Semifinale Angelo Berti

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo marzo sveleremo il tema deciso da Luca Mazza e Jack Sensolini. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) I BOSS assegneranno la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Angelo Berti

Messaggio#1 » giovedì 30 maggio 2019, 22:18

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Riviera Napalm.
Accedono in semifinale: Helga e Un inferno di nient
In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti del girone Angelo Berti hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi Luca Nelser e Francesco Battaglia possono sfruttare i giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: domenica 2 giugno alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 2 giugno. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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Luca Nesler
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Re: Semifinale Angelo Berti

Messaggio#2 » venerdì 31 maggio 2019, 16:16

HELGA

Eravamo alti, ormai. Duemila metri, forse più. Appena lasciato il paese in fondo alla valle aveva cominciato a nevicare e, più si saliva, più il vento sembrava cattivo. Era già da un pezzo che camminavamo sul sentiero immersi nella tempesta. Era uno di quei momenti in cui rimpiangevo i tempi in cui si poteva viaggiare in auto, senza mutanti e predoni per le strade. Mi sentivo così stanca che ad ogni passo pensavo che avrei potuto morire lì, in quella neve di merda. Almeno mi sarei riposata. Il vento mi buttava i capelli davanti agli occhi e sibilava tanto forte che mi accorsi della voce di Manuel solo quando gli fui praticamente addosso.
«C'è una casa qua davanti. E del fumo» mi gridò tenendosi il berretto. «So che sei una ragazza sveglia e che non serve dirtelo, ma se non mi reggi il gioco ce li avrai tutti sulla coscienza».
Figlio di puttana. Annuii e riprendemmo a camminare per raggiungere l'edificio. Era uno di quegli chalet alpini che avevo visto ogni tanto nei presepi. Una bella casa di legno scuro piantata in una vasta radura. Appena fummo abbastanza vicini, Manuel sollevò le mani e si mise a gridare un paio di volte il solito “Homo sapiens”.
La porta si aprì e uscì un uomo spaurito con un dito sulla bocca ad intimare il silenzio e un fucile nell'altra mano. Si avvicinò e, in un italiano da parodia nazista, disse: «Sst! Non fare casino. Non è sicuro stare fuori. Venite dentro».
Era insolito che qualcuno ci portasse in casa così, senza domande, ma non tentennammo nemmeno per un secondo. Entrammo in un atrio caldo, profumato di legna bruciata. Una donna ci puntava un fucile, mentre l'uomo richiudeva la porta d'ingresso.
«Homo sapiens?» chiese portandosi davanti a Manuel e squadrandoci da capo a piedi.
«Sì, te lo giuro»
«Di dove venite?»
«Da sud.»
«Na, du Stoanesel! Questo lo so!»
«Dal Lazio. Dobbiamo raggiungere la Svizzera.»
«Perché?»
«Mia moglie sta là. Lei è Ester» disse indicandomi, «mia figlia. Abbiamo cibo, ci serve solo un riparo finché smette di nevicare».
L'uomo ci guardò ancora, indugiando su di me, poi annuì. Disse qualcosa in uno strano tedesco alla donna che posò il fucile, apparentemente sollevata, e ci fece segno di proseguire. Attraversammo uno stretto corridoio con inquietanti animaletti impagliati alle pareti. Una donnola e un fagiano o qualcosa del genere.
«Che schifo» mi uscì.
«Stai tranquilla, non ti mordono» mi disse il crucco ridendo.
Lo imitai per fare la simpatica ed entrai in una sala molto grande con un caminetto acceso. Fu come una visione! Mi ci buttai davanti e sentii la morte allontanarsi dai miei pensieri. Anche Manuel si tolse il berretto e spostò una sedia per mettersi vicino al fuoco. C'erano due grandi tavoli, una panca che correva lungo i muri e un'altra porta da cui due bambine identiche ci guardavano.
«Ciao» dissi, e le bimbe corsero via.
Il tedesco che ci aveva fatto entrare si avvicinò: «Mia moglie vi prepara un tè, così vi scaldate un pochettino.»
«Che gentile» disse Manuel.
«È tanto che siete in giro, eh?»
«Un paio di mesi» rispose.
«Due mesi, una settimana e tre giorni» lo corressi, poi sorrisi. «Adoro le gite di famiglia».
Manuel mi squadrò molto male, ma sapevo che non mi avrebbe fatto niente davanti a quelle persone.
«Voi, invece?» chiese poi, sviando l'attenzione dal mio sarcasmo. «Che ci fate qui in mezzo al niente?»
«Questo era il ristorante dei miei genitori. Stiamo bene qui: cacciamo, abbiamo un bel magazzino... Solo quando che c'è la neve diventa un po' una merda, gel?»
«E mutanti? Ce ne sono?»
Il tedesco sollevò le spalle «Solo uno».
«Pericoloso?»
Il crucco annuì «Quando che nevica è meglio non stare fuori, woasch? Perché lei è tutta bianca e non si vede».
«È una donna?» chiesi.
Quello fece di sì con la testa. La tedesca entrò con due tazze, ci porse il tè sorridendo e si sedette a sua volta.
«Comunque io mi chiamo Paul. Lei è la Elisabeth, è mia moglie. C'è anche il mio fratello Dieter che è a spaccare un po' di legna giù di sotto e le mie figlie da qualche parte.»
«Io sono Manuel e questa è mia figlia Ester.»
Sentire ancora “figlia” mi fece ridere. Paul mi guardò incuriosito, ma Manuel fu pronto: «Non la chiamo mai per nome e questo la fa sempre ridere. Vero, tesoro?»
«Come no.»
«Grazie per l'ospitalità, a proposito» disse poi verso la donna.
Elisabeth sorrise. Doveva essere sulla trentina e notai che Manuel la guardava col suo occhio allenato da pappone di merda. Paul disse qualcosa nella sua lingua, poi si rivolse a noi: «Lei non parla italiano».
«Non siamo più in Italia?» chiesi.
«Sì, ma è anche Südtirol. Solo nelle città si parlava italiano. Bozen, Meran... Gli altri nessuno lo parlava, woasch?»
«Solo tedesco?»
Paul annuì e inarcò le sopracciglia «Dialekt».
«Beh, rimarremo solo finché non smette» disse Manuel alzandosi. «Dimmi di più su questo mutante» aggiunse sfilandosi i guanti.
«La Helga. Era la donna di quello che aveva la pista da sci.»
«Che le è successo?» chiesi levandomi il maglione, cosa che attirò lo sguardo di Paul sul mio petto.
«Era vicino a Wien quando c'è stata una di quelle bombe. Con le radiazioni e tutto, quando che è tornata a casa era già un poco mostro. E si è mangiata il suo marito. Ha perso il colore e è diventata bianca come il latte, woasch? Quando che nevica viene qui vicina e si vede solo quando che è troppo tardi» poi abbassò la voce. «Ha ammazzato la Sonia, la moglie di mio fratello e poi, un mese e mezzo fa, abbiamo trovato anche la mia nipote. Quattro anni. L'ha fatta a pezzi e lasciata nella neve» poi scosse la testa e si profuse in un profondo sospiro.
Strizzò gli occhi e accennò a Manuel: «Sei un cacciatore di mutanti tu?»
«Io? No. Cosa te lo fa pensare?»
«Fai viaggi, hai due pistole... Non so.»
«Le ho prese da una centrale di polizia abbandonata». Manuel prese un ciocco di legno dal lato del caminetto e lo buttò nel fuoco, poi allungò le mani per scaldarle alla fiamma e aggiunse: «No, io sono un tipo tranquillo».
Quella stronzata m'infastidì, così sorrisi a Paul che continuava a sbirciarmi le tette e dissi: «Non cacciamo i mutanti, perché anch'io sono un mutante.»
Lui impallidì provocandomi un'ilarità che trattenni a stento. Manuel si voltò a guardarmi:
«Cazzate. Ti sta prendendo in giro. Lo fa sempre: è una scema.»
«No, è vero.»
Il tedesco ridacchiò nervoso: «A me non sembri una mutante. Dov'è che sei mutante, oschpele?» disse facendo cadere ancora lo sguardo sul mio petto.
«Non tutte le mutazioni sono visibili» dissi con tono malizioso.
Manuel s'indispettì: aveva capito il mio gioco. Attiravo troppe attenzioni su di me. Era chiaro ad entrambi che, se avessi voluto sfuggirgli, avrei dovuto per forza ricevere l'aiuto di qualcuno. Ero solo una ragazzina e lui un bruto del cazzo. In più, da sola, non sarei sopravvissuta una settimana in quella landa selvaggia che era diventata l'Europa. Non avevo il fisico per combattere o restare a lungo senza viveri.
Si schiarì la voce e disse perentorio: «Ester! Finiscila di prendere tutti per il culo e copriti!»
Mi rimisi il maglione sorridendo soddisfatta: amavo stuzzicare quel figlio di puttana di Manuel, e lui sapeva che ero capace di sedurre Paul. I maschi sono così schiavi del loro istinto sessuale che ho spesso pensato che abbiano un vero handicap nei rapporti sociali. Comunque dovevo ringraziare il mio aspetto: ero ben consapevole che, se fossi stata un cesso, non sarei sopravvissuta tanto.

