Surfin' Bird

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo luglio sveleremo il tema deciso da Giovanni Lucchese. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Giovanni Lucchese assegnerà la vittoria.
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fabiogimignani
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Surfin' Bird

Messaggio#1 » martedì 31 luglio 2018, 13:47

L'odore metallico del sangue rappreso sembrava aver intriso le pareti della stanza, mescolato a quello del liquore rovesciato sul pavimento lurido, dolciastro ed acre al tempo stesso.
Il soffitto si illuminava a tratti colorandosi del blu dei lampeggianti che proiettavano lo scheletro rachitico dell'infisso come il personaggio di una grottesca lanterna cinese.
Nella North Catalina Street, un piano più in basso, la solita folla di curiosi si stava accalcando al di là del nastro giallo che delimitava la scena del crimine, rischiarata dai lampeggianti di due giunoniche Ford Crown Victoria posizionate diagonalmente in strada per impedire il passaggio di qualsiasi veicolo.
Il sergente Emmett era seduto al posto di guida di una delle due auto con il microfono della radio in mano e lo sguardo perso nel vuoto.
«Mi senti Emmett?» gracchiò improvvisamente la trasmittente riportandolo bruscamente sul pianeta Terra.
«Ti sento, Ed... Che novità hai per me?»
«Confermo quello che ti ho detto prima, sergente» Ed Sullivan scandiva le parole come un risponditore automatico, ed Emmett sapeva che era il suo modo per avvertirlo che altre persone erano in ascolto «Alza il culo dalla macchina, fiondati ai margini della scena del crimine e monta la guardia. Sigilla tutto come se ne andasse della tua vita, impedisci che chiunque si avvicini ed attendi qualcuno con più galloni di te che sta arrivando a passo di carica» fece una lunga pausa, poi concluse «E se ti lasci scappare anche un colpo di tosse con la stampa, mi dicono dai piani alti che mandano qualcuno a mangiarsi il tuo distintivo con tutto lo sbirro attaccato. Ricevuto?»
«Forte e chiaro, Ed... Forte e chiaro» sospirò Emmett nel microfono a spalla scendendo dall'auto e guardando verso la piccola folla di curiosi e cronisti tenuti a bada da tre colleghi.

Robert Lee Emmett, cinquantadue anni, originario di una cittadina della Louisiana talmente piccola che i navigatori GPS si rifiutavano anche di prendere in considerazione, osservava la scena con il distacco che aveva imparato ad innalzare durante gli anni di servizio al Dipartimento di Polizia della città di Ventura.
Rendersi impermeabile alle emozioni era l'unica cosa che gli permetteva di continuare a svolgere il suo lavoro senza impazzire. Senza ricordare.

