Un inferno di nient

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo marzo sveleremo il tema deciso da Luca Mazza e Jack Sensolini. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) I BOSS assegneranno la vittoria.
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battaglia.francesco90
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Un inferno di nient

Messaggio#1 » venerdì 17 maggio 2019, 13:40

Piutost che nient, l’è mei piutost, solevano dire i vecchi a Cascina del Bruno. Ma poi l’intero quartiere esplose sotto una pioggia di napalm, e non restò nient nemmeno del piutost. Di quella deflagrazione ricordo ancora il calore, il boato, la puzza del mutagene che prendeva fuoco. C’è chi in quell’apocalisse si ritrovò arso vivo o morto mutilato. Scintille incandescenti, schegge di ricordi, luccicano ancora nei miei occhi: tolgo la sicura dall’estintore e faccio fuoco, fuoco a volontà. Peggio delle fiamme della Geenna. Peggio di Montag nell’inferno di Bradbury. Brucio tutto, me la godo, sono un piromane. Gioisco mentre la lingua arroventata avvolge la cattedra, la bacia con trasporto e la disintegra. Ci ho tenuto un sacco di lezioni, là sopra, ma chi se ne frega. Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce. Da qualche parte, oltre le lunghe-mura che ci separano dal resto del mondo – neanche fossimo l’Atene di Pericle, appestata e in fiamme –, raccontano di una Riviera in cui un cinno e un gasato pareggiano sempre i conti, ma qui in Brianza è diverso... il nichilismo è un bauscia perbene, si sistema gli occhiali e fotte sempre tutti. Me li sistemo anch’io, tra una vampata e l’altra: montatura Vespa, enorme, combo sole e miopia. Troppo tamarri per l’accademia, troppo spessi per la barbarie. Faccio fuoco lo stesso, brucio i banchi e intanto ripasso, nella mia mente, il ventiseiesimo dell’Inferno dantesco: Ulisse sapeva, ha scelto il fuoco al mutagene. Come biasimarlo.
T-te finì, Supplènt?” mi urla Caposquadra, il decespugliatore che ronza e il braccio bionico che risplende: l’incendio lo crivella di riflessi, lo fa brillare. Impaziente, tira un calcio alla porta dell’aula e la butta giù con tutti i cardini. Ma non serve a niente, era già aperta... Anche lui se la sta godendo.
“Ancora un attimo” gli rispondo, osservando commosso le fiamme che divorano il mio regno.
“Dobbiamo s-salire. C’è su il Vampiro c-coi mutànt.”
Un po’ balbetta, Caposquadra, ma quando mena col braccio bionico, e falcia col decespugliatore, è uno spettacolo da poema epico. Ricordo quando vidi bruciare coi miei occhi la Biblioteca Sormani e l’Università degli Studi di Milano. Le ultime stampe dell’Iliade, e non solo quelle, erano lì dentro, e gli accademici se le tenevano strette. Sapevo anche di alcuni copisti, forse ciellini, forse assistenti raccomandati degli ordinari di facoltà, che avevano dato il culo per poterle ricopiare a mano. Fui io stesso ad appiccare il rogo. Bruciare sempre, bruciare tutto. Al diavolo il medioevo e la lobby. Nelle loro mani, o natiche, l’Iliade sarebbe morta peggio che in quelle dei mutanti. Il fuoco splende e il fuoco pulisce. Naturalmente, com’è facile immaginare, piansi tutto il tempo, e anche dopo. Ci sono notti in cui ancora sento, vedo il crepitare dei volumi in fiamme.
Mi giro e guardo Caposquadra, la zazzera bionda, gli occhi come il ghiaccio e il braccio meccanico: di greco, non ha un bel nient; di norreno o hardmony, piutost. Me lo godo mentre si scatena con furia degna di Achille. Urla, riesumando per me i versi più violenti, si avventa sui banchi arroventati e li scaglia di peso, uno dopo l’altro, fuori dalle finestre. Nel farlo fracassa tutti i vetri.
Nem. Non c’è più niente da v-vedere.”
Rivedo Achille che fa a pugni con lo Scamandro. Conan che affronta il serpente. Sorrido: finché sarò al fianco di questo barbaro, l’Iliade non morirà in eterno.
