Souvenir (di Serena Aronica)

La 65ª Edizione di Minuti Contati è una DEMO EDITON. La prima parte si è svolta come un contest parallelo alla Special 64ª Edizione, il Contest Live! Due scrittori, Marra e Marchese, hanno partecipato sul tema: Il passato è una bestia feroce, il titolo del primo thriller di Massimo Polidoro, Edizioni Piemme, il 28 febbraio 2015. E poi hanno lanciato la loro sfida agli altri partecipanti per il 4 marzo 2015.
Serena
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Souvenir (di Serena Aronica)

Messaggio#1 » giovedì 5 marzo 2015, 0:31

Souvenir
 
Le porte esplosero verso l'esterno. Venni spinto fuori, sotto l'abbacinante luce di un sole di mezzogiorno che brillava come una lampadina ad incandescenza. Mi schermai gli occhi con una mano. Ero assediato da giornalisti che ficcavano i loro microfoni in ogni pertugio. Ero certo che se avessero potuto me li avrebbero fatti ingoiare. Un vociare denso e compatto ondeggiava nelle mie orecchie.
“Assolto!”.
“Non colpevole!”
Curiosi, detrattori e gente pronta a lapidarmi, si accalcava sulla scalinata a guardarmi.
Mi sentivo confuso. Mi guardai concitatamente intorno e pizzicai con la coda dell'occhio il mio calvo avvocato che stringeva mani sudaticce. Rimasi appeso alla sua pappagorgia molle e ondeggiante.
Quasi avvertisse il peso del mio sguardo, si voltò. Si fece largo sgomitando tra la ressa. Aveva pozze scure sotto le ascelle. Ansimando mi afferrò per un braccio.
Mi lascia guidare giù per la scalinata, mentre ad occhi socchiusi mi lasciai lavare da quella luce, da quella folla urlante e dall'eco della mia assoluzione.
 
Quell'estate torrida consumò tutta la saliva di quelli pronti a giurarmi vendetta. I pugni offesi rivolti al cielo tornarono a sbrigare le faccende quotidiane e la gente mi archiviò.
La ragazzina stuprata e soffocata con un sacchetto della spesa in testa, scivolò tra le migliaia di corpi acerbi colti dalla morte prematuramente.
 
L'inverno fu gelido. Ray Cullen fu giustiziato la domenica prima di Natale. Lo avevano beccato con i pantaloni abbassati alle caviglie, mentre cercava di violentare una ragazzina asiatica di dodici anni. Gli caricarono sul groppone parecchie carogne, compresa quella con la testa sotto vuoto.
Ricordo che alle due in punto l'esecuzione ebbe inizio. Il vento ululava come un diavolo. Rimasi seduto nella mia poltrona con le braccia incrociate sul petto.
Attesi.
 
Il caldo è talmente soffocante, da sembrare una mano calda e umida premuta sulla mia bocca. Ho messo su parecchio lardo e le ginocchia mi fanno un male pazzesco, soprattutto quando dal fondo del cielo vedo grosse nuvole torbide. Becco il sussidio tutti i santi mesi, e ogni tanto passa a trovarmi una certa Ruth. Dice di essere un'assistente sociale. Entra e gironzola per casa camminando a scatti come una gallina vecchia senza la testa. Io di solito me ne sto seduto in cucina, a ficcare il cucchiaio nel gelato all'amarena. Mi piace succhiarlo via lentamente dal cucchiaio mentre la guardo.
Non ho molte visite e così mi affogo di televisione e snack.
 
Sono fradicio. Un temporale estivo mi ha sorpreso lungo la strada, mentre tornavo dal centro del paese. Avevo finito il mio gelato all'amarena.
Ho camminato piano. Il sacchetto della spesa stretto contro il petto. Ho guardato le grosse gocce di pioggia cadere pesanti nella polvere della strada. Il profumo della terra umida e bagnata mi ha dato alla testa, tanto che ad un certo punto non ho resistito e mi sono fermato. Mi sono inginocchiato lentamente ed ho leccato la strada polverosa.
 
