Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Avatar utente
alberto.tivoli
Messaggi: 49

Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Messaggio#1 » venerdì 19 giugno 2020, 16:07

ORA CHE LE STORIE NON PARLANO PIÙ di Alberto Tivoli


Fino a ieri, fino a prima di addormentarmi, le colline dell’Anatolia meridionale, ricoperte di terra e sassi o di pini e felci, mi inspiravano quello che avrei definito un sentimento di malinconia. Ora rifletto solamente sul fatto che, se dovessi marciare per qualche ora lungo i sentieri, sarebbe opportuno portare almeno due litri d’acqua.
Il sole si riflette sulle testate dei missili terra-aria. Ogni piattaforma di lancio pesa cinque tonnellate a pieno armamento, e ha un cervello che può seguire fino a cento bersagli. Una visione definibile come potente, ma ora mi fa solo indossare gli occhiali da sole.
In realtà, ho capito che era iniziata perché, appena sveglio, ho aperto il romanzo che ho portato con me. Non l’ho aperto a caso, bensì in corrispondenza di una delle pagine segnate con un post-it rosso. Quindi ho scorso delle parole lette e rilette fino a consumare la carta. E ho considerato che le fibre vegetali avrebbero dovute essere usate altrimenti e che sarebbe stato opportuno lavarmi le mani, in quanto il volume odorava di muffa. Solo questo ho pensato.
Poi è arrivata la dichiarazione di cessazione delle azioni militari da parte dell’esercito siriano. Quindi il governo turco ha definito la situazione al confine non più critica. E il comando NATO ci ha messi in stand by. Lo scenario è cambiato, sono venute meno le cause prime del conflitto e, penso io, di tutti i conflitti della storia.
Allora ho chiamato mio padre, identificativo ormai insapore, e da Roma ho avuto un’ulteriore conferma che oltre a essere iniziata, è globale. Prima di salutarlo, gli ho detto di provare con i libri, visto che non era ancora convinto che fosse iniziata per davvero, e di verificare lo stato di mamma.
Ho un sospetto su di lei.
Per adattarci, noi militari abbiamo gli ordini, che governano il caos. Invece mio padre, senza alcuna direttiva, dovrà gestire un’eccezione che opporrà resistenza.

