The thing that should not be

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo settembre sveleremo il tema deciso da Aislinn. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Aislinn assegnerà la vittoria.
Alessandro Calvi
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The thing that should not be

Messaggio#1 » domenica 30 settembre 2018, 23:53

The Thing that Should Not Be



Ingolstadt, XIX secolo.

«Sono così vicino! Così… vicino! So che è qui, da qualche parte!»
Movimenti febbrili, invasati. L’uomo frugava tra tomi e pergamene in cerca di qualcosa. Il tavolo era ingombro di carte. Testi stampati, codici miniati, appunti, fogli volanti, pagine strappate da libri che non potevano uscire dalla biblioteca.
«Dannati, credono di sapere tutto! Ma gliela farò vedere io e…»
Il delirio solitario fu interrotto dal rumore di una porta che si apriva.
L’uomo interruppe un gesto a metà. Si girò. Chi poteva essere? Non aspettava visite.
«Ah, sei qui! Meno male che ti ho trovato! Ho dovuto chiedere a mezza Ingolstadt prima di scoprire che avevi affittato questo posto. Sono giorni che non ti fai vedere in università, le lezioni…»
«Che si fottano le lezioni! Quegli imbecilli non capiscono niente… Stavo giusto dicendo che…»
L’uomo appena entrato si guardò attorno, cercando qualcun altro. Lo stanzone era ingombro di tavoli, strane apparecchiature, alambicchi, tubature e quella che sembrava una grossa vasca, mentre dal soffitto pendevano catene e ganci. A parte loro due, non c’era anima viva..
«Ah, lascia perdere, Henry! Il fatto è che quelli non sanno niente. Niente! E pretendono di fare la morale agli altri su cosa sia giusto e cosa no, su cosa si può fare e cosa no! Vogliono imbrigliare la scienza, dettare regole al progresso. Ma il progresso non si può tenere a freno!»
«Di cosa stai parlando?»
«Del futuro, amico mio! I professori dell’università non vedono un palmo oltre il loro naso! Ci fanno studiare su testi vecchi di anni, gli stessi su cui hanno studiato loro, i loro professori e chissà quanti prima. Sono troppo attaccati alle loro parrucche impomatate e alle loro cattedre per concepire che ci possa essere qualcosa là fuori che ignorano, qualcosa ancora da scoprire! E ciò che non si piega alla loro limitata visione della realtà deve essere bandito!»
«Io… non ti seguo… Dove è finito il tuo sogno di diventare medico? Siamo venuti qui per studiare medicina… e adesso guardati. Dici cose incomprensibili, hai gli occhi allucinati e cerchiati di nero, la pelle livida. Da quanto tempo non dormi e non mangi? Da quanto non vedi la luce del sole?»
«Sei venuto a farmi la predica? Non ho tempo per questo! C’è una cosa che devo trovare. Adesso vai, amico mio, e non preoccuparti. Sto benissimo e presto… starò ancora meglio! Vedrai!»
Senza aspettare risposta, spintonò fuori Henry e serrò la porta con un paletto. Poi tornò a frugare tra le carte.



Pavia, l’altro ieri.

