La nebbia, l'azzurro
Inviato: sabato 9 dicembre 2017, 17:57
Conosce ogni sampietrino, ogni ciuffo di erbaccia lungo i muri, ogni palo e ogni foglietto che c'è appiccicato sopra e i cognomi sui citofoni luminosi.
La sua abilità è lo zig zag agile tra le cacche di cane che costellano il marciapide. Non c'era nebbia. Potevi vederle bene ed evitarle. Una cosa che gli era piaciuta subito della nuova città.
Niente più vecchi amici ma niente più scarpe con la suola sporca da lasciare fuori.
Ogni giorno, per andare a scuola, esce a testa bassa, e percorre quella strada fino alla fermata della metropolitana.
Giù per la scala di travertino sempre schizzata di "non si sa cosa" che cola e impregna la pietra porosa, poi i tornelli di metallo freddi sulla coscia anche attraverso i jeans, la scala mobile e la banchina scura, con i monitor che ti avvertono tra quanto arriva il prossimo treno "direzione Anagnina".
Questo il buongiorno della nuova città nuova a Pietro. E lui risponde immerso nella musica del suo cellulare e nel cappuccio della felpa. Come nel gioco che faceva da bambino: se io non ti vedo tu non puoi vedermi...
Quella città, antichissima di storia e familiare nei racconti, per lui è nuova.
Nella nuova casa c'è una cartina geografica, di quelle vecchie, con le Regioni colorate. La cittadina dove Pietro è nato e vissuto 13 anni è a Nord, sul verde. Questa grande e nuova un po' più sotto, sul giallo.
I suoi genitori erano nati in quella città antica. Poi si erano trasferiti a Nord per lavoro e ora, dopo 15 anni, potevano tornare "a casa" dicevano. "A casa vostra, non mia" pensava Pietro...
Quando aveva raccontato del trasferimento ai suoi amici aveva ricevuto pacche sulle spalle e un pizzico di invidia: "Sai che figo!" "Posta su Insta tutto quello che puoi..." "Ma veniamo a trovarti, eh... "
A lui invece, adesso, sembrava invece di essere entrato in una vecchia foto, di quelle trovate in soffitta mentre preparavano il trasloco. Ombreggiate dalla muffa sul retro e scolorite sul davanti, con quei colori acquosi.
Non i paesaggi soffusi e fiabeschi di nebbia.
La nebbia rende tutto più bello, non lascia vedere i contorni sbreccati delle case, i palazzoni anonimi sembrano torri di un castello, le strade umide portano in un nulla ovattato. I lampioni giallastri, sembrano segnali, inidizi misteriosi.
Qui invece tutto era chiaro, miseramente chiaro.
Era come se qualcuno gli avesse pulito gli occhiali proprio nel momento sbagliato.
Il quartiere dove abita ora è anonimo, sbreccato come le tazze della colazione, pieno di grigio e di colori sbiaditi.
Non che la vecchia cittadina fosse un paradiso, ma si vedeva poco.
Solo d'estate potevi vedere tutto nitidi, Ma d'estate Pietro era al mare dai nonni.
Il cielo di quella nuova città, invece, gli piaceva.
Era azzurro come quello che bisognava disegnare da bambini sopra le casette col tetto a punta. Aveva sempre pensato di essere l'unico a non vedere l'azzurro e le case col tetto e punta ma non lo diceva, fantasticava di poterli trovare e si sentiva un po' inadeguato.
In quella nuova città il cielo era azzurro davvero. E molto spesso un vento frizzante asciugava in fretta i panni stesi sul terrazzino e spostava nuvole bianche corpose sfilacciandole.
Casette col tetto a punta no, non ce n'erano. Ma magari andavano cercate.
La vita di Pietro, nonostante quell'azzurro, era sotto cieli di controsoffitto o di cemento: nella metropolitana, nella classe con i muri verdescrostato, in palestra con le finestre altissime, in casa ad aspettare.