Tutto era cominciato quindici anni prima, quando nel corso di un'operazione coordinata dalla Narcotici si era trovato a dover fronteggiare un colombiano strafatto, barricato in un internet point con tre ostaggi: due ragazzi di quattordici anni ed una bambina di nove.
Il narcotrafficante era sfuggito alla retata nel magazzino di elettronica che fungeva da copertura all'organizzazione, sfondando una finestra e la testa dell'agente che la piantonava, per poi catapultarsi verso il locale attiguo, sparando come Buffalo Bill con un H&K MP5 su qualsiasi cosa si muovesse.
Due giovani sposi appena scesi dall'auto scoperta con il cartello “Just married” attaccato al paraurti posteriore si erano trovati sulla sua strada. Lo sposo si era gettato a terra, ma la sposa era stata raggiunta da una raffica che le aveva aperto un nuovo bouquet scarlatto al centro del seno.
Il gestore del negozio e un cliente erano stati letteralmente tagliati a metà dai proiettili, mentre i due adolescenti e la bambina si erano gettati a terra per venir subito dopo bloccati dal criminale che li aveva costretti a seguirlo all'interno dell'ufficio.
Emmett aveva inseguito il fuggiasco e aveva trovato rifugio dietro a una scrivania rovesciata, proprio all'ingresso.
Da lì, riparato dal ripiano metallico, riusciva a tenere sotto controllo la porta dell'ufficio in cui l'uomo si era asserragliato, senza rischiare di prendersi una pioggia di proiettili addosso.
Aveva chiesto rinforzi via radio ordinando di controllare se l'ufficio dove era rinchiuso il malvivente avesse una finestra o un'uscita sul retro.
Niente del tutto: l'uomo si era messo in trappola da solo. Ma aveva tre ostaggi.
«Adesso li ammazzo, sbirro de mierda!» gridò il colombiano da dietro la porta sbarrata «Li faccio a pezzi uno dopo l'atro!»
«Stai calmo e non fare cazzate!» gridò Emmett di rimando «Hai già fatto abbastanza qua fuori!.. Un poliziotto e quattro civili. Mi sembra che per oggi possa bastare anche per un duro come te, no?!»
«Vai a farti fottere, cabròn!» riprese il narcotrafficante «Ammazzo loro e poi vengo fuori ad ammazzare te! Non mi fai paura!»
Emmett stava cercando di valutare rapidamente la situazione.
Quel tipo era imbottito di cocaina fino alla radice dei capelli, armato fino ai denti e abituato a uccidere.
Però aveva preso degli ostaggi e non aveva cercato di aprirsi la strada a sventagliate di mitra... forse una speranza c'era.
«Ascoltami!» gridò rivolto alla porta inquadrandone lo specchio tra le tacche di mira della sua Glock 17 d'ordinanza «Non fare altre cazzate e cerchiamo di portare a casa la pelle. Lascia andare gli ostaggi e tutto andrà bene!»
«Vaffanculo sacco di merda!» la voce del colombiano era stridula. Sembrava sull'orlo di una crisi isterica «Non dire stronzate! Se lascio andare questi tre mi ritrovo una pallottola in mezzo agli occhi in due secondi! Voglio una macchina qui davanti, e la voglio subito! Li ammazzo! Faccio sul serio, cazzo!»
«Calmati! Adesso calmati e basta! Una macchina? Si può fare, ma almeno lascia andare la bambina» Emmett cercava di prendere tempo in attesa che i suoi colleghi lo raggiungessero per tentare di sopraffare il colombiano «Lasciala andare e io mi attivo subito per la macchina, ok?»
«Ok un cazzo, figlio di puttana! La bambina resta con me finché non mi sono scrollato voi piattole fuori dai coglioni!» poi fece una pausa, come se stesse riflettendo su qualcosa di importante «Ma hai ragione, puerco... Tre sono troppi. Ti do uno dei due mocciosi, ti va bene?»
Emmett non sperava in un risultato tanto immediato. Ma dove cazzo erano i rinforzi? Non poteva gestire da solo una situazione di stallo come quella.
«Va bene» rispose senza spostare di un millimetro la Glock dalla traiettoria «Fallo uscire lentamente e mandalo verso di me»
Tra lui e la porta c'erano non più di sei metri.
Se il colombiano si fosse soltanto fatto vedere gli avrebbe ficcato due pallottole calibro 9 in quella testaccia di cazzo... da una distanza del genere era più preciso di un chirurgo e non avrebbe messo a repentaglio la vita degli ostaggi.
«Eccolo, puerco, sta arrivando!» gridò il criminale mentre la porta cominciava lentamente a dischiudersi.
Un ragazzo piuttosto alto, vestito con un paio di bermuda mimetici, AllStar rosse e una maglietta nera con stampati i volti dei quattro Ramones comparve nello spiraglio e si mosse lentamente verso Emmett.
«Mi aiuti signore, la prego...» piagnucolò rivolto al poliziotto mentre le lacrime gli rigavano le guance «Ho paura... Per favore, mi aiuti...»
«Tranquillo figliolo, va tutto bene» sussurrò Emmett con la voce più rassicurante che fu in grado di modulare «Muoviti lentamente e vieni verso di me...»

Non riusciva a staccare lo sguardo dai Ramones e si scoprì a chiedersi cosa ci facessero sulla t-shirt di un ragazzino che sicuramente non li aveva mai nemmeno sentiti nominare.
Lui invece se li ricordava bene.
Johnny, DeeDee, Tom e Joey. I Ramones.
Protagonisti della musica Punk-Rock degli anni settanta e ottanta... Roba il cui ascolto, per un ventenne della peggiore Louisiana retrograda, era paragonabile ad una dichiarazione di guerra nei confronti del mondo.
Improvvisamente nella sua mente prese a rimbombare il ritmo forsennato di "Surfin' Bird", riarrangiato dai quattro ribelli del Queens sul vecchio successo dei Trashmen.
Ricordava perfettamente la copertina del vinile che conteneva il brano; era "Rocket to Russia" e ritraeva a tutto campo i quattro fratellini appoggiati ad un muro, tutti con degli occhiali che già allora erano improponibili.

