Non è nostra la fame

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il due gennaio sveleremo il tema deciso da Alberto Buchi. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Alberto Buchi assegnerà la vittoria.
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angelo.frascella
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Non è nostra la fame

Messaggio#1 » sabato 20 gennaio 2018, 22:52

«Dottoressa Reversi, ci hanno detto che lei è la migliore. La prego ci aiuti.» La donna sospirò. Poi, indicando il figlio con un lieve movimento degli occhi, precisò: «Lo aiuti.»
Ada Reversi studiò la postura dei due: la madre, piegata in avanti con le mani giunte, volgeva su di lei un’espressione supplicante, mentre il ragazzo, con la sedia rivolta per metà verso l’uscita, si ostinava a fissare il movimento continuo dei propri piedi.
Ada alzò lo sguardo, fingendo di riflettere. In realtà stava sbirciando Zilly, che svolazzava sopra la testa del potenziale cliente, senza decidersi ad atterrare.
«Ho sentito la sua versione dei fatti, signora Nettuno. Ora vorrei sentire Renato.»
Il ragazzo si voltò con estrema lentezza e le scoccò un’occhiata carica d'odio. Io non sono pazzo urlava con tutto il corpo. La bocca, però, rimase ostinatamente chiusa.
«Renato, io non sono una psichiatra. Non curo malati, ma aiuto persone normali a sopportare la vita.»
«Figlio mio, ti prego. La dottoressa vuole solo darti una mano e Dio solo sa quanto ne hai bisogno.»
Il ragazzo si voltò e sputò verso la madre. «Il tuo dio non mi conosce e non mi capisce. Esattamente come te.»
In quell'istante, Zilly decise di posarsi sui suoi capelli arruffati.
«Ecco! Vede come si comporta? Io mi spezzo la schiena perché non gli manchi niente, gli faccio da madre e da padre e questo è ciò che ricevo in cambio.»
Ada annuì, ma era concentrata sulla reazione di Renato, che, al contatto con la piccola fata-cadavere, per un attimo aveva trasalito e si era toccato la testa. La creaturina aveva esultato. Non che il suo volto in putrefazione avesse cambiato espressione, ma le ali, ormai prive di colore, avevano sbattuto con frenesia. Il ragazzo era recettivo!
«Credo di poterlo aiutare, signora Nettuno. Le mie sedute con lui, però, non devono ricevere interferenze.»
La donna la guardò con le sopracciglia alzate.
«Vuol dire che io non potrò essere presente? Eppure ho letto su Internet che la terapia per curare un ragazzo con problemi psicologici deve essere familiare.»
Ada finse una risata: «Lei ha letto su Internet? Io ho una laurea in psicologia, tre specializzazioni, l'abilitazione alla psicoterapia e anni di esperienza. Ma, se non si fida di me, si rivolga pure a qualcun altro.»
Zilly saltò con agilità sulla testa della madre e iniziò ad accarezzarle la fronte. Il volto della donna si rilassò e le labbra si aprirono in un sorriso.
«D'accordo. Quando cominciamo?»
«Domani a quest'ora. Posso chiederle da chi ha avuto il mio nome?»
«Dalla professoressa Ferri, l'insegnante d’italiano di mio figlio. Dice che lei ha rimesso in sesto tanti suoi alunni, in questi anni.»
La donna si alzò e le diede la mano. Poi si guardò intorno.
«Dovrebbe cambiare un po' l'arredamento.» Indicò le poltrone di vimini dall’ampia spalliera curva, i mobili intarsiati con motivi orientali e le candele ammucchiate disordinatamente un po' ovunque. «Più che l'ufficio di una psicologa, sembra l'antro di uno stregone voodoo. E non sono nemmeno sicura che tutte quelle fiamme libere rispettino le norme di sicurezza.»
Ada intuì che era il caso di fingere una risata.
«Vedrà che alla fine di tutto, non avrà più nulla da ridire sui miei metodi.»
La donna strattonò il figlio. Lui reagì alzandosi e calciando la sedia. Poi si diresse verso l'uscita, senza nemmeno salutare Ada. Intanto Zilly volava su e giù per lo studio come una farfalla impazzita.
Ada udì il ragazzo borbottare nell'anticamera, tirando colpì qua e là all’arredamento. Gli strilli di rimprovero della segretaria non tardarono. La risposta volgare di Renato fece ridere Zilly di gusto. Se Ada avesse ancora potuto essere felice, lo sarebbe stata per la consapevolezza che, grazie a lei, quel ragazzo sarebbe guarito dal male della vita.