Ad aspettare che tornassero i genitori. Per tornare poi nella metropolitana. O in macchina. O nel centro commerciale. O al massimo in treno verso la nebbia, nel fine settimana.
Due volte erano usciti tutti e tre insieme per le strade della città nuova.
Una volta in centro: il bianco delle Chiese (gli ricordava le nuvole per come era lavorato con leggerezza), i fili del tram, gli alberi chini, rossi e gialli sul lungofiume.
Un'altra volta al mercato rionale: grondava frutta e verdura colorata, costantemente spruzzata di acqua fresca dai venditori.
Tutto sempre rischiarato da quel cielo azzurro, non appannato.
Di quell'azzurro Pietro sentiva il richiamo, sentiva che poteva stupirlo.
La nebbia gli aveva lasciato addosso l'attitudine a immaginare cose belle nascoste, a credere che in fondo alla strada potesse sempre aprirsi un mondo colorato, che non si nascondessero solo insidie (come le cacche dei cani sui marciapiedi) ma anche meraviglie. Luoghi da esplorare a un palmo dal naso.
Si sente un po' Pollicino, alla ricerca dei sassolini lasciati ad indicare la via verso la casa.
La fantasia è innestata nella sua testa come una delle app del suo cellulare. Pietro ama fantasticare. Forse anche nella sua testa è rimasta un po' di nebbia, oltre che nel cuore.
Così oggi, uscito da scuola inizia a vagare, seguendo l'azzurro e stralci di racconti. Di quel quartiere conosce i racconti, i negozi, gli aneddoti e il nome di alcune vie. Vuole provare a ritrovare i luoghi delle foto sbiadite.
Da scuola a casa tre sole fermate di metropolitana. "Prendi la Metro sennò ti perdi". Ma Pietro si fida del cielo azzurro, dei racconti ascoltati, delle vecchie foto e della sua curiosità.
Prima tappa: una pizzeria/friggitoria. Invece del microonde. Odori e sapori nuovi. La sceglie per il profumo.
Pietro si guarda attorno, vuole per sconfessare quell'aria da "ragazzino che viene dal nord" e decide di copiare il tipo davanti a lui che prende due supplì e un chinotto. Mica male! Il cielo azzurro per ora mantiene le promesse.
Lì vicino deve esserci un parco col teatrino dei burattini e una fontana vuota. Ora piena di cartacce. Due strade a destra, Pietro alza lo sguardo, tre pini oltre la cancellata arruginita: eccolo! Se ci fosse stata la nebbia mica avrebbe potuto orientarsi così bene... Pietro attraversa il parco e dall'altra parte ecco la fermata della metropolitana successiva a quella di scuola.
Ne mancano due, ma sotto il cielo.
Ora è il momento di ritrovare la Chiesa dove si sono sposati i genitori. Quelle foto grandi, nell'album, le avrà viste mille volte. Ma i campanili vicini sono due. Come si chiamava la Chiesa? Pietro ferma una signora e chiede di un Santo che a memoria gli sembra quello giusto. "Sant'Antonio? No. Sant'Antioco, forse!" e Pietro parte nella direzione indicata dalla signora.
Boh. No. Non è qui... torna indietro, punta al secondo campanile.
Un cortiletto gli sbarra la strada, ma Pietro è determinato, scavalca e atterra nel campo da basket dell'Oratorio tra gli improperi di una signora affacciata dal palazzo di fronte. Fingedosi sordo o straniero sfreccia verso l'ingresso posteriore della chiesa. Sìììì. E' questa. Esce dal portone principale con un rapidissimo inchino, e, appena fuori, squilla il cellulare. "Mamma" lampeggia sullo schermo e Pietro si sente scoperto. Non risponde, è plausibile che abbia ancora il cellulare in modalità silenziosa, era pur sempre a scuola...
Con urgenza cerca all'orizzonte la M bianca e rossa della fermata prima di casa sua. Niente, Apre google maps, mica vuole saltare altri muretti! 1,2 km, 12 minuti. Sono le 16.30. Approda a casa col cuore in gola in sette minuti. Accende il microonde. Tutto quell'azzurro gli ha messo appetito...