E mentre Joeyripeteva nel suo cervello per l'ennesima volta che l'uccello è la parola, la faccia di Tommy Ramone esplose in un fiotto rosso che staccò la spina al dj-set mnemonico riportando Emmett bruscamente al presente.
Gli occhi del ragazzo divennero enormi e si fissarono per un attimo in quelli del poliziotto, poi le gambe cedettero e cadde pesantemente sulle ginocchia, mentre da quella che una volta era la faccia del batterista, la chiazza scura e lucida si stava rapidamente allargando verso Joey e Dee Dee.
Curiosa coincidenza, si sorprese a pensare Emmett, che proprio l'unico Ramone ancora in vita fosse stato quello fatto esplodere dalla raffica dell'MP5.
Il ragazzo cadde riverso sul pavimento e per un lunghissimo istante lo sguardo di Emmett incrociò quello del colombiano, rimasto visibile al di là della porta.
Lo stava scrutando proprio da sopra le tacche di mira della Glock, ed Emmett avrebbe dovuto solo premere il grilletto per centrarlo in mezzo agli occhi, ma non lo fece.
Joey Ramone stava ancora dicendo che, bene, tutti avevano sentito parlare dell'uccello... e Robert Lee Emmett non fece fuoco.

Il secondo ragazzo preso in ostaggio dal narcotrafficante comparve improvvisamente nello specchio della porta mentre Emmett stava ancora domandandosi perché non avesse sparato.
Si muoveva goffamente, senza alcuna grazia come tutti gli adolescenti che stanno ancora familiarizzando con le nuove dimensioni del proprio corpo ed ingurgitava enormi respiri di paura dalla bocca innaturalmente spalancata.
Alle sue spalle il colombiano stava gridando qualcosa in un dialetto ispanico totalmente incomprensibile per Emmett, ma che fossero minacce era chiarissimo anche per uno sbirro della Louisiana trapiantato di prepotenza a Ventura, California.
Joey Ramone aveva appena ricominciato a sincopare il suo "ah-meah-meah" quando, sulla rullata di Tom che esplose nella testa di Emmett, il narcotrafficante decise di unirsi alla band con un assolo di Heckler & Koch che prolungò all'infinito l'attacco del rullante ed interruppe in uno schiocco di dita la vita del secondo ragazzo.

Robert Lee Emmett, nato in una piccola fattoria qualche miglio a est di Donaldsonville, così vicina al Mississippi che la notte d'estate potevi sentire i pesci gatto saltare accanto all'argine, un'infanzia trascorsa a considerare gli abitanti della sperduta Woods Lane come "quelli giù in città", si sorprese a domandarsi per quale motivo non fosse rimasto nella sua fattoria in Louisiana, tra mais e gamberi di fiume, invece di stare qui, rannicchiato dietro a una scrivania rovesciata, con un cannone calibro 9 in mano, fermo a osservare pezzi di adolescente che volavano per aria al ritmo di un Surfin' Bird, mentre le pareti dell'internet point californiano si trasformavano in un happening di action painting da anni sessanta.

Poi improvvisamente la musica cessò, lasciando tutto il palcoscenico solamente ai colpi del colombiano che continuavano a crivellare il ragazzo aggrappato allo stipite della porta, mentre sobbalzava al ritmo dell'MP5.

