Semifinale Adriano Barone

Sfida il BOSS Matteo Di Giulio, l'autore di La congiura delle tre pergamene, e i suoi due SPONSOR: Adriano Barone e G.L. Barone
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Spartaco
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Semifinale Adriano Barone

Messaggio#1 » mercoledì 4 ottobre 2017, 23:21

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Eccoci arrivati alla seconda parte de La Sfida a La congiura delle tre pergamene.
In risposta a questa discussione, gli autori hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare al loro SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che hanno passato il girone.
Quindi, Wladimiro Borchi, David Galligani e Sonia Lippi possono sfruttare i due giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: sabato 7 ottobre alle 23:59
Limite battute: 21.313

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 7 ottobre. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione, state sicuri che il vostro avversario starà già pensando a come migliorarsi!



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Wladimiro Borchi
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Re: Semifinale Adriano Barone

Messaggio#2 » giovedì 5 ottobre 2017, 8:12

Quotiens lapis in aquam cadit...

“Lo «strato» intermedio della perversione è, secondo Goldberg
quello della scissione. Essa parte dal disconoscimento di parti
del mondo che si considerano sgradevoli. Il soggetto produce una
visione della realtà privata di alcuni elementi disturbanti...
Una sorta di «cecità psichica selettiva» in cui le cose che generano
ansia o inquietudine vengono eliminate dal novero del visibile.”

(Manuale di psichiatria – Autori vari)



