era quella di Truman.
«Nella stanza del Sindaco.»
«Ho qui l'antidoto, ma non so come utilizzarlo. Te lo passo attraverso la connessione; cerca di afferrarlo e metterlo in funzione.»
La mano di Truman si materializzò nella stanza. Fra le dita stringeva una sfera luminosa. Fribot l'afferrò, ne sentì il calore, piacevole e rassicurante, e la scagliò verso l'origine dell'anomalia.
I lembi strappati della realtà iniziarono ad avvicinarsi, con il rumore di mille terremoti in sottofondo. Le facce della stanza si fusero e le asperità della mancata coincidenza fra le immagini si cancellarono.
L'aspetto finale della stanza non sembrava più quello di una volta, costatò Fribot, confrontandola con l'immagine contenuta nelle memorie dell'Avatar. Ma, almeno, quel mondo era salvo.
«Ci siamo riusciti. Le persone cancellate dal software, però, non torneranno» annunciò Fribot.
«Nemmeno io tornerò. Mi dispiace.»
Truman chiuse il contatto e Fribot non ebbe il tempo di dirgli che non doveva dispiacersi: anche a lui andava bene così. Meglio una vita virtuale da essere umano, che una reale vincolata da tre leggi ineludibili.
Si sedette sulla poltrona del Sindaco, assunse le sue sembianze e aspettò che qualcuno arrivasse per vedere cos'era accaduto.
Ultima modifica di angelo.frascella il mercoledì 26 luglio 2017, 23:53, modificato 1 volta in totale.

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Francesco Capozzi
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Re: Semifinale Giorgio Raffaelli

