Finalissima!

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il due gennaio sveleremo il tema deciso da Dario Orilio. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Finalissima!

Messaggio#1 » martedì 18 febbraio 2020, 23:21

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Siamo all'atto finale de La Sfida a Dreamscapers. Chi avrà la meglio tra Eugene Fitzherbert e Agostino Langellotti?



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Eugene Fitzherbert
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Re: Finalissima!

Messaggio#2 » martedì 25 febbraio 2020, 21:36

Scheggia
Eugene Fitzherbert



1. Diagnosi
Il dottor Curlo si chinò sul volto del Capoquartiere Torres.
«Tiri su il collo, signore».
Le guance rubiconde erano butterate da escrescenze ossee che emergevano dall’interno. «Esostosi Paraversa» sentenziò. Prese una pinza e ne afferrò una. «Stringa i denti…» e strattonò. La scheggia di osso venne via con un clac.
«Cazzo!».
«Scusi, signor Torres. Ho bisogno di questo campione per vedere se c’è qualcosa di strano».
«Il fatto che mi crescano queste schifezze su tutto il corpo non è abbastanza strano?» sbuffò l’altro, infastidito. «Devo prendere farmaci o mi conviene arruolarmi nel circo?».
«Siamo nel 1899, signore, e viviamo nel Regno delle Due Sicilie, il più avanzato dell’intera Europa. Con la lavonite dei nostri giacimenti facciamo miracoli. Niente circo per lei» rispose Curlo, porgendogli una crema.
«Balsamo Trasducente?» chiese l’altro.
«Deve applicarne un po’ sulle spalle e sulle caviglie e poi…» il dottore gli porse un dispositivo simile a un macinacaffè «...attaccarvi sopra questi elettrodi a suzione. Giri la manovella fin quando non vedrà le statiche nella sfera di controllo» e indicò il bulbo di cristallo in cima allo strumento. «Le forze galvaniche e l’impedenza delle ossa invertiranno la crescita minerale».
«Sembra una stronzata, per usare le parole dei filosofi, ma mi fiderò di lei. Dio sa se non ho battuto ogni strada per risolvere questo problema». Torres mise da parte il marchingegno. «Le va un cognac, Curlo?» e senza attendere risposta: «Luiza! Due cognac».
Dall’ombra del corridoio emerse una ragazzina magra dai capelli lunghi. Senza emettere un suono, lo sguardo a terra, uscì e tornò dopo pochi secondi con i bicchieri. Quando i due uomini iniziarono a sorseggiare il liquore, si mosse per andarsene.
«Ma no, Luiza, resta qui». Torres la attirò a sé. «Stasera dovrai aiutarmi con la terapia». E si leccò le labbra.
Il dottore finì il drink. «La contatto appena ho novità. Metta il balsamo tre volte al giorno, mi raccomando».
I due si strinsero la mano e a Curlo sembrò di strizzare un sacchetto pieno di denti.

2. Eziologia
Due giorni dopo, al tramonto, Curlo si precipitò nello studio di Torres, portandosi dietro l’aria sporca di Brundisium. Varcata la soglia, rimase interdetto.
«Non è proprio un bello spettacolo, vero?» lo apostrofò il Capoquartiere.
L’esostosi paraversa era peggiorata: Torres sembrava un mostro dalla faccia raggrumata, le mani come artigli di pelle e osso, la camicia tesa sul torace e le spalle deformate.
«Signore, ho due notizie». Deglutì. «La prima: lei non è malato».
«Certo, sono il ritratto della salute. Peccato per questi tumori ossei. Lo sa che ho preso sette chili? E non per quello che mangio, ma perché ho le ossa grosse!». Rise senza allegria.
«Non mi fraintenda. Quello che voglio dire è che la sua non è una malattia in senso stretto: per questo le terapie non funzionano».
L’altro rimase in muta attesa.
«Tutti i test clinici che ho fatto sono risultati alterati, quasi impossibili… Il frammento di osso ha continuato a crescere, anche una volta staccato dal resto del corpo. E poi, la reazione con l’idrossido di gallio ha prodotto una...»
«Non mi interessano i dettagli. COSA.- HO?».
«E va bene». Curlo strinse le labbra. «Lei ha una maledizione».
Seguì un silenzio in cui l’enormità della rivelazione si cristallizzava nel volto sorpreso del Capoquartiere. «Eh?».
«Una specie di malocchio, ma molto più grave. Probabilm…»
La risata sguaiata di Torres lo interruppe. «Non ci posso credere. Mi avevano detto che era un tipo aperto, ma mi aspettavo che fosse votato alla modernità». Sbuffò una risata amara. «E ora mi viene a dire che sono vittima di un incantesimo?».
«Sono affascinato dalle conoscenze… occulte». Il cuore gli batteva a mille. «E quello che ha è peggio di un incantesimo. Sa chi è Siapath, il Signore delle Ossa?». Lo sguardo scettico di Torres lo indusse a non aspettare la risposta. «È un Dio temuto in Medio Oriente dalle tribù nomadi dei deserti».
«Maledetti barbari».
«Un altro nome con cui è noto Siapath è il Rheumator, il Portatore Di Dolore. Lei è vittima di una maledizione antichissima». Curlo tirò fuori un libro dalla sua borsa. «È una punizione riservata a gente malvagia: dapprima le ossa crescono, fino a ricoprire il corpo. Dopo un periodo di preparazione, interviene il vero potere del Rheumator. Il libro non entra nei particolari: si limita a dire è doloroso. Molto doloroso».
Torres lo guardava con gli occhi sgranati. «Ho paura a chiedere qual è l’altra cosa».
«Non abbiamo molto tempo».
«Lo temevo. C’è una soluzione?».
«Il libro dice che la maledizione è tenuta viva da un sigillo». E mostrò una pagina interamente occupata da un complicato disegno di due mani scarnificate che reggevano un teschio. «La sua distruzione porta alla regressione del maleficio. Ha dei nemici?».
«Sono il Capoquartiere, perdio! Ho rovinato decine di persone e ne ho favorite altre, che ricatto ogni giorno. Ho solo nemici, come ogni persona del mio rango in una città pericolosa come Brundisium. Ma non è il loro stile: loro mi taglierebbero la gola o mi sparerebbero con un arroventatore».
«Uhm… Quando ha avuto i primi sintomi?».
Torres ci pensò un po’ su, poi annuì. «Circa quattro settimane fa, sì».
«Ed è successo qualcosa, allora?».
Torres guardò il soffitto. «Un mese fa… No. Niente di che».
Curlo si picchiettò le labbra, soprappensiero, scandagliando altre possibili soluzioni. «Posso avere un po’ d’acqua?» chiese.
«Certo. Luiza! Porta…» Torres si bloccò. «Per la barba di Garibaldi!».
«Eh?».
«LUIZA!». La ragazza entrò di corsa. «È LEI! È arrivata giusto un mese fa. Vede, accolgo delle ragazzine dell’Orfanarium grazie a un accordo con Madame Convals, una vecchia puttana francese che mi deve la vita. Regalo loro un po’ di benessere, così la megera può adottarne altre. Invece, Luiza…»
«Luiza cosa?».
«Di solito sono io a fare richiesta di una ragazza alla vecchia ruffiana. Luiza invece è stata una specie di regalo: si è presentata da sola, con una lettera della Convals. Strano, certo, ma non avevo una sguattera a casa e lei era carina. Perché rifiutare?».
Nel frattempo Luiza si era avvicinata con il bicchiere d’acqua.
«Potremmo interrogarla» propose Curlo.
«Ma no! È sicuramente lei la causa!» e le diede un ceffone sulla nuca. «Facciamola fuori e basta. È una sguattera, non interessa a nessuno».
Curlo era inorridito. «Se ci sbagliamo, perdiamo l’unica persona che potrebbe dirci qualcosa. E il tempo stringe. Interroghiamola».
«Non si può: è muta».
«Ne avevo il sospetto» mormorò tra sé il dottore, ripensando a Luiza che non aveva emesso suono nonostante le percosse. All’improvviso il suo sguardo si illuminò: «Ho la soluzione! Andiamo nel mio laboratorio».
Torres sculacciò la ragazzina per sottolineare la sua approvazione. «Non sei contenta di uscire di qui, Luiza?».