Suono metallico, fruscio.
Apro gli occhi sul buio della cameretta della casa di campagna. La vista si abitua alla penombra lasciandomi intravedere i contorni dello scarno mobilio. I rumori continuano, accompagnati dal respiro pesante di mio fratello che, ovviamente, collassato nel letto appoggiato alla parete opposta della stanza, non si è accorto di nulla.
«C’è qualcuno che armeggia alla porta giù.»
Diamine! Figurati se quello si sveglia. Quando dorme, se dieci ruspe sollevassero la nostra casa e la trasportassero in un'altra regione, se ne accorgerebbe dall’accento delle persone in strada il giorno successivo.
«Francesco, svegliati! C’è qualcuno che sta cercando di aprire la porta di casa!»
Macchè! Fratel cuor di leone è in catalessi.
Scommettiamo che, se gli rovesciassi il materasso e gli facessi sbattere il grugno per terra, tornerebbe nel mondo dei vivi?
Dove cavolo sono le ciabatte? Il pavimento è gelato.
Aaaaaah, Chissenefrega! Vado scalza, tanto ormai, più sveglia di così.
Ci scommetto una tetta che è qualche coglione di amichetto del ghiro di casa, che sta organizzando chissà quale geniale scherzo notturno.
Ragazzini… Dovrebbero essere chiusi in galera a nove anni e uscirne a diciassette. Solo così il mondo sarebbe un posto in cui vale la pena vivere.
Concentrati Letizia, due passi in avanti e cinque a sinistra e arrivi all’interruttore della luce.
Piano. Lentamente… Ricordi come fa male il comodino basso di Francesco sullo stinco, vero?
«Fiat lux!»
Click.
Camera in normale disordine. Letti sfatti, giochi della peste sparpagliati sulla scrivania, ma il dormiglione non è nel suo letto.
Se è stato mio fratello a svegliarmi, facendo chiasso davanti casa, giuro che stavolta lo prendo a sberle. Può andare a piangere da mamma quanto vuole.
Ancora due sferragliate dall'ingresso.
Possibile che i miei non si siano svegliati con tutto ‘sto rumore?
Il corridoio è buio, ma la porta della loro camera è socchiusa.
Dallo spiraglio filtra una sottile lama di luce, vagamente offuscata.
Sono svegli?
Oppure, unica alternativa plausibile, mamma si è addormentata, mentre leggeva, con la luce accesa.
«Papà… mamma…»
Niente.
Evidentemente vivo nella famiglia dal sonno più pesante della storia millenaria del torpore notturno.
Il corridoio non è perfettamente illuminato, ma alla porta dei miei ci arrivo facile.
Ahia!
Che palle! Sono inciampata in qualcosa.
Perché Sua Maestà il fratellino può lasciare le sue stronzate a terra in ogni diamine di posto.
Se un giorno cado, divento zoppa e nessuno mi sposa, lo rendo invalido a vita e, se per caso muoio, giuro che lo uccido.
Busso.
«Mamma… papà…»
Macché. Tutti nel mondo dei sogni in questa casa.
Ricorda, Letizia: la porta di mamma e papà non può essere aperta per nessuna ragione.
Che faccio? Contravvengo alla regola numero uno della convivenza civile?
Va be’ è un emergenza, se ci entrano in casa e rubano o, peggio, ci ammazzano…
Io apro.
Nessuno. Letto sfatto e luce accesa sul comodino di papà.
Ma dove diamine sono finiti tutti?
La luce fioca dell’abat jour fa sembrare il delizioso caldo eden, in cui da piccola venivo a rifugiarmi durante i temporali, l’anticamera della stanza delle torture di Jack lo Squartatore.
Click.
Luce accesa. Ora va decisamente meglio.
Che diavolo è quel pezzo di carta ingiallita sul comodino? C’è scarabocchiato qualcosa sopra.
«Per ch’io mi volsi, e vedimi davante
E sotto i piedi un lago che per gelo
Avea di vetro e non d’acqua sembiante.
Dante Alighieri»
Una terzina. Sicuramente è la Divina Commedia. Beh, se quest’anno avessi studiato un po’ invece di passare i pomeriggi con Monica a farmi di tutte le possibili droghe, probabilmente saprei di quale canto si tratta.
In ogni caso, non è affatto rilevante. L'importante è sapere che fine hanno fatto tutti i membri della mia famiglia nel cuore della notte.
Sulla pergamena c’è una specie di annotazione a mano, scritta in rosso, sembra la grafia di papà:
«Puttana, ti aspettiamo a Cocito!»
Bene. Adesso sono ufficialmente terrorizzata.
Che diamine è Cocito? E perché puttana? Papà ce l’aveva con me?
Altri rumori dalla porta di casa.
«Mamma… Mamma…»
Calmati Letizia! Stai gridando. Se i tizi là fuori si accorgono che sei sola e spaventata è pure peggio.
Mi chiudo in camera?
Sì. Così, magari, viene fuori che a far rumore sono i miei, giù con mio fratello e ci faccio la figura della scema.
Certo scendere in mutandine e maglietta è come gridare in faccia agli eventuali ladri:
«Prima di svaligiare la casa, divertitevi un po’ a violentare a turno la figlia grande!»
Allo stesso tempo però, se vado a mettermi qualcosa addosso, poi chi lo trova il coraggio uscire di nuovo dalla mia camera.
Dai…
Impugnare il coraggio a due mani e scendere questa cazzo di scala: imperativo categorico!
«Mamma…»
Buio. Nessuno.
Torno in camera?
I rumori sembrano finiti.
Mi muovo piano, non mi faccio sentire e controllo sia la cucina, che il garage! Se non c’è nessuno e manca l’auto, vuol dire che se ne sono andati da qualche parte. Magari qualcuno si è sentito male.
Certo potevano anche avvertire. Brutti stronzi!
Cucina deserta.
Non accendo la luce, tanto è abbastanza illuminata dai lampioni accesi all’esterno.
Manca il coltello grande dal ceppo, quello per la carne.
Mi manca l’aria, le ginocchia tremano e, a malapena, riesco a restare in piedi.
Respira Letizia, cerca di regolarizzare il battito cardiaco, non fare rumore.
Sto avendo una crisi di panico. Corro veloce, senza far rumore fino al garage, poi mi barrico in camera!
Signore, fa' che tornino papà e mamma, non mi far prendere, non mi fare ammazzare, ti prego.
Macché, la macchina è al suo posto, ma tutti gli strumenti da lavoro di papà sono gettati a terra alla rinfusa. Venivano da qui i rumori? Sono entrati in casa?
Fuori, oltre lo stretto vetro che dà sul retro della casa, la notte si illumina del bagliore di una torcia elettrica. Forse due.
Ancora quel rumore metallico.
Sono qua fuori, armeggiano alla porta.
Via! Di sotto non ci resto un minuto di più!
Adesso corro su, mi chiudo in camera e chiamo la polizia!
Salgo i gradini, due alla volta. Al diavolo il rumore, se riesco a barricarmi in camera possono sentirmi quanto vogliono.
Un po’ dovranno per forza metterci a sfondare la porta, arriverà un cazzo di qualcuno prima che riescano a entrare, un poliziotto, un carabiniere, uno stronzissimo vigile urbano...
C’è sangue a terra, davanti alla porta di camera.
Di chi è? Sono entrati?
Entro. Francesco, supino sul letto, occhi sbarrati, testa reclinata all’indietro oltre il bordo, gola squarciata, da cui ogni goccia di vita è gorgogliata. Il pavimento ne è coperto quasi interamente.

«Non devi dire a mamma della pipetta di vetro. No! Sono affari miei! Questa è una cosa seria. O te ne stai zitto o te la faccio pagare.»

«Mamma, ti giuro che non è mia. Non so come sia finita tra le mie cose. No! Ti ho detto che non prendo droghe! No! Non le faccio le analisi!»

La lama si infila a fondo nella gola, mentre gli occhi del ragazzino si allargano di stupore e disperazione, dinanzi all’ultima delle morti che si sarebbe mai aspettato.
«Parla ora, se ti riesce, pezzo di merda!»

Francesco è morto. Mi viene da piangere e ho gli urti di vomito. Le gambe non mi reggono. Ho paura di perdere i sensi.
Se fossero nascosti qua dentro?
Mi chiudo nella camera di papà e mamma?
Via, veloce e rapida come fossi a una gara.
La corsa si arresta su un ostacolo imprevisto. Perdo l’equilibrio e volo in avanti. Mi ritrovo a terra. Mani e faccia imbrattate di un liquido rosso, viscoso. Odore di ferro e ruggine su per le narici. Altro violento urto di vomito.
Papà, rannicchiato a pancia in giù, proprio in mezzo al corridoio, volto annegato nel suo stesso sangue, coltello da cucina infilato nella schiena.