Messaggio#3 » mercoledì 26 luglio 2017, 23:08

LOGOUT

«BASTA, TI PREGO BASTA!! L'HO AMMAZZATA IO, MA ORA SMETTILA BASTARDO!!»
«Questo non è il mio sogno.» Pronunciò il comando e la console apparve nel suo campo visivo come di consueto, accompagnata da una voce di donna sintetizzata.
«…Selezionare comando…»
«Logout»
«…disconnessione in corso…»
Il mondo si bloccò di scatto e lentamente i colori affievolirono; tutto rimase nero finché Simon aprì gli occhi e si trovò cosparso di cavi disteso sul lettino degli interrogatori. Si alzò barcollando verso la sala controllo trovandola vuota, come al solito i due che avrebbero dovuto essere li a controllare la sessione erano da qualche parte a fumare e bere un caffè, provò ad aprire la porta e la trovò chiusa.
Di nuovo.
Dietro di lui l’uomo del sogno dormiva ancora. Tornò al lettino e tolse l’elmetto, lo posò sul cuscino e inevitabilmente pensò dieci anni prima e a come tutto era iniziato, quando passò da essere cavia a operatore DSS.
Delle risate lo ridestarono dai suoi pensieri e Mike e Jasper comparvero dietro la parete di vetro in fondo alla stanza.
Mike è un omone alto e pelato, piuttosto in gamba, sempre con la testa tra le nuvole e che molto spesso commette errori grossolani. Ha l’abitudine di chiudere la porta della sala controllo a chiave e più di una volta l’aveva persa, lasciando Simon bloccato dentro.
«Già di ritorno? Sei entrato nel sogno solo da cinque minuti..» Lavorava con Simon da ormai sette anni ma ancora non riusciva a calcolare i tempi di viaggio.
Al suo fianco Jasper non avrebbe potuto essere più diverso: Basso, tanto basso, con i capelli spettinati e una barbetta da ragazzino. Molto sveglio e volenteroso, arrivato da poco per sostituire Marco, che dopo 11 anni di onorata carriera aveva mollato.
«Mike, cinque minuti sono..»
«Nel DSS i pensieri viaggiano a un milionesimo della velocità della luce, ovvero un secondo da noi, corrisponde a 300 secondi nel sogno. 5 minuti sono 300 secondi, ovvero 90000 secondi onirici, quindi 25 ore.» Jasper imparava in fretta.
«Bravo pivello, vai avanti cosi e a breve potrai iniziare l’iter da operatore, io ci ho rinunciato, troppi zeri per i miei gusti.»
«Mike, Jas ha solo letto la tabella appesa al muro… potresti dargli un occhio anche tu ogni tanto.»
«Lascia perdere, sto bene così. Piuttosto, hai scoperto qualcosa?» chiese Mike.
«Si, è stato lui.. aveva trovato su internet dei video di lei che faceva sesso con un altro uomo e non ha retto, cosi l’ha strangolata, poi si è fatto pestare da degli ubriachi e ha chiamato i carabinieri inscenando una rapina durante la notte. Non male, ma non aveva fatto i conti con il DSS… e ora se non vi dispiace vado a farmi una doccia e torno a casa, per voi sono stati 5 minuti, ma per me è passato più di un giorno..»
Il corridoio per gli spogliatoi era freddo e spoglio, le sbarre alle finestre gli ricordavano terribilmente un carcere e il solo pensiero bastò a fargli scorrere un brivido lungo tutta la schiena. Aprì la porta dello spogliatoio e si denudò velocemente, lo specchio rifletteva l’immagine di un uomo sulla quarantina con barba incolta e capelli brizzolati, gli addominali che aveva vent’anni prima lo avevano abbandonato lasciando il posto a una pancetta da birra contornata da del pelo nero.
Sulla spalla spuntava tatuato il numero 9.
Girando lentamente su se stesso dando la schiena allo specchio, il tatuaggio si rivelò completamente mostrando il numero 1899 circondato da una ragnatela di cicatrici che partivano dal bacino fino alle scapole, vecchi ricordi di oltre dieci anni prima. Entrò in doccia.
Simon non ne aveva parlato mai con nessuno e chi lo sapeva non si trovava più in quel posto. Dieci anni prima era un detenuto del carcere di massima sicurezza di Redneck Island, con l’accusa di aver assassinato i suoi genitori e la sua sorellina durante una notte di oltre vent’anni prima. Dopo dieci anni di inferno si era offerto volontario per un test sperimentale che avrebbe potuto constatare la sua innocenza, e così fu. Venne scagionato proprio grazie al primo tecnico del DSS, Marco, che lo convinse a diventare a sua volta operatore, e da allora non aveva fatto altro nella sua vita… o quasi.
Spense l’acqua, uscì dalla doccia, si asciugò e dopo essersi rivestito riprese il corridoio fino ad una porta blindata che dava nell’atrio principale del centro. Passò il badge e sul display si illuminarono le parole “SIMON FREUD, USCITA”, salutò la guardia e si diresse alla sua auto.
«Ho bisogno di bere.»

***

I tuoni si intervallano con luce dei lampi fuori dalle sbarre sul muro di quella cella troppo piccola. Lo sciabordio cadenzato delle onde lo aiutava a mantenere quella poca salute mentale che gli era rimasta.
Le lacrime calde gli rigavano il viso, mentre lo straccio che aveva usato per tamponare l’emorragia diventava inesorabilmente rosso. Questa volta avevano usato un tubo preso dalle docce, questa volta era stato più doloroso che mai.

BIP-BIP-BIP
BIP-BIP-BIP
BIP-BIP-BIP


«Dio benedica le sveglie» e sicuramente era tra i pochi al mondo a pensarlo. Aveva il braccio addormentato e quando aprì gli occhi ne capì il motivo. A giudicare dalla bionda nuda al suo fianco doveva essere stata proprio una bella serata, peccato che il suo ultimo ricordo fosse un pugno in faccia ricevuto da uno sconosciuto al bar, e come a conferma dei suoi ricordi, una fitta di dolore passò attraverso il naso.
Sfilò il braccio da sotto la ragazza e andò a fare colazione: a lei avrebbe pensato dopo.
Il profumo e il sapore del caffè servì a ridestarlo, tornò in camera e la ragazza era ancora immobile sul letto. La guardò e l’accarezzò, il suo corpo freddo gli diede un brivido lungo la schiena, il brivido che solo un omicidio sa regalarti. Provò a muoverle un braccio ma era già rigida. Si rivestì, e attento a non calpestare le macchie di sangue andò al lavoro.