Uno scatto metallico risuonò nell'improvvisa assenza di deflagrazioni come un rintocco di Liberty Bell.
L'otturatore comunicava a tutti i presenti, con la sua consueta e inopportuna rumorosità, che il gentile possessore del fucile d'assalto automatico 4.6x30 MP5 Heckler & Koch aveva appena terminato i proiettili e che avrebbe quantomeno dovuto sostituire il caricatore (sempre ammesso che dopo quell'inferno di fuoco ne possedesse un altro) per proseguire la carneficina.
I miracoli della moderna tecnologia balistica!
Secondo quanto appreso in accademia, Emmett poteva disporre di circa 5 secondi.
E sempre secondo quanto saggiamente l'accademia insegna, in quei 5 secondi avrebbe dovuto semplicemente attendere l'arrivo dei rinforzi richiesti.
Ma come non aveva sparato pochi istanti prima, travolto dalla voce di Joey Ramone, così adesso, in un silenzio rarefatto che gli ricordava le immagini dell'allunaggio del LEM nel '69, l'agente Emmett scavalcò in un balzo la scrivania che lo aveva riparato fino ad allora e si precipitò verso la porta dalla quale erano usciti i due ragazzi sui cui resti rischiava di scivolare.
Il narcotrafficante non aveva frequentato la stessa accademia di Emmett, ma con tutta probabilità conosceva anche lui i tempi di ricarica e i tempi per la sicurezza d'ingaggio.
L'espressione stupita che si dipinse sul suo viso quando incrociò lo sguardo del poliziotto sopra di lui fu la conferma della teoria.
Il "clack" che annunciava l'inserimento del nuovo caricatore nell'MP5 giunse in ritardo.
In ritardo sui primi due colpi esplosi da Emmett con precisione chirurgica ed indirizzati ad entrambe le rotule.
L'uomo si accasciò come un sacco vuoto lasciando cadere il mitragliatore dalla mano destra e liberando al tempo stesso l'ultimo ostaggio: una bambina spaventata e coperta di graffi che rotolò a poche spanne dal colombiano.
Emmett stava osservando la scena attraverso uno spesso strato di cellophane, come se si trovasse seduto in platea per gustarsi la prima del nuovo action movie di Stallone.
Il narcotrafficante si contorceva e imprecava in un improbabile ispanico mentre un piede (quello di Emmett, probabilmente) entrava in campo e calciava l'MP5 lontano in un angolo.
Poi tutto accadde come nel trailer del prossimo action movie di Stallone.
Robert Lee Emmett si sedette a cavalcioni del colombiano afferrandolo per i capelli e spingendogli a forza la canna della Glock in bocca.
Joey Ramone riprese a cantare nella sua testa, rinfrancato dal capovolgimento della situazione, che tutti hanno sentito parlare dell'uccello, ed Emmett prese a sbattere la testa del colombiano sul pavimento al ritmo di quella musica forsennata che solo lui poteva sentire.

«Bird, bird... Bird is the word, figlio di puttana! Well, everybody knows that the bird is the word!» gridava il poliziotto mentre la nuca del malvivente colpiva ripetutamente il pavimento, accompagnata dalla mano sinistra che stringeva i capelli, e spinta dalla pistola infilata in bocca.
Lentamente, sotto alla testa, una macchia scura cominciò ad allargarsi ed il rumore secco del cranio sul cemento veniva man mano sostituito da un crepitare liquido che ricordava il rumore di un'anguria matura spaccata da un grosso coltello.
Il colombiano aveva ormai smesso di imprecare, vuoi perché la canna della Glock gli aveva fracassato la maggior parte dei denti trasformando la sua bocca in un grottesco buratto per armi, vuoi perché l'estesa chiazza di sangue sotto alla sua testa non lasciava presagire niente di buono circa la sua salute.
Emmett continuava a canticchiare ed a sbattere ritmicamente la testa dell'uomo sul pavimento quando, improvvisamente, Joey Ramone si prese una pausa e il poliziotto si ricordò della bambina.

