Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo settembre sveleremo il tema deciso da Aislinn. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Aislinn assegnerà la vittoria.
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SalvatoreStefanelli
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Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Messaggio#1 » venerdì 21 settembre 2018, 20:30

Giulia sei morta!
Mio piccolo fringuello non ce l'hai fatta a sopravvivere al male che ti ha aggredito. La stanza è di un freddo candore, pallida come le lenzuola, come il tuo volto rovinato dalla malattia e dal tocco della morte. Eri il mio unico sollievo in questa vita di merda, la sola ragione per cui andavo avanti. Ora non ci sei più.
Sono giorni che mi tormento, che non permetto ai morti di attraversare la bara sul petto; non faccio che bere e piangere, persino il mio lavoro di poliziotto non mi è di aiuto. Giorni, gli ultimi, che nemmeno Lady, al Black Sabba, è riuscita a risollevare dal fango del dolore e della disperazione. Ho deciso: la faccio finita. Lady ha pianto ma ha accettato la mia decisione; ha detto che canterà per me, solo per me.
Il Black Sabba è gremito. Volti che conosco, alcuni. Altri che non sanno in che posto sono entrati, ma a cui piace il mistero che aleggia intorno a questo locale. Non possono immaginare che ad aggirarsi tra i tavoli con i vassoi, tra le luci soffuse, a suonare al piano o versare da bere al bancone, ci siano demoni o angeli in veste di uomini e donne; a iniziare da Lucius, il titolare, un diavolo della stirpe di Satana. Esseri che sono quanto di più vicino a una famiglia posso dire di avere ora.
Lady scende dal palco, tra gli sguardi ammaliati degli astanti. Il chitarrista attacca con Fade to Black, dei Metallica, e le note attraversano la sala e la precedono sino a me. Mi perdo nei suoi occhi, eccitato, tra note di rosso che mi escono dai polsi e il sapore sublime delle sue labbra. La donna accanto a me urla alla vista del sangue, Lady le dà un pugno in pieno viso. «Sono la sola che può urlare a squarciagola qui dentro».
Sorrido, mentre i contorni della scena sfumano nel buio.

Sono morta. Lo ero già da prima, quando la mia vita non aveva un senso, una consapevolezza di sé che non fosse quella che altri volevano per me e di me pensavano, facendo e disfacendo. Ora sono un corpo senza più nulla da dimostrare, prima ero una donna, bella, però senza nulla da dire che non fosse «Sì» all'uomo di turno, sia stato esso padre, fratello o marito. Nulla mi era concesso di decidere, nulla di amare o desiderare che non rientrasse nei voleri degli altri. Però, una cosa alla fine l'ho decisa: la mia morte. Ventiquattro anni finiti in un istante, tra le mute acque del fiume. Mi ero chiesta se avessi dovuto combattere con la paura una volta in acqua: è stato così, ma l'ho vinta spostando il suo sguardo sull'inesistenza che lasciavo.
Volevo la pace. Invece, l'inquietudine mi avvinghia a questo mondo: Elisabeth ha solo sette anni, l'unica cosa bella della mia vita; nemmeno il pensiero di lei è riuscito a trattenermi dal cercare la morte, però, riesce a non lasciarmi andare ora che sono qui. Cosa ne sarà del mio piccolo fringuello? Troppi pericoli girano intorno a lei ed io non posso più nulla per proteggerla.
Ecco! Le mie paure si sono avverate. Oggi ho visto quel porco di mio fratello toccarle il seno come fosse un gioco, ma non lo era e la perversione nei suoi occhi era la stessa di quando ci provava con me. Maledizione! Anche suo padre l'ha molestata. Infame! Era tua figlia! Sette anni di acerba bellezza deturpati da un affetto malato, che non si può chiamare amore. Tua figlia! Che non riesce più a guardarsi intorno senza provare paura, inadeguatezza, senza sentirsi sporca, senza morire dentro mentre dovrebbe solo vivere, essere la bellezza stessa della vita. Elisabeth, cosa ho fatto? Sono stata una madre empia. Empia! nel pensare solo al mio dolore e non alla tua giovane esistenza. I miei pianti non hanno lacrime ma odio e attraverso lo specchio posto accanto a me nella bara, ultima beffa di chi diceva di amarmi, riflettono anima di vendetta.

