Semifinale Cristiana Astori

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo settembre sveleremo il tema deciso da Aislinn. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Aislinn assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Cristiana Astori

Messaggio#1 » mercoledì 10 ottobre 2018, 0:23

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Né a Dio né al Diavolo.
In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti del girone Cristiana Astori hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi Sara Ronco e Marco Travaglini possono sfruttare i tre giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: venerdì 12 ottobre alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 12 ottobre. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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Marco Travaglini
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Re: Semifinale Cristina Astori

Messaggio#2 » giovedì 11 ottobre 2018, 18:17

Regressione
di Marco Travaglini

«Dai Cri, qui va bene» disse Rebecca sganciandosi la cinta.
«No, qui è divieto di sosta, vado a parcheggiare in fondo alla strada.»
«Ma dai, sono le undici di sera, chi vuoi che venga a farti la multa qui al pianoro?»
Cristiano non rispose. Guidò per altri duecento metri, sopportando il cicalino di allarme delle cinture di sicurezza e ignorando la ragazza che sbuffava. Parcheggiò la C3 sul bordo del parco, cercando di stare all’interno delle strisce. Il crocifisso, appeso allo specchietto, dondolava. Si slacciò la cinta.
«Ecco fatto, non capisco cosa ti cambi fare un po’ di strada in più per rispettare le regole» rivolgendosi a Rebecca.
«Dai piantala Cri, guarda un po’ qui invece.» Prese una ciocca da dietro l’orecchio destro e la mise in mostra.
«L’hai colorata? Che diranno i tuoi genitori?»
«Che palle oh. Pensavo ti sarebbe piaciuta. A Bologna ero l’unica a non aver mai tinto i capelli, volevo provare. Comunque questo rosso andrà via con tre o quattro lavaggi.»
«Allora l’hai colorata apposta per indispettirli.»
«Ma no scemotto, l’ho fatta anche per farla vedere a te,» avvicinando il volto al suo, «sai che succede se la guardi da vicino?»
«In che senso?»
«Guardala bene.»
Un po’ titubante, Cristiano si avvicinò alla ciocca. All’improvviso la ragazza girò la testa e lui si sentì qualcosa di umido dentro l’orecchio. Un brivido di piacere gli percorse tutta la spina dorsale. Rebecca si lasciò andare ad un risolino di soddisfazione, poi continuò a girare la lingua nel suo orecchio, mentre con una mano gli accarezzava il braccio. I peli, dritti per la pelle d’oca, si abbassavano al passaggio del palmo della ragazza, solo per scattare sull’attenti subito dopo. Cristiano non pensava a niente, si godeva quella piccola trasgressione. Rebecca staccò la mano dal suo braccio e la posò sulla gamba destra, cominciando a risalire. Cristiano iniziò a sentirsi a disagio. La ragazza arrivò a sfiorare la sua erezione.
«No, basta così» disse scostandole la mano.
«Perché?»
«Lo sai che non dobbiamo.»
Rebecca lo squadrò. Indicò l’escrescenza in mezzo ai pantaloni. «A lui non dispiaceva però.»
«Dai Rebe, non voglio. E poi che succederebbe se ci vedesse qualcuno e la voce arrivasse in parrocchia?»
«Ma chi vuoi che passi qui, nel bel mezzo del nulla, a quest’ora di notte?»
«Per favore dai. Non passiamo il poco tempo che abbiamo a litigare, che da quando sei andata all’università non ci vediamo mai.»
«Va bene, va bene, bacchettone. Allora visto che non ci vediamo da un po’ ti ho portato una cosa» disse porgendogli un pacchetto infiocchettato.
Cristiano prese il pacchetto. «Ma io non ti ho preso niente.»
«E allora? Dai aprilo, aprilo!»
Cristiano tolse la carta argentata e si ritrovò tra le mani un CD. Dream Theater, Metropolis pt.2: scenes from a memory.
«Che musica è?»
«Progressive Metal.»
«Ma Rebe, lo sai che i miei non vogliono che io ascolti questa roba, perché mi vuoi sempre mettere nei guai?»
«Perché vorrei che aprissi un po’ la mente ogni tanto» rispose sospirando. «Questa “roba” è uno dei migliori concept album di sempre. Inoltre parla di regressione, lo sai che è un argomento che mi sta molto a cuore.»
«E tu, invece, sai che ciò che ha a che fare con la reincarnazione va contro tutto quello in cui credo,» la guardò di sottecchi, «e in cui dovresti credere anche tu.»
«Ma perché devi essere sempre così… quadrato» disse mimando la figura con le mani. «Sembra di sentir parlare i tuoi genitori. “È peccato, è proibito, e la parrocchia e il credo.” E che palle!» Si girò dalla parte opposta a braccia conserte.
Cristiano la guardava leggermente infastidito. Le voleva bene, erano praticamente cresciuti insieme, ma con gli anni lei si era allontanata dalla vita parrocchiale. Doveva sempre provare cose diverse, mettere in dubbio tutto. Perché non poteva semplicemente fare come gli altri e avere fede nella Chiesa? No, lei era come San Tommaso, doveva infilare le sue dita dentro ogni piaga, e ogni volta sembrava divertirsi a metterlo in difficoltà.
Rebecca si girò di scatto. «Va bene, sapevo che non avresti trasgredito alla tua irreprensibile morale solo per me. Ma guarda cosa c’è dentro» disse indicando la custodia del CD.
Cristiano la aprì e una foto stampata su carta gli scivolò sulle gambe. La osservò da vicino: sembrava un’esibizione live, probabilmente dello stesso gruppo. «Embè?»
«Guarda bene chi c'è dietro le pelli.»
«Dietro che?»
«Il batterista!»
La foto era un po’ sgranata, ma Cristiano riuscì a mettere a fuoco. I suoi occhi si illuminarono. Stagione 2004-2005, sponsor tecnico UhlSport.
«Hai visto? Mike Portnoy, uno dei batteristi più famosi al mondo, indossa la maglia del tuo Ascoli.»
Cristiano non smetteva di fissare la foto. «La maglia dell’ultima promozione in serie A» sussurrò sopraffatto dai ricordi.
«Allora Cri, gliela diamo una chance a questo gruppo?»
Cristiano si riebbe e la guardò sorridendo. Prese il CD e lo inserì dentro l’autoradio.
«Ecco, lo sapevo di contare persino meno dell’Ascoli per te» disse con una nota di rassegnazione.
Rebecca sfilò il libricino dalla custodia del CD.
«Allora senti qui,» cominciò a spiegare, indicando la prima pagina, «in questo brano Nicholas, il protagonista, si reca da un ipnoterapeuta perché è tormentato dagli incubi e si ritrova a rivivere episodi di una vita passata.»
«Pure l’ipnosi.»
«Vabbè tu fai finta di crederci e goditi questo capolavoro, ok?»
«Ci provo» rispose Cristiano, mentre il ticchettio di un orologio cominciava a diffondersi dagli altoparlanti. Si ritrovò a chiudere gli occhi. Il ricordo dell’ultima promozione, e la relativa sensazione di benessere, ancora non lo abbandonavano.

