Ritagli

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo settembre sveleremo il tema deciso da Aislinn. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Aislinn assegnerà la vittoria.
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Sara Ronco
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Ritagli

Messaggio#1 » sabato 29 settembre 2018, 16:16

“Exit light enter night
take my hand off to never never land
something's wrong”.
“Ong, ong onggggghh”.
Merda, ‘sto walkman del cazzo mi mangia sempre il nastro. Proprio quando c’è la mia canzone preferita dei Metallica. Devo tirare fuori la cassetta e sistemare il nastro come se fosse fatto di ali di farfalla, e stenderlo come se si trattasse delle tagliatelle di mia nonna. Lei riusciva sempre a farle sottili e con l’impasto omogeneo, mia madre diceva di non avere tempo per farle. Lei spezzava gli spaghetti comprati al supermercato. Peccato sia morta. Non mia madre, mia nonna. Lei mi voleva bene, lei aveva tempo per tutto, invece sua figlia non ne aveva per nessuno, nemmeno per me.
Mia nonna mi raccontava storie, alcune erano romanzi che aveva letto in gioventù, ma a me piacevano le storie vere, quelle di morte. Era una grande appassionata di storia, ricordo l’odore dei giornali ingialliti che teneva con cura, come se fossero ricordi preziosi. Li teneva in un raccoglitore con delle buste di plastica trasparente, chiusi in un armadio, sempre al buio. Vedevano la luce solo quando c’ero io.
Non amavo fare i compiti quando andavo da lei, sapevo che avrei appreso di più con i libri custoditi nello zaino. Niente analisi grammaticale, nessuna equazione svolta. Solo racconti raccapriccianti.
La tragica morte dei giocatori del Torino, l’assassinio di Kennedy con la foto della moglie sporca del suo sangue e del suo cervello, i desaparecidos in Argentina…
La mia storia preferita era la decapitazione di Eugen Weidmann, l’ultimo uomo che venne decapitato pubblicamente nella moderna e civile Francia nel 1939, poco prima degli orrori della Seconda guerra mondiale.
La gente aveva sete di sangue e morte, voleva vedere il momento in cui la vita lasciava il corpo, o meglio, ciò che rimane senza la testa. Voleva carpirne l’anatomia, provare il brivido, sperare di incrociare l’ultimo sguardo di un uomo mai conosciuto.
Chissà, al di là delle sue malefatte, forse sarebbe risultato persino simpatico, attraente giovane signore di 31 anni. Nelle foto segnaletiche mostrate nei vari articoli aveva i capelli scuri, non troppo corti, il necessario per far notare di possedere una graziosa ondulatura, i lineamenti erano regolari e aveva l’aria gentile. Immagino che tutte le sue vittime siano state ingannate dal suo aspetto rassicurante. Il mostro con le zanne e gli occhi insanguinati esiste nelle favole, non nella realtà.
Qualche ragazzino con i pantaloni sopra al ginocchio vendeva le foto segnaletiche, altri raccontavano raccapriccianti dettagli commessi durante i suoi omicidi, giurando sulla propria madre che erano informazioni segrete di cui si era venuti a conoscenza durante le indagini, perché risultavano come testimoni. Si sarebbero inventati qualsiasi cosa per ottenere qualche monetina di scarso valore, da portare a casa ed essere spesa in un bugigattolo di scommesse clandestine da padri poco inclini alla gestione di una famiglia.
La gente era golosa di violenza. Non di romanzi rosa, di appendice o di mitologia. Voleva sangue, a fiumi.
Mia nonna mi faceva immaginare la folla, gente comune, ben vestita e con il cappello in testa. Signore con indosso i guanti di pizzo che si coprivano la bocca ridendo, ragazzini con salopette sporche di terra che correvano e urlavano, tutti si spingevano per avere uno spiraglio di visione macabra.
I miti greci che narravano l’oltretomba, con Ade, Sisifo, Cerbero e la masnada di dannati erano racconti per bambini senza fantasia.
Immaginavo la presenza di un signore con panciotto di seta e bombetta: “Madame e monsieur, la morte!”
Se fosse successo oggi avrei immaginato un grande concerto con giochi di fuoco, chitarre distrutte dopo l’assolo e groupies che si stracciavano i vestiti.
Un gesto teatrale del cantante richiede il massimo silenzio, la folla urlante si quieta veloce come un fulmine, in attesa. Da una botola del palcoscenico sarebbe spuntata la ghigliottina, insieme a un boia incappucciato e all’omicida che si apprestava a diventare vittima. Si sentono gli ingranaggi, gli istanti diventano eterni, l’aspirante cadavere viene fatto inginocchiare davanti alla macchina da morte, la lama brilla alla luce della luna. Al culmine della tensione il boia molla la presa della corda che regge la lama.
Un tonfo sordo, il sangue che si sparge a fiotti.
“Horror on stage!” urla il vocalist vestito di pelle nera, borchie e ricoperto di tatuaggi!
Se mia nonna sapesse che mi piace la musica che mia madre chiama del diavolo… Forse piacerebbe anche a lei, anziana non vuol dire di mentalità chiusa.
Mia madre non ascolta musica, forse gli unici canti che apprezza sono quelli della messa domenicale. Con lei non parlo, ma se anche lo facessi non mi capirebbe, per lei sono quello strano. Lei, figlia di una donna sopra le righe.