«Sono Apollinare Neiviller, il Cacciatore».
Fa strano pronunciare queste parole. Eppure, lo sono. Ho tentato il suicidio, dopo la morte di mia figlia, e la vita è cambiata. Non nego più la bara tatuata sul petto, il varco tra questo piano dell'esistenza e quello dei morti. Giulia è tornata da me attraversandola e, ora, la vedo tutte le volte che voglio. Lei ha dato un nuovo scopo alla mia vita, chiedendo il mio aiuto per un'anima in pena. Cristina Andolfi, vittima di un demone, l'ho salvata. Concluso questo primo "caso speciale", il mio capo, Santolobuono, ha intuito cosa sono in grado di fare. Ha pensato bene di sfruttare le mie particolari capacità di vedere e parlare con i morti e quelle di dar la caccia ai mostri, per affibbiarmi montagne di casi irrisolti e altrettanto "speciali". Oltre lui, poche altre persone sanno: i miei amici del Black Sabba e Caronte, un nano dal naso bitorzoluto che mi ha fornito tutta l'attrezzatura da Cacciatore e mi sta insegnando come usarla. Sto andando nel suo antro, adesso.
La figura di Eva, intagliata nello stipite della porta, si volta verso di me e mi saluta. Entro. Sento la voce di Caronte giungermi dal fondo: «Arrivo tra un minuto, non toccare nulla!»; ma l'attesa mi annoia. Scorgo tra gli innumerevoli oggetti uno specchio. Sono curioso di vedermi mentre pronuncio: «Sono il Cacciatore».
«Aiutami!» grida una voce attraverso il vetro.
Lo specchio mi scivola di mano e va in frantumi.
«Cosa ti avevo detto?» mi rimprovera Caronte, appena mi raggiunge. «Qui ci sono artefatti che potrebbero essere molto pericolosi, se non si sa maneggiarli».
«Fortuna che quello era solo uno specchio» dico, provando a metterci una pezza.
«Antico! Aveva solo centocinquant'anni o giù di lì».
«Appunto! Cosa saranno mai?». Continuo con le mie battute stupide, ma Caronte non ride.
«Chi era?»
«Chi?».
Mi guarda storto.
«Ah! L'hai sentita anche tu?».
Alza il sopracciglio con piglio severo.
«Non lo so» affermo, imbarazzato.
Caronte si china e fa per prendere quel che resta dello specchio, quando esso si agita sino a capovolgersi. Sul retro notiamo entrambi una scritta finemente incisa "Ann Marie Boyle", accanto a quella impressa di "The Crystal Palace Exhibition – London 1851".
La bara sul petto s'illumina all'improvviso. il dolore e lancinante. Urlo, mentre conati di vomito salgono a riempirmi la gola e l'anima di una donna, bellissima e come uscita da un quadro d'epoca, si palesa dinnanzi a noi.
«Cacciatore, devi aiutarmi! Mia figlia è in pericolo: dei mostri vogliono ucciderla!» supplica, mentre nei suoi occhi scorgo il terrore.
«Chi? Dove?» chiedo allarmato, mentre mi riprendo.
«Demoni. In Regent Street, al numero 31. Fate presto, per favore!».
«Regent Street?».
Caronte si fa avanti. «Sì, Apollinare. La signora è di Londra, epoca vittoriana, direi. E, forse, questo specchio era suo».
La donna osserva lo specchio e noi; credo si stia rendendo conto che siamo in un'altra epoca, perché impallidisce.
«Oh, mio Dio! È troppo tardi! La mia bambina…».
Il suo sguardo, per un attimo perso nel vuoto, ritorna lucido e si veste di ferocia. «Aiutatemi a vendicarla!».
«Cosa dite?» le chiede Caronte, mentre io resto ammutolito davanti alla fermezza della sua richiesta.
In poco tempo la donna ci racconta la sua storia, fatta di maltrattamenti e soprusi; dell'uomo che le sembrò la speranza e le regalò lo specchio, facendoci incidere sopra il suo nome durante una visita alla prima esposizione universale della storia; lo stesso uomo che le dichiarò amore eterno; quell'amore rivelatesi falso e malvagio quando era ormai troppo tardi. Ci racconta del suo suicidio; di Elisabeth, sua figlia, che lei chiama con lo stesso vezzeggiativo con cui io chiamo Giulia, violentata a soli sette anni dal padre e dallo zio, i demoni di cui aveva accennato prima. A ogni sua parola ho sempre più il desiderio di aiutarla e, quando Caronte ci racconta di come abbia recuperato lo specchio in una bettola di Londra, dalle mani di un probabile ladro di tombe, butto lì una frase, quasi un'idea: «Si potesse tornare indietro nel tempo…».
«Si può, ma significherebbe la quasi certezza di non ritornare, se non addirittura la morte. Inoltre, è proibito alterare il passato» afferma lui, come se nulla fosse.
«Allora, vendicateci! Esiste un unico discendente ancora in vita e si trova proprio qui, a Napoli».
«Non è negli scopi del Cacciatore vendicare qualcuno» le ribatte il mio mentore.
«Se voi non volete, lo farò da sola!» e detto questo lo spirito si allontana, svanendo nel nulla.
Guardo Caronte. «Io torno indietro». Lo anticipo, prima che dica qualcosa. «Voglio solo verificare cosa è successo».
«E sia!».
«Pensavo facessi più resistenza».
«Non ti piacerà tornare indietro nel tempo e non poter fare niente, ma non posso lasciare che lei si vendichi. Tuttavia, non posso nemmeno permetterti di alterare il passato. Sarò pronto a intervenire se solo ci provi, anche a costo di ucciderti».
È fin troppo serio quando pronuncia tali parole, ma non ce n'era bisogno: so che lo farebbe.
Caronte prende un vecchio tomo e legge in silenzio alcune pagine.
«Ora ti porterò in uno stato simile al sonno» dice, «così ti ritrovi dall'altra parte senza renderti conto di come ci sei arrivato. È meglio, credimi!».
Le sue parole aggiungono ulteriori timori all'essermi gettato in un'impresa che avrei dovuto evitare, ma ormai è deciso e non rinuncio: devo scoprire cosa è successo a Elisabeth.

