Semifinale Andrea Franco

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo novembre sveleremo il tema deciso da Franco Forte. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Franco Forte assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Andrea Franco

Messaggio#1 » venerdì 1 dicembre 2017, 18:36



Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Cesare il conquistatore.
In risposta a questa discussione, gli autori semifinalisti del girone Andrea Franco, hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi Eugene Fitzherbert e Andrea Montalbò possono sfruttare i due giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: domenica 03 dicembre alle 23:59
Limite battute: 21.313

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 03 luglio. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione, state sicuri che il vostro avversario starà già pensando a come migliorarsi!



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Eugene Fitzherbert
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Re: Semifinale Andrea Franco

Messaggio#2 » sabato 2 dicembre 2017, 23:22

Cozy Airways
Di Eugene Fitzherbert


1.
«Volate con Cozy Airways, e non vi accorgerete di essere arrivati! Mi stanno prendendo per il culo.» Cercavo invano di infilare il mio metro e novanta tra i sedili dell’aereo.
Silvia, la mia ragazza, mi guardava a metà tra il divertito e il preoccupato. «Vuoi scambiare posto?»
«No, così sono al lato corridoio e posso mettere fuori una gamba.»
«Almeno il volo è breve.»
«Diciamo anche che era l’unico notturno e soprattutto uno dei biglietti era gratis
La frase sul prezzo attirò l’attenzione del terzo occupante della nostra fila di sedili, un ragazzo secco come un chiodo, che continuava a tirare su con il naso. Smise di guardare fuori dal finestrino e si rivolse Silvia: «Quando qualcosa è gratis, il vero prezzo sei tu. Ricordatelo.»
Questa perla di saggezza ci lasciò di sasso, tanto che rimanemmo in silenzio.
Il ragazzo era visibilmente nervoso, gli tremava una mano e continuava ad ammiccare frenetico con metà della sua faccia. I tic e gli scatti con cui si muoveva lo rendevano quasi inquietante. «Questa compagnia nasconde qualcosa. Questo è il mio quinto volo e ogni maledetta volta mi sono trovato a dormire dall’inizio alla fine.»
«Ed è una cosa brutta?» chiesi perplesso.
«Non è normale. Io non dormo mai sui voli. Mai.» Si fermò un attimo per strofinarsi il volto. «Ma stavolta sono arrivato preparato: ho bevuto solo caffè da stamattina e sono già alla quinta Red Bull. È praticamente impossibile che riesca ad addormentarmi. Sono elettrico
«Vedo…» Cercavo di staccarmi da quella conversazione, mentre Silvia si isolava con il suo album da disegno.
«Mi chiamo J-Mark, è il mio nick da youtuber.»
Mi limitai ad annuire, e lui, d’altronde non aspettò che mi presentassi. Si rimise a sedere, la schiena dritta, lo sguardo fuori dal finestrino. Aveva preso a masticarsi le unghie, quando una hostess bruna si avvicinò nella sua divisa blu e oro e gli offrì di spostarsi più avanti.
Lui la seguì di buon grado, e allontanandosi, mi sussurrò: «C’è qualcosa di strano, visto? Mi temono.»
Nel frattempo, l’altra hostess bionda stava terminando la sua dimostrazione di sicurezza: «Signori, vi prego di spegnere i vostri telefoni cellulari. Su questo volo non è permesso neanche la modalità aereo, perché potrebbe interferire con le apparecchiature per il volo notturno. Ora abbasseremo le luci in cabina. Se lo desiderate, potete utilizzare le luci di cortesia sopra la vostra testa. Grazie per aver scelto Cozy Airways. E non vi accorgerete di essere arrivati!»
Silvia si immerse nel suo mondo di carta ruvida e grafite. Dopo un bacio un po’ storto, tirai fuori un romanzo di China Mieville.
L’aereo stava rollando pronto a decollare.

