I commenti di Federico Guerri ai finalisti

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I commenti di Federico Guerri ai finalisti

Messaggio#1 » sabato 30 dicembre 2017, 21:25

QUI potete trovare la news con la classifica finale dell'edizione. Di seguito, i commenti di Federico Guerri ai racconti finalisti.

Macadam, di Andrea Viscusi
Buono. Buoni i dialoghi che non risultano mai finti e forzati. Buona l’idea che esistano due mappe che non corrispondono: quella della Street View e del cellulare e quella vera.
L’inizio ricorda molto uno dei miei racconti preferiti – “In collina, le città” di Clive Barker – e ha quell’idea sottilmente paurosa ed eccitante del perdersi che hanno molte vacanze del genere “vediamo dove arriviamo stasera”.
Mi piace che tutto resti sospeso come in “Picnic ad Hanging Rock” e che la scomparsa di Magda sia un mistero che non si può risolvere.
La scrittura è secca e al punto, senza barocchismi.
Non aggiungo altro. Mi sembra funzioni.

Serial, di Marco Cioni
Più che un racconto, una dichiarazione d’intenti.
Mi piace molto (e forse dovevi partire da lì) la storia mitica e la nascita della città, la sua struttura a dita, la mappa che hai creato. Forse dovevi iniziare da là e poi arrivare sulla torre campanaria.
Quello che, invece, mi disturba un po’ è il crearsi del racconto mentre lo scrivi.
Il “non ricordo perché sono qua”, “devo dirvi una cosa”, “ah, mi sono dimenticato di dirvi che”, “ora vi racconto”. Dà molto l’idea che lo scrittore non sappia dove sta andando a parare, che il mondo si srotoli nella scrittura invece che essere già là, pronto ad essere usato, prima del racconto.
Scrivere una prima stesura è srotolare l’autostrada e la mappa. La seconda stesura dovrebbe servire a evitare che quell’invenzione si veda, a ripartire avendo chiare le informazioni che poi verranno date al lettore con sapienza.
Troppi personaggi, a mio parere, appaiono e scompaiono in troppo poco tempo e anche la scelta finale della vittima è casuale.
Tante buone idee e poca coerenza. Dopo un po’ vedo il racconto e non la realtà. Smetto di crederci.
Ah, il finale è un po’ “guardate che non esisteva niente”. “Ho inventato tutto”. Mi rovina il fatto di essere stato al gioco fino a quel momento per capire cosa stessi raccontando. Non voglio sentirmi dire da uno scrittore che le tre pagine che ha scritto e che mi sono appena letto sono tutte finte.

Fuori da qui il mondo non è bello, di Jasmine El Kaabi
Buon esperimento sul punto di vista. Secondo me non ti serve il ricordo della prima volta che la Vetrina si è infranta. Secondo me funziona meglio se prima piazzi ancora meglio il punto di vista statico e quello che la Vetrina vede e poi la infrangi permettendogli di diventare una telecamera in movimento e spostarsi su tutta la città.
E’ in quel punto di vista che si sposta la forza del racconto. Nella possibilità di conoscere tutta una città dopo averne sempre visto soltanto un fotogramma. E’ un bel piano sequenza che ci racconta Borgo Belpasso.
La scrittura è consapevole e molto fiorita (a volte si ha l’impressione che l’autore ne goda pure un po’ troppo a scapito della funzionalità di quello che sta raccontando, ma chissene e cenefosse).

La parata di Valbassa, di Andrea Partiti
Molto Italo Calvino. Starebbe bene in una raccolta immaginaria di tradizioni popolari italiane. Mi piace l’idea che sia l’eco di un rituale dimenticato, una cosa che si fa per inerzia e di cui non si ricorda l’origine. Forse poteva essere ancora più misteriosa: gesti, movimenti, parole rituali.
Il gioco col lettore è anche evocare questo tempo mitico e lontano che non vedremo se non nella sua reiterazione millenaria. Un telefono senza fili in cui molto s’è perso è modificato nel tempo.
La scrittura è molto diretta e comprensibile, funzionale.
Secondo me potevi anche partire da questi gesti, dal rito, senza spiegare che cosa i vecchi stessero facendo e poi raccontare che è l’eco di un passato dimenticato. Il fatto che tu, all’inizio, metta avanti le mani mi impedisce di godermi il mistero perché so com’è nato.
Se ci son già questi nove che bussano al Sindaco e dicono di far passare l’esercito della Valle, insomma, parto non sapendo e mi chiedo perché fidandomi che tu, scrittore, possa darmi una spiegazione.