Londra, 1859. Hyde Park. Sono qui nella mia forma spirituale. «Così corri meno pericoli…» ha detto Caronte, e il resto era sottinteso. Mi guardo intorno, deluso. Pensavo di trovare il Crystal Palace, ma è stato trasferito a sud della città e dell'Expo non resta praticamente nulla. Non è qui, però, che avrei dovuto essere: a portarmici sarà stato un mio desiderio inconscio.
Oggi è il 23 novembre e Ann Marie è al fiume. Entra nell'acqua putrida e gelida del Tamigi indossando il vestito che le ho visto nell'antro di Caronte. Dio, com'è dolorosamente bella! Trema e si vede che ha paura, nondimeno continua ad avanzare sorreggendo un enorme sasso attaccato al collo. Passo dopo passo, sino a che l'acqua non raggiunge il mento. Si ferma e si abbandona al pianto. Credo di sapere per chi. Avanza ancora di un altro passo, finendo con la testa sommersa. Solo adesso lascia cadere la pietra. Resta sotto, senza alcun tentativo di riemergere. Ecco a cosa spinge la disperazione più estrema: ad annullarsi.
Aveva ragione Caronte: fa male non potere intervenire.
Il tempo vola. È già il febbraio del 1860. È notte e la luna splende nel cielo, tra nuvole di fumo. La villa al numero 31 di Regent Street è circondata da un ampio prato. Un elegante acciottolato porta sul retro, dove un boschetto contorna un piccolo giardino con gazebo. Sento, improvviso, il pianto sommesso di una bimba al secondo piano. Trovo Elisabeth in un angolo, nascosta dietro una sedia, mentre dovrebbe essere a letto a dormire serena. Avverto dei passi. La porta si apre scricchiolando. «Piccola, papà è venuto a raccontarti una storia» pronuncia una voce melliflua.
«Ti prego, padre: oggi sono stata buona!».
«Infatti! Per questo sono qui a farti un po' di carezze».
Elisabeth tace quando l'uomo le prende un braccio e la porta verso il letto. I tremiti del suo corpo parlano per lei e si avvertono sulle assi del pavimento. Fremo e sto per piombare su quel porco, quando percepisco come un cappio alla gola e la voce sussurrante di Caronte: «Ti avevo avvisato. Non ci provare o ti riporto subito indietro».
«Non lo fare» supplico. «Voglio conoscere tutto di lei».
Vengo accontentato. Il tempo corre a grandi balzi in avanti. Vedo Elisabeth crescere. Subisce ma diventa una giovane e forte donna che, nonostante tutto, sa sorridere di ogni piccola cosa bella che la vita le offre. Ha da poco incontrato un uomo, Henry: lui le trasmette fiducia, sa amarla. Purtroppo, il passato non demorde: è contro di loro. Li vedo fuggire insieme. Li seguo sino in Italia, a Napoli, dove i due si sposano in fretta e furia nella Basilica dello Spirito Santo, appena fuori i vicoli del centro storico. Elisabeth è incinta ed è felice, nonostante tutto.
Siamo nel 1870 e c'è aria di risanamento in città, ma la zona del Mercato e del Porto pullulano di malviventi, prostitute e malattie. La povertà rende la vita difficile a tutti. Elisabetta ed Errico lottano e vanno avanti. Li osservo camminare per via Forio, all'altezza dell'Orto Botanico, con in braccio una neonata, quando sentono delle urla: un uomo è ferito e tenta di difendersi da due guardie; c'è chi lo chiama Pilone, chi Antonio Cozzolino, chi "o' brigante". Le guardi lo bloccano e lo trascinano via. Errico abbraccia sua moglie e la piccola e si allontanano. "Che ci siete venuti a fare qui, in questo periodo?" mi domando, ma non ho risposta.
Il tempo continua a correre. Elisabetta è anziana, Errico è morto. Accanto al letto, delle donne piangono, la stringono nel dolore. I suoi figli le sono accanto e accarezzano la testa di due marmocchi, i suoi nipoti. Lei trova la forza di sorridere loro, di abbracciarli e di uscire in cortile a giocare, per distrarli dalla cupezza che c'è in casa. Un groppo in gola è testimone della mia ammirazione.
È il 1930 ed è finita. Le porgo un silenzioso saluto, mentre il suo spirito s'incammina verso una diversa realtà. È tempo che ritorni.
«Caronte svegliami».
Perché non riesco a risvegliarmi? Perché non riesco a tornare nel mio corpo?

