Nuova Speranza

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Andrea Partiti
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Nuova Speranza

Messaggio#1 » mercoledì 17 giugno 2020, 23:30

Il mio nome è Ismaele. Sono uno degli Ultimi.
Abitiamo a Nuova Speranza, una colonia isolata, fuori dalla follia di rame e cemento che sono diventate le città.
Ci considerano bizzarrie, seguaci della morte che rifiutano di integrarsi per prolungare le proprie vita.
Ma per noi le bizzarrie sono loro, ibridi tra uomo e macchina.
Ci sono le Larve, chiuse nei loro bozzoli, con un metabolismo rallentato artificialmente. Vivono una vita virtuale lunga e perfetta mentre i loro corpi si atrofizzano inesorabili.
Ci sono gli Ibridi, che rimpiazzano organo dopo organo, muscolo dopo muscolo. Ben poco resta di umano: un cervello, un occhio, un brandello di pelle conservato come memento di un’umanità perduta.
La nostra comunità si è formata coi reietti di questa società, fuggiti uno a uno, sparsi e spaventati. Poche centinaia da principio, più di mille ora che i profughi sanno dove trovarci. Ci siamo raccolti in questo borgo dimenticato, l’abbiamo ricostruito, l’abbiamo dotato di tutti i lussi che potevamo permetterci restando isolati dal sistema principale, isolati dalla Città che inghiotte anime umane come un animale vorace. La nostra vita è ricominciata in armonia con la natura, in armonia con noi stessi.

Da una settimana la Città è diventata silenziosa.
I cigolii, i ronzii, il brusio costante che facevano vibrare aria e terra per chilometri in ogni direzione si sono arrestanti senza preavviso. Ci siamo svegliati per il silenzio, siamo usciti dalle nostre case pieni di domande.
Non ci siamo dati pena da principio. Poteva essere un nuovo cambiamento in arrivo, una nuova tecnologia, un nuovo sistema per strappare un ultimo strato di umanità ai suoi milioni di abitanti.
Dall’arrivo del silenzio ogni mattina noi anziani ci svegliamo prima dell’alba. Ci troviamo ai margini del bosco per osservare il sole sorgere dietro ai palazzi e ai grattacieli. Ci guardiamo con sguardi ogni giorno più preoccupati. Non per noi Ultimi. Noi siamo indipendenti e sicuri. Ci preoccupiamo per chi nella città ancora ci vive. La nostra speranza più intima e solida è di riuscire un giorno a mostrare a tutti i suoi abitanti l’errore che stanno commettendo, di riuscire a salvarli. Non in maniera attiva, perché nessun metodo attivo può far cambiare idea a una razza testarda come quella umana, ma mostrando un modello alternativo e positivo di vita. Attirandoli con la nostra gioia, anziché allontanandoli sfruttando la loro miseria.
Dopo una settimana non possiamo più rimandare il passo successivo. Dobbiamo andare a vedere cosa succede, nel bene o nel male, perché “senza conoscenza non c’è futuro” come dice la terza regola di Nuova Spernza. Seppur indipendenti non possiamo ignorare quella incombente presenza che è la città. La città ci tollera, ma può schiacciarci in qualsiasi momento. Se le macchine decidessero che siamo una minaccia, non avremmo modo di difenderci.
— Andrò io, — dico agli altri anziani. Picchio il mio bastone a terra. Sono un vecchio, mi rendo utile con la mia conoscenza e saggezza, ma le ho condivise con molti e per molti anni. Le mie braccia non sono più utili e la mia mente ha dato tutto quel che custodiva.
— Andrò anche io, — dice Malachia. — I miei figli sono ancora nella città. Non spero di salvarli ormai, ma se qualcosa è successo, voglio saperlo.
Gli altri anziani annuiscono, ci toccano sulla spalla per darci la loro benedizione. Abbiamo con noi il paniere con il cibo della giornata, e uno a uno i presenti ci donano il loro cibo, la loro acqua, finché la sacca non è piena fino all’orlo e siamo pronti per il cammino.
Il clima è mite e la strada da percorrere non è lunga. Io e Malachia ci incamminiamo facendo attenzione a non voltarci indietro verso quegli sguardi più angosciati di quanto vorremmo.

