Un verde oscuro

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il due gennaio sveleremo il tema deciso da Alberto Buchi. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Alberto Buchi assegnerà la vittoria.
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roberto.masini
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Un verde oscuro

Messaggio#1 » venerdì 26 gennaio 2018, 18:27

Il nome della stella è Assenzio.
Un terzo delle acque diventò amaro
come l'assenzio e molti di quelli
che bevvero morirono, perché erano
avvelenate
(Giovanni, Apocalisse 7,10)



Prologo. Oggi, domenica, 7 marzo 1869, tenterò di convincere il mio amico Salvatore: non posso continuare a vivere in queste condizioni. Solo lui può capirmi e spero che mi esaudisca. Il 25 marzo è vicino!

1. La proposta indecente. Quando Salvatore rientrò, mi raggiunse nella stanza da letto:
«Iginio, ti ho portato un sorbetto d’Almerin; ti tirerà un po’ su!»
«C’è la cannella?» domandai, tossendo.
«Ma naturalmente: uova, Malaga, zucchero e… cannella!»
«Grazie, Salvatore, aiutami a tirarmi su!»
Mentre eseguiva l’operazione, tossii nuovamente ed espettorai del sangue. Prontamente il mio amico mi allungò un fazzoletto.
«Che cosa ha detto il dottore?»
«Non lo vedo da una settimana ma la diagnosi è sempre quella: tisi!»
«Lo so, lo so! Ma tu ti devi curare. Cosa che non hai mai fatto in tutti questi anni!»
Lo afferrai per un braccio e gli dissi:
«Salvatore, ascoltami: ti devo dire una cosa importante!»
Si sedette, compunto, sul letto accanto a me e, alzando il dito, mi ammonì:
«Per oggi non voglio sentire le tue tiritere sulla contessa Clara Maffei!»
«No, tranquillo, Salvatore: devo chiederti una cosa che solo tu puoi fare!»
«Dimmi: tu sai che io ti capisco, che puoi contare su di me.»
«Ecco… ascoltami bene io voglio che tu, oggi stesso, mi aiuti a porre fine alla mia esistenza!»
«Ma che cosa dici? Un omicidio… del mio migliore amico?»
«No, non un omicidio, un suicidio che però le mie deboli forze non mi consentono di eseguire!»
«Dunque non sopporti più il dolore di questa malattia, dopo la vita dissipata che hai condotto nel tentativo di cercare la morte. Certo noi siamo scapigliati e so che uno dei motivi cardine del nostro movimento è la protesta contro questa società che può arrivare fino all’autodistruzione. Qualcuno si è sparato, qualcuno è morto per eccessivo uso di droghe e alcool. Tu, mi sembra, abbia cercato morbosamente la malattia nel desiderio di annullarti. Io, naturalmente, non sono d’accordo ma pensavo che tu ti volessi lasciar morire senza curarti. Perché ora questa accelerazione? Dimmi, ti prego!»
Con un grande sforzo mi misi seduto sul letto, lo abbracciai e poi risposi:
«Una volta dissi che non si arriva alla fede che per una sola via: per quella del dolore. I prosperi e i fortunati sono raramente uomini religiosi: lo sono gli sventurati. Ma qual è la vera risposta alle nostre domande? Dove si va? D’onde si viene? Che cosa vi è dopo la morte? Le risposte, piene di ribrezzo e di angoscia, si possono trovare nelle tombe dei cimiteri. Ma io non voglio raggiungere il paradiso o l’inferno: io non voglio più vivere su questa terra e soprattutto voglio essere morto prima di Pasqua, esattamente prima di giovedì, 25 marzo. E la ragione non è la mia malattia o, per meglio dire, non è la tisi!»
«Ho capito: sei diventato pazzo e l’unica possibilità, per il tuo bene, sarebbe il manicomio. Ma, come ho detto, io ti capisco, so che cosa hai passato, conosco la tua filosofia di vita, io ti sono amico e non…»
«No, in realtà tu potrai capire solo dopo che io ti avrò raccontato una storia che mi riguarda e che non ho mai raccontato a nessuno. So che stenterai a credermi ma ti giuro che tutto quello che mi è successo è incredibile ma vero. Per favore ti prego di ascoltarmi senza interrompermi. Sono certo che la fine capirai e mi accontenterai.»
Salvatore si alzò dal letto, prese una sedia, la avvicinò, si sedette e poi, con un cenno della mano, m’invitò a cominciare.