Scene One: Regression
Chiudi gli occhi e rilassati
Immagina una luce intensa
e bianca sopra di te,
e mettila a fuoco mentre
attraversa il tuo corpo.
Lascia che i tuoi pensieri fluttuino
mentre cadi sempre più
profondamente in uno stato mentale di completa rilassatezza.
Ora mentre conto alla rovescia da dieci a
uno, ti sentirai più in pace e calmo.
Dieci, nove, otto...

Apro gli occhi: mura di pietra intorno a me, umidità e odore di incenso. Mi appoggio con una mano a una colonna. Indosso delle vesti raffinate, antiche. Sento di dover cercare qualcosa. No, qualcuno. Sì, ora è tutto chiaro. Mi sporgo a guardare.
Eccoli lì, i due viscidi. Infami. INFAMI! Oggi farete la comunione col diavolo.
Si avvicina un ragazzo. «Mia signora, abbiamo controllato tutta la cripta,» mi sussurra, «ci sono solo due mercanti nella navata laterale, ma non sono guelfi, non si intrometteranno. Il priore e suo fratello sono assorti nella preghiera davanti ai resti del patrono e non hanno né servi né bastoni con loro.»
«Molto bene Branca, molto bene. Andiamo a prendere i nostri strumenti.»
Mi infilo nel buio nelle catacombe. Odore di muffa e putrefazione. Uno, due, tre, quattro. Il cunicolo dovrebbe essere questo. Tasto all’altezza del terzo cubicolo dal basso. Ecco, lo stemma inciso: le spighe e gli elmi. Provo a tirare la pietra: si smuove.
«Aiutami Branca, adagio» bisbiglio.
A tentoni segue il mio braccio e riusciamo a togliere la pietra. Rumore di passi furtivi. Sono arrivati anche gli altri. Mi sembrano pochi.
«Chi manca?»
«Cecco, non se l’è sentita. Aveva paura di avere l’anima dannata quando ha saputo che li avremmo attaccati dentro il duomo.»
Bene, gli farà piacere diventare un martire allora.
Branca ci passa gli stiletti.
«Lascia quello di Cecco al suo posto.»
«Come desiderate, madonna.»
Ci avviamo alla cappella centrale. I due fratelli sono in ginocchio, separati. Oddo è dietro, sulla destra. I miei si piazzano alle sue spalle. Branca si mette dietro al priore. Lentamente vado a mettermi davanti, in piedi, la lama celata sotto la veste. Mi abbasso il cappuccio. Passano pochi istanti. Si alza e mi sento afferrare il braccio.
«Come osi, donna, metterti a pregare davanti al priore di San Marco?» C’è irritazione nella sua voce.
Mi volto, accennando un sorriso all’angolo della bocca. «Melchiorre.»
Con una mossa repentina, la mano grassoccia che mi tratteneva da padrona diventa schiava. Do uno strattone e il priore è di nuovo in ginocchio. Dall’altra parte i miei uomini immobilizzano suo fratello. Sfodero la lama. Melchiorre ansima, si rialza in piedi. Branca prontamente gli agguanta le braccia, bloccandolo. Gli afferro i capelli e punto lo stiletto sotto la mandibola.
Melchiorre mi guarda. I nostri volti non sono mai stati così vicini. Nei suoi occhi non c’è più la sicurezza del nobile contro una donna indifesa. No, ora c’è paura. La paura del vigliacco contro il guerriero.
«Flavia, nemmeno tu puoi arrivare a tanto.» Deglutisce. «Dentro una chiesa, al cospetto di Dio e Sant’Emidio, tu non puoi...»
«Taci infame!» Aumento la pressione dello stiletto, una goccia di sangue inizia a colare sulla lama. «Taci! Lurido, viscido cane. Non ti importa delle donne e dei bambini che hai fatto morire, vero? Non hai sentito le loro urla, mentre il mio palazzo bruciava per un tuo ordine. Ma stasera… stasera sarai tu a bruciare tra le fiamme dell’inferno!»
Spingo con forza la lama verso l’alto e la conficco nelle sue carni. Un fiotto di sangue mi imbratta mano e veste, rendendo scivolosa la presa. Dall’altra parte Oddo urla, i miei uomini lo zittiscono per sempre. Mi pulisco la mano sulla veste, strappo lo stiletto di mano a Branca e lo infilzo con violenza nell’occhio di Melchiorre ormai steso al suolo, esanime.
Muori infame. Questa città non sarà mai vostra.