«Te l'avevo detto che era pericoloso; maledizione!».
Lo vedo trafficare, preoccupato, tra tanti tomi, nella spasmodica ricerca di una soluzione. Io so di essere in buone mani, ma ho paura lo stesso: non sono ancora pronto a diventare spirito per sempre. Mi perdoneranno mia figlia e gli altri amici morti, ma ho ancora intenzione di restare vivo per un po'.
«Apollinare, potrebbe esserci un motivo per cui non ti è possibile tornare, qualcosa per cui devi restare nel passato».
«Come sarebbe a dire?».
«Questo tipo di riti si lega a una necessità che va rivelata. Io, per mandarti indietro, ho legato il tuo viaggio a quella di fermare una vendetta. È probabile che non abbia scoperto quanto serve».
Rifletto, ed è come un'illuminazione.
«So cosa debbo scoprire».

Il risucchio è potente e come un vortice di uragano mi prende e mi sbatte con violenza sul divano, dove giace il mio corpo in catalessi. L'aria entra prepotente mentre i polmoni si aprono a nuova vita; sento il cuore pulsare frenetico e forte. Qualcuno mi schiaffeggia. Tossisco e apro gli occhi e così ritrovo il sorriso di Caronte. Mi ci vuole qualche istante ancora prima di poter rispondere alle sue domande.
«Elisabeth ha vissuto una vita piena e soddisfacente, Ann Marie lo deve sapere!».
«Tutto qui?».
«So chi è il discendente a cui lei si riferiva».

