Semifinale Gianvittorio Randaccio

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il sette gennaio sveleremo il tema deciso da Francesco Nucera. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Francesco Nucera assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Gianvittorio Randaccio

Messaggio#1 » venerdì 8 febbraio 2019, 17:19

Immagine

Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Nerd AntiZombie.
In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti del girone Gianvittorio Randaccio hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi Sonia Lippi e David Galligani possono sfruttare i tre giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: domenica 10 febbraio alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 10 febbraio. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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Sonia Lippi
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Re: Semifinale Gianvittorio Randaccio

Messaggio#2 » domenica 10 febbraio 2019, 12:03

Storia di periferia


«Luna! Vieni tesoro andiamo!» Dissi accovacciandomi sulle ginocchia e aprendo le braccia.
Il cane, una pit bull marrone con focatura nera sul muso, mi raggiunse di corsa e mi saltò addosso leccandomi il viso.
Sorrisi.
Adoravo ricevere le sue attenzioni al rientro dall’università, prima di portarla al parco.
Le misi la pettorina, agganciai il moschettone e le presi la testa fra le mani grattandola dietro le orecchie.
Era una bella giornata di ottobre, tiepida e luminosa.
Mentre passeggiavo con la mia cucciola per le vie del nostro quartiere, pensavo che con il sole diventa bella anche una zona di periferia come la Rustica.
I cassonetti erano pieni di immondizia e il marciapiede sembrava un percorso di guerra, ma le persone sorridevano avvolte in quella luce particolare del primo pomeriggio.
Passai davanti al centro commerciale.
Con la coda dell’occhio vidi i soliti tre individui che chiacchieravano bevendo birra seduti sopra un muretto.
«Abbella, me lo vendi quell’animale? l’hai fatto ammansì che pare ‘n agnellino, nelle mano mia si infoierebbe come un leone GRRRR!» e poi uno scoppio di risa.
«Sei monotono.» Risposi sbuffando e tirando dritta.
Ogni pomeriggio si ripeteva quel teatrino, ogni giorno sempre uguale.
Giunsi sullo stradone che porta al parco e Luna iniziò a tirare il guinzaglio, non vedeva l’ora di arrivare.
«Buona piccoletta! Oggi è venerdì e ci fermiamo a cena dalla nostra amica, sei contenta?»
Luna rallentò il passo e mi leccò la mano, sembrava aver capito.
Arrivate, la lasciai libera nell’area cani e mi sedetti su una panchina.
Mi guardai attorno cercando Tiziana.
«Strano, di solito è lei la prima ad arrivare.»
Luna fece qualche giro del parco di corsa, poi venne da me posandomi il muso fra le mani.
«Ti annoi tesoro? Vedrai che fra poco arriverà Tizy con i tuoi amici,» le dissi accarezzandola sulla testa e tirandole una pallina.
Controllai l’ora, erano le 15.30.
Tiziana aveva mezz’ora di ritardo, non era da lei.
Mi pervase un misto di ansia e preoccupazione, «mica sarà tornato quello stronzo a cercarla,» pensai sfilandomi il cellulare dalla tasca per inviarle un messaggio.
Poi in preda all’agitazione la chiamai.
Dopo quattro squilli partì la segreteria.
Sentii il battito cardiaco aumentare.
«Sta calma Vanessa, è successo altre volte che non ti rispondesse, vedrai che a breve ti richiama».
Tenni il cellulare in mano guardando il display.
Mille pensieri si affacciarono alla mente.
Rividi le immagini del suo labbro spaccato e degli occhi gonfi, dei molteplici lividi che avevo curato con un unguento all’arnica, del suo sguardo sofferente e tristissimo, del suo contegno e della sua rassegnazione quando aprì la porta in quelle condizioni.

«Chi ti ha fatto questo?» Le chiesi inorridita.
«Gabriele, il mio ex,» mi rispose con un filo di voce facendomi entrare.
«Cazzo Tizy lo devi denunciare! Hai chiamato la polizia?» La mia voce tremava.
«Non posso! Peggiorerei la situazione e poi non fregherebbe un cazzo a nessuno.» Disse sedendosi con una smorfia di dolore su una sedia della cucina.
«Perché dici così? A me importa eccome. Ti voglio bene, sei mia amica e ho voglia di fargliela pagare a quello stronzo».
Lei mi guardò con un misto di affetto e terrore, «sei proprio una colombella, ingenua e candida. Possibile che non ti sei accorta di nulla?»


