Giselle e la maledizione del serpente

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo novembre sveleremo il tema deciso da Angelo Frascella e Massimo Lunati. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Angelo Frascella e Massimo Lunati assegneranno la vittoria.
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Paola B.
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Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#1 » sabato 24 novembre 2018, 18:05

Giselle aveva ereditato il feudo del padre fino alla maggiore età del fratello. Si era data molto da fare per non far naufragare i beni e anzi, era riuscita a risollevare l’economia, con idee nuove e scambi con terre ancor più lontane. Era donna d’ingegno ma anche amante dei gran balli. Si era accorta che le migliori collaborazioni avvenivano tra gli abiti e le musiche sfarzose, tra uno spuntino e un sorso di idromele o birra d’orzo. Ne organizzava uno al mese e insieme alla fastosità e al divertimento tirava fuori bilanci e interessi nuovi.
Anche quella sera tutto si svolgeva per il meglio, quando…
Una figura alta e imponente le si pose davanti prima dell’inizio di una nuova danza.
«Madonna, permettete questo ballo?» uno sconosciuto, con elegante inchino, le si pose davanti.
«Con chi ho il piacere?» chiese Giselle abbassandosi in una riverenza.
«Sono Ferruccio Malasorte duca di Malvasia» la mano forte incontrò quella delicata di Giselle. Si avvicinarono e poi si allontanarono.
Il tempo di una giravolta e Giselle se lo ritrovò davanti. Lo sguardo severo le indusse un senso di timidezza che non le apparteneva.
«Madonna ho urgente bisogno di parlarvi. In privato».
«Duca non posso lasciare la sala, non è corretto nei confronti dei miei ospiti». Giselle continuava a danzare scambiandosi il posto con la vicina. Quell’uomo non le piaceva, anzi la intimoriva.
Purtroppo anche i cavalieri si cambiarono di posto e se lo ritrovò davanti.
«Mettiamola così: vostro fratello è in grave pericolo. Adesso verrete con me?» gli occhi neri del duca ebbero un lampo giallo. Le prese la mano e, come se continuassero la danza, la condusse fuori.
«Non è vero! Martino è ospite del Conte Rivera per qualche mese» obiettò smarrita.
La notte stellata e fresca di fine primavera misero i brividi sul petto scollato di Giselle. Il duca lo vide ma fece finta di niente.
«Non più. È prigioniero nella torre nord del mio castello. Vi manda questo» dalla camicia nera estrasse una pergamena arrotolata e gliela consegnò.

Carissima sorella,
mi duole darti questa triste notizia. Sono tenuto prigioniero da questo disgustoso individuo, vuole qualcosa da te. Ti prego, esaudisci i suoi voleri altrimenti per me sarà la fine.
Il tuo infelice, prossimo alla morte
Martino