«Ti dico che è originale.»
«E io ti ripeto che non è possibile. Senti, Michele, basta che ci rifletti sopra un attimo…»
«So già qual è il tuo discorso, Paolo, l’avrò già sentito venti volte…»
«Vorrà dire che questa sarà la ventunesima, visto che le altre volte mi hai sentito, ma non mi hai ascoltato. Ragiona! Come puoi aver acquistato un suo diario, originale, risalente al 1800… su eBay! Fa ridere già solo a dirlo! È una delle scrittrici più conosciute di sempre, non c’è persona al mondo che non conosca il suo libro! Tutto quello che ha scritto e fatto è stato oggetto di studi! Ci manca solo di sapere quante volte andava in bagno…»
«Smettila di fare il Cerbero, ho capito. Sono un idiota e ho buttato più di duemila euro per un falso. Te l’ho detto, ho già sentito… anzi, ho già ascoltato la tua manfrina più e più volte. Ma i tuoi discorsi non cambiano che questo diario sia autentico. Puoi non crederci o sembrarti una follia, ma è originale! Ho studiato abbastanza la sua calligrafia per dirti che non mi sbaglio. O è vero, oppure è il miglior falso della storia. E poi, c’è sempre l’altra cosa…»
«Adesso sono io che non voglio sentirti. Quella tua teoria è perfino più folle dell’idea di trovare su eBay il diario sconosciuto di una scrittrice famosissima del 1800…»
«Sarà folle finché vuoi, ma il diario la conferma. Come te lo spieghi? Tra i suoi scritti ufficiali e le sue note biografiche, i riferimenti ci sono. Si tratta solo di unire i puntini senza lasciarsi spaventare dalle conclusioni.»
«Non dico che tu non sia un bravo ricercatore, ma cosa ti fa pensare di esser stato il primo? E se qualcun altro li avesse trovati e avesse scritto quel diario per prendere in giro la gente? Ci hai pensato?»
«Adesso non farmi ridere, questo sì che sarebbe assurdo, non ti pare?»
«Ma… ti ascolti quando parli? A me sembra molto meno assurdo di tutto il resto! Il mondo dei collezionisti è pieno di falsi fatti a regola d’arte, capaci di superare anche la prova del carbonio 14. Certo, io l’avrei fatto pagare più di duemila euro…»
«Insomma, per te non ho solo la testa fra le nuvole, ma sono pure uno sprovveduto che si fa prendere in giro da falsi mediocri. Bella considerazione che hai di me.»
«Non intendevo questo, quello che…»
«Quello che volevi dire è che hai da fare e devi andare.»
«Oh, insomma, Michele, non puoi…»
«Ciao!»
Sbatté la porta con più violenza di quanto intendesse, ma erano amici da troppi anni perché una discussione mandasse tutto all’aria e comunque era convinto delle sue idee. Glielo avrebbe fatto vedere lui chi sbagliava!
Accese lo stereo e nell’aria si diffusero le note di “The thing that should not be” dei Metallica.
Riaffondò il naso tra le pagine polverose e incartapecorite.


Dintorni di Ingolstadt, XIX secolo.

Il nuovo posto era decisamente meglio del magazzino.
Mentre lo visitava non smetteva di complimentarsi con sé stesso.
Si trattava del rudere di un vecchio castello o fortilizio, talmente vecchio e vetusto che buona parte della gente, giù in città, neanche si ricordava più della sua esistenza. Lì non avrebbe avuto bisogno di preoccuparsi di non far rumore o delle lamentele dei vicini.
Un’ala era crollata, e i tetti erano quasi tutti sfondati. La vegetazione aveva già iniziato a riprendere possesso di quei luoghi e i muri erano circondati da un intrico di alberi talmente fitto da rendere l’edificio pressoché invisibile. Eppure molte stanze erano ancora agibili e il torrione era intatto, c’era spazio a sufficienza per fare quello che doveva. E, soprattutto, lì sarebbe stato lontano da sguardi indiscreti.
Svoltò l’angolo e si ritrovò in uno spazio per lui nuovo. Un piccolo giardino interno, cintato da mura, accanto al mastio principale. Fece ancora un paio di passi prima di inciampare in qualcosa. Forse una pietra caduta, ma si chinò per vedere meglio.
Con sorpresa si accorse che si trattava di una lapide.
Si guardò di nuovo attorno. Ora le dimensioni del posto, la posizione, le cunette che facevano capolino tra la vegetazione, assumevano tutt’altro significato. Aveva rinvenuto quello che doveva esser stato un cimitero, forse riservato ai membri della famiglia che lì abitava. Scoperta interessante, ma inutile: a lui serviva materia fresca, non intaccata dalla decomposizione, se possibile addirittura ancora calda.
Quel pensiero lo rese estremamente concentrato. Non aveva tempo da perdere andando a spasso. Aveva un lavoro da fare e il laboratorio non si sarebbe allestito da solo.
Si girò e tornò sui suoi passi.