Un suono di notifica mi riportò al presente, sperai che fosse un suo messaggio, aprii whatsapp ma rimasi delusa.
Provai di nuovo a chiamarla, ma dopo quattro squilli rispose ancora la segreteria, un brivido mi passò dietro la schiena.
presi Luna per la pettorina e le riagganciai il guinzaglio.
«Andiamo» le dissi, alzandomi di scatto dalla panchina.
Mentre attraversavo il parco per arrivare a casa di Tiziana cercavo di tranquillizzarmi.
«Sono pazza a pensare che le sia successo qualcosa, è una donna adulta che ne ha passate tante!» Ripetevo guardandomi attorno sperando di vederla arrivare.
Prima di sbucare di fronte al suo palazzo, vidi tra gli alberi flash di luci blu mentre dei cani latravano in lontananza.
Mi sentii avvampare e iniziai a correre.
Arrivata alla fine del parco, davanti il cancello del suo condominio, c’era un ambulanza e tre macchine dei carabinieri.
Guardai in alto; l’appartamento di Tiziana era al primo piano, sul balcone i cani sembravano impazziti, abbaiavano e giravano su se stessi.
«Cazzo» dissi fra i denti, le lacrime mi invasero gli occhi, offuscandomi la vista.
Luna iniziò ad agitarsi e a mugolare, mi sedetti sulla terra e l’abbracciai.
«Calmati tesoro, calmati,» le dissi accarezzandola, «i tuoi amici sono sul terrazzo li vedi? Tutto apposto, stai tranquilla.
Mentre cercavo di rassicurare la mia cucciola, l’ansia mi stringeva il petto in una morsa.
Mi sciugai le lacrime e attraversai la strada dirigendomi verso i due carabinieri che stavano parlando alla radio.
«Salve, scusate se vi disturbo, posso sapere cosa è successo?» chiesi con voce tremante.
Mi guardarono entrambi con un espressione contrita.
«Lei abita nel palazzo?» mi chiese quello più anziano squadrandomi dalla testa ai piedi.
«No in verità ci abita una mia amica, sono preoccupata perché…»
«Signorina per cortesia se ne vada, se non è del palazzo non può entrare e non siamo tenuti a darle informazioni.”
«Capisco, ma qui ci abita una mia carissima ami..»
«Signorina ci può abitare anche sua nonna, per cortesia si allontani, non c’è nulla da vedere. Se vuole può aspettare la sua amica laggiù, all’inizio del parco. Ora per favore si allontani, ci faccia lavorare in serenità.»
Non replicai, riattraversai la strada e mi sedetti per terra al limitare del parco.
Alzai la testa.
Tutte le finestre del palazzo erano chiuse, nessuno che faceva capolino per curiosare.
«Stronzi» pensai, «come arrivano i carabinieri vi cagate addosso. Avete la coscienza sporca eh? Bastardi.»
Davanti a me la scena non cambiava, i carabinieri parlavano costantemente alla radio, ma non riuscivo a capire cosa fosse successo.
Pensai al giorno che avevo conosciuto quella che poi era diventata la mia migliore amica, era stato proprio in quel parco.
Per giorni ci eravamo scrutate da lontano.
Vedevo la sua figura alta, slanciata ed elegante appoggiata sempre allo stesso albero, sempre con un fazzoletto legato al collo, oggi giallo, ieri rosso, domani blu, in tono con il suo abbigliamento.
I nostri cani giocavano assieme ma noi stavamo sempre a debita distanza.
Poi un giorno, mentre seduta per terra cercavo di leggere un libro, percepii un cambiamento del paesaggio e alzando gli occhi la osservai incantata mentre si avvicinava con passo lento, cadenzato, sensuale.

«Ciao sono Tiziana», disse con voce roca e bassa porgendomi la mano.
«Piacere Vanessa», risposi stringendole le dita e facendo leva per alzarmi da terra.

Ricordo che da vicino mi dette subito una sensazione di sicurezza.
«Che bella» pensai.

In realtà nulla nel suo viso era perfetto: era lungo, quasi mascolino, con una bocca fine e due meravigliosi occhi neri profondi come pozzi, i capelli color ebano erano mossi e lunghi, li portava sciolti e le conferivano al contempo un aria selvaggia ed elegante.
Da quel giorno diventammo inseparabili: io una ventitreenne universitaria, lei una quarantacinquenne commessa in un negozio di abbigliamento maschile.
Alzai nuovamente la testa verso il suo terrazzo, i cani sembravano più calmi.
«Forse sta parlando con i carabinieri» pensai, «magari gli sbirri sono qui per lo spacciatore del secondo piano e le stanno facendo qualche domanda, per questo non mi risponde!» stavo quasi per convincermi, quando vidi i barellieri dell’ambulanza scendere con in mano la valigetta del primo soccorso e la tuta sporca di sangue.
«Porco cazzo», imprecai, attraversando di corsa la strada.
«Per favore ditemi che sta succedendo! Temo per una mia amica che abita in questo palazzo.» Gridai verso i carabinieri e i barellieri.
«Signorina le ho già detto che non può stare qui!» Rispose il più anziano venendomi incontro, «Non c’è niente di bello da vedere. Torni dall’altra parte della strada altrimenti la arresto per intralcio alle indagini chiaro?» il suo tono era perentorio, ma non mi feci intimidire, piantai gli occhi nei suoi, «Io non voglio intralciare proprio un bel niente mi creda. Ma una mia amica che abita al primo piano, ha già subito varie aggressioni e minacce di morte, mi dica solo se sta bene!» L’uomo soppesò per un attimo le mie parole senza staccare lo sguardo da me, quasi a sondare la veridicità di ciò che dicevo, poi sospirò, «stia tranquilla che nessuna donna è morta. La sua amica sta sicuramente bene, ora per favore si allontani.»
Stringendo i pugni e serrando le labbra me ne tornai al mio posto d’osservazione.
Le parole del carabiniere mi rimbombavano in testa, «nessuna donna è morta, la sua amica sta sicuramente bene».
Lo speravo. Ma cosa voleva dire con quella frase? Che comunque qualcuno era morto?
Seduta a gambe incrociate, massacravo la carne ai lati dell’unghia del mio pollice destro.
Luna poggiò il muso sulla mia coscia sinistra e incominciai ad accarezzarla meccanicamente.
«Nessuna donna è morta, nessuna donna è morta, nessuna donna è morta» continuavo a ripetermi come un mantra.
Una colomba si posò per un attimo sul balcone di Tiziana strappandomi un sorriso.
«Sei una colombella, ingenua, candida e bella», cantilenava spesso quando voleva prendermi in giro e farmi capire che ero troppo "pulita" per quel quartiere.
Tornai con la mente al giorno in cui Gabriele l’aveva malmenata: la sua cucina con le pareti appena dipinte di giallo, i quadri di legno, i fiori finti dentro un grande vaso sul tavolo e lei seduta, sofferente, decisa a non voler denunciare l’aggressione.