Usciamo dall’aula, imbocchiamo un corridoio che puzza di morte e cominciamo a correre. La scala, sporca e diroccata, si staglia in lontananza sotto la luce verdastra e intermittente di un neon. Tra noi e lei, l’orda dei mutanti. Da quanto tempo hanno invaso la scuola? Non lo so più. Altro che guerre persiane e conflitti mondiali: il Crollo è l’unica vera cesura storica. Guardo Caposquadra, annuisce, è carico, si vede. A lui l’adrenalina, il decespugliatore Stihl che trancia teste e tentacoli; a me la dialettica, l’estintore, il ghiaccio che vomita fuoco. Assaltiamo i mostri insieme: acciaio e fiamme per domarli tutti. Non era facile arrivare alla scala, ma ce la facciamo. Come ai tempi del Crollo, quando il mutagene era appena colato sulla Brianza e il liceo in cui insegnavo fu preso d’assalto all’improvviso. Da fuori, da dentro, dappertutto. Ho visto cose che voi umani, disse la macchina più umana di loro, incredula ma credente. Docenti spietati, dalle fauci zannute, fare a brandelli i loro stessi studenti; il dirigente scolastico e i suoi sgherri, fusi in unico corpo dai mille e più occhi, ghermire e stritolare i colleghi più deboli tra infinite urla e spire tentacolari; i bidelli riprodursi per scissione in entità sempre più piccole, numerose e fameliche, e travolgere i corridoi come una marea di nani selvaggi. E i ragazzi, invece di essere protetti, salvati da tutto quello schifo, ne furono travolti: non so dire se furono di più quelli che crollarono, o quelli che mutarono a loro volta. Fu allora che imbracciai l’estintore. Decreto antimutagene Di Maio-Salvini 12-2018, pre-crollo: “Ogni esercizio o attività commerciale è tenuta per comma a dotarsi di un dispositivo lanciafiamme da impiegare in caso di manifesta contaminazione”. Tolgo la sicura, mi incazzo e faccio fuoco: i mutanti davanti a me, i miei ragazzi dietro. Un misero supplente, letterato e precario, che improvvisa la peggior prova di evacuazione di sempre, in cui l’incendio è il nostro unico alleato. Corriamo per il corridoio, ma non possiamo fuggire: fuori c’è l’inferno, dentro l’apocalisse. Decido che dobbiamo salire, anche se so che equivale a chiuderci in trappola.
Supplènt!” tuona Caposquadra, scuotendomi con la mano bionica. Il metallo stringe sulla pelle e mi lascia un livido violaceo sul braccio esile e scarnificato. Non me ne stupisco: fisicamente sono sempre stato una pippa.
“Eccomi” rispondo al barbaro, ringraziandolo in segreto per avermi riportato al presente. La mia voce sicura saetta l’aria con indifferenza: anche col cuore trafitto, un buon oratore sa simulare il controllo.
I mutanti del piano di sotto, tranciati e bruciati dalla nostra furia, emanano un fetore di plastica bruciata che svolazza su per la scala e ci riempie le narici. Schiarisco la gola e scaracchio, alla loro salute e alla mia, sempre più malandata.
“Troviamo il Vampiro e andiamocene” tossisco, pavido. “Abbiamo preso il peggior bidone di sempre.”
Da lontano, dopo un atrio e molti corridoi, un altro atrio e molte altre aule, tutte sperdute, in fondo a un cazzo di reticolato dedaleo, gestaltico, sentiamo esplodere il grido del nostro uomo. O mostro, o amico. Per noi è uguale.
“A giudicare dall’eco inestinguibile delle bestemmie” faccio notare a Caposquadra, “o è nei guai fino al collo, o se la sta godendo di brutto.”
Ma Caposquadra è già partito di corsa, il braccio teso e lo Stihl che ronza implacabile. Gli vado dietro, grato, e penso che da qualche parte, oltre le lunghe-mura, qualcuno gli offrirebbe una cedrata. Ci facciamo strada lungo i corridoi, massacrando tutto e tutti: il barbaro falcia e io brucio, senza guardare né descrivere, perché so che tutti quegli orrori, un tempo, avevano un nome, una faccia e una storia. Troviamo il Vampiro circondato da corpi sventrati, arti ed escrescenze inenarrabili strappate a morsi. Un sangue marcio, più fetente del Lambro, allaga i pavimenti. Il Vampiro scivola, anzi vola, muovendosi come un’idrometra su quel pantano di morte. Tra una bestemmia e l’altra volteggia, azzanna giugulari – non mi si chieda come, in tutti quegli ammassi di membra deformi, riesca ogni volta a trovarle – fuma drum e, contemporaneamente, taglia e affetta con la sua katana leggendaria. Una lama miracolosa, degna del profeta Chef Tony, il più grande