La classifica finale di Francesca Cavallero

Appuntamento per le ore 21.00 di lunedì 18 maggio con l'ultima edizione della Settima Era e con uno straordinario cast di guest stars: Carmen Laterza, Francesca Cavallero, Stefano Pastor, Francesca Bertuzzi e Patrizia Rinaldi!
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La classifica finale di Francesca Cavallero

Messaggio#1 » lunedì 15 giugno 2020, 12:11

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Ecco a voi commenti e classifica di Francesca Cavallero.
Ricordo che, per la classifica generale finale di Edizione, si sommeranno tutte e cinque le classifiche delle guest stars di questa ALL STARS EDITION!

1) “Domani”, di Danolo Riccio
Fotogramma a tinte sature di un “cessate il fuoco”: scelta interessante, quella di raccontare questo momento strappato al caos, nella difficile fase di assestamento che segue una decisione presa nelle stanze del potere. Dialettica sanguigna, ritratto a colpi di spatola eppure efficace, fra due personaggi inceppati: Tagliola e Tango sono talmente intrappolati nei loro “ruoli” che i dettagli, pur grotteschi, che li riguardano li rendono verosimili e palpabili. Sono vivi, perché si può sopravvivere attraverso lo straniamento, la costruzione di una propria leggenda o di una menzogna personale dietro cui proteggersi. Il caos della guerra trasuda dai pori dei due balordi, solidifica nelle loro vene finché uno di loro non si spezza. La parabola termina con un ottimo equilibrio, una metafora azzeccata (il guscio spezzato), un suono (lo sparo) che dissolve al nero l’immaginazione del lettore.

2) “Margherite”, di Emanuela Di Novo
Una forte sensazione di ineluttabilità permea il tessuto di questo racconto. È dosata con cura, grazie all’evocazione della verticalità (dall’abisso al cielo e ritorno), ai dettagli iconici che costruiscono un’ambientazione desolata, rarefatta, che vibra di un silenzio doloroso. Il divino e il demoniaco si fondono nell’illusione e nel suo svelamento. Buono l’equilibrio strutturale, epiche le immagini ispirate, basate sulla dialettica bianco / grigio (cenere / morbo) / nero. Il viola delle nubi, nella sua imprevedibilità, dona profondità e prospettiva alla visione. Racconto che rimane sfocato e fluttuante come la sua protagonista. Ci sono tutti i presupposti per ampliarlo!

3) “Se lassù qualcuno ti vuole bene”, di Isabella Valerio
La protagonista riflette sulla seconda possibilità che le è appena stata data: l’allusione al dramma nel dramma (l’essere costretti a condividere uno spazio ristretto, come il recente lockdown, con un compagno violento) è gestita con una certa delicatezza e, secondo me, buona verosimiglianza. Lo stupore per la libertà conquistata “per caso” (o grazie all’intervento di “qualcuno”), l’incertezza sul futuro e sull’effettivo permanere di questo nuovo stato di cose sono psicologicamente circostanziati dall’abitudine alla sofferenza. Ma non abbiamo abbastanza elementi per sapere se “il dolce gusto della libertà” durerà a lungo, se sarà l’anticamera di una vera ribellione, oppure uno sprofondare stupefatto in una nuova routine… nell’attesa che l’aguzzino ritorni, o nella speranza che non succeda affatto. L’angoscia, che filtra dalla percezione distorta del tempo immobile, è resa molto bene. Meriterebbe uno sviluppo più ampio.

4) “Il Tredicesimo Arcano”, di Agostino Langellotti
Equilibrio strutturale, ottima capacità di concentrare il lettore su un punto ristretto (la partita a carte) per poi spiazzarlo con un semplice colpo di scena sul finale. C’è tutto un mondo nei dettagli svelati progressivamente, nei gesti dei due personaggi, nelle loro battute in cui le parole e le pause sono scelte con grande attenzione. Piccola nota, proprio su questo aspetto: “le vedette hanno visto” è una frase che risulta un poco dissonante (vedette-visto). Lo segnalo perché, rispetto al bel lavoro svolto nelle righe precedenti, è una piccolissima pecca e vale la pena fare attenzione in futuro.