Aeroporto di Malpensa, ieri.

«Che ci fai qui?»
«Indovina?»
«Non dirmi che vieni anche tu…»
«Esatto.»
«Ma…»
«Senti, Michele, tu sei uno stronzo, questo credo sia chiaro a tutti. E ti sei fatto turlupinare come un gonzo. Ma sei mio amico e gli amici si sostengono sempre nel momento del bisogno, no?»
«Io… sì, hai ragione, mi sono comportato come una merda, ma sono contento che tu sia qui…»
«E poi non mi sarei perso per nulla al mondo la tua espressione… quando non troveremo niente!!!»
«E se invece trovassimo quello che penso, mi sentirai ripetere te l’avevo detto per tutto il viaggio di ritorno!»


Dintorni di Ingolstadt, XIX secolo.

Gli ci erano voluti giorni per avere tutto il materiale. Alla fine si era rivolto a diversi carrettieri per non attirare troppo l’attenzione e operare nel massimo anonimato.
«Quei miopi, boriosi, saccenti e ignoranti mi hanno dato del pazzo, dell’eretico. Bah! Sono diventati baroni dell’università grazie a sotterfugi e manovre politiche, non sonodegni di farsi chiamare professori! Chissà cosa sarebbero stati capaci di fare se avessero visto i miei esperimenti.
Ma questo è il passato, finalmente ho completato le mie ricerche. Tutti i pezzi sono al posto giusto, devo solo mettermi all’opera.
No, no, è stata una scelta brillante, caro mio. Anzi, non mi capacito di non averci pensato prima. Questo posto è perfetto, qui finalmente potrò terminare il mio lavoro!»
L’isolamento aveva incentivato una tendenza che aveva sempre avuto: quella di parlare da solo. Se un tempo era stata un vezzo in cui inciampava solo nei momenti di particolare concentrazione, un modo per fare ordine tra i suoi pensieri, ormai vi indulgeva costantemente.
«Bene, bene. Ormai ho tutto quello che mi serve… e spazio a sufficienza. Dunque, questo potrebbe andare lì e… no, meglio in quest’angolo. La caldaia nel bugigattolo, mentre la vasca là in fondo. Qui dovrebbero passare i condotti e…»
Non si era reso conto, però, di quanto avrebbe potuto essere impegnativo assemblare da solo il laboratorio.
Gli ci vollero quasi due settimane di fatiche, muscoli indolenziti e ripensamenti.
Ma infine tutto fu pronto.
Poteva iniziare.



Dintorni di Ingolstadt, oggi.

I due si stavano inerpicando su un pendio, nel mezzo del bosco, da diverse ore. Non c’era un sentiero e dovevanoinventarsi una strada tra i pini e gli abeti, stando attenti a non scivolare sulle radici. Nonostante si fossero muniti di scarponi e piccozze, la salita non era facile e la fatica si faceva sentire.
«Ma sei sicuro che sia la strada giusta? Qui non c’è niente!»
«Sì… più o meno. Non è che nel diario abbia messo longitudine e latitudine, eh! Ha solo descritto a grandi linee la zona… e poi sono passati duecento anni, credo che i paraggi siano un po’ cambiati!»
«Quindi stiamo cercando il classico ago nel pagliaio? Tra l’altro un ago che neanche esiste!»
«Adesso non ricominciare!»
«Certo che ricomincio! Perché io già mi immagino le scuse che inventerai: il posto c’era, solo che non l’abbiamo trovato, magari era pochi metri più in là… tutto pur di non ammettere che ti sbagliavi! E quando…
Michele?»
Nessuna risposta. L’amico non era più in vista.
«Ehi, dove sei finito? Michele, rispondi!»
Scavallato l’ultimo dosso, anche Paolo rimase senza parole.
Di fronte a loro, semi sommersi dalla vegetazione, i resti di un vecchio edificio, forse un castello. Poco più avanti, sulla sinistra, un torrione, quello invece quasi intatto.
«Beh? Che mi dici adesso?»
«Ecco…»
«Dai, vieni!»
«Aspetta! E se fosse pericolante? Non so se…»
«Non sono arrivato fin qui per non entrare! Se vuoi, resta lì ad aspettarmi!»