«Papà, Francesco si sente male. Respira male. Vieni in camera. Corri…»
Il padre innamorato di sua figlia nonostante tutto, l’uomo pronto a morire per la sua bambina anche dopo quel terribile sospetto, il genitore orgoglioso, che ora immagina la sua piccola su qualche lurido marciapiede a vendere il giovane corpo in cambio di uno schizzo di «roba», passa oltre il nemico.
Non ha difese. Non può nemmeno immaginare di doverne avere.
«Prendi figlio di puttana! Muori, bastardo, non mi hai mai difeso, non mi hai mai voluto bene!»
La lama si infila tra costola e costola e arriva dritta al cuore.
Forse la vittima nemmeno se ne accorge quando la vita, di colpo, tutta assieme, l’abbandona.

Urlo.
Scivolando a piedi nudi nello schifo, che esce da quello che una volta era mio padre, corro verso la camera.
Mia madre seduta nel letto, schiena appoggiata alla testiera bianca, ormai quasi completamente rossa. Quello che resta della sua testa è reclinato di lato, dalla voragine aperta proprio in mezzo alla sua fronte fuoriesce una sostanza grigia, ormai nera di grumi induriti, che si spande sulla bocca, spalancata in una smorfia innaturale.
Sulla parete schizzi alti fin quasi al soffitto.
Il martello di legno insozzato di rosso è ancora nella mia destra. Pezzi di pelle e qualche capello ci sono rimasti avvinghiati attorno. La firma è davanti agli occhi del sottoscrittore.
“Puttana, ti aspettiamo a Cocito!”
Cocito, Caina: l’inferno dei traditori dei propri familiari.
Ora rammento tutto.
Al piano di sotto la porta d'ingresso viene spalancata.
Sono entrati. Sento i loro passi sulle scale. Non c’è scampo: non esiste un posto al mondo in cui io possa essere al sicuro. La meretrice di Satana è in trappola.
Segue il trambusto degli stivali di almeno quattro uomini che corrono nel breve corridoio alla mie spalle, poi arriva il grido:
«Polizia. Getta il martello! Alza le mani!»
Non ubbidisco. Non l’ho mai fatto. Non mi è mai piaciuto.
Mi volto.
«Getta l’arma, ragazzina, non mi costringere a far fuoco.»
Ridicolo, piccolo, stupido agente alle prime armi, con le sue gambette sbigottite che tremano più delle mie. Hai visto cosa ho fatto? Hai la minima idea di chi sia la dea con cui hai deciso di scontrarti?
Rido sguaiata e sollevo il mazzuolo, in quell’istante arriva lo sparo, preciso, impari, vigliacco, senza lasciare scampo.
Chiudo gli occhi, sapore ferroso nella bocca, odore di polvere da sparo. Il mio corpo cade, ma non sento più niente.
L’aveva detto la professoressa di lettere a lezione: l’inferno, alle volte, è circolare.


Suono metallico, fruscio.
Apro gli occhi sul buio della cameretta della casa di campagna. La vista si abitua alla penombra lasciandomi intravedere i contorni dello scarno mobilio. I rumori continuano, accompagnati dal respiro pesante di mio fratello che, ovviamente, collassato nel letto appoggiato alla parete opposta della stanza, non si è accorto di nulla.
«C’è qualcuno che armeggia alla porta giù.»
Diamine! Figurati se quello si sveglia. Quando dorme, se dieci ruspe sollevassero la nostra casa e la trasportassero in un'altra regione, se ne accorgerebbe dall’accento delle persone in strada il giorno successivo.
«Francesco, svegliati! C’è qualcuno che sta cercando di aprire la porta di casa!»
Macchè! Fratel cuor di leone è in catalessi.



Wladimiro Borchi
Ultima modifica di Wladimiro Borchi il sabato 7 ottobre 2017, 21:13, modificato 1 volta in totale.
IMBUTO!!!

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Sonia Lippi
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Sara la nera

Messaggio#3 » venerdì 6 ottobre 2017, 1:52

Luci rosse che si allontanano nella notte
il volto di una ragazza in lacrime.
Voci confuse
“Chi siete voi?Che volete da un povero pastore?”
immagini rapide
un ragazzo e una ragazza che scalano una montagna.
“Il pastore aveva ragione, ecco la grotta!”
I due ragazzi sorridenti che sfogliano un manoscritto
Un camper