Renato aggrediva i gradini come se brulicassero d’insetti schifosi e lui fosse intenzionato a non lasciarsene scappare nemmeno uno. A ogni passo un plop gli risuonava nella testa e i fluidi delle bestie si spargevano tutt’attorno. Alcune avevano il volto della madre, altre della viscida psicologa che voleva entrargli nella testa. Ma lui non gliel'avrebbe permesso.
«Smettila di camminare così. Disturberai tutti gli inquilini del palazzo.»
«Sai quanto me ne frega» replicò, pestando, ancora più forte, gli ultimi gradini e raggiungendo poi, con un salto, il pavimento del pian terreno.
«Io a sedici anni portavo rispetto a mia mamma. E, quando non lo facevo, lei non si faceva pregare per rimettermi in riga a suon di schiaffi.»
«Provaci, così vediamo chi picchia più forte.»
L'immagine di lui che mollava un diretto in pieno volto alla madre lo mise di buon umore. Con il sorriso dipinto sulla bocca, uscì all'esterno, dove il sole ormai basso accendeva di luce cattiva i palazzi. Aveva appena oltrepassato la soglia, quando una donna, con gli occhi spalancati in un’espressione allucinata, gli piantò una mano sul petto.
«Non ti fidare della Reversi o sarà la tua fine!» gli ingiunse con tono disperato.
La madre si precipitò, liberò Renato dalla presa dell’estranea e urlò: «Chi è lei? Che vuole da mio figlio?»
Le lacrime cominciarono a scorrere sul volto della sconosciuta, che cadde in ginocchio e si mise a implorare: «Non lo porti in cura dalla dottoressa. Lo ucciderà… come ha fatto con mio figlio.»
Un coltello di ghiaccio s’infilzò nello stomaco di Renato. E se quella donna avesse avuto ragione?
Si voltò attorno in cerca di aiuto e vide la psicologa spuntare dal portone e sfilare, indifferente, accanto a loro.
«Assassina!» strepitò la sconosciuta, rimettendosi in piedi e allungando le mani verso di lei, come se volesse strozzarla.
La psicologa si fermò e si voltò verso di lei, come se avesse preso solo in quel momento coscienza della sua presenza.
«Signora Gobetti, di nuovo con questa storia? Suo figlio, grazie a me, ha trovato la pace. Non sono responsabile di qualunque cosa gli sia accaduta dopo. Se vuole che aiuti anche lei, però, venga a trovarmi. Parlarne con una persona qualificata le farebbe bene.»
Renato sentì la paura fuggire via, come se una mano amorevole gli stesse sfiorando la testa dandogli la sicurezza che tutto sarebbe andato bene.
Guardò la psicologa allontanarsi e, per qualche istante, si sentì come se non sapesse nemmeno il significato della parola rabbia. Poi, però, il fuoco tornò a scorrergli nelle vene, facendo evaporare il fiume placido in cui si era sentito immerso. Senza aspettare che la madre si riprendesse, cominciò a camminare verso la macchina, con la testa bassa e le mani infilate in tasca.