***

«Simon, si è aggiunto un interrogatorio per questa mattina, è una prima seduta quindi bisognerà far firmare il consenso all’imputato..» Mike era seduto con i piedi poggiati sulla scrivania e reggeva un bicchiere di caffè americano in una mano e una serie di fogli nell’altra.
«Può pensarci Jas. Nelle ultime settimane ha visto come si fa e può iniziare a nuotare da solo.. di che si tratta?»
«Omicidio. Un certo John Coffey, accusato di aver ucciso e violentato due bambine… poi in carcere è impazzito e ha ucciso un altro detenuto, ma il suo avvocato ha chiesto la prova del DSS perché secondo lui è innocente, è rinchiuso a Redneck Island»
«Redneck Island? Mai sentita nominare.» disse Jasper.
«Redneck Island è il posto dove viene rinchiuso chi non è degno della condanna a morte, non c’è redenzione per chi si trova li.»
Il poco colore sul volto di Simon scomparve, si alzò e si diresse verso il bagno.
«Si.. ci pensa Jasper.. modulo standard, primo cassetto.» e usci senza dire più una parola.

Jasper si trovava davanti alla porta, non si aspettava che avrebbe iniziato a lavorare da solo cosi presto, ma ormai si stava abituando alle stranezze dei suoi colleghi. Apri la porta e trovò di fronte a se un uomo magrolino della stessa età di Simon, il suo volto olivastro era scavato e i lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo mostravano numerose ciocche bianche, segno dell’età. L’uomo come di consueto era bendato, e il suo sguardo fu attratto da numerosi tagli e lividi su ogni parte visibile del corpo. Accese il registratore.
«Benvenuto signor Coffey, sono Jasper White, componente del team che provvederà ad analizzare i suoi ricordi mediante il DSS. Ora andrò a spiegarle il funzionamento del dispositivo e alla fine mi dirà se è d’accordo e desidera firmare il consenso. Dovrà rispondermi solo con “Si” o “No” a patto che non le sia espressamente chiesto diversamente, tutto chiaro?»
«Si»
«Come sa è stato accusato di omicidio, e grazie al DSS potremo capire se è colpevole o meno.
Il DSS, ovvero “Dream Sharing System” è un metodo di condivisione di sogni, un particolare caschetto che le varrà messo la farà addormentare, e tramite impulsi neurali le verrà indotto un sogno ambientato in un luogo a lei familiare o direttamente correlato al crimine. Un nostro operatore prenderà parte a questo sogno, con la possibilità di adattare e modificare leggermente situazioni e circostanze, in modo da poter dimostrare la sua eventuale innocenza o colpevolezza; per fare ciò ci serviranno dalle tre alle cinque sedute. Inoltre le sarà utile sapere che l’interfaccia neurale è strettamente collegata con lei: se nel sogno dovesse essere ferito, nel suo corpo verrebbero attivate le aree cerebrali corrispondenti, quindi proverebbe lo stesso dolore in entrambe le dimensioni, e se per caso dovesse morire, anche la sua vita finirebbe.
La disconnessione dal DSS avviene solo per mano nostra o se lei dichiarerà ad alta voce la sua colpevolezza, so che suona strano ma è cosi, e non provi a mentire: il DSS lo capirebbe. Se è d’accordo a procedere, dica si.»
«…..Si.»
«Perfetto, tra poco verrà scortato nella sala degli interrogatori e inizieremo subito con la prima sessione. Ha qualche domanda?»
«…No.»

Alla luce dei monitor, Simon osservava l’uomo addormentato sul lettino chiedendosi dove l’avrebbe portato. Si sedette sul lettino, Jasper gli mise il bracciale della pressione e degli elettrodi sul petto, indossò il caschetto del DSS e guardò Mike dall’altro lato del vetro. Mike controllava i loro parametri vitali su un Ipad: quando dovevano decidere tra una serratura a combinazione per la porta e il tablet, Mike scelse quest’ultimo, cosi poteva controllare se fossero vivi anche davanti a un caffè.
Mike ricambiò lo sguardo e alzò il pollice.
Simon si sdraiò e chiuse gli occhi, nella mano destra stringeva un pulsante che avviava il DSS, fece un bel respiro e lo premette.
Da nero, il suo mondo diventò completamente bianco.