XIX secolo.

«Come mi hai trovato? Chi è lei?»
«Lei è… oh, non importa, è con me! Sono tuo amico! Non potevo lasciarti preda della tua stessa follia! Ci ho messo settimane a rintracciarti in questo posto dimenticato da Dio! Ma cosa pensavi di fare? Vivi come un eremita!
E se ti fosse successo qualcosa? Non hai neanche un cavallo per scendere in città. Saresti potuto morire da solo, dimenticato da tutti…»
«Quindi nessuno sa che sono qui? Ah… meno male…»
«Ma cosa stai dicendo?»
«Zitto! Non dire altro. In realtà sono contento che voi siate qui. Sì, sì, ecco, avrei dovuto pensarci io. Un esperimento rivoluzionario ha bisogno di testimoni, certo, altrimenti potrebbero non credermi!»
«Mio Dio, Victor, straparli!»
«Ti ho detto di fare silenzio! Non ho tempo per voi, adesso. È quasi pronto, devo solo terminare alcune cose. Mettetevi lì e non intralciatemi, sarete testimoni di qualcosa che cambierà la storia dell’umanità!»
Con gesti febbrili iniziò a correre in giro abbassando leve, girando manopole, dando la spinta a dei volani.Dopo poco sembrò che tutto l’edificio si fosse messo in moto. Le mura emettevano una leggera vibrazione, mentre dal soffitto cadevano fili di polvere.
Henry e la ragazza si guardarono attorno, combattuti tra il desiderio di aiutare l’amico, la curiosità e il terrore che potesse crollare tutto.
«Seguitemi, da questa parte, sta per iniziare…»



Oggi.

Michele scavalcò alcune pietre e penetrò nel perimetro dell’edificio.
Ciò che restava dei muri, non superava il metro e mezzo d’altezza. Alberi e cespugli erano cresciuti ovunque, rendendo difficile distinguere interni ed esterni.
Dopo circa dieci minuti si fermò e si sedette su una pietra.
«Maledizione! Qui non c’è niente… e adesso chi lo sente Paolo?»
Lo sguardo di Michele cadde sul torrione.
Forse c’era ancora una speranza.

Victor li condusse in un’ampia stanza circolare. Una scala correva lungo il muro e si perdeva nelle tenebre. Le pareti erano ricoperte di tubature, mentre il centro era occupato da quella che sembrava una cisterna. Un enorme contenitore color del rame, rivettato come per resistere a una grandissima pressione.
«Ecco, fermatevi lì!»
La vibrazione sembrò aumentare, mentre dai volani iniziarono a scaturire archi elettrici.
Henry e la ragazza si fecero indietro, spaventati.


Michele girò intorno al torrione in cerca di un ingresso.
Trovò quasi subito la porta, ma era ostruita da un muro che ci era crollato contro.
Forse, però…
Si mise carponi e provò a strisciarci sotto. Era stretto, molto stretto, ma ci passava. Ecco, mancava poco...
Porca miseria, lo zaino si era impigliato. Perché non se l’era levato? Così non riusciva più ad andare né avanti né indietro.
Merda, che situazione… ci mancava solo di dover chiedere aiuto a Paolo. No, doveva cavarsela da solo. Forse se tirava un po’ più forte.
Sì, gli sembrava che qualcosa stesse cedendo.
Solo un altro po’.
CRACK!
Ritrasse i piedi appena prima che un altro pezzo di muro cedesse e chiudesse quell’unico passaggio sotto pietre pesanti più di duecento chili.
Michele si tirò in piedi.
Era impolverato, ma vivo.
Di lì non si passava, per uscire doveva cercare un’altra via.

