Solo per amore (da Sfida a Fuoco Fatuo)

Le vecchie discussioni
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SalvatoreStefanelli
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Solo per amore (da Sfida a Fuoco Fatuo)

Messaggio#1 » martedì 19 giugno 2018, 7:50

«Io ti capisco, Carlo. Tu vorresti andare là fuori a salvare tua moglie» così mi ha detto, Enrico, mentre cacciava la pistola dalla fondina. «Ma, se solo ti avvicini a quella cazzo di porta, giuro che ti sparo due colpi in testa e la finiamo qua».
Un colpo l’ha sparato ma non è stato sufficiente. Ora giace a terra, davanti ai miei piedi, la testa vomita sangue e gli occhi sbarrati e increduli hanno spento il loro ultimo sguardo su di me. Accanto a lui il fermacarte di marmo con cui l’ho colpito. Non potevo lasciarglielo fare, impedirmi di raggiugere Mina: la amo troppo per non rischiare il tutto per tutto per lei.

Quando, stamani, sono uscito di casa, ho sentito il caldo asciugare ogni umore ma non potevo immaginare che la follia sfuggisse, finendo per riversarsi lungo le strade dell’isola.

Pochi minuti prima.

«Maledizione! Sono qui mentre Mina è sola a casa. Lei odia i media, preferisce un buon libro e di sicuro sarà inconsapevole di essere in grave pericolo».
«Chiamala al telefono» dice Enrico, senza impietosirsi.
«Cosa credi che abbia fatto, finora? Non risponde e non c’è linea su quello di casa. Devo andare da lei…».
«Tu non ti muovi da qua!». La pistola punta dritta alla mia testa.
Lui non è un vero amico ma lo conosco da anni e ci rispettiamo, come con molti sull’isola. Non so quanti di loro siano ancora immutati e ora nemmeno me ne importa. Mina è l’unica persona che valga per me; non lascerò che questo stronzo m’impedisca di raggiungerla.
«Va bene. Stai calmo, ci riprovo». Mi seggo alla scrivania e intanto penso a come risolvere la questione. Enrico non smette di puntarmi la pistola contro. Fuori, le urla aumentano a ogni nostro movimento. Nella cabina di accesso due zombi, così li ha chiamati lui, bloccati nel passaggio giusto in tempo, si agitano come forsennati cercando di superare la porta interna. Il varco sembra cedere. Enrico scatta verso di loro e spara attraverso lo spiraglio che si è aperto: due colpi precisi alla testa dei mostri, altri due all’altezza del cuore. Ho un brivido di piacere nel vederli crollare a terra.
Enrico è ancora distratto. È la mia occasione. Schizzo su dalla poltrona afferrando la prima cosa che trovo sottomano. Quando si accorge di me è troppo tardi. Il proiettile va a vuoto, il mio colpo no. Enrico crolla sul pavimento, come quelli nella cabina.

Adesso.