Erudisco Caronte su Angelo Basile, l'ultimo successore di Raphael Griffiths, il marito di Ann Marie. «Sua nonna, nipote di Raphael, in un viaggio in Italia sulle orme di Goethe, incontrò l'amore a Napoli e decise di trasferirsi per sempre qui. So dove abita. Vado».

L'appartamento di Angelo è a Fuorigrotta, al terzo piano di uno stabile di fronte allo stadio San Paolo. Al citofono non ha risposto, ma so che è in casa: i vicini lo hanno visto salire meno di un'ora fa. Salgo. Attraverso la porta sento rumori di oggetti che si frantumano al suolo. Uso il grimaldello ed entro. È come se fossero passati dei ladri furiosi: ogni cosa è sconvolta. I rumori che ancora sento provengono da una stanza in fondo al lungo corridoio. Mi avvicino con cautela, pistola alla mano, anche se penso che chi stia facendo tutto questo non tema i proiettili. Spero solo non sia troppo tardi.
Trovo Ann Marie volteggiare sul letto dove giace il corpo immobile di Angelo. Lui respira ancora ma è svenuto.
«Ann Marie, smettila!».
Il volto di lei è una maschera d'odio. Grida contro di me: «Deve morire! Su di lui ricadono le colpe dei suoi avi, per tutto quello che hanno fatto a me e a mia figlia».
«Elisabeth ha vissuto una splendida vita di amore, non tradire il suo ricordo con un atto di morte».
«Tu che ne sai, Cacciatore?».
«L'ho vista. Sono andato nel passato e ho seguito tutta la vita di tua figlia. Qui a Napoli ci sono anche i suoi discendenti. I tuoi. Lo sai questo?».
«Tu menti».
«Che ragione avrei?».
«Vuoi impedire la mia vendetta, ma non te lo permetterò!».
Come una furia si getta contro di me. Temo il peggio ma qualcuno arresta il suo avanzare. Giulia fuoriesce dalla bara sul petto.
«Non farai del male a mio padre».
Il silenzio cala nella stanza. Ann Marie e Giulia si fronteggiano ma nessuna delle due agisce; poi, lei parla: «Va bene per tuo padre, ma lui deve morire» afferma, indicando l'uomo sul letto.
«Ascolta prima quanto ho da dirti» le dico, sperando di convincerla a rinunciare a questa folle vendetta.
Ann Marie guarda Giulia, poi me.
«E sia!».
Le racconto tutto di Elisabeth e lei ascolta con attenzione, spesso le lacrime scivolano impalpabili sul suo volto, a volte sorride, sempre più a mano a mano che il racconto procede. Alla fine il suo pianto è immenso ma dura poco.
«Grazie! Ma questo non elimina le colpe dei suoi avi».
«Ma non sono le sue. Dovresti seguirlo per un po'; scopri che tipo di persona sia, prima di decidere cosa fare. Non puoi giudicarlo senza nemmeno conoscerlo».
«E quando l'avrò scoperto? Dovessi decidere che merita la mia vendetta, tu non mi fermerai?».
Vorrei mentirle, non posso.
«Sai che ci proverò. Me lo impone il mio ruolo di Cacciatore, me lo dice la mia coscienza di uomo: io devo proteggere, non permettere la vendetta».
«Lo sapevo. Allora, non ha senso la tua proposta, se poi vorrai fermarmi lo stesso».
«Ne ha, eccome. Non è per lui che l'ho fatta, ma per te. Perché capisco la tua rabbia e il tuo dolore, capisco tutto di te e ho imparato a conoscerti un po', quel tanto che mi basta a dire che sei una persona buona. La vendetta non deve appartenerti, o ti dannerai per sempre».