Me ne sto fermo in cucina. Al buio. Gocciolo come un ghiacciolo sciolto.
Ho il fiato corto e sono duro e gonfio tra le gambe. Mi tira terribilmente. Una goccia si stacca da una ciocca di capelli slavata sulla mia fronte. Mi corre rapida in mezzo agli occhi, mi fa il solletico. Mi infilo una mano nella tasca destra dei pantaloni. Cerco il mio fazzoletto per asciugarmi la fronte. Lo tiro fuori e lo sollevo verso la mia testa.
Fuori tuona.
Mi piace.
In mano non ho il mio fazzoletto a scacchi. Ho un paio di piccole mutandine bianche da ragazzina.
Le annuso, poi le stringo nel mio pugno chiuso e le infilo nuovamente in tasca. Le spingo a fondo. Fin quando non le sento finire contro il sottile fondo di tela che le divide dal mio grosso arnese.
Ruth entra alle mie spalle e accende l'interruttore della luce.
Mi volto di scatto e la fisso estraniato. La mano destra trema nella tasca.
“Io sono stato assolto Ruth”.
“Ma certo”. Mi risponde gelida, beccando in giro per la cucina con lo sguardo.
La guardo zampettare fin sulla porta del salotto.
“E' stato Ray...” le dico di getto. “Io volevo solo un souvenir”.
“Ma certo Clancy”. Mi liquida con tono glaciale e si addentra tra le ombre del salotto.
“Assolto... sono, sono stato assolto”. Dico alla cucina vuota. Poi mi siedo e tiro fuori la vaschetta di gelato all'amarena dal sacchetto di plastica.



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ceranu
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Messaggio#2 » martedì 10 marzo 2015, 21:48

Ciao Serena.
Il racconto, per una scelta stilistica, scorre più lento di quanto necessiti. Non c'è un un personaggio con cui legare, ne tanto meno un'avventura da vivere. In pratica ci fai vedere uno stralcio di esistenza di questo maniaco. Forse è un po' poco.
Apprezzo il cambio di atmosfere rispetto alle altre volte, anche se temo che ti sia costato un po'. Nonostante si tratti di un racconto contemporaneo, resta quel sapore antico che contraddistingue la tua scrittura. In questa occasione ti ho trovata sottotono, tanto da incappare in ripetizioni e qualche frase un po' contorta.
Ciao e alla prossima.

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angelo.frascella
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Messaggio#3 » martedì 10 marzo 2015, 23:07

Ciao Serena.
Ho trovato il racconto stilisticamente sovraccarico e ridondante e spesso mi sono dovuto fermare e tornare indietro per capire quello che avevo letto, dall’altra parte un po’ povero dal punto di vista della trama. Come diceva Ceranu, non accade quasi nulla, se non la quotidianità di uno psicopatico fino alla rivelazione finale. La parte che ho apprezzato di più e proprio il paragrafo finale dove il tutto sembra acquistare ritmo e senso. 

Buona scrittura
Angelo

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marco.roncaccia
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Messaggio#4 » mercoledì 11 marzo 2015, 23:43

Ciao Serena,
trovo la voce narrante equilibrata e piacevole il tipo di linguaggio che utilizzi. Noto una maggiore scorrevolezza del testo rispetto all’altro tuo racconto che ho letto e ho commentato per il contest di Natale. Il personaggio è adeguatamente inquietante e il gelato che mangia la giusta ciliegina sulla torta. Non mi convince il procedere della narrazione per piccole scene distanti tra loro nel tempo. Alcune di queste sono accattivanti (quella iniziale e quella finale) mentre altre le ho trovate poco comprensibili (il protagonista lecca la strada polverosa? Perché? La pioggia non dovrebbe rendere la strada fangosa invece che polverosa?). Nella penultima, poi, mi sembra che il protagonista abbia le mutandine della bambina in tasca quando compare l’assistente sociale e non capisco perché si giustifichi con lei del souvenir.
“Quell’estate torrida consumò tutta la saliva di quelli pronti a giurarmi vendetta. I pugni offesi rivolti al cielo tornarono a sbrigare le faccende quotidiane e la gente mi archiviò”
Questo è il passaggio che mi è piaciuto di più. Complimenti.