3. Esame Obiettivo
Curlo corse veloce tra i vicoli del Quartiere Aloysiano di Brundisium, seguito da Torres che si trascinava dietro Luiza, mentre il sole scendeva dietro ai palazzi di marmo riccamente decorati.
Raggiunto il laboratorio, il dottore li condusse giù per una scala fino a uno scantinato occupato da un enorme macchinario.
«Ecco l’Ipno-Induttore, la prima macchina per collegare le menti» spiegò con orgoglio. «La sua sola esistenza mi farebbe finire nelle prigioni di Faraday».
«Dove hanno messo Mazzini, no? Peccato che il suo amichetto Garibaldi sia stato fatto fuori prima!» Torres rise, ma poi tornò serio, lo sguardo da squalo. «Grazie per questa informazione, comunque».
Curlo serrò la mandibola, maledicendo mentalmente la propria idiozia. «Userò l’Ipno-Induttore per interrogare Luiza. Prepariamoci».
Torres diede uno spintone alla ragazza. «Avanti, sgualdrinella, è il tuo momento».
La macchina era composta da due chaise longue munite di legacci, collegate con tubi di rame e cuoio a un corpo cilindrico di legno alto due metri. Muovendo le dita tra le intarsiature di ottone lungo la macchina, il dottore controllò una serie di indicatori ad ago e un paio di barometri. In cima alla colonna, brillava rossastra una pietra di lavonite carica di energia, custodita in una teca di vetro.
Curlo tirò una leva e la macchina cominciò a ronzare. «Adesso viene il bello». Abbassò due interruttori e ruotò una manopola. Un getto di vapore sfiatò da un ugello e la lavonite si accese come un tizzone ardente.
Torres osservava il medico, nel tentativo di distogliere l’attenzione dal prurito che serpeggiava per tutto il suo corpo. Poteva sentire quelle piccole schegge bastarde che gli crescevano dentro. «È tutto pronto?».
«Eh, sì, sì, un attimo».
Curlo afferrò una maniglia e aprì uno sportellino sulla struttura di legno, scoprendo il motore portante dell’Ipno-Induttore.
«Ma cosa…?». Le parole di Torres furono coperte dal rumore di Luiza che si accasciava a terra priva di sensi.
Dietro lo sportellino, immerso in un liquido gelatinoso illuminato dalla lavonite, galleggiava un cervello umano.
«Mi aiuti a stendere la ragazza».
Torres rimase immobile, stupefatto. «È un cervello vero?».
Curlo lo guardò. «, è un cervello. , è tenuto in vita artificialmente. E , grazie a lui interrogheremo la ragazza. Ora mi dia una mano. Presto!».
Torres le mollò un ceffone. «Sveglia, principessa. Il dottore ti deve rovistare nella testa».
Luiza aprì gli occhi, cerea. Cercò di divincolarsi, ma il Capoquartiere la tenne ferma, mentre Curlo la legava alla sedia.
Il dottore afferrò un caschetto in cuoio dalla visiera oscurata e lo assicurò al volto di Luiza, poi si accomodò sull’altra chaise longue. «Vado».
«E io?».
«Se vede qualcosa di strano, tiri quella maniglia rossa». Poi si calcò il suo casco sulla testa e tirò una leva.
Il cervello, fluttuante nella gelatina, fu attraversato da scariche elettriche. Luiza ebbe uno spasmo e si inarcò sulla sua lettiga, tendendo le cinghie; infine si accasciò in un sonno profondo.
Il Capoquartiere osservò Curlo: l’uomo ruotava la testa come se si stesse guardando intorno. Lo udì grugnire, quando i tubi che arrivavano al suo caschetto furono percorsi da vapore e luce. Poi il dottore prese a contorcersi in preda al dolore. Mugolò qualcosa di incomprensibile, come se all’improvviso avesse perso il dono della parola. Singhiozzò, mentre le mani si toccavano il petto e l’inguine come per difendersi.
A Torres quell’atteggiamento sembrò familiare. Si era già trovato di fronte a quella scena?
«Dolore. Umiliazione». Le parole uscirono dalla bocca di Curlo in un rantolo. «Devo andare più indietro, prima di questo orrore».
E Torres capì. Il dottore aveva appena rivissuto il momento in cui lui e Luiza si erano conosciuti. Cazzo! Ora sapeva quello che aveva fatto alla ragazza. Doveva fermarlo.
Allungò la mano verso la maniglia rossa. Al diavolo l’interrogatorio!