«sei proprio una colombella, ingenua e candida. Possibile che non ti sei accorta di nulla?»
«Di cosa mi sarei dovuta accorgere? Che lui è uno stronzo? Non capisco perché ti continua a tormentare. Mi hai detto che ha un’altra donna no? Perché continua a cercare te?»
Un sorriso amaro le distese le labbra.
«Perché la donna che ha adesso non lo fa guadagnare quanto lo facevo guadagnare io.»
Sgranai gli occhi, «in che senso?»
«Non ti sei mai chiesta perché porto sempre un fazzoletto al collo? Perché cerco sempre di parlare con un tono basso? Non ti sei accorta che la mia voce è roca?»
La guardai con terrore, «cazzo Tizy, che hai fatto al collo? Ti hanno ferito? E chi è stato?»
La mia voce era concitata e preoccupata.
«Niente di tutto quello che pensi,» disse togliendosi il fazzoletto dal collo e scoprendo un pomo d’Adamo più sporgente del normale, «sono un uomo, mi chiamo Luigi e quando stavo con Gabriele mi prostituivo. Lui era il mio protettore.»

«Nessuna donna è morta, nessuna donna è morta, nessuna donna è morta,» continuai a cantilenare.
«Già, nessuna donna è morta. Ma Tiziana è un uomo.» Dissi ad alta voce.
Mi guardai attorno, un capannello di gente si era riunita sul ciglio della strada al limitare del parco, molti avevano cani al guinzaglio, alcuni li conoscevo.
Mi alzai in piedi e incrociai lo sguardo di Mara, una signora anziana amica di Tiziana che incontravamo al parco tutti i pomeriggi con il suo barboncino.
Mi sorrise mestamente e si avvicinò.
«Vanessa, so cosa stai pensando ma non ti preoccupare, sono sicura che non le è successo nulla. Qualche tempo fa mi confidò che Gabriele è partito per il Brasile. La sua nuova fiamma è di quelle parti, quindi credo che non sia ancora tornato.»
Mi passai una mano tra i capelli e con voce insicura domandai, «perché allora non risponde al telefono? Perché non si affaccia al terrazzo? Perché non mi manda un messaggio per dire che sta bene?»
Mara alzò le spalle e abbassò lo sguardo, poi aggiunse «ci sono i carabinieri, e nessuno si affaccia al terrazzo o alla finestra in questo quartiere, ognuno si fa i fatti propri. Appena vanno via vedrai che trambusto. Se ne parlerà per mesi.»
Poi si abbassò per fare una carezza a Luna che stava accanto a me senza fiatare ne muoversi, come se la tristezza e la preoccupazione avesse travolto anche lei.
«E se Gabriele fosse tornato? Se il Brasile non gli fosse piaciuto? Se la sua nuova fiamma lo avesse piantato? Mara, sai anche tu che vita d’inferno ha fatto Tiziana, sembra quasi che non riesca a scrollarsi di dosso il passato. Non sto tranquilla.»
Mara mi passò un braccio dietro la schiena e appoggiò la testa sulla mia spalla, «non sto tranquilla nemmeno io in verità,» disse stringendomi a sé.
Ci abbracciammo, poi la sentii sussultare, la guardai in faccia e vidi i suoi occhi riprendere vita.
«Ascoltami bene Vanessa, sai che dietro questo palazzo c’è un parcheggio. Conosci la macchina di Gabriele, va a controllare che non ci sia. Ti aspetto qui con le piccole.» Disse prendendomi il guinzaglio dalle mani.
Non me lo feci ripetere, attraversai la strada e costeggiai il muro fino ad arrivare al parcheggio sul retro.
Le auto non erano molte ma quasi tutte di colore grigio, come quella di Gabriele.
Sospirai, cercando con lo sguardo una Punto; ne contai due.
Mi avvicinai alla prima, l’ansia mi attanagliava la gola e non mi faceva quasi respirare, ma mi accorsi subito che non poteva essere l'auto di quel bastardo.
Il cuore mi batteva all’impazzata mentre mi avviavo a controllare la seconda.
Quando mi accorsi che non corrispondeva a quella che cercavo esultai.
«Quello stronzo è sempre in Brasile per fortuna, o comunque non è qui!» la morsa alla gola si attenuò e ripresi a respirare.
Mi passai le mani sul viso, poi mi girai per tornare da Mara.
Mentre attraversavo il parcheggio mi sentivo sollevata, «sicuramente Tizy sta bene. Chissà quanto mi prenderà in giro per essermi preoccupata così tanto.»
Accennai un sorriso che pochi istanti dopo si trasformò in una smorfia.
Parcheggiata lungo il marciapiede, quasi nascosta tra i bidoni dell’immondizia, c’era un'altra Punto grigia.
Ebbi un tuffo al cuore.
Mi avvicinai, pregando che non fosse la sua.
Sul lunotto posteriore spiccavano due adesivi a forma di scudetto.
Li lessi ad alta voce quasi a scongiurare ciò che già sapevo: «le religioni sono state inventate perché non esisteva ancora l’A.S.Roma.» e «Il cuore di Dio è giallorosso.»
Non contenta feci il giro della macchina e guardai dentro.
Sul cruscotto, un adesivo trasparente metteva in evidenza la scritta «Francesco Totti è il mio capitano».
Fui pervasa da una rabbia violenta e iniziai a bombardare l’auto di calci e pugni, «bastardo figlio di una merda, l’hai uccisa vero?» Urlavo mentre sfogavo il mio dolore sulla carrozzeria.
Poi mi accasciai addosso alla macchina singhiozzando, per un tempo incalcolabile.
Mentre piangevo, i ricordi più intimi della nostra amicizia si accalcavano facendomi pulsare le tempie.
Pensai a quando mi aveva confessato di essere stata violentata più volte dal marito della sua tata,