Giselle sbiancò, lesse più volte incredula. Il duca le lasciò tutto il tempo per farle assimilare la notizia.
«Che vuol dire? Neanche vi conosciamo, cosa volete da noi?»
Le parole prossimo alla morte le risuonavano in testa. Ebbe un capogiro, le gambe le cedettero.
Un profumo di gelsomino la ridestò.
«Madonna state meglio?»
La stava adagiando a terra tenendola ancora ben salda. Giselle si staccò da lui barcollando.
«Cosa volete da noi? Perché uccidere mio fratello?»
«Devo raccontarvi una storia. Mettiamoci a sedere» le indicò una panca di marmo sotto il pergolato di glicine. «Dovete ancora riprendervi, prego».
Giselle si sedette frastornata, non tollerava la vicinanza di quell’uomo.
«Vedete madonna, la mia famiglia è vittima di una maledizione fatta al mio bis-nonno da un’amante, che poi si è rivelata una strega. Ogni cinquant’anni, per tutto un anno, nella settimana di luna piena, un enorme serpente devasta i miei territori, si nutre della mia gente, distrugge il mio feudo. Sono passati cinquant’anni dall’ultima volta, ed è già apparso per cinque mesi. Tra venti giorni sarà di nuovo luna piena e tornerà. La mia gente se ne è andata. Siamo rimasti in pochi, per stanarlo, ucciderlo».
«E io cosa posso fare?» domandò irritata.
«Lasciatemi finire. La maledizione dice che solo una donna: potente e riconoscibile dal segno di un serpente potrà sconfiggerlo e porre fine a tutto».
Giselle strinse le labbra e lentamente mise la mano destra sotto le grinze della gonna.
«Vostro fratello dice che avete una cicatrice sul polso» le indicò la mano nascosta.
Oramai scoperta, controvoglia gliela porse. Il duca la voltò ed era vero! Una vecchia bruciatura piccola ma piuttosto profonda.
«Madonna, dovete venire con me e uccidere il serpente».
Giselle si alzò in piedi questa volta in pieno vigore.
«Voi non sapete quello che dite! Io non faccio del male nemmeno a una mosca. Ho abolito le guerre in questo regno. Non ho mai tenuto una spada in mano e non sono capace neanche di cavalcare. È impossibile! Non sono io quella della leggenda».
«Sono anni che mando in giro i miei vassalli a cercarla. Non c’è nessun altra. Siete voi, per forza».
«Assolutamente no!» Giselle fece per allontanarsi ma il duca le si parò davanti.
«Martino mi aveva avvisato del vostro carattere cocciuto. Ascoltate! O verrete con me e ucciderete il serpente o io ucciderò vostro fratello».
«Non osereste uccidere un innocente!»
Il duca la prese per il polso e glielo strinse.
«Madonna voi non mi conoscete, per il mio popolo sono disposto anche a uccidere un innocente, se la sorella non mi lascia altra scelta» il tono risoluto conferiva maggior risalto alle parole.
Giselle staccò il braccio dalla presa per niente intimorita.
«Fate quello che credete. Senza mio fratello sarò io l’unica signora di queste terre» e si avviò verso l’entrata del castello.
«Sapevo del vostro carattere cocciuto ma non avrei mai creduto foste anche cinica. Bene, farò in modo che quando la testa di vostro fratello rotolerà in terra, l’ultima immagine che avrà sarà la vostra».
Giselle si fermò, le spalle divennero rigide, strinse i pugni e si voltò.
«Maledetto avete vinto!» sospirò come se avesse cacciato da sé un fantasma. «In tutti i modi qualcuno morirà e toccherà a me!»
«Non morirete statene certa. Avete detto bene, sono maledetto, ma grazie a voi porremo fine a tutto quanto».
«Non la penserete più così quando mi vedrete con una spada in mano».