2.
Una vibrazione insistente sulla gamba mi svegliò di soprassalto. Oh cazzo, ho scordato il cellulare acceso! Cercai di tirarlo fuori dalla tasca, sperando di farlo prima che cominciasse a suonare davvero.
Lo sfilai trionfante: era solo un allarme!
Mi accorsi in quel momento di essermi addormentato senza accorgermene. Wow! Diedi di gomito a Silvia per spiegarle che figura di merda stavo per fare, e la vidi addormentata, la testa un fagottino arruffato di capelli rossi affondata tra le braccia conserte. Russava leggermente. Non resistetti alla tentazione: richiamai la fotocamera con fare sornione e la puntai sulla mia ragazza.
Dal display del telefono vidi che Silvia era appoggiata al tavolino del sedile, ma intorno a lei stavano emergendo dei tentacoli di plastica fibrosa, ricoperti di muco. Alcuni erano arrivati alla sua giacchetta e la accarezzavano, uno più audace aveva raggiunto una ciocca di capelli e ci stava giocando con fare annoiato. Il sedile era un ammasso globoso di carne e plastica e metallo.
Avevo i conati di vomito. Spintonai vigorosamente Silvia per svegliarla e lei riemerse con riluttanza, gli occhi non proprio a fuoco, un’espressione di sorpresa malinconica, come se si fosse staccata da qualcosa di bellissimo.
«Silvia! Non so che cazzo stia succedendo ma è tremendo. Forse è solo il mio cellulare che fa un po’ di casino oppure…» La presi per un braccio. «Guarda qui! Forse facciamo prima.»
Le misi davanti agli occhi il telefonino e lei in un attimo strabuzzò gli occhi. «È un’app di realtà aumentata?»
«Eh? No, no. È la fotocamera. È incredibile, ma comincio a credere che il folle di prima avesse ragione. C’è qualcosa che non va. Vedi: è tutto un casino. Le tendine sembrano fatte di pelle: si vedono le venature, dio santo! E guarda il percorso luminoso: dentro ci scorre del liquido…»
«Andre’, non è che ti sei fumato qualcosa, no? Mi sembri un po’ in paranoia. È un aereo e forse il tuo cellulare è buggato o chissà che. Peggio per te che compri i china-fonini.»
Avevo la sensazione che fosse tutto vero ma effettivamente era difficile da credere. Inquadrai nuovamente i passeggeri intorno a me, profondamente addormentati, circondati da quei dendriti pulsanti, che violavano i loro corpi. Sembrava che l’aereo si stesse nutrendo. «Allora, facciamo così: andiamo in cabina di pilotaggio e raccontiamo tutto al capitano.»
«Vuoi farti prendere per il culo dall’intera compagnia aerea?»
Attivai la fotocamera frontale e la puntai alle mie spalle, verso il fondo dell’aereo, per vedere se la Hostess Bruna fosse ancora lì. Eccola, dio santo, un mostro con gli occhi oblunghi che le occupavano mezza faccia. La bocca era un pozzo da cui emergeva una lingua carnosa, striata di blu e con tanti aculei che spuntavano come spine su un cactus. Sembrava che la lingua stesse sondando l’aria intorno a sé. Era orribile anche in otto megapixel di foto.
«Ecco la hostess in tutta la sua bellezza. Contenta? Almeno non ci ha visti. Non so neanche cosa succederebbe se sapessero che ho il cellulare acceso… Io vado in cabina di pilotaggio. E tu vieni con me. Non ti lascio sola qui.»
Silvia guardò la foto appena scattata un’altra volta e, forse per accontentarmi, forse perché magari ci stava credendo pure lei, decise di accompagnarmi. Posai il cellulare sul tavolinetto accanto a me, la fotocamera frontale ancora attiva: sul tetto, la luce di cortesia puntata sul telefono era un occhio rigonfio, senza sclera intorno all’iride. Vidi la pupilla stringersi per mettere a fuoco il telefono per poi ruotare velocemente verso di me. A seguire, le altre due luci di cortesia si accesero e mi fissarono.
Silvia aveva visto lo stesso movimento. «Allora, sei contenta adesso?» Le chiesi quasi impaziente.
«O-ok. Andiamo dal Capitano.»
Provai a slacciarmi la cintura, ma sembrava bloccata. Per sicurezza la inquadrai con la fotocamera: era un nastro muscolare affusolato e robusto. Sembrava stesse contraendosi pur di non aprirsi. Allungai la mano verso la fibbia, ma quella stronza aveva i denti e cercò di mordermi. Come per ripicca, strinse ancora di più la presa. Grugnii e alla cieca presi una matita di Silvia e iniziai a pungere ripetutamente la cintura. Alla fine si ritrasse e, con uno schiocco liquido, la lingua di tessuto si accartocciò sul fondo del sedile.
«Usa questa per la cintura.» Porsi la matita con la punta spezzata a Silvia.
«Non ne ho bisogno. Non l’ho mai allacciata…» e mi sorrise colpevole.
«Che passeggeri di merda, che siamo…»
Sul cellulare vidi che l’occhio di cortesia era diventato rosso e la pupilla si era allargata a dismisura. Ruotava spasmodicamente inquadrando me, Silvia, poi ancora me, poi il cellulare.
Sbirciai nuovamente con il telefono alle mie spalle, e la hostess era lì, mostruosa e attenta, stavolta, con la lingua che sondava l’aria nella mia direzione.
«Sbrighiamoci.»
Mi alzai e sgusciai fuori dal sedile, lasciando lo spazio per far andare avanti Silvia.
Mentre lei si dirigeva verso la testa dell’aereo, mi voltai. «Ehi, non vedo la hostess, dove cazzo sta?» Dissi quando un artiglio umanoide mi afferrò dall’alto e mi spinse a terra. Rovinai sulla schiena in tempo per vedere incombere sopra di me la hostess Bruna. Era attaccata al soffitto come un ragno gigante e sorrideva nella sua versione umana, la testa ruotata di centottanta gradi. Il suo sorriso si allargò quando si lasciò cadere su di me.
Rimasi senza fiato, mentre la stronza mi bloccava le braccia con le ginocchia e cercava a tutti i costi di arrivare alla mia faccia, la bocca spalancata. Sapevo che la lingua puntuta era a pochi centimetri, non la potevo vedere, ma la sentivo saggiare l’aria, cercarmi, bramarmi, per… per farmi cosa? Non lo sapevo, ma non ero neanche convinto di volerlo scoprire.
La Bruna stava spingendo sempre di più e io torcevo il collo, cercando di scansare alla cieca l’appendice di carne che mi voleva, ma ero ormai allo stremo.
Chiusi gli occhi aspettando il peggio, ma uno schiocco secco me li fece riaprire di scatto. La testa della Bruna era piegata all’indietro, quando un altro colpo, inferto con un libro enorme dato di taglio, le sfondava il cranio.
«Wow! L’ho sempre detto che I Pilastri della Terra è un gran mattone!» Era J-Mark, elettrico e ipercinetico per il caffè e la Red Bull, che mi aveva appena salvato il culo. «Chissà che avrei potuto fare con il Pendolo di Foucault
«Il Pendolo non è un mattone.» Dissi stupidamente mentre mi rimettevo in piedi, il corpo della hostess esanime ai miei piedi. «È avvincente.»
«Ma non dire cazzate, amico. A proposito…»
E in quel momento sentimmo la voce di Silvia: «Aiuto, Andrea!»