«Oddio, oddio, oddio!»
«Non imprecare Rebe.»
«Ma ti rendi conto?» La ragazza gesticolava in preda all’esaltazione. «Hai avuto una regressione spontanea! Tu, razza di un… quadrato scettico.»
«Non so, forse stavo solo parlando nel sonno.» Cristiano era confuso, continuava a stropicciarsi gli occhi. In sottofondo un assolo di chitarra che non riconosceva.
«Ma dai Cri, non dire scemenze, ma ti sei sentito mentre parlavi? Tutto quell’odio, tutta quella rabbia. Non eri tu. Era una tua vita passata! E credo anche di sapere chi. Portavano vestiti rinascimentali?»
«Eh?»
«Quelli che hai assassinato.»
«Oh, oh. Ma che cazzo dici? Io non ho assassinato nessuno!»
«Uh, addirittura tu che dici una parolaccia? Devi essere proprio scosso. Allora ce li avevano o no?»
«Non lo so. Sembravano vestiti medievali, ma molto sfarzosi.»
«Oddio!»
«Rebe...»
«Dai è palese: in una vita precedente eri Flavia Guiderocchi!»
«Chi?»
«Ma non l’hai studiata un po’ di storia della tua città? Ma certo, sei un uomo, cosa te poteva fregare della donna guerriera di Ascoli.» Si prese il mento tra le mani, pensierosa. «Sì sì, ha tutto un senso. Lo vedi che ora sei l’esatto opposto? Sei tutto casa e chiesa. Devi espiare l’omicidio di quei… come si chiamavano?»
«Sgariglia» Cristiano pronunciò quel nome con odio.
Rebecca lo guardava dritto negli occhi. «Lo sai, vero, che non avevi mai detto il loro cognome durante quello che tu chiami sogno?»
Cristiano ora era completamente disorientato. Si voltò verso il finestrino, cercando di far sbollire rabbia e adrenalina che gli scorrevano ancora in corpo. Doveva capire. Doveva parlarne con qualcuno che lo rassicurasse.
Mise in moto la macchina.
Un’idea si fece strada improvvisa nella sua testa.
«Dimmi solo una cosa Rebe. Questa storia non è vera, non deve, non può essere vera», guardò la ragazza dritta negli occhi. «Ma se lo fosse, potrei» Cristiano non riusciva quasi a dirlo, quel pensiero andava contro ogni precetto della sua religione. «Magari con un po’ di prove, potrei rivivere al tempo di Cristo e degli Apostoli? Magari uno dei tanti tra la folla.»
Rebecca gli afferrò il braccio. «No. Non è così che funziona. Guardami Cri. Non funziona a comando. È la tua vita passata che esce fuori da sola, non sei tu che la cerchi. Hai capito?»
«Ma se io rimettessi questa traccia del CD e mi concentrassi su quel periodo magari...»
«No, no e no! Sai che succederebbe se ci provassi? La tua mente inventerebbe tutto di sana pianta, facendoti vivere un bellissimo sogno, o magari il tuo incubo peggiore. Non devi farlo da solo. Se proprio vuoi rifarlo, proviamoci insieme, capito?» Rebecca ora lo guardava preoccupata. «Mi hai capito?»
«Va bene,» rispose Cristiano poco convinto, «ora ti riporto a casa.»