Zilly svolazzava così allegra che, per un attimo, Ada immaginò stesse per mettersi a cinguettare. Un tempo l'avrebbe invidiata per quell'allegria, ma, ora, era consapevole di quanto fossero futili e maligne le emozioni: meglio tenerle a distanza. Il sole basso del tardo pomeriggio, segno della primavera che iniziava, tanto tempo fa l'avrebbe fatta impazzire di gioia o struggersi di malinconia. A quell’epoca, però, non sapeva ancora cosa fosse l'equilibrio.
Accarezzò Zilly, che, intanto, le si era posata sulla spalla e le si strusciava ai capelli.
«Spero che quella pazza della Gobetti non abbia spaventato il nostro nuovo paziente» disse alla fatina, che, subito, si premunì di volarle davanti agli occhi e fare segno di no con la testa. Un pezzo di carne pendente dalla guancia ballonzolò insieme alla testa e cadde.
«Per il tuo bene, spero che sia così.»
Entrata in casa, Ada gettò via le scarpe, prese un pentolino, vi versò un po' d'acqua e la mise sul fuoco. Preparò il riso in un piatto e, nell'attesa che l'acqua bollisse, accese il televisore. Avrebbe voluto mettere su un canale con le televendite dei materassi, ma Zilly s'impadronì del telecomando, trovò la sua soap opera preferita e si andò a piazzare davanti allo schermo a pancia in giù, con i pugni chiusi sotto la testa e i piedi ondeggianti in alto.
Ada si strinse nelle spalle, buttò il riso e, mentre alle sue spalle udiva la fatina ridere, piangere, spaventarsi e stupirsi, si fermò a guardare l'acqua in ebollizione e i chicchi di riso ballare dentro di essa, come uomini impotenti in balia del destino. Era così che si sentiva Renato. Ancora non sapeva quant'era stato fortunato a incontrare lei.
Dopo un quarto d’ora, mise il riso nel piatto. Ne prese un chicco, soffiò per raffreddarlo, lo mise in bocca e lo schiacciò bene, trasformandolo in una polpa omogenea. Come avrebbe fatto col suo giovane paziente.

Renato si muoveva a disagio sul lettino su cui l'aveva fatto accomodare. Zilly, invece di aiutarlo a rilassarsi, se ne stava seduta sul tavolino a gambe incrociate, con la testa poggiata sulle mani e i gomiti puntati sulle cosce, come una bambina in attesa della favola serale. Ada le scoccò un'occhiata di disapprovazione, ma l'esserino non lo colse.
«Dottoressa, io non sono malato. Inoltre la psicologia non è una vera scienza: quindi, anche se lo fossi, lei non potrebbe far nulla per me.»
«Hai ragione. Psicologia e psicanalisi sono fuffa e non è grazie a esse che io ti aiuterò.»
Il ragazzo scattò in piedi, rosso in faccia: «Bene. Visto che siamo d’accordo, non avrà nulla da ridire se me ne vado a fare una passeggiata.»
Senza scomporsi, Ada continuò a parlare: «Io ti aiuterò, non in quanto psicologa, ma perché sono stata come te, un tempo, e so come si fa per uscirne.»
Renato si bloccò, ma non disse nulla. Ada sapeva che non poteva mostrarsi interessato, anche se era certa di averlo incuriosito. Ostentando indifferenza, il ragazzo si spostò verso la libreria e finse di guardare i volumi esposti e di essere attratto dai vecchi idoli africani, che facevano da soprammobile.
«Davvero? Com’era lei? E come sarei io?» chiese lui, sempre senza guardarla.
«Hai troppe idee, desideri, paure nella testa che non stanno mai in silenzio. Non ti fanno dormire, né stare concentrato ad ascoltare gli altri. E quanto più gli altri insistono perché tu li ascolti, tanto più quei pensieri urlano e conquistano la tua attenzione. Il resto del mondo vuole solo il tuo male e tu devi difenderti, perché preferisci essere carnefice che vittima. Non hai amici e non t’importa averne, o almeno è quello che ti racconti. Non puoi contare su nessuno che non sia te stesso. E devi impedire al mondo di metterti in catene, perché tu sei tu e non un servo della società.»
Renato ruotò lievemente la testa, quel tanto da osservarla con la coda dell'occhio.
«Lei ha affastellato solo un mucchio di luoghi comuni. E poi cosa mi direbbero mai queste idee nella testa? Di comportarmi da ribelle?»
«No. Ti parlano della morte, del tempo che scorre, dell'inutilità di qualunque cosa tu possa fare, perché sarà dimenticata, e di qualunque persona tu possa amare, perché diverrà polvere.»
«Può aiutarmi a non sentire più queste voci?»
Il tono della voce si era ammorbidito e, in sottofondo, vi si percepiva il suono della speranza.
Zilly mimò un applauso per lei.
«Certo. Vieni a sederti qui. Chiudi gli occhi, ora. Pensa a qualcosa che hai fatto, che per te era importantissima, ma è stata dimenticata da tutti; oppure a qualcuno di importante che hai perso.»
«C’era una ragazza in classe mia... Mi trattava come se non fossi la persona sgradevole che sono. Poi però si è ammalata e…»
«Non dirmelo. Pensaci soltanto.»
Il ragazzo annuì e strinse gli occhi per concentrarsi. Ada osservò, indifferente, Zilly che si posava sulla testa del paziente, estrofletteva, dalle dita, lunghe unghie appuntite e le infilzava nella testa di Renato.