La neve continuava a cadere ipnotica fuori dalle finestre appannate. Io ero esausta, così mi sdraiai su una panca e mi addormentai. Mi svegliò un urlo feroce fuori dalla casa. Sembravano parole, ma qualcosa che non riuscivo a capire. Mi sollevai e trovai tutti radunati nello stanzone. Paul, Manuel e un altro uomo che immaginai essere Dieter, erano affacciati alle finestre, mentre Elisabeth stringeva le due gemelline di sei o sette anni. Le bambine tremavano.
«Che succede?» chiesi.
«È la Helga» disse Paul in un sussurro.
Di nuovo quell'urlo. Guardai fuori: pochi alberi carichi di neve, il terreno bianco e il cielo dello stesso colore. Tra tutto quel candore, non si distingueva quasi nulla oltre al lento piovere dei fiocchi ghiacciati.
«Che cosa dice?» chiese Manuel.
«Sembra Kems auser Walsche.»
«E nella mia lingua?»
«Italiani venite fuori. Non sa parlare bene. Io credo che vi ha visti entrare.»
Elisabeth disse qualcosa al marito che le rispose in quel tedesco deforme. Non capivo una parola, ma era chiaro che la donna fosse spaventata e Paul irritato. Dieter fissava la finestra, ma non mi era chiaro se stesse guardando fuori o se fissasse il vetro, assorto in chissà cosa.
Per fortuna Helga non si fece più sentire e arrivò la sera. Manuel offrì per cena un coniglio a cui aveva sparato due giorni prima. Elisabeth cucinò per tutti, mentre i due tedeschi portavano su un po' di legna per caminetto e stufa. Dieter era più giovane del fratello. Aveva la pelle rossastra e butterata, e una ispida barba bionda. Avevo notato che, quando pensava di non essere visto, si fissava le mani bisbigliando. Lo trovavo inquietante, ma considerai che aveva perso moglie e figlia da poco e che avesse tutto il diritto di sembrare un po' fuori di testa.
Le gemelle erano incuriosite da me. Mi fecero vedere dei libri e giocammo un po' con le bambole. Erano carine Alma e Greta. I loro sorrisi erano quelli di chi ignorava come le cose fossero precipitate dopo la guerra. Non avevano mai visto un mondo intatto e non potevano fare confronti.
Prima di mangiare andai in bagno. Me la presi comoda: era una vita che non sedevo su un water pulito. Appena uscii Manuel mi si parò di fronte e sussurrò: «Sii gentile con 'sti poveretti: lasciali in pace. Non costringermi a farli fuori, ok?»
«Sta' buono, Manuel. Non ho detto niente.»
«Questa cazzata della mutante mi ha rotto i coglioni.»
«Ma...»
«Ma un cazzo. Piantala o prima li ammazzo, e poi ti riempio di botte.»
Dio, quanto l'odiavo! Sospirai. «Agli ordini».
Durante la cena rimasi per lo più in silenzio. Elisabeth provò a dire qualche parola in italiano, ma rinunciò presto. Forse l'aveva imparato a scuola, ma era passato troppo tempo. Paul parlò un po' con Manuel, mentre Dieter ascoltava le bambine con un sorriso stampato. Non mi pareva che seguisse davvero i loro discorsi.
Manuel si assicurò che dormissimo vicini nella sala del caminetto. La cosa non mi dispiacque, perché lì era bello caldo, solo che non avevo molto tempo e dovevo fare la mia mossa prima di mettermi a dormire. Così finsi di andare in bagno e feci segno a Paul di avvicinarsi. Sembrò sorpreso, ma controllò che la moglie non ci vedesse e mi venne incontro con sospetta solerzia. Lo tirai in bagno e chiusi la porta.
«Paul, devi aiutarmi. Manuel vi ha mentito: non è mio padre, è un predone. Mi ha rapita dopo aver ammazzato gli amici con cui ero nascosta. Mi vuole portare in Svizzera per vendermi come schiava sessuale in uno di quei grossi rifugi dove ti prendono solo se porti belle donne.»
«Schiava?» disse il tedesco corrugando la fronte.
«Sessuale, sì. Mi puoi aiutare?»
«E come?»
«Devi ammazzarlo mentre dormiamo.»
Paul scosse la testa come se la mia idea fosse improponibile.
«Oh, ti prego!» insistetti. «Lo chiederei a Elisabeth, se mi capisse! Lei lo farebbe!»
«Non ammazzo uno che dorme.»
«Ti scopo! Giuro che se mi aiuti io ti scopo.»
Questa volta il suo sguardo tradiva un tentennamento. Attesi qualche istante, poi udimmo la voce di Elisabeth chiamarlo. Lui mi prese per le spalle e mi fissò. «Na guat, Ester, ti aiuto. Ma facciamo in qualche altra maniera. Ora fammi andare, gel?» e uscì dal bagno.
Sospirai e tornai al mio posto cercando di scacciare i brutti pensieri: le cose non stavano andando come speravo. Quando fummo soli, Manuel mi assicurò ad un termosifone con la solita catena e si spostò lontano. Io sperai per diverso tempo di vedere Paul muoversi nel buio, finché mi addormentai.

Al mattino nevicava ancora. Marito e moglie erano in cucina e le bambine apparecchiavano la tavola per la colazione. Manuel riordinava le sue cose. Io mi ero sistemata appena libera dalla catena: non volevo farmi trovare impreparata. Fingendo di voler aiutare, mi avvicinai a Paul.
«Allora? Hai pensato?» bisbigliai mentre Elisabeth era distratta.
Lui fece una smorfia. Gli strizzai le tette contro un braccio. «Ho bisogno di te!» gli sussurrai all'orecchio.
«Jo, woas i schun, ma non così. Gli parlo, gel? Dopo gli dico che lui va e ti lascia qui.»
«No, no, Paul...» cominciai, ma Manuel entrò in cucina, allora mi misi a tavola come se niente fosse.
Ogni volta che cercavo lo sguardo del tedesco lui, intimorito, schivava il mio. Ero così frustrata dal comportamento di quell'idiota! Cercavo di salvarlo e lui m'ignorava.
Le bambine se ne andarono a giocare, mentre Elisabeth si raccomandava nella sua lingua, o almeno quello era il tono. Dieter se ne stava con lo sguardo perso verso il soffitto. Dopo un po' disse qualcosa e si allontanò da tavola. Io ed Elisabeth sparecchiammo e Manuel si avvicinò alla finestra lasciando Paul al tavolo.
«Si sta aprendo» disse. «Penso che in mattinata potremo levare il disturbo».
Guardai Paul con apprensione. Lui incrociò il mio sguardo per un istante, ma non sembrò badarvi.
«Devo dire una cosa, però» cominciò.
Io mi appoggiai al lavandino e buttai lo sguardo fuori dalla finestra per non mostrare il panico che mi accorciava il respiro: Paul stava per farsi ammazzare.
Improvvisamente notai un movimento fugace fuori, tra gli alberi carichi di neve. Helga.
«Io vorrei tenere qui lei» disse quel crucco coglione.
«Cosa?» chiese Manuel nervoso mentre la donna vicino a me continuava a infilare i piatti sotto l'acqua senza capire una parola. «Vuoi tenerti Ester? Mia figlia?»
Una delle bambine corse di sopra, ma non vi badammo.
«Cos'è 'sta stronzata? Vuoi farmi incazzare?» chiese Manuel cominciando ad avvicinarsi minaccioso.
«No, però non credo che lei è davvero tua figlia. Non sono un stupido.»
«No, sei proprio un idiota!» pensai.
In quell'istante l'urlo di Helga “venite fuori italiani” risuonò rauco e innaturale, ma subito un grido diverso lo coprì: era Elisabeth. Mi voltai verso le scale per capire cosa l'avesse sconvolta e vidi Dieter salire dal piano di sotto. Era coperto di sangue, gli occhi sbarrati e la fronte sudata. Sembrava sotto shock.
Paul si avvicinò e si scambiarono qualche frase in tedesco. Non capivo nulla, ma sembravano tutti atterriti.
«Cosa succede?» chiesi afferrando Paul per un braccio.
«La Helga!»
«Cosa?» insistetti.
Paul cominciò a piangere senza freno «Ha trovato Greta nella legnaia!»
Corse via seguito da Elisabeth, mentre Dieter si lasciava cadere a terra sconvolto. Aveva sangue sulle mani e sui vestiti, fin sulla barba. Manuel mi si avvicinò.
«Che cazzo gli hai detto?»
«Non fare lo stupido!» dissi «C'è il mutante: diamo una mano!»
Avevo individuato la mia unica occasione. Paul aveva parlato troppo e presto Manuel li avrebbe ammazzati tutti per portarmi via. Roba già vista. Se volevo andarmene dovevo farlo subito e correre il rischio da sola.
La voce inumana di Helga riempì il silenzio e vidi Manuel sgranare gli occhi. Aveva paura.
Presi a correre dietro al tedesco approfittando di quell'attimo di smarrimento e, senza pensare, infilai la porta. Un vento gelido e micidiale mi colpì in pieno facendomi sentire una stupida: ero uscita solo col maglione. Vidi Paul correre avanti gridando come un pazzo. La neve fuori dalla legnaia era tinta di rosso. Mi avvicinai e vidi Elisabeth piangere sul corpicino sfigurato e mutilato della piccola Greta, steso sui ciocchi di legno impilati. La testolina era aperta da un taglio verticale e gli occhi fissavano il vuoto.
Quella vista mi strinse il cuore e lo stomaco, ma cercai di riprendermi: dovevo scappare.
Cominciai ad allontanarmi dalla casa scuotendo la testa. Non solo ero uscita senza il giaccone e senza lo zaino col sacco a pelo e le provviste, ma le mie impronte avrebbero portato Manuel ovunque mi fossi diretta.
«Che stupida!» gridai contro le folate di neve che m'investivano.
«Dumm's Madl!»
La voce era quella gorgogliante del mutante. Non aveva gridato, ma l'avevo sentita benissimo. Era vicina, ma non la vedevo. Mi voltai cercando dappertutto. Sentivo il suono del suo fiato, ma non volevo allungare le mani temendo che me le staccasse.
Qualche parola ancora e delle dita gelide mi presero il viso. Il fiato mi si fermò in gola e i miei occhi trovarono due orbite bianche spalancate di fronte a me. Ora la vedevo: Helga. Ormai non era che il ricordo di una donna grinzosa. Aveva la pelle glabra, liscia e cadente, candida come le candele nelle chiese. Mi teneva il capo dolcemente e notai una ruga più profonda a disegnare un sorriso. Mi disse qualcosa sussurrando e vidi una dolce malinconia in fondo ai suoi occhi. Dietro quell'abominevole deformità c'era una nonna triste.
Una nuova voce mi fece voltare: Dieter. Era uscito con un'ascia in mano e gridava cose che non capivo. Helga mi lasciò il viso scomparendo di nuovo. Il tedesco si avvicinava. Non si era ripulito dal sangue della nipotina e pareva una furia.
Pensai volesse vendicare la nipote, ma fu in quel momento che realizzai qualcosa di terribile e disgustoso: Helga era bianca, ma non aveva nemmeno una goccia di sangue addosso, mentre l'ascia che Dieter teneva in mano gocciolava sulla neve.
«Sei stato tu, bastardo!» gli gridai.
Prese a correre verso di me, ma all'improvviso una mano bianca gli afferrò il mento e lo strattonò indietro. L'uomo finì disteso nella neve e Helga gli fu sopra come un animale selvaggio. La sua bocca si allargò a dismisura mentre il resto del corpo teneva a terra la preda terrorizzata. Avvolse il tedesco con un suono sbavato che mi fece inorridire. Le grida terrorizzate di Dieter furono ingoiate nello stomaco del mutante che, lentamente, faceva scivolare l'homo sapiens dentro il suo corpo candido. Di fronte a quello spettacolo avvertii improvvisamente tutto il freddo di quel maledetto inverno. Non potevo farcela. «Fanculo Manuel.»
Rientrai in casa e mi buttai in un angolo tirandomi addosso il giaccone. Tremavo e non solo per il freddo. Manuel aveva acceso il fuoco e se ne stava seduto, masticando una delle sue gomme con una Beretta in mano. «Sei proprio stronza.»
«Non è stata Helga a uccidere le bambine» gli dissi.
«Chissenefrega. Tra poco qui saranno tutti morti.»
«Perché?»
«Ti ho vista dalla finestra. Volevi andartene, eh? E, non raccontarmi cazzate: hai parlato col crucco, solo che sei un'idiota e hai fatto tutto per niente.»
«Tanto ormai... Morire di freddo o per una pallottola è uguale.»
«E allora perché sei tornata?»
Alzai le spalle sentendo le lacrime affiorare. In quel momento pensavo alla piccola. Ero sicura che Helga sapesse di Dieter e volesse metterci in guardia, ma non l'avevamo ascoltata.
«Te lo dico io: perché sai che non ti ucciderò. Sparerò a tutti, anche alla bambina, ma non a te. A te ti porto in Svizzera a farti scopare come una cagna per il resto della tua vita di merda, mentre io avrò una casa mia e tutto quello che voglio.»
Lo guardai. Quanto l'odiavo. Era ora di finirla.
Senza dire nulla mi alzai e raggiunsi la cucina. Manuel mi seguì. «Che fai?»
Raccolsi un coltello da un cassetto.
«Guarda che posso venderti bene anche con qualche buco in più. Non ti azzardare a fare un cazzo con quello.»
Posai la lama contro la gola e dissi: «Tu non mi venderai a nessuno, brutto maiale!»
«Non fare cazzate, Ester.»
«Io mi ammazzo!»
«Smettila!»
«Mi ammazzo, giuro!» gridai immaginando la sua reazione.
Manuel ringhiò, calciò una sedia contro il muro e alzò la pistola. «Io ti ho protetta fino ad ora! Cazzo, non ti rendi conto che è solo grazie a me se sei ancora viva, brutta stronza? Mi hai proprio rotto i coglioni! Vuoi morire? Vuoi morire davvero? Bene, ti accontento!»
Lo sparo risuonò come un tuono. Sentii una fitta alla pancia, un bruciore lancinante mi sconvolse e caddi in ginocchio. Lasciai il coltello e mi sdraiai. Il sangue bagnava il pavimento mentre Manuel si chinava su di me con espressione delusa, scuotendo il capo mentre la vita mi abbandonava. La vista cominciò appena ad appannarsi, poi successe.
Dal buco nel ventre cominciò ad uscire lo sciame di vermi. E fu come la prima volta, come avevo immaginato spesso sperando che non succedesse. Sentii Manuel urlare mentre i lunghi lombrichi sanguinolenti gli scorrevano su per le gambe a cercare bocca e narici.
Sentii la stessa confusione della prima volta, ma stavolta non mi sentivo in colpa. Aprii gli occhi nuovamente lucidi. Tutto il dolore era scomparso e mi sentivo forte e carica di adrenalina rabbiosa mentre la paura si allontanava. La mia mano stringeva una Beretta fumante, mentre nella bocca si mescolava il sapore di mentolo e sangue. Guardai avanti e vidi il mio vecchio corpo: una bella ragazza sui sedici anni, morta con un buco in pancia.
«Hai visto che sono un mutante, testa di cazzo?»
Manuel c'era anche la prima volta. Anche allora era stato lui a spararmi, ma era troppo impegnato a far fuori gli altri per notare lo scambio. Ester era la mia ragazza. Morendo, senza volere, mi ero preso il suo corpo. Avevo scoperto così la mia mutazione. I vermi non chiedevano, quindi non si poteva dire che fosse stata colpa mia, ma il dolore e il senso di colpa erano ancora così amari. Quel corpo era l'ultimo ricordo della mia Ester. Avevo deciso che avrebbe continuato a vivere grazie a me, e invece...
Inoltre, preferivo la figa.
Sospirai e raccolsi la mia roba deciso a levarmi di torno prima che Paul ed Elisabeth rientrassero. Anche per loro quella era stata una giornata di merda e non avevo voglia di affrontarli. Almeno ora avrei potuto cavarmela anche da solo.
Fuori incrociai Helga che, gonfia come un'immensa pannocchia, digeriva Dieter.
Sorrisi. «Grazie, nonnina. Viva i mutanti del cazzo» dissi con malinconia.
Mi osservò. Chissà, forse mi aveva riconosciuto. Le feci un ultimo cenno e me ne andai.
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battaglia.francesco90
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Re: Semifinale Angelo Berti

Messaggio#3 » venerdì 31 maggio 2019, 19:36

Piutost che nient, l’è mei piutost, solevano dire i vecchi a Cascina del Bruno. Ma poi l’intero quartiere esplose sotto una pioggia di napalm, e non restò nient nemmeno del piutost. Di quella deflagrazione ricordo ancora il calore, il boato, la puzza del mutagene che prendeva fuoco. C’è chi in quell’apocalisse si ritrovò arso vivo o morto mutilato. Scintille incandescenti, schegge di ricordi, luccicano ancora nei miei occhi: tolgo la sicura dall’estintore e faccio fuoco, fuoco a volontà. Peggio delle fiamme della Geenna. Peggio di Montag nell’inferno di Bradbury. Brucio tutto, me la godo, sono un piromane. Gioisco mentre la lingua arroventata avvolge la cattedra, la bacia con trasporto e la disintegra. Ci ho tenuto un sacco di lezioni, là sopra, ma chi se ne frega. Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce. Da qualche parte, oltre le lunghe-mura che ci separano dal resto del mondo – neanche fossimo l’Atene di Pericle, appestata e in fiamme –, raccontano di una Riviera dove è sempre estate, di un cinno e un gasato che pareggiano sempre i conti, ma qui in Brianza è diverso... il nichilismo è un bauscia perbene, si sistema gli occhiali e fotte sempre tutti. Me li sistemo anch’io, tra una vampata e l’altra: montatura Vespa, enorme, combo sole e miopia. Troppo tamarri per l’accademia, troppo spessi per la barbarie. Faccio fuoco lo stesso, brucio i banchi e intanto ripasso, nella mia mente, il ventiseiesimo dell’Inferno dantesco: Ulisse sapeva, ha scelto il fuoco al mutagene. Come biasimarlo.
T-te finì, Supplènt?” mi urla Caposquadra, il decespugliatore che ronza e il braccio bionico che risplende: l’incendio lo crivella di riflessi, lo fa brillare. Impaziente, tira un calcio alla porta dell’aula e la butta giù con tutti i cardini. Ma non serve a niente, era già aperta... Anche lui se la sta godendo.
“Ancora un attimo” gli rispondo, osservando commosso le fiamme che divorano il mio regno.
“Dobbiamo s-salire. C’è su il Vampiro c-coi mutànt.”
Un po’ balbetta, Caposquadra, ma quando mena col braccio bionico, e falcia col decespugliatore, è uno spettacolo da poema epico. Ricordo quando vidi bruciare coi miei occhi la Biblioteca Sormani e l’Università degli Studi di Milano. Le ultime stampe dell’Iliade, e non solo quelle, erano lì dentro, e gli accademici se le tenevano strette. Sapevo anche di alcuni copisti, forse ciellini, forse assistenti raccomandati degli ordinari di facoltà, che avevano dato il culo per poterle ricopiare a mano. Fui io stesso ad appiccare il rogo. Bruciare sempre, bruciare tutto. Al diavolo il medioevo e la lobby. Nelle loro mani, o natiche, l’Iliade sarebbe morta peggio che in quelle dei mutanti. Il fuoco splende e il fuoco pulisce. Naturalmente, com’è facile immaginare, piansi tutto il tempo, e anche dopo. Ci sono notti in cui ancora sento, vedo il crepitare dei volumi in fiamme.
Mi giro e guardo Caposquadra, la zazzera bionda, gli occhi come il ghiaccio e il braccio meccanico: di greco, non ha un bel nient; di norreno o hardmony, piutost. Me lo godo mentre si scatena con furia degna di Achille. Urla, riesumando per me i versi più violenti, si avventa sui banchi arroventati e li scaglia di peso, uno dopo l’altro, fuori dalle finestre. Nel farlo fracassa tutti i vetri.
Nem. Non c’è più niente da v-vedere.”
Rivedo Achille che fa a pugni con lo Scamandro. Conan che affronta il serpente. Sorrido: finché sarò al fianco di questo barbaro, l’Iliade non morirà in eterno.
Usciamo dall’aula, imbocchiamo un corridoio che puzza di morte e cominciamo a correre. La scala, sporca e diroccata, si staglia in lontananza sotto la luce verdastra e intermittente di un neon. Tra noi e lei, l’orda dei mutanti. Da quanto tempo hanno invaso la scuola? Non lo so più. Altro che guerre persiane e conflitti mondiali: è il Crollo l’unica vera cesura storica. Guardo Caposquadra, annuisce, è carico, si vede. A lui l’adrenalina, il decespugliatore Stihl che trancia teste e tentacoli; a me la dialettica, l’estintore, il ghiaccio che vomita fuoco. Assaltiamo i mostri insieme: acciaio e fiamme per domarli tutti. Non era facile arrivare alla scala, ma ce la facciamo. Come ai tempi del Crollo, quando il mutagene era appena colato sulla Brianza e il liceo in cui insegnavo fu preso d’assalto all’improvviso. Da fuori, da dentro, dappertutto. Ho visto cose che voi umani, disse la macchina più umana di loro, incredula ma credente. Docenti spietati, dalle fauci zannute, fare a brandelli i loro stessi studenti; il dirigente scolastico e i suoi sgherri, fusi in unico corpo dai mille e più occhi, ghermire e stritolare i colleghi più deboli tra infinite urla e spire tentacolari; i bidelli riprodursi per scissione in entità sempre più piccole, numerose e fameliche, e travolgere i corridoi come una marea di nani selvaggi. E i ragazzi, invece di essere protetti, salvati da tutto quello schifo, ne furono travolti: non so dire se furono di più quelli che crollarono, o quelli che mutarono a loro volta. Fu allora che imbracciai l’estintore. Decreto antimutagene Di Maio-Salvini 12-2018, pre-Crollo: “Ogni esercizio o attività commerciale è tenuta per comma a dotarsi di un dispositivo lanciafiamme da impiegare in caso di manifesta contaminazione”. Tolgo la sicura, mi incazzo e faccio fuoco: i mutanti davanti a me, i miei ragazzi dietro. Un misero supplente, letterato e precario, che improvvisa la peggior prova di evacuazione di sempre, in cui l’incendio è il nostro unico alleato. Corriamo per il corridoio, ma non possiamo fuggire: fuori c’è l’inferno, dentro l’apocalisse. Decido che dobbiamo salire, anche se so che equivale a chiuderci in trappola.
Supplènt!” tuona Caposquadra, scuotendomi con la mano bionica. Il metallo stringe sulla pelle e mi lascia un livido violaceo sul braccio esile, scarnificato. Non me ne stupisco: fisicamente sono sempre stato una pippa.
“Eccomi” rispondo al barbaro, ringraziandolo in segreto per avermi riportato al presente. La mia voce sicura saetta l’aria con indifferenza: anche col cuore trafitto, un buon oratore sa simulare il controllo.
I mutanti del piano di sotto, tranciati e bruciati dalla nostra furia, emanano un fetore di plastica bruciata che svolazza su per la scala e ci riempie le narici. Schiarisco la gola e scaracchio, alla loro salute e alla mia, sempre più malandata.
“Troviamo il Vampiro e andiamocene” tossisco, pavido. “Abbiamo preso il peggior bidone di sempre.”
Da lontano, dopo un atrio e molti corridoi, un altro atrio e molte altre aule, tutte sperdute, in fondo a un cazzo di reticolato dedaleo, gestaltico, sentiamo esplodere il grido del nostro uomo. O mostro, o amico. Per noi è uguale.
“A giudicare dall’eco inestinguibile delle bestemmie” faccio notare a Caposquadra, “o è nei guai fino al collo, o se la sta godendo di brutto.”
Ma Caposquadra è già partito di corsa, il braccio teso e lo Stihl che ronza implacabile. Gli vado dietro, grato, e penso che da qualche parte, oltre le lunghe-mura, qualcuno gli offrirebbe una cedrata. Ci facciamo strada lungo i corridoi, massacrando tutto e tutti: il barbaro falcia e io brucio, senza guardare né descrivere, perché so che tutti quegli orrori, un tempo, avevano un nome, una faccia e una storia. Troviamo il Vampiro circondato da corpi sventrati, arti ed escrescenze inenarrabili strappate a morsi. Un sangue marcio, più fetente del Lambro, allaga i pavimenti. Il Vampiro scivola, anzi vola, muovendosi come un’idrometra su quel pantano di morte. Tra una bestemmia e l’altra volteggia, azzanna giugulari – non mi si chieda come, in tutti quegli ammassi di membra deformi, riesca ogni volta a trovarle – fuma drum e, contemporaneamente, taglia e affetta con la sua katana leggendaria. Una lama miracolosa, degna del profeta Chef Tony, il più grande ciarlatano e schermidore del marketing pre-Crollo. Trofeo di guerra all’escape room di Cartoomics, città di Milano, conquistata in una giostra sanguinaria contro un’orda di nerd contaminati. Fu allora che per noi, per tutti, divenne il Vampiro: settantadue ore di massacro ininterrotto, royal rumble misto gabbia. Ne uscì da solo, i canini che grondavano nero, pieno come un barile. Mentre il resto della Brianza, me compreso, faceva la fame, il Vampiro se li mangiava, i mutanti! Si ignora come faccia il suo stomaco, un tritarifiuti dell’altro mondo, a non esplodere (o implodere) durante la digestione. Chissà, forse un giorno divorerà anche noi.
Uè, duma?” ci saluta, indicando con lo sguardo l’interno dell’ultima aula. Il piercing sulla lingua, strisciando sulla lama sporca di sangue, tintinna allegro e funesto. Gli occhi di Caposquadra scintillano.
“Ci sono i c-computer?” mi chiede, e io scuoto la testa.
“Solo libri, è la biblioteca.”
“Che cazzo d-dici.”
Guardo il Vampiro, che leccandosi le labbra annuisce.
“Il peggior b-bidone di sempre.”
“Dipende” rispondo, aprendomi all’auto-confutazione. “Se troviamo una copia dell’Inferno, il Berlusca può ristamparlo e ricoprirci di miliardi.”
“Sono solo libri. Non frega nient a n-nessuno. Lim e stampanti le p-possiamo rivendere.”
“Non hai saputo di Benigni?” si intromette il Vampiro, bloccando l’orazione che già mi preparavo a vomitargli addosso. Il barbaro nega. “I Berlusconi lo hanno rapito perché, dopo il Crollo, era l’unico a sapere a memoria le tre cantiche dantesche. Gli hanno offerto uno, dieci, cinquanta miliardi per una copia scritta, ma lui ha rifiutato. Non l’ha mai potuto vedere, il Berlusca.”
“E poi? Che fine ha f-fatto?”
“Torturato” cinguetta il Vampiro, schioccando la lingua. Il suo interesse nella vicenda, ovviamente, non era di tipo accademico.
Supplént, nem, l’è roba tua!” ruggisce Caposquadra, vecchio cuore, dandomi una pacca sulla spalla col braccio bionico. La sua analisi è semplicistica ma corretta: il supplente porta ai libri, i libri portano al danè. Mi stupisco, perché ho davanti un barbaro che ha capito perfettamente, e spiegato con meno parole, le coordinate socio-economiche dell’editoria libraria pre-Crollo.
Ci prepariamo a irrompere nella biblioteca, ma io esito. I miei due compari se ne accorgono, mi squadrano e capiscono che non c’entra la mia solita strizza. Non fanno domande, mi lasciano il mio tempo. Me lo prendo, respiro e glielo dico.
“Li ho persi tutti là dentro. Ci eravamo barricati per sfuggire ai mutanti, ma siamo finiti nel covo della Bestia.”
Ripenso, rivedo, risento tutto. Chiudo gli occhi e li riapro: sono ridotti a due fessure. Dietro le lenti scure, ovviamente, tutto questo non traspare, ma i miei compari sanno, capiscono.
“Prima le apriamo il culo” mi rincuora il Vampiro “e poi scoviamo il librone. Se c’è.”
Non è per affari che siamo finiti in questo liceo. L’Inferno di Dante, l’estasi dell’oro, non è che un pretesto, un ipotetico Graal. È la vendetta il vero motivo del viaggio, e il peggior bidone di sempre.
Sfondiamo, entriamo nel finis Africae e scorgiamo la Bestia. Un drago mutante che, più che Godzilla, sembra un Charizard cromatico al livello cento. Incazzato nero, letteralmente, ci piomba addosso in una nube di fuoco, che non è fuoco, ma mutagene caldo, denso come petrolio, che ribolle ed evapora al contatto con l’aria. Guardo i miei compagni, li vedo confusi: di certo non si aspettavano di affrontare un Pokémon, e che puzzasse così tanto. Se glielo avessi detto, in effetti, mi ci avrebbero mandato. Mi faccio avanti, come Gandalf a Khazad-dum, per proteggerli, anche loro: sono un servitore del fuoco segreto, e reggo la fiamma di Anor. La vampa dell’estintore impatta il fiume del mutagene, che si accende all’istante. La combustione si propaga, risale alla fonte. “Tu non puoi passare!” chioso, mentre la fiamma invade la bocca del mostro e lo attraversa tutto, da dentro. Charizard comincia a brillare, ma poi ingoia, rutta, e del mio fuoco, il mio orgoglio, non rimane più nient.
Fuggite, sciocchi!” gemo, voltandomi di scatto e cominciando a correre. Prego che i miei compari obbediscano, che siano altrettanto svelti. Lo sono, e insieme saettiamo da un corridoio all’altro, su e giù per le scale, un piano dopo l’altro, il Balrog di Nintendo sempre alle calcagna.
Che cazzo hai fatto, Supplént? Dove ci hai portato?” impreca il Vampiro, eccitato e terrorizzato al tempo stesso. Chissà se qualcuno lo ha mai mangiato, un Pokémon. Senza più fiato, ci serriamo dentro un’aula vuota al secondo piano (stavolta, prima di entrare, la controllo bene). Studiamo un’uscita d’emergenza giù dalla finestra. C’è un terrazzamento, poi un salto non impossibile, perfino per me. Possiamo ancora salvarci. Ma poi risento le urla, rivedo i loro occhi.
“Compari” dico all’improvviso, con una voce che non è la mia. “Io torno fuori, lo devo affrontare. È una cosa mia privata, perciò adesso ve ne andate senza fare storie.”
“Ti p-piacerebbe” sorride Caposquadra, e i suoi occhi azzurri non sono mai stati così caldi. “Dobbiamo c-ciapà insieme i danè.”
“E banchettare sopra il suo cadavere” lo segue a ruota il Vampiro. Ghigna, ma è terribilmente serio. “Se lo ammazziamo, entreremo nel mito.”
I muscoli del barbaro, a quelle parole, spasimano come travolti da una scarica elettrica. Ignoranti ed eroici.
“Non lo saprà nessuno” rispondo, con il cinismo di chi ha vissuto il Crollo e visto la letteratura andare a puttane.
“Noi s-sì” insiste il barbaro. “Supplènt, sai se c’è un modo per dire queste c-cose a t-tutti?”
Arriccio le labbra in un sorriso amaro, commosso: “Un tempo le scrivevamo nei libri”.
Visualizziamo Charizard nella nostra mente e pianifichiamo con cura la sua esecuzione. La fiamma del mio estintore non ha effetto, quindi tocca a me fare da esca. Sfondo la porta e convoco il mostro a gran voce, vomitando fuoco e insulti. Ci metto tutto il mio odio (se lo merita), e funziona. Il Pokémon accorre, fetente e disgustoso: non ha niente della gloria del vero Charizard. È talmente felice di rivedermi che sfonda muri e pavimenti mentre mi corre incontro. Ora il drago è vicino, lo vedo, spalanca le fauci, si pappa il fuoco in un boccone e gli piace. Io, senza voltarmi né scompormi, faccio un balzo indietro e riattraverso la porta dell’aula: è lo scontro finale e, vada come vada, siamo degli eroi. Nell'esatto momento in cui l'orrore varca la soglia, Caposquadra e il Vampiro gli sono addosso, il primo da sinistra e il secondo da destra. Sicuri di non fallire, gli infilzano i fianchi in profondità, il decespugliatore da un lato e la katana dall’altro, squarciandogli il ventre con un brutto colpo. È superefficace, e io sono felice: lo sono sempre, quando i miei piani funzionano. Il mostro tentenna, stravolto; barcolla e perde mutagene, o benzina, sul pavimento della 5^B. Sembra che la metà di sopra e quella di sotto traballino l’una sull’altra. Il Vampiro mette un piede sul manico della katana, si arrampica sul Pokémon e lo azzanna alla gola. Riferirà di non aver mai più bevuto un sangue così. Caposquadra, nel frattempo, termina la manovra di abbattimento del tronco: il decespugliatore ora è una motosega, e i muscoli del barbaro, bionici e non, luccicano di sudore e gloria. Mutagene e organi interni, a cui non saprei dare un nome, schizzano ovunque, mentre il busto di Charizard crolla in avanti sconfitto: il Vampiro, ancora attaccato alla gola, gli ciuccia il sangue come una zecca.
Ringrazio i miei compari e appicco il fuoco, con la strana sensazione che non avrò mai pace, nemmeno adesso che il mostro è morto. Mentre le fiamme si propagano insaziabili, saliamo le scale e penetriamo nella biblioteca: guido io l’incursione, i libri sono il mio regno. Mi basta un’occhiata per scorrere gli scaffali, rintracciare opere e autori, criteri di raggruppamento. Il tempo è poco, ma mi basta. Trovo l’Inferno di Dante, curato da Bosco-Reggio, edito da LeMonnier, in un mucchio di romanzacci neorealisti e poesia contemporanea. Mentre le mie dita affusolate avvinghiano, d’istinto, l’unico volume degno di essere salvato, Caposquadra esplode in un grido di gioia selvaggia.



È notte, e io mi avvio da solo verso la Villa del Berlusca, per parlare di affari. Il Vampiro da qualche giorno non sta bene: nulla di grave, ma il sangue di Charizard lo ha inchiodato sulla tazza. Caposquadra, invece, se n’è andato al Parco, a caccia di mutanti. È un mercenario semplice: vuole il danè ma odia i politici, e accompagnandomi teme di combinare un casino. Sanno entrambi che non li tradirei mai, e hanno ragione. Conosco bene Arcore, Àrcur o Hardcore per i più: Cascina del Bruno era una sua frazione, prima che esplodesse sotto una pioggia di napalm, e io ci vivevo. Nella Villa del Berlusca, ovviamente, non sono mai riuscito a entrare: neanche quando, da bambino, portai al Cavaliere con il catechismo quattro o cinque sacchetti di ulivo benedetto; o come quando, universitario e coglione, inviai dei versi orribili in lettura, tutti gentilmente e inesorabilmente cassati. Ma stavolta è diverso. Il Nero Cancello di Mordor si aprirà, e io parlerò, negozierò con Sauron in persona. Perché sono il giuda che può consegnargli Dante Alighieri. La Villa pullula di guardie mutanti, enormi e puzzolenti come troll di caverna, ma io non ho paura. Porto con me l’estintore e un libro capace di spalancare ogni porta. Faccio per avanzare, ma non avanzo. Mi soffermo invece sulla sensazione che il volume cartaceo, stretto tra le mie dita, suscita nelle mie corde più segrete. Torno indietro e mi apparto in un parchetto pieno di tossici, sterpaglie e afa estiva post-Crollo. Un cane pieno di pulci si rotola tra le scorie, ulula il suo rancore e si lamenta come un uomo. Lo lascio fare, e sotto la luce malsana di un neon radioattivo, avidamente, apro l’Inferno e comincio a leggere... E piango, commosso, di fronte alla potenza dei versi danteschi. Con tutto me stesso rimpiango di non poterli più studiare. Me li godo come un condannato si gode l’ultima sigaretta, o un amante l’ultimo amplesso prima del discidium. Mi becco radiazioni per tutta la notte, ma l’impresa le vale tutte. Poi, quando la luce del giorno paleserebbe a tutti il mio tesoro, lo nascondo come Gollum e penso a ciò che succederebbe se Lui lo trovasse. Impreco: non se lo merita, Dante Alighieri, di finire così. Penso alla testa di Benigni, messa sottovetro, che ancora resiste e non parla. Ai miei compari, ovviamente, dirò che alla fine si è arreso, ha cantato. Dirò che l’editore più grosso di tutti ha rifiutato la Divina Commedia, perché il suo testo non gli era più utile. Non potranno dubitare di me, se torno conciato da far schifo, con un inferno di nient tra le mani, e vivo e muoio con loro in maniera miserabile.
Al diavolo i danè!” urlo, sbattendo a terra il volume e imbracciando l’estintore. Un gallo Ogm, in quell’esatto momento, fa chicchirichì da chissà quale orto. I passanti, le guardie e perfino il cane mi osservano senza capire. Sono un piromane e faccio fuoco, ma mentre rinnego, per non tradirla, l’ultima copia della Divina Commedia, soffro come non ho mai sofferto prima.

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Re: Semifinale Angelo Berti

Messaggio#4 » lunedì 10 giugno 2019, 22:46

DA ANGELO BERTI

Arrivare alla semifinale di un concorso significa che non sono da valutare la qualità quanto la genialità. E nel caso di questo contesto, anche la coerenza.


Commenti:

Helga
Il racconto è ben scritto. L’armonia dell’esposizione è fluente e solida al tempo stesso. La gestione dell’azione ben misurata e porta al cliffhanger finale con coerenza.
I personaggi sono ben gestiti e seppur nella brevità del testo (è sempre un racconto!) i protagonisti sono definiti e si intuisce una caratterizzazione sufficiente alla gestione della trama.
Apprezzabile il messaggio “nascosto”: I mostri non sono sempre quelli che sembrano tali.
Ma (c’è un ma) le metamorfosi non hanno le caratteristiche depravanti che ci si aspetta da un’atmosfera Napalm.

Un Inferno di Nient
Certamente “Supplent”, il protagonista, è ottimamente caratterizzato. I suoi ricordi determinano la linea di confine tra una passata banale normalità e la tragedia nella quale è costretto a vivere. L’ambientazione è marcatamente Riviera, ma è l’uomo il vero protagonista. Una caratteristica che eleva il racconto in una personalizzazione ben riuscita e assolutamente coerente al tema del contest. Non amo particolarmente i”tributi”, ma in questo caso calzano sul personaggio e non rovinano la storia. La scelta dell’inferno dantesco come Sacro Graal è azzeccata e decisamente “Napalm”.
Buona le gestione della trama, anche se consolidata sull’azione, ma è così che doveva essere. Con la ciliegina di un personaggio molto ben riuscito.
Il messaggio che priva l’uomo della speranza è interessante e colmo di amarezza (ma non lo condivido in pieno): un libro può essere salvezza, ma non se abbassato a mero elemento commerciale, anche se si tratta della “Divina”.

Decidere per uno dei due racconti è un compito improbo, perché entrambi gli autori sanno donare momenti di vero sogno… o incubo.
Ma in questo caso devo fare una scelta e la mia bilancia mi segnala il racconto “un inferno di nient”.
L’ambientazione e l’azione risultano coerenti al tema del contest (più del seppur bellissimo Helga), i personaggi sono efficaci e non stonerebbero in una Bologna o Riccione al Napalm!
La personalizzazione proposta dall’autore viaggia sui binari posati dal duo Sensolini-Mazza.

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