Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il sette gennaio sveleremo il tema deciso da Francesco Nucera. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Francesco Nucera assegnerà la vittoria.
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giottone
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Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Messaggio#1 » giovedì 24 gennaio 2019, 23:31

di Giuseppe Ottomano

(Edonismo)

“Il panchinaro cronico ride con gli occhi quando il bomber sbaglia il rigore.”
(Helenio Herrera, parlando del naufragio dell’Italia a Middlesbrough, luglio 1966).

Saranno più o meno le sette di sera e sto tornando a casa dagli allenamenti, ma prima avrei bisogno di passare dal bar a bere un chinotto ghiacciato. Mi disseta col suo sapore agrodolce e in questo momento ho più sete di un beduino solitario che ha smarrito il cammello sotto il sole del Sahara. Meno che camminare, mi trascino dentro un corpo ormai devitalizzato. Respiro a bocca semiaperta, mentre lungo le mattonelle del selciato lascio pattinare con sollievo le mie suole di gomma sulle foglie ingiallite e bagnate dei platani, vittime precoci di questo primo giorno d’autunno. La borsa da ginnastica, sorretta dalle mie dita malferme, dondola avanti e indietro abbattendomisi sulla schiena come il batocchio di una campana, eppure riesce a infastidirmi a malapena. Da due anni, in un ricorrente dejà vu, vedo ripetersi puntuale questa scena al termine delle due ore di allenamento con una delle squadre del mio quartiere.
Avrebbero dovuto essere allenamenti allo sport più bello del mondo, ma soltanto in teoria, perché in realtà avrebbe potuto anche trattarsi di una sessione di addestramento delle teste di cuoio. Corsa di fondo, mezzofondo, corsa a scatti, centodieci metri a ostacoli, flessioni semplici, flessioni con schiaffo, salti a gambe piegate, addominali in gruppi di tre, dorsali in coppia più altri vetusti esercizi ginnici degni di un Sabato Fascista: c’era tutto l’armamentario per devastare un corpo sano e annichilire lo spirito più creativo. Già; dalla fine delle vacanze il nostro Mister continua a ripetere che siamo indietro con la preparazione atletica e che è ancora presto per riprendere a calci il pallone.
Lui ha la fissa della preparazione atletica mentre io lo sogno di notte, il pallone: mi basterebbe vederlo anche solo incastonato in una teca di vetro, come il pugnale tempestato di gemme del Topkapi. Di questo passo, all’apertura del campionato saremo in perfetta forma per la gara di decathlon ai Giochi della Gioventù e non riusciremo a centrare una porta vuota neanche dall’area piccola. Mi sembra di essere tornato all’asilo delle suore, al cui ingresso fiammeggiava un’automobilina gialla a pedali; però non la poteva toccare nessuno, nemmeno coi guanti bianchi. La macchinina se ne stava lì, un po’ per bellezza e un po’ di più a mo’ di metafora della mela proibita, come adesso il pallone della squadra; solo che questo non viene neppure messo in mostra. Giace prigioniero sottochiave nel pertugio più remoto del magazzino.
Sono stufo marcio di questa tragicommedia, perché a me non importa diventare l’ennesimo atleta iper-vitaminizzato, tipo Briegel o Hrubesch, con due mattoni di cemento al posto delle scarpe. Oggigiorno i campi di calcio sono costellati di pseudo-campioni di questa genìa, mentre io aspiro a fare la differenza, padroneggiare la tecnica del palleggio, la visione del gioco, il guizzo risolutore della fantasia. Potrei diventare un regista al pari di Beccalossi, Claudio Sala, Hansi Müller, Keegan, o un virtuosista anarcoide come Garrincha, quando invece il mio fragrante talento di categoria allievi langue sulla panchina di una squadra di quint’ordine dell’estrema periferia sud di Milano, talmente estrema che il suo centro storico è il tratto a tre corsie della tangenziale. Se il campionato scorso non ho mai messo piede in campo e siamo finiti all’ultimo posto, tutti quanti devono sapere che non è stata colpa mia.