Renato sedeva placido al proprio banco.
La professoressa Ferri lo guardò, poi tornò a fissare il registro. Di nuovo cominciò a esplorare, con lo sguardo, la classe e si fermò, perplessa, ancora una volta su Renato.
«Come mai, Nettuno, non eviti di incrociare i miei occhi? Non dirmi che oggi non hai paura di essere interrogato?»
Renato mostrò i palmi all’insù. «Come vuole lei prof.»
«Non mi concederai mica la bella novità di farti trovare preparato? Vieni, allora: ho voglia di sentire la tua voce graffiante parlarmi del Canto XVI del Purgatorio.»

Mentre Renato, zaino in spalla, stava uscendo dall'aula insieme ai compagni, si sentì chiamare dall'insegnante.
«Nettuno, avvicinati.»
Renato si accostò alla cattedra, rassegnato a subire l'ennesima ramanzina.
«Bravo. Oggi hai fatto una buona interrogazione.» Batté il dito sul registro per mostrargli il voto. «Certo, mi sarebbe piaciuto che mettessi un po' più di entusiasmo nell'esposizione, ma, rispetto alle solite prestazioni, sei stato straordinario. E poi sono almeno due settimane che non ti assenti senza motivo e non arrivi in classe con la faccia piena di lividi, per aver fatto a botte, per strada, con qualche sconosciuto. La Reversi è davvero in gamba. Ringraziala da parte mia.»
Renato annuì, salutò la docente, poi, con un senso di soddisfazione che, fino allora, non aveva mai provato, uscì dalla classe.

Entrò in casa, gridando: «Mamma, oggi ho preso otto in italiano.»
Si accorse della borsa posata sulla panca dell'ingresso e si chiese chi potesse esserci. Con due balzi raggiunse l’entrata del salotto e vi si affacciò. Una donna, con una tazzina di caffè in mano, sedeva di fronte alla madre.
«Ecco il mio ragazzo. È migliorato un sacco e, finalmente, mi rende orgogliosa di lui. Andare dalla Reversi gli sta facendo solo bene, checché ne dica tu.»
«Per ora la terapia ti dà l’illusione che sia così» disse l'ospite e, finalmente, Renato la riconobbe. Era la tizia che gli aveva fatto la scenata davanti al palazzo della dottoressa.
Come una furia, si precipitò dalla madre.
«Che diavolo ci fa questa pazza qui? E come ti è venuto in mente di farla entrare? È pericolosa.»
La donna si alzò in piedi, gli fece una carezza sulla guancia e replicò: «No, tesoro, è la tua psicologa a essere pericolosa.»
Lui la afferrò per un braccio e la spinse verso l'uscio, mentre la madre, disperata, gli intimava di smetterla.
«Non si permetta più a venire a casa nostra, né di parlare male della Reversi» le urlò, chiudendo la porta, mentre la madre, da dietro, gli tirava il braccio per farlo desistere.
«Aspetta un attimo» disse lei, infilando un piede fra le ante. «Ti ha mai fatto delle profferte sessuali?»
Renato sputò verso la donna, spinse via, col proprio piede quello che lei aveva frapposto fra i battenti, e sbatté, con forza, la porta.