3.
Il panico si impadronì di me. Con uno spintone tolsi di mezzo J-Mark lo Youtuber e corsi verso la mia ragazza, urlando il suo nome. Era più avanti, verso il bagno, vicino alla cabina di pilotaggio, impegnata in una colluttazione con la hostess Bionda.
Feci quattro passi mentre la Bionda spingeva Silvia lontano dalla mia vista, dietro l’angolo. Le raggiunsi: la Bionda aveva bloccato al muro la mia Silvia, piccola e minuta, e con un atteggiamento predatorio aveva la bocca aperta sguaiatamente a pochi centimetri dalla faccia della mia ragazza.
In quel momento feci una delle cose che più odiavo degli esseri umani del ventunesimo secolo, ma dovevo farla: tirai fuori dalla tasca il cellulare, ancora funzionante nonostante tutto, e inquadrai la scena con la mia fotocamera. La mano mi tremava mentre vedevo la versione mostruosa della hostess che spingeva la sua lingua puntuta, spinosa in profondità nella gola di Silvia. Vidi la mia fidanzata sussultare mentre quel mostro quasi la soffocava.
Alle mie spalle, arrivò J-Mark: «Avanti, amico, ti pare il momento di perdere tempo con il telef-» si bloccò guardando la scena nel mio cellulare. «Cristo santo!»
Non aspettai oltre: mi lanciai con tutto il mio peso contro la Hostess e la calciai a un fianco. Quella volò via, mentre un suono di risucchio e uno schiocco sottolinearono la divisione tra lei e Silvia.
La mia ragazza scivolò al suolo lentamente, come svuotata da tutte le forze, lo sguardo vacuo, i muscoli flaccidi. La sollevai di peso e con l’aiuto di J-Mark, la rimettemmo in piedi.
«Nella cabina di pilotaggio, presto!»
Varcammo la soglia del portellone e lo chiudemmo ermeticamente, lasciandoci alle spalle due hostess probabilmente morte e qualche decina di passeggeri ignari del loro destino.

«Ma che cazzo sta succedendo? Che era quella cosa sul cellulare?» J-Mark era completamente fuori di sé per quello che aveva visto, ma non gli diedi retta. Stavo cercando di mettere seduta Silvia, appoggiata alla parete della cabina di pilotaggio. Qui la luce era molto attenuata, solo il bagliore spettrale degli strumenti di bordo.
Mi sollevai in piedi, mentre J-Mark continuava a blaterare che c’era sicuramente qualcosa di sbagliato su quell’aereo e che lui aveva sempre avuto ragione, cazzo sì! Continuai a ignorarlo come se fosse un rumore di fondo.
Urlai: «Chi è il capitano qui?»
Di fronte a me c’erano due poltrone e affondati, quasi accasciati, c’erano il pilota e il copilota. Dormivano, le mani strette spasmodicamente alle barre di comando a forma di W. Le spie sul cockpit lampeggiavano e in un display tra i due sedili campeggiava la scritta AUTOPILOT.
Per quanto allucinante, sapevo che dietro questa facciata di quasi normalità si celava una versione del mio mondo molto più delirante. Senza neanche pensarci, puntai il telefonino e inquadrai i piloti. Come sempre, le immagini della realtà male-aumentata erano terrificanti. Dei piloti, erano rimasti solo il busto e le braccia, direttamente fissati al piantone del sedile, come dei manichini di carne, sangue e plastica. Piccole nervature correvano verso il pavimento, vasi sanguigni, forse, che pulsavano alla tenue luce delle apparecchiature. Le mani dei piloti erano fuse alle cloche, ricoperte di muchi gocciolanti. I volti erano coperti da maschere di ossigeno color carne, che emergevano direttamente dalla pelle martoriata. Gli occhi aperti riflettevano il messaggio del display centrale: AUTOPILOT.
Mentre guardavo con crescente orrore quello che mi nascondeva l’aereo, J-Mark, l’elettrico youtuber, esclamò: «Ecco la radio!», tirando su una ricetrasmittente nera.
Io lo inquadrai quasi di riflesso: «Fossi in te non la userei.»
Una lingua lunga e rosata si protendeva di attesa di prendere contatto con qualcuno.
«Ok, che cazzo sta succedendo?» chiese ancora J-Mark.
«Non lo so. Ho solo dimenticato di spegnere il cellulare e ho scoperto che potevo vedere queste cose attraverso la fotocamera. Che cazzo ne so? È un incubo? Mi sveglierò alla fine del viaggio e non mi accorgerò di essere arrivato? Cazzo! Lo spero proprio!»
«Non ha senso. Senti, se come dici tu questa è una sorta di realtà nascosta, allora c’è una sola cosa da fare. Dobbiamo distruggere tutto.»
Non lo ascoltai, la mia attenzione attratta da un piccolo monitor accanto alla porta stagna. Mostrava le immagini di due telecamere: la prima inquadrava i passeggeri, profondamente addormentati, con il cadavere della Hostess Bruna riverso al suolo in una pozza di sangue. La seconda era il corridoio fuori dalla porta dove si poteva vedere l’uscita di sicurezza e il piede della Bionda che faceva capolino nell’angolo a sinistra.
