Ritorno a Kinshasa

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il due gennaio sveleremo il tema deciso da Maurizio Ferrero. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Davide Di Tullio
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Ritorno a Kinshasa

Messaggio#1 » domenica 15 marzo 2020, 23:05

Il telefono squillò. L'uomo si destò dal sonno alcolico e afferrò l'apparecchio. Dall'altra parte, una voce familiare: «Detective, l'aspetto in centrale alle 8:00 in punto». Riattaccò.
Scostò le lenzuola umide e rimase qualche minuto seduto a fissare la finestra serrata. Si alzò e si diresse in bagno, nella semioscurità; poi si spostò in cucina, dove posò la caffettiera sul fuoco. Tornò in camera da letto, aprì le veneziane e lasciò che la luce rischiarasse il caos nella stanza. Si vestì, trangugiò il caffè bollente e uscì di casa.
Ore 7:30. Un'altra giornata infernale era appena cominciata.

L'Ispettore Capo De Gennaro lo aspettava masticando un sigaro spento. Giordano entrò nell'ufficio trascinando un tanfo di sudore e fumo di sigaretta. L'ispettore abbozzò un saluto e sbatté sulla scrivania il rapporto.
«Abbiamo bisogno del suo aiuto», ammiccò.
«Credo di sapere di cosa si tratti»
De Gennaro schiacciò il sigaro nel posacenere, si sistemò sullo schienale e assunse un'espressione interrogativa.
«Ispettore, così mi offende. Sono il migliore detective narcotici della città»
«È anche un instancabile puttaniere. A volte mi chiedo dove trova la forza»
«Solo spirito di servizio, signore»
«Mettiamoci a lavoro, allora. Saprà che la questione è delicata. Sta diventando un caso nazionale. Questa sostanza psicotropa... Mai visto nulla del genere prima d'ora. Ignoriamo da dove venga e ̶»
«I soggetti si mostrano apatici, catatonici. Si chiudono in sé stessi. Rinunciano a qualsiasi attività: smettono di lavorare, nutrirsi, fare l'amore. Nonostante ciò, la loro risposta biochimica è di chi vive uno stato di beatitudine»
«Ha già letto il rapporto?»
«Ho occhi e orecchie dappertutto»
«Questo ci farà guadagnare tempo»
«Per cosa?»
«Voglio che segua le indagini. Scovi i laboratori di produzione, risalendo i canali di distribuzione della roba»
«Di questo potrebbe occuparsene un collega più sobrio, ispettore»
«Abbiamo bisogno del migliore agente sotto copertura»
«E l'operazione “Iberia”? Sono mesi che seguo il caso, e sono ad una svolta»
«Affiderò il fascicolo a Caruso»
«Vuol far saltare tutto?»
«Non dica sciocchezze. Forse non si rende conto della situazione»
«Perché io?»
«Perché sta male, e si vede. Avvicinerebbe l'organizzazione senza sforzo, come un qualsiasi disperato»
Il detective incrociò le braccia.
«Andiamo, Giordano! Le sto dando una possibilità. Risolva questo caso e farà il grande salto»
«Non mi interessa»
De Gennaro si alzò e si accostò alla finestra.
«So quanto sia difficile per lei, in questo momento, ma la invito a riflettere. Lasci alle spalle il passato. Magari un giorno farà come ogni bravo poliziotto di questa città: metterà su famiglia, si farà un'amante e passerà le domeniche al centro commerciale»
«Non è il mio genere di inferno»
«Sì, ma sono io a dare gli ordini: l'operazione sotto copertura, o la spedisco a fare multe ai pederasti che battono sul lungomare».
Il detective serrò le mascelle, afferrò il rapporto e voltò le spalle, diretto all'uscita.
«Se ho bisogno, la contatto io»
La porta a vetri si chiuse, vibrando per qualche secondo. Giordano allungò il passo verso il primo angolo appartato sulla strada, vomitando il poco che aveva in pancia. Esausto, sollevò la testa e posò gli occhi sul serpentone di auto che già a quell'ora intasavano le vie del centro. «Sarà una lunga giornata».