Ada guardava il ragazzo steso sul lettino. Aveva smesso da tempo di indossare magliette strappate e jeans scoloriti: oggi aveva una bella camicia bianca e un paio di pantaloni neri anonimi. Aveva tolto tutti i piercing e tagliato i capelli corti, eliminando la cresta. Ancora una volta, stava riportando un cliente all’equilibrio.
Zilly estrasse le unghie dalla testa del ragazzo. Le ali erano di nuovo coperte da un arcobaleno di colori vivaci e i lineamenti della fatina stavano tornando gradevoli, seduta dopo seduta, anche se qualche piccola zona in putrefazione era ancora visibile.
Renato ci mise qualche secondo a riaprire gli occhi. Poi fece un gran sospiro e accennò un lieve sorriso che subito gli morì in volto.
«Come stai?» gli chiese Ada.
«Bene» disse lui, incerto. «Ammesso che la parola bene significhi qualcosa.»
Ada annuì: «Esatto. Come ti sarai reso conto, non manca molto alla fine del trattamento. Fra poco sarai completamente libero.»
«Dalle sedute?»
«Dal male di vivere.»
Questa volta fu Renato ad annuire.
«Ci faccia entrare. Abbiamo un mandato» sentì sbraitare oltre la porta dello studio.
«Non può. Dentro c'è mio figlio.» Questa volta la voce era quella della signora Nettuno.
Renato rivolse ad Ada uno sguardo appena velato di preoccupazione.
«Che succede?» chiese.
Ada scosse la testa e andò ad aprire la porta, mentre Zilly si alzava in volo, curiosa.
Nell'anticamera, la sua segretaria e la madre di Renato, cercavano di tenere a bada due poliziotti e la signora Gobetti.
«Ah, ecco la dottoressa. Abbiamo un mandato di perquisizione per il suo studio.»
«Accomodatevi pure, ma non troverete nulla d'interessante» disse lei, facendosi da parte.
Renato le si affiancò, mentre la madre puntava un dito verso la Gobetti.
«Ho controllato, sai? Tuo figlio non è morto. Racconti delle gran balle.»
L'altra, sbottò, con voce tremante di rabbia: «Non è morto, dici? Ma è come se lo fosse.» Poi indicò Renato. «Uno zombie! Guarda come lo sta riducendo. Succhia loro tutta la linfa vitale e li riduce a dei gusci vuoti. Non so come faccia. Forse li droga o semplicemente fa loro il lavaggio del cervello. Ma lo scoprirò.»