Il mattino dopo, suo malgrado, Giselle dovette lasciare le sue terre in mano a vassalli fidati, e unirsi al corte del duca Ferruccio. Viaggiarono per quattro interminabili giorni e finalmente giunsero nelle terre di Malvasia.
La desolazione era inquietante. Case spazzate via da una forza indescrivibile. Campi abbandonati all’incuria. C’era tristezza e rabbia nell’aria.
Il castello di Malvasia si trovava a ridosso di una scogliera. Per arrivarci dovevano attraversare un fitto bosco che finiva in una radura. Stagliato, al di là di essa, vi era l’antico maniero ancora possente.
Quella sera Giselle decise di non scendere alla tavola del duca, si fece portare la cena nella sua stanza, sola avrebbe pensato a una soluzione.
Decise che per il momento avrebbe fatto credere al duca di essere accondiscendente, che vedesse con i propri occhi su chi poneva le speranze.
Fu svegliata presto. Il duca le aveva fatto portare abiti maschili, più idonei. Giselle intrecciò i lunghi capelli castani e con sorriso sardonico si presentò a Ferruccio.
«Madonna»
«Giselle, vi prego»
«Ho fatto costruire questa spada per voi».
Lo sguardo penetrante di Ferruccio la turbò, per quanto non volesse.
«È leggera, maneggevole» le mostrò alcune mosse con estrema facilità. «La lama è affilatissima, state attenta, vi basterà appoggiarla per tagliargli la gola».
«Fosse così facile»
«Ho fatto incidere la vostra iniziale e un serpente mozzato, come buon augurio. C’è anche lo scudo: piccolo, tondo, lucido come uno specchio. Oltre che per difendervi, potrebbe accecare il serpente. Venite, cominciamo l’addestramento».
Non ci volle molto a Ferruccio per capire che doveva iniziare da capo. Aveva osservato come aveva preso la spada, il polso molle, la presa poco salda. In pochi tempo da fragile dama doveva diventare cavaliere valoroso. Decise di rinforzare il corpo, far nascere i muscoli, creare una resistenza fisica. Per cinque giorni Giselle non toccò la spada, in compensò nuotò contro le onde del mare, corse per la radura e oltre, spostò tronchi enormi, diceva lei, niente di cui non fosse capace, ribatteva lui.
Le prime sere crollava dopo il bagno caldo, e si rifiutava di cenare. Ferruccio non mollava e la minacciava di imboccarla nella sua stanza se non scendeva a tavola.
Cominciarono gli esercizi con la spada: impugnatura con una mano e con due. Fendente diritto e parata in spezzata rovescio. Fendente rovescio e parata diritta. Taglio diritto e così via. Tanti nomi, tanti esercizi che a fine giornata la stanchezza le faceva dimenticare tutto.
Una sera, prima di coricarsi, vide il duca partire al galoppo da solo. Chissà dove andava si domandò mentre spostava le tende.
Il duca attraversò la radura, oltrepassò il bosco e risalì una collina. Si fermò davanti a un piccolo castello con una sola torre. Lasciò il cavallo nelle stalle ed entrò dentro.
«Era già da qualche giorno che ti aspettavo» disse un giovane porgendogli un boccale di birra d’orzo.
«Non volevo destare sospetti». Ferruccio si sedette nella sedia padronale, bevve e sospirò. «Non sono più convinto come prima. Per quanto ci provi Giselle non è adatta al combattimento. Soccomberà!».
«L’istinto di sopravvivenza avrà la meglio. Non la conosci come me, se si mette in testa una cosa andrà avanti».
«E.. se dovesse morire?»
«Ferruccio sbaglio o ti stai prendendo una cotta per lei? Non sei più disposto a tutto? Non vuoi porre fine alla maledizione? È lei non ce n’è altre, l’hai detto tu».

Arrivò la vigilia della prima notte di luna piena. Quel giorno Giselle si esercitò solo di mattina. Nel pomeriggio Ferruccio le fece una sorpresa. Fecero una cavalcata, da soli, fino a un luogo misterioso.
«Cos’è questa puzza?» esclamò Giselle parandosi il naso con la mano.
«È un luogo sacro. Lo chiamano I Soffi del Drago».
«Perché?»
Il tempo di dirlo e da terra, vicino a lei, uscì vorticosa dell’aria calda e puzzolente.
«L’hai capito no?» Ferruccio le fece l’occhiolino e l’aiutò a scendere da cavallo. «Togliti i calzari e immergi i piedi nell’acqua, ti rinvigorirà».
«Solo i calzari?» Giselle tolse anche l’abito lungo rimanendo in una sottile e finissima sottoveste. Poi si immerse nelle acque più profonde.
«Ferruccio venite, l’acqua è tiepida, si sta da Dio».
Il duca si tolse la spada, la tunica e rimase col camicione bianco. Giselle lo schizzò e quando entrò in acqua gli si avvicinò. La sottoveste aderiva completamente alla pelle. Ferruccio fece un passo indietro, non si aspettava tanta audacia.
«Fermatevi».
Giselle era vicinissima.
Ferruccio rialzò con fatica lo sguardo dai suoi seni, sforzandosi di rimane imperturbabile.
«Domani dovrò affrontare il serpente e, visto che ho poche possibilità di vittoria, voglio che oggi…»
«Giselle non vi obbligherò più ad affrontare il serpente» era già qualche giorno che ci pensava.
«No, lo voglio fare» gli accarezzò leggera l’orecchio «per voi».
«Non sei obbligata».
Entrambi avevano lo sguardo uno negli occhi dell’altra. C’erano scintille fra di loro, una forte attrazione.
«Lo farò, però adesso devi fare qualcosa per me» lei avvicinò le labbra alle sue. Le sfiorò, ma lui rimase inerme.
«Non voglio morire vergine, ti prego, facciamolo qui» gli sussurrò e poi si rigettò sulle sue labbra con più passione, travolgente come un’onda.
Ferruccio, questa volta, si lasciò andare trasportato da un vortice di emozioni. Finché, un’improvvisa rivelazione, lo allontanò da lei.
«Non posso».
Vide il suo sguardo sorpreso, deluso e gli si spezzò il cuore.
«Devi rimanere vergine se vuoi sconfiggerlo» le accarezzò il viso. «La maledizione è chiara: una donna potente, vergine con il simbolo del serpente».
Le si inumidirono gli occhi, e per la seconda volta si sentì impotente.
«Farò in modo che non ti accada niente. Credimi».
L’abbracciò stretta, ormai era parte di lui.