Comunque sia, panchina vita natural durante o meno, resto dove sono, a combattere contro i miei mulini a vento: è una questione di principio e sta diventando la sfida della mia vita. Non m’importa se in questa squadra tutti fingono di non considerarmi, attendo il giorno in cui l'arte del calcio avrà la meglio sulla forza bruta. Eppure, una voce flebile dentro la mia testa mi suggerisce di farmene una ragione; tanto, qualsivoglia dimostrazione di superiorità si rivelerebbe una fatica sprecata con l’allenatore che mi ritrovo. Lui ha allevato i suoi cocchi fin dalla categoria dei pulcini ed è assurto a una sorta di Mama-san in versione italiana. Di certo non si scomoderebbe per dare il posto che merita a un giovane, arrivato appena due anni fa, peraltro senza un padre, uno zio o un amico di famiglia nel comitato direttivo di questo club da barzelletta.
Ora che mi sto avvicinando a casa, la stanchezza fisica comincia a fare capolino anche nell’animo. Mi sta passando la voglia di fermarmi al bar, quasi quasi faccio prima a scolarmi a garganella una bottiglia di acqua fresca dal rubinetto di casa. All’incrocio del mio isolato svolto a sinistra sbandando sulla destra con il tronco, quando la borsa sfugge dalla precaria presa delle mie dita. Mi sembra di vederla cascare per terra alla moviola. Per un istante immagino che un’improvvisa mutazione genetica stia facendo di me una sorta di Spiderman, dandomi in dote gli agognati sensi di ragno, ma più verosimilmente sarà la solita allucinazione causata dagli allenamenti di questa caricatura di calcio, tutto ginnastica e pallone da vedere col binocolo.
A scanso di equivoci non voglio omettere un particolare forse significativo. Ne faccio cenno perché sono molto intransigente nei confronti di me stesso. Ho notato che ultimamente la mia autonomia di prestazione atletica si è affievolita in misura sensibile, anche se alla visita medica della settimana scorsa mi hanno assicurato che non ho patologie. È evidente che mi sarebbe più congeniale giocare da una posizione più statica, e se ci fosse un Mister degno di questo nome, gli suggerirei di provarmi sulla mezzala, proprio come l’incommensurabile Evaristo; così mi risparmierei le fasce laterali, dove si è costretti a sgroppare avanti e indietro in apnea.
“Galoppa, Ciccio, galoppa, echeccazzo! Ma ti hanno azzoppato gli indiani?”
Ecco come mi deride questo Mister durante quei pochi allenamenti con la palla a stagione già inoltrata. E i suoi cocchi scimuniti ci si sganasciano pure rivoltandosi per terra come maiali. Ma dove vuole che galoppi? Non sono mica un cavallo, io. Lo ripeto senza ombra di presunzione: sono un fantasista, un illusionista, un architetto, il Tolkien, l’Houdini, l’Alvar Aalto del calcio. Ho bisogno di gestire il pallone con creatività e non di buttarlo avanti a spintoni. Amo il calcio: è questa l'unica ragione per cui sono entrato in una squadra. Se avessi saputo prima che si scriveva "calcio" ma si leggeva "rugby", sarei rimasto a casa a fare i compiti.
Riflettere su me stesso mi ha giovato e mi ha aiutato a prendere una decisione: entro nel bar. Un chinotto appena uscito dal frigo è sempre meglio di un bicchiere d’acqua insapore, incolore, inodore e a temperatura indegna di nota. E poi mi piacerebbe trovare qualche volto più o meno amico con cui sperare di far quattro chiacchere. Sono a pochi passi da questa insegna al neon bianca con un’iscrizione nera a caratteri talmente standard che sembra concepita da un soviet di caseggiato: “Bar”, ma che per me emana lo stesso calore del focolare domestico.
Stringendomi nelle spalle e scoprendo il bar deserto, fatta eccezione per il barman, mi sento più solo di prima; però sono consapevole che la mia è la solitudine di un genio.