Scese planando. Una radura smeraldo lambiva un bosco di castagni. Ancora oltre, una catena montuosa dominava la pianura. Atterrando su un tappeto di fiori di campo, l'aria fresca gli accarezzava il viso. Api ronzavano vorticando. Ignorava quei luoghi, eppure aveva la sensazione di esserci già stato.
Ora camminava. Era nudo. Si sentiva a suo agio. La foresta era a un passo; era diretto lì. Alle spalle, il verso di un animale. Si voltò. Circondato da una staccionata, un gregge di candidi agnelli. Gli animali correvano all'impazzata, urtandosi con violenza. Voleva fare qualcosa per tranquillizzarli, ma era come paralizzato.
Adesso, raffiche di vento gelido sferzavano l'erba. All'orizzonte incombevano nubi scure come la notte. Il crepitio dei tuoni copriva il belare degli agnelli.
Alzò gli occhi. Stormi offuscavano il cielo, ma non erano uccelli; erano ovunque. Si fiondavano sulle gregge come aquile. Bestie antropomorfe: corpi nerboruti, mani e piedi uncinati, ali di pipistrello. Emettevano una specie di ronzio. Diavoli! Ecco cos'erano. Pasteggiavano con le gregge. Il terreno, annerito dal sangue degli agnelli, era una viscida poltiglia di fango e interiora.
Cercava di tornare verso il bosco. Si muoveva gattonando nella fanghiglia, ma uno dei quei esseri gli impediva di andare oltre, svolazzandogli intorno. Aveva orecchie e fauci pronunciate, orbite nere come la pece ed emetteva un verso sconosciuto. Non riusciva a sopportarlo; penetrava nella testa come la punta di un trapano. Temeva di impazzire. Si copriva le orecchie con i palmi delle mani.
Ora la bestia era su di lui. Tentava di infilargli le dita uncinate in gola. Spingeva con forza, spalancando le fauci ed emettendo quel terribile verso.
I suoi occhi iniettati di sangue, che sgorgava dalle orecchie, a fiotti, e quel suono che continuava. Impazziva, impazziva, impazziva...


Un sussulto, ed aprì gli occhi. Era madido e le orecchie gli fischiavano. Un braccio gli cingeva lo sterno. Di fianco, la sagoma di una ragazza; un respiro profondo e ritmato. Si accorse del peso di quell'arto e gli parve insopportabile. Scivolò via dalla morsa e si chinò a raccogliere le mutande.
Quel corpo nudo, disteso sul letto, gli fece una certa impressione. Aveva dimenticato il nome della donna. Provò un senso di nausea, e decise di prendere una boccata d'aria.
Si accese una sigaretta. Lì, sul poggiolo, lo sciabordio delle onde arrivava distinto, interrotto dal rombo di qualche auto di passaggio. La brezza lo raggiunse sfiorandogli il volto, e provò un senso di pace.
Quell'incubo: il peggiore che avesse avuto negli ultimi mesi; eppure, provava uno strano vigore.
Il campanile della chiesa di fianco rintoccava le 6:30. Giordano prese un profondo respiro e decise che quella sarebbe stato un buon momento per uscire di casa.