la czhoani aprì gli occhi e guardò il vecchio:”questa visione è stata chiarissima.Il tempo è vicino”
“c'è qualcosa che possiamo fare?”
la donna roteò gli occhi e annuì,“aspettare!C'è un disegno del fato prestabilito da tempo, L'universo lo sta attuando.Abbi fede amico mio”
***
Avignone 6 settembre 1943
Carissima Jeanne,
grazie per le tue lettere, sono linfa vitale per un povero vecchio come me che ha vissuto la vita con passione, ma che purtroppo ultimamente non riesce più a contrastare questa infame malattia che lo ha colpito.
Sei sempre stata la mia più cara amica, la mia musa, la mia fonte di ispirazione.
Sei l’unica alla quale ho confessato i tormenti dell’ anima, sai tutto di me, tranne una cosa, un segreto che non ho mai rivelato a nessuno.
Ora che le forze mi abbandonano, ho il bisogno di condividere con qualcuno questo peso che mi porto dietro da troppi anni mia dolce Jeanne.
Ricordi quando ci conoscemmo? Mi chiedesti perché ero così attivo nel cercare di far ottenere al popolo Rom il diritto di onorare Santa Sara.
Beh mia cara, sappi che è proprio di questo che ti devo parlare.
Non posso scriverti altro, se riuscirai a venirmi a trovare ti dirò tutto altrimenti cerca Thiago Baliardo, un Manouche di origine spagnola, digli che il Marchese Folco de Baroncelli ti ha informata.
Spero di vederti presto
Tuo da sempre e per sempre Folco.