«Cazzo! Avresti potuto darmi una mano» urlo, «e invece no. Stronzo tu e le tue maledettissime paure!». Lo prendo a calci e rido ma non può più rispondermi. Ora che faccio? Oltre la cabina la folla di zombi, quella che sino a poco fa erano uomini e donne normali, continua a sbattere contro i vetri. Richiudo il varco interno; per un po’ resisterà. L’adrenalina è come fuoco: brucio, non riesco a stare fermo. Cerco di calmarmi bevendo un sorso d’acqua dal distributore automatico. Devo pensare. Devo. In fin dei conti cosa ho fatto? Ho solo ucciso un uomo, la guardia di turno alla banca dove lavoro. Strano questa freddezza nel pensare a lui come se quello che ho fatto avesse una parvenza di normalità, quando tutto qui fuori non ha più nulla di normale.
Il turno sarebbe finito da un pezzo ma, come direttore della filiale, avevo ancora qualcosa da sistemare prima di chiudere e andare via. L’allarme arrivato al Pc era stato un colpo al cuore, accennava a un esperimento riuscito male, un morbo sfuggito chissà come da un laboratorio e che ora stava colpendo l’intera isola. I soccorsi sarebbero arrivati solo domani, per il momento l’isola veniva messa in stato di quarantena e nessuno poteva andarsene prima che lo Stato non fosse intervenuto a debellare il morbo. Una storia incredibile, sembrava uscita da uno di quei libri horror che piacevano tanto a Enrico, forse per questo aveva così tanta paura da minacciare di uccidermi.
Osservo gli zombi. Sbattono contro i vetri come ossessi, con le loro bocche sempre più marcescenti, i denti che graffiano contro le pareti, le unghie che saltano a ogni tentativo di penetrarle, mentre liquidi verdognoli continuano a uscire da tutti gli orifizi possibili. Non sono neanche le loro facce a farmi ribrezzo, sono i loro versi: non hanno più nulla di umano eppure sembrano voler esprimere ancora qualcosa. Mi osservano: c’è una forma di intelligenza nel loro sguardo, di consapevolezza, e mette ancora più terrore di quella fame primordiale che a tratti sopravanza obliando ogni loro razionalità. Mi farebbero pena, se già non mi facessero così schifo. No! non posso permettere che anche a mia moglie accada qualcosa del genere.
Sudo freddo. Le mani tremano e non riesco a pensare a una via di fuga. Non so quanto i vetri blindati possano resistere. L’ingresso sul davanti della filiale è ingombro di zombie, non mi resta che provare a uscire da quello sul retro. Afferro la pistola nella mano di Enrico, la stringeva con forza e faccio fatica a tirarla via. In una tasca della cintura trovo un secondo caricatore. Una ventina di colpi contro centinaia di mostri; che speranza ho?
La porta sul retro è ancora ben chiusa e non sento suoni provenire dall’esterno. La sblocco cercando di fare meno rumore possibile. Fuori tutto tace. Il vicolo è deserto. Esco. Un grido soffocato cala dall’alto. Dall’unica finestra aperta della palazzina di fronte, al terzo piano, si affaccia una ragazzina dai capelli tinti di verde, gli occhi sgranati verso la strada principale. Si vede che ha paura e deve essere pure sola, ma non devo pensare a lei; se posso, tornerò a prenderla. Le faccio segno di chiudersi a chiave e di non aprire a nessuno se non è sicura che sia sano. Pare abbia capito. Si allontana. Cerco di concentrarmi sul da farsi, muovo i primi passi verso l’uscita dal vicolo. Se recupero l’auto posso raggiungere Mina in tempo. Qualcosa di gomma rimbalza a poca distanza da me. Guardo in alto, è di nuovo la ragazzina di prima. Si agita, fa smorfie assurde. Le punto contro la pistola, pronto a sparare. Mi fa segno che sono matto. Forse ha ragione, ma temevo che il morbo avesse colpito anche lei. Ritorna a fare le sue strane smorfie, a indicare la strada principale, a passare la mano di taglio sulla gola… a cacciare la lingua di fuori e sparire sotto il bordo della finestra. Riappare con un sorriso preoccupato. Tranquilla, piccola, ho capito. Torno indietro sui miei passi: devo provare dall’altro lato. La guardo. Mi fa segno di aspettare. Torna dopo poco, sorride e il segno della mano è più che eloquente. Di là c’è via libera, però è anche quella più complicata per raggiungere l’auto, e Mina. Purtroppo, non ho altra scelta. La saluto e mi avvio. In fondo al vicolo volgo un’ultima volta lo sguardo alla finestra, la fatina verde è ancora lì: con lo sguardo triste e in cerca di speranza, mi saluta. Sì, dovrò proprio tornare a prenderla, appena sarà possibile.
Qualche metro oltre il vicolo inizia il bosco che sale verso la cima del monte, dall’altro lato c’è casa. Mina, la immagino al suo solito aspettarmi in giardino, con la limonata fredda, pronta per darmi un momento di ristoro dopo la dura giornata di lavoro. Adoro mia moglie. Sei mesi fa ci siamo promessi un figlio entro il primo anno di matrimonio, siamo un po’ in ritardo sulla tabella ma abbiamo una gran voglia di rimediare. Se mai potremo. Mi muovo in passi cauti, giro intorno al palazzo. Nell’avvicinarmi alla strada principale odo versi inumani, clacson, auto che sbattono, maledizioni e grida di terrore. Resto immobile; il sangue ghiaccia sempre più a ogni urlo. La mia auto è dall’altro lato della strada, ne vedo una piccola parte. Sarà troppo lontana per tentare una sortita? Ogni minuto che passa mette Mina sempre più a rischio, devo tentare il tutto per tutto. Mi avvicino strisciando lungo la parete. Alcune voci strazianti si addossano dietro l’angolo. Traggo un profondo respiro e… Il tonfo è di quelli che ti colgono di sorpresa e ti lasciano senza fiato; una donna striscia sulla schiena cercando di sfuggire al suo assalitore, il sangue le esce dai ripetuti graffi sulle mani, sulle gambe, in viso. I lunghi capelli biondi si sono tinti del cupo rosso della morte in arrivo. Ma loro non muoiono, si trasformano; anche lei. Addossato alla parete, nascosto in una rientranza del muro, la osservo mutare. Il suo assalitore si arresta, sembra odorarla, e la supera in una corsa strascicata verso nuove urla. La donna si scuote, cerca di mettersi in piedi. All’improvviso guarda nel vicolo. Tiro in dentro la pancia e non alito nemmeno un pensiero. Mi avrà visto? Sono dilaniato tra il restare e il fuggire. Attimi che sembrano tutta la vita. Nessuno arriva. Mi lancio in corsa verso il bosco. Avverto l’alito del male sulla pelle. Chiudo gli occhi dove ogni rumore mi tortura e corro nella speranza di essere più veloce della morte. Entro come vento tra gli alberi. Mi volto: il vicolo è deserto, della donna nessuna traccia. Affanno. Provo a riprendere fiato e contegno prima di avviarmi attraverso il bosco, verso casa.