5) “Un buon consiglio”, di Davide Di Tullio
Un racconto che sembra alludere alla malinconica dolcezza di “Nuovo Cinema Paradiso”. Si propone una chiacchierata gradevole fra Michele, tornato dopo anni nel vecchio esercizio destinato alla demolizione, e Tonino, il guardiano: costui può essere un fantasma, o solo un ricordo, ma nella sua schiettezza piena di romanticismo fornisce al ragazzo, appunto, un buon consiglio. Forse l’ultima riga e mezza è di troppo: chiudere sul manifesto mortuario, all’apice del pathos, avrebbe spostato l’equilibrio del racconto verso la sorpresa, lasciando un’impronta più profonda nel lettore.

6) “Quantum storyteller”, di Luca Nesler
Particolare l’idea, quasi meta-narrativa, dell’algoritmo da combattere e sovvertire; ironici i personaggi che desiderano fare dell’imperfezione una bandiera del “valore-umano”, sfruttando gli interstizi di mercato lasciati scoperti dall’ineccepibilità dell’algoritmo. Insomma, ricominciare da capo e fare di necessità (o di trash) virtù. Stile paratattico che, nel suggerire l’ansia della cospirazione, risulta comunque pienamente giustificato. Sarebbe stato bello avere un po’ di contesto in più, ma lo spazio è tiranno.

7) “La ferrovia”, di Andrea Lauro
Interessante riflessione sull’avvicendarsi del tempo, dove due personaggi si confrontano sul binario della memoria, fra ciò che è stato e ciò che sarà. Annabelle diventa simbolo del ritorno e del cambiamento nello stesso tempo. Bella l’immagine della sagoma che taglia a metà binario e tramonto: un doppio punto di partenza o un doppio traguardo, sul filo di quella che appare solo come una semplice, stanca chiacchierata e invece diventa una presa di coscienza. Sembra la conclusione di un racconto più lungo e complesso, di cui però si sente la mancanza.

8) “Dark Factory”, di Emiliano Maramonte
Questo racconto narra il gesto di ribellione di un operaio, l’ultimo “umano”, destinato a essere messo da parte dopo l’emanazione delle “leggi sul lavoro automatizzato”. Un confronto, insomma, con l’eterno macinare del meccanismo industriale. Una tematica certamente attuale ma non facile da affrontare, soprattutto in così poche righe, senza rischiare di cadere nella bidimensionalità del protagonista. In pratica, sono portata a chiedermi: morendo, un operaio vorrebbe davvero vedere i cancelli di una fabbrica, sebbene spalancati e pieni di fiori? Il suo paradiso sarebbe davvero lavorare, in eterno, nell’azienda per cui ha dato il sangue, diventando un martire, un simbolo? Non sto contestando, mi chiedo solo se, invece, non sarebbe il caso di approfondire l’aspetto psicologico di Perseghetti (tralasciando frasi un poco retoriche come “chi è sazio non può capire chi è a digiuno”, per esempio), magari attraverso l’aspetto emotivo dato dal non sapere come sfamare la famiglia: perché in questo caso è il lavoro che diventa simbolo, lasciando che il protagonista assuma una terza dimensione.

9) “Fine del sogno”, di Wladimiro Borchi
Narrazione di un momento drammatico svoltosi durante un corteo, nel 1969. Due ragazzi sono proiettati in un incubo mentre, insieme a tanti altri, cercano di costruire il sogno che, per vari aspetti, ha contrassegnato un’epoca. Periodo storico complesso, episodio controverso. Troppo poche le righe a disposizione, troppo poco il tempo necessario per entrare in empatia con i protagonisti: fra slogan, descrizione della concitazione (assolutamente plausibile) e allusioni “spot” a un contesto storico, costellato di tantissimi accadimenti, con cui non tutti i lettori sono in immediata confidenza, si perde il contatto con la favola drammatica di Sergio e Maria. Dispiace che alla fine rimangano volti fra la folla, perché sarebbero personaggi davvero interessanti.

Nessun recap sulla classifica finale, in serata arriverà la news con la chiusura di edizione e la proclamazione del vincitore!



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