“Basta! Sarà la millesima volta che leggo questa vecchia lettera,” disse Sofia mentre seduta sul divano della stanza d'albergo a Sainte Marie della Mer, continuava ad esaminare un foglio stropicciato trovato anni prima dentro un libro.
Tutto era iniziato quando a quattordici anni, durante una noiosa visita ad una anziana zia di origine francese, aveva curiosato distrattamente in biblioteca.
Nel rimettere apposto un tomo di botanica polveroso con le pagine ingiallite e le figure disegnate, una busta ingrigita dal tempo gli era caduta in faccia, come se fosse stanca di essere ignorata e avesse trovato il modo per farsi leggere.
Si aspettava una lettera d’amore, o una missiva con qualche pettegolezzo piccante, ma mai avrebbe pensato che quelle poche righe scritte a mano con una calligrafia tremula, le avrebbero cambiato la vita.
Da quel momento conoscere il segreto del Marchese de Baroncelli divenne prima un gioco divertente e poi un autentica ossessione.
Aveva frequentato corsi di antropologia culturale, in particolare quelli che parlavano delle popolazioni nomadi e letto un infinità di libri sul marchese de Baroncelli, sulla sua amante amica Jeanne de Flandreysy e sulla festa gitana del ventiquattro maggio.
“Se oggi sono qui, al più grande raduno gitano, con i figli del vento che arrivano da tutto il mondo è grazie a questa lettera.Devo assolutamente trovare i discendenti di Thiago Baliardo. Muoviti Sofia hai un appuntamento!”
Ripose la lettera dentro la borsetta di stoffa multicolore, guardandosi fiera nello specchio rettangolare che rifletteva la sua figura intera.
Sembrava una zingara, con la gonna rossa, la camicetta bianca, il fazzoletto nero e oro che le teneva indietro i capelli corvini lunghi fino alla schiena, e uno scialle con grosse rose rosse comprato durante un viaggio a Granada qualche anno prima.
Era una giornata tiepida, con il cielo limpidissimo e un odore salmastro che aleggiava nell’aria.
Uscita dall’Hotel, controllò la cartina per poter arrivare al Museo de Baroncelli in Rue Victor Ugo, nelle vicinanze abitava la persona che doveva incontrare.
Con passo spedito in pochi minuti giunse alla sua destinazione, “come al solito sono in anticipo” disse guardando l’orologio.
La piazza era gremita di gente, così come tutti i vicoli e le strade della cittadina, molti gitani cantavano, suonavano e danzavano
“Cheli! Cheli Racli!”
Un gitano alto e sorridente la stava invitando dentro un cerchio di persone che battevano le mani a ritmo di una musica infervorata.
“Cheli Racli, Cheli, Cheli” continuava a ripetere il ragazzo in Romanì, “balla ragazza, balla, balla”, Sofia sorrise e si lasciò andare alla musica, ai colori, al ritmo, alle voci nasali che ripetevano parole in una lingua a lei sconosciuta.
Con la mano destra reggeva un pizzo della gonna e con la sinistra teneva la mano del giovane che la faceva volteggiare.
Dopo alcuni minuti si fermò, sorridente ma senza fiato, fece un cenno di saluto al ragazzo e continuando a battere le mani si allontanò.
Si appoggiò ad un muretto di schiena, buttando la testa indietro, respirando a pieni polmoni e facendosi accarezzare dal sole.
“Lacio Dive Cheli, bonjour belle fille!”
Sofia aprì gli occhi e vide la faccia sorniona del gitano con il quale aveva ballato.
Era alto, moro, con i capelli lunghi legati dietro il collo, e due occhi scuri e brillanti.
“Je ne parle pas français” disse Sofia, rispolverando quel poco di Francese che aveva studiato alle scuole medie,“Je suis Italien”
“Ah Italiana, non lo avrei detto. Ciao Sono Chico e tu? Sei in vacanza? Sei sola? sei brava a ballare!”
“Ei quante domande! Mi chiamo Sofia e sono qui sia in vacanza che per studio. Da qualche anno mi interesso alla festa di Santa Sara e alla vita del Marchese de Baroncelli” disse ancora con il respiro corto.
“una Gagè un po’ Rom! Proprio come il Marchese! ”e indicò il museo alle sue spalle, “il mio popolo gli è molto grato”
La ragazza fece un cenno di assenso “Parli bene l’Italiano per mia fortuna, come l’hai imparato?”
“Mia nonna è Italiana e con la mia Kumpania abbiamo vissuto qualche anno in Italia” Chico si guardò attorno ”sei sola? Non è buono per una ragazza bella come te andare in giro sola! Se ti va posso farti da pral buranete.” La prese per mano facendole l’occhiolino.
“Cosa è un pral buranete? “liberandosi dalla stretta e aggiustandosi bene il fazzoletto sulla testa.
Chico si appoggiò al muretto incrociando le braccia sul petto” Pral buranete in Romanì significa fratello maggiore, guida, insomma uno che ti aiuta e ti protegge ecco.”
Sofia imbarazzata cambiò discorso “ho un appuntamento a mezzogiorno qui di fronte, con Gabriel Varenne, un professore esperto di storia provenzale e del culto di Santa Sara!”
Vide Chico stringere leggermente gli occhi “lo conosco, è un impiccione! Ogni anno in questi giorni si aggira nei pressi dei nostri accampamenti, ha importunato delle donne allungando le mani. Perché lo vedi? Non mi fido di quella persona, mia madre dice che è un gagè melalo, un uomo sporco nell’anima. Io credo a mia madre è una czohani, come le chiamate voi? Streghe? Bè lei sa sempre tutto! ” la guardò intensamente e inclinò la testa di lato“ lascia stare il melalo, vieni con me.”
Sofia non era avvezza a dare così tanta confidenza a uno sconosciuto e poi voleva andare all’appuntamento: “sono anni che aspetto di avere un incontro con lui, e scusami, ma ci andrò!” Disse con voce più acida di quello che avrebbe voluto.
“Aspetta! Non volevo metterti paura, posso rimediare? “ e gli prese nuovamente le mani “Questa sera ci sarà una bella festa per l’inizio dei due giorni santi, mi piacerebbe che tu venissi”
Sofia rimase spiazzata.
Chico sembrava un bravo ragazzo, con lui come guida sarebbe stato più facile trovare i discendenti di Thiago Baliardo.
“Va bene Chico vengo, dimmi solo dove e a che ora!” disse con un sospiro, cercando di rilassarsi.
“Ti vengo a prendere! ho detto che ti faccio da fratello maggiore, quindi ti vengo a prendere.Troviamoci al tramonto qui al muretto”
“Va bene, ci sarò” disse sorridendo la ragazza mentre si incamminava verso la casa del professore.
Appena giunta suonò il campanello ma il portone era aperto e accedeva direttamente a un chiostro interno.
“Mademoiselle Nicoletti?” un uomo sulla cinquantina le sorrideva da una porta a vetri, era un bell'uomo, alto, robusto, con i capelli brizzolati.
Portava un paio di pantaloni marroni e una camicia bianca con le maniche arrotolate.
“Signor Varenne! Che piacere!“ Disse avvicinandosi.
“Venga signorina.” Sofia sorrise imbarazzata, mentre Lo storico gli porgeva la mano.