Sono passate ore e il sole sta calando, è quasi sera. Tenendomi alla larga dagli agglomerati urbani e dalle strade, rifuggendo ogni essere vivente che vedevo da lontano, ho ricordato le parole di Enrico «Anche gli animali possono diventare zombi». «Sai che piacere, già così non li sopporto» avevo risposto.
Un sentiero scosceso mi ha condotto sino al pianoro che si trova poco sotto la cima del monte. Mi fermo contro un pino per riprendere fiato e guardarmi intorno. Ci sono tre villette a formare un singolo gruppo e un paio più isolate. Non vedo bestie immonde, sembra un deserto d'anime ma non mi fido; il punto è che sono troppo stanco per girarci intorno e perdere tempo prezioso. Sfrutto le zone d’ombra e gli alberi più che posso ma le ultime due case sono in campo libero e non ci sono più ripari sino al sentiero che, oltre, vedo dirigersi verso il basso, dove c'è casa, e Mina. Il tramonto è vicino e ho paura di non potermi fidare del buio: ho visto i mutati annusare l'aria in cerca di nuove prede, affidarsi all'udito molto più che alla vista. Temo che il buio sarà un altro avversario d'affrontare. Il cellulare è quasi scarico, devo muovermi. Cammino, rapido, verso il sentiero; dalla prima villetta non provengono rumori, le serrande sono abbassate, gli infissi chiusi: credo sia una di quelle usate solo per le vacanze e al momento non c'è nessuno. Meno male. L'altra villetta è anch'essa silenziosa, tuttavia le finestre al secondo piano sono aperte. Un'ombra striscia contro la parete e il soffitto, un'ombra silenziosa che si muove lenta e insicura. Controllo la pistola, la punto verso la villa e accelero. All'improvviso sobbalzo: dall'interno giunge l'abbaiare acuto di un cane; una voce parla sospirando. Ci metto un po' a capire le parole. «Shh! Ti prego, basta. Smettila, Kiro! Vieni qua». L'abbaio diventa un guaito che piano svanisce in un nuovo, irreale, silenzio.
«Chi c'è dentro? C'è ancora qualcuno sano lì?» chiedo, in un tono non troppo alto. Sulle prime non risponde nessuno. Quando vedo la donna affacciarsi a un angolo della finestra, dietro una tenda appena discosta, mi rendo conto che ha un terrore viscerale che la sta divorando e penso abbia un estremo bisogno di aiuto per non impazzire. Avrà l'età di Mina, i capelli lunghi portati allo stesso modo, con la riga di lato e tirati dietro le orecchie, ma quelli di Mina sono biondi. «Sei sola?».
«C'è Kiro con me» sussurra, mentre mi mostra il volpino che trattiene tra le braccia, stringendogli la bocca perché non abbai ancora.
«Vuoi venire con me?» Pur provando pena per lei, mi pento subito di quanto detto, ma è troppo tardi per ripensarci. «Devo raggiungere mia moglie, a un paio di chilometri da qui» aggiungo.
«Ho troppa paura…». Sembra voglia dire altro ma tace.
«Allora, chiuditi bene dentro e non aprire a nessuno. I soccorsi arriveranno domani. Puoi resistere fino a domani?».
Accenna un sì con un incerto movimento del capo.
«Ok. Io vado».
Faccio per avviarmi, sollevato, ma il suo è quasi un grido disperato e mi paralizza.
«Aspetta! Non mi lasciare sola. Vengo con te».
«Muoviti. Però, il cane lo lasci lì».
«Non voglio abbandonarlo».
C'è un gioco di forza nei nostri sguardi, alla fine vince la pietà. «Va bene, ma fai presto».
Passano interminabili secondi. Continuo nervosamente a guardarmi intorno, fortuna che questa zona dell'isola è tra le più isolate e meno frequentate. Poco dopo si avvicina, con il cane ben stretto in braccio e una torcia nella mano che lo sostiene. «Ciao! Sono Angela. Ho pensato che questa poteva servirci» dice, sorridendo.
«Ottima idea. Io sono Carlo. Piacere» affermo, mentre mi tolgo la cintura.
«Ehi! Cosa vuoi fare?».
«Adesso lo vedi. Passami il cane».
«Non c'è bisogno di un guinzaglio…».
«Questa serve per la bocca, perché non abbai e attiri esseri sgraditi».
Tituba nel porgermi il volpino. «Gli farà male?»
«Non più di quanto potrebbero farne a noi gli zombi, se ci trovassero».
Kiro fa qualche resistenza, so mi morderebbe molto volentieri e mi fa quasi compassione con la cintura ben stretta a bloccargli la bocca, ma non c'è altra scelta.
L'angusto sentiero si addentra abbastanza presto nel folto del bosco. Gli uccelli, appollaiati per la notte, rumoreggiano il loro disappunto al nostro passaggio.
Kiro si agita e sembra non trovare pace, ma lei lo tiene ben stretto e la cosa mi tranquillizza un po'. Presto il buio diventa così forte che seguire il sentiero si fa complicato, e i suoni lugubri provenienti dal bosco non aiutano.
«Mi dai la torcia?».
Angela me la passa e, all'improvviso, sbotta: «Ti rendi conto: siamo i prescelti».
«Cosa?».
«L'ho letto in un articolo apparso in rete. Pare che l'isola sia stata scelta perché non c'era pericolo che il morbo si propagasse al resto del mondo. Siamo cavie e non so in quale modo ma, diceva sempre l'articolo, dovrebbero darci una cura e tutto tornerebbe normale».
Esterrefatto, mi ci vuole del tempo prima che riesca a ribattere. «Allora c'è una speranza. Bene! Ma quelli che hanno deciso questa cosa sono dei grandi stronzi figli di puttana, lo stesso. Mi sentiranno, quando sarà tutto finito. Eccome, se mi sentiranno!» è l'unica stupidaggine che riesco a dire.