Nandù, di Lorenzo Diddi
Parte benissimo dalle parti di Calvino, Buzzati, Cortazàr, Stefano Benni. Si vede il divertimento e la scrittura precisa aiuta a credere a tutto. E’ il genere di racconto che mi fa impazzire, insomma. L’incipit è potentissimo e non puoi fare a meno di sorridere.
Funziona bene fino alla cabina telefonica (e continua a divertire a intermittenza con la fermata d’autobus del mercoledì che diventa famosa il martedì).
Secondo me, si perde un po’ nella ripetizione. Quando l’assurdo per l’assurdo diventa un po’ fine a sé stesso e il racconto è già concluso. Perde di poesia in favore di un gioco meno interessante di quanto lo sia all’inizio… Peccato.

Democrazia verticale, di Giancarmine Trotta
Mi piace molto la struttura verticale e il fatto che, nonostante la metafora sia chiara, non si sfori mai nella facile morale (anche se, qualche volta, la si sfiora).
Vorrei sapere di più di questa Torre a piani che è tutta una società. Esistono altre città del genere, per esempio?
Potrebbe essere una buona base di partenza per un racconto più lungo e, secondo me, risente un po’ della brevità che serve a darci struttura senza farci entrare davvero nella vita dei protagonisti.
A volte la scrittura si spezza un po’ e son dovuto tornare indietro a rileggermi qualche passaggio cercando di visualizzare meglio per l’impressione di essermi perso qualcosa.
Comunque, buona idea e buon lavoro.

Un taglio, di Filippo De Bellis
Ha tre bei momenti: la discussione in dialetto, il cavallo morto, la città che si stacca.
Funziona tutto (anche se l’idea di base mi ricorda tanto il racconto del padre in “Molto forte, incredibilmente vicino”) ma è un po’ squilibrato sul frammento divertente ma meno interessante: la discussione iniziale.
Il cavallo che muore è potentissimo ma liquidato in sveltezza e lo stesso la soluzione di staccarsi che rende il racconto epico e la fiaba profonda.
Quando arriva il centro del racconto lo fa troppo tardi. Dici: “Divertente, divertente, divertente, divertente, divertente, bello, bellissimo, è già finito”.
Per il resto: scritto bene e buon racconto che avrebbe bisogno di una riscrittura per far esplodere la sua potenzialità. Il paese che naviga e si stacca e diventa leggenda per non stare con la città merita di più.

La città blu, di Iago Menichetti
Bellissimo volo fantastico. La tua città assolutamente aliena e alternativa alla realtà, eppure coerente nelle sue regole (ci vorrebbe davvero poco per renderla ancora più tridimensionale) è veramente bella. Mi piacerebbe, adesso, conoscerne le regole, il governo, i rapporti e tutto il resto. Il racconto apre a un mondo che riesco a vedere e di cui voglio sapere di più.
C’è un sapore antico oppure di un futuro lontanissimo. Mi ha ricordato “Mondo9” di Tonani la volta che ci sono entrato per la prima volta. Ogni riga è un indizio che mi permette di capire qualcosa che sto costruendo io.

San Ventuno a Monte, di Zebratigrata
Bella l’idea della forza di gravità che se ne va. Molto bello il finale con la città che sparisce nel cielo. Ricorda l’atmosfera contadina di certi racconti di Malerba e il gioco di un Gianni Rodari.
Avevo bisogno – non so perché – che fosse ancora più calato nel reale, di sentirmi dire che era un evento accaduto davvero negli anni Settanta o roba simile. A volte il gioco letterario delle cose che succedono e dei mille personaggi – seppur divertente e divertito – mi faceva perdere la voce narrante. Avevo bisogno, alla fine, di aver visto molto prima il ragazzino col coltellaccio che taglia la radice, insomma. Forse di farmi raccontare quella storia da lui.
Comunque, è un bel viaggio e funziona alla grande.



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