ciarlatano e schermidore del marketing pre-crollo. Trofeo di guerra all’escape room di Cartoomics, città di Milano, conquistata in una giostra sanguinaria contro un’orda di nerd contaminati. Fu allora che per noi, per tutti, divenne il Vampiro: settantadue ore di massacro ininterrotto, royal rumble misto gabbia. Ne uscì da solo, i canini che grondavano nero, pieno come un barile. Mentre il resto della Brianza, me compreso, faceva la fame, il Vampiro se li mangiava, i mutanti! Si ignora come faccia il suo stomaco, un tritarifiuti dell’altro mondo, a non esplodere (o implodere) durante la digestione. Chissà, forse un giorno divorerà anche noi.
Uè, duma?” ci saluta, indicando con lo sguardo l’interno dell’ultima aula. Il piercing sulla lingua, strisciando sulla lama sporca di sangue, tintinna allegro e funesto. Gli occhi di Caposquadra scintillano.
“Ci sono i c-computer?” mi chiede, e io scuoto la testa.
“Solo libri, è la biblioteca” chioso.
“Che cazzo d-dici.”
Guardo il Vampiro, che leccandosi le labbra annuisce.
“Il peggior b-bidone di sempre.”
“Dipende” rispondo, aprendomi all’auto-confutazione. “Se troviamo una copia dell’Inferno, il Berlusca può ristamparlo e ricoprirci di miliardi.”
“Sono solo libri. Non frega nient a n-nessuno. Lim e stampanti le p-possiamo rivendere.”
“Non hai saputo di Benigni?” si intromette il Vampiro, bloccando l’orazione che già mi preparavo a vomitargli addosso. Il barbaro nega. “I Berlusconi lo hanno rapito perché, dopo il Crollo, era l’unico a sapere a memoria le tre cantiche dantesche. Gli hanno offerto uno, dieci, cinquanta miliardi per una copia scritta, ma lui ha rifiutato. Non l’ha mai potuto vedere, il Berlusca.”
“E poi? Che fine ha f-fatto?”
“Torturato” cinguetta il Vampiro, schioccando la lingua. Il suo interesse nella vicenda, ovviamente, non era di tipo accademico.
Supplént, nem, l’è roba tua!” ruggisce Caposquadra, vecchio cuore, dandomi una pacca sulla spalla col braccio bionico. La sua analisi è semplicistica ma corretta: il supplente porta ai libri, i libri portano al danè. Mi stupisco, perché ho davanti un barbaro che ha capito perfettamente, e spiegato con meno parole, le coordinate socio-economiche dell’editoria libraria pre-crollo.
Ci prepariamo a irrompere nella biblioteca, ma io esito. I miei due compari se ne accorgono, mi squadrano e capiscono che non c’entra la mia solita strizza. Non fanno domande, mi lasciano il mio tempo. Me lo prendo, respiro e glielo dico.
“Li ho persi tutti là dentro. Ci eravamo barricati per sfuggire ai mutanti, ma siamo finiti nel covo della Bestia.”
Ripenso, rivedo, risento tutto. Chiudo gli occhi e li riapro: sono ridotti a due fessure. Dietro le lenti scure, ovviamente, tutto questo non traspare, ma i miei compari sanno, capiscono.
“Prima le apriamo il culo” mi rincuora il Vampiro “e poi scoviamo il librone. Se c’è.”
Non è per affari che siamo finiti in questo liceo. L’Inferno di Dante, l’estasi dell’oro, non è che un pretesto, un ipotetico Graal. È la vendetta il vero motivo del viaggio, e il peggior bidone di sempre.
Sfondiamo, entriamo nel finis Africae e scorgiamo la Bestia. Un drago mutante che, più che Godzilla, sembra un Charizard cromatico al livello cento. Incazzato nero, letteralmente, ci piomba addosso in una nube di fuoco, che non è fuoco, ma mutagene caldo, denso come petrolio, che evapora al contatto con l’aria. Guardo i miei compagni, li vedo confusi: di certo non si aspettavano di affrontare un Pokémon, e che puzzasse così tanto. Se glielo avessi detto, in effetti, mi ci avrebbero mandato. Mi faccio avanti, come Gandalf a Khazad-dum, per proteggerli, anche loro: sono un servitore del fuoco segreto, e reggo la fiamma di Anor. La vampa dell’estintore impatta il fiume del mutagene, che si accende all’istante. La combustione si propaga, risale alla fonte. “Tu non puoi passare!” chioso, mentre la fiamma invade la bocca del mostro e lo attraversa tutto, da dentro. Charizard comincia a brillare, ma poi ingoia, rutta, e del mio fuoco, il mio orgoglio, non rimane più nient.