Il mattino dopo Giselle non fu svegliata e dormì fino a tardi. Per tutto il giorno non vide Ferruccio e questo la preoccupò. La sera le preparano un pasto leggero e poi arrivò il momento.
Indossò l’armatura leggera creata apposta per lei, con lo scudo bloccato al braccio sinistro. In qualunque momento, poi, avrebbe potuto sganciarlo.
Fu scortata sotto la scogliera. Il mare, quella sera, era furibondo. Grosse onde si schiantavano all’entrata di una grande grotta.
«È da lì che esce ogni volta. Noi aspettiamo qui, dovrete andare da sola».
«Perché il duca non mi ha accompagnato?».
Tutti tacquero. Poi per quanto non credesse, fu invasa dal coraggio: se doveva morire, sarebbe morta lottando per qualcosa e quel qualcosa aveva preso l’effige di suo fratello Martino e l’amore per Ferruccio.
«Ascoltate» disse una delle guardie del duca. «Il serpente sarà imprigionato a una catena non molto lunga. Non mettetevi mai davanti, vi mangerebbe in un attimo».
«Come fa a essere incatenato? È stato Ferruccio? Sta bene? Ditemelo vi prego».
«Andate, giocate d’astuzia».
La guardia le consegnò una torcia infuocata.
Giselle inspirò profondamente ed entrò. Era sola. Tremava.
Martino e Ferruccio.
Un sussurro che le infondeva coraggio.
Martino e Ferruccio.
Avanzava.
La grotta era alta e umida. Ogni volta che le onde si schiantavano all’entrata, le sopraggiungevano gli schizzi. Freddo.
Martino e Ferruccio
Procedeva e pensava alla Giselle di una volta. Era cambiata. Non poteva tornare indietro. Avanti.
Ferruccio e Martino
Arrivò in un immenso androne.
Ferruccio. Martino.
Ingoiò. La saliva, la paura. Fece alcuni passi e illuminò l’ambiente. Niente. Guardò in alto, a destra, ruotò su se stessa. Tremava.
Un alito leggero, freddo le percorse il collo. Si voltò, ancora niente. Rigirò la testa e lo vide piombarle addosso. Le gambe cedettero e ruzzolò.
L’animale, diabolico, con sguardo giallo allucinato, fu bloccato a metà percorso dalla catena. Grande e massiccia aveva retto al peso della bestia.
Eccolo. Avrebbe volentieri pianto, ma non ne ebbe il tempo. Il serpente si rigirò cercando di raggiungerla con la coda. La torcia era a terra lontana da lei. Si alzò in piedi e impugnò con due mani la spada.
Ferruccio.
Ritardò a colpire, la coda la scagliò come un sasso nella fionda contro la parete lontana. La spada le cadde, l’urto fu così forte da farle perdere i sensi.