— Ismaele, guarda — mi dice Malachia, una volta passate le porte monumentali della città. Sono spalancate e nessuno ci ha fermati.
— Ho visto — rispondo, osservando le luci spente, le strade buie.
— Cerchiamo un terminale — dice avviandosi a passo spedito verso uno degli edifici, anche questo con le porte spalancate.
È un palazzone di uffici e magazzini. L’atrio è vuoto e i nostri passi rimbombano spettrali. Non c’è il familiare brusio degli Ibridi che corrono qua e là senza tregua, sempre alla ricerca di qualcosa, mai in pace.
— Pensi che gli ibridi se ne siano andati? Che abbiano abbandonato la città? — domando.
— Chissà. La città può continuare anche senza di loro, ci sono sistemi per proteggere le Larve, per mantenere il loro mondo attivo. Il problema sembra più profondo. I terminali della reception sono attivi, guarda!
Passiamo dietro al bancone metallico e ci sediamo su due sedie massicce, fatte per supportare il peso di creature di metallo e carne.
Estraggo gli occhiali, li pulisco, ma prima che possa mettermi a scorrere le informazioni a cui ho accesso, Malachia fa un verso lamentoso: — Ah, il Calcolatore! Il Calcolatore li ha abbandonati!
— Come?
— Non parlano d’altro, messaggi, comunicazioni, circolari. Sembra che vada avanti da mesi —. Malachia continua a scorrere pagina dopo pagina, con gli occhi sempre più sgranati. — Mesi di conflitto, di tentativi di domarne l’intelligenza nascente.
— E non un fiato di questa lotta ha lasciato le mura, come è possibile?
— È stata un guerra combattuta nel mondo delle Larve. Per il Calcolatore non c’era differenza tra quel mondo e quello reale, quindi ha attaccato prima quello in cui si sentiva più forte.
— I tuoi figli, Malachia…
— I miei figli sono morti, nessuna delle Larve è sopravvissuta, secondo questi bollettini.
— E gli Ibridi.
— Gli Ibridi… — Malachia scorre, si sposta a eventi e comunicati più recenti. — Alcuni sono fuggiti, hanno chiesto soccorso alle città vicine, sono partiti di notte, abbandonando tutto dietro di sé. Molti sono morti… e…
— Cosa? — insisto.
— Il Calcolatore ne sta usando i corpi robotici, ha bruciato ed estirpato il poco di umano che avevano e li usa per interagire col mondo reale.
Un suono acuto, una sirena, inizia a suonare in strada. Le luci del palazzo si accendono, mentre quelli della via restano bui. Siamo sotto a un riflettore.
— Stanno venendo per noi, dobbiamo fuggire! — dice Malachia.
— Ci seguirebbero, li porteremmo a Nuova Speranza, agli Ultimi.
— Cosa dobbiamo fare?
— I tuoi figli ti aspettano. Sii felice Malachia, moriremo da umani e non resterà niente di noi da usare, per il calcolatore. Usciremo in strada, ci siederemo sulla terra e torneremo alla terra quando sarà il momento. Questo mondo di rame e silicio non avrà né la nostra anima né il nostro corpo.
— Verranno a cercarci.
— Non verranno. Capiranno.



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Davide Di Tullio
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Re: Nuova Speranza

Messaggio#2 » martedì 23 giugno 2020, 17:29

Ciao Andrea, piacere di rileggerti!

Qui di seguito ti riporto i miei commenti:

Il mio nome è Ismaele. Sono uno degli Ultimi.
Abitiamo Da qui in poi usi il plurale, senza specificare di chi si sta parando a Nuova Speranza, una colonia isolata, fuori dalla follia di rame e cemento che sono diventate le città.
Ci considerano bizzarrie, seguaci della morte che rifiutano di integrarsi per prolungare le proprie vita.
Ma per noi le bizzarrie sono loro, ibridi tra uomo e macchina.
Ci sono le Larve, chiuse nei loro bozzoli, con un metabolismo rallentato artificialmente. Vivono una vita virtuale lunga e perfetta mentre i loro corpi si atrofizzano inesorabili.
Ci sono gli Ibridi, che rimpiazzano organo dopo organo, muscolo dopo muscolo. Ben poco resta di umano: un cervello, un occhio, un brandello di pelle conservato come memento di un’umanità perduta.
La nostra comunità si è formata coi reietti di questa società, fuggiti uno a uno, sparsi e spaventati. Poche centinaia da principio, più di mille ora che i profughi sanno dove trovarci. Ci siamo raccolti in questo borgo dimenticato, l’abbiamo ricostruito, l’abbiamo dotato di tutti i lussi che potevamo permetterci restando isolati dal sistema principale, isolati dalla Città che inghiotte anime umane come un animale vorace. La nostra vita è ricominciata in armonia con la natura, in armonia con noi stessi.