La sua abilità è lo zig zag agile tra le cacche di cane che costellano il marciapide. Non c'era nebbia. Potevi vederle bene ed evitarle. Una cosa che gli era piaciuta subito della nuova città.
Niente più vecchi amici ma niente più scarpe con la suola sporca da lasciare fuori.
Ogni giorno, per andare a scuola, esce a testa bassa, e percorre quella strada fino alla fermata della metropolitana.
Giù per la scala di travertino sempre schizzata di "non si sa cosa" che cola e impregna la pietra porosa, poi i tornelli di metallo freddi sulla coscia anche attraverso i jeans, la scala mobile e la banchina scura, con i monitor che ti avvertono tra quanto arriva il prossimo treno "direzione Anagnina".
Questo il buongiorno della nuova città nuova a Pietro. E lui risponde immerso nella musica del suo cellulare e nel cappuccio della felpa. Come nel gioco che faceva da bambino: se io non ti vedo tu non puoi vedermi...
Quella città, antichissima di storia e familiare nei racconti, per lui è nuova.
Nella nuova casa c'è una cartina geografica, di quelle vecchie, con le Regioni colorate. La cittadina dove Pietro è nato e vissuto 13 anni è a Nord, sul verde. Questa grande e nuova un po' più sotto, sul giallo.
I suoi genitori erano nati in quella città antica. Poi si erano trasferiti a Nord per lavoro e ora, dopo 15 anni, potevano tornare "a casa" dicevano. "A casa vostra, non mia" pensava Pietro...
Quando aveva raccontato del trasferimento ai suoi amici aveva ricevuto pacche sulle spalle e un pizzico di invidia: "Sai che figo!" "Posta su Insta tutto quello che puoi..." "Ma veniamo a trovarti, eh... "
A lui invece, adesso, sembrava invece di essere entrato in una vecchia foto, di quelle trovate in soffitta mentre preparavano il trasloco. Ombreggiate dalla muffa sul retro e scolorite sul davanti, con quei colori acquosi.
Non i paesaggi soffusi e fiabeschi di nebbia.
La nebbia rende tutto più bello, non lascia vedere i contorni sbreccati delle case, i palazzoni anonimi sembrano torri di un castello, le strade umide portano in un nulla ovattato. I lampioni giallastri, sembrano segnali, inidizi misteriosi.
Qui invece tutto era chiaro, miseramente chiaro.
Era come se qualcuno gli avesse pulito gli occhiali proprio nel momento sbagliato.
Il quartiere dove abita ora è anonimo, sbreccato come le tazze della colazione, pieno di grigio e di colori sbiaditi.
Non che la vecchia cittadina fosse un paradiso, ma si vedeva poco.
Solo d'estate potevi vedere tutto nitidi, Ma d'estate Pietro era al mare dai nonni.
Il cielo di quella nuova città, invece, gli piaceva.
Era azzurro come quello che bisognava disegnare da bambini sopra le casette col tetto a punta. Aveva sempre pensato di essere l'unico a non vedere l'azzurro e le case col tetto e punta ma non lo diceva, fantasticava di poterli trovare e si sentiva un po' inadeguato.
In quella nuova città il cielo era azzurro davvero. E molto spesso un vento frizzante asciugava in fretta i panni stesi sul terrazzino e spostava nuvole bianche corpose sfilacciandole.
Casette col tetto a punta no, non ce n'erano. Ma magari andavano cercate.
La vita di Pietro, nonostante quell'azzurro, era sotto cieli di controsoffitto o di cemento: nella metropolitana, nella classe con i muri verdescrostato, in palestra con le finestre altissime, in casa ad aspettare.
Ad aspettare che tornassero i genitori. Per tornare poi nella metropolitana. O in macchina. O nel centro commerciale. O al massimo in treno verso la nebbia, nel fine settimana.