Don Bastiano lo guardava con occhi severi. Seduto, i gomiti appoggiati sul tavolo, con una mano si copriva la bocca. Cristiano, seduto dirimpetto, si sfogava nervosamente contro una pellicina sul suo indice: raccontare tutto non aveva avuto il solito effetto benefico della confessione.
«Cristiano, figliolo mio,» esordì finalmente il sacerdote, «tutti ad un certo punto veniamo messi alla prova dal Signore. Tutti.» Si massaggiava l’anello che portava all’anulare mentre parlava.
Si alzò in piedi e si girò di spalle, le mani intrecciate dietro la schiena.
«Mi chiedevo, sinceramente, se questo momento sarebbe mai arrivato per te. Sei sempre stato molto diligente, i tuoi genitori ti hanno sempre guidato sul cammino del Signore.»
Si voltò e tornò a guardarlo.
«Ed era proprio questa la mia paura, hai mai davvero riflettuto su cosa sia la fede? O ti sei limitato a imboccare la via che gli altri ti indicavano?»
Cristiano distolse lo sguardo, mettendosi a fissare una mattonella del pavimento della casa canonica. Aveva trovato un accusatore là dove aveva cercato sicurezza e ora non aveva la forza di incrociare i suoi occhi.
«Quando il sentiero è smarrito, è la fede a farcelo ritrovare. E tu hai smarrito il sentiero, questo è evidente. Non è tanto il tarlo del tuo dubbio a farmi paura, ma il trasporto con cui me ne hai parlato. Lo sai che la reincarnazione per noi cattolici non esiste, per noi sacerdoti è addirittura proibito parlarne. Solo Cristo, solo lui è risorto.»
«Certo padre, lo so. Ma la resurrezione è una cosa diversa da quello che...»
«No! Ti ascolti? Nelle tue parole, quando mi hai raccontato tutto, c’era convinzione che quegli avvenimenti fossero addirittura veri. Questa è blasfemia.»
Cristiano si sentì rosso di vergogna. Nemmeno quando veniva sgridato da bambino aveva sentito tanta contrarietà nel tono di Don Bastiano.
«In queste condizioni, io sono… costretto» allargò le braccia in un gesto di impotenza. «Devo sospenderti dal corso di teologia. Lo capisci vero?»
Cristiano annuì.
«Ora vai in chiesa a riflettere, raccogliti in preghiera e partecipa al Santo Rosario quando inizierà. Domani parleremo di nuovo.»
«Grazie Don Bastiano» rispose Cristiano, senza avere ancora il coraggio di alzare lo sguardo.


Era combattuto. Da una parte voleva e doveva considerare tutto questo nulla più di un sogno. L’unica resurrezione era quella di Cristo, su questo non aveva alcun dubbio. Ma le sensazioni che aveva provato erano così reali, così profonde. Quando provava ad afferrare la vastità di ciò che aveva vissuto la notte precedente, si sentiva mancare la terra sotto i piedi.
Entrò nel Duomo di Sant’Emidio e si fece il segno della croce. Si diresse come suo solito verso la Cappella del Sacramento, per adempiere alle indicazioni di Don Bastiano, ma lungo il tragitto incrociò le scale che portavano verso la cripta. Il richiamo fu troppo forte. Senza guardare nessuno le scese velocemente. Un cordone sbarrava l’uscio. Cristiano si fermò e fece per andarsene, ma la sensazione di vita e paura avvampò dentro di lui. Sganciò il cordone ed entrò, nonostante il divieto, dirigendosi verso le catacombe. Quarto cunicolo, terzo cubicolo dal basso. Uno stemma consumato dal tempo: su due quadranti un elmo, sugli altri due le spighe di grano. Lo stemma dei Guiderocchi, l’aveva visto su Wikipedia. Cristiano toccò la pietra: non si muoveva. Il suo respiro rallentò, l’universo ritornò al suo posto. Provò un secondo strattone, più forte, per sicurezza. La pietra si mosse. Il cuore gli salì in gola. Si aggrappò con tutte le sue forze a quel pezzo di mondo, smuovendolo a destra e a sinistra, graffiando la terra intorno, ferendosi e tirando, come se dietro quella pietra ci fosse celato il segreto della vita stessa. La pietra cadde a terra. Cristiano si avvicinò alla cavità e tastò al suo interno: vuoto.


L’aria entrava dal finestrino aperto, mentre Cristiano percorreva la strada verso il pianoro del colle San Marco. Il terrore e la sensazione di vuoto gli opprimevano il petto. Non c’era nessuna lama all’interno dello scomparto segreto, ma la pietra e lo stemma erano esattamente là dove dovevano essere.
I discorsi di Rebecca sulla reincarnazione, adesso, non sembravano più sciocchezze campate per aria. Le parole di Don Bastiano invece, erano le stesse che avrebbe usato lui, se non avesse vissuto quell’esperienza. Ma l’aveva vissuta, e ora non era sicuro più di niente.
Parcheggiò nello stesso punto della notte precedente, sotto la stessa luna. Chiuse il finestrino e accese l’autoradio, facendo partire la prima traccia. Si sforzava di concentrarsi nonostante l’ansia. Il freddo, che era entrato nell’abitacolo, gli faceva battere i denti. Chiuse gli occhi, serrandoli. La voce narrante della canzone aveva terminato il conto alla rovescia, una voce chiara iniziò a cantare. Cristiano aprì gli occhi e fece ripartire la traccia dall’inizio. Le sue dita tamburellavano nervosamente sul bracciolo. Una civetta su un albero vicino iniziò a cantare. Cristiano scese dalla macchina, prese una pietra e gliela scagliò contro, facendola volare via. Di nuovo in macchina, di nuovo traccia uno. Reclinò il sedile e si stese. Provò con dei respiri profondi. Dieci, nove, otto…