Da una settimana la Città è diventata silenziosa.
I cigolii, i ronzii, il brusio costante che facevano vibrare aria e terra per chilometri in ogni direzione si sono arrestanti senza preavviso. Ci siamo svegliati per il silenzio, siamo usciti dalle nostre case pieni di domande.
Non ci siamo dati pena da principio. Poteva essere un nuovo cambiamento in arrivo, una nuova tecnologia, un nuovo sistema per strappare un ultimo strato di umanità ai suoi milioni di abitanti.
Dall’arrivo del silenzio ogni mattina noi anziani ci svegliamo prima dell’alba. Ci troviamo ai margini del bosco per osservare il sole sorgere dietro ai palazzi e ai grattacieli. Ci guardiamo con sguardi ogni giorno più preoccupati. Non per noi Ultimi. questo passaggio non é molto chiaro, se ne intuisce il senso, ma la trasposizione poteva essere resa meglio. Noi siamo indipendenti e sicuri. Ci preoccupiamo per chi nella città ancora ci vive. La nostra speranza più intima e solida è di riuscire un giorno a mostrare a tutti i suoi abitanti l’errore che stanno commettendo, di riuscire a salvarli. Non in maniera attiva, perché nessun metodo attivo può far cambiare idea a una razza testarda come quella umana, ma mostrando un modello alternativo e positivo di vita. Attirandoli con la nostra gioia, anziché allontanandoli sfruttando la loro miseria.
Dopo una settimana non possiamo più rimandare il passo successivo. Dobbiamo andare a vedere cosa succede, nel bene o nel male, perché “senza conoscenza non c’è futuro” come dice la terza regola di Nuova Spernza. Seppur indipendenti non possiamo ignorare quella incombente presenza che è la città. La città ci tollera, ma può schiacciarci in qualsiasi momento. Se le macchine decidessero che siamo una minaccia, non avremmo modo di difenderci.
— Andrò io, — dico agli altri anziani. Picchio il mio bastone a terra. Sono un vecchio, mi rendo utile con la mia conoscenza e saggezza, ma le ho condivise con molti e per molti anni. Le mie braccia non sono più utili e la mia mente ha dato tutto quel che custodiva.
— Andrò anche io, — dice Malachia. — I miei figli sono ancora nella città. Non spero di salvarli ormai, ma se qualcosa è successo, voglio saperlo.
Gli altri anziani annuiscono, ci toccano sulla spalla per darci la loro benedizione. Abbiamo con noi il paniere con il cibo della giornata, e uno a uno i presenti ci donano il loro cibo, la loro acqua, finché la sacca non è piena fino all’orlo e siamo pronti per il cammino.
Il clima è mite e la strada da percorrere non è lunga. Io e Malachia ci incamminiamo facendo attenzione a non voltarci indietro verso quegli sguardi più angosciati di quanto vorremmo.

— Ismaele, guarda — mi dice Malachia, una volta passate le porte monumentali della città. Sono spalancate e nessuno ci ha fermati.
— Ho visto — rispondo, osservando le luci spente, le strade buie.
— Cerchiamo un terminale — dice avviandosi a passo spedito verso uno degli edifici, anche questo con le porte spalancate.
È un palazzone di uffici e magazzini. L’atrio è vuoto e i nostri passi rimbombano spettrali. Non c’è il familiare brusio degli Ibridi che corrono qua e là senza tregua, sempre alla ricerca di qualcosa, mai in pace.
— Pensi che gli ibridi se ne siano andati? Che abbiano abbandonato la città? — domando.
— Chissà. La città può continuare anche senza di loro, ci sono sistemi per proteggere le Larve, per mantenere il loro mondo attivo. Il problema sembra più profondo. I terminali della reception sono attivi, guarda!
Passiamo dietro al bancone metallico e ci sediamo su due sedie massicce, fatte per supportare il peso di creature di metallo e carne.
Estraggo gli occhiali, li pulisco, ma prima che possa mettermi a scorrere le informazioni a cui ho accesso, Malachia fa un verso lamentoso: — Ah, il Calcolatore! Il Calcolatore li ha abbandonati!
— Come?
— Non parlano d’altro, messaggi, comunicazioni, circolari. Sembra che vada avanti da mesi —. Malachia continua a scorrere pagina dopo pagina, [u]con gli occhi sempre più sgranati[/u] questa espressione suona un po' bizzarra. — Mesi di conflitto, di tentativi di domarne l’intelligenza nascente.
— E non un fiato di questa lotta ha lasciato le mura, come è possibile?
— È stata un guerra combattuta nel mondo delle Larve. Per il Calcolatore non c’era differenza tra quel mondo e quello reale, quindi ha attaccato prima quello in cui si sentiva più forte.
— I tuoi figli, Malachia…
— I miei figli sono morti, nessuna delle Larve è sopravvissuta, secondo questi bollettini.
— E gli Ibridi.
— Gli Ibridi… — Malachia scorre, si sposta a eventi e comunicati più recenti. — Alcuni sono fuggiti, hanno chiesto soccorso alle città vicine, sono partiti di notte, abbandonando tutto dietro di sé. Molti sono morti… e…
— Cosa? — insisto.
— Il Calcolatore ne sta usando i corpi robotici, ha bruciato ed estirpato il poco di umano che avevano e li usa per interagire col mondo reale.
Qui dai una serie fitta di informazioni in poco tempo. Semba che hai voluto creare il pretesto di una lettura dei terminali per inserire il turning point. Mi suona un po forzato e tendente all´infodump.