«Antonio Profumo. È un ex-manager dell'IRI, dal passato un po' losco. Ha subito un paio di processi per corruzione, ma ne è uscito pulito. È nella lista dei soggetti che hanno manifestato sindromi psicotrope». Giordano riascoltò il vocale, svoltando su una strada che saliva su per la collina.
L'Eden, il quartiere-bene della città. Lungo la strada, ville pseudo-hollywoodiane si alternavano a dimore liberty color pastello.
L'auto del detective si fermò di fronte ad un cancello in ferro battuto. Al citofono, una voce gracchiò:
«Chi è?»
«Buongiorno, sono il detective Giordano, della polizia. Vorrei parlare con il dottor Profumo»
«La polizia? Posso sapere la ragione della visita?»
«Con chi parlo?»
«Sono la sua governante»
«Mi apra. È una questione di massima importanza»
Un attimo di attesa e Il citofono fece clic. Un colpo e il cancello si aprì, mosso da un braccio meccanico. Giordano attraversò un giardino di cedri, avvolto da un cinguettio discreto. Arrivò all'ingresso dell'abitazione, dove una donna corpulenta lo attendeva.
«Mi scusi se sono sembrata scortese, ma il dottore non ama ricevere visite a quest'ora»
«Faremo in fretta»
La donna fece accomodare il detective nell'atrio.
«Lo aspetti qui»
Giordano annuì. La governante si infilò in una stanza dietro un elegante scalinata che portava al piano di sopra.
Il detective seguì con lo sguardo la linea dello scorri-mano, arrivando fino al soffitto, dove l'affresco di un cielo stellato impreziosiva la sala spoglia.
«Buongiorno detective, come posso aiutarla?»
Giordano si voltò. Un uomo attempato gli veniva incontro, con il braccio proteso, per stringergli la mano in segno di saluto.
«Dottor Profumo, mi spiace essere piombato qui senza preavviso»
«La prego, mi chiami Antonio. Non amo i convenevoli»
«Le ruberò solo qualche minuto»
«Le piace l'affresco? Un tempo questa casa era un vero museo». L'uomo sospirò.
«Ne avevo sentito parlare»
«Possedevo una raccolta di tele di Bosch»
«Se ricordo, anche uno dei quattro pannelli delle “Visioni dell'aldilà”»
«“L'inferno”, per la precisione. Lei è un fine intenditore, detective»
«Sono un cultore di arte fiamminga»
«Stupefacente!»
«Dove sono finiti i suoi quadri?»
«I miei figli... Mi hanno tolto tutto. Pensavano volessi diseredarli»
«Lo avrebbe fatto?»
«No». Sorrise. «Loro, insieme alle tele, sono tutto ciò a cui tengo...»
Giordano annuì.
«Immagino il motivo per cui lei è qui. I suoi colleghi sono già passati a farmi visita. È per la storia della droga, vero? Con loro sono stato un po' scortese...»
«I suoi figli hanno tentato di rinchiuderla in una clinica di recupero. Eppure non mostra i segni di una tossicodipendenza. Come lo spiega?»
«Covavo da tempo un certo malessere. L'olon mi ha aperto a nuove prospettive: ho abbandonato una vita di schiavitù, ritrovando me stesso»
«Olon? Allora è questo il suo nome...»
«È una medicina, detective, non una droga»
«Ho il sospetto che la sua “medicina” c’entri con la spoliazione della casa»
Profumo annuì.
«Dopo l'assunzione ho cominciato a detestare la materialità che mi circondava. Mi sono liberato del superfluo; credo dovremmo farlo tutti»
«Così, ha dato via tutto il suo patrimonio»
«Non tutto. Ho tenuto questa casa, le tele e una piccola rendita»
«E a chi ha donato la sua roba?»
«Alla persona che mi ha salvato!»
«Parla dell'uomo chiamato “il Bianco”?»
«Proprio lui»
«Il timore dei sui figli era fondato, allora?»
«I miei figli sono degli ingenui. Ma non li biasimo. Ad ogni modo, avevo pensato anche a loro. Le tele sarebbero state il mio lascito»
«Capisco»
«Posso farle una domanda, detective?»
«Certo»
«Questa indagine per chi la sta seguendo?»
«È evidente»
«Lei ne sembra coinvolto»
«È il mio lavoro»
«Mi riferisco a qualcos'altro. Riconosco la luce nei sui occhi. La fiamma dell'intelligenza soffocata dai sensi di colpa; il terrore di guardarsi dentro»
«Lei non sa proprio nulla di me»
Profumo sorrise. «In lei rivedo il me di qualche tempo fa. Quel dolore... Traspare in ogni suo movimento. Ha incubi ricorrenti, vero? Il male la tormento tutte le notti, la perseguita da tempo e ̶»
«Ora basta!». La voce riecheggiò nell'atrio.
Profumo sbatté lentamente le palpebre. «Non volevo turbarla, detective»
«Non stiamo parlando dei miei problemi. Si guardi: il suo sembra l'epilogo di un film già visto. Un peccatore redento che si rifugia nella sua tana per ritrovare sé stesso. Tutto troppo semplice. Ma di tutti quelli che vivono come vegetali e hanno abbandonato le loro famiglie, direbbe che sono degli uomini fortunati?»
«Capisco le sue perplessità, Giordano. Ma costoro si sono affacciati sull'abisso che portavano dentro, senza costrizioni. Hanno scelto di percorrere una strada che anelavano da una vita, sbarrata dalle convenzioni sociali; a questo serve l’olon. A modo loro, sono felici»
«Al prezzo della sofferenza di chi gli sta intorno»
«Detective, l'amore per il prossimo non accetta contropartite. I miei figli non lo hanno capito, e mi hanno abbandonato»
«Forse è stato lei ad abbandonare loro»
«Si sbaglia. Sono un padre migliore di quanto lo fossi prima. Ma questo cambiamento... è stato troppo per loro. È più semplice credere che abbia perso il senno, piuttosto che accettare la realtà»
«Quest'uomo, il Bianco, sembra un fantasma. Deve aiutarmi a scovarlo»
«Ne parla come di un criminale. Non è un fuggitivo, non si nasconde. Provi al vecchio molo, lì tra gli ex-magazzini della seta. Gestisce una bottega di prodotti erboristici»
«Quando dirò al mio capitano che bastava chiedere per avere una una risposta, rimarrà a bocca aperta»
«Non si illuda, detective. Non è la sua abilità da investigatore che la condurrà alla verità, ma il suo dolore. È un brav'uomo. Con i suoi colleghi sono stato poco generoso, ma lei merita una chance. Non la sprechi»

Il cancello si chiuse con un tonfo e Giordano montò in auto. Mise in moto, ma restò fermo, mani sul volante.
Ripensò alle parole di Profumo. Gli incubi ricorrenti, gli attacchi di panico. Assistere alla tortura di un dodicenne non era quello che ci si augurerebbe mai, soprattutto per un poliziotto sotto copertura. La vendetta trasversale di un narcos non segue un codice di condotta; la scelta era tra sacrificare una giovane vita e salvarne migliaia. Lui lo sapeva. Così era rimasto impassibile, quando una lama da quindici aveva reciso di netto la carotide del ragazzino. Da quel momento la sua esistenza sembrava aver perso ogni scopo.
Accese la radio. Una vecchia canzone spandeva le sue note nell'abitacolo

More than this, you know there is nothing
More than this, tell me one thing
More than this, you know there is nothing


Un singulto e Giordano scoppiò in un pianto. Oltre i cespugli, il mare calmo segnava il confine di un orizzonte terso. Diede gas e partì senza indugio.