Mi voltai verso J-Mark.
«Dobbiamo chiamare aiuto! Contatta la Torre di Controllo!»
«Dobbiamo distruggere tutto, dannazione! E poi col cazzo che tocco questa radio.»
«Guarda Silvia, non sta bene. Dobbiamo chiedere aiuto. Non fare il coglione.»
«Per questo dobbiamo far saltare tutto. Anzi sai che c’è?»
Non feci in tempo a fermarlo, e quello stronzo schizzato di Red Bull, caffè e chissà cos’altro, strappò la ricetrasmittente con tutto il cavo. Dall’altra parte della porta sentii un urlo soffocato.
«Ma che cazzo! Io voglio portare il mio culo sano e salvo fuori da qui. E non possiamo assassinare tutti gli altri passeggeri. Cristo, sei completamente fuori! Dobbiamo cercare aiuto!»
Dei colpi cominciarono a martellare la porta. Dal monitor vidi che era la Hostess Bionda, ridestata e piuttosto incazzata. La ignorai, la porta sembrava abbastanza resistente. Mi voltai a fronteggiare nuovamente J-Mark, quando lo sguardo mi cadde sulla ricetrasmittente del copilota. Ancora integra.
Come giocatore di poker sono una vera schifezza (ed è così) perché J-Mark intuì le mie intenzioni prima ancora che potessi muovere un passo. Mi intercettò, ma tutti i suoi sforzi furono annichiliti da un boato esterno alla porta e uno scossone ci spedì ai due lati della cabina. Mi girai verso il monitor e vidi i passeggeri scuotersi in preda a una corrente d’aria violentissima, le maschere dell’Ossigeno cadere dal soffitto. Poi: la stronza della Hostess aveva scardinato la porta di sicurezza e facemmo in tempo a vederla lanciarsi fuori e il cadavere della sua compagna risucchiato nel vuoto.
Ero impietrito. Guardai Silvia, ancora mezza frastornata, immobile, appoggiata alla parete del cockpit.
J-Mark si stava mettendo in piedi. «Hai visto quella pazza della Hostess? Non possiamo fare niente qui. Siamo spacciati! Distruggiamo tutto, dannazione!»
Cercai di mettermi in piedi anche io, ma l’aereo per la depressurizzazione, rollò e beccheggiò rispedendomi al tappeto. Dopo qualche secondo, sembrò trovare un equilibrio e si rimise dritto. Sia io che J-Mark sentimmo picchiettare fuori dal velivolo, come grandine sul tettuccio di un’auto.
Dopo pochi secondi, vidi emergere dal bordo superiore del parabrezza dell’aereo il volto della Hostess. Aveva camminato lungo la fusoliera ed era arrivata fin lì, cristalli di ghiaccio tra i capelli sbattuti dal vento, guance paonazze e occhi chiusi in una fessura.
«Ma che cazzo…» dissi, mentre la donna iniziava a sbattere violentemente la testa contro il vetro, con tutte le sue forze. Voleva sfondarlo a testate, dio santo! A ogni colpo che dava, vedevo la realtà che conoscevo sostituita da quella mostruosa come un orrore risonante che emergeva a ogni vibrazione.
J-Mark era in preda a una follia distruttiva incontrollabile. Prese a calciare i piloti, smontandoli dai loro scranni organici. L’aereo urlò e perse quota, puntando con il muso verso il suolo.
Io mi lanciai a terra e arrivai carponi vicino a Silvia. Lei si svegliò e mi abbracciò forte. Eravamo spacciati, L’aereo stava precipitando, e l’unico conforto era quell’abbraccio.
Guardai verso il monitor di controllo e vidi i passeggeri in preda alle convulsioni, i dendriti che li circondavano e che risucchiavano con lena tutto quello che potevano risucchiare. Era come se l’aereo stesse accumulando le ultime forze per salvarsi.
Nel frattempo, J-Mark stava fasciando tutto, in un tripudio di sangue, schegge di vetro e plastica cornea, urlando a squarciagola. Cominciai a dubitare anche che fosse uno youtuber.
Dov’era il suo cellulare? Cosa aveva intenzione di filmare per il suo canale?
Quel pensiero fu l’ultima cosa lucida che davvero mi balenò in testa, mentre l’aereo cercava di guadagnare una posizione quasi orizzontale per tentare un atterraggio di fortuna. In quel momento tifavo per lui!
Se c’era ancora bisogno di energia, l’unica riserva disponibile era proprio quel pazzo scatenato carico di Red Bull di J-Mark. Aspettai il momento opportuno, e con un calcio lo spedii verso la plancia: uno degli indicatori si aprì come un paio di fauci e gli agguantò la mano. J-Mark urlò fortissimo, mentre il suo braccio letteralmente avvizziva.
Chiusi gli occhi quando la Hostess, tenace come solo le hostess sanno essere, sfondò il vetro. Fu una tempesta di ghiaccio, vetro e sangue che mi investì, prima che perdessi del tutto i sensi.