Lei mi guarda strano. «Ma davvero credi che tutto tornerà come prima? Io ho visto un sacco di film sugli zombi e nessuno è mai guarito. Infatti, un altro articolo diceva che quella della cura era una palla per mettere a tacere il casino che sta creando questa cosa nel mondo».
«Hai ragione: non ci credo, per niente. Siamo topi in gabbia; in mare ci sono già i mezzi della Marina a tenerci tutti sull'isola. Non ci resta che cercare di sopravvivere e sperare che la cura la trovino davvero. Andiamo».
Torniamo in silenzio per un po'. Sono certo che entrambi abbiamo pensato per un attimo a quanto può essere grande la stupidità umana, ma subito il mio pensiero è volato a Mina e a quel figlio che forse non vedrà mai la luce. La rabbia sale e si trasforma in odio e, quando Kiro si libera dalla presa di Angela, fuggendo verso casa, gli sparo d'istinto, senza alcuna pietà. Provo un senso di appagamento nel vederlo crollare giù emettendo un ultimo guaito. Angela grida e corre da lui. Solo adesso mi rendo conto di cosa ho fatto; non per il cane, no: mi stava anche antipatico; quanto per lo sparo, temo si sia sentito lontano.
Afferro Angela per un braccio. «Forza, alzati. Dobbiamo andare: non siamo al sicuro qui, all'aperto».
Si libera dalla presa. « Sei un mostro. Non sei diverso dagli zombi; anzi, sei peggiore di loro, perché tu sapevi che me lo stavi uccidendo».
«Ho dovuto farlo, ne andava della nostra vita».
«La sua non era meno importante della tua».
La guardo senza capire, finché il suo sguardo non si posa sul mio. Mi odia.
«Ecco chi sei: una di quelle animaliste, quelle che mette gli animali prima degli uomini».
«Di uomini come te, di sicuro». «Puoi andartene. Salvati il culo, se ci riesci». «E riprenditi questa» strepita, nel gettarmi in faccia la cintura, «non serve più».
«Dai, vieni. Non voglio averti sulla coscienza».
«Me ne frego di ciò che vuoi. Spero tua moglie si salvi, ma di te non me ne importa più un cazzo!». Si volta verso il cane, lo solleva con dolcezza e si avvia in direzione della villetta.
«Ma sì, fai pure. Ho ben altro a cui pensare che a una povera pazza». Non mi ascolta nemmeno. La guardo sparire tra gli alberi, dove la luce della torcia non è più in grado di seguirla. In questo momento ho un groppo in gola, mi sorge il dubbio di aver fatto una stronzata, forse avrei potuto riacciuffare Kiro. È tardi per ripensarci. Torcia alla mano, prendo a correre verso Mina.
Al limitare degli alberi sgorgo il giardino di casa. Sembra tutto tranquillo. Mina è seduta in poltrona e legge un libro alla luce di una lampada; sul tavolino noto la giara con la limonata. «Mina!» chiamo, mentre mi precipito da lei.
Nel momento stesso in cui si alza, un'ombra mostruosa le si avventa contro, dall'altro lato del giardino. Sparo. Sparo a più non posso, finché lo zombi non cade a terra a pochi centimetri da lei. Mina guarda l'essere che ancora si agita davanti ai suoi piedi e guarda me. Il ribrezzo sul suo viso è pari all'orrore.
Mi precipito ad abbracciarla. «Temevo che non ti avrei più riabbracciata».
«Carlo, cosa sta succedendo? Chi è questo… mostro?».
«Ti spiego tutto, con calma. Non temere: ci sono qua io con te e non succederà più niente di brutto. Entra in casa, ti raggiungo subito». Non appena la vedo sparire oltre l'uscio, sparo un colpo alla testa dello zombi e lo finisco. Mina mi chiama, preoccupata. Prima di entrare controllo il caricatore, mi restano una manciata di proiettili; ci penserò domani.
La trovo seduta in cucina; mi seggo di fronte a lei.
«Mi dici chi era quel mostro?».
«Uno zombi».
Ride. «Non prendermi in giro».
«Sapresti che sto dicendo la verità se vedessi ogni tanto la tv o ti collegassi in rete» le dico a mo' di rimprovero.
Il suo sorriso è così dolce da disarmarmi. «È che a me non piacciono. Inoltre, ci sei tu a dirmi le cose più importanti che accadono nel mondo; abbiamo sempre fatto in questo modo: così, uno dei due non si stressa e può aiutare l'altro a rilassarsi».
«Ha sempre funzionato, però, oggi ho davvero avuto paura che il tuo ignorare avrebbe potuto metterti in pericolo. Infatti, c'è mancato poco». Le racconto tutto. Anche la menzogna di una cura in arrivo. Nei suoi occhi allo stupore si sostituisce la fiducia, nel suo sorriso l'amore. Ho voglia di baciarla. Mi sporgo verso di lei.
Nell'avvicinarsi poggia una mano sulla sua spalla destra e inizia a grattarsi con foga.
«Carlo, cos'ho qui?» dice. «Mi prude da impazzire».
Sulla spalla ha un graffio poco profondo, qualcosa lo ricopre in parte: un vischioso liquido verdognolo. Sento la morte strapparmi il cuore. Ingoio l'ultima saliva. «Nulla, cara. È solo un piccolo graffio, lo disinfetto».
Cosa le dico adesso? «Ti va di bere un goccio di Assenzio? Ho voglia di magia, amore»
«Vada per l'Assenzio, ma tu sei matto»
«Sì. Matto di te».
Preparo due calici, verso l'Assenzio, prendo il passino su cui poggio le zollette di zucchero e vi verso sopra altro liquore. Il liquido s'intorbidisce. Porgo, sorridendo, il calice a Mina « La Fata Verde brama la tua anima, ma tu sei al sicuro con me». Lei prende la zolletta e la scioglie voluttuosamente sulla lingua. Beve.
Noto la sua pelle ingrigirsi già, il colore dei suoi occhi appannarsi. Bevo anch'io, con desiderio di oblio, e mi lancio sulle sue labbra. Mai amore è stato più intenso, mai il piacere è stato più atroce, nel sentirla tramutarsi tra le mani. Adesso sono davvero consapevole di amarla più della stessa vita.
Mina mi accarezza, mi annusa. La lingua passa sulla mia pelle assaporandone i brividi. «Ho fame…» sussurra.
Mi lascio andare ai suoi morsi d'amore. Sento che il sangue ribolle, i pensieri si fanno meno lucidi. C'è solo Mina nella mia mente. La penetro, mentre i nostri liquidi verdognoli si mischiano, e vengo dentro di lei nel parossismo del piacere più profondo.
«Carlo, ti amo» le sento rantolare e tanto mi basta per essere felice.