4. Anamnesi Remota
Prima del Dolore.
Prima dell’Umiliazione.
Prima del Silenzio.
«Come ti chiami, tesoro?».
«Luiza Korlova, signora».
«Quanti anni hai?».
«Dodici».
La donna al di là della scrivania è la Padrona dell’Orfanarium. Non conosco il suo nome, ma è dolce. Perché mi ha convocata, stanotte?
Ho paura.
«Luiza, non temere. Devo chiederti un favore».
Stringo le mani, ma non dico niente.
«C’è un uomo a cui tu devi portare un dono».
«Devo portare un pacchetto?».
La Padrona dell’Orfanarium sorride. «Sarai tu, il pacchetto. Sarai il dono e il pacchetto».
«Non capisco».
«Non ce n’è bisogno».

I ricordi sono spezzati, le immagini sfocate.
Una stanza buia e una lampada fatta di ossa. Davanti a me c’è un braciere pieno di tizzoni ardenti e una pentola dove bolle dell’acqua salmastra.
«Le vestigia del Rheumator devono essere dentro di te, per condurle fino al nostro uomo».
Odore di bergamotto e cannella.
«Respira il vapore, ti terrà pura».
Mi chino e il calore mi colpisce il volto e mi fa sudare.
Una mano getta nella pentola della polvere bianca e l’acqua sembra impazzire. I vapori si intensificano. Mi ritraggo, ma mani decise mi afferrano le spalle e la testa e mi spingono a pochi centimetri dalla superficie ribollente. Chiudo gli occhi.
«Basta, vi prego...»
«Luiza». La voce della Padrona ha il potere di calmarmi. «Inala, come se fosse un suffumigio. È acqua santa, non può farti male».
Ubbidisco e respiro a bocca aperta. Un odore di morte mi investe la gola: ha il sapore di un sasso ricoperto di sangue vecchio, l’odore di vermi sotto una tomba scoperchiata. E mi penetra bruciante nel petto.
Un fiotto di quell’acqua maledetta, o benedetta da un Dio sbagliato, mi schizza in bocca. E arriva la tosse, squassante: un dolore insopportabile mi lacera la gola e sputo due grumi rossi, filiformi.
«Il prezzo è stato pagato. Siapath ha accettato la voce del Vessillo. La maledizione è pronta per essere inviata». La Padrona mi abbraccia. «Brava Luiza. Ora viene la parte difficile. Verrai mandata da un uomo che ti vorrà bene nel peggior modo possibile. Sii forte».
Cerco di parlare, gli occhi spalancati per il terrore, ma nessun suono esce dalla mia bocca.
...
È arrivato il Silenzio.
E l’Umiliazione.
E il Dolore.
E finalmente la Maledizione.
Sono il pacchetto e il dono.

Torres tirò la maniglia rossa, interrompendo il collegamento.
Curlo si sedette di scatto e si strappò il caschetto dalla faccia. «Cosa ha fatto a questa povera bambina?».
«Suvvia, dottore» minimizzò Torres. «Non si scandalizzi per un po’ di divertimento. E poi ha quattordici anni, è praticamente una donna».
«Ne ha dodici, perdio!». L’uomo si alzò a fronteggiare Torres. «Dovrei denunciarla».
«Lei deve solo guarirmi. E dimenticare. Così anche io dimenticherò il trabiccolo che potrebbe costarle “un soggiorno nelle prigioni di Faraday”, per usare le sue stesse parole. Che ne dice, dottore?».
Curlo strinse i denti, in trappola.
«Bene. Abbiamo un accordo. Ha scoperto qualcosa nella testa di questa stronzetta?».
Curlo glielo raccontò. Torres slegò la ragazza e la prese per i capelli. «In marcia. Si torna a casa, bellezza, all’Orfanarium di Madame Convals!».

5. Terapia
Il gruppo lasciò il ricco Quartiere Aloysiano alla volta del Rione Paradisium, con le sue case di tufo e legno e il suo degrado. Curlo rimuginava, turbato dalle visioni delle violenze subite dalla ragazza. Davanti a lui, Torres, deforme per le esostosi paraverse, arrancava trascinando una Luiza in lacrime, dallo sguardo stravolto.
«Non capisco» se ne uscì d’un tratto Torres. «Perché Madame Convals ha architettato tutto ciò? Sono anni che la aiuto a mantenere a galla il suo Orfanarium».
Il dottore non rispose.
«Quella stronza avrà molto da spiegare. E ce n’è anche per te, puttanella» aggiunse strattonando la piccola. «Quando questa storia sarà finita, diventeremo molto amici…»
Finalmente, davanti a loro emerse l’Orfanarium, con le inferriate alle finestre e le pareti grigie e scrostate. Torres imboccò un vicolo e spalancò una porta laterale che dava nelle cucine, facendosi strada deciso tra cuoche e sguattere terrorizzate.
Curlo lo seguì su per una scaletta e lungo un corridoio, fino a una porta a due battenti.
«Siamo arrivati». Torres spalancò la porta e si tuffò oltre. «Dove cazzo sei, maledetta bastarda?» tuonò, avanzando al centro della stanza. Luiza, accanto a lui, singhiozzava terrorizzata.
Curlo chiuse la porta e ravvisò subito l’ambiente: era quello che aveva visto nei ricordi di Luiza. C’erano la scrivania, gli scaffali, la sedia in pelle. E lì, seduta, una donna dalla carnagione olivastra.
Torres si bloccò, interdetto. «E tu chi sei? Dov’è quella stronza di Madame Convals?».
«Capoquartiere Torres, non si parla così davanti a una bambina». Volse lo sguardo verso Luiza. «Vero, cara?».
Curlo riconobbe quella voce. «Lei è il capo dell’Orfanarium!» esclamò.
«Esatto».
«Capo? E la Convals?».
«Madame è morta tre mesi fa. Da quel momento, sono stata io a occuparmi della gestione». Osservò il suo interlocutore. «Come mai è qui, Capoquartiere?».
«Lo puoi vedere da te, megera. Sei stata tu a farmi questo». Con il volto deformato, ringhiò: «Dimmi del sigillo».
La donna ridacchiò. «Ha fatto i compiti, signor Torres! Il sigillo è al sicuro e non lo avrà mai. E poi, perché interrompere la maledizione ora che è al suo apice?».
«Ma chi sei?».
«Non ti ricordi di me? Mi deludi!» Rise. «Mi avevi detto che ero unica. Sono la piccola Fanie». La donna sorrise, ma i suoi occhi si indurirono. «A undici anni mi hai seviziato. Per un anno e mezzo, mi hai maltrattato e punito per poter fare la pace, a modo tuo. Sono la bambina che hai distrutto, tra lacrime e sangue». Le labbra si incresparono in una smorfia di odio e disgusto. Indicò Luiza. «E hai fatto lo stesso con lei».
Torres inclinò la testa in una posa interrogativa.
«La maledizione era programmata per scattare alla prima violenza. Ed eccoti qua, con quello che ti meriti, mostro!».
Il Capoquartiere si lanciò verso la scrivania, ma la donna gli puntò contro un arroventatore a disco: l’arma piatta e lunga ronzava carica, pronta a sparare le due munizioni incandescenti. «Ah ah, Torres. Niente movimenti strani o ti trancio in due».