***

(Cinismo)

“Cynicism is merely the art of seeing things as they are, instead of as they ought to be.”
Oscar Wilde, 1904.

Non ho idea di che ora sia e neppure me ne importa, tanto non devo tornare a casa a tutti i costi. Benché abbia corso per due ore di fila, non mi sento esausto quanto all’uscita da scuola, quindi sarei propenso a fare un giro in centro o comunque da qualche parte dove si possano conoscere delle ragazze libere. Se avessi avuto ancora una compagnia, sarei andato al posto di ritrovo sulle panchine o fuori dal bar, ma oggi non ho più amici; e a conti fatti è meglio così.
Nell’amicizia si creano complicità, tradimenti, vendette: per uno sgarbo presunto, per una ragazza contesa, o anche soltanto per invidia o gelosia gratuita. Facendo i conti solo con sé stessi, invece, tutto è più lineare. L’auto-giudizio non è solo paterna indulgenza; anche quando è rigoroso, tende sempre al fine ultimo della realizzazione completa della felicità. Certo, si deve fare attenzione a non contaminarlo con le emozioni, altrimenti degenera nell’autoreferenzialità.
Per questo non ho rimpianti: non ho più una ragazza, non ho più uno straccio di un amico, ho fatto terra bruciata tra me e le aggregazioni umane, che tutt’al più lambisco senza lasciarmi coinvolgere. Cammino con le mani in tasca fischiettando un motivo dei Bee Gees a testa alta: assaporo spavaldo un senso di libertà anche più intenso di quando mi chiudo a chiave nel cesso.
Da un po’ di tempo gioco a calcio, almeno ci provo. Sono di mentalità aperta e mi piace cimentarmi con le novità. Per uno come me che fino a un anno prima aveva sempre e solo praticato il basket, l’approccio al calcio è stato una svolta nell’esistenza.
Gioco ancora male, non ho assimilato i fondamentali e possiedo un tocco di palla impacciato, ma ho muscoli e fiato da buttare via. Per tutta la stagione passata l’allenatore non mi ha fatto entrare in campo, ma non ne faccio una malattia. I compagni di squadra non mi rivolgono la parola se non per incidente e anche su questo sono in grado di passarci sopra: l’importante è che mi rispettino, e comunque nemmeno io concedo la mia confidenza con disinvoltura. Innanzitutto, ho bisogno di capire bene con chi ho a che fare. Poi, se ci sono quelli che soffrono come dannati a sentirsi invisibili, mi dispiace un sacco per loro. In passato temo di avere già visto e compreso troppo riguardo ai legami tra le persone per rischiare di soffrire di solitudine.
Ho sedici anni appena e parlo già di un mio passato. Questo può far scuotere la testa con un sorriso sarcastico, lo so, ma non sono afflitto da forme di narcisistica presunzione. Che io voglia bene a me stesso è lapalissiano, chi non lo fa, del resto? Soprattutto mi piace vivere con intensità e ho sviluppato la capacità di osservare le cose. Approfondisco, evitando di affidarmi alle apparenze, e penso di avere assimilato il significato profondo della libertà, delle mani libere, della scelta razionale su tutti e trecentosessanta i gradi del cerchio.
Ogni tanto lascio dei conti in sospeso con qualcuno che si sente in credito con me. Comprendo quando è il momento di abbandonare il campo e svanire in una nuvoletta di polvere. E lo stesso vale con le ragazze. Loro detengono un’affettività morbosa che mi spaventa, per non parlare della suscettibilità innata che ne fa mutare l’umore e talvolta anche l’espressione del viso.
Sempre sulla rotta dell’affettività, le ragazze fabbricano stringhe di fumo che allacciano rapporti dalle fondamenta d’argilla o trame così sottili che si disgregano con un soffio. Io, per natura, ho bisogno di loro e ne desidero la compagnia, ma ho imparato a riconoscere i limiti da non oltrepassare per proteggere i confini della mia libertà. D’altronde tutti gli umani vanno maneggiati con cautela: se ci si lascia coinvolgere da qualcuno di loro, amici, amiche o fidanzate che siano, si torna al punto di partenza per ricominciare dall’infanzia.
Ora, però, comincio a sentire un pizzico di fatica, forse mi sono sforzato troppo con la riflessione. Purtroppo, tendo a filosofeggiare e so quanto ciò mi sia dannoso. Devo pensare, sempre e con lucidità, ma senza precipitare nella speculazione filosofica, che è fine a se stessa, non predispone il corpo all’azione e lo esaurisce senza fortificarlo: in parole schiette, non serve a un cazzo.
Ecco, ho rovinato tutto, mannaggia a me e tutte le volte che ci casco. E sì che conosco bene questo lato inconcludente della mia personalità, che altrimenti sarebbe decisamente brillante. Mi è già passata la voglia di andare in centro a bighellonare in attesa dell’ora di apertura di una discoteca; mi fermerò qui al bar sotto casa a sorseggiare una birra e a fare due chiacchere con qualcuno, chiunque sia; anch’io qualche volta sento la necessità di distrarmi senza secondi fini.
Inutile, non è proprio la mia giornata, dentro al bar non c’è nessuno, tranne il barista e un tipo strano con una borsa da calcio come la mia che sta sorseggiando un chinotto mentre parla di Beccalossi dipingendolo come il messia. Ha tutta l’aria di essere un deficiente e mi ha fatto passare la voglia di chiacchierare: vorrà dire che berrò la mia birra in silenzio, meditando su cosa potrei fare domani.