«Ancora nulla, ispettore». Il detective parlava al telefono in viva voce, imboccando l'uscita della tangenziale, direzione “porto”.
«Si fidi di me. L’aggiornerò non appena avrò qualcosa in mano»
«Va bene, ma la avverto: un passo falso ed è fuori!»
«Devo lasciarla»
Chiuse la comunicazione e accostò l’auto in una zona in divieto, lontano dalle banchine. Si incamminò a passo svelto, tenendosi di lato alla carreggiata.
La bottega si trovava proprio alle spalle del fronte mare, «Lontano da occhi indiscreti». Entrò. Su robusti scaffali di legno, era accatastata la merce: scatole di metallo, erogatori di tè sfuso, dispense con prodotti lassativi, saponi agli oli essenziali. Nell'aria, un’orgia di profumi che ricordava il suk di una città esotica. In alto, un lucernario che inondava l'ambiente di una luce naturale. Di là, oltre il bancone in fondo al locale, una tenda si smosse. Un uomo di mezza età, dalla barba curata e una folta capigliatura bianca legata in una coda, si sporse verso il visitatore.
«Buongiorno, posso aiutarla?»
«Salve, è lei il titolare?»
«Sì. Cosa desidera?». Sorrise.
«Un amico... mi ha suggerito di chiedere di lei. È per una richiesta particolare»
«Il suo amico ignora che sono l'unico dipendente della mia attività»
Giordano si passò una mano tra i capelli.
«Di cosa si tratta?». Il bottegaio sfogliava qualcosa che assomigliava ad un registro degli ordini.
«Un antidepressivo. Si chiama olon»
L'uomo alzò la testa e fissò il detective.
«Lei è un poliziotto, vero?»
Giordano aveva la fronte perlata di sudore.
«Non so di cosa parla», e poggiò la mano sulla fondina della pistola sotto la giacca.
«Stia tranquillo. Sono solo in negozio e non possiedo armi». L'uomo roteò la testa spaziando con lo sguardo. «Sono un pacifista convinto».
«Nel nostro mestiere non ci sono concesse imprudenze»
«Eppure ne ha già commesse un paio. Se voleva essere un intervento sotto copertura, ha fallito su tutta la linea»
«Di cosa parla?»
«Chi indosserebbe una giacca come la sua con questo caldo? Lei ha l'aria di uno sveglio, detective. Far finta di essere un pessimo poliziotto è stata una mossa astuta, ma non era necessario»
«Almeno ora so con chi ho a che fare. Sa che è nei guai, vero?»
«Immagino di sì, anche se faccio fatica a comprenderne il motivo»
«Questo olon... Sta sconvolgendo la vita di molte persone»
«È un problema?»
«Lo è per le famiglie delle vittime»
«La prego, lasci stare il gergo giudiziario. Qui ci sono solo coscienti ed incoscienti, e gli incoscienti non sono quelli che crede lei. Come le ha chiamate? Sì... vittime»
«Non perderò altro tempo. Tiri fuori la roba o la bottega si riempirà di poliziotti»
«Lei non lo farà. Non chiamerà i suoi colleghi. Se avesse voluto, lo avrebbe già fatto»
«Ora mi dirà chi c'è a capo dell'organizzazione, chi sono i referenti per la distribuzione, dove avviene la produzione, e...»
L'uomo rise. «Mi ha scambiato per uno spacciatore? La mia unica attività è questa bottega. Esercito da trent'anni. Se si fosse informato, non staremmo qui a discuterne»
«E cosa mi dice dei lasciti dei suoi “clienti”? Donazioni milionarie che finiscono nelle sue tasche»
«Le donazioni sono spontanee. Le liquidazioni dei beni finiscono su un conto corrente che finanzia interventi di conservazione e recupero ambientale in Congo»
«Di che tipo?»
Il bottegaio sospirò. Prese una scaletta di legno da dietro il bancone, la aprì e ci montò su per allungarsi su uno scaffale alle spalle. Scostò un paio di barattoli e tirò fuori una boccetta trasparente. Poi scese e poggiò il contenitore sul bancone.
«La risposta è qui dentro»
«L'olon
«La chiamerebbe “sostanza psicotropa”, ma è molto di più»
Giordano afferrò la boccetta e la sollevò controluce.
«Si tratta di un olio essenziale, ricavato dalla corteccia di un albero che cresce nelle foreste del Congo»
«Come è arrivata a lei?»
«Sono un antropologo. Mi chiamo Manuel Del Boca. Ho vissuto anni tra le tribù, nella foresta pluviale del bacino del Congo. A quei tempi, ebbi la fortuna di incontrare un ex-legionario belga che era stato al servizio del Re Leopoldo II. Un uomo anziano, ma ancora lucido. Viveva tra gli autoctoni. Mi raccontò delle efferatezze compiute in quegli anni, e dell'inferno di violenza e soprusi a cui aveva partecipato. Poi mi parlò di questo estratto usato dagli sciamani nei riti di passaggio»
«A quale scopo?»
«Aveva vissuto a lungo, tormentato dai sensi di colpa. Quella sostanza lo aveva liberato da quel fardello. Gli avevo confidato di aver perso la famiglia a causa di un incidente stradale. Volle aiutarmi»
«Lei...»
«Oggi la deforestazione ne sta mettendo a rischio l'esistenza»
«Così raggira poveri disperati per finanziare il suo folle progetto»
«Mi spiace ne sminuisce il valore»
«Dovrà rinunciarvi»
«Lei non capisce: allevio il dolore del mondo. L'olon espande la percezione di quello che ci circonda, caricando di senso la propria vita»
«Se questa sostanza avesse una diffusione di massa, il mondo si fermerebbe»
«Si sbaglia. Tornerebbe ad avere senso. Si rende conto che viviamo come ingranaggi di un gigantesco meccanismo? Questa non è una vita degna di essere vissuta. Sono certo che lei lo sa»
«Va bene, ora basta. Questa la porto con me»
«Si fermi, la prego!»
Il bottegaio si sporse dal bancone, cercando di afferrare il detective, che con una rotazione del busto schivò la presa. Un colpo alla nuca e il Bianco si ritrovò in terra, KO.
Giordano corse all'auto. Riprese fiato qualche minuto, poi si mise al volante. Prima di partire, tirò fuori la boccetta e la tenne stretta tra le mani tremanti; afferrò il telefono e chiamò De Gennaro.
«Detective, spero abbia buone notizie»
«Ispettore, domattina sarò nel suo ufficio. Ho qualcosa di importante da comunicarle»