2.La Fata Verde. Dopo aver congiunto per un istante le mani sulla bocca, mi guardai furtivamente intorno, certo d’indovinare una presenza tra noi. Non fu così e allora iniziai il mio racconto:
«Tu sai cosa sia per noi scapigliati l’assenzio. Forse tu non ne hai provate le sue virtù allucinogene ma soprattutto creative. Tu sai che i francesi chiamano questo distillato la Fata Verde ma anche il pericolo verde e ora io so perché. In un giorno d’estate dell’anno scorso, io mi trovavo al caffè Martini insieme ad artisti che non lavorano, a cantanti che non cantano, a letterati che non scrivono, e a persone eleganti che non hanno denari; si parlava dell’eventualità d'una guerra in Italia. Da ciò, giù per la china delle opinioni e delle antiveggenze personali, si era arrivati ai pronostici; e dai pronostici ai presagi; e da questi, entrando nel campo della vita intima, alle fatalità, alle malie, alle stregonerie. Mentre acquistavo una bottiglia di assenzio, qualcuno disse qualcosa a proposito della Fata Verde; diceva che, fonte d’ispirazione di molti poeti, era una vera fata ma simile a un fantasma e la potevano vedere solo i consumatori della verde bevanda. Chi aveva raccontato la storia fu sommerso da fischi e lazzi ma a me rimase in mente. La sera dopo, con le finestre aperte, mi gustavo il liquore e mi sembrò di scivolare fuori da me stesso; vidi il mio corpo appisolato sulla sedia. Poi ci fu un gran rumore; io aprii gli occhi e davanti a me, in piedi, una donna mi faceva cenno di alzarmi e di avvicinarmi. Era vestita come una dama medievale: scollo arioso, spalle in tulle, e maniche svasate. Aveva un taglio impero sottolineato da una passamaneria verde scuro sotto il seno con un grande smeraldo. La gonna era color verde foglia, con strato superiore color verde giada. La donna aveva sul capo una coroncina verde muschio ma il volto era nascosto da un velo verde trifoglio.»
«Devo arguire che si trattava della Fata Verde! E’ così?» domandò ironicamente il mio amico.
«Salvatore, sì, è evidente che è così ma per favore non interrompermi più perché altrimenti non so se riesco a dirti tutto quello che devo. Dunque… la fata si avvicinò al mio volto e mentre il velo sussultava per le sue parole, mi sussurrò: ”Tu mi hai evocato ogni giorno bevendo questa estatica mistura e quindi io oggi ho deciso di rivelarmi a te.” La sua voce era incredibilmente suadente e mi risvegliava sensi ormai intorpiditi da tempo. La presi delicatamente per un braccio e la avvicinai al mio viso, implorando: ”Scopri il tuo velo affinché io veda il tuo volto meraviglioso!” Una voce flautata mi rispose: ”Potrò farlo solo a queste condizioni. Per prima cosa dovrai scrivere i racconti che ti detterò e dovrai dire a tutti che sono opera del tuo ingegno. Dopo aver trascritto questi racconti, dovrai concedermi una notte d’amore e solo allora vedrai il mio viso.” Accettai, anche se mi pareva di sognare. Dopo il mio sì, la fata si dissolse come nebbia al sole.»
«E poi ti svegliasti.» concluse Salvatore in tono sarcastico.