La vide lì, in piedi, a nemmeno un metro di distanza che lo fissava con due occhi enormemente azzurri, spalancati come oblò.
Ai suoi piedi una bottiglia di Jack Daniels frantumata stava spargendo a terra le ultime gocce di bourbon dozzinale, mentre lei ne stringeva tra le mani un grosso frammento, rigirandolo tra le dita e macchiando di rosso intenso il vestitino di cotone bianco bordato di pizzo.
Emmett staccò la mano dall'impugnatura della Glock, incastrata nel palato molle dell'uomo sdraiato sotto di sé e la tese verso di lei, alzandosi lentamente: «Va tutto bene» le sussurrò «È tutto finito adesso».
La bambina arretrò di un passo fissandolo negli occhi, mentre le labbra iniziavano a muoversi, senza emettere suoni all'inizio, e lasciando che pian piano l'aria assumesse la consistenza delle parole e rimbombasse nella testa del poliziotto come il protrarsi di un incubo.
«Bird, bird. Bird is a word...»
«Piccolina» insistette l'uomo scavalcando il corpo del colombiano e avvicinandosi ancora alla bambina «Metti giù quel vetro o ti farai male. Dallo a me. È tutto finito».
Lei arretrò ancora senza staccare gli occhi da quelli dell'uomo, alzando contemporaneamente il tono della voce e rigirando il coccio di vetro tra le mani che sanguinavano copiosamente.
Emmett percepì alle spalle il rumore dei rinforzi che si facevano strada attraverso la carneficina nella stanza attigua.
«Sono di qua!» gridò senza perdere il contatto con gli occhi della piccola «L'ostile è neutralizzato, ma ho un problema con uno degli ostaggi. Mandate qualcuno che sappia trattare con i bambini!»
«Non ti muovere, Bob! Sto arrivando» rispose Paula Dorsey, fresca di promozione a sergente, scivolando all'interno dell'ufficio con cautela.
La bambina adesso stava gridando, ripetendo senza fine il ritornello della canzone, mentre grosse lacrime le sgorgavano dagli occhi e la mano armata del pezzo di vetro aveva preso a tenere il ritmo contro una gamba, aprendovi profonde ferite a ogni colpo.
«Così si ammazza» farfugliò Emmett guardando disperato verso la collega che stava a sua volta fissando il cadavere del colombiano con la pistola piantata nella bocca.
«Cosa cazzo hai combinato?» chiese con un filo di voce.
«Non lo so Paula... c'erano i Ramones e io non capivo più niente...»
«Appena usciamo di qui tu ti fai vedere da qualcuno!» concluse l'agente avvicinandosi sorridendo alla bambina che gridava con tutto il fiato di cui disponeva, impossibilitata ad arretrare ulteriormente, la schiena a contatto con la parete.
«Dammi quel vetro, tesoro...» ebbe il tempo di sussurrare prima che la piccola scattasse in avanti come una molla vibrando un fendente e mancandole la giugulare di un soffio.
Emmett si proiettò in avanti afferrandola per la vita e sollevandola di peso mentre Paula le bloccava il polso facendole cadere il vetro di mano.
La bambina lanciò un grido acuto e perse i sensi.
«Portala fuori» ringhiò la donna incenerendo il collega con lo sguardo «E fai in modo che la ricoverino immediatamente. Seguila! Io vi raggiungo appena sistemate un paio di cose qui».
«Paula, io...»
«Muovi il culo!» abbaiò la donna «Ne parliamo dopo!»

Osservando la stanza al primo piano di North Catalina Street, Robert Emmett non poté fare a meno di rivivere quei momenti.
Ogni scena del crimine lo riportava alla bambina con il coccio di vetro e alla furia omicida con la quale si era scagliata su Paula gridando le parole sconclusionate di Surfin' Bird.
Lo psicologo del Distretto di Polizia, durante la terapia che era stato obbligato a seguire nella speranza di conservare il distintivo, gli aveva raccontato qualcosa circa il percorso riabilitativo che la piccola stava seguendo dopo il ricovero, accennando a un possibile disturbo violento della personalità indotto dal trauma; ma poi si era trincerato dietro al segreto professionale senza elargire più nemmeno un brandello di informazione.
Adesso la bambina avrebbe dovuto avere ventun anni, pensò Emmett scandagliando con lo sguardo la stanza che aveva avuto l'incarico di piantonare, mentre l'odore metallico del sangue gli riempiva le narici costringendolo a voltarsi spesso verso la finestra del pianerottolo per inalare aria fresca. Poi, improvvisamente, un baluginio sul pavimento attirò la sua attenzione e l'odore dolciastro del bourbon dozzinale invase il suo cervello costringendolo a ignorare le consegne penetrando frettolosamente nella stanza e inginocchiandosi accanto alla vittima.
Poco distante quel che rimaneva di una bottiglia di Jack Daniels troneggiava sul pavimento sporco, e a occhio e croce dal mucchietto di vetro ne mancava un bel pezzo.
Voltò il cadavere immaginando che il medico legale lo avrebbe fatto a pezzi per questo, ma doveva sapere.
La gola era squarciata da un largo taglio slabbrato, inferto quasi sicuramente con un oggetto tagliente irregolare.
Irregolare come un coccio di vetro.
Come quel coccio di vetro che continuava a mancare all'appello.
«... bird, bird... Bird is the word» canticchiò Emmett con gli occhi pieni di lacrime.
«... well, everybody knows that's the bird is the word!» rispose una voce femminile alle sue spalle.
«Ciao piccolina» sussurrò l'uomo con un sorriso stanco un istante prima che il vetro sporco di bourbon e di sangue gli penetrasse nella gola.
«Adesso è tutto finito» disse la ragazza lasciando cadere a terra il pezzo di vetro «Adesso».