Voleva rimanere nel limbo dove era tranquilla al sicuro. Se avesse aperto gli occhi il dolore l’avrebbe schiacciata. La lotta sarebbe andata avanti.
Si rialzò, suo malgrado. La schiena le doleva. Raccolse la spada. Il serpente si era acquietato sotto la catena dall’altra parte della grotta. Barcollante si avvicinò alla torcia e la prese. Come poteva tagliargli la testa?
Usare l’astuzia.


Uno strano, nuovo fruscio svegliò il serpente. Di fronte a lui una luce insolita gli accecò gli occhi. Si lanciò, ma ancora una volta fu bloccato dalla catena e cadde rovinosamente a terra. Si rialzò spingendo il lungo corpo oltre il limite imposto. Spalancò le fauci allungando la lingua, spalancando gli occhi. Un fluido caldo gli sgorgò dal collo. Le forze cominciavano a cedere. Cadde. La vide raccogliere il punto luminoso. Uno scudo. Spalancò le fauci ma non spaventò neanche se stesso. Era la fine. La guardò negli occhi e lei capì: gli dette il colpo decisivo e la testa fu recisa.

L’aveva fatto, non ci credeva. E quello sguardo giallo che a sorpresa le sembrò umano. Era tutto strano, lo percepiva. Poi una luce abbagliante si sprigionò dalla bestia. Durò un attimo, dopo il buio nei suoi occhi. Quando le si schiarirono le tenebre al posto del corpo mozzo del serpente, c’era il corpo nudo di Ferruccio.
Giselle si sentiva come avvolta in una nuvola di inganni. Era felice di vederlo ma allo stesso tempo provava un sentimento di rabbia. Represse la gioia, e per quanto lui la invocasse uscì dalla grotta.
«È libero! Andate a riprendervi il conte» disse senza fermarsi alle guardie che aspettavano, sorprese di vederla.
Montò a cavallo. Una volta al castello si chiuse nella sua stanza e si immerse in una vasca tiepida e ricoperta di lavanda.
Rabbia. Inganni.
Il giorno dopo si alzò presto, i suoi bagagli erano già pronti in carrozza, ma prima di partire fece chiamare Ferruccio e Martino.
«Adesso voglio sapere la verità da entrambi. Perché tu» e indicò Martino, «non sei mai stato prigioniero e neanche sotto minaccia di morte».
«Giselle ascolta» prese parola Ferruccio.
«Mi avete ingannato! Entrambi!» inveì furiosa.
«È colpa mia, è stata una mia idea» disse Martino dispiaciuto. «Ferruccio non c’entra. Quando ho conosciuto il conte mi ha raccontato della maledizione e quale fosse l’unico modo per bloccarla. La cicatrice sul tuo polso, che ti ho fatto da piccoli, ha la forma di serpente. Eri tu, lo sapevo.
Ho convinto il conte, te l’ho mandato apposta. Conoscendoti sapevo che non avresti mai accettato, solo se mi avessi saputo in pericolo».
«L’ho fatto solo per te, convinta che ti avrebbe ucciso».
«Perdonami ti ho imbrogliata, ma a fin di bene».
«Potevo morire! E tu hai deciso senza indugi!»
«Non è vero credimi!» Martino sembrava sincero. «Quando il mese scorso ho visto quello che è accaduto… La devastazione… Lo sapevo, lo sentivo che eri tu quella della leggenda!»
«E se non lo fossi stata? Vi odio! Vi odio entrambi!»
«Giselle, perdonami» Ferruccio si fece avanti. «Gli ultimi giorni avrei mandato al diavolo tutto, ma tu eri caparbia. Volevi farlo» Ferruccio capiva la sua ira.
Giselle sospirò rabbiosa.
«Tu!» disse puntandogli il dito. «Viscido serpente! Mi hai nascosto più cose… E non dirmi che era per il mio bene».
Non tollerò altro. Giselle uscì furibonda, salì in carrozza. Là nella sua terra avrebbe svolto le competenze che più le si confacevano.