6. Complicanze
Le armi da fuoco mettevano a disagio il dottore. Soprattutto se uno dei due proiettili era destinato a lui.
Si fece avanti per far ragionare Torres. «Signore, la prego, usiamo un po’ di diplomazia».
L’altro lo guardò, illuminato da un’idea.
Quando fu a un passo, Torres lo afferrò e lo scagliò contro la scrivania.
D’istinto, Fanie fece fuoco: il disco rovente colpì Curlo tra il naso e l’occhio sinistro, tagliandogli una enorme sezione di cranio. Mentre la coscienza del dottore di spegneva in un grumo di sangue e cervello sul pavimento vicino a Luiza, Torres ribaltò la scrivania su Fanie e con una manata fatta più di osso che di carne le strappò via l’arma.
«Il sigillo. ORA!» sibilò, afferrandola per il collo.
«Preferisco morire».
«Non sarò così clemente con…» ma non riuscì a finire la frase: il suo braccio si piegò in una posa innaturale e una fitta lancinante lo attanagliò fino alla spalla. Perse la presa sul collo di Fanie e lei si divincolò.
Il corpo del Capoquartiere urlava in preda a un tormento infernale: l’avambraccio era ricoperto di spuntoni che gli stracciavano gli indumenti, il volto un incubo biancastro in cui si intravedevano gli occhi; la bocca ricoperta da una museruola di ossa. E sotto la pelle e i muscoli, lo scheletro deformato cominciava a cedere, sgretolandosi in decine di fratture.
Stava franando su sé stesso.
«Strega bastarda!» urlò. Suoni di rami spezzati emergevano dal suo corpo in rovina, mentre nuove ondate di dolore lo squassavano.
«Rheumator» sussurrò Fanie mentre gattonava via, un sorriso sul volto lucido di sudore. «Il Portatore Di Dolore».
L’aria della stanza fu lacerata dall’esplosione sibilante dell’arroventatore.
Luiza! Dannata stronzetta!
Il disco colpì il Capoquartiere al braccio. La lama rovente scalzò un’esostosi di almeno venti centimetri e rimbalzò verso Fanie, stracciandole la veste e mostrando la pelle nuda della schiena.
Gli occhi di Torres si illuminarono. «Eccolo!» e si lanciò sulla donna, strappandole la camicia e scoprendo del tutto il sigillo, inciso nella carne tra le scapole come una enorme cicatrice.

7. Exitus
Fanie, schiacciata pancia a terra sotto il peso del Capoquartiere, rimase senza fiato, incapace di gridare mentre quel bastardo le scopriva l’intricato arabesco inciso sulla schiena: il Sigillo di Siapath, un teschio appoggiato su due mani ossificate.
Torres affondò l’artiglio che era la sua mano destra nella schiena di Fanie, strappandole brandelli di pelle. Lei si inarcò per il dolore. Sotto la maschera di ossa, Torres sorrise. «Ti piace così?». Si piegò sull’orecchio della sua vittima. «Mi sta venendo duro. Come osso!» e scoppiò in una risata orribile, mentre riduceva il sigillo a un ricordo di carne e sangue.
Fu a quel punto che Luiza si lanciò contro il Capoquartiere, cominciando a tempestarlo di pugni. Nonostante avvertisse piccoli cedimenti nelle profondità della carne di Torres, realizzò che non gli stava facendo niente. In preda alla disperazione e alla frustrazione, notò qualcosa che la terrorizzò ancora di più: i capelli sulla nuca fecero capolino, quando due enormi spuntoni piatti si assottigliarono e indietreggiarono fino alle orecchie.
Sta guarendo!
«Levati di dosso, piattola!» sbraitò Torres e con una gomitata spedì la ragazzina sul pavimento. «Di te mi occuperò dopo».
Luiza rotolò vicino alla scheggia di osso staccata dall’arroventatore. La afferrò e dentro di sé avvertì qualcosa che esplodeva e la riempiva. Il sapore di un sasso ricoperto di sangue secco le riempì la bocca, mentre il naso si saturava dell’odore di vermi sotto una tomba scoperchiata.
«IO SONO IL DONO! E ANCHE IL PACCHETTO!» urlò, e la sua voce era una cacofonia di ossa che si frantumavano.
Fanie vide gli occhi della ragazzina spegnersi, diventare vitrei e poi calcinarsi, come biglie di gesso giallastre.
«Siapath! Il Signore delle Ossa» riuscì a esalare.
Luiza si lanciò come una furia verso Torres e lo afferrò per le caviglie ossificate. Con una forza che non le apparteneva, strattonò il Capoquartiere lontano da Fanie e, con calma predatoria, si chinò su di lui.
«Lasciami andare, maledetta bastarda!» urlò l’uomo mentre cercava di divincolarsi.
Luiza lo bloccò pancia a terra con un ginocchio e iniziò a pugnalarlo con la scheggia che stringeva in mano. L’aria si riempì delle urla di Torres, seguite dal sangue e da frammenti di cartilagini e ossa che volavano via per la violenza dell’attacco.
Fanie rimase impietrita dal terrore, ma non riusciva a distogliere lo sguardo dalla carneficina in atto. Non ci riuscì neanche quando Luiza sollevò la sua arma di fortuna e con un urlo inumano calò un colpo direttamente sulla nuca dell’uomo agonizzante. E nemmeno quando lo spuntone emerse dalla bocca del Capoquartiere come una linguaccia dispettosa, portandosi dietro sangue e materia cerebrale. Mentre il corpo di Torres si accasciava al suolo, il sangue divenne polvere rossastra e poi una fine sabbia d’ossa che si disperse sul pavimento.
Fanie corse a sorreggere Luiza mentre crollava stremata. La guardò negli occhi, che erano tornati quelli luminosi e malinconici della bambina che era. La strinse forte e, con la testa affondata nei suoi capelli, la sentì dire: «Il baghtaddo è motto?».
Fanie riuscì solo ad annuire tra le lacrime.
La maledizione stava lasciando anche lei.