Publio Terenzio arrivò di corsa alle sue spalle, fermandosi con le mani sulle ginocchia per il fiatone. L’alito puzzava di vino. I ladri erano scappati, irraggiungibili ormai. Cassio Longino scalciò via una pietra, con un gesto di stizza. Fece segno al suo commilitone di seguirlo mentre tornava verso il sepolcro. Si lasciò cadere al suo interno, premendosi i palmi contro gli occhi. La civetta col suo richiamo gli faceva scoppiare le tempie. Il prefetto li avrebbe fatti fustigare, nella migliore delle ipotesi. Era sudato, stanco e rassegnato. Asciugò il sudore sul volto con il sudario che giaceva ai suoi piedi. Si alzò e andò a controllare la pietra. Guardò di nuovo il sudario che aveva lasciato per terra. Una musica gli ronzava in testa.
«Publio Terenzio, procurati altre funi, possiamo rifare il sigillo. Il prefetto e i giudei non dovranno mai sapere quello che è successo.»


Cristiano si svegliò in un bagno di sudore. Non riusciva a rialzarsi. Gli sembrava di cadere dentro sé stesso, senza più nulla a cui aggrapparsi. La civetta col suo richiamo gli faceva scoppiare le tempie. L’intestino aveva smesso di rispondere ai suoi comandi e gli procurava fitte lancinanti. Aprì il finestrino per prendere aria. Cercò di tirarsi su, aggrappandosi al volante della macchina. Le mani tremavano. Il crocifisso, appeso allo specchietto retrovisore, dondolava. Cristiano lo fissò: tutta la sua vita era stata costruita intorno a quel simbolo, e, forse, anche le vite precedenti. Lo strappò con violenza e lo gettò dal finestrino. Come avrebbe potuto continuare guardare i suoi genitori in faccia? Come avrebbe potuto continuare a frequentare la chiesa o parlare di teologia? Ora che sapeva, ora che tutto era chiaro, ora che la grande menzogna era rivelata. Ed era su di lui, su una sua vita passata che ricadeva la responsabilità di un inganno di duemila anni. Era tutta colpa sua, di Cristiano Traini, di Flavia Guiderocchi, di Cassio Longino: tanti nomi, una sola anima dannata.
Mise in moto la macchina. La musica non si era mai fermata. Maledisse quel CD e maledisse Rebecca. Andassero al diavolo, o chi per lui a questo punto.
Affrontò il primo tornante a velocità sostenuta, mentre scendeva dal colle.
Quanto sarebbe stato meglio non sapere, vivere nell’ignoranza. Forse per quello la reincarnazione era argomento tabù, forse anche in quella proibizione c’era lo zampino di una sua vita passata, chissà. Forse era davvero tutto un percorso di espiazione di quel peccato originale.
Il cartello indicava il secondo tornante, velocità massima trenta chilometri orari. Cristiano accelerò. La curva arrivò velocemente, la macchina prese il volo sopra la scarpata. Tutto rimandato alla prossima vita.

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Sara Ronco
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Re: Semifinale Cristina Astori