«Ferruccio che vuoi fare?» Martino lo bloccò di fronte al portone.
«La raggiungo, devo chiarire con lei».
«Ora non otterrai niente. Dai retta a me, lasciala sbollire. Se la conosco bene, fra qualche giorno organizzerà uno dei suoi balli. A quel punto sarà la Giselle di sempre e ci perdonerà».




Paola B. Rossini



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Re: Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#2 » sabato 24 novembre 2018, 18:15

Salve a tutti.
Bonus: 1) Il fratello che, dopo qualche dubbio, la inganna insieme al conte, facendole credere che lui è in pericolo di morte. Giselle è così costretta a uccidere il serpente.
2)Scena di seduzione: Giselle seduce il conte ma quest'ultimo non cede [deve rimanere vergine].
3) Il serpente, a cui va tagliata la testa, per debellare la maledizione.

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ceranu
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Re: Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#3 » martedì 27 novembre 2018, 22:52

Ciao Paola, piacere di conoscerti.
Faccio una piccola premessa. La Sfida e MC, dal mio punto di vista, sono finalizzati alla crescita e per questo tendo sempre a essere un po' più critico del dovuto. Un lettore medio non ti farebbe tutti questi appunti, quindi decidi se prenderli in considerazione o meno.

La partenza stenta un po', la prima parte è un grosso infodump poco utile ai fini del racconto. Introduce sì Giselle, ma l'unico particolare che ci può interessare è che ha un fratello. E forse quello delle feste che torna nel finale.
La narrazione va avanti con un eccessivo tell, a discapito dello show presente nella lotta. Ciò allontana un po' il lettore che, negli ultimi anni, è abituato ad altro.
Per buona parte del racconto pensavo di leggere una fiaba, ma
“Non voglio morire vergine, ti prego, facciamolo qui”
guasta un po' il clima. Capisco che sia utile ai fini del contest, ma sbilancia la lettura.
La storia nel suo complesso è gradevole, anche se non ho apprezzato l'ingenuità di Giselle, era palese che Ferruccio non potesse sapere della cicatrice e la spiegazione data non era all'altezza della domanda.

Fossi in te ci lavorerei su, perché l'idea vale. Ci sono spunti ottimi e una gestione diversa dei ritmi e dei tempi potrebbero far spiccare questo racconto. Toglierei la prima parte, partirei direttamente con il dialogo tra Giselle e Ferruccio dando lì le informazioni, evitando l'infodump e inserendo un po' di Show.
Fai dire dalla bocca di Giselle che lei ha degli obblighi nei confronti del suo popolo, soprattutto ora che il fratello è in viaggio. A quel punto compare la lettera con la minaccia.
Stupisce che lei non chieda di incontrare il fratello, fallo incatenare davanti alla tana del drago, così che la minaccia sia più vera e non revocabile.
Buona la storia d'amore, ma noi iniziamo a viverla solo quando è già decisa. Martino ne parla con Ferruccio e poi Giselle si dichiara. No, falla crescere.
Ti dirò di più, io avrei giocato tutto sull'amore. La maledizione per l'uomo che non potrà mai godere dell'amore.
Lui maledetto, si innamorano ma lui deve respingerla perché solo una vergine può uccidere il drago che poi è sempre lui che morirà per mano di lei per liberare il suo popolo. Con finale strappalacrime perché lei a quel punto avrà riconosciuto dallo sguardo del drago Ferruccio che però sta per sbranare il fratello.

Okay, credo di essere andato un po' oltre il dovuto e me ne dispiaccio. Il mio consiglio è di lavorare sul racconto, smussando le parti superflue per dare profondità ai personaggi e alla storia d'amore.