«No, amico mio: io ero ben sveglio e non dormii tutta la notte. La sera del giorno successivo la fata apparve senza che io avessi assaggiato una sola goccia di assenzio. Cominciò a dettarmi strane storie. Ti ricordi i miei racconti fantastici? Ebbene I fatali, Un osso di morto, Uno spirito in un lampone, La lettera U non sono stato il parto della mia fantasia ma della sua. M’inquietò soprattutto il racconto che lei mi suggerì d’intitolare Le leggende del castello nero, dove quella castellana si trasforma nel momento del bacio in un abominevole scheletro e gli profetizza il giorno della morte. Ricorda le mie parole su questo racconto: ti ritorneranno utili per tentare di comprendere ciò che mi è accaduto. Tutte le sere questo spirito di verde vestito si sedeva di fronte a me e con voce melodiosa mi narrava vicende raccapriccianti. Dopo una settimana, poiché le avevo parlato del mio romanzo intitolato Fosca, mi suggerì come dovesse essere l’aspetto della protagonista. Io l’avevo descritta emaciata e sofferente ma lei volle addirittura renderla orribile. Ti rivelo i termini che mi ordinò di usare nel XV capitolo che stavo per inviare alla rivista Il pungolo: “Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna!… Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonie di fattezze - che anzi erano in parte regolari - quanto per una magrezza eccessiva, per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine. Un lieve sforzo d’immaginazione poteva lasciarne travedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione. Tutta la sua vita era ne' suoi occhi, che erano nerissimi, grandi, velati, occhi d'una beltà sorprendente… Tutta la sua orribilità era nel suo viso.”… Quella, quella non era la mia Fosca. Tu sai che mi ero ispirato alla mia Angiolina che conobbi a Parma…»
«Sì, so tutto di lei: mi hai raccontato tali e tanti particolari che a volte penso che sia stata la mia fidanzata!» interruppe ridendo Salvatore.
«Era giunto l’inverno e proprio quel nebbioso e freddo martedì di dicembre la Fata Verde comparve e mi disse: ”E’ giunto il momento di soddisfare il mio desiderio!” e si spogliò davanti a me. Comparve un corpo bellissimo, dalle forme sinuose, bianco come il latte, verso il quale mi sentii attratto come non mi era mai capitato prima. Non volle però togliersi il velo che le copriva il viso perché l’avrebbe fatto lei, solo dopo la congiunzione carnale. Anzi mi disse che se glielo avessi tolto io, mi sarebbero capitate vicende orribili. Mi spinse sul letto e cominciò a trastullare il mio augello, finchè non cominciò a cavalcarmi furiosamente. Le chiesi quale fosse il suo nome. Non glielo avevo mai domandato. Mi rispose che la potevo chiamare Verdiana! Al culmine del piacere, mentre la fata ululava, dimentico del suo avvertimento, le tolsi il velo. Apparve la faccia più orrenda che avessi mai visto o che avessi mai letto sui libri. La pelle rugosa e cadente circondava due grandi occhi verdi dalla espressione malvagia in mezzo ai quali spiccava un naso adunco provvisto di un enorme brufolo sulla parte sinistra. Dalla bocca spalancata e urlante spuntavano denti piccoli, aguzzi e innumerevoli. Strinse le mani improvvisamente fattesi scheletriche attorno al mio collo e dopo avermi sputato in faccia saliva verde, gridò: ”Tu hai voluto disobbedirmi e ora la tua vita sarà un inferno. Come hai visto il mio vero volto, così vedrai quello di tutte le persone che ti circondano e poi non terminerai il tuo romanzo perché morirai il 25 marzo!”
Svanì nell’aria e io cominciai a tossire convulsamente, toccandomi il collo e ripensando alla novella del castello nero con la sua profezia di morte!»