***

(Malinconia)

“Materazzi mi diceva che puzzavo. Ero emarginato.”
Ahn Jung-hwan, da una dichiarazione all’agenzia Associated France Press, gennaio 2013.

Sono quasi le sette ed è una fortuna che abbia una casa dove poter ritornare. La mia stanza è il mio rifugio antiatomico personale e lì nessuno mi può raggiungere, neppure mia madre. Tra lei, la scuola, gli allenamenti di calcio, le lezioni di piano, frappongo finalmente una porta chiusa.
Se solo avessi potuto proseguire il viaggio con mio padre, l’avrei fatto senza esitare, concludendolo non prima della fine dei miei giorni. Ma le vacanze d’estate erano giunte alla fine, c’era la scuola da riprendere e lui doveva ritornare ai suoi affari in Germania. Così l’ho salutato con una stretta di mano, come si fa tra uomini, e sono salito sul treno che mi ha riportato a Milano. Con mio padre mi sono trovato davvero bene, peccato che sia stata solo una breve parentesi estiva in mezzo a una vita a fianco di mia madre e la sua tristezza incurabile dal sentore di schiuma dei piatti e di bisbiglìo da rosario.
Sto camminando a fatica, la caviglia sinistra mi fa male, appena la scarpa troppo stretta si appoggia sull’asfalto del marciapiede; devo essermi pigliato una storta mentre correvo in slalom tra i paletti. Temevo che, vedendomi zoppicare, i compagni di squadra pensassero che stessi occultando lo sfinimento e mi prendessero di mira. Allora ho cercato di far finta di niente, ma forse mi sono spinto troppo oltre con lo sforzo. E comunque questi mi hanno preso in giro lo stesso, gridandomi che correvo col passo di una checca.
Di questo genere di canzonature cado vittima spesso durante gli allenamenti. Faccio del mio meglio per simulare indifferenza, ma in realtà mi viene voglia di scappare lasciandomi tutto alle spalle. Ora come ora mi basterebbe tornare indietro di una settimana appena, mentre con mio padre, lungo le autostrade fiancheggiate dalle foreste in Francia, in Germania e in Svizzera, assaporavo la scoperta di un pezzo d’Europa oltre le Alpi. Ho visto coi miei occhi la bellezza del progresso del grande Nord, e Milano stessa mi si è ridotta alle dimensione di un cascinale o poco più.
Vorrei non essere mai tornato quaggiù, vorrei “fuggire via e andare lontano” come il tizio di “Poster”, ma probabilmente dovrei rinascere in un altro paese e in un corpo nuovo. Accompagnerei me stesso in un casinò sopra le nuvole a pregare il Dio dei croupier di rilanciare la pallina per una nuova mano alla roulette, chissà se truccata, dell’universo.
All’interno della mia stanza mi sento libero come se lo spazio tra quelle mura fosse sotto il mio controllo. Allora apro l’atlante e ripercorro le tappe del viaggio con papà, ne aggiungo di nuove, espando il percorso; poi mi immagino più grande di qualche anno, con uno zaino di tela militare sulle spalle, la sigaretta che penzola da un lato della bocca e una divisa sdrucita da ufficiale di marina come Corto Maltese. Peccato essere solo la sua caricatura: mi mancano almeno tre spanne d’altezza, la mia silhouette tondeggia goffamente e non riesco neppure a dare una boccata di sigaretta senza che mi venga da vomitare.
Se non avrò il fisico per prendere parte a rivoluzioni o solcare gli oceani sul ponte di comando di una nave corsara, mi metterò in cammino verso la scoperta del mondo, degli umani che lo abitano e delle loro culture, devoto soltanto alla mia insaziabile curiosità. Passo buona parte del mio tempo ad ascoltare musiche celtiche, caraibiche e le canzoni degli Inti-Illimani, le sciolgo nei luoghi da dove provengono e spicco balzi sovrumani da birrerie in villaggi affumicati di bruma, fino a mercati di frutti colorati e battuti dal sole dei tropici.
Vivo una realtà che mi avvilisce e allora mi rifugio nelle fantasticherie volando più in alto di un’aquila. Può darsi che un giorno arriverà il mio momento, però ancora non lo percepisco così vicino. Per il momento non mi sento all’altezza di sognare una ragazza e neppure di raggiungere mio padre in Germania; spesso rabbrividisco all’idea che lui possa non volermi con sé.
Sotto questo primo tramonto d’autunno mi sarebbe sufficiente una vita qualunque, in cui parlare con un paio di amici qualunque, come i due ragazzi con le borse da calcio uguali alla mia al di là della vetrata di questo bar che di più qualunque non ne esiste un altro al mondo. Li osservo con la coda dell’occhio e trovo che sembrano interessanti, malgrado uno di loro rimanga in silenzio catatonico a fissare un boccale di birra. Senz’altro saranno diversi da me. Nessuno è come me, in fin dei conti. Nessun altro può cercare un futuro migliore nel microscopico spicchio di mondo qualunque oltre la vetrata di un bar di periferia.
Ultima modifica di giottone il domenica 27 gennaio 2019, 19:42, modificato 5 volte in totale.