Entrò in un luminoso salotto, con tappeti colorati e due poltrone rosso bordò divise da un basso tavolino. Una libreria copriva quasi per intero le pareti della stanza e dalle finestre aperte giungevano le note di una musica gitana.
“Prego si accomodi” disse Gabriel con un forte accento francese indicandole una delle due poltrone con un gesto della mano e sedendosi sull'altra.
“Se avessi saputo quanto lei fosse graziosa, l’avrei ricevuta prima. Come posso aiutarla?” Sofia si sentì impacciata e imbarazzata, erano tre anni che cercava invano di avere un appuntamento con lui.
“Signor Varenne, sono felice di incontrarla, so quanto è impegnato, e mi scuso per l’insistenza, ho temuto che mi denunciasse per stalking” disse cercando di sembrare spigliata.
“Ho letto tutti i suoi libri, ma ho trovato particolarmente interessante quello che parla della vita del Marchese de Baroncelli “
“Ah si, nella sua ultima e-mail infatti accennava ad una missiva che lei pensa sia del Marchese giusto? Posso vederla?”
Sofia prese la lettera dalla borsa e la posò sul tavolo vicino alle due poltrone ”L’ho trovata anni fa in un libro di una mia parente. Il Marchese scrive a Jeanne de Flandreysy di avere un segreto legato alla festa di Santa Sara mai confessato a nessuno, ma non sono riuscita a trovare nulla di strano nella sua vita!E' per questo che l’ho contattata ”
Vide lo studioso cambiare espressione, sgranò per un attimo gli occhi e si schiarì più volte la voce prima di prendere la lettera.
Il professore accese una lampada per analizzarla contro luce. Studiò minuziosamente anche la busta e le sue mani tremarono leggermente prima di posarla nuovamente sul tavolino.
“Sembra autentica, anche se la scrittura è incerta la firma è sicuramente quella del Marchese.“
Gabriel sedeva in silenzio, picchiettandosi il mento con l’indice destro e con lo sguardo perso nel nulla.
“Professore scusi, ha una vaga idea di cosa possa essere questo segreto?”
Varenne girò lo sguardo verso di lei ”Vede signorina in alcuni racconti dei manouche della Provenza viene citato un uomo di nobili origini. Ho sempre sospettato che questa persona fosse il de Baroncelli, ma non ho mai trovato una prova concreta. Questa lettera però avvalora la mia tesi.”
“e di cosa trattano queste storie? “ chiese Sofia eccitata.
Varenne la guardò con un mezzo sorriso“ Lei ha letto i miei libri, quindi conosce la leggenda di Santa Sara giusto?”
Sofia si sentì come una scolaretta alla prima interrogazione “Si certo, Sara era una ragazza Rom che dopo che ebbe una visione dell’arrivo delle due donne che avevano assistito il Cristo sulla croce, le accolse stendendo il suo mantello ai loro piedi.
“Esatto! Ma esiste anche un’altra versione” disse avvicinandosi a Sofia, “dove le donne sono tre! Una è Maria Maddalena, e si parla anche di sua figlia Sara”.
“Si ma questo cosa c’entra con il Marchese de Baroncelli?” Sofia si sentì confusa.
“Beh qui in Camargue si racconta che un nobile che amava vagare a cavallo nelle campagne circostanti la sua tenuta, salvò una gitana dalle grinfie di due manigoldi che tentavano di stuprarla. La riportò alla sua famiglia e divenne amico fraterno del padre della ragazza. Un giorno L’aristocratico signore, convocò un professore di lingue antiche e lo portò all'accampamento. Dopo quella visita lo studioso non fu più lo stesso, dissero che era impazzito, farneticava sul Cristo e su un ipotetica sua prole fino a quando lo trovarono impiccato. Molto probabilmente fu un suicidio ma dettero la colpa ai rom, i quali per non incorrere in un processo, scapparono in fretta e furia. Mi sono sempre chiesto chi fosse questo nobile, e perché portò un esperto di lingue antiche all'accampamento.”
Sofia ebbe un intuizione, si alzò di scatto dalla poltrona e iniziò a passeggiare nervosamente su e giù “Beh è una storia interessante!Se il nobile fosse il Marchese, Thiago Baliardo il padre della ragazza, il segreto potrebbe essere il perché è stato ucciso o si è suicidato lo studioso di lingue antiche”
“Oppure, il segreto è il motivo per il quale è stato convocato un professore di lingue antiche” disse Gabriel eccitato.
Sofia guardò Varenne “devo trovare i discendenti di Thiago Baliardo, sono stata invitata ad una festa gitana questa sera, chissà se qualcuno mi darà le informazioni che cerco. Grazie professore è stato davvero prezioso”
Prese la lettera dal tavolino per rimetterla in borsa ma il professore le bloccò la mano.
Si girò, trovandosi a pochi centimetri dal viso di Gabriel, sentiva il suo profumo ma anche il suo alito caldo, il cuore iniziò a battere all’impazzata e una sensazione di paura la pervase.
Cercò di liberarsi dalla stretta del professore che gli stringeva sempre più forte il polso della mano destra.
“Professore ma che fa? Mi lasci andare!”
Varenne la strattonò in avanti, afferrandola per le braccia “Non dirmi che vuoi fare tutto da sola vero? Ti metto a conoscenza di quello che so e tu mi liquidi con un grazie arrivederci?” la sua voce era arrabbiata, gutturale, “non permetterò che una piccola sgualdrina italiana mi rubi la scoperta del secolo” la scagliò sulla poltrona, facendola sbattere sullo spigolo del tavolino.
Era terrorizzata, non riusciva nemmeno a gridare, la trasformazione improvvisa del professore l’aveva spiazzata, provò a rimettersi in piedi e corse verso la porta, il professore la raggiunse e la prese da dietro.
Le serrò il collo con il braccio destro e con l’altro le teneva la mano sinistra ferma dietro la schiena mentre la trascinava.
Sofia scalciava e cercava di divincolarsi, respirava a fatica, poi d’un tratto sentì un rumore secco, la presa intorno al collo si allentò mente un gemito usciva dalla bocca di Varenne.
Lo sentì accasciarsi al suolo, si girò boccheggiando e tossendo, e vide Chico in piedi davanti a lei che la guardava con in mano un coltello grondante sangue.
In preda al panico pensò di fuggire, ma le gambe erano pesanti e sentì le lacrime scenderle sulle guance.
Chico si tolse la camicia oramai sporca e con essa pulì sia il coltello che le sue mani, poi si avvicinò a lei e l’abbracciò.
Sofia iniziò a singhiozzare.
“Calmati ragazza, dobbiamo andare”
Alzò il viso e guardò Chico negli occhi “ andare dove? Il professore! Lo dobbiamo aiutare!Dobbiamo andare alla polizia, raccontare come sono andate le cose, tu come hai fatto a sapere che ero in pericolo?Insomma dobbiamo dire che mi hai salvato, oddio che guaio”
“Ma quale polizia, non ci crederanno! ti ho tenuta d’occhio perché avevo paura di ciò che Varenne poteva farti, ti ho detto che ha importunato le nostre donne.Dobbiamo andare via di qui, so io dove portarti ”poi dette un calcio all'uomo accasciato per terra” vedi? È morto, se non ce ne andiamo ci arresteranno, per favore fidati di me”