4.
Riaprii gli occhi. Non ci credevo nemmeno. Sopra di me, albeggiava. Silvia mi stava trascinando per una caviglia. Guardai alla mia destra e vidi J-Mark, steso a pancia in su, trascinato per una caviglia anche lui. Gli mancava il braccio e metà della sua faccia era ustionata, ma il suo occhio sano era aperto e vigile.
La mia ragazza mollò la presa e si avvicinò a J-Mark. «Riesci a vederlo?» gli chiese.
«Non riesco vedere un cazzo, stronza. Lasciami stare.»
«Peccato», disse la donna e lo scaraventò verso la testa dell’aereo a pochi metri da lì.
Poi si avvicinò a me: «E tu, amore, riesci a vedere?»
«Oh, Silvia, tesoro, non ci riesco. Aiutami tu. Salvami.»
E la mia ragazza si chinò e mi baciò, appassionatamente. Sentii un pizzico in gola prima ancora che le nostre bocche si toccassero, poi un bruciore e, quando finalmente iniziammo a baciarci come avevamo sempre fatto, aprii gli occhi e, al di sopra della sua spalla, vidi.
L’aereo riverso al suolo, una scia di sangue e olio lunga centinaia di metri dietro di lui. Le ferite e gli squarci nella fusoliera ancora sanguinanti facevano soffrire anche me, mentre l’ala destra spezzata e piegata innaturalmente puntava al cielo come un dito d’accusa. Vedevo la carlinga gonfiarsi e sgonfiarsi al ritmo del suo respiro metallico, mentre cercava di raccogliere le forze e guarire da quel terribile incidente.
Spostai lo sguardo verso la testa, dove, orbo di un parabrezza, l’aereo cercava con il fiuto l’ultima offerta. Aprì le fauci e con un rumore di risucchio, addentò e ingoiò J-Mark tutto intero.
…alla fine, siamo noi il prezzo…

Epilogo

AEREO SCOMPARSO SUL MOLISE
Continuano le ricerche del velivolo della Cozy Airways, svanito nel nulla sui cieli del Molise

«Signore, mi scusi, potrebbe chiudere momentaneamente il giornale. Stiamo per iniziare la nostra dimostrazione di sicurezza.»
Da dietro il quotidiano, gli occhi curiosi del passeggero inquadrarono la hostess che sfoggiava la divisa blu e oro della Cozy Airways. «Si figuri,…» rispose l’uomo della terza fila, sorridendo. Dalla mia postazione in cabina di pilotaggio, lo vidi guardare il cartellino sull’uniforme. «…Silvia. A quanto pare il Molise è il nostro triangolo della Bermuda…» E ridacchiò.
«Senz’altro…» rispose lei educatamente, senza battere ciglio. Era perfetta, semplicemente perfetta.
«Non saremo un po’ pochini, stasera?» Chiese l’uomo, guardandosi intorno, tra i posti del velivolo occupati solo per metà.
«Oh, non si preoccupi, siete abbastanza. Più che abbastanza…»
Dopo pochi minuti, sentii la frase finale della dimostrazione di sicurezza: «Signori, vi prego di spegnere i vostri telefoni cellulari. Su questo volo non è permesso neanche la modalità aereo, perché potrebbe interferire con le apparecchiature per il volo notturno. Ora abbasseremo le luci in cabina. Se lo desiderate, potete utilizzare le luci di cortesia sopra la vostra testa. Grazie per aver scelto Cozy Airways. E non vi accorgerete di essere arrivati!»
Spinsi sulla manetta e l’aereo cominciò a rollare.

perseverance
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Re: Semifinale Andrea Franco

Messaggio#3 » domenica 3 dicembre 2017, 18:05

LA CONSEGNA

di Andrea Montalbò


1.