Ormai vibrava tutto.
Archi elettrici riempivano l’aria e correvano dalle pareti alla struttura al centro.
«Sì! Così! Ecco!!!»
Henry e la ragazza erano atterriti di fronte a quello spettacolo.
«Ci siamo! GUARDATE COME L’UOMO SCONFIGGE LA MORTE!»
Victor corse verso la cisterna e iniziò a scalarla. Gli archi elettrici correvano sul suo corpo, come accarezzandolo, ma dove lo toccavano lasciavano piccole bruciature. Lui però non sembrava farci caso.
Arrivato in cima si mise in piedi sul bordo, le mani alzate, come un antico sacerdote mentre evocava le divinità.
Quasi in risposta, l’edificio iniziò a vibrare con ancora più violenza, sembrava sul punto di spaccarsi in mille pezzi.
«Sorgi! Te lo ordino come tuo creatore! SORGI!!!»


Il buio era quasi completo.
Per fortuna Michele aveva portato una torcia elettrica.
L’accese e iniziò a inoltrarsi in quell’ambiente.
Gli bastò un rapido sventagliare della luce per capire che aveva fatto centro.
Strane apparecchiature riempivano le pareti. Tubature correvano ovunque e convergevano verso il centro. Verso una grossa struttura di metallo.
Sì, cazzo, sì!
Aveva ragione lui! Il diario era autentico! Non un falso!
E confermava la sua teoria. Mary Shelley non si era inventava la vicenda di Frankenstein, ma aveva assistito realmente a un esperimento simile a quello nel libro.
Era una scoperta eccezionale!
Certo, l’esperimento doveva essere stato un fallimento, ma era bastato per dare l’idea alla scrittrice.
E se, invece, avesse funzionato? Se davvero avessero riportato in vita il mostro?
Si diede dell’imbecille: qualsiasi cosa avessero combinato lì dentro erano passati duecento anni!

Dalla vasca emerse una mano.
Era troppo grande per essere umana.
Ma a ben vedere lo era davvero, anzi erano più mani.
Ogni dito era composto da due, tre dita fuse insieme.
Si vide ogni singolo muscolo, ogni singolo tendine contrarsi dietro alle pelli. La forza doveva essere spaventosa, perché la presa iniziò a segnare il metallo.
Una seconda mano, anche più orrenda, si affiancò alla prima. Poi la creatura iniziò a sollevarsi.
Aveva forma antropomorfa e doveva essere alta quasi tre metri, perché in piedi superava con tutte le spalle il bordo della struttura.
«Sì, sì, SÌÌÌÌÌÌÌ!!! ORA I PROFESSORONI DELL’UNIVERSITÀ NON POTRANNO PIÙ CHIAMARMI PAZZO! SONO LORO I PAZZI PER NON AVERMI ASCOLTATO! IO, VICTOR FRANKENSTEIN, HO SCONFITTO LA MORTE!!!»


Doveva documentare tutto, ce n’era abbastanza per diventare famosi!
Frugò nello zaino e tirò fuori la reflex digitale.
Quel posto così buio necessitava il giusto settaggio. Inavvertitamente urtò un tubo e il suono rimbombò per tutto il torrione. L’eco si proiettò fino al tetto e tornò indietro come un tuono.
Michele si guardò attorno terrorizzato, col timore di crolli imminenti.
Invece, un altro suono sembrò rispondere dall’interno della cisterna.
Un rumore gorgogliante, che non riusciva ad associare a nulla di conosciuto.
Si avvicinò, incuriosito, ma anche timoroso.