Fuggite, sciocchi!” gemo, voltandomi di scatto e cominciando a correre. Prego che i miei compari obbediscano, che siano altrettanto svelti. Lo sono, e insieme saettiamo da un corridoio all’altro, su e giù per le scale, un piano dopo l’altro, il Balrog di Nintendo sempre alle calcagna.
Che cazzo hai fatto, Supplént? Dove ci hai portato?” impreca il Vampiro, eccitato e terrorizzato al tempo stesso. Chissà se qualcuno lo ha mai mangiato, un Pokémon. Senza più fiato, ci serriamo dentro un’aula vuota al secondo piano (stavolta, prima di entrare, la controllo bene). Studiamo un’uscita d’emergenza giù dalla finestra. C’è un terrazzamento, poi un salto non impossibile, perfino per me. Possiamo ancora salvarci. Ma poi risento le urla, rivedo i loro occhi.
“Compari” dico all’improvviso, con una voce che non è la mia. “Io torno fuori, lo devo affrontare. È una cosa mia privata, perciò adesso ve ne andate senza fare storie.”
“Ti p-piacerebbe” sorride Caposquadra, e i suoi occhi azzurri non sono mai stati così caldi. “Dobbiamo c-ciapà insieme i danè.”
“E banchettare sopra il suo cadavere” lo segue a ruota il Vampiro. Ghigna, ma è terribilmente serio. “Se lo ammazziamo, entreremo nel mito.”
I muscoli del barbaro, a quelle parole, spasimano come travolti da una scarica elettrica. Ignoranti ed eroici.
“Non lo saprà nessuno” rispondo, con il cinismo di chi ha vissuto il Crollo e visto la letteratura andare a puttane.
“Noi s-sì” insiste il barbaro. “Supplènt, sai se c’è un modo per dire queste c-cose a t-tutti?”
Arriccio le labbra in un sorriso amaro, commosso: “Un tempo le scrivevamo nei libri”.
Visualizziamo Charizard nella nostra mente e pianifichiamo con cura la sua esecuzione. La fiamma del mio estintore non ha effetto, quindi tocca a me fare da esca. Sfondo la porta e convoco il mostro a gran voce, vomitando fuoco e insulti. Ci metto tutto il mio odio (se lo merita), e funziona. Il Pokémon accorre, fetente e disgustoso: non ha niente della gloria del vero Charizard. È talmente felice di rivedermi che sfonda muri e pavimenti mentre mi corre incontro. Ora il drago è vicino, lo vedo, spalanca le fauci, si pappa il fuoco in un boccone e gli piace. Io, senza voltarmi né scompormi, faccio un balzo indietro e riattraverso la porta dell’aula: è lo scontro finale e, vada come vada, siamo degli eroi. Nell'esatto momento in cui l'orrore varca la soglia, Caposquadra e il Vampiro gli sono addosso, il primo da sinistra e il secondo da destra. Sicuri di non fallire, gli infilzano i fianchi in profondità, il decespugliatore da un lato e la katana dall’altro, squarciandogli il ventre con un brutto colpo. È superefficace, e io sono felice: lo sono sempre, quando i miei piani funzionano. Il mostro tentenna, stravolto; barcolla e perde mutagene, o benzina, sul pavimento della 5^B. Sembra che la metà di sopra e quella di sotto traballino l’una sull’altra. Il Vampiro mette un piede sul manico della katana, si arrampica sul Pokémon e lo azzanna alla gola. Riferirà di non aver mai più bevuto un sangue così. Caposquadra, nel frattempo, termina la manovra di abbattimento del tronco: il decespugliatore ora è una motosega, e i muscoli del barbaro, bionici e non, luccicano di sudore e gloria. Mutagene e organi interni, a cui non saprei dare un nome, schizzano ovunque, mentre il busto di Charizard crolla in avanti sconfitto: il Vampiro, ancora attaccato alla gola, gli ciuccia il sangue come una zecca.
Ringrazio i miei compari e appicco il fuoco, con la strana sensazione che non avrò mai pace, nemmeno adesso che il mostro è morto. Mentre le fiamme si propagano insaziabili, saliamo le scale e penetriamo nella biblioteca: guido io l’incursione, i libri sono il mio regno. Mi basta un’occhiata per scorrere gli scaffali, rintracciare opere e autori, criteri di raggruppamento. Il tempo è poco, ma mi basta. Trovo l’Inferno di Dante, curato da Bosco-Reggio, edito da Le Monnier, in un mucchio di romanzacci neorealisti e poesia contemporanea. Mentre le mie dita affusolate avvinghiano, d’istinto, l’unico volume degno di essere salvato, Caposquadra esplode in un grido di gioia selvaggia.