Sono giorni che seguo Angelo. Ann Marie non è mai troppo lontana. L'osserva, in silenzio. Non vuole dirmi cosa ne pensa, che impressione si sia fatta di lui. Io, una mia idea me la sono fatta. Ho visto come si comporta con gli altri, ho visto con quanto amore tratta una giovane donna che frequenta, il rispetto totale che ha per lei. Lo ha notato anche Ann Marie, ne sono certo.
Credo sia arrivato il momento di interrogarla.
«Va bene, su di lui avevi ragione tu. Vorrà dire che tornerò al mio tempo e mi vendicherò di chi ci ha fatto tanto male»
«Neanche questo posso permetterti: cambieresti ciò che è già accaduto. E non servirebbe nemmeno: tuo marito e tuo fratello hanno fatto una brutta fine, credi a me».
«Davvero?».
«Uccisi per mano di un gruppo di prostitute e gettati nel Tamigi, di loro non furono mai trovati i corpi. Credo che li avessero scambiati per Jack lo squartatore».
«Se lo meritavano!».
«C'è un'altra cosa che voglio dirti e riguarda quei due».
«Chi?»
Le indico Angelo e la sua amata. «Lei sai chi è?».
Un guizzo nei suoi occhi e lacrime che scendono copiose. Ha capito.
«Ora posso dimorare in pace». Ann Marie mi offre una carezza ed entra nella bara sul petto.
M'intrattengo un po' a guardare Angelo e Annamaria. Lei assomiglia molto alla sua bis-bis nonna, allo stesso sorriso per la vita che aveva Elisabeth.



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SalvatoreStefanelli
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Re: Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Messaggio#2 » martedì 2 ottobre 2018, 12:18

Ecco quali bonus credo di aver inserito:
1) Bonus canzone - titolo canzone metal - Fade to Black, dei metallica -13° rigo, così come appare sul sito.
2) Bonus suicidio - ne ho inseriti due, un tentato e un riuscito suicidio, spero che bastino - 14° rigo e alcuni righi più giù.
3) Bonus sangue - ne ho messo uno al 15° rigo, rispettando la regola della persona estranea al suicidio.
4) Bonus evento passato - ho raccontato qualcosa in merito alla prima Esposizione Universale, tenutasi a Londra nel 1851 e di alcuni omicidi avvenuti sempre a Londra in quegli anni (omicidio che si sono ritenuti anche da riportare a Jack Lo squartatore). Ho anche aggiunto un riferimento all'uccisione di un brigante nella Napoli del dopo 1860.
5) Bonus scena in flashback - Ci sono diverse scene in cui il protagonista rivive il passato dell'altra protagonista, per me ci stanno nel bonus, ma non so se per voi è lo stesso.
Per l'ultimo Bonus disponibile non credo di esserci riuscito a inserirlo

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Wladimiro Borchi
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Re: Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Messaggio#3 » lunedì 8 ottobre 2018, 16:55

Ciao Salvatore,
ormai ci siamo letti tante volte, per cui passo rapido alle mie impressioni, senza troppi salamelecchi!
Il racconto si fonda su un idea molto buona, ma ho notato molte imperfezioni dal punto di vista stilistico.
Ci sono una pluralità di frasi fatte. A mero titolo esemplificativo ti evidenzio: "Pallida come le lenzuola", "vita di merda", "anima in pena".
Come ho già avuto modo di dire ad altri, scrivere per frasi fatte toglie al lettori il gusto di vedere qualcosa scritto solo per lui. Se possibile dovrebbero essere evitate.
Nella prima parte c'è un lungo pezzetto un po' didascalico: "...nemmeno il pensiero di lei è riuscito a trattenermi dal cercare la morte...". Roba davvero un po' ottocentesca e poco empatica, che sa molto di già sentito (e nemmeno piaciuto troppo la prima volta).
Qua e là ci sono degli aggettivi che nulla aggiungono al nome che gli accompagna e che servono solo a rallentare inutilmente il ritmo (Es. "mute acque", "lungo corridoio").
Il racconto, di per sé molto accattivante, meriterebbe di essere ripensato con un robusto editing.
A rileggerci.
Wladimiro
IMBUTO!!!

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Wladimiro Borchi
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Re: Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Messaggio#4 » lunedì 8 ottobre 2018, 16:56

I bonus dichiarati, ci sono tutti
W
IMBUTO!!!