Messaggio#3 » venerdì 12 ottobre 2018, 13:39

RITAGLI



“Exit light enter night
take my hand off to never never land
something's wrong”.
“Ong, ong onggggghh”.
Merda, ‘sto walkman del cazzo mi mangia sempre il nastro. Proprio quando c’è la mia canzone preferita dei Metallica. Devo tirare fuori la cassetta e sistemare il nastro come se fosse fatto di ali di farfalla, e stenderlo come se si trattasse delle tagliatelle di mia nonna. Lei riusciva sempre a farle sottili e con l’impasto omogeneo, mia madre diceva di non avere tempo per farle. Lei spezzava gli spaghetti comprati al supermercato. Peccato sia morta. Non mia madre, mia nonna. Lei mi voleva bene, lei aveva tempo per tutto, invece sua figlia non ne aveva per nessuno, nemmeno per me e mio padre.
Mia nonna mi raccontava storie, alcune erano romanzi che aveva letto in gioventù, ma a me piacevano le storie vere, quelle di morte. Era una grande appassionata di storia, ricordo l’odore dei ritagli di giornali ingialliti che teneva con cura, come se fossero ricordi preziosi. Li teneva in un raccoglitore con delle buste di plastica trasparente, chiusi in un armadio, sempre al buio. Vedevano la luce solo quando c’ero io.
Non amavo fare i compiti quando andavo da lei, sapevo che avrei appreso di più con i libri custoditi nello zaino. Niente analisi grammaticale, nessuna equazione svolta. Solo racconti raccapriccianti.
La tragica morte dei giocatori del Torino, l’assassinio di Kennedy con la foto della moglie sporca del suo sangue e del suo cervello, i desaparecidos in Argentina…
La mia storia preferita era la decapitazione di Eugen Weidmann, l’ultimo uomo che venne decapitato pubblicamente nella moderna e civile Francia nel 1939, poco prima degli orrori della Seconda guerra mondiale.
La gente aveva sete di sangue e morte, voleva vedere il momento in cui la vita lasciava il corpo, o meglio, ciò che rimaneva senza la testa. Aspirava a carpirne l’anatomia, provare il brivido, sperare di incrociare l’ultimo sguardo di un uomo mai conosciuto.
Chissà, al di là delle sue malefatte, forse sarebbe risultato persino simpatico, un attraente giovane signore di 31 anni. Nelle foto segnaletiche mostrate nei vari articoli aveva i capelli scuri, non troppo corti, il necessario per far notare di possedere una graziosa ondulatura, i lineamenti erano regolari e aveva l’aria gentile. Immagino che tutte le sue vittime siano state ingannate dal suo aspetto rassicurante. Il mostro con le zanne e gli occhi insanguinati esiste nelle favole, non nella realtà.
Qualche ragazzino con i pantaloni sopra al ginocchio vendeva le foto segnaletiche, altri raccontavano raccapriccianti dettagli commessi durante i suoi omicidi, giurando sulla propria madre che erano informazioni segrete di cui si era venuti a conoscenza durante le indagini, perché risultavano come testimoni. Si sarebbero inventati qualsiasi cosa per ottenere qualche monetina di scarso valore, da portare a casa ed essere spesa in un bugigattolo di scommesse clandestine da padri poco inclini alla gestione di una famiglia.
La gente era golosa di violenza. Non di romanzi rosa, di appendice o di mitologia. Voleva sangue a fiumi.
Mia nonna mi faceva immaginare la folla, gente comune, ben vestita e con il cappello in testa. Signore con indosso i guanti di pizzo che si coprivano la bocca ridendo, ragazzini con salopette sporche di terra che correvano e urlavano, tutti si spingevano per avere uno spiraglio di visione macabra.
I miti greci che narravano l’oltretomba, con Ade, Sisifo, Cerbero e la masnada di dannati erano racconti per bambini senza fantasia.
Immaginavo la presenza di un signore con panciotto di seta e bombetta: “Madame e monsieur, la morte!”
Se fosse successo oggi avrei immaginato un grande concerto con giochi di fuoco, chitarre distrutte dopo l’assolo e groupies che si stracciavano i vestiti mostrando nudità.
Un gesto teatrale del cantante richiede il massimo silenzio, la folla urlante si quieta veloce come un fulmine, in attesa. Da una botola del palcoscenico sarebbe spuntata la ghigliottina, insieme a un boia incappucciato e all’omicida che si apprestava a diventare vittima. Si sentono gli ingranaggi, gli istanti diventano eterni, l’aspirante cadavere viene fatto inginocchiare davanti alla macchina da morte, la lama brilla alla luce della luna. Al culmine della tensione il boia molla la presa della corda che regge la lama.
Un tonfo sordo, il sangue che si sparge a fiotti.
“Horror on stage!” urla il vocalist vestito di pelle nera, borchie e ricoperto di tatuaggi!
Se mia nonna sapesse che mi piace la musica che mia madre chiama “del diavolo”… Forse piacerebbe anche a lei, anziana non vuol dire di mentalità chiusa.
Mia madre non ascolta musica, forse gli unici canti che apprezza sono quelli della messa domenicale. Con lei non parlo, ma se anche lo facessi non mi capirebbe, per lei sono quello strano. Lei, figlia di una donna sopra le righe.
Era bellissima mia madre, aveva i capelli lunghi e biondi, gli occhi come il mare e le labbra carnose. Sembrava uscita da un sogno, ma di quelli belli. Ora è un palo rinsecchito con i capelli corti e stopposi, gli occhi che facevano innamorare uomini e donne si sono induriti e sembrano due pezzi di ghiaccio. Mio padre le aveva dedicato delle poesie e realizzato dei ritratti a carboncino, mia nonna nascose tutto perché sapeva che mia madre avrebbe buttato via ogni cosa, non voleva ricordarsi com’era.
Lei mi odia perché le ho rubato la giovinezza e la bellezza con la mia venuta al mondo, ciò nonostante per mio padre era sempre bellissima, l’amava davvero tanto.
Mi ricordo che papà dormiva in salotto. Diceva che voleva leggere fino a tardi e non voleva disturbarla con la luce accesa, ma io sapevo che non hanno più fatto l’amore da quando sono nato.
Forse mia madre ha amato solo se stessa, non ha battuto ciglio quando papà se n’è andato. L’ultima volta che lo vidi mi disse: “Figliolo mio, non sono più felice con tua madre, che ha deciso di non volere più essere mia moglie. Ricorda, cerca sempre la felicità!”
La felicità… e se avesse saputo che sono felice solo quando penso a sbudellamenti, quando so che qualcuno sta soffrendo e agonizzando e mi eccito quando sento rompersi le ossa? Ho schifo di me, per questo voglio andarmene per sempre, ho paura di quello che potrei diventare e non voglio.
Mia madre non si è mai accorta di nulla, nemmeno che mi piace tagliuzzarmi le braccia, e che adoro torturare lucertole e altri piccoli animali che trovo. Mi piace il sangue, mi piace il dolore, soprattutto infliggerlo. Mi terrorizza e non posso farne a meno. Non ho amici, se li avessi chiederei di poter fare loro del male. E vorrei uccidere, se fosse possibile solo per gioco, ma non è possibile. Per questo voglio farla finita oggi.
Nonna, in questo mondo non c’è null’altro che mi attiri, non trovo null’altro per cui valga la pena di lottare, mi fa schifo tutto, la società, la scuola, il lavoro, doversi sposare per forza e avere figli. No, tutto questo non fa per me, ed è per questo che ho rubato dei soldi dal portafogli di mia madre e sono corso sul TGV per andare a Parigi.
Come ultimo desiderio voglio vedere quel luogo, immaginare le signore con ghette e ombrellini chinarsi per raccogliere con il loro fazzoletto decorato con le iniziali in blu lo scarlatto sangue maledetto di Eugen e ridere con le loro amiche. Per me è poesia. Mi inorridisce e mi eccita in modo che non avrei mai immaginato, neppure tu. Fantastico. Tu ed io di nuovo insieme, come una volta, e proseguiamo il nostro viaggio nell’Aldilà.
Ho ereditato da mia nonna la sua ricca collezione di ritagli di giornale. Passavo le giornate a riprodurre su carta le scene del crimine, finché mi sembravano luoghi famigliari.
Facevo attenzione a ogni fibra ingiallita di cellulosa, accarezzavo l’inchiostro che dava vita alle immagini, sognando di essere lì come testimone, come se fossi un misterioso viaggiatore del tempo e gustarne i brividi, il vociferare delle persone, gli ultimi respiri. I rantoli della morte.
Un giorno volli provare a riconoscere il luogo dell’ultima decapitazione pubblica. Trovai il luogo preciso, grazie all’arzigogolata forma dei lampioni e la particolare angolazione del punto di ripresa della macchina fotografica. E grazie alle testimonianze scritte. Mi segnai le coordinate sul mio smartphone, certo che prima o poi mi sarei recato lì.
Non per una semplice gita, sarebbe dovuto essere il mio personale addio a questo mondo, sarei stato protagonista di un suicidio che sarebbe passato alla storia e già mi immaginavo su carta stampata, il mio viso inchiostrato accarezzato da sconosciuti che avrebbero raccontato povero ragazzo, quanto ha sofferto, si sentiva solo, com’era giovane…
Non mi sento addosso nessuna di queste etichette, mi sento diverso. Non voglio crescere, invecchiare, trovare un lavoro, una moglie e fare figli che non mi rispetteranno. Voglio passare alla storia per come mi ucciderò, non per chi…
Questi erano i miei pensieri mentre gocce di pioggia correvano sul finestrino del treno. Da bambino immaginavo fossero dei piccoli omini col mantello d’acqua che correvano nella stessa direzione. Non mi interessa il futuro, solo il passato. Solo l’unico tra i miei amici a usare le musicassette e non gli mp3 o i video su youtube. Mi dispiacerà quando le mie cose verranno buttate via, ho tenuto i ricordi di nonna come reliquie, mia mamma butterà via tutto. O forse terrà qualcosa per qualche anno perché si sentirà in colpa. Ma sarà troppo tardi.
Nello zaino con le nere scritte squadrate ho infilato un oggetto. Ne sfioro il filo, come se stessi accarezzando una parte del mio corpo. Mi scappa un sospiro e penso: “Finalmente sarò libero”!
Mi piacerebbe infestare un luogo, ma non saprei quale. Forse la scuola? Farei degli scherzi ai miei insegnanti e renderei le ore di lezione una tortura per tutti.
Sbuffo nascosto dal cappuccio della mia felpa, mi accorgo che un cordino è rimasto incastrato dentro. Avrei dovuto fare due e tre nodi in più, così non sarebbe scivolato al suo interno.
Come ho deciso di morire? Forse mi reciderò la carotide da solo, devo essere rapido, altrimenti sentirò molto più dolore e rischierò di non morire. Svelto. Preciso. Peccato non esistano tutorial su youtube, ad eccezione di un video realizzato da degli animalisti, ma si vedevano dei maiali, e la loro anatomia è diversa.
Sembra che chi è stato decapitato non abbia sofferto. È la vita la reale sofferenza. Chissà se Maria Antonietta ha sofferto in quel momento, quando il collo ormai spoglio di preziose collane è stato tagliato? Una volta l’ho sognata, era bellissima, con un volto disperato. Mi ricordava Linda Hamilton quando interpretava Sarah Connor. Ho fatto un sogno, dove eravamo insieme, mi diceva che mi potevo salvare, e le spiegavo che non mi interessava farlo.
Ho fame, tiro fuori dallo zaino i panini che ho preso alla stazione, chissà se mi faranno l’autopsia e ritroveranno pane, formaggio e prosciutto nel mio stomaco. Penso di no, la causa della mia morte sarà chiara, credo mi faranno un prelievo da morto per vedere se mi drogo. Peccato non avere jeans di ricambio, ho un’enorme macchia di ketchup che mi sono appena fatto, ho cercato di pulirmi ma si è allargata ancora di più. Non ho messo i pantaloni neri con le borchie perché il sangue non si vedrebbe. Non mi resta che sperare in un fiotto che copra la macchia.
Sul treno la luce artificiale ora è più intensa, fuori è buio e sono quasi arrivato a Parigi. Mi sono segnato i mezzi di trasporto da prendere e la fermata dove devo scendere. Avrei voluto uccidermi al tramonto ma sarei dovuto arrivare un giorno prima, rischiando che qualcuno capisse dove mi trovavo guardando i filmati della stazione. Non sono riconoscibile dalla felpa e dai jeans, ma dal walkman sì.
Calo il cappuccio sui miei riccioli castani, secondo mia madre non sono un brutto ragazzo, ma sono troppo magro e non vado in palestra. Lei mi odia perché ho lo sguardo pieno di punti interrogativi di mio padre. Perché fai così? Non mi vuoi bene? Cosa è successo tra noi per andare tutto così male? Mi mescolo nella moltitudine di persone che spingono per andare verso l’uscita, ogni tanto lancio uno sguardo dietro di me, non vorrei che qualcuno mi aprisse lo zaino. Potrei sembrare uno dei tanti giovani disperati che dormono nelle stazioni.