È notte, e io mi avvio da solo verso la Villa del Berlusca, per parlare di affari. Il Vampiro da qualche giorno non sta bene: nulla di grave, ma il sangue di Charizard lo ha inchiodato sulla tazza. Caposquadra, invece, se n’è andato al Parco, a caccia di mutanti. È un mercenario semplice: vuole il danè ma odia i politici, e accompagnandomi teme di combinare un casino. Sanno entrambi che non li tradirei mai, e hanno ragione. Conosco bene Arcore, Àrcur o Hardcore per i più: Cascina del Bruno era una sua frazione, prima che esplodesse sotto una pioggia di napalm, e io ci vivevo. Nella Villa del Berlusca, ovviamente, non sono mai riuscito a entrare: neanche quando, da bambino, portai al Cavaliere con il catechismo quattro o cinque sacchetti di ulivo benedetto; o come quando, universitario e coglione, inviai dei versi orribili in lettura, tutti gentilmente e inesorabilmente cassati. Ma stavolta è diverso. Il Nero Cancello di Mordor si aprirà, e io parlerò, negozierò con Sauron in persona. Perché sono il giuda che può consegnargli Dante Alighieri. La Villa pullula di guardie mutanti, enormi e puzzolenti come troll di caverna, ma io non ho paura. Porto con me l’estintore e un libro capace di spalancare ogni porta. Faccio per avanzare, ma non avanzo. Mi soffermo invece sulla sensazione che il volume cartaceo, stretto tra le mie dita, suscita nelle mie corde più segrete. Torno indietro, mi apparto in un parchetto pieno di tossici e, sotto la luce malsana di un neon radioattivo, apro l’Inferno e comincio a leggere... E piango, commosso, di fronte alla potenza vivida, inimitabile, dei versi danteschi. Con tutto me stesso rimpiango di non poterli più studiare. Me li godo come un condannato si gode l’ultima sigaretta, o un amante l’ultimo amplesso prima del discidium. Mi becco radiazioni per tutta la notte, ma l’impresa le vale tutte. Poi, quando la luce del giorno paleserebbe a tutti il mio tesoro, lo nascondo come Gollum e penso a ciò che succederebbe se Lui lo trovasse. Impreco: non se lo merita, Dante Alighieri, di finire così. Penso alla testa di Benigni, messa sottovetro, che ancora resiste e non parla. Ai miei compari, ovviamente, dirò che alla fine si è arreso, ha cantato. Dirò che l’editore più grosso di tutti ha rifiutato la Divina Commedia, perché il suo testo non gli era più utile. Non potranno dubitare di me, se torno conciato da far schifo, con un inferno di nient tra le mani, e vivo e muoio con loro in maniera miserabile.
Al diavolo i danè!” urlo, sbattendo a terra il volume e imbracciando l’estintore. Un gallo Ogm, in quell’esatto momento, fa chicchirichì da chissà quale orto. I passanti e le guardie mi osservano senza capire. Sono un piromane e faccio fuoco, ma mentre rinnego, per non tradirla, l’ultima copia della Divina Commedia, soffro come non ho mai sofferto prima.
Ultima modifica di battaglia.francesco90 il venerdì 17 maggio 2019, 14:37, modificato 1 volta in totale.