Ha ragione mio figlio: è iniziata.
Di fronte a me sono schierati quindici metri lineari di libreria incastrata tra pavimento e soffitto.
Ho esaminato una cinquantina di testi presi a campione, alcuni dal lato nord, altri dalle ali est e ovest. Tutti romanzi, antologie o sillogi poetiche. Racconti e poesie dei più disparati generi, stili ed epoche. E la raccolta che ho in casa è una frazione di quella catalogata e sistemata negli scaffali della mia libreria, proprio giù in strada, a piombo del balcone da cui il sole illumina la stanza.
Le parole, le parole non dicono più niente. Tutte queste storie non servono più.
La consapevolezza della bancarotta mi dice chiaramente che dovrò trovare un nuovo lavoro senza, però, generare in me quelli che fino a ieri, fino a prima di addormentarmi, mi avrebbero travolto come sentimenti negativi.
Ricordo i nomi: paura, angoscia, depressione, isteria, rabbia, odio. Sono in grado di darne le definizioni, come se le leggessi in un dizionario. Però, tutto questo non sa più di niente. Sono ormai mere speculazioni dell’intelletto. Teorie.
– Vailante? Amore, dove sei?
E il sospetto di mio figlio è una certezza: Marilena è immune.
– Era Marco? Come sta? È in pericolo?
In bagno il vapore ha completamente condensato, gocce sulle piastrelle e sullo specchio. Avendo parlato solo del cambiamento avvenuto nella notte, Marco non mi ha fornito informazioni tali da illustrare alla madre il suo stato d’insieme. D’altra parte a Marilena non interessano i dati politici e tattici, o i parametri climatici e medici ma, cerco di ricordare, desidera spunti irrazionali in grado di far cessare tremiti interiori.
Opto per una previsione attendibile: – Sarà presto di ritorno.
Sorride. Esprime, vediamo un po’… sì, felicità. Un sentimento raro e sfuggente in mia moglie, negli ultimi vent’anni.
– Non vedo l’ora di abbracciarlo! – Serra le braccia intorno al busto, di scatto; onde saponate tracimano dalla vasca.
Allunga la sinistra a cercare l’asciugamano, che è finito a terra.
Cerca a tentoni. Lo sguardo verso l’alto.
– Aspetta, quello è bagnato. – Scosto la sedia a rotelle e prendo dall’armadietto un telo di spugna asciutto. Quindi immergo le braccia nell’acqua tiepida e la sollevo per metterla seduta sullo sgabello, montato a un estremo della vasca. Mentre Marilena si friziona dalla vita in su, io le ripiego di lato le gambe e le asciugo.
– Ci hai già provato? – chiede, con l’asciugamano attorcigliato a turbante sulla testa
– Ancora no.
L’apocalisse dei sentimenti. Da sparuti casi in Scandinavia alla diffusione globale in una notte.
Dalle news sullo smartphone, viene definita una crisi.
– Prova – sussurra, gli occhi fissi nel buio che la circonda da un quarto di secolo.
Il corpo di mia moglie è un albero rinsecchito, le gambe stecchi ritorti, il ventre una cavità ricoperta da un cespuglio stento. Metafore per stravolgere un’analisi medica e anatomica. Metafore ora per me mute.
– Prova. – Ansia nella sua voce, la riconosco. Ma che sapore aveva l’ansia?
Poso la destra sul pube di Marilena, massaggio con il metacarpo il monte di venere, il medio dentro di lei. – Niente? – le chiedo.
Scuote la testa e arrossisce. – Vaffanculo! Impotente! Incapace! – E piange e rantola.
Questa mattina non voglio buttarmi dal balcone o affogare lei nella vasca. Non credo affatto che l’apocalisse dei sentimenti sia una crisi. La percentuale di umanità immune, di cui Marilena chiaramente fa parte, è sfortunata.
Termino il rito della nostra prova quotidiana, offrendo al suo morso la mano che l’ha toccata dove è morta, cinque anni dopo che le forme del mondo le si sono nascoste. Non provo nulla di emotivo, solo dolore fisico.
– Scusa – mormora e ammutolisce.
Solo ora mi accorgo della musica in sottofondo: la sigla di chiusura del giornale radio. – Che ne pensi? – le chiedo.
Mentre attendo la risposta, la vesto e la spingo in cucina per la colazione.
Tasta di fronte a lei e porta la tazza di cappuccino alle labbra. Un paio di lunghi sorsi e risponde: – Non soffrirai più per aver rinunciato a lei.