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Pretorian
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Re: Finalissima!

Messaggio#3 » mercoledì 26 febbraio 2020, 22:10

Quattro parti di un cuore infranto


Roberto mette del ghiaccio in un bicchiere e si versa uno sherry. Mentre si gode la sensazione di fresco nello stomaco, riconosce il bussare sommesso di Garrone.
- Avanti.
La testa calva del servitore fa capolino tra i pannelli di mogano.
- Perdoni il disturbo, Signore, ma i suoi ospiti sono arrivati.
- Falli entrare.
- Come desidera, Signore.
Garrone spalanca la porta, facendo entrare i nuovi arrivati: una donna vestita di mussola bianca, secondo l’ultima moda inglese; un vescovo cattolico, che giocherella nervosamente con il crocifisso dorato che porta al collo e un giovane ufficiale di cavalleria, con l’uniforme linda e due baffetti alla D’Annunzio perfettamente curati.
Il maggiordomo prende l’ombrello della giovane e il kepì del militare, ma, quando prova a prendergli anche la sciabola, quest’ultimo gli allontana la mano.
- Non mi muovo mai senza. Non si sa mai quello che può accadere.
Il servitore annuisce, poi esce dalla stanza, chiudendo la porta alle sue spalle.
- Elena, Carlo, Dario. Ben arrivati.
- Quindici anni che non vedi i tuoi fratelli e questo è tutto quello che hai da dire? Speravo che in Africa ti avessero insegnato l’importanza dell’ospitalità – gli risponde l’ufficiale, sedendosi sul divano e afferrando la bottiglia di sherry. – Bah, nemmeno a bere ti hanno insegnato.
- In compenso, l’esercito non ha insegnato a te la disciplina – gli risponde Roberto, sorridendo. – Come se non sapessi che indossi quell’uniforme solo per far colpo sulle fanciulle che frequentano il circolo letterario di nostra sorella.
- Può contare solo su quello: l’unica volta che ha provato a scrivere una poesia e a recitarla, ha tirato fuori una chitarronata così volgare che uno dei miei ospiti si è sentito male.
- Non è colpa mia se il tuo salotto è popolato da tisici cicisbei che non sanno riconoscere la vera arte!
Elena e Roberto ridono. Carlo continua a tormentare il crocifisso in silenzio. Alla fine, i convenevoli terminano e le loro risate sfumano in un silenzio carico di tensione. Lentamente, Roberto si avvicina a una statuetta d’ebano a forma di gestante. Toccando un tasto nascosto, ne apre il ventre concavo, poi ne appoggia il contenuto sul tavolino al centro della stanza.
Il frammento di un pendente a forma di cuore.

Un urlo dal piano inferiore. Roberto e Dario si osservano in silenzio, come per rassicurarsi a vicenda di non esserselo immaginato. Un altro grido. Stavolta Roberto lascia cadere le biglie e si alza in piedi.
- Tu resta qui. Vado a vedere cosa sta succedendo.
Il giovane esce dalla stanza, segue il corridoio e raggiuge il ballatoio che dà sul grande soggiorno del piano terra. Uno dei maggiordomi è immobile davanti alla porta dello studio di suo padre. Quando si accorge di lui, sbianca.
– Meglio… meglio che torni subito nella sua stanza – dice Delcati, con voce che fatica a essere ferma. Le sue mani tremano leggermente.
Prima che il giovane possa rispondere al maggiordomo, un terzo urlo, ancora più forte, risuona nella villa.
- Mamma! – urla, scendendo di corsa le scale.


- Perché ora? – fa Dario, osservando il monile. – Perché abbiamo dovuto aspettare per tutti questi anni?
- Perché ora io ho le mie spedizioni in Africa; tu la tua carriera militare; Elena la sua fama di poetessa e Carlo la santità del suo abito. Le nostre stesse vite sono degli alibi che ci terranno al sicuro da ogni sospetto.
Dario sorride.
- Se avessi la metà del tuo ingegno, potrei marciare su Vienna con degli ascari ubriachi.
Apre il taschino della giubba e ne estrae un altro frammento del cuore, che sistema accanto a quello del fratello.
- Se serve a farlo soffrire, sarà valso ogni istante di attesa.

Dario si alza in piedi di scatto e si guarda attorno.
- Mamma? – sussurra, riconoscendo la voce che ha lanciato l’ennesimo urlo. Comincia a respirare in modo agitato, mentre il suo corpo prende a tremare da capo a piedi. Per cercare di restare calmo, comincia a passare le biglie da una mano all'altra, ma Roberto non ritorna e la distrazione si rivela ben poco utile. Alla fine, lascia cadere i giocattoli ed esce nel corridoio. Sente suo fratello parlare a voce alta: quando raggiunge il ballatoio, lo vede litigare con uno dei maggiordomi.
- Fammi entrare, Delcati! Devo vedere cosa sta succedendo!
- Suo padre sta avendo un importante incontro d’affari e mi ha ordinato di non far entrare nessuno.
- Ma quali affari? Non senti che mia madre sta urlando?!
Roberto cerca di oltrepassare il guardiano, ma Delcati approfitta della sua maggiore mole per tenerlo lontano dalla porta.
Il ragazzo finisce a terra.
- Lascialo stare!
Dario piomba addosso al servitore con tanto impeto da farlo cadere. Poi, mentre l’uomo cerca di rialzarsi, lo tempesta di pugni con le sue manine infantili. Passata la sorpresa, però, Delcati se lo scrolla facilmente di dosso e lo blocca con le gambe. L’uomo alza il braccio per schiaffeggiarlo, ma qualcosa lo interrompe.
- Delcati, lascia stare Dario e lasciaci passare – fa la voce di Elena, – oppure chiederò a Carlo di spezzarti il braccio. Sai che è perfettamente in grado di farlo.
Anche se è bloccato a terra, Dario riesce a voltarsi quel tanto che basta per rendersi conto che suo fratello maggiore ha afferrato il braccio del maggiordomo e lo sta tenendo bloccato, apparentemente senza alcuno sforzo. Il vecchio fa un debole tentativo di liberarsi, poi preferisce battere in ritirata.
- Avete sentito anche voi le urla della mamma? - chiede Roberto, aiutando il fratellino a rialzarsi. Elena annuisce.
- Allora vediamo di capire costa sta succedendo.
E apre la porta dello studio.