«avevo cinque anni e non capivo perché mi facesse quelle cose. Mi convinsi di essere una femmina, in fondo i maschi amano le femmine, e allora visto che quel bastardo era un maschio, io sicuramente ero una femmina».
Oppure quando mi raccontò di aver detto ai suoi genitori della violenza subita,
«non devi dire bugie Luigi, non si accusano le persone solo perché non ti piacciono. Non vogliamo più sentirti dire certe cose capito?»
O quando fu cacciato di casa,
«mio figlio è un frocio, un femminiello, un culattone. Mi vergogno ad essere tuo padre, vattene finocchio di merda.»

Pensai a quando mi spiegò di essere stata licenziata dal negozio di moda in cui lavorava perché aveva intrapreso il percorso per cambiare sesso, della sua difficoltà a trovare un lavoro, della felicità nell’accorgersi di essere amata da Gabriele e dalla delusione bruciante quando la spinse con la violenza a prostituirsi.
Pensai alla forza che aveva avuto nel cercare in ogni modo di cambiare vita, alla sua determinazione per trovare un nuovo lavoro e dei nuovi amici che accettassero la sua condizione.
Ricordai le mille volte che mi aveva consigliata, la sua saggezza, la sua maturità, a quello sprazzo di felicità che ogni tanto la invadeva quando passavamo le sere assieme a ridere come matte.
«Lo uccido! Giuro che lo uccido.» Urlai al cielo.
Mi asciugai rabbiosamente gli occhi e tornai verso il parco.
Mara mi vide e si coprì il viso con le mani.
Aveva capito.
Ci abbracciammo, «non la farà franca credimi!» Le sussurrai all’orecchio.
«Non fare cazzate» mi rispose di rimando.
In quel momento vedemmo arrivare la macchina della polizia mortuaria, mi sganciai dal suo abbraccio, «chissà dove la porteranno, chissà se informeranno i suoi familiari.»
«Certo che si, anche se l’hanno rinnegata è sempre una loro figlia, anzi il loro primogenito». Disse Mara soffiandosi il naso e asciugandosi le lacrime.
Vedemmo l’ambulanza allontanarsi e gli addetti della polizia mortuaria entrare dentro l’atrio del palazzo con una barella e un sacco arancione.
Vidi alcuni carabinieri salire sulle rispettive auto.
«Ora porteranno fuori quel bastardo» dissi a denti stretti, guardandomi attorno e raccogliendo una grossa pietra da terra.
Attraversai la strada.
Mi posizionai tra due macchine lampeggianti, cercando di non dare nell’occhio.
Il mio intento era quello di scagliare la pietra in testa a Gabriele sperando di fargli più male possibile, fregandomene delle conseguenze.
Dal portone spalancato vidi scendere dalle scale tre persone.
Soppesai il sasso con la mano destra, cercando di trasferire in quell’oggetto tutto il mio odio.
Appena varcarono il portone, portai il braccio dietro la testa, pronta a lanciare il mio rudimentale proiettile.
Il cuore mi martellava in petto, avevo le labbra serrate e una gran voglia di urlare.
Presi la mira e trattenni il fiato e mentre stavo per dare sfogo alla mia rabbia, il braccio si paralizzò e ricadde lungo il corpo.
In mezzo alle forze dell’ordine c’era Tiziana, con gli occhi pesti, la bocca spaccata e un braccio fasciato sporco di sangue, legato attorno al collo.
Mi vide e il suo viso si rasserenò, o almeno così mi parve visto la maschera informe che era diventato.
Disse qualcosa ai carabinieri che annuirono.
L’accompagnarono verso di me che la guardavo incredula, come se fosse un fantasma.
«Lui è morto.» Parlava lenta con un filo di voce, tremava e io con lei.
«Non hanno dubbi che sia stata legittima difesa» sussurrò indicando la sua faccia «visto come mi ha ridotto!…Stai tranquilla torno presto. Forse anche domani, ma fino ad allora puoi occuparti dei miei cani?»
Sonia Lippi
Ultima modifica di Sonia Lippi il domenica 10 febbraio 2019, 21:28, modificato 1 volta in totale.