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battaglia.francesco90
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Re: Un inferno di nient

Messaggio#2 » venerdì 17 maggio 2019, 14:17

BONUS: 1) Italia Napalm 2) Dialetto brianzolo

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Eugene Fitzherbert
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Re: Un inferno di nient

Messaggio#3 » giovedì 23 maggio 2019, 9:33

Buongiorno, Prof.!
Mi sento sempre un po' in soggezione quando ho a che fare con gli insegnanti, un po' perché mio padre è un insegnante e un po' perché continuo a ripetermi 'Questo è un insegnante, che cazzo hai da dire a un insegnante, siediti come hai sempre fatto e cerca di imparare, idiota'.
Ecco, con questa premessa, dico subito che il racconto mi è piaciuto, e lo dico subito senza tanti preamboli, così ci portiamo avanti con il lavoro. L'ambientazione post-apocalittica si sente, ma ancor di più si respira aria sovversiva di critica sociale, una critica che affonda le radici nei tragici momenti che la scuola sta vivendo adesso. Perché, e correggimi se sbaglio, ma la vera protagonista è proprio lei: una scuola distrutta e bruciata, che non regala più futuro. Non mi interessa il (bel) riferimento a Fahrenheit 451 di Bradbury con le sue Salamandre, di cui il racconto è praticamente un inno, ma ci vedo più il terribile momento del rogo dei libri di nazista memoria (e se il calendario non mi dice stronzate, dovresti aver scritto questo racconto proprio durante l'anniversario della Notte dei Cristalli). Mi sono piaciuti i personaggi, umani con la psiche mutata, vittime degli eventi e che cercano di fare l'unica cosa che serve davvero: sopravvivere.
Seconda cosa che mi è piaciuta: il connubio tra citazioni pop, o nerd, o come volete chiamarle, con rimandi più aulici (per usare un termine a caso che non mi piace), un perfetto mix di due emisferi culturali sempre divisi e finalmente uniti.

A parte tutte queste belle cose, però , ci sono alcune sbavature che mi hanno un po' fatto storcere il naso. Niente di trascendentale, ma siamo qui, e allora diciamoci tutto. La Nemesi, il Pokémon mutagenoso (geniale, per altro), non ha anima. Mi spiego meglio. Non sarebbe stato meglio se il mostro finale della quest del nostro eroe non fosse stato l'ultimo appiglio al suo passato di insegnante, per esempio una bibliotecaria con cui aveva una tresca, l'insegnante in maternità che lui sostituiva a scuola, una delle sue studentesse che era tanto promettente quanto stronza? Insomma, creare un legame forte con la figura del Pokémon avrebbe aiutato a capire perché lo aveva lasciato in vita la prima volta che stava scappando durante il Crollo e avrebbe dato una motivazione imprescindibile alla sua volontà di farla fuori. Non trovi?
Stilisticamente è un concentrato di Ignoranza Eroica, ovviamente, ma da quanto ho capito tu bazzichi quei lidi da un po' di tempo, quindi non c'era da aspettarsi niente di diverso.