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Wladimiro Borchi
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Re: Surfin' Bird

Messaggio#2 » mercoledì 1 agosto 2018, 8:32

SURFIN' BIRD
La prosa di Fabio è ridondante e carica di particolari che, per la maggior parte dei lettori, potrebbero apparire evitabili. Il racconto non ci nega niente, dal modello al funzionamento delle armi utilizzate. Il problema è che è una prosa che adoro così com'è.
Seppur debba ammettere che, a una lettura critica, il perdersi nei predetti particolari e nell'eccesso di informazioni possa apparire distraente e rallentare il ritmo del racconto, non toglierei una virgola. Fabio è uno dei miei autori preferiti e quello di cui ho letto quasi tutto, per cui è assai complicato per me dare un giudizio scevro da condizionamenti.
Nel complesso il racconto si fonda su un'idea ottima, ben sviluppata e in cui tutti i bonus prendono il loro posto alla perfezione.
La narrazione, al solito, è cinematografica, avvincente e ben congegnata e la conclusione sorprendente.
Davvero un buon lavoro.
IMBUTO!!!

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Milena
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Re: Surfin' Bird

Messaggio#3 » mercoledì 1 agosto 2018, 18:19

Ciao Fabio, piacere di incrociarti qui. Piccola premessa: quando hai nominato Surfin'Bird sono andata a cercare la canzone e ho letto tutto il resto del racconto con quella nelle orecchie (tra l'altro, non ero a conoscenza della versione dei Ramones; non si finisce mai di imparare!). Questo mi ha permesso di "entrare" ancora di più nel tuo racconto, che già da solo mi aveva comunque catturato. Parto dai dettagli da migliorare, che sono poi delle quisquilie: mi sei sembrato in alcuni punti un po' tirchio con le virgole, mentre ho notato qua e là un po' di "d" eufoniche che, se non richieste, inceppano un po' la lettura. Come vedi, sono sciocchezze.
Per il resto mi devo complimentare con te; mi è piaciuto praticamente tutto: lo stile, la storia, il finale. Hai una scrittura molto "visiva" ed evocativa. Per esempio quando racconti di come il primo ragazzo viene ucciso e sfrutti la maglietta e i volti dei Ramones per descrivere la scena in maniera originale; mi sembrava di esserci e di vedere con i miei occhi quel truce spettacolo.
Insomma, bravo davvero, è stato un piacere leggerti. Alla prossima!

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Eugene Fitzherbert
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Re: Surfin' Bird

Messaggio#4 » domenica 5 agosto 2018, 17:47

Ciao, Fabio,
complimenti per la storia. Davvero.
È un bel racconto hard boiled, che ha dentro gli echi dissonanti di Altieri. Mi è piaciuta la disgregazione psicologica del poliziotto, con la deriva musicale, anche se sembra arrivare davvero out of the blu. D'altronde, non è così che si perde il senno?
Non so perché ma a leggere Surfin' Bird, ho prima pensato a Peter Griffin (puntata oltremodo mitica), ma poi è riemersa la ben più nota scena di Full Metal Jacket (versione dei Trashmen) e tutto si è rimesso in carreggiata: una colonna sonora a dir poco travolgente.
Non condivido lo stesso entusiasmo di Wladimiro per lo stile un po' troppo descrittivo, ma d'altronde, non mi hai annoiato quindi, nonostante tutto, il parolame si è tenuto sotto il livello di guardia. Per quel che riguarda la parte tecnica, ogni tanto manca qualche virgola, ma niente di che.
Ti rinnovo i complimenti!

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roberto.masini
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Re: Surfin' Bird

Messaggio#5 » martedì 7 agosto 2018, 23:56

Ciao, Fabio.
Se volessi essere pedante direi che il tema era UNA VOCE NELLA TESTA e non UNA MUSICA e che c'è qualche refuso nella punteggiatura. Comunque, leggendo anch'io ho pensato a un'ottima prova di hard boiled (copio Eugene!). Qualche descrizione di troppo ma, del resto, non tutti i lettori sono trafficanti d'armi. Non mi ha invece sorpreso il finale che mi aspettavo così come l'hai scritto. Tutto ciò però non scalfisce lo stile e il plot che mi sono piaciuti.
La scelta della musica con un testo assurdo com'è assurda la guerra( Full Metal Jacket) e com'è assurda la vita ( il tuo racconto) mi ha favorevolmente colpito.
OK per entrambi i bonus.

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