Il facchino sfilò via il berretto, tirò fuori un fazzoletto di stoffa dal taschino e si asciugò la fronte.
«Monsieur, vos bagages sont prêts»
«Merci»

L'uomo montò sull'auto e allungò al guidatore un biglietto. Il conducente lesse l’indirizzo e partì senza fare domande.
«Parla la mia lingua?»
«Sì, signore»
Allo specchietto, il guidatore scambiò un’occhiata di complicità col passeggero.
«L'aspettavamo, signore». L'uomo sorrise. «La poterò in albergo, poi stasera l'accompagnerò in jeep sull'altopiano»
«Bene. Avremo modo di conoscerci meglio. Resterò qui per un bel po'»
«A Kinshasa le comunicazioni sono un po' complicate. Stasera proverò a chiamare il Bianco per avvisare che il viaggio è andato bene. Vuole che gli riferisca altro?»
«Le dica solo che Giordano è arrivato, e non vede l'ora di mettersi a lavoro»



cristiano.saccoccia
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#2 » lunedì 16 marzo 2020, 3:38

Ciao Davide,
sono Cristiano, il tuo "giudice" di girone.
Il tuo racconto mi è piaciuto, anche se non sono un amante dei gialli/polizieschi e odio di sana pianta i commissari. Però hai un buono stile e i personaggi puttanieri sono i miei alter-ego preferiti. Quindi mi hai conquistato. La storia fila liscia, funziona, mi ha garbato e ha il suo non so che.
Vorrei aggiungere altro ma tutto sommato continuerei a dire che il racconto ha una sua anima precisa e che rispecchia l'intento del suo autore, ovvero interessare e strizzare l'occhio al lettore con i suoi dialoghi e le sue sfumature di sana "sfrontaggine" (parola che invento alle 4 del mattino per dire sbruffoni cazzoni)

Ti saluto cordialmente e ti auguro Buona Sfida!
Cristiano Saccoccia

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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#3 » lunedì 16 marzo 2020, 8:45

Buongiorno Cristiano

Grazie per la pazienza di averl letto il racconto, anzi, vista la mole di materiale da leggere, complimenti per l´abnegazione!
Mi interessava cercare di costruire un intreccio che avesse una sua logica interna. Spero di esserci riuscito. Per il resto, l´importanete é partecipare :-)

buona giornata

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Davide Di Tullio
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Ritorno a Kinshasa

Messaggio#4 » lunedì 16 marzo 2020, 13:43

Per aiutare il lettore con i bonus

- Ambientazione sporca: il riferimento al campo dove il protagonista gattona tra il sangue ed il fango

- Bestiario medievale: il diavolo con ali di pipistrello, trasfigurazione gotica del maligno, e presente nella sceana del sogno

- Esplosione di violenza: la scen delle greggi fatti a pezzi dai diavoli; l´uccisione di un ostaggio; la reazione del detective nella bottega

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Mosaico
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#5 » lunedì 16 marzo 2020, 14:29

Ciao Davide, sarò sincero: il racconto non mi è arrivato.
Ho faticato a capire subito che la scena descritta in corsivo fosse un sogno.
Non c’è il giusto collegamento, forse perché il punto di vista cambia in maniera repentina. Ho capito la natura della scena descritta sollo alla fine, quando lo spieghi.
La trama nel compenso c’è, secondo me con qualche regolata potrebbe fiorire in un bel racconto, azzardo, forse in un romanzo.
Giordano ricalca lo stereotipo del detective maledetto, dello scarto della società che ha però un fiuto investigativo formidabile.
Io purtroppo non apprezzo molto questi stereotipi (è un mio limite) anche se non nego che lo hai caratterizzato alla perfezione.