- Le nostre vite saranno anche degli alibi perfetti, ma non basteranno a proteggerci, se qualcosa va storto – Elena incrocia le braccia e si lascia andare sullo schienale del divano. – Voglio sperare che in tutti questi anni tu abbia anche avuto il tempo per trovare una soluzione.
Roberto annuisce, poi appoggia sul tavolino un rozzo flauto di legno e un cofanetto dello stesso materiale.
Quando lo apre, i fratelli vedono che al suo interno c’è una sorta di grossa vespa mummificata.
- Cos’è quell’orrore?
- Uno Ndu-borag. Un “Messaggero del Rancore” dei Makilakki del Congo.
- E quindi?
Roberto sorride, poi comincia a suonare con il flauto.
L’aria si riempie con una cacofonia stonata e selvaggia. Un ritmo diverso da qualunque cosa i tre ascoltatori abbiano mai udito e che evoca nelle loro menti immagini sgradevoli di rovine primordiali illuminate dalla Luna e di paludi soffocate dalla vegetazione marcescente. Persino Carlo, solitamente impassibile, resta a bocca aperta e stringe forte il crocifisso mentre si agita sulla poltrona.
Prima che possa chiedere a Roberto di smettere, però, la sua attenzione viene catturata da qualcos’altro.
La vespa mummificata comincia lentamente a muovere le zampe rinsecchite e a far vibrare le ali. Sotto lo sguardo attonito dei tre fratelli, la creatura si solleva in volo e comincia a disegnare dei cerchi sopra le loro teste.
- Gli sciamani Makilakki usano gli Ndu-borag per punire i nemici della loro tribù – dice Roberto, interrompendo la musica. – Il morso di questi feticci non lascia scampo. Chi lo subisce diviene preda di una follia omicida, che non si estingue che con la morte.
La vespa fa un altro paio di giri, poi plana nuovamente nel cofanetto, che l’antropologo si affretta a richiudere.
- E tu come hai imparato a usare questa… cosa?
- Con tanta pazienza e tante casse di chinino fatte arrivare clandestinamente da Leopoldville. – I fratelli vedono un sorriso obliquo sul suo volto. – E poi, l’Africa è piena di cavie su cui esercitarsi. Non avete idea di cosa sia capace di fare Garrone, con il giusto incentivo monetario…
Carlo e Dario impallidiscono. Elena, invece, apre la borsetta, ne estrae il suo frammento del pendente e lo appoggia accanto agli altri.
- Quel verme di nostro padre, ucciso da una vile creatura sua pari – dice, atteggiando il volto in un ghigno anche più feroce di quella di suo fratello. – La tua idea mi piace, Roberto. C’è un che di… poetico!

C'è un uomo seduto sulla poltrona. Elena ne osserva gli stivali sporchi di fango, la camicia macchiata di sangue, i lineamenti rigidi e contratti e il manico di un coltello da caccia che emerge dal suo collo. È uno dei tanti ragazzi di stalla della villa e la sua morte non dev'essere stata piacevole. La ragazza muove un passo verso il cadavere, poi un rumore soffocato attira la sua attenzione a sinistra. L’anta della porta spalancata le copre la visuale, così si muove ancora per aggirarla, mentre il rumore si accompagna a una parola.
- Puttana.
Suo padre affonda il pugno sul volto di sua moglie. Ne fa sprizzare il sangue. Poi alza lentamente il braccio e chiude le dita.
- Puttana.
Un altro pugno. Un altro insulto. Nessuna risposta: la testa della donna è ridotta a un ammasso di carne sanguinolenta priva di lineamenti.
- Puttana.
Le mani tremano di rabbia, ma c’è del metodo nel loro colpire. Pugni lenti e mirati, studiati per infliggere il massimo danno e causare il massimo dolore. Davanti a questa ferocia, Elena non riesce a non urlare.
Suo padre alza lo sguardo verso di loro.
- E voi cosa ci fate qui?
Si alza, lasciandosi alle spalle il corpo della moglie.
- Cosa… cosa le hai fatto?!
L’uomo si asciuga il sangue dalla fronte, rivolge uno sguardo dietro di lui, poi alza le spalle con aria indifferente.
- Mi sono ripreso il mio onore.
- Sei un assassino!
- Ho solo dato loro quello che meritavano – risponde l’uomo, muovendosi verso i figli. – E voi… si, anche voi meritate la vostra parte.

- Come vorresti agire?
- Tra tre giorni ci sarà una cena con numerosi latifondisti della zona. Animerò lo Ndu-borag affinché voli fino alla villa di nostro padre e lo morda nel corso della serata: i suoi ospiti faranno il resto.
- Verrà ricordato come un pazzo omicida! E nessuno potrà risalire a noi! – esclama Dario, battendo le mani con l’eccitazione di un bambino. – Sei un genio, Roberto!
Il fratello annuisce, poi si volta verso Carlo, che continua a stringere il crocifisso in silenzio.
- So che per te è difficile. Se sei contrario, non hai che da dirlo. – dice. – Non ho intenzione di fare questa cosa senza di te.
Elena e Dario lo guardano con espressioni di disappunto, ma Roberto fa loro cenno di non intervenire. Carlo resta immobile per qualche istante, poi estrae dalla tasca l’ultimo frammento del cuore. Lo rigira tra le dita. Lo osserva. Osserva Roberto. La mano che stringe il crocifisso è così serrata che le nocche diventano bianche. Alla fine, lo lascia e porge il suo frammento al fratello con entrambe le mani tremanti. L’antropologo lo accetta e stringe le mani di Carlo con le sue.
- Per nostra madre – sussurra. Carlo annuisce.