Vivi ogni momento come un’avventura.
Sicuro, come no. In che film?
Dipende solo da te.
Sono stufo delle sentenze, delle grandi frasi: buone per cinque minuti e per un thè caldo, poi si ricomincia. La stessa merda ogni giorno.
Vivi la merda come un viaggio interiore.
Questa è mia e almeno fa ridere (quando fa ridere). Dura sempre cinque minuti, comunque; e non è di grande aiuto considerato che questa merda di moto mi sta abbandonando. Avventura?
Ho appena oltrepassato il limite cittadino e devo affrontare una salita fino a quasi millecinquecento metri.
Perché sono così scemo?
Visto che non sei intelligente almeno cerca di farti furbo diceva mia madre, un’altra perla dalla collezione; se esistesse un ufficio pubblico per l’incremento del buonumore e dell’autostima, lei non lavorerebbe lì. Facile sentenziare dall’alto di un contratto a tempo indeterminato, di una pensione garantita e della casa ereditata dai nonni. L’unico errore della sua vita è stato avere un figlio. Persino mio padre mi precede in graduatoria, a dispetto dell’infinita serie di guai (nel senso che ancora non ha finito di combinarne) nei quali si è sempre cacciato.
Ah ma lui è il grande imprenditore, l’uomo sempre pronto ad affrontare nuove sfide che fallisce in modo inesorabile e non sempre senza conseguenze materiali. Lui è uno che rischia, che insegue un sogno. Cerca di prendere esempio.
Meglio di no. C’è già abbastanza gente a spasso e grandi sogni infranti. E come dice quella vecchia battuta “neppure io sto molto bene”.
Mi piacerebbe ricordare di chi è, dovrei saperlo. Oltre a non essere intelligente non ho neppure una gran memoria: altrimenti mi sarei ricordato di far controllare il mio destriero. Credo sia di seconda o terza mano; guidato da disgraziati, unica attenzione il sudicio telo grigio per proteggerlo dalla pioggia.
– Perché? – impreco con il tono che si impiega per gli epiteti più offensivi, scalciando senza senso i sassi radunati a lato della carreggiata. Dannazione, non posso certo lasciare la moto sul ciglio di una roggia; e neppure posso tornare indietro.
Devo fare questa consegna. Devo.
Potrebbe essere la mia ultima possibilità.
Due buoni motivi per i quali avrei dovuto rifiutare, uno furbo l’avrebbe fatto. Io no, sono uno che deve bere per non affogare. Scelte?
Alla voce scelte ho questa: c’è sempre una scelta. Guarda dentro di te.
Una frase che mi riporta alla nostra vecchia cucina. Mamma è seduta al tavolo, sorseggia una tazza di cioccolata preparata soltanto per sé. Sono in punizione. Avevo sbagliato scelta a scuola, preferendo i lunghi capelli lisci della mia compagna di banco alla lezione di religione. Sacrilego.
Allora come oggi, la punizione arriva cavalcando il vento.
Un fulmine riaccende le luci nel freddo pomeriggio invernale. Neppure il tempo di dire “cazzo” (non mi viene mai nulla di più profondo) e il tuono percuote tutti i timpani disponibili nel raggio di qualche chilometro con una potenza pari a mille volte l’attacco di In My Time Of Dying dei Led Zeppelin.
Osservo il cielo al di sopra delle montagne, sta proprio venendo giù. Non che fosse una bella giornata ma ora il colore volge al nero e siamo ancora lontani dal tramonto. La mia destinazione è lassù, dove le rocce e la vegetazione schiacciano qualsiasi ambizione di dominio umano. Per fortuna.
È lassù che sono atteso, devo esserci prima che sia tardi; consegnare la “merce” e prendermi magari un extra. Attraversando in silenzio e con rispetto la cattedrale che la Natura ha eretto milioni di anni fa: c’è gente che si è persa e non è mai stata ritrovata, non ci scherzi con la montagna. Discorsi da bar, dicono. Ma è successo.
Dovessi perdermi non so neppure se verrebbero a cercarmi. I soccorsi sono un costo, io una perdita.
Le prime gocce di pioggia mi ricordano che sono in mezzo a una strada (in tutti i sensi) con una missione da terminare e senza il mezzo per farlo. Un compito semplice che si è appena trasformato in un’avventura.
Non sono tipo da lieto fine, io.


2.