No. Non si tratta assolutamente di una crisi. Fernanda e i litri di whisky ingollati tra i miei libri per dimenticarla senza correre nella notte urlando. Roba da immuni, è proprio il caso di dire da questa mattina.
– E di me? Di me cosa farai? – Le dita di Marilena esplorano la tovaglia come tentacoli. Trovano la fetta di crostata e si infilano nella marmellata, nella pasta, la sbriciolano.
– Ridefiniremo l’etica e la morale – dichiaro e bevo in un sorso il caffè. – La base della società sarà l’istinto di sopravvivenza dell’individuo ai fini della sopravvivenza della specie. – Rifletto sulle possibilità e, chissà, certe utopie potrebbero cessare di essere tali.
– Cosa farai di me? – insiste Marilena.
Non ho svuotato la vasca. All’improvviso il quadro mi è chiaro. – Eutanasia.
Le gambe saranno inerti ma le braccia le muove rapide come serpi. Nemmeno il tempo di riprendere fiato che mi ritrovo marmellata e briciole spiaccicate sul viso.
– Bene – esplode, – ora che non dovrai più preoccuparti del senso di colpa, puoi ammazzare la donna che ti ha rovinato la vita.
– Lasciami morire. Lasciami morire. – Non le rifaccio il verso, ripeto atono il suo ritornello. – È quello che vuoi, mi sembra.
Spinge sulle ruote e arretra fin sotto la finestra, orienta il viso verso la luce. – Nessuna variazione, è sempre tutto nero. Ma sento il calore del sole con la pelle, l’odore dei fiori sul davanzale. Gusto la marmellata. Con le dita mi accorgo degli anni che passano, toccando le rughe sul mio viso e sul tuo.
Riflette e anch’io. Sta parlando di un modo di sentire la vita che ora non sono più sicuro di capire. La mia mente traduce il suo ragionamento in flusso di radiazioni; concentrazioni di principi attivi; calorie e diversi rapporti tra i nutrienti; ossidazione delle cellule. Se non riconoscesse che ho ragione, che la sua eliminazione fosse la cosa più logica da fare, potrebbe mettere in crisi il mio adattamento alla mutazione? Se fossi ancora quello di ieri, credo che in questo momento sarei, per usare un’espressione destinata a divenire arcaica, pervaso dal terrore.
– Ho dimenticato la serenità di una passeggiata – riprende Marilena, – il divertimento di una corsa, la follia di un orgasmo. Sì, desidero morire cento volte al giorno.
– Ma quell’unica volta che la ritrovi, la voglia di vivere vince sulle tue cento morti – concludo io.
Strappa un fiore dal vaso, lo annusa, si carezza la pelle con i petali e lo mangia; modalità sensoriale riadattata, a volte bizzarra. – Non è eroico come stai dicendo. Tu mi stai sbattendo in faccia una morte annunciata, me la sto facendo sotto.
– Ti cambio il pannolone – la rassicuro.
– Sta’ seduto – mi ordina, sghignazzando, – dicevo in senso figurato.
Sì, certo. Giochi di parole da immuni.
La raggiungo, in piedi accanto a lei.
– Ci sono – annuncio, – la tua immunità è un handicap, come la cecità e la paraplegia.
Fischia e borbotta: – Ho tanti di quei difetti che tutti insieme dovrebbero, per giustizia, costituire una specie di pregio.
– Non mi interrompere – l’ammonisco. – Ora sono più adatto a gestire i tuoi stati. Quindi non vedo nessun motivo razionale per non lasciarti vivere, se pensi sia meglio per te o se non te la senti di morire.
– Se continui così, me li farai passare pure a me i sentimenti nei tuoi confronti. – Mi tira una pacca sulla pancia e mi invita a sedere accanto a lei.
Mi accomodo e Marilena cerca la patta dei miei pantaloni, tira giù la lampo e mi afferra il pene. – Buono, non ti agitare. Mica è la prima volta che te lo maneggio.
– Adesso ti dico io che cosa ho appena realizzato – mi informa mentre continua a masturbarmi. – Visto che non provi più nessun sentimento e che ancora ti funziona – in effetti, il piacere fisico è rimasto – ti lascio libero di scoparti Fernanda o chiunque altra. Se non provi nessun sentimento, non sono gelosa.
– È proprio vero. Tanti difetti costituiscono un pregio – riconosco all’apice del piacere.
Intendo piacere fisico, ovviamente.
Solo un riflesso del sistema nervoso centrale.



