I commenti e le riflessioni di Giorgia Tribuiani

Appuntamento per lunedì 18 novembre dalle 21.00 all'una con il tema della guest star Giorgia Tribuiani! Nata a San Benedetto del Tronto nel 1985, attualmente vive a Bologna e lavora nel campo della comunicazione. Laureata in Editoria e giornalismo presso la facoltà di Lettere e filosofia, per cinque anni è stata responsabile della sezione letteratura per la rivista di arte e cultura “Re-volver”. Da ottobre 2017 collabora con la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti Cronache degli artisti e dei commedianti (Tespi). Guasti è il suo primo romanzo ed è edito da Voland.
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I commenti e le riflessioni di Giorgia Tribuiani

Messaggio#1 » lunedì 9 dicembre 2019, 18:24

PREFAZIONE
(Utilizzata per l'Antologia Digitale)

Quando Maurizio Bertino mi ha proposto di partecipare come “Guest Star” alla nuova edizione di Minuti Contati, e quindi di sceglierne il tema e in un secondo momento di stilare la classifica dei racconti finalisti, sono stata subito entusiasta: leggere i racconti che sarebbero nati dalla mia proposta, conoscendo le limitazioni di Minuti Contati in termini di tempo e caratteri, mi è apparso fin da subito stimolante e divertente: ho sempre guardato con interesse e curiosità alle estemporanee di pittura, e di fatto Minuti Contati mi stava chiamando a partecipare attivamente – ma dal lato degli organizzatori – a un’estemporanea di scrittura.

“La soffitta” non è stato il primo tema a cui ho pensato. In un primo momento, lo ammetto, mi sono lasciata trasportare dal gusto personale: avevo immaginato infatti di proporre “Il perturbante”, quel mostruoso che si annida negli oggetti quotidiani e che li trasforma in qualcosa di sconosciuto, di ingestibile mentalmente, o in alternativa “L’esperimento”, “La cavia”, sempre nell’ottica di leggere racconti di trasformazione, di narrativa disturbante.
La competizione, tuttavia, in questo modo sarebbe stata falsata dalle mie preferenze personali: avrei favorito gli appassionati di narrativa horror, a prescindere dalle capacità narrative e dalla raffinatezza linguistica. Non era quello che desideravo. Volevo proporre un tema in grado di offrire a tutti la possibilità di esprimersi al meglio con il proprio immaginario.

E allora ho pensato: quale modo migliore, per saggiare le capacità di ognuno, se non quello di restringere il più possibile lo spazio fisico a disposizione, costringendo di fatto gli autori a espanderlo e modellarlo usando le proprie armi narrative e il proprio immaginario?
Perché, anziché scegliere un vero e proprio tema, non proporre invece delle limitazioni, come la necessità di ambientare ogni storia in una soffitta (adattissima tanto all’horror quanto al racconto di avventura, tanto alle storie legate ai ricordi e alla memoria quanto al racconto storico), impedendo ai personaggi di uscire durante tutta la durata del racconto?
Dall’unità di spazio di Aristotele alle limitazioni di Perec, tutto sembrava fare il tifo per il nuovo tema: “La soffitta”.

Leggere i racconti è stato poi molto bello, e devo ammettere che – considerando anche che sono stati scritti tutti nell’arco di quattro ore, senza che gli autori conoscessero il tema in anticipo, e con un limite piuttosto stretto di battute – sono stata piacevolmente sorpresa dalla qualità delle storie giunte in finale.
Sono stata inoltre molto contenta di aver scelto un tema concettualmente aperto, perché quest’ultimo mi ha permesso di godermi racconti molto diversi tra loro: dalla storia ipnotica in cui l’orrore vive nelle paure più profonde del protagonista (Dado da venti) a quella malinconica e con un bellissimo sottotesto legato al ricordare (Trappola di legno), dal racconto storico con colpo di scena (Aspettami in soffitta) alla narrazione metaletteraria basata sul dialogo (Zero ispirazionale assoluto), dalla storia di bambini che scivola dolcemente verso il fantastico (La stella cadente) al racconto incentrato sul senso dell’udito e su quello dell’olfatto (Il sorriso di Marta).
Anche il gioco di espansione della soffitta è stato brillantemente gestito, per esempio con un ottimo uso dei flashback (Semi tra le fiamme, Il male) o attraverso la creazione di un palazzo mastodontico dotato di conseguenza di un’altrettanto mastodontica soffitta (Il condominio).