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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#6 » lunedì 16 marzo 2020, 15:07

Ciao Mosaico

grazie per il commento. é vero, sono andato deliberatamente su un personaggio stereotipato. Non avendo avuto molto tempo a disposizione sono andato sul sicuro. Sulla questione del sogno invece, forse un layout piú netto avrebbe aiutato la comprensione, anche se ho sperato che l´uso del capoverso, il corsivo e l´impiego del tempo imperfetto potesse suggerire una dimensione onirica. Come dici bene, lo si capisce bene dopo. Era questo il mio intento. Non era peró mia intenzione creare confusione. Sarebbe da capire che escamotage si potrebbe usare per rendere meglio lo stacco Sogno/realtá. Naturalmente, se hai suggerimenti a questo scopo, li accetto molto volentieri.
Concludo dicendo che mi prevema molto che la trama mantenesse una coerenza interna, cosa sulla quale, se ho capito bene, non hai avuto obiezioni

a rileggerci allora! :-)

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Mosaico
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#7 » lunedì 16 marzo 2020, 15:50

Il corsivo, dopo, ha reso bene l'idea dello stacco tra realtà e sogno, diciamo che come colpo d'occhio andava bene.
Io forse avrei inserito qualche riga prima, avrei descritto magari la stanza in cui il personaggio dorme con dei particolari ambientali... la butto lì, un qualcosa limitato all'essenziale per dare l'idea.

"Esausto, sollevò la testa e posò gli occhi sul serpentone di auto che già a quell'ora intasavano le vie del centro. «Sarà una lunga giornata». C'era solo una cosa che poteva rendere quella giornata un po' più leggera, una "cosa" dai capelli rossi.
Abbandonato sulla spalla destra, con il volto affondato nei lunghi capelli ramati, quella giornata era davvero nata storta. Colpa del tanfo di muffa, ma non era riuscito a venire e dannazione, aveva anche già pagato. Decise allora che era meglio farsi una dormita, e quando la donna aveva mostrato il suo disappunto, ci aveva pensato il distintivo a farla tornare mansueta come una pecora."

Qualcosa del genere?

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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#8 » lunedì 16 marzo 2020, 16:02

Molto bene! hai reso perfettamente l´idea. Grazie mille!

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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#9 » martedì 17 marzo 2020, 19:24

Ciao Davide,
piacere di conoscerti e di leggerti. Che possiamo dire del tuo detective? Sicuramente ho apprezzato lo sforzo nella ricerca di nomi e ambientazioni il più possibile “nostrane”, cercando di sfuggire al cliché dell’americanata poliziesca. Non ho riscontrato particolari cortocircuiti narrativi. Sviluppi la storia correttamente: non ci sono errori né cadute, ma ho avvertito poca elettricità. Mi accodo inoltre, mio malgrado, alla segnalazione antipatica, ma necessaria, di un protagonista eccessivamente stereotipato. Credo che le due cose siano collegate. Per lasciarci un segno indelebile, indipendentemente dal genere, ogni storia ha bisogno di individualità eccezionali, inimitabili. Oltre al nostro Montalbano, hai mai letto qualcosa sul commissario Vazquez? Potrebbe essere un mentore importante. Taccio volutamente il nome del suo autore, così quando lo scopri ti diverti. Buona fortuna, a rileggerci presto! (Bonus ok).

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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#10 » mercoledì 18 marzo 2020, 10:01

Ciao Francesco,

grazie per il tuo commento. Come dicevo nel commento precedente, ho scritto con la consapevolezza di utilizzare lo stereotipo. Data la mancanza di tempo, ho preferito archetipare un personaggio che nella mia testa, peró, vorrebbe aver uno spessore psicologico decisamente piú pesante, con sfaccettature piú complesse. Di fatto, quella del detective maledetto é una caratterizzazione che ho calcato per il poco spazio a disposizione, ma il protagonista non nasce maledetto, ci diventa. Ho cercato di farlo intendere nel racconto, ma l´effetto é stato blando o nullo. Concludo, ringrazinadoti per i suggerimenti letterali. Si da il caso che stia leggendo Vazquez in questo periodo (é stato solo un caso), e che l´idea del poliziesco come terma il racconto é tornato in auge proprio grazie a questa lettura :-)

a rileggerci!