Nonna, in questo mondo non c’è nulla che mi attiri, non trovo nulla per cui valga la pena di lottare, mi fa schifo tutto, la società, la scuola, il lavoro, doversi sposare per forza e avere figli. No, tutto questo non fa per me, ed è per questo che ho rubato dei soldi dal portafogli di mia madre e sono corso sul TGV per andare a Parigi.
Voglio vedere quel luogo, immaginare le signore con ghette e ombrellini chinarsi per raccogliere con il loro fazzoletto con le iniziali in blu lo scarlatto sangue maledetto di Eugen e ridere con le loro amiche. Per me è poesia. Immaginare tu ed io insieme, come una volta, e proseguire il nostro viaggio nell’Aldilà.
Ho ereditato da mia nonna la sua ricca collezione di ritagli di giornale. Passavo le giornate a riprodurre su carta le scene del crimine, finché mi sembravano luoghi famigliari.
Facevo attenzione a ogni fibra ingiallita di cellulosa, accarezzavo l’inchiostro che dava vita alle immagini, sognando di essere lì come testimone, come se fossi un misterioso viaggiatore del tempo e gustarne i brividi, il vociferare delle persone, gli ultimi respiri. E i rantoli della morte.
Un giorno volli provare a riconoscere il luogo dell’ultima decapitazione pubblica. Trovai il luogo preciso, grazie all’arzigogolata forma dei lampioni e la particolare angolazione del punto di ripresa della macchina fotografica. E grazie alle testimonianze scritte. Mi segnai le coordinate sul mio smartphone, certo che prima o poi mi sarei recato lì.
Non era una semplice gita, sarebbe dovuto essere il mio personale addio a questo mondo, sarei stato protagonista di un suicidio che passerà alla storia e già mi immaginavo su carta stampata, il mio viso stampato accarezzato da sconosciuti che racconteranno povero ragazzo, quanto ha sofferto, si sentiva solo, com’era giovane…
Non mi sento addosso nessuna di queste etichette, mi sento diverso. Non voglio crescere, invecchiare, trovare un lavoro, una moglie e fare figli che non mi rispetteranno. Voglio passare alla storia.
Questi erano i miei pensieri mentre gocce di pioggia correvano sul finestrino del treno. Da bambino immaginavo fossero dei piccoli omini col mantello d’acqua che correvano nella stessa direzione. Non mi interessa il futuro, solo il passato. Solo l’unico tra i miei amici a usare le musicassette e non gli mp3 o i video su youtube. Mi dispiacerà quando le mie cose verranno buttate via, ho tenuto i ricordi di nonna come reliquie, mia mamma butterà via tutto. O forse terrà qualcosa per qualche anno perché si sentirà in colpa. Ma sarà troppo tardi.
Nello zaino con le nere scritte squadrate ho infilato un oggetto. Ne sfioro il filo, come se stessi accarezzando una parte del mio corpo. Mi scappa un sospiro e penso: “Finalmente sarò libero”!
Mi piacerebbe infestare un luogo, ma non saprei quale. Forse la scuola? Farei degli scherzi ai miei insegnanti e renderei le ore di lezione una tortura per tutti.
Sbuffo nascosto dal cappuccio della mia felpa, mi accorgo che un cordino è rimasto incastrato dentro. Avrei dovuto fare due e tre nodi in più, così non sarebbe scivolato al suo interno.
Come ho deciso di morire? Forse mi reciderò la carotide da solo, devo essere rapido, altrimenti sentirò molto più dolore e rischierò di non morire. Devo essere rapido, svelto e preciso. Peccato non esistano tutorial su youtube, ad eccezione di un video realizzato da degli animalisti, ma si vedevano dei maiali, e l’anatomia è diversa.
Sembra che chi è stato decapitato non abbia sofferto. È la vita la reale sofferenza. Chissà se Maria Antonietta ha sofferto in quel momento, quando il collo ormai spoglio di preziose collane venne tagliato. Una volta l’ho sognata, era bellissima, con un volto disperato. Mi ricordava Linda Hamilton quando interpretava Sarah Connor. Ho fatto un sogno, dove eravamo insieme, mi diceva che mi potevo salvare, e le spiegavo che non mi interessava farlo.
Ho fame, tiro fuori dallo zaino i panini che ho preso alla stazione, chissà se mi faranno l’autopsia e ritroveranno pane, formaggio e prosciutto nel mio stomaco. Penso di no, la causa della mia morte sarà chiara, credo che mi faranno un prelievo da morto per vedere se mi drogavo o prendevo sostanze. Peccato non avere jeans di ricambio, ho un’enorme macchia di ketchup che mi sono appena fatto, ho cercato di pulirmi ma si è allargata ancora di più. Non ho messo i pantaloni neri con le borchie perché non si sarebbe visto il sangue, non mi resta che sperare in un fiotto che copra la macchia.
Sul treno la luce artificiale ora è più intensa, fuori è buio e sono quasi arrivato a Parigi, mi sono segnato i mezzi di trasporto da prendere e la fermata dove devo scendere. Avrei voluto uccidermi al tramonto ma sarei dovuto arrivare un giorno prima, e rischiare che qualcuno capisca dove sono guardando i filmati della stazione. Non sono riconoscibile dalla felpa e dai jeans, ma da walkman sì, basta zoommare e vengo svelato.
Calo il cappuccio sui miei riccioli castani, secondo mia madre non sono un brutto ragazzo, ma sono troppo magro e non vado in palestra. Mi mescolo nella moltitudine di persone che spingono per andare verso l’uscita, ogni tanto lascio uno sguardo dietro di me, non vorrei che qualcuno mi aprisse lo zaino. Potrei sembrare uno dei tanti giovani disperati che dormono nelle stazioni.