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Sonia Lippi
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Re: Semifinale Gianvittorio Randaccio

Messaggio#3 » domenica 10 febbraio 2019, 21:16

scusate avevo sbagliato e invece di modificare il racconto lo avevo ripostato… ora l'ho cancellato e ho scritto questo messaggio, perché non so come eliminare questo post..
grazie.
Ultima modifica di Sonia Lippi il domenica 10 febbraio 2019, 21:31, modificato 2 volte in totale.

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DavidG
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Re: Semifinale Gianvittorio Randaccio

Messaggio#4 » domenica 10 febbraio 2019, 21:25

CHIAMAMI DANTE di David Galligani

Mi sveglio con ancora la siringa nella vena.
Sono scivolato lentamente dal divano fino al pavimento di cotto, e adesso ho il culo congelato che mi fa male.
Mi sono anche vomitato addosso, devo smettere di mischiare eroina e whisky: è stato veramente un brutto viaggio.
L’orologio segna le 15:38.
«Hey Google,» mastico a fatica «che c’ho da fare oggi?»
Che figata questa cosa di Google Home, il computer con cui puoi parlare. Pressochè inutile, peró innegabilmente fantascientifico.
«Oggi in calendario c’è un solo appuntamento alle 18:30 con Fabio Mugnai» mi risponde con la voce da maggiormodo da astronave.
Giá. Chissá che vuole questo… beh vedremo, per fortuna mi sono ripreso a tempo.
Seguendo il mio rito quotidiano, passo davanti all’antico crocifisso in legno nel salone, e lo mando a fare in culo.
Vado in cucina, mi levo camicia e pantaloni e li getto direttamente nella lavatrice. Prendo tutto il ghiaccio che trovo nel congelatore, lo butto nel lavandino del bagno, e ci caccio dentro la testa per vedere se riesco a riacquistare la parvenza d’un essere umano.
Poi mi metto sotto la doccia per un lungo tempo.