Sette mesi dopo.
Il cielo è terso mentre osservo Mina, sdraiata per terra. Sorride con i pochi denti rimastele ed è ancora bellissima. Le gambe divaricate, si sforza di spingere nel dare alla luce nostro figlio. Giusy, la fatina verde di quel giorno, le dà una mano. Non ricordo quando sono tornato a prenderla, ma era già una mutata e mi ha seguito con gioia, senza più andarsene. Forse è lei la vera fatina di questa casa: mi ha protetto allora ed è ancora qui a prendersi cura di tutti noi.
Mina, tra uno sforzo e l'altro, mi sorride. Nei nostri momenti di lucidità, come ora, io e le ci siamo chiesti se nostro figlio sarebbe nato zombi ma non abbiamo saputo darci una risposta. Il fatto che stia per nascere è già un grande miracolo.
Eccolo. Ha la pelle candida. Le nostre paure e le nostre speranze hanno preso vita.
Angela appare all'improvviso da oltre la siepe. «Allora… non sei… del tutto sbagliato» biascica, trascinando il suo corpo malfermo e marcescente. Ho riconquistato la sua fiducia e non mi odia più da quando con le ossa di Kiro le ho fatto una collana; la porta sempre con sé e le sta pure bene.
In alto il rombo di un elicottero. Un cameraman sta registrando la nascita del primo bambino zombi.
Ho di nuovo paura: quale sarà il futuro di mio figlio? Lo sevizieranno in cerca di una cura? Devo pensare. Devo…
Li amo troppo per non tentare il tutto per tutto.
Alzo la pistola e sparo gli ultimi colpi, dritti al rotore. L'elicottero precipita.
Guardo Mina e mio figlio. «Per… un po'… avremo del cibo… per sfamarlo».