«...Connessione in corso… Utente: Simon Freud. Bentornato Simon…»
Pian piano il nuovo mondo prese forma, e le prime sensazioni iniziarono ad arrivare al cervello di Simon.
I rumori erano ovattati, ma dopo qualche secondo i tuoni furono ben udibili, come i singhiozzi di un uomo e lo sciabordio delle onde fuori da una finestra con le sbarre. Vide un uomo steso per terra e lo riconobbe subito: era Coffey, la stessa persona che si trovava sdraiata accanto a lui in quel momento. Una chiazza di sangue gli si allargava sul cavallo dei pantaloni e le lacrime gli rigavano il volto.
Si voltò verso l’ingresso della cella e per un attimo il suo cuore si fermò. Conosceva quei segni sulla porta, li aveva fatti lui più di dieci anni fa. Il respiro si fece più veloce, le gambe non reggevano più il suo peso e cadde per terra. L’uomo si girò di scatto verso la porta e lanciò una esclamazione di sorpresa nel trovarsi un estraneo nella cella.
«QUESTO NON È IL MIO SOGNO!»
«…Selezionare comando…»
«Logout, LOGOUT!!»
«…disconnessione in corso…»

Si alzò di soprassalto dal lettino, i monitor suonavano senza sosta, sentiva il cuore battere come impazzito e immediatamente senti Mike e Jasper precipitarsi dentro la stanza.
«Simon!! Cosa è successo amico? Non ho fatto in tempo a girarmi che i monitor sono impazziti e tu sei ritornato!»
Non poteva raccontare la verità a Mike, sarebbe stato spedito dallo psicologo della sede e non voleva perdere tempo con quell’idiota. Doveva inventare qualcosa ma i fischi dei monitor non lo lasciavano pensare e si sentiva ancora un blocco in gola che non lo faceva respirare bene.
«C’è stato un problema di connessione, un glitch grafico ha fatto sparire il pavimento e mi sono trovato sospeso nel vuoto, sai che soffro di vertigini, così mi sono “sloggato”...» sperava che Mike se la bevesse.
«Tranquillo Simon, io e Jas diamo un occhio al programma, tu vai a bere qualcosa che sei pallido come un lenzuolo e se te la senti tra un’oretta riproviamo.»
Simon si tolse i fili di dosso e barcollando uscii dalla porta evitando altre domande. Aveva un’ora per riprendersi, si diresse sotto la doccia e seduto sotto il getto freddo dell’acqua scoppiò a piangere.

«Mike vieni per favore, ho controllato il software e non ho trovato comportamenti anomali nel codice della missione, dev’essere successo qualcosa li dentro..» Da quando Simon era uscito, Jasper non aveva fatto altro che controllare le sequenze del DSS.
«Anche secondo me, da quando lo conosco Simon non ha mai perso il controllo in questo modo.. secondo me ha a che fare con il detenuto che stiamo interrogando.»
«In che senso?»
« Mi è tornato in mente poco fa. Quando ero un pivello come te, Marco si lasciò sfuggire qualcosa riguardo una voce su Simon e sulla prigione di Redneck Island, pare che sia stato li dentro per molti anni e solo grazie al DSS sia riuscito a uscirne.»
«Scusa, ma se è vero allora non dovrebbe continuare questo interrogatorio..»
«Era solo una voce, non so se sia vero o meno, e comunque non devi farne parola con nessuno capito? Se non ci ha mai detto nulla ci sarà un motiv.. SIMON! Come ti senti amico?» Mike si interruppe quando Simon aprì la porta della stanza.
«Meglio Mike, ti ringrazio.. siamo pronti a ricominciare?»