- Ding Dong – suona il campanello.
«Chi è?» chiedo al citofono.
«Sono Mugnai, avevamo appuntamento oggi, le ho scritto via mail...»
«Sì, sì, salga pure»
Premo l’apriporta, e mentre il tipo sale le scale controllo allo specchio di aver riacquistato un minimo di presentabilitá: jeans, camicia e felpa. Barba di ieri, ma puó andare, mica sono un’avvocato.
Apre la porta: un tipo sui venticinque, felpa rosa, pelato e muscolatissimo.
Gli porgo la mano e lui si presenta: «piacere Fabio» mi dice.
«Piacere mio, prego si accomodi» lo invito a sedersi in salotto.
Prende posto sul sofa. Mi viene da ridere a pensare in che condizioni ero io seduto esattamente lí qualche ora prima.
Si guarda intorno con aria incuriosita, il suo sguardo si sofferma su una antica spada longobarda dalla lama intarsiata.
«Molto bella.»
«É soltanto una copia,» mento, «come la maggior parte degli altri oggetti» mento ancora.
Il salotto è pieno di armi e di oggetti d’arte, e il fatto che siano autentiche metterebbe troppa curiositá ai miei visitatori e preferisco evitare domande.
«Quindi, dimmi Fabio, posso darti del tu vero? Che posso fare per te?»
«Ecco, signor?»
«Dante, chiamami Dante»
Dante è sempre un nome fico da usare, anche se non è il mio.
«Ecco Dante... Il fatto è… Io credo, insomma...»
«Andiamo Fabio, su, che se no qui si fa notte.»
«Sì, scusa. Credo che la mia ragazza sia posseduta da un demonio. Ecco.»
Mi scruta con attenzione per vedere se lo prendo per pazzo oppure no.
«E quindi sei andato sul Deep Web e hai cercato “Cacciatore di Demoni” ed è uscito il mio contatto»
«Si, piú o meno. Cioé, prima mi sono rivolto alla Chiesa in realtá, ma mi hanno detto che hanno pochi esorcisti, e che ci metterebbero un po’, per cui volevo accelerare le cose.»
«Ok. Raccontami un po’ di che si tratta.»
«Questa è la mia ragazza, Deborah» mi dice porgendomi una foto.
La osservo. Una bionda sorridente avvolta a un palo.
Non so se esista qualcosa di ancora originale in quel volto, di sicuro non le labbra e il naso, anche le tette non sono senz’altro sue.
«Deborah con H?»
«Si, perché?»
«No, niente, me lo immaginavo. Begli occhi.»
«Grazie. Insomma Deborah, è un po’ di tempo che non è piú lei: è aggressiva, violenta, promiscua e a volte parla in latino. »
«Tu conosci il latino?»
«No»
«E allora come sai che parla latino?»
«Beh non so, una lingua strana che non conosco»
Che sia aggressiva o promiscua non è cosa che mi faccia suonare nessun campanello d’allarme. Ma che parli in latino in effetti non mi pare in linea col personaggio.
«Che mi consigli di fare?»
«Lasciarla.»
«Come? Ma… ma io l’amo!»
«Sempre che sia posseduta, e sottolineo il sempre, un demone non prende una persona a caso: deve essere una persona malvagia o con forti squilibri mentali e/o emotivi. Per cui lasciar perdere è un’ottima opzione e un sano investimento per il futuro.»
«No, non se ne parla» risponde il ragazzo con veemenza.
«Va bene, allora mi mandi due Bitcoin al wallet che ti ho mandato per email e mi metto a indagare sulla faccenda.»
«Ma come faccio a sapere che non mi stai truffando? Scusa la mia franchezza, Dante.»
«Ho appena cercato di dissuaderti dall’ingaggiarmi. Sei ancora in tempo, la porta è quella lí.»
«Ok, no, va bene. Ti mando i Bitcoin.»
«Bene, allora continua pure con la spiegazione»
E niente, la cubista Deborah pare che ultimamente sia piú fuori di testa del solito: ha fatto felici molti dipendenti dell’azienda di papá di Mr. Muscolo succhiando piú cazzi di quanti biberon possa succhiare un lattante durante il primo anno di vita, ha fatto a pezzi un pastore tedesco a mani nude, ha picchiato piú volte il nostro beneamato cliente e, dulcis in fundo, ogni tanto si mette a disquisire in qualche lingua morta. Per evitare altri danni sono riusciti a rinchiuderla in una cella frigorifera, spenta per l’occasione.
«Domattina al piú presto mi metteró all’opera» gli comunico appena termina il racconto.
«No, adesso per favore. Subito!» mi supplica.
«Ma...»
«Tre Bitcoin!» rilancia senza esitare.
Come potrei abbandonare per un’altra notte una pulzella tra le grinfie di Satana?
«D’accordo, andiamo. Ma dovró fare un paio di commissioni.»
Prendo la mia sacca di iuta con gli arnesi del mestiere, faccio accomodare fuori l’ospite ed esco a mia volta.
Mentre sono girato a chiudere la porta sento qualcosa mordermi il polpaccio.
«Fuffi, vieni qui!»
Guardo in basso: è quel cazzo di Carlino della vicina di fronte che, come ogni giorno è uscito per attaccarmi a tradimento.
Con una pedata lo rilancio alla padrona.
«Lei è un bastardo, un uomo senza cuore, non si trattano cosí gli animali, sono migliori di noi, sa?»
mi grida la cicciona in pantofole e bigodini.
«Migliori di lei senz’altro,» le rispondo io «se non aprisse la porta per sbirciare chi entra e chi esce da casa mia, perché, oltre che ficcanaso è anche cieca, Fuffi non mi attaccherebbe e io non mi difenderei. Un giorno di questi finisce male.»
«Lei è un maleducato e un senza Dio.»
Guardo il mio cliente con aria sconsolata «Scusa Fabio» gli dico prima di rivolgermi di nuovo alla donna.
«Lo sa vero che queste Bestie di Merda che lei chiama cani, sono incrociati tra i piú piccoli e deboli, e spesso tarati, delle cucciolate in modo che possano stare nelle borsette o in collo di persone disagiate come lei? Perchè non si prende un cane vero, invece di un giocattolo?»
Per tutta risposta mostra il dito medio e mi sbatte la porta in faccia.
«Andiamo Fabio accompagnami,» dico al mio cliente «devo andare al parcheggio del mercato a prendere l’auto.»
«Non ti preoccupare, andiamo con la mia, è qua sotto» mi risponde.
Lo guardo con aria interrogativa.
«Qua sotto in pieno centro storico fiorentino?»
«Si, ho il permesso per invalidi» mi risponde fiero.
«Ecco. Come no.»
Cinquanta metri e saliamo su un Range Rover rosso nuovo di pacca.
«Dove andiamo?» mi chiede mentre si siede alla guida.
«Piazza Torquato Tasso.»
Una ventina di minuti dopo, un’altro parcheggio in zona invalidi dopo, siamo a destinazione.
«Aspettami qui» gli dico, mentre apro la portiera.
«No vengo anche io.»
«No tu rimani, io vado». Sto cominciando a innervosirmi.
«Ti ho appena dato tre Bitcoin voglio sincerarmi di quello che fai.»
«E va bene, sincerati» rispondo un po’stizzito.
Saliamo delle scale di una palazzina anni cinquanta, sino al secondo piano. Suono.
«Ciao Adelina, sono io mi apri?»
Una signora sulla sessantina, gobba, con dei nei sul naso e con un forte prognatismo mi riceve con un gran sorriso.
«Ciao, ciao come stai? Vuoi entrare?»
«Bene Adelina,» saluto« lui è Fabio, è con me, avrei bisogno mi rifornissi. Al solito, sai.»
«Che bel giovanotto! Certo, certo, accomodatevi, volete un té?» chiede tutta pimpante.
«No grazie, sai andiamo di fretta. Siamo attesi per una riunione urgente.»
«Ah va bene, torno subito! Sedetevi»
Ci sediamo in una cucina vecchio stile, con tavolo e sedie in formica celeste e una dispensa con la vetrina smerigliata. Lo sguardo si sofferma sui centrini e sulle statuine di porcella, vestigia di un’altra epoca.
Adelina ritorna dopo pochi minuti stringendo una busta di plastica bianca.
Le porgo due banconote da cinquanta euro, la ringrazio, e ci congediamo.
Appena siamo in macchina e sto cominciando ad allacciarmi la cintura, Fabio comincia a tempestarmi di domande.
«Ma chi è Adelina? Una strega Wicca?»
«Ma figurati»
«Un oracolo, come in Matrix?» mi pressa.
«No ma che!»
«Ho visto una fiala, è una pozione magica?»
«No»
«Ma quindi, cento euro per una fiala, di cosa?»
«Ohi ohi che due palle!» sbotto «Sangue! Una fiala di sangue!».
Mi guarda sbigottito.
«Una fiala di sangue? Perché...»
«Perchè mi serve del sangue di una vergine, ecco perché.»
«Adelina...»
«Te la tromberesti te?»
«Ah no. Certo.»
«Ecco, lei è tanto una brava persona, ma ha passato tutta la vita insegnare e a pensare piú a Leopardi e Manzoni che al dolce su e giú. E ora metti in moto.»
«Va bene, va bene, andiamo. Anche se...»
«Anche se cosa?»
«Mah non so, magari da giovane, du’colpi...»