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el_tom
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#11 » giovedì 19 marzo 2020, 4:36

Ciao Davide, piacere di leggerti.
L'ambientazione del tuo racconto è interessante e ben espressa, i dialoghi tra i polizziotti rendono bene, la storia scorre e il ritmo nel finale è incalzante.
Secondo me il problema è che la storia non ci sta' nelle battute, è compressa, ha bisogno di più respiro, non ti perdi nella gestione dei caratteri, dici quello che devi dire solo che lo spazio non basta.
La storia non sta' chiusa nel racconto ha bisogno di più spiegazioni, il sogno e le allusioni di Profumo, il finale, meritano più spazio.
Bonus tutti presenti

A presto :-)
La frase più pericolosa in assoluto è: Abbiamo sempre fatto così.

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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#12 » giovedì 19 marzo 2020, 8:39

Ciao El_tom

hai perfettamente ragione. E la cosa é coerente con i commenti precedenti. Avevo in mente una storia piú articolata, ma l´ho dovuta adattare allo spazio disponibile. Credo che invece il processo dovrebbe essere inverso: partire dallo spazio per concepire la storia. Un buona lezione

grazie per il tuo commento

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roberto.masini
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#13 » giovedì 19 marzo 2020, 18:27

Ciao, Davide.
Un'hard boiled story abbastanza buona nell'ambientazione e nei dialoghi. Ottimo lo stile. Buono il finale. Ma il tema non mi sembra centrato appieno. In una sequenza di angeli veri, angeli caduti e risollevati, i diavoli sono solo incollati in quel sogno. E mi sembra un po' poco. A tal punto che gli stessi bonus, pur presenti, sono tutti concentrati nel sogno.
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Gabriele Dolzadelli
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#14 » sabato 21 marzo 2020, 17:15

Ciao Davide. Ben trovato su MC.
Parto col dirti che hai un ottimo stile descrittivo e non è cosa da poco. La trama scivola tranquillamente, seguendo gli standard classici del noir. Forse i personaggi sono un po' troppo all'americana, con il detective (si utilizza questo termine in Italia?) il sigaro dell'ispettore, lo slang. Non so, mi è parso un po' estraneo alla nostra realtà, ma capisco che in questo genere narrativo, spesso, vengono introdotti questi stereotipi per creare atmosfera.
Venendo al resto, penso che il racconto possa essere tranquillamente sfoltito. Soprattutto nella parte iniziale. Tutta la parte dove lui si sveglia e si prepara, ricevendo la chiamata dal lavoro, è necessaria? Potevi iniziare con lui già alla centrale, in attesa di essere ricevuto. Ma anche quella non la reputo necessaria, se non per caratterizzare un po' il protagonista. Quello che contava davvero, in tutta la vicenda, era l'indagine di per sé, il confronto finale con il nemico e la corruzione del protagonista (o liberazione? Chi lo può dire?). C'erano, in sintesi, molti modi per guadagnare caratteri e utilizzarli per dare più profondità alla vicenda, perché di Giordano sappiamo davvero poco ed è difficile entrare in sintonia con lui, empatizzare e capire le sue scelte.
Con questo tipo di lavoro, secondo me, il testo guadagnerebbe parecchio.
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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#15 » sabato 21 marzo 2020, 18:26

Ciao Gabriele

grazie per il tuo commento. Questo racconto si è fermato a metà del guado, cioè nasce stereotipato ma aveva velleità di essere più originale :-D. In realtà avevo in mente un personaggio diverso, ma visti i tempi compressi, sono andato sul sicuro, come risposto ad altri commenti. Per quanto riguardo la parte iniziale, devo dire che l'intenzione era quella di dare l'idea di un vissuto particolare del protagonista: una routine pesante, tendente alla depressione, che lasciava ad intendere un passato traumatico. Credo che in ventimila caratteri, pensare di riuscire a dare profondità psicologica ai personaggi ed inserire un plot convincente sia sta un'impresa un po' ambiziosa.

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Puch89
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#16 » martedì 24 marzo 2020, 12:02

Ciao Davide. Allora, il racconto mi è piaciuto, il tuo stile di scrittura è molto essenziale e asciutto ma riesce a mantenere una certa proprietà descrittiva senza perdersi in fronzoli eccessivi, il che è davvero un'ottima cosa. Forse può risultare un po fredda, ma credo che sia colpa anche del limite di caratteri imposto. La storia ci sta, verso la fine mi ha anche attratto particolarmente, l'olon è una trovata semplice ma funzionale e l'ho apprezzata, però credo che ci sia un po di incongruenza. Viene descritta inizialmente come caso nazionale per i suoi effetti catatonici, quando in verità è una sostanza che "libera" dai propri demoni fornendo un nuovo punto di vista del concetto di esistenza a chi la assume; sono due cose abbastanza diverse fra loro, non mi sembra coerente.
Il personaggio di per sé è chiaro sia stereotipato, ma immagino tu l'abbia voluto proprio così, solo che forse lo è un po' troppo.
Alcuni passaggi sono troppo frettolosi, non danno il tempo di assorbire la trama, si va a ritmo serratissimo e troppo poco approfondito. Anche i dialoghi, che godono di un buon botta risposta ma li ho trovati privi di pathos, sono tutti diretti senza stacchi descrittivi che, almeno per quanto mi riguarda, se scanditi bene aiutato a descrivere la scena e lo stato emotivo dei dialoganti. Il finale arriva, come tutto il testo, troppo in fretta.
Per il resto il racconto meriterebbe più spazio per essere sviluppato, potresti pensarci su.
Il tema non è molto centrato, la parte del sogno è stata costruita appositamente per rimanere attinente a 2 bonus su 3 ed era evitabilissima, caratteri che potevano essere usati meglio! E sia santi che diavoli calza poco in tutto il contesto. Alla prossima!