Serena
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Messaggio#5 » giovedì 12 marzo 2015, 11:18

Salve ragazzi!!! Sto cercando di riprendermi emotivamente dalle vostre critiche lapidarie... abbiate un po' di pietà!!! Sono sempre una signora! Ho voluto scostarmi dal mio solito mood polveroso e decrepito (che resta comunque il mio grande amore!) per giocherellare con qualcosa di diverso. Per rispondervi: diamine, credo che anche un sociopatico viva una sua quotidianità! Ridondante? Mi sembra di essere stata fin troppo essenziale! La stada che lecca è ancora appena bagnata dalle grose gocce d'acqua, dunque ancora riarsa e assetata. Perché lecca la polvere? Non saprei... il matto è lui! Le mutandine le estrae dalla tasca per asciugarsi la fronte e in quel momento arriva Ruth... si giustifica con se stesso, non con lei. Ora vado a leggere i vostri... mai pestare i piedi ad una donna!!! Scherzo...

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erika.adale
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Messaggio#6 » venerdì 13 marzo 2015, 9:02

Ciao Serena, piacere di conoscerti.

Ho apprezzato le immagini che hai utilizzato in questo racconto, non banali ma utili e descrittive. Il mio modello è la scrittura più scarna che si può, ma in questo caso gli aggettivi non erano mai scontati. E mi è piaciuta l'idea della quotidianità folle, con i suoi gesti (forse) ingiustificati.

Non amo le ambientazioni gratuitamente straniere, dunque mi domando perché stiamo parlando di Clancy e Ruth e non di... Beppe e Luisa, per dire. Solo perché Ray Cullen può essere giustiziato e da noi un "Paolo Rossi" sarebbe all'ennesimo grado di appello? Mah. Ho sempre l'impressione che l'ambientazione straniera di personaggi stranieri, gestita da autori italiani, crei distanza con il lettore, come il "C'era una volta..." delle favole che proietta in un mondo fantastico in cui tutto è lecito.Oltre alla sensazione di "tuvuoifal'ammericano", che non mi entusiasma.

Comunque è senza dubbio una buona prova.

A rileggerci

Erika

 

Giulio_Marchese
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Messaggio#7 » sabato 14 marzo 2015, 11:29

Ciao Serena,

francamente mi sono sentito un po confuso dai cambi di punto di vista, a tratti non capivo bene cosa stesse avvenendo. Per quanto riguarda lo stile retrò sono contento di questo allontanamento perché francamente non mi piace molto. Purtroppo l'eco di quello stile si sente anche in questo pezzo solo che al contrario del solito è meno giustificato. Descrivere una giornata tipo di uno psicopatico che compie gesti normali non è una brutta idea solo a mio avviso era necessario creare una qualche empatia con il personaggio, in modo che, quando sul finale si svela la sua natura, il lettore resti di stucco. Forse è un po lento però si lascia leggere ed è scritto bene, non si può dire sia una brutta prova.

luca.pagnini
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Messaggio#8 » sabato 14 marzo 2015, 17:11

Ciao Serena!

La prima impressione che mi lascia questo racconto sono le fotografie: tante belle immagini curate nei dettagli (volevo mettere degli esempi, ma il racconto ne è talmente pieno da non sapere quale scegliere), purtroppo però la trama non è all’altezza. Abbiamo un pazzo che scampa alla forca, un altro che viene condannato anche per il suo crimine e un’assistente sociale che “gironzola per casa”, il tutto per scoprire che il pazzo numero 1 ha ucciso una bambina per le sue mutandine. Un po’ poco. Mi sembra quindi che questo racconto sia uscito come fosse un esercizio di stile, lasciando la trama e il soggetto in secondo piano. Per lo stile allora devo dire che forse è un po' troppo carico, però nel contesto regge. Della trama ho detto, per il soggetto, capisco che tu abbia scelto un’ambientazione statunitense per giustificare la pena di morte, però così facendo ti sei assunta quell’impegno di creare un ambiente a noi “estraneo”, impegno che, purtroppo, spesso non siamo all’altezza di rispettare, semplicemente perché l’ambiente creato diventa straniero solo nelle intenzioni, ma non lo è nel risultato. E’ il solito discorso sui tritarifiuti (esempio banale) che noi non abbiamo e, di conseguenza, nessuno inserisce mai in un racconto. Gli ambienti sono importanti (per me, fondamentali), se si creano solo dandogli un nome diventano un boomerang. In questo caso, al di là della pena di morte e dei nomi, non c’è niente che ci rimandi al mondo yankee, anzi, hai inserito un elemento forte (per le foto di cui sopra), il ghiacciolo, che tutto richiama alla mente fuorché il Texas o l’Alabama. Detto questo, se pena di morte dev’essere, attenzione a creare un mondo, così dettagliatamente descritto come hai fatto, che ci faccia però vedere l’America senza dirlo. Il tema è preso di striscio: qui di coinvolto e assolto c’è solo una persona soltanto.