Il sangue... l'orrore... Carlo osserva a bocca aperta la scena di suo padre che fa a pezzi il corpo di sua madre, quasi sia troppo irreale per essere vera. La osserva, incapace di muovere un muscolo. Le urla di Elena all'uomo lo scuotono, in tempo per fargli vedere il pugno di suo padre alzarsi su di lei. D’istinto, si mette in mezzo e intercetta il pugno destinato a lei. Il tremendo impatto gli riempie la bocca di sangue, ma non riesce a smuoverlo.
Inaspettatamente, suo padre si fa indietro.
- Spostati, Carlo. Questa storia non ti riguarda.
Il giovane fa lentamente cenno di no con la testa e allarga le braccia, per opporre tutto il suo corpo come scudo ai fratelli.
I due si osservano, in silenzio. Stessa altezza. Stessi muscoli possenti. Stessi lineamenti marcati. Gli occhi, però, sembrano appartenere a due mondi diversi.
- Ti ho detto di spostarti!
Un altro pugno, stavolta allo stomaco. Carlo si piega leggermente, ma non distoglie lo sguardo.
- Spostati!
Il naso si rompe. Tagli si aprono sulla sua pelle. Un occhio si gonfia fino a chiudersi. Carlo arriva a piegare un ginocchio, eppure oppone sempre il suo corpo come limite invalicabile. Senza reagire, ma anche senza cedere.
- Lascialo in pace, bastardo!
L’urlo di Dario risuona nello studio. Quando si volta, Carlo vede il fratellino pronto a balzare alla carica, le mani strette a pugno e i denti snudati. Facendo forza sui muscoli doloranti, lo spinge via. Davanti a quella scena, suo padre interrompe la gragnola di pugni.
- Li ami, fino al punto di proteggerli senza curarti delle conseguenze? – sussurra – Faresti lo stesso, anche se ti dicessi che non sono davvero tuoi fratelli?
Il giovane sgrana gli occhi e comincia a respirare in modo affannato. Cerca sul volto di suo padre qualcosa che possa rivelare una menzogna, ma non trova appigli.
- Solo tu sei mio – ribadisce l’uomo. - Loro sono il frutto di uno dei tanti passatempi di vostra madre.
Carlo si volta verso i suoi fratelli. Li osserva per qualche istante, poi torna a rivolgersi a suo padre. La sua posizione resta identica.
L’uomo alza ancora il braccio, ma la sua mano resta a mezz’aria. La abbassa lentamente. Passa lo sguardo da un figlio all’altro, poi abbozza un sorriso verso Carlo.
- E va bene: diciamo che vostro fratello si è fatto carico da solo di quello che spettava a ognuno di voi – dice, passando oltre il gruppo compatto dei figli. – Spero che non sia necessario ribadire la lezione.
Si ferma sulla soglia.
- Tutto questo non è mai avvenuto – dice, senza nemmeno voltarsi. – Vostra madre è andata a fare un lungo viaggio all’estero, dal quale non manderà più sue notizie. Ricordatevi di questa verità, se non volete andare a farle compagnia in fondo al fiume.
Esce dalla stanza.
Carlo lo segue con lo sguardo, poi cade in ginocchio. Dario lo aiuta ad appoggiarsi al muro, mentre Elena gli pulisce il sangue dal volto con l’orlo della gonna.
- Gliela farò pagare– mormora Dario, piangendo. – Lo ammazzerò come un cane.
- Tu non farai niente.
Con l’occhio ancora aperto, Carlo vede che Roberto si è inginocchiato accanto al corpo della madre: dopo qualche istante, si volta verso di loro, stringendo in mano il pendente che la donna portava al collo.
- Fingeremo che tutto questo non sia mai successo. Vivremo le nostre vite. Aspetteremo.
- Cosa dovremmo aspettare?
- Il momento in cui avremo la forza di dare davvero giustizia a nostra madre.
Elena e Dario non sembrano convinti, ma Carlo si accorge che è soprattutto a lui che Roberto sta guardando. Il ragazzo si sforza di rimettersi in piedi, afferra a sua volta il pendente e ne rompe un pezzo.
La promessa è fatta.

Il pendente è ricostruito. Brilla leggermente alla luce delle candele.
Roberto lo sistema tra una ciotola con dei capelli e il cofanetto con la vespa mummificata.
- Ne siete sicuri? Il rituale tende ad avere un effetto sgradevole su chi assiste.
- Non posso assistere alla scena del vecchio porco che dà di matto e si fa ammazzare, quindi mi accontento di veder partire il suo boia – risponde Dario, seduto sulla poltrona. Elena, accanto a lui, ridacchia.
- Stessa cosa. Senza contare che non mi perderei per nulla al mondo il saggio di flauto di mio fratello.
Carlo non si unisce alle loro risate. Non indossa alcun segno del suo sacerdozio e cerca costantemente di stringere il nodo della cravatta che si allenta o di sistemarsi la giacca troppo stretta.
Vedendo che i fratelli sono decisi a restare, Roberto accosta una candela ai capelli e da loro fuoco. Mentre la fiamma comincia lentamente a crepitare, l’uomo prende il flauto, rivolge un inchino ai detestabili idoli di legno che riempiono l’altare e comincia a suonare. È una melodia anche più grottesca di quella che i tre fratelli avevano percepito qualche giorno prima e suscita in loro una repulsione anche più forte. Mentre la cacofonia si intensifica, la luce delle candele comincia a tremolare in modo strano, quasi sincrono con il ritmo. Le ombre che ne vengono generate assumono contorni sempre più confusi e alieni. Davanti agli occhi dei presenti compaiono di nuovo visioni di giungle putrescenti e rovine ancestrali, ma altre le seguono, con anche maggiore intensità. I fratelli vedono le foreste ringiovanire, mentre il cielo e le stelle assumono colori e segni di un’antichità precedente a ogni traccia di coscienza umana. Le rovine diventano città e i monumenti caduti si rialzano in piedi, più alti delle piramidi e così elaborati da far sembrare le meraviglie dell’Esposizione di Parigi dei giocattoli per bambini. Tra le loro ombre, si muovono esseri il cui aspetto fa riaffiorare nella mente di Carlo il ricordo di alcuni passi dei Vangeli apocrifi da lui studiati di nascosto in seminario. I millenni scivolano davanti ai loro occhi, mostrando loro lo zenith della civiltà antidiluviana, la sua caduta e la sua orrida sopravvivenza nei fumi maligni delle paludi. Gli stessi fumi che si alzano dai turiboli e che circondano lo Ndu-borag.
La vespa mummificata si alza in volo, disegna cerchi nell’aria e si lancia in caccia… piombando a tutta velocità sulla faccia di Dario!
L’uomo urla, mentre il pungiglione penetra nel suo occhio destro. Quando prova a liberarsene, però, il feticcio schizza di nuovo in volo, dove le sue mani non possono raggiungerlo.
Elena e Carlo si lanciano su di lui per aiutarlo, mentre Roberto osserva inorridito la scena.
- Cos’hai combinato? – urla Elena. – Perché quella cosa lo ha attaccato?
- Non… non doveva andare così – mormora l’antropologo. – Gli spiriti dovevano dare la caccia al soggetto del rancore… lo Ndu-Borag doveva attaccare la persona di cui avevo offerto i capelli…
- Roberto… chi ti ha dato quella ciocca?
Roberto impallidisce a quella domanda, ma, prima che possa materializzarsi una risposta, le loro riflessioni sono interrotte da un urlo disumano.
Dario sguaina la sciabola e colpisce Elena al collo, aprendo una ferita che sprizza sangue sul suo abito color acquamarina. Carlo si avventa su di lui e cerca di allontanarlo dalla sorella. Riesce a spingerlo a terra, ma la sciabola disegna un sorriso vermiglio sul suo volto.
- Ha già cominciato a impazzire! – urla l’antropologo, afferrando il fratello per un braccio. – Dobbiamo scappare subito!
Carlo fa lentamente cenno di no con la testa, poi indica al fratello la sorella a terra, e allarga le braccia, per opporre tutto il suo corpo come scudo tra loro e il soldato impazzito.
Roberto arretra, poi vede Dario alzarsi in piedi, l’occhio morso iniettato di sangue e il volto coperto da una ragnatela di vene bluastre e pulsanti.
E scappa. Abbandona Elena che soffoca nel suo stesso sangue. Ignora le urla di Dario e il rumore dell’acciaio che taglia la carne: non vede altro che i massicci pannelli di legno con le maniglie d’ottone. Li raggiunge, li spinge. Non si muovono.
- No… l’avevo lasciata aperta… - mormora, appoggiandosi alla porta con tutto il suo peso. – Era aperta!
Improvvisamente, il silenzio.
Roberto si volta. Dario è coperto di sangue da capo a piedi e il braccio sinistro è piegato in modo fin troppo innaturale per non essere spezzato, ma in mano stringe ancora la sua sciabola e il grumo di carne e capelli che stringe tra le fauci appartiene alla chioma bionda di Elena.
- No… non posso morire – mormora Roberto, addossandosi alla porta. – Non posso morire senza aver ucciso quel bastardo!