3.La macabra scoperta. Salvatore, pur essendo mio amico, mi guardava come si guarda un pazzo ma io avevo deciso che solo raccontando la storia fino alla fine lui avrebbe potuto comprendermi, per cui continuai:
«Da quel maledetto giorno non incontrai più Verdiana ma cominciai ad avere fugaci visioni delle persone che incontravo che, via via che passava il tempo, divennero sempre più prolungate.»
«Di che tipo di visioni stai vaneggiando?»
«Da quel maledetto giorno, dicevo, ho cominciato a vedere le persone non come apparivano a tutti: sotto la pelle scorgevo le loro ossa, il teschio, lo scheletro, insomma! Ho cercato di allontanare da me queste allucinazioni, proprio scrivendo poesie che sono valse la definizione, di qualche sedicente critico letterario, di morbosa necrofilia!» e cominciai a declamare, scendendo dal letto. «Quando bacio il tuo labbro profumato,/cara fanciulla, non posso obbliare/che un bianco teschio vi è sotto celato./Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,/obbliar non poss'io, cara fanciulla,/che vi è sotto uno scheletro nascosto./E nell'orrenda visione assorto,/dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,/sento sporgere le fredda ossa di un morto. Pensavo, e mi sbagliavo, che parlando costantemente di morti e scheletri, sarei guarito.»
«E non è stato così?» mi domandò, affranto, Salvatore.
Lo afferrai per un braccio e poi lo abbracciai, singhiozzando. Lui stava per consolarmi ma io mi distaccai e, asciugandomi le lacrime, continuai:
«Ti ricordi quell’altra poesia che faceva M’avea dato convegno al cimitero e che parla di una fanciulla ormai cadavere? Il giorno dopo che la scrissi, mi ritrovai a passare dal Cimitero Monumentale e decisi di farmi chiudere dentro. Forse vedendo dei veri cadaveri sarei guarito. Ben intabarrato, soffiavo sulle mani intirizzite dal freddo di quella domenica di Gennaio. Mi aggiravo tra tombe e croci ma non c’erano sarcofagi scoperchiati o, peggio, da scoperchiare. Forse avrei visto qualche fantasma, forse mi sarebbe riapparsa la Fata Verde ma di ossa neanche l’ombra. Stavo per abbandonare il cimitero, arrampicandomi su un cancelletto di un’uscita secondaria, quando udii una nenia recitata a bassissima voce. Mi avvicinai con circospezione e, nascosto da un grande angelo di marmo, vidi una donna velata, inginocchiata davanti a una cappella aperta che emanava una fioca luce giallognola. Dopo poco ne vidi uscire due figure; erano un uomo e una donna ma non erano scheletri. Erano creature con la pelle decomposta, abiti stracciati, movimenti lenti. Li vidi avventarsi sulla donna che li aveva evocati. La uccisero a morsi e cominciarono a mangiarsela. Ero paralizzato dal terrore; non osavo muovermi perché pensavo che ogni minimo rumore, in quel luogo dove regnava assoluto il silenzio, li avrebbe attirati. Consumato il pasto, si unirono carnalmente tra rantoli e scricchiolii. Raggiunto il culmine del piacere, alla donna le si staccò un piede e all’uomo una mano. Con l’unica mano rimasta l’uomo la spinse verso l’uscita e poi non si sentì più nulla. Ero impietrito molto più della statua dietro la quale mi ero nascosto. Passarono altre due ore. Mi mossi e scavalcai il cancelletto verso l’uscita. E qui comparve nuovamente Verdiana con l’indice puntato contro di me che mi urlava con voce roca: ”Non te lo scordare : mancano venti giorni alla tua morte, la tua Fosca resterà incompiuta e nessuno ti ricorderà mai né come uomo né soprattutto come scrittore.” Reagii senza pensare e la aggredii ma scomparve tra le mie mani. Ora, Salvatore, mi credi? Come puoi pensare che io voglia ancora vivere, guardando crani che incontro per strada… e, sì, vedo anche il tuo, in questo momento. Perciò ti chiedo solo due cose: aiutami a morire e termina tu la mia Fosca! Io invero l’ho finita ma mi manca il capitolo in cui Giorgio e Fosca passano insieme una notte d’amore. Scrivila tu e poi inviala al Pungolo.»
Salvatore non rispose ma mi abbracciò forte, incominciando a piangere. Poi si ricompose, si staccò da me e disse:
«Iginio, tu sai quanto io ti voglia bene; sai quanto io ti abbia capito fino a oggi; sai quanto io abbia compreso e poi condiviso il tuo spirito di ribellione nei confronti della società, del perbenismo borghese. Io ti sono sempre stato vicino in questi quattro anni della mia vita milanese e, se ti ricordi, un giorno ti dissi che per te avrei fatto qualunque cosa. Fui avventato sì, perché ora tu mi chiedi cose che io non posso fare. Me le chiedi, ne sono certo, perché il dolore di questa malattia ti ha offuscato il cervello per cui vedi fantasmi e fate. Domani chiamerò il mio medico e acquisterò tutte le medicine che m’indicherà. Tu guarirai, non morirai il 25 marzo e la notte d’amore tra Giorgio e Fosca la scriverai tu!»
Mi fece distendere sul letto e mi rimboccò le coperte, mentre io cercavo d’indicargli un punto alle sue spalle. Povero amico mio! Non vedeva che dietro di lui era apparsa Verdiana, sogghignante.