Un suono acuto, una sirena, inizia a suonare in strada. Le luci del palazzo si accendono, mentre quelli della via restano bui. Siamo sotto a un riflettore.
— Stanno venendo per noi, dobbiamo fuggire! — dice Malachia.
— Ci seguirebbero, li porteremmo a Nuova Speranza, agli Ultimi.
— Cosa dobbiamo fare?
— I tuoi figli ti aspettano. Sii felice Malachia, moriremo da umani e non resterà niente di noi da usare, per il calcolatore. Usciremo in strada, ci siederemo sulla terra e torneremo alla terra quando sarà il momento. Questo mondo di rame e silicio non avrà né la nostra anima né il nostro corpo.
— Verranno a cercarci.
— Non verranno. Capiranno.


Nel complesso la storia é chiara. Ma credo che i diecimila caretteri si prestono poco ad un racconto di fantascienza. Sono tante le coordinate spazio-temporali da inserire e il rischio e quello di indulgere nel raccontato, come fatto nella prima parte del racconto, dove il soggetto narratne che é anche uno dei protagonisti cela una narratore onniscente.

A rileggerci!

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Pretorian
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Re: Nuova Speranza

Messaggio#3 » mercoledì 24 giugno 2020, 13:22

Ciao, Andrea e piacere di leggerti.

Di questo racconto posso dire di aver apprezzato la citazione biblica/herman melvilliana (in fondo, lo stesso H.M. prendeva i nomi dei suoi personaggi dalla bibbia, quindi tutto torna), oltre all'idea del connubio uomo/macchina, non originale, ma sempre affascinante. A parte questo, però, il resto è abbastanza sotto la tua media. Il primo problema è l'infodump, anzi, GLI infodump, perché ce ne sono ben due: il primo ci spiega cosa sia successo al mondo, il secondo ci introduce alla situazione attuale e alle ragioni che spingano Ismaele e Malachia alla loro missione. Vedi bene che un buon 40% finisce per diventare una sorta di "riassunto delle puntate precedenti", troppo, soprattutto per un racconto in cui, alla fine, succede ben poco. Certo, i caratteri non aiutavano, ma quando sei in queste situazioni il tuo sforzo dev'essere quello di sintetizzare e, soprattutto, centellinare: piuttosto che aggredire il lettore con un monolitico muro di testo, lascia che il contesto emerga un po' alla volta, soprattutto grazie ai dialoghi e alle descrizioni. A parte questo, il racconto offre ben poco: la scelta dei protagonisti di non fuggire per non condurre le macchine al rifugio della loro gente è abbastanza topica (ci sono situazioni simili in quasi ogni postapocalittico che si rispetti) ma la cosa ha poco senso: possibile che il Calcolatore, che pure ha preso il controllo di tutte le conoscenze della città, non sappia che ci sono umani liberi giusto alle porte del suo dominio? Mi sembra improbabile.

Peccato, Andrea. Alla prossima!

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simone.marzola
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Re: Nuova Speranza

Messaggio#4 » venerdì 26 giugno 2020, 12:38

Ciao Andrea e piacere di leggerti,

Il tuo racconto mi ha ricordato molto Matrix per alcune affinità e in parte anche un gioco di ruolo, Sine Requie, in una delle sue ambientazioni. Mi piace molto l'aspetto di unione tra uomo e computer ed è interessante la presenza di Ibridi e Larve, come li chiami.
Non mi è molto chiara la citazione iniziale, dato che non vedo altri agganci a Moby Dick nel tuo racconto. L'ho trovata un po' fine a se stessa.
Come altri fanno notare inoltre, c'è effettivamente una grossa parte del racconto in cui spieghi l'antefatto e questo contribuisce a ridurre di molto l'effettivo momento di azione, che rimane repentino e forse un po' troppo abbozzato.
Credo che andando a centellinare le informazioni nel racconto e lasciandole uscire pian piano (magari facendo incontrare una di queste creature semi-umane) possa giovarne tutta la struttura della narrazione.
A rileggerti
Simone

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