***
Il Camper era spazioso e profumava di lavanda e mentuccia.
I due ragazzi sedevano di fronte a cinque uomini anziani, con il viso solcato da grandi rughe.
Sofia aveva appena finito di raccontare loro tutta la vicenda, dal ritrovamento della lettera fino alla morte del professore.
Gli anziani discutevano animatamente, ogni tanto uno di loro la guardava intensamente.
“Dicono che mia mamma, la czhoani, aveva ragione” tradusse Chico per Sofia.
Lei lo guardò stupita “per favore mi sembra di vivere in un film dell'assurdo, cosa c'entra tua mamma?”
Chico si fece serio “Devi sapere che Thiago Baliardo era il pro zio di quel signore là” indicando il più vecchio di tutti.
“Thiago e la sua famiglia furono uccisi in un campo di sterminio nazista durante la seconda guerra mondiale, ma prima di essere deportati riuscirono a nascondere un prezioso manoscritto di cui erano i custodi. Sapevano di che trattava grazie al racconto orale ma ovviamente non sapevano tradurlo, così chiesero aiuto al Marchese. Mia madre ha delle visioni, mi vede con una ragazza gagè in un camper mentre sfogliamo un manoscritto”
“Scusa e perchè la gagè dovrei essere io? E di cosa parla il manoscritto?” disse Sofia in preda all'agitazione.
Chico scambiò qualche parola con gli anziani, che fecero un segno di assenso con la testa.
“Dicono che posso rivelarti tutto, ma per favore ascolta e non interrompere, quello che andrò a dirti è pura verità, anche se ti sembrerà assurda”
“Sono pronta a qualsiasi cosa, ho il diritto di sapere”
Chico le strinse una mano e le sorrise “Il manoscritto ha circa duemila anni e parla di un fabbro nomade di origine egiziana al quale fu commissionato di fabbricare alcuni chiodi poichè il giorno dopo dovevano essere eseguite tre crocifissioni, una era quella del Cristo.
Il Fabbro era angosciato perchè Gesù aveva guarito suo figlio e da allora era andato spesso a sentire i suoi insegnamenti, ma nessuno poteva rifiutare un lavoro commissionato dal prefetto della Giudea.
La notte, prima della consegna, bussò alla sua porta Giuseppe di Arimatea con in braccio una piccola bambina, le disse che era la figlia di Yhesua bar Yussef, e che temeva per la sua incolumità in quanto prevedeva persecuzioni anche verso i discepoli del Cristo, compresa Maria Maddalena, la madre della piccola.
Giuseppe di Arimatea era a conoscenza dell' imminente viaggio del fabbro verso un paese dell'impero romano, dove doveva consegnare dei bracieri per il tempio di Ra, così gli chiese di portare la bambina con se e concordarono che se la madre della piccola si fosse salvata lo avrebbe raggiunto in quella località.
Quel paese era Notre dame de Ratis, l'antico nome di Sainte Marie de la Mer, qui esistono ancora delle rovine di un oppidum priscum Ra, ovvero una fortezza tempio dedicato a Ra.
L'uomo accettò e portò con se la bambina, che amò come una figlia.
Sara, questo era il suo nome, con il tempo manifestò delle doti di veggente.
Una notte sognò l'arrivo di un imbarcazione proveniente dalla Giudea con tre donne a bordo.
La mattina si precipitò al porto e vedendole arrivare, stese il proprio mantello ai piedi delle tre donne, Maria Josè, Maria Salomè e Maria Maddalena, sua madre.
Questa è la vera storia di Sara la nera, capisci perché è importante ritrovare il manoscritto? Mia madre dice che lo ritroverò insieme a una ragazza non di etnia Rom, e tu sei l'unica gagè che io abbia mai portato nella nostra Kumpania.”
Sofia era stordita, ancora non riusciva a crederci.
Il ragazzo aggiunse “dobbiamo partire al più presto, lo capisci? Se trovano il corpo del professore potrebbero risalire a noi, ci arresteranno e il manoscritto potrebbe non essere più ritrovato”
Sofia chiuse gli occhi massaggiandosi le tempie “e la mia roba? E i miei genitori? Non posso sparire così!”
Chico parlò nuovamente con gli anziani, che chiamarono un ragazzino di circa dodici anni al quale impartirono degli ordini, o almeno così sembrò dal tono della voce.
“Tutto sistemato” disse Chico sorridente,"quel ragazzino sa bene come recuperare dei bagagli in una stanza d'albergo, e per i tuoi genitori non c'è problema, troveremo il modo di avvertirli. Vedrai al nostro ritorno tutto sarà sistemato, anche la brutta storia con Varenne.”
Poi le prese le mani e la guardò negli occhi” Santa Sara ha scelto te per ritrovare il suo manoscritto e per rendere pubblica la sua storia, vuoi iniziare questo viaggio con me?”
la voce di Chico era dolce e i suoi occhi scintillavano, Sofia era combattuta, lasciare tutto per iniziare una nuova avventura o trovare il modo di fuggire e andare alla Gendarmerie francese?
Scuramente su una cosa Chico aveva ragione, non gli avrebbero creduto, e poi a ventitrè anni partire per una missione impossibile la stuzzicava tantissimo.
***
Appena dopo il tramonto il fuoco nell'accampamento era alto e la musica infervorava gli animi.
Una moltitudine di persone cantava e ballava, molti ridevano, i bambini giocavano e si rincorrevano.
Tutti erano al falò, meno che un vecchio, che seduto su un tronco al limitare del bosco, rimase a guardare un camper fino a che vide le luci rosse dei fari posteriori svanire, inghiottiti dalla notte.
Per mesi non avrebbe avuto più notizie di quei due giovani, come se fossero scomparsi nel nulla.
“Lacio Drom” sussurrò fra se sorridendo.
***
“Ei czhoani, per chi stai cucinando tutto quel cibo?"
la donna sorrise “guarda la strada!”
In quel preciso istante un camper parcheggiò a pochi metri da loro.
Il ragazzo alla guida scese con un balzo, si guardò attorno e sorridente corse verso la donna
"Mama!Berorj adaj, sono tornato!”
la czhoani aprì le braccia e il ragazzo ci si tuffò dentro avvolgendola in un grande abbraccio “so che è andato tutto bene, so che avete trovato il manoscritto e so anche che avete trovato l'amore” disse la donna con voce compiaciuta.
Chico sorrise e la guardò negli occhi” sai sempre tutto Mama!il manoscritto è al sicuro,a breve sarà pubblicato.Mi sei mancata mama!”
La czhoani si liberò dall'abbraccio, il suo sguardo puntava di nuovo verso il camper, in quel preciso momento la porta si aprì e scese Sofia, con in braccio qualcosa avvolto in una coperta.
Giunse davanti alla donna,“questo però mama, non lo avevi predetto!”
la veggente scostò un lembo della coperta e il viso gli si addolcì.
“Tesoro,Sapevo che mi avreste reso mamì! Solo una cosa non so, come avete chiamato questa dolce meraviglia?”
Chico e Sofia si guardarono,“ Sara!” dissero abbracciandosi.