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Peter7413
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Messaggio#9 » martedì 17 marzo 2015, 17:14

"Quell’estate torrida consumò tutta la saliva di quelli pronti a giurarmi vendetta"... Splendida frase, davvero. Sostituisci "quelli" con "coloro" ed è perfetta. Detto questo, il racconto mi ha soddisfatto. Con pennellate apparentemente disordinate tratteggi un protagonista seminandoci da subito il dubbio circa la sua reale colpevolezza. Il merito qui sta nel mostrarci gradualmente il suo essere deviato, la sua natura perversa, l'impossibilità della fuga da se stesso. Nella scena finale l'assistente sociale non ha visto la mutandina, l'aveva già seppellita in tasca, eppure le dice e ripete a se stesso "Sono innocente". E in parte l'affermazione è vera perché rispetto alla sua natura è innocente, non può farci nulla, nel deviare non è altro che se stesso.

Condivido con altri il disappunto per i nomi inglesi, ma in questo caso sarebbe sufficiente sostituirli, il senso del racconto non cambia.

Il tema è preso in pieno proprio per quanto ho esposto sopra circa la natura del protagonista. In sostanza, una prova più che buona.

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beppe.roncari
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Messaggio#10 » martedì 17 marzo 2015, 21:11

Ciao Serena, ben ritrovata. :-)
 
Difficile empatizzare con uno psicopatico pedofilo e stupratore. Forse non il personaggio migliore per narrare la tua storia. Certamente anche gli psicopatici hanno la loro quotidianità, come tutti. Ma proprio per questo, come succedere per tutti, diventano famosi e memorabili solo quelli interessanti come Hannibal Lecter, non trovi?
Domande sparse, come le tue scene.
Perché la scena iniziale? Mi pareva introdurre il racconto di un politico corrotto, ingiustamente assolto. Non ci ho visto l’accanimento di una folla rispetto a un processo per omicidio di minore con violenza sessuale.
Ambientazione in America. Perché? Per la pena di morte? Motivazione non sufficiente, non fa tremare per il protagonista, visto che l’ha fatta franca, non lo rende più sgradevole di quanto già non sia solo perché lascia morire un “non innocente” al suo posto.
Cosa mi è piaciuto? La gallina e la metafora che rappresenta, che becca e ribecca sulla colpa del nostro ingiustamente assolto.
“Il caldo è talmente soffocante, da sembrare una mano calda”. Ripetizione: “caldo / calda”.
Alla prossima! Non te la prendere per le critiche. Sei brava anche se questo racconto non è il tuo migliore. ;-)
 
PS
Azzeccato il titolo!

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marco.roncaccia
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Messaggio#11 » mercoledì 18 marzo 2015, 13:40

Ciao Serena,
scusa se ritorno fuori tempo massimo sul tuo racconto. O meglio sul linguaggio che utilizzi.
Ci tengo a sottolineare a costo di ripetermi che il cambiamento di registro rispetto al racconto natalizio si vede e la tua prosa ne ha guadagnato in scioltezza e in nitidità delle immagini che proponi. Secondo me faresti bene a non sottovalutare questa interessante evoluzione e a continuare in questa direzione la tua ricerca.
Scusa la ripetizione :)

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