“No one knows
What’s done is done
It’s as if he were dead.”
La musica dei Pantera è adatta al mio umore. Accelero il passo, voglio dire fine a tutto. Alla famiglia che non ho più, alle ragazze che mi guardano con disprezzo, allo studio e al lavoro che dovrei trovare da grande, alle piccole e grandi miserie della vita. Prendo il biglietto del pullman alla macchinetta automatica, per non ho dovuto dire “Billet aller simple” che so, ad un tabaccaio, ed essere riconosciuto. Meglio così.
Devo prendere due bus, mi metto al fondo, cerco di dare le spalle alle telecamere. Forse sono finte e sono un semplice deterrente per gli scippatori, ma non mi interessa. Io do le spalle a tutto e tutti.
Scendo dall’ultimo bus per ultimo, più lento di un’anziana signora. L’aria è frizzante e sento freddo, devo muovermi. Avvio il navigatore per arrivare al punto giusto. Sto correndo, non so se nella direzione giusta ma non riesco a camminare, ho bisogno di muovermi. Sento la schiena sudata. I documenti li ho gettati nel bagno del treno, saranno in mezzo alla campagna. Diventerò un John Doe per qualche ora. Mi va bene così. Rido da solo. Mia mamma si preoccupava che avessi sempre l’intimo non consumato: “Metti che succede qualcosa e vai all’ospedale!” diceva! Ho tirato fuori un paio nuovo dalla scatola, se ne accorgerà?