EPILOGO
- Quindi?
- I Carabinieri hanno trovato il Capitano Lissa nelle campagne attorno alla villa di suo fratello. Ha subito aggredito i militari, che sono stati costretti ad abbatterlo.
- Conoscendolo, sono sicuro che morire in combattimento fosse la sua più segreta aspirazione – mormora il vecchio, lisciandosi la barba color neve. – Dove hai recuperato i suoi capelli? Non pensavo che ci saresti riuscito in così poco tempo.
Sul volto di Garrone compare un sorriso astuto.
- Il kepì che mi aveva dato quando è venuto la prima volta in visita ne era pieno. Doveva essere un principio di calvizie precoci…
- E tu sei stato abbastanza furbo da approfittarne – risponde il vecchio, aprendo un cassetto della scrivania. – Ecco: c’è tutto quello che avevamo preventivato.
Appoggia una busta da lettere sulla scrivania. Garrone la afferra. La apre. Conta rapidamente le banconote da mille. Quando raggiunge la cifra finale, i suoi occhi sembrano tremare nelle pupille.
- È… è sicuro che non vuole che resti? Potrei rendermi utile in molti modi…
Il vecchio appoggia il mento sulle mani e osserva il maggiordomo, corrucciando lo sguardo.
– I miei informatori mi hanno fatto sapere che un emissario dell’Esercito ha già contattato il Prefetto per portare le indagini verso lidi più… presentabili. La notizia che di un ufficiale che stermina la sua famiglia dopo aver partecipato a una cerimonia pagana sarebbe troppo imbarazzante…
- Proprio come lei aveva previsto.
- Ma questo non vuol dire che non ci saranno investigazioni. Per evitare problemi, è meglio che tu lasci il Paese.
Garrone annuisce, anche se il suo sorriso si scioglie in una piega indecifrabile. Nasconde la busta in una tasca interna del cappotto.
- L’Africa mi ha stufato. Me ne andrò a Parigi a godere la bella vita.
- Va dove ti pare, ma vedi di farlo in fretta.
La voce del vecchio ha il tono del commiato, ma il servitore non si muove.
- Cos’altro c’è?
- Ho recuperato questo, prima che i Carabinieri perquisissero la villa. – dice il maggiordomo, appoggiando un pacchetto sulla scrivania. – Ho pensato potesse farle piacere averlo.
L’anziano apre il pacchetto e ne estrae il contenuto: un pendente d’oro a forma di cuore. Sorride.
-Si. Mi hai fatto veramente un bel regalo – dice. Notando l’espressione dell’uomo gli fa un cenno con la mano. – Fatti dare un altro paio di mille dal mio segretario. Poi vattene.
Garrone annuisce con aria soddisfatta ed esce dalla stanza. Il vecchio osserva il pendente per qualche istante, poi lo avvicina a una foto presente sulla scrivania.
- La riconosci, Mara? – esclama, facendo ondeggiare il monile. – La indossavi sempre, anche il giorno in cui ti ho ammazzata. I tuoi mocciosi l’hanno conservata per così tanto tempo…
Si rigira nuovamente e si rivolge al camino.
- Quindici anni di attesa, Mara, ma non mi hanno deluso. Hanno provato a vendicarti e hanno fallito. Dovunque tu sia, sono sicuro che questo ti stia facendo soffrire.
Lancia la foto e il pendente nel fuoco e li osserva scomparire.
- Ora la famiglia può riunirsi di nuovo. All’inferno.


Agostino Langellotti

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Re: Finalissima!

Messaggio#4 » venerdì 28 febbraio 2020, 12:21

Così si è espresso Dario Oriolo:


Entrambi i racconti hanno risposto perfettamente alle linee guida del tema, presentando storie di vendetta terribili e dall’esito inaspettato. Di Scheggia ho apprezzato la scansione “diagnostica” della narrazione; l’elemento fantastico e angosciante della malattia delle ossa; la rivisitazione dell’archetipo della strega e l’originalità dell’ambientazione, contemporaneamente esotica e riconoscibile. Quattro parti di un cuore infranto d’altro canto non pecca di originalità e di perizia; in più è un racconto corale di squisita fattura, che fa un uso magistrale dei punti di vista e dei flashback, strumenti che danno a ciascun personaggio una voce e una personalità distinte sin dalle prime battute. Entrambe le storie hanno una risoluzione credibile e ben eseguita, ma quella messa in atto da Agostino Langellotti, semplice, violenta e con quel sapore di disfatta irresistibile, si avvicina molto all’idea che avevo in mente quando ho scritto il bando. Mi complimento con entrambi gli autori, auguro a Scheggia tutta la fortuna che merita, ma in questa sede do la vittoria a Quattro parti di un cuore infranto.


Si aggiudica questo GAME de La Sfida a…

Agostino Langellotti

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