Il tema è centrato, anche se non si vede tanto l'estate di sei mesi, ma d'altronde, se la scuola è chiusa, si può dire che è estate, no?

Ti rinnovo i complimenti, e spero di leggere altro di tuo ASAP!

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maurizio.ferrero
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Re: Un inferno di nient

Messaggio#4 » giovedì 23 maggio 2019, 10:34

Buongiorno Francesco,

L'ambientazione scolastica che occupa la maggior parte del racconto diventa un vero e proprio dungeon di di Gygaxiana memoria, con tanto di avventurieri alla ricerca di un tesoro protetto da un drago. Gli avventurieri sono sporchi e mutati, il drago sarebbe la gioia di qualsiasi allenatore professionista di Pokémon. Il supplente, ben definito nella sua malinconia a tratti quasi rabbiosa, ci porta a esplorare i confini dell'antica letteratura, alla ricerca di qualcosa che nel mondo post-crollo può ancora avere un valore. Un vero e proprio Codice Genesi rivisto in salsa Napalm.
Che dire? Mi è piaciuto molto. L'unico difetto che sento di imputargli è un incipit eccessivamente pesante, una leggera lentezza narrativa prima che si passi all'azione, necessaria però a definire il contesto.
Finale da bomba. Anche se, con i tempi che corrono, non so se Benigni li avrebbe rifiutati davvero quei cinquanta miliardi.

Bonus: entrambi presenti.

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battaglia.francesco90
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Re: Un inferno di nient

Messaggio#5 » giovedì 23 maggio 2019, 15:45

Buongiorno a entrambi, Eugene e Maurizio!

Vi ringrazio per gli apprezzamenti e tutti i riferimenti che avete scovato. Sapere che il racconto vi ha lasciato un segno, un pensiero, un'eco tra macerie e carcasse mi dà conferma che la narrazione gira.

Per Maurizio: l'incipit, più che lento, è proprio un fermo immagine. L'avevo pensato così perché volevo che si aprissero squarci simultanei, capaci di tratteggiare non solo il contesto, ma anche l'interiorità del personaggio/voce narrante, con tutte le sue contraddizioni e citazioni interne. Mi rendo conto che possa essere un po' ostico, ma non me ne pento! D'altra parte, per poter esplodere al massimo nel finale, bisognerà pur concedere qualcosa altrove...

Per Eugene: Charizard è il mostro da uccidere, senza troppi fronzoli. Mi ha ammazzato gli studenti e custodisce il libro proibito. Se avesse anche un'anima, il Supplente si ammazzerebbe. Avevo considerato anche altre opzioni, comunque, ma le ho scartate tutte. Si tratta di un drago che, per merito o colpa del mutagene, è già fin troppe cose: psicanalitico, tolkieniano, boss di un gdr (Maurizio dice benissimo) e Pokémon. E poi ho sempre scelto Bulbasaur (:

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Pretorian
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Re: Un inferno di nient

Messaggio#6 » mercoledì 29 maggio 2019, 20:11

Piacere di leggerti, Francesco.

Dunque... questo racconto è davvero problematico da valutare. Da un lato, è interessantissimo: protagonisti ben delineati, storia semplice ma efficace, citazioni validissime e momenti anche molto ben descritti (la parte in cui i tre cacciatori si confrontano, prima di affrontare la bestia, era quasi toccante) Dall'altro, non è privo di difetti, in particolar modo nello stile, che prosegue con una sorta di continuo flusso di coscienza fato periodi molto lunghi, con coordinate colelgate da virgole e congiunzioni. Non è un problema in sé, ma se i periodi sono troppo lunghi, la lettura diviene più pesante, soprattutto se profondi (come hai fatto) con molti incisi che servono solo a dar pathos al tutto. Inoltre, la scelta di inserire il background nel protagonista nel bel mezzo dello scontro dei mutanti rende l'intera scena molto confusa, al punto che avevo problemi a capire se stessi descrivendo il background o la battaglia effettiva.
Nel complesso, i difetti non oscurano il valore del tuo lavoro, però sono sicuro che avresti potuto fare di meglio.

Alla prossima!

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