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giottone
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Re: Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Messaggio#2 » giovedì 24 gennaio 2019, 23:34

Bonus:
1) Inserite un aforisma sul calcio (anche inventato). Ci sono due aforismi sul calcio (all'inizio, rispettivamente, della prima e della terza parte).
2) Uno dei protagonisti dev’essere appena rientrato da un viaggio. La voce narrante della terza parte è appena tornata da un viaggio col padre in Europa centro settentrionale.

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Pretorian
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Re: Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Messaggio#3 » venerdì 1 febbraio 2019, 20:49

Devo dirlo, Giottone: è la prima volta che leggo qualcosa di tuo e ammetto di apprezzare tantissimo il tuo stile.
Invece di una qualche trama, abbiamo quattro figure diverse, eppure simili, legate da una sorte di sconfitta e marginalità.
Non ho altro da aggiungere, se non che è un piacere "scontrarsi" con qualcuno così bravo ;-)

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wladimiro.borchi
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Re: Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Messaggio#4 » venerdì 1 febbraio 2019, 23:58

Una storia delicata e profonda, suddivisa in tre, con un finale molto poetico in cui le tre visuali si incontrano seppur rimanendo separate.
L'immagine finale ripaga di tutta la fatica che, ahimè, ho fatto a leggere.
Purtroppo la tamatica calcistica non aiuta.
Io capisco di calcio come di astrofisica e, pertanto, per il 90% delle espressioni tecniche utilizzate avrò bisogno di un approfondimento su manuali, che mi riprometto di fare nei prossimi giorni, ma che al momento, stante l'urgenza di commentare tutti i racconti, non ho potuto fare.
Anche tu, però, non mi hai aiutato.
Secondo me (parlo da profano) c'è tanto infodump. Mi domando, c'è bisogno di propinare al lettore l'elenco di tutti gli esercizi ginnici della preparazione atletica? E questo è solo il caso più eclatante.
Usi molte frasi fatte (per farti alcuni esempi nella prima parte:"combattere contro i miei mulini a vento", "abbattendomisi sulla schiena come il batocchio di una campana", "coi guanti bianchi", "fare la differenza"). Chi legge desidera trovare delle espressioni create a posta per lui, qualcosa di originale. Le frasi fatte dovrebbero sempre essere evitate. Meglio dire "solo come una particella di sodio in acqua Lete", che dire "solo come un cane".
Rallentano la lettura anche i troppi aggettivi ("foglie ingiallite e bagnate dei platani, vittime precoci di questo primo giorno d’autunno. La borsa da ginnastica, sorretta dalle mie dita malferme." ci servono davvero tutte queste informazioni?).
Altra problema, il fatto che il tutto sia molto raccontato, con molte poche immagini. Salvo quella poeticissima del finale.
Secondo me, peraltro, ti sei andato a cercare una missione quasi impossibile!
Credo che usare tre "io narranti" diversi sia l'operazione più difficile sulla faccia della terra. Devono essere molto caratterizzati, altrimenti il lettore percepisce la medesima voce, che è quella dell'autore. Non devono limitarsi, come in questo racconto, ad avere pensieri, aspirazioni e idee diverse. Devo avere vocabolari diversi, livelli di cultura diversi, atteggiamenti fisici diversi, usare modi di dire peculiari e diversi.
Secondo me le tre voci non si percepiscono fino in fondo.
Alla fine un bel racconto, ma che potrebbe crescere molto e molto di più.
I bonus ci sono entrambi.
Un abbraccio e a rileggerci presto.
Wladimiro