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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#17 » martedì 24 marzo 2020, 12:39

Ciao Puch

grazie per il tuo commento. Il racconto soffre molto dei limiti di spazio. Diciamo che é nato da un idea che avevo in testa da un po e che ho forzato adattandola al contest (con tutti i limiti che hai rilevato, sul taglio sbrigativo e la mancanza di profonditá). é stato un esperimento. La tua osservazione sull´Olon non é peregrina. Diciamo che per come é stata esposta, potrebbe sembrare incoerente. Ma di fatto non lo é. Semplicemente non sono riuscito ad esporre la problematicitá di questa "medicina". Quello del catatonico é solo uno dei tanti sintomi. O meglio é la diagnosi (errata) che la psichiatria moderna da ad una reazione che non é affatto negativa. l´assunzione dell´olon libera l´"es" freudiano. Ognuno diventa quello che é per natura, senza sofrastrutture culturali o sociali. Non sono riuscito bene a rappresentare questa caratteristica.

Sul sogno... che dire. Volevo rappresentare l´inconiscio del protagonista, sempre tramite un registro freudiano, sull´inferno che si portava dentro legato a sensi di colpa, in contrasto all´olon che libera energie armoniche "olistiche", nel senso di condivisione con il mondo che ci circonda (la cosa avrebbe dovuto far ricordare un paradiso di sensazioni positive). Ma anche qui, forse la rappresentazione é stata poco marcata, risultandoti confusionaria.

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Polly Russell
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#18 » giovedì 26 marzo 2020, 17:32

Ritorno a Kinshasa di Davide di Tullio.
Ciao Davide. Ahimè io sono un’altra dei non amanti del genere. Non amo i polizieschi, in noir, i gialli... eccetera eccetera. Il tuo racconto, nonostante le mie avversità personali e ben scritto e si lascia leggere con piacere. La tue scrittura è leggera, fluida mai pesante, e non è poco, visto che mi ha permesso di leggere tutto d’un fiato in genere che proprio non sarebbe nelle mie corde.
Purtroppo i personaggi sono troppo stereotipati: il detective maledetto, stanco e disgustato dalla vita con l’armadio stracolma di Scheletri, il suo capo che non riesce a levarsi le mutande dal culo senza di lui e il cattivo che poi cattivo non è, e alla fine lo tira dalla sua parte.
In più è tutto troppo semplice. Davvero bastava andare da questo tizio e chiedergli dove aveva comprato la “droga” per raggiungere l’erborista/antropologo? E nessuno ci era riuscito o ci aveva pensato? A che serviva inventarsi una copertura, che non è proprio una passeggiata, e soprattutto rivolgersi a Giordano, che forse di incarichi sotto copertura ne avrebbe fatto volenti a meno? Sarebbe bastato andar lì e chiedere.
Tutto questo a meno che Giordano non sia una sorta di prescelto che l’erborista aveva designato dal principio, ma di questo non c’è notizia.
Insomma, un poliziesco, noir o tutta quella roba lì, dovrebbe avere un intreccio, una serie di indizi. Dovrebbe essere una sorta di puzzle che poi alla fine viene completato e qui non trovo nulla di tutto questo.
Polly

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Davide Di Tullio
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#19 » giovedì 26 marzo 2020, 17:53

Ciao polly, grazie per il tuo commento.

Tutto questo a meno che Giordano non sia una sorta di prescelto che l’erborista aveva designato dal principio, ma di questo non c’è notizia.
Insomma, un poliziesco, noir o tutta quella roba lì, dovrebbe avere un intreccio, una serie di indizi. Dovrebbe essere una sorta di puzzle che poi alla fine viene completato e qui non trovo nulla di tutto questo

È esattamente questo il senso. Ma purtroppo date le ristrettezze non sono riuscito a sviluppare la trama come volevo

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Polly Russell
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Re: Ritorno a Kinshasa

Messaggio#20 » giovedì 26 marzo 2020, 17:56

E allora rimettici le mani, perché in versione Neo di Matrix, sarebbe tutta un’altra camminata! ;)
Polly

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