Lo stile è buono, ho trovato solo un paio di refusi:
in compensò nuotò contro

La sera le preparano un pasto leggero
(qui ci vuole il passato remoto)

Mi ripeto, nonostante la mia critica il racconto non è male, però ti sfido a pensare a quello che ti ho scritto. Io bazzico contest online da parecchi anni ed è grazie a situazioni simili se sono un minimo migliorato. Ti invito a farmi domande perché in alcune spiegazioni mi rendo conto di essere stato poco preciso.

Bonus tutti presenti.

Ciao e alla prossima

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Paola B.
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Re: Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#4 » mercoledì 28 novembre 2018, 22:20

Ciao, piacere mio di conoscerti.

Tranquillo, sono abituata alle critiche di MC, ho partecipato a vari contest, e poi pubblicazioni, concorsi vari e so che c'è sempre da imparare. Ogni tanto mi faccio viva proprio per stimolarmi e trovare nuove idee.

-Sono stata attenta a non mettere tell ma show, però se tu dici così... mi sarà sfuggito.
-Immaginavo che l'introduzione avrebbe portato delle critiche. Ho voluto metterla lo stesso per inserire il lettore nella situazione... forse, è stata una scelta sbagliata.

- Per buona parte del racconto pensavo di leggere una fiaba, ma
“Non voglio morire vergine, ti prego, facciamolo qui”
guasta un po' il clima.

La mia intenzione era di scrivere un racconto fantasy non una fiaba.

Scusami ma in alcune tue osservazioni ho avuto l'impressione che tu abbia dato una lettura superficiale alla storia, tipo:

La storia nel suo complesso è gradevole, anche se non ho apprezzato l'ingenuità di Giselle, era palese che Ferruccio non potesse sapere della cicatrice e la spiegazione data non era all'altezza della domanda.
[/quote

Quando Ferruccio va da Giselle sa già tutto, infatti, le prende la mano e la rigira proprio dove è presente la cicatrice. A fine racconto poi, si capisce che era già tutto preparato.

Buona la storia d'amore, ma noi iniziamo a viverla solo quando è già decisa. Martino ne parla con Ferruccio e poi Giselle si dichiara. No, falla crescere.


Che intendi solo quando è già decisa? Giselle non si dichiara, lo seduce, vuole farlo perché non vuole morire vergine. Mi sembra un suo diritto no?

sguardo del drago Ferruccio


Drago? Serpente

Grazie per i consigli, i refusi sfuggiti e le varie, probabili possibilità.
A rileggerci.

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Re: Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#5 » giovedì 29 novembre 2018, 0:15

Inizio la replica chiedendoti scusa per la presunzione che trapela dal mio commento. Ti assicuro che sono tutt'altro, ma quando scrivo spesso risulto aggressivo.
Sul drago/serpente è stato un errore grossolano mio, non dato dalla lettura approssimativa. Ho aperto una pagina word per fare il commento, annotandomi ogni singolo passaggio in stile editing. Diverso può essere il fatto che io non ci abbia capito nulla, già più probabile.

Quando Ferruccio va da Giselle sa già tutto, infatti, le prende la mano e la rigira proprio dove è presente la cicatrice. A fine racconto poi, si capisce che era già tutto preparato.

È quel fine racconto a farmi storcere il naso. Giselle vede quarto sconosciuto che in un mondo intero decide di rapire il fratello della ragazza con la cicatrice. Perché il fratello avrebbe dovuto parlare della cicatrice? Giselle non se lo domanda nemmeno un attimo. Personalmente trovo lo spunto un po' debole. Inserisci un rimando allo stemma di famiglia, a un particolare delle loro terre. Qualcosa che possa indicare che lì, o da quella famiglia, sarebbe nato il guerriero con la cicatrice. Così Ferruccio può aver adescato Martino per poi scoprire che invece il cavaliere era Giselle.

Che intendi solo quando è già decisa? Giselle non si dichiara, lo seduce, vuole farlo perché non vuole morire vergine. Mi sembra un suo diritto no?