«Oggi è la nostra ultima seduta, Renato. La tua sofferenza è finita.»
«Tu eri come me?» disse lui, stendendosi, nudo, sul lettino. Zilly volteggiava per la stanza, al colmo dell'eccitazione.
«Io ero come te» disse lei, mettendosi a cavalcioni su di lui.
«E ora io sarò simile a come sei diventata tu ora?»
«Lo sarai appena avremo finito.»
Iniziò a muoversi su di lui, prima lentamente, poi sempre più veloce.
Zilly, che si era stesa sul tavolino, si agitava, emettendo gemiti e grida di piacere al posto loro.
«Gusci vuoti?»
«Gusci vuoti. Zombie privi di dolore e di gioia e di altre emozioni insensate e distruttive.»
Il ragazzo le posò le mani sul seno, ma più come ci si poggia per non cadere che per compiere un gesto d’intimità.
«Ma gli zombie mangiano...» iniziò a obiettare.
«La fame non è nostra, però.»
Zilly era al culmine, le guance rosse e la schiena inarcata dal piacere.
Poi Ada si fermò e Zilly rimase stesa con l'affanno. Il ventre della fatina iniziò a gonfiarsi rapidamente.
«Ci siamo quasi e poi non avrai più bisogno di me.»
La porta dello studio esplose con fragore, in contemporanea con un urlo straziante di Zilly. Un poliziotto entrò nello studio con, in mano, l’ascia con cui si era fatto strada, seguito da altri due agenti con le pistole spianate.
Zilly, senza accorgersi di nulla, tremava, agitandosi sempre più, sulla superficie del tavolo.
«Circonvenzione di minorenne, abuso sessuale su minore, oltretutto nell'esercizio della professione. Aveva ragione la signora Gobetti a chiederci di mettere la stanza sotto videosorveglianza.»
I poliziotti afferrarono Ada per le braccia, la costrinsero a rivestirsi e le misero le manette, mentre una giovane agente si prendeva cura di Renato.
Il tremore di Zilly, che pareva divenuto incontrollabile, si fermò di botto. La sua pancia era di nuovo liscia e accanto a lei, ora, c'era un'altra fatina. Zilly prese il volo e si posò sulla spalla di Ada. La nuova nata, dopo qualche battito, incerto, di ali, raggiunse Renato.
«Posso dire una cosa al mio paziente?» chiese Ada al poliziotto, che la strattonò.
«Lascia perdere quel poveretto e andiamo via, pervertita!»
«La prego» supplicò Renato. La giovane agente che lo teneva per la mano, toccata sui capelli dalla fatina appena nata, fece segno, al collega, di lasciarli parlare un attimo.
Ada gli si avvicinò e gli sussurrò velocemente: «Questa fatina è il mio dono. Dalle un nome. Ti aiuterà a mantenere l'equilibrio. Ma, ricorda che la devi nutrire.»
«Come?»
«Te lo insegnerò lei stessa.»

Nella stanza del carcere, Zilly tremava dalla gioia. In quel luogo, colmo di malessere ed emozioni cattive, avrebbe avuto cibo in quantità, senza dover aspettare che le prede venissero a cercarla.
Una delle compagne di cella di Ada, si avvicinò alla psicologa e le sussurrò all'orecchio: «Vuoi essere la mia ragazza?»
«Vedrai che, per te, sarò molto di più.»
Ultima modifica di angelo.frascella il domenica 28 gennaio 2018, 0:31, modificato 3 volte in totale.



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SalvatoreStefanelli
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Re: Il male della vita

Messaggio#2 » domenica 21 gennaio 2018, 20:26

Storia molto interessante ma che risente di una fretta di essere postata: ci sono diversi refusi da correggere e alcune frasi secondo me non proprio belle. Mi è piaciuto invece il modo di vedere gli zombi e la tua fatina-cadaverina.

Ti segnalo qui una ripetizione fastidiosa: Ada Reversi, seduta sulla sua poltrona di vimini con le mani giunte davanti al viso, ne studiò la postura: la madre piegata in avanti con le mani giunte e

qui un "con" che non dovrebbe esserci: e le scoccò con uno sguardo carico d'odio.

e le candele ammucchiata - forse volevi dire ammucchiate

però, venga ha trovarmi. - qui c'è un'h di troppo

almeno è quello che ti raconti. - qui è racconti

E devi impedire al mondo a metterti in - sicuro che vada bene " a metterti"?

Questi sono quelli che ricordo.

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angelo.frascella
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Re: Il male della vita

Messaggio#3 » domenica 21 gennaio 2018, 21:45

Grazie, Salvatore, per le tue preziose annotazioni!

Ti confermo che ho postato un po' di fretta (che, com'è noto, è cattiva consigliera e anche come scrittrice se la cava male).

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angelo.frascella
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Re: Il male della vita

Messaggio#4 » domenica 21 gennaio 2018, 21:58

Un paio di refusi mi hanno provocato dolore fisico... aaargh...