“No one knows
What’s done is done
It’s as if he were dead.”
La musica dei Pantera è adatta al mio umore. Accelero il passo, voglio dire fine a tutto. Alla famiglia che non ho più, alle ragazze che mi guardano con disprezzo, allo studio e al lavoro che dovrei trovare da grande, alle piccole e grandi miserie della vita. Prendo il biglietto del pullman alla macchinetta automatica. Per lo meno non ho dovuto dire in un francese improbabile “Billet aller simple” ad un tabaccaio, ed essere riconosciuto. Meglio così, non ho mai studiato il francese, tanto c’è google traduttore e non conosco nessuna rock band che canti in quella lingua.
Devo prendere due bus, mi metto al fondo, cerco di dare le spalle alle telecamere. Forse sono finte e sono un semplice deterrente per gli scippatori, ma non mi interessa. Io do le spalle a tutto e tutti.
Scendo dall’ultimo bus per ultimo, più lento di un’anziana signora. L’aria è frizzante e sento freddo. Devo muovermi. Avvio il navigatore per arrivare al punto giusto. Sto correndo, non so se nella direzione giusta ma non riesco a camminare, ho bisogno di muovermi. Sento la schiena sudata. I documenti li ho gettati nel bagno del treno, saranno in mezzo alla campagna. Diventerò un John Doe per qualche ora. Mi va bene così. Rido da solo. Mia mamma si preoccupava che avessi sempre l’intimo non consumato: “Metti che succede qualcosa e vai all’ospedale!” diceva! Ho tirato fuori un paio nuovo dalla scatola, se ne accorgerà?