La parte più difficile di questa mia partecipazione come Guest Star, dunque, lo ammetto, è stata quella della selezione, della preparazione di una classifica: la scelta è stata sofferta, anche perché racconti molto differenti tra loro presentavano punti di forza altrettanto diversi, e tutte le immaginazioni mi erano apparse centrate e intelligenti.
Così centrate e così intelligenti che spesso ho proposto anche delle revisioni, delle espansioni; di tornare, in un secondo momento, a lavorare sui racconti, perché in molti di questi c’è del potenziale, e sarebbe un vero peccato lasciarli in un cassetto, o portarli – ehm – dove sono cominciati: cioè in soffitta.

Giorgia Tribuiani


COMMENTI AI FINALISTI


Dado da venti
Il racconto mi è piaciuto davvero moltissimo, sotto tutti i punti di vista. Il disagio che trasmette fin dal primo periodo, la narrazione condotta perfettamente, la voce e il punto di vista del bambino credibilissimi e che rendono altrettanto credibile il pericolo imminente – mi sono trovata a sperare che i dadi dessero le risposte giuste – sono ingredienti ottimi e usati con grande consapevolezza.
Tutto è davvero visivo, e il finale mette i brividi.
A parte le prime righe lievemente fuori-consegna e un paio di piccolissime note (per esempio eviterei quel “le cose finte poi diventano vere”, che smorza un po’ la fiducia che il bambino cerca di infondersi in soffitta: credo basti il tiro dei dadi per mostrare che gli incubi possono avverarsi; anzi, se questa cosa non è anticipata può rafforzarsi) mi pare un racconto perfetto.

Trappola di legno
L’atmosfera di malinconia è gestita benissimo, e la narrazione costruita in modo ottimo: quando sono arrivata a metà racconto, ai denti aguzzi e agli occhi felini, ho pensato a un errore, mi sono detta: “ma adesso non sembra più solo un ciocco, sembra ce ne siano diversi”. Scoprire invece la capacità del ciocco di rigenerarsi, di riprendere le sembianze inziali, è stata una sorpresa molto bella. Originale, interessante.
Tengo inoltre a premiare questo racconto perché in così poche righe riesce non solo a raccontare una bella storia, ma anche a mantenere dall’inizio alla fine il sottotesto dedicato alla memoria: l’immagine struggente del ricordo che a volte torna, e quando non sembra tornare viene rovinato dalla stessa rabbia, ma anche l’idea che la memoria possa far tornare vivo chi non fa più parte del nostro presente.

Aspettami in soffitta
La costruzione è eccellente: per buona parte del racconto sono stata convinta che si trattasse unicamente di un’avventura di bambini alla scoperta di “tesori” in soffitta; solo quando si è fatta notte fonda ho iniziato a capire che qualcosa non andava. Sempre a proposito della costruzione, anche gli spazi bianchi sono usati con consapevolezza e danno senso ai passaggi: il ritmo è gestito benissimo.
Considerando poi che è tutto molto visivo, faccio davvero fatica a trovare dei difetti a questa storia: penso anzi che varrebbe la pena – ovviamente al di fuori del concorso – di estenderla, di farne un racconto più lungo.
Forse, ma questa è solo una suggestione, il racconto potrebbe essere ancora più potente se si scoprisse che Iwo, che ha promesso di salire, non è in realtà un amichetto di Gal (come il lettore avrà certo pensato fin dall’inizio) ma il padre, e non sta salendo per giocare ma per nascondersi dopo essersi accertato di essere al sicuro. Si tratterebbe di un ulteriore colpo di scena e darebbe forse un’ulteriore stretta al cuore al lettore.

Semi tra le fiamme
La cosa più interessante, in questo racconto, è la costruzione del personaggio, che col suo fascino sinistro rende fascinosa la scena. Tutto appare molto visivo, ed è facile per il lettore essere trascinato nella soffitta (e a proposito di soffitta: la gestione dello spazio, con l’uso del flashback per uscire dalle limitazioni della consegna, è davvero ben fatta).
Il finale è ben “seminato” nei primi paragrafi, dove l’attenzione del lettore viene sicuramente attirata dal “prezioso sacchetto di semi di lino”. Forse, in ottica di una riscrittura, potrebbe essere interessante creare un climax della disperazione di Santa, così da giustificare maggiormente il mancato tentativo di salvare i ricordi, magari tramite l’abbaino.