Due volte erano usciti tutti e tre insieme per le strade della città nuova.
Una volta in centro: il bianco delle Chiese (gli ricordava le nuvole per come era lavorato con leggerezza), i fili del tram, gli alberi chini, rossi e gialli sul lungofiume.
Un'altra volta al mercato rionale: grondava frutta e verdura colorata, costantemente spruzzata di acqua fresca dai venditori.
Tutto sempre rischiarato da quel cielo azzurro, non appannato.
Di quell'azzurro Pietro sentiva il richiamo, sentiva che poteva stupirlo.
La nebbia gli aveva lasciato addosso l'attitudine a immaginare cose belle nascoste, a credere che in fondo alla strada potesse sempre aprirsi un mondo colorato, che non si nascondessero solo insidie (come le cacche dei cani sui marciapiedi) ma anche meraviglie. Luoghi da esplorare a un palmo dal naso.
Si sente un po' Pollicino, alla ricerca dei sassolini lasciati ad indicare la via verso la casa.
La fantasia è innestata nella sua testa come una delle app del suo cellulare. Pietro ama fantasticare. Forse anche nella sua testa è rimasta un po' di nebbia, oltre che nel cuore.
Così oggi, uscito da scuola inizia a vagare, seguendo l'azzurro e stralci di racconti. Di quel quartiere conosce i racconti, i negozi, gli aneddoti e il nome di alcune vie. Vuole provare a ritrovare i luoghi delle foto sbiadite.
Da scuola a casa tre sole fermate di metropolitana. "Prendi la Metro sennò ti perdi". Ma Pietro si fida del cielo azzurro, dei racconti ascoltati, delle vecchie foto e della sua curiosità.
Prima tappa: una pizzeria/friggitoria. Invece del microonde. Odori e sapori nuovi. La sceglie per il profumo.
Pietro si guarda attorno, vuole per sconfessare quell'aria da "ragazzino che viene dal nord" e decide di copiare il tipo davanti a lui che prende due supplì e un chinotto. Mica male! Il cielo azzurro per ora mantiene le promesse.
Lì vicino deve esserci un parco col teatrino dei burattini e una fontana vuota. Ora piena di cartacce. Due strade a destra, Pietro alza lo sguardo, tre pini oltre la cancellata arruginita: eccolo! Se ci fosse stata la nebbia mica avrebbe potuto orientarsi così bene... Pietro attraversa il parco e dall'altra parte ecco la fermata della metropolitana successiva a quella di scuola.
Ne mancano due, ma sotto il cielo.
Ora è il momento di ritrovare la Chiesa dove si sono sposati i genitori. Quelle foto grandi, nell'album, le avrà viste mille volte. Ma i campanili vicini sono due. Come si chiamava la Chiesa? Pietro ferma una signora e chiede di un Santo che a memoria gli sembra quello giusto. "Sant'Antonio? No. Sant'Antioco, forse!" e Pietro parte nella direzione indicata dalla signora.
Boh. No. Non è qui... torna indietro, punta al secondo campanile.
Un cortiletto gli sbarra la strada, ma Pietro è determinato, scavalca e atterra nel campo da basket dell'Oratorio tra gli improperi di una signora affacciata dal palazzo di fronte. Fingedosi sordo o straniero sfreccia verso l'ingresso posteriore della chiesa. Sìììì. E' questa. Esce dal portone principale con un rapidissimo inchino, e, appena fuori, squilla il cellulare. "Mamma" lampeggia sullo schermo e Pietro si sente scoperto. Non risponde, è plausibile che abbia ancora il cellulare in modalità silenziosa, era pur sempre a scuola...
Con urgenza cerca all'orizzonte la M bianca e rossa della fermata prima di casa sua. Niente, Apre google maps, mica vuole saltare altri muretti! 1,2 km, 12 minuti. Sono le 16.30. Approda a casa col cuore in gola in sette minuti. Accende il microonde. Tutto quell'azzurro gli ha messo appetito...