Faccio una rapida scappata a casa mentre Fabio questa volta aspetta in auto, e poi ci dirigiamo finalmente verso la prigione frigorifera dove è imprigionata la bella del mio cliente.
Sono ormai le dieci di sera, quando giungiamo nei pressi di un capannone nella zona industriale alla periferia.
Queste zone non mi hanno mai messo grande allegria di giorno, immaginiamoci di notte.
Passiamo un cancello grigio, per arrivare davanti a una saracinesca grigia anch’essa.
Il ragazzo mi fa strada, a quanto pare la famiglia gestisce una grande industria di carne e qui si trova uno dei magazzini. A quest’ora, com’è prevedibile, non c’è nessuno.
«Hai staccato allarmi e telecamere?» chiedo.
«Certo, certo, se no sentivi che concerto!»
Fabio va al quadro generale e tira su un paio di interruttori.
Una serie di neon si accendono uno dietro l’altro illuminando con luce fredda un ambiente di oltre cento metri.
«É laggiú», dice indicando una grossa porta spessa e brillante in acciaio.
Quando le siamo davanti gli afferro il braccio.
«Ora ascoltami» gli dico guardandolo negli occhi «qualunque cosa succeda, tu, qui dentro, non entri, ok?»
«Ma io...»
«Ma io una sega. Se entri puoi morire, o, ancora peggio, puoi causare la mia morte con qualche tua cazzata.»
«Peró io l’amo!»
«Va bene, e per questo hai speso tre Bitcoin e mi hai ingaggiato. Se entri e muori, a cosa ti serve?
Inoltre lei soffrirà, piangerá per un po’, ti ricorderá per sempre come un grande eroe, ma dopo poco si stará trombando qualcun’altro. Quindi, fai un piacere a tutti e resta qui, intesi?»
Non mi pare molto convinto.
«Intesi?» ripeto piú forte.
«Sì, sì, intesi.»
Prendo il mio sacco, e tiro fuori due tirapugni con iscrizioni runiche, che infilo alle mani.
«E quelli?»
«Un’altra arma mi potrebbe essere sfilata di mano, questi no» rispondo «capirai bene che qualche precauzione la devo prendere. Quando ti chiamo apri. Non prima»
Fa un cenno di assenso.
Inspiro. Giro la maniglia ed entro.