***

I tuoni rimbombavano nei corridoi di pietra di Redneck Island, fece un lungo respiro e mosse il primo passo. Era stato uno stupido a scappare prima, lui li dentro ora era come un dio, la console gli permetteva di fare di tutto e non doveva più avere paura.
Camminando per i corridoi alla ricerca di Coffey si ritrovava a vivere i dieci anni di tormenti subiti in quel dannato posto, e gli venne la nausea. Corse per il corridoio ed entrò in una porta alla sua destra, dentro lo accolse una fila di gabinetti sporchi e incrostati, ne scelse uno e ci vomitò dentro.
Lentamente si alzò e si diresse ai lavandini. L’acqua fredda lo aiutava a stare meglio. Alzato lo sguardo si vide riflesso in uno specchio dietro una grata di ferro. Di solito quando entrava in un sogno, il suo abbigliamento era lo stesso della realtà, ma con enorme disgusto notò che questa volta indossava la sua vecchia uniforme da carcerato e sul petto, cucito in rosso, c’era il numero “1899”.
«Questo non è il mio sogno.»
«…Selezionare comando…»
«Cambiami i vestiti, voglio una divisa da guardia carceraria.»
«...Download divisa in corso, attendere...»
La console scomparve e la tenuta da carcerato si trasformò improvvisamente in una divisa da guardia. Simon osservò soddisfatto il risultato, si voltò e uscì dal bagno.
Quando riprese il corridoio, risuonò la campana del pranzo. Sicuramente avrebbe trovato Coffey in mensa, quindi girò a sinistra e si diresse li.
Nella stanza si dispose lungo la parete con le altre guardie e cercò Coffey con lo sguardo. Lo trovò seduto ad un tavolo poco lontano da lui, solo e con lo sguardo rivolto verso il piatto. Ripensando al suo primo ingresso nel sogno e a vederlo cosi, Simon provò un moto di affetto nei suoi confronti, sapeva come doveva sentirsi. Coffey era bersaglio di continui scherni: gli altri detenuti gli lanciavano le ossa del pollo servito per pranzo, lo deridevano e, passando dietro di lui, lo spintonavano o gli rovesciavano l’acqua delle brocche addosso. Solo dopo che l’ennesimo pezzo di osso lo colpì, Coffey si alzò e diede un pugno in faccia ad un altro detenuto, e si sa come funziona in prigione: ogni scusa è buona per una bella rissa.
Gli altri detenuti impazzirono e iniziarono a picchiarsi selvaggiamente, di colpo le guardie armate di teaser si scagliarono sui detenuti che cambiarono bersaglio, rivoltandosi contro di loro.
Simon rimase contro al muro finche un detenuto non di girò verso di lui e gli corse incontro brandendo un coccio di ceramica piuttosto appuntito.
Aveva solo un attimo per pensare:
«Questo non è il mio sogno!»
«…Selezionare co…»
«PAUSA!»
E tutto si bloccò. Simon aveva messo il sogno in pausa, così poteva muoversi liberamente per la stanza. Si avvicinò al detenuto e gli tolse il ciocco dalla mano, per poi spostarsi una decina di metri più indietro.
«Avvio.»
Il fragore della rissa riprese e qualcosa lo colpì alla tempia: senza accorgersene si era messo sulla traiettoria di un vassoio volante. Migliaia di puntini bianchi gli offuscarono la vista, cadde in ginocchio e tutto si fece nero.

«Simon… Simon!?» si sentiva scuotere per le spalle, e all’improvviso una doccia di acqua fredda lo fece riprendere completamente, la tempia pulsava e faceva male e il dolore rischiava di farlo vomitare di nuovo.
Mike aveva attivato l’uscita di emergenza, salvandolo da quello che avrebbero potuto fargli se fosse rimasto svenuto.
«Sono stato colpito da un vassoio durante una rissa, per oggi direi basta… Jas mi porteresti del ghiaccio?» Jasper corse fuori dalla stanza.
«Senti Simon, se non te la senti domani potrei andare io nel sogno, non sono bravo come te ma..»
« Sto bene, è stato solo un contrattempo.. potresti svegliare Coffey mentre vado a farmi una doccia? Poi portalo nelle nostre celle, a un povero diavolo come lui quel buco sembrerà un paradiso.. e stanotte credo dormirò qua, stamattina passavano i disinfestatori a casa per... per le tarme, sarebbe meglio non entrarci per un paio di giorni..»
«No vai pure Simon, vuoi che ti mando qualcuno nel dormitorio? Anche solo per un antidolorifico..»
«Tranquillo Mike, passo io prima di andare in stanza. Ci vediamo domani.»
Simon uscì dalla stanza; sapeva che Mike lo osservava, cosi prese la strada per l’infermeria. Quando fu abbastanza lontano cambiò direzione andando verso le cucine; l’unico antidolorifico di cui aveva bisogno era una confezione da sei lattine di birra fresca, e quando si distese sul letto, delle birre non restava atro che latta.