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Wladimiro Borchi
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Re: Non è nostra la fame

Messaggio#5 » lunedì 29 gennaio 2018, 14:33

Il racconto più originale del gruppo e, refusi a parte (peraltro già corretti, alla data della mia lettura) quello scritto in maniera più ricercata. Zombie diviene sinonimo di guscio vuoto, di assenza di emozioni, di voglia di cambiare. Un po' quello che voleva evidenziare Romero, quando metteva i suoi zombie in completo da lavoro, ventiquattrore in pugno, alla fermata dell'autobus. Siamo tutti zombie, quando perdiamo quell'anelito che ci contraddistingue e che ci spinge ad azioni sorprendenti e, quando è necessario, anche antisociali. Il punto più debole, forse, sta nel non averci datao immagini altrettanto potenti e suggestive, come gli altri due scrittori del gruppo, ma non credo che fosse possibile, vista la complessa tematica che hai scelto.
In fondo è rimasto un refuso: "te lo insegnerò lei stessa" -> "te lo insegnarà lei stessa".
IMBUTO!!!

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Eugene Fitzherbert
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Re: Non è nostra la fame

Messaggio#6 » martedì 30 gennaio 2018, 17:12

Ciao, Angelo!
Inizio subito così: Bel Racconto. Senza aggiungere altro!

Veniamo al sodo: la storia è molto interessante con l'aspetto allegorico della zombificazione delle coscienze, più che delle persone. Certo soffre di qualche stereotipo: il ragazzino che si acconcia come un punk degli anni 80 mi ha fatto sorridere...
Ma altre cose mi hanno lasciato un po' perplesso, soprattutto per quel che riguarda alcuni dialoghi: un ragazzo che non studia, è un perdigiorno contestatore non può dire Lei ha affastellato solo un mucchio di luoghi comuni.; mi sarei aspettato più che altro un attacco di violenza verbale, parolacce, turpiloquio e cattiveria.
Allo stesso modo mi è parso un po' irreale che una perfetta sconosciuta (bollata come vecchia pazza dalla psicologa) sia invitata a bere un te a casa della signora Nettuno. Magari un incontro tipo stalking sarebbe stato più in linea con il personaggio. E per ultimo, la professoressa che dice tutte quelle cose al ragazzo non ci sta proprio. Io l'avrei fatta parlare con la madre, magari convocata a scuola.

Sono certo, piccolezze, chiose di poco conto che mi hanno fatto stridere i denti, in una storia per altro originale e ben controllata. Complimenti.

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angelo.frascella
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Re: Non è nostra la fame

Messaggio#7 » mercoledì 31 gennaio 2018, 18:31

Grazie, Wladimiro, per lettura, commento e apprezzamento.

Grazie anche a te Eugene.
I punti che sollevi sono sicuramente interessanti e vedrò di rimediare allo stereotipo e alla frase del ragazzino.
Per quello che riguarda il dialogo dell'insegnante con lui, non lo vedo così fuori luogo. Si tratta di una docente che ci tiene ai ragazzi, che prova a stabilire un dialogo con loro. Da un punto di vista narrativo, inoltre aggiungere una scena con la madre che va a parlare con lei avrebbe allungato inutilmente il testo, rischiando di far perdere un po' di ritmo, e avrebbe aggiunto un terzo punto di vista che sarebbe stata davvero eccessiva in un racconto di 20.000 caratteri.

Per quello che riguarda la "vecchia pazza" a casa della madre, l'idea è che lei e la madre si siano incontrate per strada, la tipa si sia scusata e le abbia raccontato del figlio morto (e speravo questo si capisse dal fatto che, nel finale, la madre di Renato le dice: ho controllato e tuo figlio non è morto). Vedrò di aggiungere un po' di informazioni per chiarire meglio.

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roberto.masini
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Re: Non è nostra la fame

Messaggio#8 » sabato 3 febbraio 2018, 14:28

Dopo gli psyco-thriller, gli psyco-zombie. Un'allegoria azzeccata che rende la storia veramente originale ma c'è un ma. Quello che a me non piace è la mancanza di approfondimento della personalità del sedicenne che parla come un trentenne bocconiano, non usa espressioni volgari e non è. sostanzialmente, aggressivo. So che una delle cose più difficili è quella di far parlare le persone delle storie come se fossero vere e quindi con le loro differenze ma in questo caso la mancanza di un linguaggio giovanile inficia un po' la qualità del racconto. Anche la scena della signora Gobetti nella casa del ragazzo andava resa maggiormente plausibile.

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