La stella cadente
Un racconto molto dolce, intimo, con dialoghi e passaggi ben congegnati.
Interessante, in questa notte in cui tutto può avverarsi, come il racconto passi da vicende verosimili a vicende sempre più fantastiche, dalle mille stelle cadenti all’arrivo della stella personale fino all’incendio in soffitta. Il fascino del racconto credo sia proprio qui, nella capacità dell’autore di modificare la realtà ma senza minare la sospensione dell’incredulità e senza violare il patto col lettore.
In questo contesto il finale, che torna a una dimensione verosimile, appare ancora più intimo e raccolto.
Per rafforzare il gioco realtà/finzione potrebbe essere utile aumentare gli elementi di realtà all’interno della soffitta e lavorare sulle espressioni e sui gesti dei bambini (per esempio descrivendo più visivamente la smorfia di disappunto, il sorriso dolce, la rassegnazione ecc., che tendono un po’ a spiegare anziché a mostrare).

Zero ispirazionale assoluto
Il metaletterario che parla del metaletterario, bisogna ammetterlo, è sempre divertente. Se poi i dialoghi sono così ben congegnati, con passaggi ironici, idee che vengono scartate ecc., al divertimento si aggiunge la curiosità di arrivare in fondo.
La sorpresa finale ricompensa l’attesa, ed è interessante come l’autore sia riuscito a passare dalla metaletteratura alla fiction attraverso il collante del personaggio misterioso.
Ho avuto un unico dubbio: non sono convintissima della scelta di usare la C puntata nella prima parte del racconto, perché in qualche modo farlo indebolisce la trasformazione della storia man mano che se ne parla metaletterariamente (sarebbe bello se l’interlocutore diventasse Cthulhu solo dopo la proposta di aggiungere un personaggio misterioso).

Il condominio
Un racconto intelligente, a partire dalla prospettiva: creare un palazzo mastodontico ha permesso all’autore di allargare i confini fisici della soffitta e quindi anche le limitazioni dovute allo spazio normalmente angusto, vecchio, spesso intimo. Ne risulta un racconto nuovo, una distopia originale; tra l’altro il nome del condominio mi ha ricordato “Noi”, romanzo distopico di Zamjatin.
Ho apprezzato la capacità di creare attesa, le descrizioni e anche l’uso della lingua (belle le similitudini, in particolare quella sul tirapugni; solo la prima avrebbe potuto essere spinta ulteriormente: un dolce farcito dà un’idea di artigianalità, perdendo un po’ il contatto con la freddezza che l’impianto del racconto trasmette; un “dolce industriale”, invece, potrebbe mantenere questo gelo).
Sarebbe stato interessante – anche per creare, se non una chiusura, una direzione per il racconto – sapere di più di questo attacco giornaliero, anche con un paio di frasi utili a creare suggestioni, ma non era facile in un racconto scritto in così poco tempo e con un limite di battute tanto stretto.

Il male
L’idea è interessante, così come il ribaltamento che avviene man mano che il racconto va avanti: il male in realtà è un oggetto fisico; l’oggetto non spaventa il bambino di per sé, ma al contrario il bambino ha paura perché vede un adulto piangere quando lo osserva.
La costruzione è buona, ma forse tende a rivelare un po’ troppo, affievolendo l’effetto dei colpi di scena: se per esempio ad accompagnare il bambino ci fosse stato un fratellino più piccolo, o della stessa età, l’orrore della cassettiera e dell’avvicinamento a quest’ultima avrebbe in qualche modo “distratto” il lettore dalla crisi famigliare, riproponendola con forza nelle battute finali e sorprendendo il lettore; in questo caso, invece, dopo essermi concentrata sulla crisi, mi aspettavo di trovare un oggetto che parlasse della famiglia e la tensione si è un po’ spenta. Allo stesso modo, forse il racconto sarebbe stato più forte se il bambino avesse visto il padre strappare le pagine, impazzire, singhiozzare selvaggiamente: probabilmente di fronte a una reazione simile un bambino sarebbe più portato a pensare al “male”.

Il sorriso di Marta
Interessante, in questo racconto, la scelta di affidare la narrazione agli altri sensi, come l’olfatto e l’udito, sensi che di solito sono quelli che subito portano alla memoria delle persone un ricordo. Questo rende la ricerca più viva, specie in una storia dove la narrazione parla di buio, di notte e di ombra. Il fatto che prima del risveglio arrivi l’odore di medicinali apre bene alla chiusura del racconto.
A titolo di spunto di miglioramento, la ricerca di immagini e similitudini potrebbe essere più accurata, per esempio il “pugno nello stomaco” è solitamente un po’ un cliché, così come la tempia che pulsa e il buio che divora lo spazio: penso che se l’autore riuscisse a trovare immagini più dedicate il racconto ne guadagnerebbe.
Il finale esce un po’ dalla consegna, e forse avrebbe potuto essere gestito al tempo futuro, con un flashforward, in modo di rientrare nella limitazione.



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