Sonia Lippi

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Spartaco
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Re: Semifinale Adriano Barone

Messaggio#4 » venerdì 13 ottobre 2017, 8:48

Ecco a voi i commenti di Adriano Barone con la proclamazione del vincitore che andrà in finale.
Non sono coinvolto in prima persona ma, forse per questo, trovo i suoi commenti molto utili per gli autori.

Commenti in ordine sparso:

Quotiens lapis in aquam cadit…

Usiamo un linguaggio più verosimile, per favore. Ad esempio, al giorno d’oggi chi dice “Diamine”? “Il grugno?” Anche perché poi si usa – più verosimilmente – la parola “coglione” (sono solo esempi, ma per capirci…). Dunque: linguaggio più verosimile e livello linguistico costante, non passiamo dalla Crusca a Rho nel giro di due righe, anche perché poi la caratterizzazione del personaggio ne risente.
In generale, un po’ di eccesso di esposizione.
Buona l’atmosfera e il capovolgimento di prospettiva (anche se sarebbe meglio eliminare la citazione iniziale perché fa capire subito dove si va a parare). Compiuto il finale, che tramite un elemento ripetuto un paio di volte nella narrazione giustifica il loop.

Sara la nera
La punteggiatura, cristo, non è un’opinione, né un’optional. E si lascia uno spazio dopo il segno di interpunzione. E ho visto davvero scritto “apposto” tutto attaccato invece di “a posto”.
In una frase il soggetto cambia, ma non viene indicato.
Non si capisce bene perché Sofia si appassioni così tanto alla vicenda, non è chiarissimo perché sia importante che il manoscritto sia trovato e pubblicato, e soprattutto accade molto poco, dato che la “mythology” del racconto è complessa, e quindi richiede dialoghi espositivi che si mangiano parecchio spazio in un racconto così breve. La fanciulla viene cavata dall’impasse da un cavaliere: basta, ci piacerebbero principesse che si salvano da sole. La trama contiene qualche elemento di interesse, ma motivazioni dei personaggi e i passaggi da uno step all’altro dell’indagine/quest meriterebbero molto più spazio delle poche righe ad essi dedicato.
Interessante parlare del folklore zingaro, solitamente ignorato.

Quello che resta
Asciutto e disperato. Qualche elemento di contestualizzazione storico-ambientale sarebbero stati utili e avrebbero aiutato la comprensione, ma è comunque genuinamente deprimente e nichilista, e scritto senza fronzoli. Winner.

Passa il turno e vola in finale: Quello che resta, di David Galligani

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Wladimiro Borchi
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Re: Semifinale Adriano Barone

Messaggio#5 » venerdì 13 ottobre 2017, 9:14

Vero, cazzo! Vero, vero, vero, Acciderbolina!
Peccato non essersene accorti prima.
Consigli davvero preziosi.
Felicissimo che sia andato in finale il Gallo, che, oltre a essere un amico, aveva scritto il mio racconto preferito del girone.
Grazie mille e alla prossima sfida!
W
IMBUTO!!!

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