Lei è in mezzo alla stanza, in piedi, vestita solo di uno sguardo malvagio.
Non mi ci vuole molto per riconoscere in lei la antica dea sumera che da molti anni spero di rincontrare.
«Ciao, prete spretato, ti stavamo aspettando» mi dice con una voce estremamente sensuale «ciao babbo, sono qui anche io» continua poi con una voce da bambina.
«Anche io ti stavo aspettando Lamashtu. Da molto tempo. Da quando ti portasti via mia figlia.»
«Beh non dare la colpa a me…» mi risponde «Sei tu che hai abbandonato il tuo Dio per una donna, il tuo vecchio datore di lavoro pare non avere gradito,» sorride «anche che la tua mogliettina ti ha lasciato poi. Invede di dare la colpa agli altri non sarebbe il caso di farsi un esame di coscienza e anche una vita? Ahaha»
É tutto tristemente vero, ma ci penseró poi. Per ora mi bastano odio e droghe.
Rompo la fiala di sangue e ci cospargo i tirapugni e le mani, mentro comincio a recitare una antica litania norrena: adesso la mia vita la affido ad altri dei.
Un solo colpo mi sará sufficiente, un solo colpo e tutto sará finito.
«Oh ma allora ci vuoi fare la bua… Non vuoi salvare questa povera donzella?» mi dice.
«Non sono piú un esorcista, ma un cacciatore di demoni. Sono qui solo per avere la mia vendetta.»
Lei inclina il capo e sorride. «Anche io. Per tutti i miei fratelli che hai eliminato. E ora, giochiamo!»
Mi balza addosso con la velocitá e la destrezza di una pantera, io mi abbasso e ripetendo le parole sacre riesco a colpirla di stricio con un gancio al volto.
Sanguina.
Arretro e attendo in guardia, ormai è solo questione di secondi.
Invece lei ride.
«Ops. Non è successo niente? Forse Adelina… Ahahaha» ride di nuovo «Quanto pensavi che avremmo tardato ancora prima di scoprirla? Uno dei nostri l’ha scopata per una notte intera: davanti, dietro e in qualunque buco avesse disponibile!»
Mi si gela il sangue nelle vene.
«Non hai visto come era contenta?» Ride di nuovo e mi si lancia contro.
Scanso uno, due colpi. Il terzo mi prende al fegato e mi piega in due.
Cado, ma mentre mi si fa addosso le tiro un calcio di piatto sul ginocchio. Cade anche lei appena acccanto a me, e io seguo il consiglio di Materazzi, “in casi difficili usate sempre la testa” e le mollo un colpo dritto sul setto.
La porta si apre.
«Lasciala stare essere immondo! Prendi me! Prendi me al suo posto» grida Fabio.

Maledetta.
Testa.
Di.
Cazzo.

Lei mi guarda: «mi pare un’ottima proposta.»
Un lampo di energia nera passa dalla ragazza al suo fidanzato.
Adesso invece di una esile ragazza ho contro un body builder di cento chili. In felpa rosa.
Mi viene addosso, ma decido di giocarmela nella lotta: il vantaggio del ju-jitsu è che se sei bravo la forza dell’avversario non conta, oltre al fatto che gli antichi Sumeri di sicuro non lo conoscevano.
Mi afferra per il collo, tento una leva, ma non ha il minimo effetto, allora spingo con le gambe.
Invece vengo scaraventato con violenza contro uno scaffale vuoto. Prendo una botta al rene destro e mi si riempiono gli occhi di lacrime per il dolore.
Fabio mi è sotto di nuovo, ma a questo giro riesco a storcergli braccio fino a che sento un schianto secco del gomito.
Cerca di afferrarmi con l’altro ma ripeto lo stesso trattamento. Poi gli spezzo il collo.
Ride.
Demone o non demone, con le articolazioni fottute le braccia non le puó muovere. Ma non è sconfitto, sa benissimo che puó sempre passare a un ospite piú funzionale. Me.
L’energia parte dal suo torace verso di me, ma riesco ad afferrare il mio sacco e farmene scudo.
Il sacco comincia a muoversi. Lo rovescio e Fuffi, legato e con la museruola cade al suolo.
Prima che si renda conto di quello che è successo gli metto un antico amuleto al collo, intrappolando Lamathsu nell’animale.
Poi lo guardo. Fuffi del cazzo.
E adesso rido io.
Deborah ha assistito a tutta la scena, sta piangendo in silenzio rannichiata in un angolo.
«Chi sei tu, e che cosa è successo.»
«Una volta ero un padre, prima ancora un prete. Adesso sono un disperato che vive ai margini della societá, mi puoi trovare sul Deep Web: uccido demoni e altre creature per odio e vendetta. Mi puoi chiamare Dante.»
«Ah»
Rimane un attimo in silenzio.
«Fabio è morto?»
«Sì»
«Era un bravo ragazzo.»
«Lo so» le dico porgendole la mano.
Lei l’afferra.
«Puoi dormire da me stanotte se non vuoi stare sola» le dico.
«Va bene»

Metto il guinzaglio al demone, e usciamo, diretti verso il Range Rover con il bollino invalidi.
Tutto sommato non è stata una brutta serata.

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