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Eugene Fitzherbert
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Re: Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Messaggio#5 » martedì 9 ottobre 2018, 19:19

Ciao, Salvatore,
a quanto pare hai tirato fuori l'artiglieria pesante, sfoderando il tuo personaggio seriale Apollinaire. Beh, ero curioso di leggere qualche storia su questo 'benedetto ragazzo', ed eccomi accontentato.
Il racconto ha una bell'ambientazione parteneuropea (se mi permetti), con un substrato soprannaturale non indifferente. Ho trovato delle piacevoli similitudini tra il buon Apollinaire e il duo di cacciatori Winchester della serie Supernatural (non me ne avere, sono uno dei pochi fan del Family Business dei fratelli americani!). Purtroppo accanto a tante belle trovate, ho trovato il racconto un po' incasinato: il fatto che tu abbia dovuto presentare Apollinaire a un pubblico che probabilmente non lo conosce, yi ha obbligato a diventare un po' didascalico e a inseguire la necessità di spiegare cosa fosse il Black Sabba e tutta la pletora di personaggi secondari ma comunque seriali. Questo ha appesantito la narrazione (forzatamente ma purtroppo inevitabilmente).
Poi i salti temporali e i cambi di prospettiva tra narratori (talvolta seguiamo il punto di vista di Apollinaire, tlavolta quello dell'anima defunta) è troppo ubriacante.
Dal punto di vista stilistico, devo essere solidale con Wlad e fare miei anche i suoi appunti.
Resta comunque una buona prova, divertente e piena di invenzioni. Bravo!

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Eugene Fitzherbert
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Re: Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Messaggio#6 » martedì 9 ottobre 2018, 19:20

Ah, i bonus dichiarati ci sono tutti.

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SalvatoreStefanelli
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Re: Un viaggio nel passato - Salvatore Stefanelli

Messaggio#7 » domenica 4 novembre 2018, 19:28

Eugene Fitzherbert ha scritto:Ciao, Salvatore,
a quanto pare hai tirato fuori l'artiglieria pesante, sfoderando il tuo personaggio seriale Apollinaire. Beh, ero curioso di leggere qualche storia su questo 'benedetto ragazzo', ed eccomi accontentato.
Il racconto ha una bell'ambientazione parteneuropea (se mi permetti), con un substrato soprannaturale non indifferente. Ho trovato delle piacevoli similitudini tra il buon Apollinaire e il duo di cacciatori Winchester della serie Supernatural (non me ne avere, sono uno dei pochi fan del Family Business dei fratelli americani!). Purtroppo accanto a tante belle trovate, ho trovato il racconto un po' incasinato: il fatto che tu abbia dovuto presentare Apollinaire a un pubblico che probabilmente non lo conosce, yi ha obbligato a diventare un po' didascalico e a inseguire la necessità di spiegare cosa fosse il Black Sabba e tutta la pletora di personaggi secondari ma comunque seriali. Questo ha appesantito la narrazione (forzatamente ma purtroppo inevitabilmente).
Poi i salti temporali e i cambi di prospettiva tra narratori (talvolta seguiamo il punto di vista di Apollinaire, tlavolta quello dell'anima defunta) è troppo ubriacante.
Dal punto di vista stilistico, devo essere solidale con Wlad e fare miei anche i suoi appunti.
Resta comunque una buona prova, divertente e piena di invenzioni. Bravo!


Hai ragione un po' su tutta la linea. Non avevo una nuova idea e mi sono basato sull'inizio della prima storia di Apollinare, quel "Note rosso sangue" edito da Nero Press nel 2016, per avere un punto di partenza e un collegamento con il personaggio e, poi, ci ho ricamato su una nuova storia che proseguiva dopo quella in NRS e potesse dire qualcosa di più, una specie di riempimento del vuoto di un paio di mesi circa che si ha con il seguito, "Innocenti spiriti". Troppa carne al fuoco? Forse, Troppi luoghi o personaggi da inserire? Certo, ma non potevo fare diversamente, secondo me. Uso di frasi fatte? Capisco il punto di vista di chi ha letto ma davvero aiutano a limitare le battute. Non sono molto convinto dell'ubricatura nel salto temporale e nei cambi di punti di vista: mi pare di aver lasciato spazi vuoti per far intendere che qualcosa cambiava. Grazie a te e agli altri per la lettura e i suggerimenti. Penso che lo riprenderò per farne una storia leggermente più lunga, non so se poi la metto nel laboratorio, potrei anche decidere diversamente per un piccolo e balzano progetto che ho in mente. Ciao

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