Stazione di servizio. Almeno tre chilometri da percorrere spingendo l’arrugginito destriero, controvento per di più; la pioggia ancora non si esprime al meglio ma sarà questione di minuti. Il giubbotto di pelle – più vecchio della moto ma la pelle scolorita fa cool – regge l’assalto liquido e il casco mi ripara la testa come ha fatto in altri e più solidi urti. I jeans, per contro, si stanno inzuppando. Mi auguro almeno che tengano le suole degli scarponcini, indosso sempre gli stessi estate e inverno; avanzo confidando che non siano troppo consunte.
Stazione di servizio, continuo a ripetere come un mantra. Un riparo, un posto magari dove lasciare la moto (c’è uno spazio per parcheggiare a lato del bar, mi pare) e riflettere sulla mossa successiva. Riflettere?
Su cosa? Non posso mica salire a piedi, non perché non ce la faccia: gambe buone, fiato decente, sono giovane e motivato (mi motivo da solo perché se aspetto gli altri…). Ci arrivo, a quella cima del cazzo. È che ci arrivo tardi, troppo tardi. Non posso bucare l’appuntamento. Quindi.
Mi serve un’altra moto. Meglio una macchina, visto cosa sta scendendo dalla montagna. Questa è la parte facile della soluzione, quella difficile è procurarsi un’altra moto o un’auto. Come faccio? Non crescono sugli alberi direbbero in molti ma non uscirò da questo impiccio con un’infusione di saggezza popolare. Piuttosto, con un’infusione di pioggia e terra tra i denti.
Se salto l’appuntamento, salto.
Questa è la filosofia del giorno.
Finalmente avvisto la stazione, la ricordavo più distante. Segno positivo, vediamo se la fortuna gira. Non molto, la pioggia si fa torrenziale e la stazione sembra un fortino abbandonato da frontera western. Il temporale aggredisce la spianata di cemento sollevando dardi liquidi intrisi di polvere e olio. Un gatto randagio mi osserva da sotto un’auto mentre parcheggio alla brutta addosso al palo di un lampione, due giri di catena a bloccare la moto: come se potessero rubarla a spinta. Nemmeno per i ricambi.
Il gatto è nero e ha l’aria di disapprovare la mia presenza quindi saluto con una mano e corro verso la tettoia del distributore. Nessun inserviente in vista e una cliente al self: giovane, carina, vestita direi per una serata metà professionale metà come viene. Buon per lei, l’utile e il dilettevole. Mi fermo a un paio di metri, mi sta guardando con aria preoccupata e io so cosa vede.
Maschio. Bianco. Casco in testa. Giubbotto di pelle con stemma band heavy-satanica.
Sono un potenziale serial killer. Inzuppato e infreddolito ma sempre serial killer. Non posso biasimarla.
Più che a lei sto pensando alla macchina, però.
La ragazza completa il rifornimento, chiude con attenzione il tappo della benzina, ripone l’erogatore e con tutta calma apre lo sportello del conducente per risalire. Attendo. Appoggia un piede, finge di salire e finalmente si volta a guardarmi.
Eye-to-eye.
– Problemi? – sibila scoprendo appena i denti che noto essere ben curati. Anche in circostanze migliori sarebbe fuori target per il sottoscritto; peccato, ha tutto quello che mi servirebbe: bellezza, intelligenza (quella si vede dagli occhi, c’è poco da fare altro motto che mi perseguita), un buon lavoro e soprattutto un’auto nuova, grossa cilindrata. Veloce. Sicura.
(la macchina, intendo, ma anche lei. Continua a fissarmi negli occhi ma intanto ha portato la mano destra alla borsa. Spray al peperoncino, ci scommetto).
– Sono a terra – rispondo indicando con un pollice la moto dietro di me. A questo punto, tanto vale provarci e sempre per la macchina: lei è una vera sirena ma quel motore canta meglio.
– Ho bisogno uno strappo, devo fare una consegna alla villa.
Indico verso la cima che torreggia, incoronata da nubi nere e rigonfie, sopra di noi. In un patetico tentativo di apparire rassicurante mostro lo zaino al cui interno ho riposto il prezioso pacchetto.
Lei vede soltanto un logoro sacco di tela sfilacciata con sciocchi intarsi pentacolari. Come d’abitudine, scatta il riflesso giustificativo.
– Non farci caso, è solo una questione di gusti musicali.
Un sorriso sprezzante piega le labbra lucide della sirena.
– Lo so. Baphomet sa scegliere di meglio. Sali, avanti.
Eh? Bapho-che? Mi affretto a obbedire al deciso invito ma adesso sono io quello da tranquillizzare: in effetti il tatuaggio tribale sul collo, solo in parte nascosto dai capelli, non sembra del tipo più comune. Forse non è spray al peperoncino quello che tiene in borsa, forse è un’ascia.
Per un breve attimo immagino gli schizzi di sangue sui vetri della macchina.
Distrazione fatale.
Il braccio che all’improvviso cinge il mio collo, però, arriva da dietro di me: con pari subitaneità la lama fredda e appuntita di un coltello a serramanico si appoggia alla mia guancia destra. Chiunque sia, indossa un giubbotto imbottito lurido e intriso di pioggia. Predatore in agguato.
– Buttalo a terra! Lascia lo zaino, lascialo! Tu, puttana, dammi la borsa! Muoviti!
Non ci credo.
La sirena invece, sì; sbianca ai limiti dello svenimento e commette due errori gravi: appoggia la borsa a terra spingendola verso di me con il piede per poi voltarsi e correre alla ricerca di aiuto e riparo nel bar.
Primo errore: la barista, sola in quel momento, ha notato la scena dal bancone e si è precipitata a bloccare la porta. Sirena si schianta contro i vetri, rimbalzando all’indietro.
Secondo errore: nella fretta di concedere la borsa per salvare la (propria) vita ha lasciato cadere le chiavi dell’auto. A quel punto, mi è tutto chiaro.
Se fossi furbo, me ne resterei buono con le mani debitamente sollevate. Se fossi intelligente, penserei prima a salvarmi la vita e poi a risolvere i guai che già ho. Se fossi scemo, invece, penserei che devo consegnare un cazzo di pacco e non mi posso permettere neppure d’essere rapinato.
Io sono scemo.
Lascio cadere lo zaino, di colpo. L’urto potrebbe danneggiare il prezioso pacchetto ma coglie di sorpresa il rapinatore impegnato a pregustare la parte su quattro ruote del bottino. È una frazione di secondo ma sono disperato; una condizione nella quale resto scemo ma divento veloce, molto.
Scalcio all’indietro centrando il bastardo tra le gambe. Yeah. Urla per il dolore, lasciando cadere il coltello; sento che tutto è facile, ruoto sulla gamba destra sollevando la sinistra: centro la sua mascella come avessimo un appuntamento, lo spedisco a baciare l’asfalto. Perdo il controllo, piazzo due altri calci, inutili: è già stordito.
Non lo saprà mai ma anni di fegato marcio si sono appena riversati su di lui.
Tuttavia non è a questo che sto pensando.
L’auto. Le chiavi. Il bastardo è k.o. e la sirena è riuscita a farsi aprire dalla barista. Immagino stiano chiamando la polizia ma ci vorrà un po' prima che arrivino. A me basterebbero pochi secondi: il tempo di raccogliere lo zaino, le chiavi, mettermi al volante e partire.
Che ci vuole?
Niente. Se solo non fosse un furto. L’equivalente esatto di quello che stavamo per subire. Non importa che io abbia i miei buoni motivi. È sbagliato e basta.
Qui non c’entra l’intelligenza. Neppure la scemenza.
Raccolgo lo zaino. La borsa dell’adoratrice di Bapho-coso (tutta scena, da come è scappata. Non la biasimo). Controllo l'aggressore, ha un'aria da divoratore di loto; sembra non ricordare neppure chi sia e dove si trovi. Mi dirigo verso il bar.
Nel frattempo, due sovrappesi si materializzano dallo store della stazione, dirigendosi verso l’accasciato predatore: vorrei domandare loro per quale motivo non siano intervenuti prima ma hanno già il fiatone dopo avere corso per meno d’una decina di metri. Spero almeno riescano ad arrivare a una corda (per legarlo. Non sono così cattivo).
La sirena si affaccia alla porta del bar, pronta a ricevere borsa e chiavi. Sorride imbarazzata mentre in lontananza s’annuncia un altro tipo di sirena, quella della polizia.
– La tua consegna dovrà aspettare – mi dice in tono mesto, quasi che il “contrattempo” possa essere dipeso da lei; sembra voler suggerire qualcosa ma le taglio la strada.
– Non posso andarmene. E poi non crederanno mai che lo abbia steso tu. Non con quelle scarpine.
– Potremmo scambiarcele ma non sono brava sui tacchi bassi…
Ride, un gorgoglio così contenuto e breve da farmi pensare d’essermelo immaginato. Sembra più tranquilla, ora, anche se non come prima del tentativo di rapina. Rapina, poi.
Bisogna essere davvero disperati per ridursi in quel modo. Per tentare qualcosa di così stupido. Da fuori di testa. Probabile.
Questo mi riporta alla consegna. Ho una richiesta da fare e devo sbrigarmi: due auto della polizia stanno facendo irruzione sulla spianata di cemento, terminando di sollevare il sudiciume che la pioggia non ha ancora lavato via.
– Ho capito che non conosci la villa. Qui gli indigeni sussultano quando si dice “la villa”. Ho comunque bisogno di un passaggio quando avremo finito con la polizia. In quella direzione – mi interrompo per indicare con un braccio il punto più o meno preciso – c’è la vecchia ferrovia. Se non ci tengono in caserma fino a stanotte posso farcela. Per favore.
– Va bene. Solo non dirmi cosa stai portando, ok?
Magari potessi.
Ne sarebbe sorpresa.


