Pseudomania musicale

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo luglio sveleremo il tema deciso da Giovanni Lucchese. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Giovanni Lucchese assegnerà la vittoria.
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roberto.masini
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Pseudomania musicale

Messaggio#1 » martedì 31 luglio 2018, 22:34

Prologo. Pensavo di essere astuto come una volpe, più astuto di Ulisse ma ho fallito. Ho deciso perciò di togliermi la vita. Ho già programmato tutto per far credere che sono pazzo. Domani sarà il 27 febbraio 1854. Io uscirò di nascosto dalla stanza da letto, in pantofole e senza giacca e m’incamminerò verso il Reno. Giunto al fiume darò in pegno il mio fazzoletto di seta al guardiano del ponte che percorrerò fino a metà e poi mi getterò.
Tutto è cominciato un anno fa. Ricordo quando il maledetto giunse a casa mia. Me lo aveva raccomandato Joseph. Diceva che era un ragazzo povero che aveva trascorso fino a quel momento il suo tempo come musicista ambulante, accompagnando il padre nelle osterie di Amburgo, in mezzo a prostitute (Questo lo seppi dopo!).
Aveva lunghi capelli biondi e una voce acuta. Volle a tutti i costi farmi sentire un suo pezzo: una sonata in do maggiore. Mi sembrò un genio, un genio che il mondo musicale non aveva ancora conosciuto. Chiamai la mia giovane sposa per dirglielo. Quando lei arrivò e si accostò al pianoforte, non colsi lo sguardo che guizzò fra i due. Me ne accorsi quando suonavano a quattro mani e lui le sfiorava le dita. Come potevo fare per smascherarli? Come potevo fare per mettere con le spalle al muro quella puttana che avevo amato più della mia vita e che invece era una frivola donnetta. Non aveva sani principi morali. Avrei dovuto credere al mio amico Otto che diceva che si era fatta palpeggiare anche da Goethe. Per tutta risposta, anziché ringraziarlo per avermi fatto aprire gli occhi, avevo tentato di accoltellarlo.
Un dannato giorno stavo sfogliando una rivista letteraria che parlava di Shakespeare. Fui attratto da queste parole: ”Relazionando la pazzia al bardo inglese ovviamente il primo pensiero va ad Amleto (1609). Nel dramma infatti vengono rappresentati due tipi di follia. La prima è incarnata dallo stesso protagonista, si tratta però di una finzione: Amleto ha deciso di fingersi pazzo per smascherare suo zio, che ha ucciso suo padre e usurpato il suo trono. Ofelia incarna invece una pazzia reale…”
Potevo fare anch’io così? Decisi di sì e quello fu il mio tragico errore.

Le voci di dentro! Cominciai con lo svegliarmi di notte urlando:
«Clara, Clara!»
«Che succede Robert?»
«Clara, la senti anche tu questa nota?»
«Che nota?»
«Una nota musicale… mi sembra un La…»
«Dormi ora, caro. Buonanotte!» concluse mia moglie girandosi su un fianco.
Poi cominciai a dirle che sentivo questo La anche di giorno e m’impediva di lavorare. Ne fu informato anche il giovane Johannes; entrambi minimizzarono. Era quello che volevo perché la mia pazzia doveva palesarsi gradatamente.
Un giorno decisi che era il momento di variare le mie narrazioni:
«Johannes (Johannes veniva in casa mia ogni giorno e suonava con mia moglie!), Johannes, tu non sai ma ogni tanto, nel pieno del pomeriggio sento un suono come di lontano ottoni, accentuato dalle più meravigliose armonie!»
Mi rispose preoccupato che dovevo farmi visitare da un dottore.
Il mio piano avanzava a gonfie vele.
Aspettai ancora un’altra notte:
«Robert, che c’è? Sei di nuovo sveglio a quest’ora?»
«Vedo esseri avvolti da una luce accecante volteggiare attraverso paesaggi adamantini che sembra stiano per parlarmi!»
«Prendi questa medicina che ti farà dormire!»
E da quel giorno mia moglie mi propinò del mercurio per curare chissà quale malattia. Mi diede anche uno strano liquore del quale non vuole dirmi il nome. Io naturalmente finsi di bere perché ero sicuro che Clara volesse avvelenarmi, lentamente, ma avvelenarmi, per poter rimanere tutta la vita con Johannes.
Sembrava assurdo ma mi stavo divertendo, anche se quello che avrei potuto scoprire mi avrebbe ferito a morte.