Eccomi, il lampione, la grata, gli edifici intorno. Il luogo è questo. Nello zaino ho un articolo che parla di Eugen e un bisturi affilato. Il walkman suona Black hole sun dei Soundgarden
Per me non sorgerà più il sole.


Nonostante io scriva romanzi dall'età di 13 anni (con moooolta discontinuità) ho ancora bisogno della "badante letteraria".
Rimanete sintonizzati e vi stupirò.

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Spartaco
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Re: Ritagli

Messaggio#2 » sabato 29 settembre 2018, 17:30

Benvenuta e buona Sfida!

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Eugene Fitzherbert
Messaggi: 466

Re: Ritagli

Messaggio#3 » domenica 7 ottobre 2018, 15:55

Ciao, Sara,
credo che questa sia la prima tua storia che leggo, e devo dire che è stata una lettura parecchio gloomy e angosciante. D'altronde, quello era il tuo scopo, quindi va bene così!
È sempre interessante trascorrere con un potenziale suicida i suoi ultimi istanti di vita, ha quel sapore voyeuristico dello spiare dal buco della serratura della testa di una persona. Ecco, forse questa è le più grande mancanza nella storia che hai scelto di raccontare. Riesco a vedere il protagonista, secco, un po' allampanato, con il cappuccio della felpa calato sulla testa, le cuffiette di metallo e spugna, vintage, attaccate al walkman (io ne avevo uno, quanti ricordi!), isolato dal resto del mondo. Lo immagino mentre cammina tra le altre persone cercando di essere invisibile. È proprio davanti a me proprio perché in un momento della loro vita, quasi tutti gli adolescenti sono stati più o meno così. Allora, cosa manca? Manca la motivazione, la spinta per cui LUI, il nostro non-eroe è differente, tanto da decidere di andare fino in fondo. Mancano quei retroscena privati, distorti, che gli fanno odiare la vita, la società e il futuro. Hai citato la madre, come fulcro: ecco, ti dovresti concentrare di più su quella figura per renderla tanto cattiva da fargli odiare tutto il resto, da rendere il suicidio l'unica via possibile.

Dal punta di vista tecnico, ho trovato alcuni refusi, alcune ripetizioni e in una frase è saltata un'intera parola (credo che fosse 'fortuna'). Ultimo appunto: si dice Mesdames et Messieurs, per intendere Signore e Signori in francese.
Ti rinnovo i complimenti e spero che di leggere tanto altro di tuo, prossimamente!

Per i bonus: mi pare ci siano tutti! WOW, En Plein!

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Wladimiro Borchi
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Re: Ritagli

Messaggio#4 » lunedì 8 ottobre 2018, 15:53

Ciao, Sara,
Intanto piacere di conoscerti.
La tematica era delle più complesse e hai trovato un modo assai originale per giocarti tutti i bonus.
Il tuo stile è notevole, limpido e snello.
Forse l'unico momento in cui mi sono sentito tirar fuori dal flusso di coscienza del protagonista è con la locuzione: "Mi reciderò la carotide". Molto meglio un più semplice: "Mi taglierò la gola!".
Non so perché, ma il proposito suicidario mi ispira un parlare più atecnico.
La pecca più grossa del racconto, dovuta proprio alla difficoltà del tema affrontato, sta nel non averci fatto sentire tutta la disperazione che ha condotto il protagonista alla sua insana scelta, che appare solo contestualizzata e non sentita.
A rileggerci presto.
I bonus ci sono tutti!
Wladimiro
IMBUTO!!!

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