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giottone
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Re: Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Messaggio#5 » sabato 2 febbraio 2019, 15:10

Grazie per il commento e per le belle parole di apprezzamento, Pretorian. Ti ammonisco solo che “così bravo”, a me non lo ha mai detto nessuno! :-)

Grazie per il commento, Wladimiro: ne ho tratto spunti di riflessione.
Sull’infodump, direi che hai ragione e in più c'è del dolo. In effetti, l’intero racconto è un monumento all’infodump, ma del resto, è composto da tre lamenti. E il lamento, di suo, è tremendamente prolisso, può precipitare nel manierismo, richiede un’infinita pazienza da parte del lettore e sovente non arriva neppure a sfiorare il nocciolo del problema.
Frasi fatte: mannaggia, mi ero ripromesso di non usarne e invece ci sono cascato. Grazie per avermele segnalate, tranne una: "abbattendomisi sulla schiena come il batocchio di una campana", per la quale rivendico il copyright.
I tre protagonisti, è vero, avrebbero dovuto parlare con dei linguaggi personalizzati, e purtroppo si sente un tono eccessivamente uniforme. Rileggendo ora il racconto, me ne sono reso conto con un pizzico d'amarezza.

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Eugene Fitzherbert
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Re: Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Messaggio#6 » sabato 2 febbraio 2019, 21:55

Ciao, Giuseppe,
bentrovato. TI dico subito cosa ho apprezzato del tuo racconto: il fatto che tre identità diverse, accomunate da una passione condivisa, arrivano tutte a incontrasi al (Roxy) bar, ognuno diverso ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi. È come se il destino li volesse far avvicinare. Per questo mi è mancato il quarto paragrafo, quello in cui i loro sguardi si sarebbero potuti incrociare, quello in cui le vite si iniziano a mescolare insieme.
Ho apprezzato l'idea di seguire le coscienze dei ragazzi, come se avessi prenotato un posto in prima fila nei loro pensieri.
Purtroppo ci sono cose che mi hanno fatto storcere il naso, una su tutte: parlano tutti alla stessa maniera. Insomma, abbiamo tre caratteri diversi, per estrazione, per studi, per età, e nessuno dei tre ha un intercalare caratteristico, un lessico diverso. Purtroppo sembra che siano la stessa persona, se non fosse che quel raccontano sono storie diverse. Prova a lavorare su questo frangente, cercando di marcare le differenze tra i tre protagonisti, che non vediamo, ma che dobbiamo SENTIRE in maniera diversa, tanto che le stesse scelte linguistiche diventano parte integrante del personaggio stesso.
TI rinnovo i complimenti per la scelta di affidare tutto a un flusso di coscienza 'controllato', che è sempre un'arma a doppio taglio, ma che ci sta. Bravo!

andyvox
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Re: Lamenti di panchinari cronici all'apertura del campionato

Messaggio#7 » lunedì 4 febbraio 2019, 15:29

Ciao Giuseppe,

hai fatto una scelta molto coraggiosa, optando per un racconto tutto affidato a tre diversi flussi di coscienza. Il problema, come ti è già stato fatto notare, è che non hai caratterizzato a sufficienza le tre voci. In particolare, io ho fatto davvero fatica ad identificare la seconda voce narrante con la voce di un sedicenne. Ho a che fare con diversi sedicenni per lavoro e nessuno di quelli che conosco uscirebbe mai con una frase come: "Loro detengono un’affettività morbosa che mi spaventa, per non parlare della suscettibilità innata che ne fa mutare l’umore e talvolta anche l’espressione del viso". Secondo me la ricerca di un lirismo anche eccessivo penalizza il racconto, che beneficerebbe di una scrittura più snella e meno ricercata ("abbattendomisi" è un altro termine che secondo me non rientra nel lessico di un sedicenne medio), cosa che permetterebbe di apprezzare meglio anche il finale, vero punto di forza della tua storia.
Andrea Pozzali

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