alexandra.fischer
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Re: Solo per amore (da Sfida a Fuoco Fatuo)

Messaggio#2 » martedì 19 giugno 2018, 16:46

La storia è affascinante: rielabora in modo originale il tema dello zombi. Tu rendi la catastrofe abbattutasi sull’isola in modo molto credibile per il lettore. A partire dal protagonista, Carlo, un normale direttore di banca che si trova a fronteggiare l’orrore di questa mutazione, indotta come esperimento da un gruppo di scienziati (folli). Il finale della storia è poetico, perché Carlo e sua moglie Mina avranno il figlio tanto desiderato malgrado si siano mutati in zombi a loro volta (ma ancora in grado di pensare e parlare, per quanto non privi di istinti voraci). Molto bella la scena dell’Assenzio e l’idea di trasformare il volpino Kiro in una collana d’ossa.

Attenzione a: raggiugere (si scrive: raggiungere)

Fatto ciò, chiedo l’ammissione alla Vetrina

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Re: Solo per amore (da Sfida a Fuoco Fatuo)

Messaggio#3 » lunedì 4 febbraio 2019, 19:23

Salvatore, il racconto è qui da un po'. Che vuoi fare?
Sono pronto a vivisezionare i vostri racconti... soffriranno, ma sarà per il vostro bene!

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Re: Solo per amore (da Sfida a Fuoco Fatuo)

Messaggio#4 » lunedì 2 settembre 2019, 15:38

Visto che il racconto è fermo da molto tempo lo passo in archivio
Sono pronto a vivisezionare i vostri racconti... soffriranno, ma sarà per il vostro bene!

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