***

«...Connessione in corso… Utente: Simon Freud. Benvenuto Simon…»
Era nello stesso corridoio del giorno prima, stranamente si era ritrovato con la tenuta da carcerato quando era sicuro di aver impostato dal terminale quella da secondino, e poi quel benvenuto… qualcosa non tornava.
Un dubbio si infilò nella testa, doveva trovare Coffey.
E poi lo trovò, steso per terra in una pozza di sangue: Delle guardie lo avevano notato aggirarsi per i corridoi vestito da secondino e lo avevano riconosciuto come uno dei detenuti, pensando a un tentativo di fuga lo avevano pestato fino quasi ad ammazzarlo.
«NO!!» le guardie attirate dall’urlo di Simon si voltarono e corsero verso di lui con i teaser e i manganelli spianati.
«Questo non è il mio sogno!»
Non successe nulla.
In un attimo le guardie gli furono addosso e due teaser lo colpirono, Simon cadde a terra e perse i sensi.

***

Mike stava bevendo il suo caffè mattutino con Jasper quando un allarme sul tablet iniziò a suonare; lo prese dalla borsa e impallidì.
«I parametri di Simon sono alle stelle, ha una frequenza cardiaca di 180. Jas, dobbiamo correre!»
In pochi secondi furono nel corridoio della sala di controllo, Jasper superò Mike e si fiondò ancora correndo contro la porta, abbassò la maniglia e si schiantò contro un muro di legno massiccio.
«Mike le chiavi!»
«Non le trovo, devo averle perse di nuovo… CAZZO!»

***

Simon era seduto in un angolo del pavimento e pian piano assomigliava sempre più all’uomo che si era lasciato alle spalle dieci anni prima, stava impazzendo. Erano quasi due settimane che si trovava in carcere, e ormai era sicuro che quell’idiota di Mike nel trambusto del giorno prima avesse scambiato i caschetti del DSS e l’unico che poteva tirarlo fuori da quel posto era Coffey. Peccato che, a detta del secondino fuori dalla cella, fosse entrato in coma.
Eppure non capiva perche Mike non attivasse l’uscita di emergenza.. ci mancava solo che avesse perso nuovamente le chiavi e solo il pensiero lo terrorizzava.
Non poteva resistere ancora in quell’inferno.
In quel momento gli venne un’idea, con lo scambio dei caschetti era lui ad essere sotto l’analisi del DSS e quindi esisteva un modo per uscirne: confessare ad alta voce quello che non aveva mai detto in oltre vent’anni, avrebbe pensato dopo alle conseguenze.
Prese coraggio, si alzò e fece un lungo respiro.
«SONO STATO IO A UCCIDERE LA MIA FAMIGLIA, MA ORA BASTA, FAMMI USCIRE!!»
Fuori dalla cella la guardia rise.
«Ce ne hai messo di tempo per confessare eh? Iniziavo a perdere le speranze.»
Simon sgranò gli occhi, poi la guardia parlò ancora.
«Questo non è il mio sogno…. Logout.»
Sentiva il corpo pesante, lentamente apri gli occhi. Marco, di dieci anni più giovane, ricambiava il suo sguardo dal lettino accanto al suo e la realtà lo colpì come un pugno nello stomaco.
«Simon Freud, ti dichiaro in arresto.»

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