3.

Un’ora dopo, siamo già di ritorno favoriti da una rara serie di coincidenze: il predatore è un cliente già noto alla polizia ed è un pomeriggio tranquillo, niente crimini ‘importanti’; l’appuntato che raccoglie le nostre deposizioni è giovane ma sa il fatto suo. Domande secche, precise. Si adombra solo quando fornisco la carta d’identità, ancora valida ma vecchio modello cartaceo. Ciò che ne resta. Mi scuso per le deplorevoli condizioni del documento, ho un obiettivo e posso ancora farcela. Posso ancora farcela.
Continuare a ripeterlo non farà accelerare il decorso della giornata ma non riesco a smettere.
– Posso ancora farcela – confermo alla sirena mentre scendo dall’auto; non ho tempo per grandi ringraziamenti, tendo una mano che afferra con decisione. Questo mi piace; peccato che i nostri mondi siano così separati.
Doveva essere la prima della classe. Probabilmente lo è ancora.
– Ci si vede – risponde sciogliendo la stretta per mettere in moto. Strana risposta ma ho sempre una lama che pende sulla mia testa, mi volto e corro verso l’ingresso della stazione ferroviaria. Stazione di servizio, di polizia, ferroviaria…
Mia madre ne ricaverebbe una bella riflessione ma io vedo solo un viaggio (fin qui) di merda con un’avventura nel mezzo che avrebbe potuto finire molto peggio. La lama era oltre i limiti di legge.
Poteva bucarmi quando voleva, il giubbotto non mi avrebbe salvato.
Per quanto vecchio, il giubbotto che indosso arriva dal futuro, al confronto con la stazione ferroviaria: una linea che avrebbe dovuto essere dismessa da almeno vent’anni e che sopravvive per un unico motivo. La villa.
Il padrone di casa ama recitare la scena dell’uomo semplice, ‘uno-di-noi’. Di quando in quando si concede il lusso di rientrare a casa in treno. A parte i curiosi e la corte di leccaculi che lo segue ovunque, è l’unico a scendere al capolinea per motivi di residenza: è rimasto quasi da solo, lassù. In compagnia di qualche centenario abbandonato da figli e nipoti.
Il bigliettaio ha l’aria contenta, a ogni modo. Come lui, gli altri addetti: l’uomo della villa, probabilmente, ha dato uno scopo alle loro esistenze e gliene sono grati. So io come. Intanto, anche qui devo correre, il treno è in partenza.
Solo due carrozze, una dignitosa prima classe e una cadente seconda.
Attraverso il vagone di seconda, un open space che risale a molto prima di questa definizione: nessuno scompartimento, solo panche male imbottite allineate ai lati del passaggio centrale. Quattro passeggeri oltre a me. Un pienone. Sfilo verso il fondo, registrando.
Seconda panca, a sinistra, coppia in là con gli anni, si tengono appena per mano eppure emanano una solidità sentimentale che non posso neppure immaginare. Non sarò mai così. Non è più tempo, il tempo è quello che vedo dal finestrino: buio, pioggia battente quasi solida, vento e gelo che trapassano il metallo imbullonato della vettura. Involontaria sottolineatura, le già fioche luci a campana si spengono del tutto. Il tempo scorre e finisce soltanto.
Quarta fila, a destra, donna sulla quarantina, robusta. Aspetto da visita parentale o infermiera. O tutt’e due. Espressione mesta da routine del dolore.
Penultima fila, ancora sulla destra. Maschio, età indefinibile: direi invecchiamento precoce da lavoro pesante. Aroma fastidioso di tabacco e alcool, abiti stazzonati. Qualcosa nel suo sguardo – è l’unico a reagire al mio passaggio – mi disturba, obbligandomi a scegliere l’ultima panca, proprio dietro di lui. È talmente alto che la sua nuca, anche da seduto, resta ben al di sopra della panca. Un gigante.
Non mi piace quello sguardo.
Siedo appoggiando lo zaino sulle ginocchia, le braccia strette intorno a protezione. Immagino di essere in paranoia, cerco di rilassarmi. Il freddo non concilierebbe il sonno ma il movimento ritmico del treno sì. Solo pochi secondi e le palpebre si fanno pesanti, cerco di reagire: non voglio addormentarmi, sono pochi minuti al capolinea. Non devo.
Il risveglio è brusco.
Il gigante è sopra di me, una mano protesa verso lo zaino. Una sciabolata di luce dal finestrino illumina il volto dell’uomo a metà, svelando il segreto dello sguardo.
L’occhio che sto fissando è finto.
Reagisco afferrando il suo braccio, la mia mano non riesce a chiudersi neppure attorno al suo polso; per fortuna, non ha intenzioni cattive.
– Siamo arrivati. Capolinea.
Vorrei rispondere farti i cazzi tuoi, no, eh? ma qui siamo in provincia non in città. Siamo gentili anche con gli sconosciuti. Voleva solo svegliarmi. Allento la presa, bofonchio qualche parola imbarazzata di ringraziamento. Capolinea.
La villa è sopra di noi, se ne può avvertire la presenza anche prima di scendere dal treno. Cinque minuti, volata finale; adesso nulla e nessuno mi possono fermare.
Forse.
Al cancello principale impatto con ben due guardie armate, molto armate e molto guardie: alzo le mani prima ancora di parlare e quando parlo mi scopro balbuziente.
– C-consegna. Per il Do-dottore.
– Fornitori dall’ingresso di servizio – mi risponde il più vicino dei due, sventolando la pistola nella direzione necessaria. Il gesto libera spruzzi d’acqua raccolti ma non assorbiti dalla cerata impermeabile. Svanisco senza neppure dire ‘grazie’, non vorrei risultare più irritante di un turno di guardia sotto il diluvio. Solo la consegna importa. Con la coda dell'occhio rilevo la seconda guardia che parla nel walkie-talkie.
Questo dev'essere il motivo per cui al meno imponente cancello di servizio trovo il padrone di casa; invece dell'usuale fascia tricolore indossa un grembiule da chef. Ricevo un'accoglienza degna del più indegno concorrente di un contest culinario.
– Questo sarebbe un servizio? Ho pagato per la consegna rapida, mi serviva due ore fa! Adesso la cena è andata a fanculo, tieniti pure il pacchetto e sappi che domattina scriverò un bel reclamo!
Per un pelo non mi fracassa il naso chiudendo la porta.
Domattina scriverà un reclamo. Il mio capo è un suo elettore e sta espandendo l’attività in parallelo all'ascesa amministrativa dell'uomo della villa: non ammetterà mai d'avermi detto “consegna importante IN GIORNATA” invece di “consegna in DUE ORE”. L’ala della disperazione batte sulla mia testa.
Mi volto per andarmene ma sento il rumore della porta che si riapre. Non ci credo.
La sirena mi viene incontro proteggendosi con un elegante ombrellino nero. Sarà la mia mente malata ma la pioggia sembra cadere lontano da lei. Allunga la mano libera, con grazia.
– Dai a me. Fargli cambiare opinione è il mio lavoro. Non è la cena la cosa importante, qui.
Sono paralizzato dall’incazzatura; lei recupera da sola la consegna e si congeda nel modo ormai consueto.
– Ci si vede.
Fantastico. Il bilancio della giornata è fantastico: maltrattato dal tempo, dalla sfortuna, usato da tutti. Inadatto a ricevere un salvifico passaggio fino alla villa. E in più dovrò attendere domani per sapere se avrò ancora un lavoro.
Domani è un altro giorno.
Ma prima c’è la notte.
Ed è sempre dannatamente più lunga.
Andrea Montalbo'

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Re: Semifinale Andrea Franco

Messaggio#4 » domenica 17 dicembre 2017, 23:27

Finalmente eccoci qui con i commenti di Andrea Franco:

Cozy Airways

Il racconto presenta una buona struttura, con una svolgimento in crescendo che sicuramente facilita l’attenzione del lettore. La scrittura è buona, anche se la tecnica deve essere perfezionata, ma per questo c’è tempo. Forse tutto avviene un po’ troppo semplicemente, e già a metà racconto la sospensione della credulità viene messa a dura prova. Sicuramente l’idea, anche se non originalissima, può essere resa bene, ma c’è bisogno che la tensione sia costruita in modo migliore, con degli svolgimenti più credibili.

La consegna

Nel racconto una buona padronanza di linguaggio fa presupporre che possa esserci una giusta tensione e uno sviluppo interessante. Il problema principale forse è proprio la mancanza di una crescita del racconto, che si perde un po’ su se stesso, senza decollare, con pochi dialoghi a discapito quindi del ritmo e una attesa misteriosa di questa consegna che non trova un riscontro narrativo di pari livello. Narrare in prima persona risolve parecchi problemi tecnici, ma spesso non facilita il ritmo e la trama, se non c’è un progetto saldo alle spalle. I racconti brevi vivono di stile e idea. In questo caso c’è ancora da lavorare su entrambi i fronti, sebbene ci siano buoni presupposti per prove future.

Passa il turno: Cozy Airways

perseverance
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Re: Semifinale Andrea Franco

Messaggio#5 » lunedì 18 dicembre 2017, 22:06

Complimenti, Eugene. In bocca al lupo per la finale!
Andrea Montalbo'

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