Epilogo. Il pungolo, 26 marzo 1869. Si è spento ieri Ugo Iginio Tarchetti per un attacco di tifo; è morto dopo aver lungamente, coraggiosamente e dignitosamente lottato contro le brutali realtà della vita, nemiche accanite all’arte e alle sue manifestazioni; è morto quando la speranza di miglior avvenire, frutto di lavoro assiduo e di costanza indomabile, più caramente gli sorrideva; è morto quando gli sorridevano intorno attestati non dubbi della commozione profonda destata dai casi di questa povera Fosca, nella quale egli quasi morente versò tanta parte della vita che gli fuggiva ― gioie, dolori, aspirazioni indefinite, proteste sdegnose, indignazioni sante ― e quasi a ogni linea, il presentimento della morte vicina. Lo piange affranto il suo amico Salvatore Farina che non potrà partecipare alle esequie in quanto temporaneamente ricoverato nella Pia Casa della Senavra in stato di confusione mentale.

Storia della letteratura italiana di Martino Erbosi. Fosca è il romanzo più celebre dello scrittore Iginio Ugo Tarchetti, nato a San Salvatore Monferrato il 29 giugno 1839 e morto a Milano. Pubblicato a puntate sulla rivista “Il pungolo” nel 1869 e raccolto in un volume di 50 capitoli nello stesso anno, è uno dei romanzi più significativi della Scapigliatura. Tarchetti morì il 25 marzo 1869 prima di terminare il penultimo capitolo, che fu completato dall'amico Salvatore Farina.



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SalvatoreStefanelli
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Re: Un verde oscuro

Messaggio#2 » sabato 27 gennaio 2018, 16:18

Sai, Roberto, questa storia mi piace, nonostante per un bel po' abbia pensato che fosse troppo raccontata e poco mostrata. La narrazione di Iginio a volte stenta ad avere un ritmo, a volte tende a essere stancante, come quando descrivi l'abbigliamento di Verdiana. Anche il viso della fata, mostrato durante l'atto di fare l'amore, era facile intuirlo in quel modo e la storia sembra lasciarsi andare a seguiti fin troppo prevedibili. Però, la tua capacità di trasformare fatti reali in una storia dai decisi caratteri horror, approfittando degli spunti che essa stessa portava con sé, arricchendola di quelle parti che attenevano ai bonus proposti, rende il tuo lavoro meritevole. Mi compiaccio delle tue conoscenze e dei tuoi studi. Bravo.
P.s. per qualche momento, mentre leggevo, mi sono sentito di essere Salvatore, quello della tua storia. Ahah!

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angelo.frascella
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Re: Un verde oscuro

Messaggio#3 » lunedì 29 gennaio 2018, 23:28

Ciao, Roberto.

Davvero bella l’idea di sfruttare narrativamente l’affascinante figura di Tarchetti e del suo contesto culturale. Dimostri anche notevoli capacità mimetiche, creando un racconto che potrebbe essere stato tranquillamente scritto all’epoca.
Questo approccio stilistico rappresenta, allo stesso tempo, punto di forza e di debolezza del testo che talvolta diventa un po’ “lento” per i gusti moderni. Alleggerirei perciò in qualche punto, senza però esagerare (rischiando di togliere il gusto antico del racconto).
Ti segnalo alcune cose:
- in alcuni punti cadi nell’Infodump: soprattutto quando fai dire a Farina: “Certo noi siamo scapigliati e so che uno dei motivi cardine del nostro movimento è la protesta contro questa società che può arrivare fino all’autodistruzione. Qualcuno si è sparato, qualcuno è morto per eccessivo uso di droghe e alcool.”. Queste sono tutte cose che Tarchetti sa già e metterle in bocca all’amico per farle conoscere anche al lettore sembra davvero forzato e innaturale”. Limerei perciò il testo in questo senso
- “trastullare l’augello” risulta involotariamente comico e spezza un po’ la magia del testo
- La scelta di eliminare quasi completamente le descrizioni ambientali per avere un dialogo quasi pure, associato al linguaggio forbito dei due dà al testo un sapore molto teatrale. Non che sia un male in sé, ma alternare al dialogo qualche descrizione della stanza e di ciò che vi accade, potrebbere aiutare ad avere un ritmo più vario e un maggior coinvolgimento del lettore.
A parte questo, complimenti: un bel lavoro.

A rileggerci,
Angelo

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Sonia Lippi
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Re: Un verde oscuro

Messaggio#4 » martedì 30 gennaio 2018, 21:51

Ciao Roberto...
Devo dire che il tuo racconto mi è piaciuto.... bella l idea di far riferimento al periodo degli scapigliati che tra l altro al liceo era uno dei periodi letterari che.mi affascinava maggiormente.
Accorcerei comunque alcune spiegazioni che anche se sono belle, a lungo andare appesantiscono il racconto.... chiacchiera un sacco la tua fatina, facendo perdere un pochino la suspence...
Ti faccio i complimenti per la tua sapienza e per come hai saputo sfruttarla....
Bel racconto ..

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