Un rombo fece tremare la terra.
Solo il crollo di una parte dell’edificio poteva averlo provocato.
Henry e la ragazza caddero in ginocchio, mentre Victor fu sbalzato giù dal bordo.
«Dobbiamo andarcene, Victor! Qui sta per crollare tutto!»
In tutta risposta, la creatura si issò fuori dalla cisterna.
In soli due passi fu di fronte a Henry. Lui non fece neanche a tempo a rialzarsi che quella lo afferrò per la gola e iniziò a sollevarlo.
Lo tenne così per qualche istante, girando l’enorme testa, come per osservarlo con ciascuno dei vari occhi. Il corpo era un coacervo di arti, muscoli, organi, tutti fusi insieme in maniera caotica.
Poi, come avesse preso una decisione, la creatura afferrò il braccio sinistro di Henry e tirò.
La forza e la violenza impressa furono impressionanti. Ossa, tendini, muscoli, pelle e tessuti vennero strappati come niente. Il sangue prese a zampillare dal moncone della spalla come da una fontana.
A quella vista, la donna lanciò un grido e fece la cosa più sensata: fuggì.
Continuò a correre fino a che le urla di Henry non furono coperte dal rumore del crollo dell’edificio.


La cosa iniziò a riversarsi fuori dalla cisterna.
Non aveva una forma definita e al contempo ne aveva tante insieme contemporaneamente. Con la torcia non riusciva a inquadrarla tutta, ne vedeva solo dei particolari. Qui una mano che emergeva dalla massa, là le costole di una gabbia toracica, uno, due, dieci volti! Non solo parti umane, ma anche animali. Una coda, la schiena di un serpente, zampe di topi e mille altre cose non identificate.
Infine occhi, di tutte le forme e dimensioni, occhi che lo fissavano.
Un lampo di comprensione gli attraversò il cervello.
Quella creatura era ancora viva, dopo tutto quel tempo. Ma non era sopravvissuta cibandosi, bensì assimilando gli altri animali. Incapace di morire, continuava ad accumulare altre forme di vita dentro di sé.
La cosa scattò verso di lui con eccezionale velocità.
Si guardò attorno. Ma ci aveva già guardato prima! Non c’era un modo per uscire di lì!
Indietreggiò, poi si voltò e cominciò a correre.
La creatura accelerò a sua volta.
L’unica speranza era salire.
Imboccò i gradini due a due, divorando le scale.
Ma la cosa, là dietro, non aveva neanche bisogno di salire i gradini. Si afferrava con tutti i suoi arti, le sue mani, le sue zampe, a ogni minima sporgenza delle pareti.
Ed era veloce. Terribilmente, mortalmente veloce.
Mentre lui era stanco.
L’adrenalina lottava nel suo corpo con l’acido lattico. Le gambe iniziavano a fargli male, pesanti, mentre quella cosa era sempre più vicina.
Improvvisamente, vide uno spiraglio di luce.
Moltiplicò gli sforzi e sbucò all’aperto, evitando proprio all’ultimo che la creatura gli ghermisse una caviglia.
Era fuori!
Non si era reso conto di essere salito tanto.
La sommità del torrione superava di venti o trenta metri le cime degli alberi.
Dietro di lui, la cosa aveva iniziato a infilarsi nel pertugio. Si comprimeva, si stringeva, spingeva e ne fuoriusciva un pezzo per volta. Lentamente ma inesorabilmente.
Cosa poteva fare?
Scendere lungo la parete esterna era fuori discussione: le pietre erano troppo lisce e scivolose, era impossibile; e quella cosa gli sarebbe stata subito addosso.
C’era un’unica soluzione.
Qualsiasi cosa fosse successa, non voleva finire come quelle persone. Non voleva diventare parte di quella cosa!
Si guardò alle spalle un’ultima volta.
Poi fece un passo nel vuoto.