Avatar utente
Eugene Fitzherbert
Messaggi: 466

Re: Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Messaggio#2 » lunedì 22 giugno 2020, 19:10

Ciao, Alberto,
non ricordo se ho mai letto niente di tuo in questi lidi, e se l'ho fatto, allora perdonami, ma sono veramente rincoglionito e non me lo ricordo.
Venendo al tuo racconto: è ben scritto, scorrevole e con uno stile che ricalca in prima persona l'asetticità emotiva in cui sono piombati i nostri protagonisti. Sia il figlio che il padre ricalcano bene il sentimento di vuoto e perdita che si crea quando all'essere umano togli le sue emozioni, è come trasformare l'esistenza in un bianco e nero opaco e senza profondità.
Credo però, che come cantavano gli Extreme, ci siano Three Sides of Every Story, e in questo frangente più che mai sarebbe stato interessante esplorare anche l'indole e la psiche della moglie e mamma disabile: come reagisce una persona normale ad avere a che fare con degli automi? Per una questione di simmetria e bilanciamento del racconto, avresti dovuto dividerlo in tre parti e dedicare l'ultima proprio alla donna.
Per il resto non ho niente da segnalare.
Ottimo lavoro!

Avatar utente
alberto.tivoli
Messaggi: 49

Re: Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Messaggio#3 » martedì 23 giugno 2020, 13:49

Ciao Eugene, grazie per il commento.
Concordo con la tua analisi, in effetti mi ero posto il problema di mostrare di più i pensieri e le reazioni della moglie. Però ho considerato difficoltoso introdurre anche il suo PdV per le battute limitate e, soprattutto, perché avrei dovuto gestire la sua cecità e paralisi. Ho cercato invece di mostrare le sue reazioni nel dialogo con il marito, per esempio quando gli dice che non avrebbe più sofferto per aver rinunciato all'altra donna di cui si era innamorato, appunto perché ora non prova più nessun sentimento. Ovviamente questa soluzione non può raggiungere la massima efficacia nel comunicare le sensazioni di lei.
Grazie ancora e buona sfida.

Alberto

Avatar utente
Sara Ronco
Messaggi: 12

Re: Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Messaggio#4 » mercoledì 24 giugno 2020, 13:03

L'apocalisse dei sentimenti...
mi piace. La tua storia si lascia gustare fino in fondo, avrei preferito vedere forse qualche situazione in più ma so che il numero delle battute è sicuramente un limite.
Bella idea, bravo!
Nonostante io scriva romanzi dall'età di 13 anni (con moooolta discontinuità) ho ancora bisogno della "badante letteraria".
Rimanete sintonizzati e vi stupirò.

Avatar utente
decimo.tagliapietra
Messaggi: 6

Re: Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Messaggio#5 » giovedì 25 giugno 2020, 8:22

Ciao Alberto, ho apprezzato il tuo racconto e l’idea. La storia scorre fluida ed arriva al petto e alla pancia, niente da dire. Una sola nota, che non ha a che fare con il giudizio: io avrei scritto la storia dal punto di vista della moglie immune, sarebbe stato più interessante approfondire la reazione della donna di fronte al cambiamento graduale e radicale del marito.
Ad ogni modo hai realizzato un ottimo racconto. Complimenti!

AlastorMaverick
Messaggi: 6

Re: Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Messaggio#6 » domenica 28 giugno 2020, 10:22

Ciao Alberto.
Ho trovato il tuo racconto originale e ben strutturato. Come ti hanno già detto gli altri partecipanti sarebbe stato interessante conoscere il punto di vista della moglie in modo più dettagliato ma siamo tutti consapevoli del limite di battute. Mi è piaciuto molto, tuttavia in alcuni punti mi sono un attimo perso e ho dovuto rileggere per capire chi stesse facendo o pensando cosa. Per il resto è abbastanza scorrevole e ben pensato. Bravo.

Avatar utente
alberto.tivoli
Messaggi: 49

Re: Ora che le storie non parlano più (di Alberto Tivoli).

Messaggio#7 » lunedì 29 giugno 2020, 9:32

Buongiorno e grazie per i commenti
AlastorMaverick ha scritto:
,
decimo.tagliapietra ha scritto:
,
Sara Ronco ha scritto:
,
Eugene Fitzherbert ha scritto:
.
Volendo redigere un bilancio per il racconto, posso dire che l'idea è piaciuta ma si è sentita forte la mancanza della reazione della moglie vissuta dal suo PdV. Mi riprometto di revisionare il racconto introducendo il PdV della moglie o come un terzo PdV (come suggerito da Eugene) oppure di riscriverlo con lei come protagonista.

Se posso chiedere, Alastor mi puoi indicare i punti in cui hai avuto dubbi, in modo da revisionarli?

Grazie a tutti e alla prossima.

Torna a “La (mini)Sfida Apocalittica”

Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite