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Semifinale Jack Sensolini

Inviato: venerdì 27 settembre 2019, 0:15
da Spartaco
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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Italian way of cooking 2.
Accedono in semifinale: Mani mortali e L'amore non può essere violento.

In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi possono sfruttare i giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: domenica 29 settembre alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 29 settembre. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!

Re: Semifinale Jack Sensolini

Inviato: venerdì 27 settembre 2019, 17:45
da maurizio.ferrero
Mani mortali

1.

«Ecco a voi il momento che avete atteso per settimane. Voi, gentili telespettatori che per un qualunque motivo non avete potuto partecipare a una delle sette date precedenti, potrete recuperare questa sera! In diretta dal Nippon Budokan, il concerto della più bella idol del momento, Akami!»
Nastri scintillanti e fuochi d’artificio esplodono sul palco. Una nebbia verde fluo nasconde i tratti della figura che compare ancheggiando da dietro il sipario. Le luci si puntano su di lei, per un effetto speciale i nastri argentati ondeggiano, descrivendo delle ali piumate attorno alla sua sagoma.
Akami si lascia andare a un sorriso birichino, poi le note di tastiera di A.N.G.E.L. partono. Lei attacca a cantare. È bellissima.
Nel suo monolocale, seduta sul futon, Moriko alza le braccia al cielo e canta insieme alla idol. La voce della ragazza è acuta e piuttosto stonata, ma non le importa. Non ha mai avuto problemi a lasciarsi andare quando si trova sola, e il suo squallido appartamento non offre molto spazio per la compagnia. Il fornelletto a gas su cui è solita scaldare zuppe precotte giace abbandonato in un angolo, di fianco a un piccolo scaffale su cui sono riposti ordinatamente testi scolastici e manga. Il televisore ventotto pollici, posizionato su una scrivania ingombra di fogli e matite, pare talmente grande da occupare più spazio della minuta Moriko.
«A-N-G-E-E-E-L-aishiteru!» intona il ritornello di Akami, e Moriko la imita, andando fuori tempo.
Un bussare violento interrompe il suo istante di giubilo. Smette di cantare, e osserva la porta d’ingresso a pochi metri, per capire se ha sentito bene o è stato solo un’impressione.
Qualcuno bussa di nuovo alla porta, stavolta con più delicatezza.
Chi può essere? Non aspetto nessuno…
Si avvicina alla porta e apre uno spiraglio. Dall’altro lato si trova un ragazzo alto e con strani capelli, il cui colore oscilla tra il biondiccio e il fulvo. Ma non sono tinti, sembrano essere naturali. I suoi occhi sono azzurri, e chiaramente non a mandorla.
Un gaijin.
Molto carino, pensa lei. Poi scuote la testa, scacciando questo pensiero.
«Buonasera. Ha bisogno?»
«Mi scusi, non volevo disturbarla» risponde lui in buon giapponese, solo un po’ sporcato dall’accento straniero. «Ma abito proprio sopra di lei. Volevo chiederle se gentilmente può abbassare un po’ la voce. Sa, domattina devo svegliarmi molto presto.»
Moriko arrossisce. Non pensava di stare schiamazzando così tanto. Si esibisce in un inchino di scuse, mentre il suo volto passa dal consueto pallore al rosso del sole della bandiera nipponica.
«Mi perdoni, gaijin-san. Non le darò ulteriori fastidi. Mi sento così stupida!»
«Non si disperi, signorina. E lasci pure perdere il gaijin-san. Il mio nome è Lorenzo» risponde lui, affabile.
«Ro-re-n-tsu-o?» scandisce lei.
«Beh, non proprio, ma suppongo che andrà benissimo. Lei come si chiama?»
Moriko rimane interdetta per qualche istante. Nessun giapponese è abituato a un approccio così diretto, ma forse era proprio quella inconsapevole sfacciataggine ad attirarla verso quel giovane straniero.
«Moriko. Piacere di conoscerla, signore. Il suo nome… lei è italiano, vero?»
«Sì. Sono uno studente di lingue straniere venuto qui a Tokyo per un anno di studi all’estero. Sono in città da una decina di giorni, ma non conosco quasi nessuno. Mi fa molto piacere fare la conoscenza della mia vicina.»
«Anche se l’ho disturbata?»
«Le ho già detto di non preoccuparsi. Ma forse c’è un modo con cui può sdebitarsi. Le va una cena insieme?»
«Mi… mi sta invitando a cena?»
«Certo. Cosa ne dice? Mi sembra simpatica e mi piacerebbe conoscerla un po’ meglio.»
«Io… ecco… sì, va bene.»
Quando, dopo i convenevoli, Moriko richiude la porta, non sa perché ha risposto a Lorenzo in quel modo. Non è mai stata abituata a prendere decisioni così affrettate, a farsi trascinare dalle emozioni verso gli uomini. L’esatto contrario di sua madre, che l’ha sempre considerata una debole per questo.
Si risiede sul futon, ascolta Akami cantare le sue soavi melodie e ondeggia la testa, pensando che per una volta è bello sentirsi come la idol.
Felice e desiderata.

2.

«Ti consiglio il katsu-kare. Sono stato qui a cena il primo giorno che sono arrivato, e l’ho trovato squisito.»
«Mi piace il curry, credo che seguirò il tuo consiglio» risponde Moriko, sorridendo.
Il locale in cui Lorenzo l’ha portata a cena alcune sere dopo il loro primo incontro, il Fukurou, è in una delle viuzze secondarie del quartiere di Shinjuku. Abbastanza vicino ai divertimenti della città, ma sufficientemente isolato da non essere gremito di gente. Piccolo, con luci soffuse e pochi tavoli, requisiti fondamentali per essere considerato un locale intimo, ma non romantico. Il padrone del posto spilla bicchieri di birra ad avventori sorridenti che schiamazzano ai pochi tavoli, e l’atmosfera è allegra. Un luogo perfetto per un primo appuntamento tra amici.
Poi, chi può dirlo.
«Allora Moriko, tu di cosa ti occupi? Studi, o hai un lavoro?»
«Beh a dire il vero… al momento, nessuno dei due. Ho tentato l’esame di ammissione all’università il mese scorso, ma l’ho fallito. Sono una ronin» risponde lei, con la voce rotta dalla vergogna.
«Una samurai senza padrone?» ironizza Lorenzo.
«Quello è il significato antico. Ora viene usato per quegli studenti che non sono riusciti a farsi ammettere agli studi e sono senza occupazione. Questo ti disturba?»
«Ma certo che no. Io sono stato bocciato due volte in terza superiore. E ti assicuro che la scuola italiana è una bazzecola in confronto a quella giapponese.»
Moriko sorride, divertita e sollevata.
«È da molto che studi la nostra lingua?»
«Quasi cinque anni. Ho pensato che ormai la conoscevo abbastanza da trasferirmi qui per un po’ di tempo.»
Una cameriera si avvicina al tavolo e sistema una birra davanti a entrambi.
«E poi, volevo vedere se era vera quella storia che non si riesce a distinguere un giapponese da un altro.»
C’è un attimo di silenzio imbarazzato, poi Lorenzo inizia a ridere sotto i baffi. Moriko capisce che è uno scherzo, ma fa di tutto per mantenere un’espressione imbronciata. Il trucco sembra funzionare, perché dopo pochi istanti Lorenzo ritorna serio e inizia a scrutarla attentamente per capire se la sua battuta fosse stata troppo pesante.
«Guarda che quelli sono i cinesi» dice lei dopo un po’.
Scoppiano a ridere entrambi, poi brindano e bevono.
Prima che la loro cena arrivi, il ghiaccio è rotto. Lorenzo chiede a Moriko di chi fosse la canzone che stava cantando l’altra sera e lei gli parla di Akami, la idol sulla cresta dell’onda.
«Ah, sì! Credo di aver visto la sua foto su qualche giornale. Ora che ci penso, le assomigli un po’. Potresti essere sua sorella.»
«Ma dai, non dire stupidaggini!»
Lorenzo si alza per andare in bagno, e quando ritorna, pochi minuti dopo, i loro katsu-kare arrivano. Il piatto è composto da un tonkatsu, una cotoletta di maiale impanata, servita con riso e abbondante curry. Moriko la assaggia ed è travolta dal sapore quando le abbondanti spezie si mischiano con il sapore neutro del riso e con quello più ruvido della carne nella sua impanatura.
«Avevi ragione, Rorenzo. È il migliore che abbia mai mangiato.»
«Lorenzo, con la elle. Dai, ci sei quasi» risponde lui ridendo.
Finita la cena, Moriko propone a Lorenzo di fare un giro per Shinjuku. «Dai, ti faccio da guida! Conosco bene la zona!»
Lorenzo accetta di buon grado e gentilmente paga il conto. Escono nella buia viuzza, illuminata solo dalle luci soffuse di alcune lampade al neon colorate.
Dopo qualche passo, Moriko ha un capogiro. Si ferma, poggia la mano contro il muro per sorreggersi.
«Ti senti bene?» chiede Lorenzo.
«Io… sì, è stato solo un attimo.»
Moriko fa ancora qualche passo, poi le ginocchia le cedono di colpo. Vede il cemento della strada avvicinarsi velocissimo al suo volto. Tenta di portare avanti le braccia per frenare la caduta, ma queste non sembrano avere vita.
L’oscurità giunge prima del dolore dell’impatto.

3.

Quando Moriko riprende i sensi, la prima cosa che le assale il naso è l’odore. Umido, chiuso, polveroso, con una nota di marcescenza, come di carne andata a male. Tenta di aprire gli occhi, ma le palpebre sono troppo pesanti.
«Aiu…to» cerca di pronunciare, ma dalle labbra le esce solamente un rantolo.
Ci vogliono almeno quindici minuti prima che la sensazione di sonnolenza inizi a scemare. È in quel momento che Moriko inizia a percepire il freddo. Meno intenso di quello di una giornata invernale, ma spiacevole, di quello che ti entra nelle ossa. Riesce infine a spalancare gli occhi, ma tutto è ancora troppo offuscato.
«Lo so che sei sveglia, non fare finta di dormire» dice una voce.
Moriko la riconosce dall’accento. È Lorenzo.
«Che… che è successo?»
«Che ciò che ho messo del curry del katsu-kare ha fatto effetto. Forza, ti voglio bella sveglia.»
Una sensazione ghiacciata investe improvvisamente Moriko, e ha l’effetto di svegliarla del tutto. Lorenzo, davanti a lei, ha un secchio di metallo rugginoso tra le mani. Fino a pochi istanti prima doveva essere pieno d’acqua, che ora infradicia i vestiti della ragazza.
Lorenzo ha qualcosa di strano in volto.
Il suo viso è diverso, spaventoso… pensa Moriko. Le ci vuole qualche momento prima di rendersi conto che una grottesca maschera da teatro kabuki è dipinta sul suo volto. Indossa abiti diversi rispetto a quelli che aveva durante la cena. Un giubbotto di pelle nero, pantaloni neri mimetici e guanti di pelle. Lorenzo rimane in silenzio davanti a lei, e appoggia il secchio a terra.
La ragazza accorge di essere rannicchiata in una gabbia di circa un metro e mezzo per un metro e mezzo e poco più bassa, sospesa da terra per mezzo di una catena. Le sbarre sono di solido acciaio. Poco distante da lei, un’altra gabbia del tutto simile è coperta da un grosso telo di plastica scura. Si guarda attorno, ma vede solamente un ambiente polveroso, numerose tubature e il grigio del cemento e del metallo. L’unica illuminazione è garantita da un paio di lampadine appese direttamente al filo della corrente.
«Cosa… dove sono? Dove mi hai portato?» grida Moriko.
«Una piccola casa dei giochi, dove io e te passeremo un po’ di tempo insieme.»
«Tu… non sei uno studente di lingue.»
«Ma quanto sei perspicace. Allora dimmi, cosa pensi che io sia?»
«Un fottuto maniaco, ecco cosa! Lasciami andare! Liberami! Per pietà, non lo dirò a nessuno!»
«Taci! E piantala di fare la commedia della ragazzina innocente!»
«Non capisco di cosa parli! Per favore…»
«Bugie! Le tue sono tutte fottute menzogne! Vivi in un piccolo appartamento, giochi a fare la ragazzina della porta accanto, ma sono tutte cazzate per nascondere la tua vera natura. Per poter cacciare liberamente. Non è vero, hatoita-onna
«Io…» inizia Moriko, rimanendo interdetta. «Non so nemmeno di cosa tu stia parlando!»
«Ah no? Figuriamoci! Sono un maledetto gaijin e devo raccontare a te delle leggende locali? Piantala! O ti farò fare la fine di quest’altra qui!»
Lorenzo avanza di qualche passo, lei si rannicchia sul fondo della gabbia. L’uomo afferra il telo che copre l’altra struttura e la toglie.
Moriko caccia un urlo.
All’interno, il corpo di una ragazza della sua stessa età giace in una posizione contorta. I vestiti sporchi le cadono larghi, come se fosse smagrita durante la prigionia. Eppure, non pare essere morta da molto. Il cadavere puzza, ma non ha ancora iniziato a decomporsi.
«Tu sei pazzo! Pazzo!»
«A volte mi sento pazzo. Davvero, devo essere fottuto nel cervello per fare tutto questo. Voglio dire, se mi sbagliassi? Se fosse davvero una cazzata questa storia degli yokai, dei kami, e di tutta la merda che c’è intorno? Prendi lei, per esempio. Ero convinto, così convinto, che fosse una della tua specie. Ma mi sono sbagliato, e questa poveraccia c’è andata di mezzo. Non potevo certo dirle “merda, ho fatto un errore, ti prego di perdonarmi e di non avvertire la polizia dopo che ti avrò liberata”. Non dopo tutto quello che le avevo fatto. Rischi del mestiere, della caccia. Ma no, è tutto vero, e non commetterò di nuovo lo stesso errore. Questa volta devo essere sicuro di non sbagliarmi.»
Lorenzo si avvicina alla gabbia in cui è contenuta Moriko e la scuote con violenza. Il suo volto si torce in un ghigno orribilmente sfigurato dalla maschera da teatro kabuki, poi prende dalla cintola un mazzo di chiavi. Ne avvicina una alla toppa della gabbia e fa scattare la serratura, senza però aprire la porticina.
«Ecco, ora sei libera.»
Moriko rimane immobile, sul fondo della gabbia.
«Che c’è? Vuoi rimanere lì? Vattene pure.»
«No, tu… stai giocando a qualcosa. Vuoi che esca, per poi prendermi alle spalle. Per violentarmi.»
«Cazzate, se avessi voluto violentarti l’avrei già fatto. Vedi, se tu riesci a uscire da qui, ho intenzione di scusarmi con te e lasciarti andare per la tua strada… prima di farti qualcosa di irreparabile. Ma non ci riuscirai. Li vedi questi?» Lorenzo alza il dito, e indica alcune striscioline di pergamena incollate sulla catena che sorregge la gabbia. Sono decorate con una scrittura fitta, tratteggiata con inchiostro rosso.
«Fogli… di preghiera?»
«Quasi. Sono incantamenti che fanno sì che nulla, ad eccezione di mani mortali, possa aprire le porte di questa gabbia. Se sei veramente cosa penso… non uscirai da qui.»
Moriko rimane immobile e abbassa lo sguardo, iniziando a dondolare con la testa.
«E va bene, continua pure la commedia. Forse sei veramente spaventata da me… ma non credo di sbagliarmi, non questa volta.»
Lorenzo le da le spalle e si dirige verso l’unica uscita della stanza. Lancia un’ultima occhiata a Moriko prima di andarsene e chiuderla all’interno.
Subito, le mani di Moriko scattano in avanti e iniziano ad armeggiare con il meccanismo della serratura, ma qualcosa non funziona. Prima che le sue dita possano toccare la chiusura a scatto, scivolano perdendo la presa. La ragazza ci riprova qualche volta, inutilmente. Rilancia un’occhiata alle pergamene sopra di lei, fa fuoriuscire una mano dalle sbarre per afferrarle, ma anche queste sono protette dall’incantamento.
«Cazzo. Mi ha fregata» pensa Moriko, la hatoita-onna.

4.

“Asseconda la tua natura, seduci gli uomini, falli tuoi schiavi per poi divorare i loro cuori ancora pulsanti. Ma stai attenta, perché non tutti, nel mondo dei mortali, sono nostre prede. La catena alimentare non è una piramide, ma una ruota, e i cacciatori vivono pochi centimetri sopra di noi.”
“Mamma, ma se devo rischiare così tanto per divorare qualche cuore, allora perché farlo? Possiamo vivere senza, e lo sai.”
“Mangeresti riso e berresti acqua per un’intera vita, come un monaco? No, noi divoratrici siamo qualcosa di più di questo.”
“Ma il rischio è grande e io ho paura!”
“E io che ho sacrificato così tanto per crescerti ed educarti! Tua sorella sarà sempre molto più in gamba di te! Lei, alla tua età, aveva già ucciso due umani. Vuoi forse essere da meno?”
“Non voglio essere come mia sorella…”

Mentre continua ad armeggiare inutilmente con la serratura incantata, Moriko si perde nei ricordi, poi scuote la testa tentando di scacciare la bugia che aveva detto alla madre.
Pensare al passato, ai miei errori, non mi salverà da questa situazione. Forse se avessi accettato la mia natura avrei imparato a riconoscere i cacciatori… invece eccomi qui, alla mercé di questo pazzo. Come ha fatto a scoprirmi? Non ho mai commesso errori, non sono mai nemmeno andata a trovare i miei parenti da quando…
Ma è inutile rimuginare su cosa potrebbe essere accaduto. Moriko decide di agire. Inizia a scuotere la gabbia, sperando che il soffitto di cemento ceda a furia di strattoni, ma capisce dopo poco che non funzionerà. Si toglie allora uno stivaletto, cerca di colpire il meccanismo della porta, ma anche questa soluzione non la porta a nessun risultato. Niente, ad eccezione di mani mortali, può toccare quella serratura.
Dopo qualche altro tentativo, la speranza la abbandona con un gemito che fuoriesce involontariamente dalla sua bocca.
Niente, ad eccezione di mani mortali.
Moriko guarda il cadavere della ragazza nella gabbia accanto alla sua, e pensa che farà la sua stessa fine dopo giorni di tremenda agonia.
Mani mortali.
Moriko chiude gli occhi, una lacrima le solca il viso.
Mani.
Moriko capisce. I suoi occhi si spalancano, colmi di risolutezza. La ragazza striscia e si appiattisce sulle sbarre laterali della sua gabbia. Allunga la mano e raggiunge l’altra senza fatica. Afferra un braccio del cadavere e inizia a tirarlo verso di sé. Questo passa facilmente tra le sbarre, ma non raggiunge la porta della gabbia di Moriko – è troppo corto, e il resto del corpo è bloccato nell’altra gabbia.
«Cazzo. Mi tocca. Mi tocca proprio.»
Il volto di Moriko si contrae, poi i suoi occhi si rivoltano, diventando bianchi. Le delicate guance del volto si spaccano ai lati della bocca, rivelando una fauce colossale, mentre denti sottili e acuminati, simili a quelli di un pesce abissale, fuoriescono dalla gengiva, aprendosi la strada tra un dente umano e l’altro.
Moriko fa scattare le mandibole, e con un unico morso trancia di netto il magro braccio del cadavere. Dal moncherino quasi non fuoriesce sangue, solo un fetore rivoltante.
La hatoita-onna spinge la mano mutilata contro la porta della sua gabbia. Basta una lieve pressione, e questa si spalanca con un cigolio. La ragazza sguscia fuori, il suo volto trasfigurato si ricompone in fattezze umane.
Senza guardarsi indietro, corre verso la porta e la spalanca. Dall’altro lato, un lungo corridoio con il soffitto percorso da tubature. In fondo, uno spiraglio di luce. La libertà.
Moriko avanza, quando un’ombra si staglia tra lei e l’uscita.
Lorenzo.
«Cosa… come hai fatto a uscire?»
«Il cancello… l’ho solo aperto» risponde lei, intimorita.
Lui porta la mano alla cintura, dove una wakizashi di pregevole fattura fa bella mostra di sé.
«Ti prego! Hai detto che mi avresti lasciato andare.»
«Io… possibile che abbia commesso un altro errore?»
«Te l’ho detto, non so cosa stavi cercando da me, ma ti prego, non uccidermi!» lo supplica Moriko.
«Ma non c’era altro modo perché tu uscissi di lì… io… possibile che il mio istinto da cacciatore abbia sbagliato ancora?» dice Lorenzo, e inizia ad avanzare lentamente. Moriko assume un’espressione terrorizzata poi si accascia piangendo.
Questa volta è una recita, ma Lorenzo non può saperlo. Il cacciatore avanza verso di lei, fino ad arrivare a meno di un metro.
«Io… ti prego, perdonami. Non volevo farti del male. Io voglio solo proteggervi dai most…»
Moriko scatta in piedi e afferra le braccia di Lorenzo, strattonandole con violenza e bloccando qualsiasi suo tentativo di afferrare l’arma. Il suo volto trasmuta di nuovo, mentre una lingua oscena, rossa e lunghissima, fuoriesce dalle fauci e si infila a forza nella bocca del cacciatore. La lingua di Moriko gli sfonda la trachea, scava attraverso il suo torace e si avvinghia intorno al cuore ancora vitale del ragazzo.
Con un suono simile allo strapparsi di un asciugamano bagnato, la hatoita-onna estrae l’organo di Lorenzo dal petto e lo risucchia, dilaniandolo con i denti a spillo.
Con un espressione orripilata sul volto kabuki, Lorenzo scivola a terra, morendo ancor prima di toccare il suolo.
«La mamma aveva ragione. È troppo buono per vivere senza!» esclama Moriko con voce innaturale.

5.

Moriko non andava davanti a quell’abitazione da molto tempo. Fa un lungo respiro per prendere coraggio e suona il campanello.
«Chi è?» risponde una voce femminile al citofono.
«Sono io… Moriko.»
Dopo qualche secondo di silenzio, la porta le viene aperta. Dall’altro lato, una ragazza molto somigliante a lei le fa un gran sorriso.
«Sorella! Che sorpresa! Non credevo che saresti mai venuta a trovarci!»
«Ciao, Akami. Com’è andato il tour?»
«Benissimo, è stata una gran figata! Ma entra, ti racconto tutto dopo! La mamma sarà davvero contenta di vederti.»

Re: Semifinale Jack Sensolini

Inviato: venerdì 27 settembre 2019, 23:29
da ceranu
L'amore non può essere violento

Con un movimento delicato di pollice e indice, Sofia fece scivolare il primo bottone dei jeans di Alex fuori dall'asola.
L'uomo, la mano destra stretta sul bracciolo del divano e la sinistra infilata tra due cuscini, fissava la bionda inginocchiata davanti a lui. Non riusciva a credere a quanto stesse accadendo.
TE L'HO DETTO CHE QUESTA ERA UNA POCO DI BUONO. CHI FA UN POMPINO ALLA PRIMA USCITA? La voce di Marica gli si insinuò nelle orecchie.
Alex si morse il labbro per non rispondere. Passò lo sguardo dalla faccia libidinosa di Sofia a quella ultraterrena e imbronciata della sua ex e abbozzò un sorriso.
La mano di Sofia gli strinse il membro e lo liberò dalla prigionia. Alex tese i muscoli, gettò la testa all'indietro e chiuse gli occhi.
USERÀ I DENTI, SARÀ IL POMPINO PEGGIORE DELLA TUA VITA!
Lui non rispose, tutte le facoltà mentali erano rivolte al pene che era stato appena avvolto dall'abbraccio umido della bocca di Sofia.
Lasciò i cuscini e portò la mano alla nuca di lei. Le infilò le dita tra i capelli e l'invitò ad andare più a fondo.
Il rumore metallico delle chiavi che facevano scattare la serratura infranse quell'attimo di goduria. Alex scansò la mano dalla testa di Sofia e scattò in piedi. Una fitta al pene gli strappò una smorfia di dolore.
TE L'AVEVO DETTO CHE AVREBBE USATO I DENTI! lo schernì Marica.
La porta si spalancò e un uomo fece irruzione in casa. «Bastardo!» urlò infilando la mano nella giacca.
Alex sollevò le braccia per indicare la sua innocenza, ma i jeans alle ginocchia e il pene sanguinante che puntava il soffitto dicevano il contrario.
La pistola che si ritrovò puntata in faccia chiudeva ogni spiraglio di contrattazione.
STAVOLTA SÌ CHE VIENI A TROVARMI!


***

10 giorni prima

Ancora a occhi chiusi, Alex sentì l'oppressione dell'anello che gli circondava la testa. Un beep cadenzato seguiva alla perfezione il pulsare delle tempie. Dischiuse la bocca, in cui sembrava gli avesse cagato un montone, e si passò la lingua sulle labbra. Era cuoio che carezzava cuoio.
TERZO TENTATIVO ANDATO MALE, INIZIO A CREDERE CHE TU LO FACCIA APPOSTA! La voce di Marica confermava le sue paure: era ancora vivo.
Aprì gli occhi. A parte la sua ex, defunta e seppellita, non c'era nessuno al suo capezzale.
Sdraiato su un letto, una tenda bianca a separarlo dal mondo, aveva dei cavi che sbucavano dal camice a righe orizzontali blu e arrivavano al monitor sulla sua sinistra. Era quello, con il suo beep ritmico, a rinfacciargli l'ennesimo fallimento.
«Finalmente ti sei svegliato!» L'inopportuna voce allegra proveniva dalla sua destra.
Alex si voltò e vide una ragazza bionda, la divisa verde da infermiera, emergere da dietro la tenda.
«Sgree…» rispose. La voce gli uscì roca e incomprensibile.
«Non ti affaticare, parlerai più avanti.»
La ragazza andò al monitor, poggiò l'indice sullo schermo e il beep smise di martellargli la testa.
CARINA E UTILE: UNA RARITÀ!
Un po' gli doleva ammetterlo, ma Marica aveva ragione. Nonostante la situazione e la mise, Alex trovava l'infermiera stranamente attraente. Forse per via degli occhi azzurri, o per le forme mal celate sotto la divisa. Oppure, più semplicemente, perché erano tre mesi che lui passava tutto il tempo in compagnia di una morta.
«Ti abbiamo riacciuffato per i capelli. Altri cinque minuti e andavi in arresto respiratorio!»
Alex mugugnò una risposta tra il “che culo” e il “la prossima volta fatevi i cazzi vostri!” ma non era ancora in grado di articolare le parole.
«Sofia, mi serve un catetere al cinque!» La testa di un'altra infermiera fece capolino da dietro la tenda. La donna incrociò lo sguardo di Alex e corrucciò il naso. «Il suicida si è svegliato… ti ha già detto il nome?» chiese.
FINALMENTE UNA CHE GIUSTIFICA IL MIO AMORE PER IL MONDO. QUESTA È SIMPATICA COME UNA PALATA DI LETAME!
«No, ancora non parla.»
«Allora vai a sistemare il tricheco che è arrivato alla cinque, a lui penseremo dopo.» L'ultima arrivata sparì coperta dalla tenda.
«Riposa ancora un po', ci vediamo dopo.» Sofia si congedò passandogli le dita sul dorso della mano.
Alex la osservò andare via: anche da dietro non era male.
SEI UN PORCO!


***


Vista da vicino, la canna della pistola faceva paura. Non che Alex ne avesse mai vista una da lontano, ma era certo che l'effetto fosse diverso.
In passato aveva preso in considerazione la possibilità di spararsi, ma l'idea del proiettile che gli sfondava il cranio gli dava il ribrezzo. E Poi non sapeva dove procurarsene una. Non fosse stato in quella situazione, avrebbe chiesto al marito di Sofia dove l'avesse presa.
«Quindi questo è uno delle merde che ti scopi?» urlò l'uomo.
La ragazza non rispose. Era ancora seduta a terra, le ginocchia al petto e uno strano ghigno sul volto.
NO, SHERLOCK. GLI STAVA SOLO FACENDO IL BOCCA A BOCCA MA HA PRESO MALE LE MISURE…
Alex inclinò la testa di lato, sollevò un sopracciglio e trattenne una risata. Effettivamente la domanda era a dir poco retorica.
«E tu, che cazzo ti ridi?» L'uomo doveva essersi accorto del sorriso trattenuto.
Il calcio della pistola che colpì Alex al mento era il modo del marito di Sofia per manifestare l'inopportunità del gesto.
NON SI RIDE DAVANTI A UN'ARMA! sottolineò Marica.
Mentre viaggiava di faccia verso il pavimento, Alex si disse che era stato un po' scortese, ma ormai era troppo tardi per scusarsi.
GIÀ, E COMUNQUE NON MI SEMBRA UN TIPO RAGIONEVOLE!


***

3 mesi e 10 giorni prima

La stanza era quella in cui si era sentito felice in compagnia di Marica, ma di quel periodo erano rimaste solo due foto appoggiate a testa in giù sulla scrivania.
Alex, seduto sul divano, fissava la televisione spenta nel tentativo di trovare uno stimolo per alzarsi, per passare oltre. Non usciva dal giorno del funerale di lei, che avevano celebrato un mese dopo l'esplosione del palazzo. Tanto era servito agli inquirenti per stilare la lista dei morti di quel tremendo incidente in cui lui era sopravvissuto miracolosamente.
MIRACOLOSAMENTE… La voce di Marica lo strappò dai suoi pensieri.
Alex si voltò e la vide, bella come sempre. Un metro e cinquanta per novanta chili, stretti in un vestito giallo a tubetto.
«Speravo di rivederti!» disse con gli occhi gonfi di pianto.
IO SPERAVO DI RIMANERE VIVA, MA NON POSSIAMO AVERE TUTTO.
«Come stai?»
MORTA.
«A parte questo?»
TUTTO TRANQUILLO. NON SO ANCORA PERCHÉ SONO ESPLOSA CON L'INTERO PALAZZO, MA PER IL RESTO TIRIAMO AVANTI. TU, CONTINUI A NON RICORDARE NULLA?
«Purtroppo…»
IMMAGINO SIA STATO UNO CHOC PER TE.
«Mi manchi tanto.» Le lacrime abbandonarono gli occhi di Alex e gli bagnarono le guance.
NON DEVI PIANGERE, ORA SONO QUI CON TE… Marica fece due passi, raggiunse il divano e si sedette accanto ad Alex. GUARDIAMO QUALCOSA? chiese facendo comparire dal nulla una ciotola piena di rane fritte.
«Con te farei qualsiasi cosa» Alex sorrise, impugnò il telecomando e accese il televisore.
ALLORA IL FILM LO SCELGO IO!


***


Il pavimento premuto contro la guancia, a ricordargli quanto fosse dura la vita, Alex ammirava le scarpe del marito di Sofia. Sapeva della sua esistenza e del suo carattere irrequieto, ma non aveva immaginato che l'avrebbe conosciuto così.
«Alzati, bastardo!» sbraitò l'uomo sbattendosi la porta alle spalle.
Alex poggiò il palmo destro a terra e si mise in ginocchio. Aprì la bocca e una leggera fitta alla mandibola gli ricordò quanto fosse sbagliato ridere in faccia a uno che impugnava una pistola.
«Da quanto te la scopi?»
Indubbiamente quella domanda nascondeva delle insidie, però non sarebbe stato saggio tacere.
DIGLI LA VERITÀ, AMMETTI DI ESSERE ANCORA VERGINE!
«Nonostante le apparenze, vorrei dirle che io e Sofia non abbiamo ancora consumato l'amplesso…»
L'uomo, con la destra, l'afferrò per i capelli e lo costrinse ad alzare la testa.
Alex si trovò faccia a faccia con il suo aggressore che gli infilò la canna della pistola in bocca.
BUFFO QUANTO QUESTA POSIZIONE RICORDI QUELLA DI POCO FA.
«Non prendermi per il culo, lo so che sono mesi che ve la scopate!»
Le parole dell'uomo aprivano a nuove prospettive, era il caso di iniziare a valutare la possibilità che Alex si fosse trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Lui conosceva Sofia da non più di dieci giorni.
TE L'HO DETTO CHE ERA UNA POCO DI BUONO…


***

7 giorni prima

IN OSPEDALE TE LA PASSI MEGLIO CHE A CASA…
Ad Alex non sfuggì il tono sarcastico di Marica, ma fece finta di nulla e tornò a guardare la televisione.
In una settimana aveva cambiato tre compagni di stanza ma, a parte l'anziano che non era stato zitto un istante, con gli altri non era andata male. Quest'ultimo poi era il migliore, passava più tempo nei corridoi che nella loro doppia.
SARÀ MICA PER LE VISITE DELLA TUA INFERMIERINA…
Come a voler sottolineare le parole di Marica, Sofia irruppe nella stanza.
«Come sta oggi il mio sopravvissuto preferito?» La ragazza aveva l'aria sbarazzina della bimba che va al pigiama party dalle amiche.
«Bene, anche se in TV non passa nulla di interessante!»
NON È VERO, FORUM CI È SEMPRE PIACIUTO!
Sofia gli stampò un bacio sulla fronte e passò oltre. Raggiunse la finestra, scostò la tenda e la luce invase la stanza.
Alex a socchiudere gli occhi e portò il braccio a protezione.
«Non puoi stare al buio, non sei ancora morto.»
«Cerco di abituarmi all'idea.»
«Smettila!» Sofia, il volto contrito, tornò sui suoi passi e raggiunse il letto di Alex. Si sporse e gli afferrò la mano. «So che non avrei dovuto, ma ho parlato con la psichiatra e letto il tuo fascicolo» disse abbassando lo sguardo.
PERFETTO, ABBIAMO UNA STALKER.
«Tu ti stai punendo per la morte di Marica.»
VORREI BEN VEDERE…
«No!» rispose d'istinto, ma sapeva di aver mentito: era colpa sua.
«È normale che tu lo faccia, sei l'unico superstite di quell'esplosione.»
«Non è per quello…»
«Certo che è per quello. Ti accusi per la fortuna che hai avuto, però hai già pagato: sei stato in coma per due giorni.»
Alex ritrasse la mano e la nascose sotto il lenzuolo.
«E ora hai paura di vivere. Trovi ingiusto che lei sia morta mentre tu sei ancora qui.»
È INGIUSTO SÌ, SEI UN ASSASSINO!
«Io l'ho uccisa!» Alex non riuscì a trattenere i singulti.
«No che non l'hai fatto» Sofia infilò la mano sotto il lenzuolo e afferrò quella di lui. «È stata l'esplosione del laboratorio.»
Alex abbassò la testa e guardò le lacrime tuffarsi oltre la punta del suo naso.
NON PIANGERE, DILLE LA VERITÀ.
«Perché fai questo, perché vuoi aiutarmi?»
«Perché anch'io una volta stavo per commettere una fesseria.»
La mano di Sofia comparve sotto gli occhi di Alex. La girò e mostrò una lunga cicatrice che dal polso arrivava a metà avambraccio.
«Mio marito mi picchiava e io credevo fosse colpa mia. Ho dovuto assaporare la morte per trovare il coraggio di lasciarlo!»
PERFETTO. QUESTA HA MANIE SUICIDE CHE LE HANNO CAUSATO LA SINDROME DELLA CROCEROSSINA: LA TIPA ADATTA A UNO SVALVOLATO COME TE!


***


«Dario, lui non c'entra.» Sofia dava segni di vita.
La situazione cambiava di poco ma almeno l'ex marito, che finalmente aveva un nome, avrebbe rivolto le attenzioni su di lei.
Alex approfittò dell'attimo di distrazione dell'uomo per guardarsi attorno alla ricerca di qualcosa da usare come arma.
NON CI PENSARE NEMMENO, NON HAI LA STOFFA DELL'EROE!
Aveva ragione lei, ma non era quello il momento di essere negativi, serviva l'ottimismo della vecchia Marica.
QUELLO È STATO SEPPELLITO CON L'INDICE CHE HANNO TROVATO. OPPURE È ESPLOSO CON IL RESTO DEL CORPO. NON SAPREI…
Dario estrasse la pistola dalla bocca di Alex a la puntò contro Sofia.
«È ancora per quella storia?» L'uomo avanzò di qualche passo verso l'ex moglie, dandogli le spalle.
«La chiami “quella storia”? Tu mi massacravi di botte!» La ragazza aveva smesso i panni della vittima impaurita e sbraitava, le vene del collo gonfie e le mani che le tremavano.
«È successo una sola volta. Ho sbagliato…» Adesso era Dario a sembrare in difficoltà.
«Una volta mi hai mandato all'ospedale, ma quante volte mi hai colpita?»
ORA! urlò Marica vedendo l'uomo impegnato.
Alex si alzò di scatto e si lanciò sul braccio di Dario che impugnava la pistola. Gli afferrò il polso e lo strattonò, ma si vedeva che l'altro era più avvezzo alla lotta.
Un gancio sinistro colpì Alex allo zigomo e lo proiettò indietro di qualche metro. Impattò con la schiena contro il pavimento e con la nuca al muro. La stanza gli girò attorno e le immagini si fecero sfocate.
RESTA CON ME, NON SVENIRE!


***

40 giorni prima

«Signor Sponti, leggo che lei ha dei precedenti di schizofrenia con allucinazioni.»
Alex distolse lo sguardo dalla foto poggiata sulla scrivania, che ritraeva la donna con cui stava parlando in compagnia di un bell'uomo e due bambini sui dieci anni, e annuì.
«Segue ancora la terapia che le è stata prescritta.»
«Sì.»
BUGIARDO!
«Dopo l'incidente a lavoro, qualche mio collega l'ha rivalutata?»
«No, ma ho visto uno psichiatra quando mi hanno ricoverato per l'intossicazione da benzodiazepine del mese scorso.»
«Anche l'altra volta le aveva prese “per sbaglio”?»
«Sì!»
LO SA CHE STAI MENTENDO. NEMMENO UN IDIOTA SI SCOLEREBBE PER SBAGLIO UNA BOCCETTA DI ANSIOLITICI.
«Eppure a me sembra un caso strano. È sicuro che non ci siano voci a spingerla a farlo?»
«No»
QUESTO È VERO. IO MICA VOGLIO FARTI AMMAZZARE, VOGLIO SOLO RIABBRACCIARTI…
La dottoressa, seduta dall'altra parte della scrivania in quell'ambulatorio spoglio del Pronto Soccorso, portò una penna alla bocca e iniziò a mordicchiarla.
SI VEDE CHE È NERVOSA, SECONDO ME È PAZZA.
Alex portò la mano destra alla fronte e iniziò a massaggiarsi le tempie.
«Ha mal di testa?»
«Sì»
«Le capita spesso dopo l'incidente?»
«A volte.»
«E prima?»
«Uguale.»
Seguì un lungo silenzio che la psichiatra utilizzò per leggere qualcosa al monitor del computer.
SECONDO ME STA CERCANDO IL POSTO PER ANDARE IN VACANZA, OPPURE STA DECIDENDO SE INTERNARTI…
«Continua l'amnesia per quanto riguarda il giorno dell'esplosione?»
«Sì.»
BUGIARDO, DILLE CHE ORA TI RICORDI TUTTO!
«Nulla?»
DAI, DIGLIELO CHE MI HAI UCCISA PER SBAGLIO MENTRE FACEVAMO L'AMORE NEL TUO UFFICIO E POI SEI SALITO NEI LABORATORI DOVE HAI INNESCATO L'ESPLOSIONE RITARDATA.
«Niente.»
«Nemmeno cosa ci faceva sul tetto?»
QUESTO NON PUOI DIRGLIELO. NESSUNO CREDEREBBE CHE UNO SANO DI MENTE VOLESSE SALTARE SUL TETTO DEL PALAZZO AFFIANCO PER SCAPPARE. SE LO RACCONTI TI RICOVERANO VERAMENTE.
«La polizia sostiene che probabilmente cercavo una via di fuga…»
«… e che l'urto della detonazione l'abbia scagliata nel palazzo davanti. Sì, ho letto.»
QUESTA EFFETTIVAMENTE È STATA FORTUNA.
«Devo aver saltato tra l'incendio e l'esplosione.»
«Bene.» La psichiatra si alzò dalla sedia. «Onestamente credo che l'esperienza vissuta possa aver peggiorato il suo stato. La ricovereremo qui in reparto per qualche giorno e cercheremo di giungere a una diagnosi. Vedrà che tornerà a star bene.»
«Grazie» fu l'unica risposta di Alex la cui esperienza gli aveva insegnato che lottare peggiorava solo le cose.
FINALMENTE MI PORTI IN UN POSTO NUOVO.


***


Quando la stanza smise di girare attorno ad Alex, c'era silenzio. A pochi metri da lui, Sofia fronteggiava a testa alta Dario, che continuava a puntarle la pistola contro.
PERÒ, HA LE PALLE LA RAGAZZA!
«Non puoi buttare una storia di cinque anni per un errore.» La voce dell'uomo era quasi una supplica.
«Hai ragione, dovevo farlo al primo schiaffo!»
«Non dire così, lo facevo per amore.»
«No, l'amore non può essere violento!»
L'ex marito allungò la mano libera e la poggiò sulla guancia di Sofia. «Scusami, non lo farò più. Io ti amo!»
La ragazza gli afferrò il polso e lo torse.
Dario si girò dandole le spalle, una smorfia di dolore in volto.
Sofia lo colpì con la pianta del piede dietro le ginocchia e lo buttò a terra. Sollevò ancora più in alto il braccio strappandogli un urlo.
«Butta la pistola!» gli ordinò.
Alex osservava la scena a bocca aperta. Forse anche lui avrebbe dovuto fare la stessa mossa prima.
QUESTA È IL MIO NUOVO IDOLO! esultò Marica.
Dario mollò la presa sulla pistola che ricadde a terra. «Smettila, così mi spezzi il braccio» piagnucolò.
«Sai quante volte ti ho supplicato allo stesso modo?» La voce di Sofia era più profonda del solito.
«Ti chiedo scusa, perdonami!»
«Tieniti le preghiere per dopo.» Gli occhi della ragazza brillarono. «Alex, per favore, mi prenderesti il nastro americano e le corde che trovi nel cassetto in basso della cucina?» chiese con tono affabile.
NON È STRANO CHE TENGA CERTA ROBA IN CASA?
Effettivamente lo era, ma non gli sembrava quello il momento adatto a contraddire l'infermiera. E poi, finalmente, era uscito da quella situazione.
RIBADISCO IL CONCETTO: QUESTA È LA TIPA ADATTA A TE!


***


1 giorno prima

«Quindi domani ci lasci?» Sofia sorrise ma un velo di tristezza le passò sugli occhi.
«Sì, ho avuto anche l'okay della psichiatra. Dice che dovrò presentarmi due volte a settimana al C.P.S. ma che stavolta mi vede meglio. Forse è merito tuo…»
L'infermiera divenne rossa in viso.
VAI TRANQUILLO, FAI COME SE IO NON CI FOSSI!
«Ciò non vuol dire che non dobbiamo più vederci» azzardò Sofia.
«Che intendi, devo farmi ricoverare di nuovo?» chiese Alex.
NO, SCEMO. TI STA INVITANDO A USCIRE.
«Beh, no. Sto solo dicendo che fuori di qui c'è un mondo…»
Alex la guardò interdetto. Frequentava gli ospedali da una vita ma non avrebbe mai pensato che dentro ci avrebbe potuto trovare qualcosa più di una scarica di psicofarmaci.
«Certo…» balbettò.
«Allora è deciso, domani stasera ci vediamo da me a cena. Dubito che avrai qualcosa di commestibile a casa tua dopo dieci giorni di assenza.»
VERAMENTE È SEMPRE COSÌ.
Sofia afferrò un pezzo di carta e ci scrisse sopra qualcosa. «Questo è il mio indirizzo, ci vediamo alle venti» disse, porgendogli l'appunto.
QUESTA È STRANA…


***


Alex fece l'ultimo giro di nastro americano attorno ai polsi di Dario.
«Finito» disse alzandosi e osservando la sua creazione.
«Bravo, nello stesso mobile, nel cassetto accanto, troverai dei teli di plastica trasparenti. Prendine due.» Il tono usato da Sofia con lui non era minaccioso ma il fatto che non avesse ancora abbassato la pistola lo rassicurava poco.
SECONDO TE COSA SE NE FARÀ DELL'EX MARITO?
«Vuoi che chiami la polizia?» chiese Alex andando in cucina.
«No, per quello c'è tempo. Prima devo spiegare un paio di cose a questo qui!»
I teli erano dove gli era stato detto. Alex li prese e tornò in sala dove l'infermiera, con lo spago, aveva legato insieme il nastro delle caviglie con quello ai polsi di Dario, incaprettandolo.
«Credevi non mi aspettassi una tua visita?» stava chiedendo la ragazza all'ex marito che si scuoteva nel vano tentativo di liberarsi.
«Secondo te perché non ho cambiato la serratura? Ti aspettavo per fartela pagare, così com'è capitato agli altri…»
OKAY, QUESTA INIZIA A FARMI PAURA.
«Visto che mi spiavi qui sotto, non ti sei mai chiesto che fine facessero quelli che mi portavo in casa?»
CARO, SE LUI NON S'È MAI POSTO IL PROBLEMA MI SEMBRA IL CASO CHE SIA TU A FARLO. CHI SONO GLI ALTRI E CHE FINE HANNO FATTO?
«Scusa se ti interrompo, Sofia. Visto la piega che ha preso la serata io me ne andrei.» A dirla tutta non gli interessava degli altri, ma solo della sua di pelle.
«Hai ragione, mi spiace ci abbiano interrotti.» La ragazza abbassò la pistola e gli andò incontro. Lo raggiunse e si sollevò sulle punte per baciarlo.
«Possiamo sempre riprendere il discorso un'altra volta…» propose Alex.
Senza rispondere, lei poggiò le labbra su quelle di lui.
Un pizzico al collo lo scosse. Si ritrasse dal bacio e guardò Sofia che aveva una siringa mezza vuota nella mano sinistra.
«Ma cosa…» provò a chiedere cadendo all'indietro.
MI SA CHE TI HA DROGATO!
«Credi veramente che io mi sia bevuta la storiella della morte accidentale della tua ragazza? È sempre colpa di voi uomini se una donna viene uccisa!» Sofia aveva gli occhi fuori dalle orbite e un'espressione folle in viso.
NELLA SUA PAZZIA, LA RAGAZZA CI HA PRESO…
Alex provò ad alzarsi, ma il suo corpo aveva già smesso di rispondere.
«Non ti preoccupare, io non sono un uomo, non ti farò soffrire…»
Mentre la stanza attorno a lui spariva, Alex vide Sofia andare al mobile accanto al televisore, aprire un'anta ed estrarre una tuta da imbianchino macchiata di rosso.
Chiuse gli occhi, diventati troppo pesanti, e si cullò all'idea che presto tutto sarebbe finito. Grazie a quell'aiuto inaspettato stava mettendo fine alla sua vita e presto avrebbe riabbracciato Marica.
E PENSI CHE I TUOI GUAI SIANO FINITI? IO E TE ABBIAMO ANCORA DEI CONTI IN SOSPESO…

Re: Semifinale Jack Sensolini

Inviato: venerdì 11 ottobre 2019, 13:16
da Marco Lomonaco - Master
Buongiorno, sfidanti!

come anticipato sul gruppo facebook, sono giunti i giudizi dello sponsor, che trovate qui di seguito.


MANI MORTALI
Buon racconto, ottima struttura. La narrazione scorre liscia e chiara, conoscenza profonda del background nipponico utilizzato.
Ma dopo le gioie arrivano i dolori: mi ha infastidito l’uso decontestualizzato della parola “fottuto”, è superfluo. I personaggi sono ben delineati, ma risentono di troppa stereotipazione. Un esempio lampante sono le battute sui giapponesi/cinesi.
La prosa è buona, asciutta, forse un po’ piatta, ma è un gusto prettamente personale.

L'AMORE NON PUÒ ESSERE VIOLENTO
Veniamo subito al dunque: l'unica cosa che eccelle nel racconto è la struttura narrativa. I flashback sono ben congegnati, le info date al punto giusto con ottima padronanza dello show don’t tell. La prosa è buona ma non ottima. Il resto però l'ho trovato poco originale, e cosa ancora più grave per il gli intenti dell’autore: poco divertente. In alcuni passaggi persino di cattivo gusto. Il senso della misura è fondamentale in questo genere di racconti, quando si cammina sul filo del trash, basta un leggero cambio di rotta per cadere nel kitsch. Fondamentale lavorare sui dialoghi. Pessima la scelta del maiuscolo per la voce in testa al protagonista, anche se forse l’intento era quella di renderla invasiva.

Accede alla finale “MANI MORALI” non so chi sia l’autore perché ho preferito leggerli senza saperlo.


Come incontrovertibilmente indicato, accede quindi alla finale MANI MORTALI, di Maurizio Ferrero, congratulazioni anche a te per essere sopravvissuto a un giudice severo a cui avevo chiesto di non indorarvi la pillola.
E congratulazioni anche allo sfidante, sconfitto E DISONORATO (goliardicamente... ciao Ceranu), ma comunque giunto fin qui!