«Aah, aah, aah, Clara!» gridai nel pieno della notte.
«Non si può andare avanti così!» bofonchiò mia moglie.
«Clara la musica mi sta esplodendo nella testa! Sento cori di angeli. Zitta! Zitta!» ordinai, portandomi l’indice alla bocca.
«Mi stanno dettando un tema musicale, da parte del mio amico Felix… è un tema in mi bemolle maggiore!»
Mi alzai, fingendo di scriverlo sullo spartito; poi dissi che dovevo rinunciare perché non riuscivo in nessun modo a rendere intellegibile quella musica. Mi coricai e ripresi a conversare con gli angeli che avevo in testa, sotto gli occhi attoniti di Clara. Le dicevo che mi volteggiavano intorno, offrendomi le più gloriose rivelazioni, e tutto con quella musica così meravigliosa che mi era impossibile trascrivere. Mi chiamavano per darci il benvenuto e, alla fine del 1854, entrambi saremmo stati uniti a loro. Clara sembrava sempre più preoccupata, cercava di convincermi a farmi visitare da un medico e, intanto, continuava a sfiorare la mano di Johannes al pianoforte.
Dovevo ancora resistere per un po’ per aspettare il momento in cui i due amanti, consideratomi un testimone inattendibile, avrebbero potuto agire indisturbati.
Il tempo passava ma la situazione non mutava: mia moglie scaldava sempre il mio letto e solo ogni tanto sfiorava quella mano maledetta. Troppo poco. Dovevo avere la costanza di continuare nella mia finzione, accelerando la mia degenerazione.
Era un caldo pomeriggio d’agosto ed io stavo scrivendo su uno spartito, quando mi portai le mani alla fronte e cominciai a gridare:
«No, no, non mi avrete, maledetti!»
Mia moglie accorse, già con il suo intruglio di mercurio e alcol; tentò di calmarmi, facendomelo bere e poi mi chiese, accarezzandomi i capelli:
«Robert, cerca di calmarti. Dimmi che cosa ti succede!»
«Clara non sento più gli angeli, non sento più quei cori con la loro voce melodiosa: quelle voci si sono trasformate. Ora sento dei diavoli, accompagnati da una musica orrenda. Continuano a inveire contro di me, dicendomi che sono un peccatore e che vogliono cacciarmi all’Inferno!»
Gli occhi di mia moglie furono attraversati da un lampo nel quale io vidi la sua soddisfazione di continuare la sua tresca sotto gli occhi di un uomo che non era più degno di chiamarsi marito.