Eccomi, il lampione, la grata, gli edifici intorno. Il luogo è questo. Nello zaino ho un articolo che parla di Eugen e un bisturi affilato. Il walkman suona Black hole sun dei Soundgarden
Per me non sorgerà più il sole.
Nonostante io scriva romanzi dall'età di 13 anni (con moooolta discontinuità) ho ancora bisogno della "badante letteraria".
Rimanete sintonizzati e vi stupirò.

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Spartaco
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Re: Semifinale Cristiana Astori

Messaggio#4 » mercoledì 24 ottobre 2018, 22:41

Buonasera a tutti, ecco a voi i commenti di Cristiana Astori con relativa proclamazione del finalista:

"Regressione: un racconto a più strati che unisce il fantasy allo storico e alla fantascienza per narrare di un peccato originale che viene dal passato e porta le sue conseguenze distruttive sul presente. Storia ben architettata con dialoghi spigliati e un'apprezzabile dose di ironia.

Ritagli: la parabola nichilista di un nuovo Kurt Cobain, uno abituato “a dare sempre le spalle a tutto e tutti”, in cui la morbosa attrazione per la morte è l'esito di un intrecciarsi di orrori ed errori tra un passato storico di sangue a quello ancora più sanguigno della sua infanzia. Una soggettiva inquietante e distruttiva che ti si attacca alla pelle e ti rimane dentro come l'odore malsano dei vecchi giornali ingialliti.

Vincitore: "Ritagli"

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Marco Travaglini
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Re: Semifinale Cristiana Astori

Messaggio#5 » giovedì 25 ottobre 2018, 8:18

Wow che belle parole, sono commosso ^_^

Un grosso in bocca al lupo a Sara per la finale!

Volevo chiedere a Spartaco e al Dottore come funziona per far arrivare il racconto in vetrina: devo passare attraverso il laboratorio vero? Devo usare qualche titolo particolare (tipo "[Da La sfida a..] Regressione").
Grazie mille a tutti.

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