FINE



Alessandro Calvi
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Re: The thing that should not be

Messaggio#2 » lunedì 1 ottobre 2018, 0:13

Bonus dichiarati: tutti! :D

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SalvatoreStefanelli
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Re: The thing that should not be

Messaggio#3 » giovedì 4 ottobre 2018, 15:07

Ho trovato questa storia la migliore delle tre in questo gruppo. Decisamente ben scritta (a parte qualche punteggiatura mancante o alcune parole unite), con un ritmo deciso, un passaggio tra il passato e il presente ben gestito. Capire che Frankestein era all'origine del tutto non è stato difficile già dai primi capoversi, però questo non ha rovinato l'atmosfera di sospensione di chi legge, il desiderio di scoperta, la meraviglia. Anche il finale mi sembra abbastanza logico, pur se, come unica pecca, non si capisce che fine abbia fatto l'amico che accompagna il protagonista, non lo si vede neanche emettere una voce di sorpresa nell'osservare l'altro in cima al torrione. Ho visto diversi tentativi di agganciare i bonus, non conoscendo il testo della canzone, non so quanto sia inerente alla storia, il flashback e il riferimento a un preteso periodo storico c'è, ci sta bene anche l'inserimento di Cerbero, come parola bonus. Bravo davvero!

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Marco Travaglini
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Re: The thing that should not be

Messaggio#4 » venerdì 5 ottobre 2018, 15:50

Ciao Alessandro, ecco per te i miei commenti da profano ^_^

Anche il tuo racconto, come gli altri, è scritto molto bene, complimenti. Come è già stato fatto notare l’assenza di Paolo nel finale pesa un bel po’, ed è un peccato, sarebbe bastato poco per farci capire dov’era e che non fosse rimasto semplicemente troppo “dietro alla telecamera”. Anche la sua presenza improvvisa all’aeroporto mi sembra un pochino strana, così come le comparsate improvvise di Henry dentro i laboratori del povero e tormentato Victor. In generale mi sembra che ci sia una corrispondenza Victor/Michele ed Henry/Paolo che da una parte è affascinante, dall’altra però appiattisce un pochino i personaggi secondari. Mi piace il modo in cui viene resa la ricerca sia in Victor che in Michele, di contro mi sembrano un pochino traballanti i dialoghi con le varie controparti, a differenza dei monologhi che invece sono molto avvincenti. Mi è piaciuto molto il modo in cui il laboratorio viene descritto, con alcuni bei particolari e il modo in cui viene introdotto il sospetto della presenza della cosa ai giorni nostri, con un rumore in richiamo a un altro rumore. Non mi è piaciuta invece la descrizione del mostro. Ma mi rendo conto che siamo nel campo dei gusti personali. A livello tecnico, al di là di piccole cose che ci possono stare e a cui non do peso, ho notato invece un abuso generale dei puntini di sospensione: i dialoghi sono spesso interrotti e ci sono alcune pause, quindi è corretto che ci siano molti puntini in giro per il racconto, ma spesso vengono usati anche là dove un punto o una virgola avrebbe reso un effetto migliore.

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Re: The thing that should not be

Messaggio#5 » venerdì 5 ottobre 2018, 16:31

BONUS:
- Inserire il titolo di una canzone metal: The thing that should not be dei Metallica
- Inserire riferimenti a un evento storico famoso: l’evento è letterario, ma su Facebook è stato chiarito che va bene, quindi OK
- Inserire nel racconto almeno una scena in flashback: vale stesso discorso del punto precedente
- Sono presenti le parole Cerbero e bugigattolo (le altre indicate credo siano state eliminate nell’operazione di taglio, ma non importa, tanto ne bastava una per avere il bonus)
- Inserire il suicidio: OK
- Vista del sangue: OK

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Re: The thing that should not be