Quel giorno, dopo un lauto pasto a base di mele e patate, funghi marinati e Sacher torte, mi sembrava un gran giorno, il mio giorno tanto agognato: avevo un comportamento catatonico; mi dondolavo piano ripetendo:
«Angeli… diavoli… una musica dolcissima.. una musica orribile!»
Clara mi accompagnò a letto. Mi diede un bacio sulla fronte e mi diede da bere un bicchiere d’acqua. Quando se ne fu andata, sputai sul pavimento l’acqua che non avevo ingurgitato e ruppi il bicchiere di vetro, scagliandolo contro il muro. Avevo sempre dentro di me la certezza che volesse avvelenarmi! Mi misi seduto sul letto: ero sicuro che entro mezz’ora non avrei più udito la musica che mia moglie suonava insieme a Johannes.
E infatti non udii più nulla. Mi alzai, lasciai le ciabatte ai piedi del letto e, a piedi nudi, raggiunsi il salotto. Vuoto! Come pensavo. Stavo per raggiungere il boudoir di Clara, dove i miei occhi avrebbero constatato il suo adulterio, quando ebbi un breve capogiro. Appoggiai il palmo della mano destra al muro. Passato!
Fui colto da sonnolenza, contrazioni muscolari, bradicardia. Non riuscivo a capire ma soprattutto non riuscivo a muovermi. Iniziai a sentire una voce roca che diceva:
«Veniamo a prenderti!»
E poi li vidi. Erano lì davanti a me, mostri con il volto di iene e tigri che mi volevano dilaniare. Non sopportai più a lungo quella voce e quelle bestie. Gridai, gridai. Vidi uscire Johannes con i pantaloni in mano ma non me ne importava più niente: volevo solo scappare da quelle orrende creature. Giunse anche mia moglie, tutta scarmigliata, e tentò vanamente di calmarmi. Io, però, non riuscivo più a dire nulla: ero completamente afono. Calde lacrime mi rigavano il volto asciugate da Clara, mentre Johannes mi stringeva le mani. Ero stato drogato! Eppure ero stato attento a non bere alcuna medicina che mi propinava mia moglie. Ma ora giacevo nel mio letto, vomitando ogni ora. Nessuno però aveva ancora chiamato il medico.

Iene e tigri vogliono sempre dilaniarmi; la voce roca mi dice come morirò tra poco. Non m’importa più di Clara e Johannes: devo solo far tacere quella voce! Il parapetto del ponte è davanti a me!

Epilogo. «È fatta caro: il piatto di funghi ha fatto il suo dovere: l’amanita muscaria è stata eccezionale»
«Tu lo sai che indurre qualcuno al suicidio è un reato: IO non sono mai stato d’accordo di punire così un genio della musica!»
«Ma mio caro Johannes, ora sei TU il nuovo genio della musica!»

N.d.A. Il compositore tedesco Robert Schumann (1810 – 1856) affetto da una grave crisi depressiva si gettò nelle acque gelide del Reno il 27 febbraio 1854. Fu salvato da alcuni pescatori e in seguito internato in una clinica per malattie mentali a Endenich, un sobborgo di Bonn. Sua moglie Clara Wieck (1819 – 1896) non fu autorizzata a vederlo. L’unico che lo visitò spesso fu il suo amico Johannes Brahms (1833 – 1897) che si trasferì a Düsseldorf per aiutare la moglie di Schumann di cui era perdutamente innamorato. Si occupò delle rate del mutuo, le rette scolastiche, stipendi della servitù; accordò pure i pianoforti. Un vero uomo di casa, quasi un marito.
Robert Schumann morì il 29 luglio 1856, pochi giorni dopo aver rivisto la moglie, all’età di quarantasei anni.
Johannes Brahms non sposerà mai Fraü Schumann.
Il Felix che suggerisce agli angeli la musica nella testa di Schumann era Mendelssohn.

Le ipotesi sulla pazzia del musicista da parte di medici e ricercatori, discusse per parecchi decenni, sono sostanzialmente tre:
1. sifilide (tracce di mercurio nei capelli). L’uso prolungato può causare demenza;
2. schizofrenia;
3. alcolismo (era obeso e probabilmente iperteso).
Poiché i documenti della degenza nella casa di cura furono fatti distruggere dai familiari dopo la sua morte, non ne sapremo mai con certezza le cause.



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White Duke
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Re: Pseudomania musicale

Messaggio#2 » giovedì 9 agosto 2018, 8:57

Molto bella la trama, con ottimi riferimenti e citazioni a personaggi e a fatti storici. Denota un particolare livello culturale dell’autore. Anche la prosa è valida, però con una brutta caduta. All’inizio quando scrivi tra parentesi “Questo lo seppi dopo!”. Davvero secondo me stona tantissimo col resto del testo. Era molto più semplice scrivere la cosa indirettamente
“...accompagnando il padre nelle osterie di Amburgo in mezzo a prostitute, come seppi purtroppo solo in un secondo tempo,…”
Anche la parte finale secondo me stona un po’, ci sono delle informazioni molto utili alla trama ma la scelta di presentarle come “nota d’autore” sinceramente non mi fa impazzire. Forse è solo una questione di gusti ma io avrei “messo in scena” un finto referto medico, una lettera, qualcosa che comunque fosse “dentro” il racconto piuttosto che una nota d’autore che è “fuori” dalla narrazione.
Per il resto mi è sembrato un bel racconto, complimenti, soprattutto per il fatto di aver scelto dei fatti storici come soggetto.