Sacrosanto, ma il paragrafo prima lo chiudi con:
«Ferruccio sbaglio o ti stai prendendo una cotta per lei? Non sei più disposto a tutto? Non vuoi porre fine alla maledizione? È lei non ce n’è altre, l’hai detto tu».
Introduci l'amore prima di farcelo vivere. Io l'ho vissuto come un'anticipazione infelice.

Tornando al tell/show. La prima parte è tutta tell. Introduci in toto un'ambientazione raccontandola e non facendocela vedere. Così in altre situazioni: "Decise che per il momento avrebbe fatto credere al duca di essere accondiscendente, che vedesse con i propri occhi su chi poneva le speranze."
"Non ci volle molto a Ferruccio per capire che doveva iniziare da capo. Aveva osservato come aveva preso la spada, il polso molle, la presa poco salda."
E ce ne sono altre. In queste situazione tu invadi il PDV e dici a me lettore cosa devo pensare. Potrebbe essere un "problema" della terza persona onnisciente ma, probabilmente sbagliandomi, io lo vedo come un eccesso di tell.

Sia chiaro, so benissimo che quello che dico non è VERO, semplicemente volevo confrontarmi con te su quelle che secondo me sono delle situazioni migliorabili.

Se vorrai sarò ancora qui a cercare di spiegarmi.
Scusami ancora per i toni.

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Eugene Fitzherbert
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Re: Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#6 » venerdì 30 novembre 2018, 22:11

Ciao, Paola,
Mi pare proprio che questa è la prima volta che mi capita di leggere qualcosa di tuo, o sbaglio?
Inizio facendoti i complimenti pperché si vede che non sei 'di prima penna' , per così dire. Hai una certa dimestichezza con le ambientazioni medievali e con le romance fantasy, hai gestito bene una situazione storicamente lontana dall'attualità e sei stata abbastanza accurata nei particolari.

I due personaggi principali (Ferruccio e Giselle) sono ben delineati, anche se l'unica cosa che veramente arriva troppo in fretta è l'innamoramento. Qualche particolare in più, qualche gioco di sguardi e di gesti avrebbe donato più gentilezza a tutto il frangente romantico, che mi è sembrato un po'brusco .

La scena del combattimento con il serpente poteva essere resa più action, così com'è è troppo fugace, considerando che dovrebbe essere la fase cruciale della storia.
Il finale mi è sembrato un po' cripticoo: ma Ferruccio era o no il serpente? La logica interna alla storia mi spinge a pensarlo, ma poi, il fatto che fosse ancora vivo, mi ha fatto cambiare idea.

Ti segnalo una punteggiatura un po' erratica, con qualche virgola mancante e uno o due refusi, ma niente di trascendentale.

Ti rinnovo i complimenti per la storia che hai scelto di raccontare, che non era una cosa semplice.
Alla prossima!

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roberto.masini
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Re: Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#7 » domenica 2 dicembre 2018, 12:23

Buona ambientazione medievale. Ho apprezzato le tue informazioni contrariamente ad altri critici. Concordo invece con l'innamoramento che arriva troppo in fretta e viene addirittura anticipato in una frase. Certo non è un giallo e lei non è Holmes ma l'ingenuità di Giselle mi pare eccessiva.
L'epilogo poi mi ha lasciato perplesso:Ferruccio era il serpente? Se sì poi era ancora vivo? Ergo non era il serpente. Allora chi era? Ai posteri....
Bonus tutti presenti!

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Paola B.
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Re: Giselle e la maledizione del serpente

Messaggio#8 » domenica 2 dicembre 2018, 15:59

Grazie a tutti dei commenti.
Ferruccio era il serpente, infatti è una maledizione di famiglia e lui lo dice all'inzio:《Avete detto bene, sono maledetto, ma voi porrete fine ...》

Quale regola dice che se il serpente muore, muore anche Ferruccio? Se il serpente muore si mette fine alla maledizione. Il bello dei fantasy è che non ci sono regole predefinite, ogni volta è una cosa a sé.

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