Messaggio#6 » domenica 7 ottobre 2018, 18:14

Ciao Alessandro
Mi fa molto piacere ritrovarti qui, ci siamo conosciuti ad Ale Comics.
Questo racconto mi è piaciuto molto, mi ha coinvolto e fatto trattenere il fiato in alcuni momenti, come quando appare la mano. Ho trovato molto funzionale le descrizioni tra quel che succede ora e quel che è successo nel XIX secolo.
E poi che dire... adoro Frankenstein!
I bonus ci sono tutti, non mi ha convinto per gusto mio personale come hai inserito la parola Cerbero.
Voto: "Figo!"
Nonostante io scriva romanzi dall'età di 13 anni (con moooolta discontinuità) ho ancora bisogno della "badante letteraria".
Rimanete sintonizzati e vi stupirò.

Alessandro Calvi
Messaggi: 5

Re: The thing that should not be

Messaggio#7 » lunedì 8 ottobre 2018, 18:42

Innanzitutto ringrazio per i complimenti.
Poi, con calma, cerco di rispondere ad alcuni dei dubbi o dei punti sollevati.
- Iniziamo da quello, anche per me, più grave e rilevante: Paolo nel finale.
Nella prima stesura Paolo aveva un ruolo decisamente più importante in tutta la vicenda e non serviva solo da "sparring-partner" per permettere a Michele di parlare e raccontare quanto succede o decide. Poi ho dovuto tagliuzzare oltre 8.000 battute (l'equivalente di 3 pagine su 8) e sono stato costretto a fare delle scelte. Ho consegnato allo scadere, ma non mi sono avveduto che il margine in più che era stato concesso non era solo un'oretta, ma quasi un giorno in più. Per errore ho quindi deciso di non fare più modifiche, altrimenti avrei trovato una scappatoia migliore per il finale.
- Refusi e parole attaccate.
Ho fatto le correzioni su Word usando l'omonima funzionalità, purtroppo quando ho "accettato" tutto deve essermi sfuggito qualcosa. Mi scuso sentitamente. Di nuovo avrei avuto il tempo per correggere, ma non l'ho sfruttato per una mia disattenzione.
- Dicotomia personaggi passato/presente.
Nella versione originale e non accorciata era più accentuata, volevo rendere l'idea che la frenesia di Victor fosse la stessa di Michele, come se gli fosse stata passata attraverso i secoli, e suggerire che ci fosse come qualcosa che spingeva entrambi a fare quello che avevano fatto, una sorta di forza superiore e non meglio precisata. Al contempo Henry e Michele dovevano essere una sorta di elemento "normalizzante", intenti a cercare di fermare i rispettivi amici dal fare qualcosa di errato, aberrante, "proibito" (per citare il titolo del concorso). Anche loro erano un po' più approfonditi originariamente, ma ho preferito sacrificare maggiormente loro, con i tagli, per lasciare più spazio ai deliri/monologhi di Victor e Michele.
- Dialoghi.
Adoro le frasi interrotte! :D Purtroppo i puntini di sospensione abbondano sempre nei miei dialoghi perché cerco di rendere le pause e le interruzzioni del parlato reale. Probabilmente potrei farlo meglio e senza tanti puntini, avete ragione. Cercherò di migliorare.
- The Thing that should not be.
Nel regolamento si specificava che non era necessario che il testo rispecchiasse l'argomento del racconto, bastava che lo facesse il titolo. In realtà io ho cercato di fondere entrambi. La "cosa che non dovrebbe esistere" è ovviamente il mostro di Frankenstein, ma il testo dei Metallica si riferisce piuttosto a Lovecraft (ne cita anche il distico più famoso) più che a Mary Shelley. Eccomi, quindi, a cercare di fondere l'opera gotica per eccellenza agli incubi del Solitario di Providence, inizialmente rielaborando un po' l'aspetto del mostro nel 1800 e poi rendendolo un coacervo di forme e creature diverse, in stile molto più lovecraftiano, nel presente.

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