Il bonus del frammento di vetro c’è sicuramente.
Su quello della sposa il discorso è lungo e non saprei cosa dire, perché è vero che nel testo compare la parola “sposa” ma è usata semplicemente come sinonimo di “moglie”. Le due parole non sono esattamente la stessa cosa. Una “sposa” è una donna al momento del matrimonio, o al limite in un momento immediatamente precedente (durante i preparativi del matrimonio ad esempio) o successivo (banchetto di nozze, luna di miele)…dopo che le celebrazioni sono finite si parla di “moglie” e “marito”…anche se qui si parla di “giovane sposa” comunque per come è presentata la situazione sembra già una coppia “consolidata”…quindi, boh, sinceramente non so cosa dire, in teoria secondo me non c’è.
Portate dei fiori sulla tomba di Algernon

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roberto.masini
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Re: Pseudomania musicale

Messaggio#3 » venerdì 10 agosto 2018, 13:03

White Duke ha scritto:Molto bella la trama, con ottimi riferimenti e citazioni a personaggi e a fatti storici. Denota un particolare livello culturale dell’autore. Anche la prosa è valida, però con una brutta caduta. All’inizio quando scrivi tra parentesi “Questo lo seppi dopo!”. Davvero secondo me stona tantissimo col resto del testo. Era molto più semplice scrivere la cosa indirettamente
“...accompagnando il padre nelle osterie di Amburgo in mezzo a prostitute, come seppi purtroppo solo in un secondo tempo,…”
Anche la parte finale secondo me stona un po’, ci sono delle informazioni molto utili alla trama ma la scelta di presentarle come “nota d’autore” sinceramente non mi fa impazzire. Forse è solo una questione di gusti ma io avrei “messo in scena” un finto referto medico, una lettera, qualcosa che comunque fosse “dentro” il racconto piuttosto che una nota d’autore che è “fuori” dalla narrazione.
Per il resto mi è sembrato un bel racconto, complimenti, soprattutto per il fatto di aver scelto dei fatti storici come soggetto.

Il bonus del frammento di vetro c’è sicuramente.
Su quello della sposa il discorso è lungo e non saprei cosa dire, perché è vero che nel testo compare la parola “sposa” ma è usata semplicemente come sinonimo di “moglie”. Le due parole non sono esattamente la stessa cosa. Una “sposa” è una donna al momento del matrimonio, o al limite in un momento immediatamente precedente (durante i preparativi del matrimonio ad esempio) o successivo (banchetto di nozze, luna di miele)…dopo che le celebrazioni sono finite si parla di “moglie” e “marito”…anche se qui si parla di “giovane sposa” comunque per come è presentata la situazione sembra già una coppia “consolidata”…quindi, boh, sinceramente non so cosa dire, in teoria secondo me non c’è.


Avevo pensato di rivelare i nomi dei personaggi attraverso un articolo di giornale ma non avrei potuto raccontare anche la storia d'amore tra Brahms e la moglie di Schumann: a quei tempi erano più rare le riviste di gossip! E così ho deciso di mettere la nota che mette in evidenza la relazione vera tra i due contro la mia ipotesi falsa che la moglie abbia voluto liberarsi del marito facendolo impazzire.
Ho messo tra parentesi QUESTO LO SEPPI DOPO perché volevo far trasparire la sua rabbia e la sua delusione. Evidentemente non ci sono riuscito.
Il termine sposa può essere usato come sinonimo di consorte. Lascio aperta la valutazione a tutti i lettori e poi ai giudici.
Grazie dei consigli!

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