Kami ni mamorareta ko

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wladimiro.borchi
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Kami ni mamorareta ko

Messaggio#1 » lunedì 6 luglio 2020, 10:33

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神に守られた子
Kami ni mamorareta ko



Quando Yusuke li vide in quel chioschetto sul lungomare di Rio non riusciva a credere ai propri occhi. Per la prima volta, da quando era sceso dall’aereo, si sentì come a casa e, per almeno cinque minuti, il buio che gli stringeva lo stomaco sembrò averlo abbandonato.
«Signore, scusi, possiamo fermarci a prendere degli onigiri
Marçelo, l’omone corpulento e calvo che li stava accompagnando dall’hotel al Marrocanaeinho Gymnasium, si voltò a fissarlo con aria interrogativa.
«Di cosa sta parlando, signore?» Usava un giapponese stentato, ma riusciva a farsi capire.
Yosuke ammiccò alla bancarella: «Degli onigiri, in vendita laggiù. Ho nostalgia di casa!»
Lo disse sorridendo, come se fosse vero solo a metà.
In realtà lì era tutto diverso dalla sua terra: le case erano piccole e fatiscenti. In alcune zone che avevano attraversato sul pullman, addirittura, c’erano baracche di lamiera coi tetti di foglie. Roba che nel suo Giappone non si vedeva dalla guerra. Solo gli alberghi erano giganteschi. Gli alberi stessi, la natura circostante era roba mai vista. E poi c’era quell’odore dolciastro dappertutto, che appena uscito dall’aeroporto gli aveva dato la nausea e a cui stentava ad abituarsi.
Marçelo fece piazza pulita, in un secondo, di tutte le sue aspettative: «Non sono onigiri, signore, ma focacce di farina di cocco, ripiene di formaggio. Qui le chiamiamo tapioca
Il suo attimo di felicità era rimandato ancora e il buio in fondo allo stomaco riprese il sopravvento.
E poi era caldo, un caldo insopportabile, novembre, in Brasile, sembrava agosto.


«Sei di nuovo andato a fare il bagno nel laghetto della Sig.ra Nakamura, non è vero Yosuke?»
La mamma lo fissava severa dalla soglia della loro casa di periferia.
I suoi vestiti erano ancora umidi e, anche a cinque anni, sapeva che negare l’evidenza avrebbe solo aumentato il peso della punizione.
Abbassò la testa: «Avevo caldo…»
Non era una scusa che poteva reggere. Se avesse davvero voluto fare solo un tuffo, il mare della baia era molto più vicino. Sentì il respiro della mamma che si strozzava. La guardò, scoprendo così, che stava trattenendo una risata.
Il cuore sembrò scoppiargli nel petto: era bellissimo quando mamma Yuka non era arrabbiata con lui.
«Facciamo pace.» disse allungando le braccia verso di lei.
Il sorriso della donna si accese ancor di più, nonostante avesse portato le mani in avanti per allontanarlo.
«Non pensarci nemmeno ad abbracciarmi così bagnato, furfantello! Siediti lì,» disse indicando la sedia in vimini sistemata accanto all’uscio «vado dentro a prenderti un onigiri».
Yusuke eseguì, con la salivazione che aumentava e il sole di agosto che gli accarezzava il viso.
Lungo la strada un camion militare carico di merci sollevò un polverone, che lo costrinse a chiudere gli occhi.
Quando li riaprì il sole era scomparso, coperto da un nuvolone nero e si era alzato un vento umido, che gli fece venire i pallini del freddo sulla pelle.
Sensei Jotaro, il suo maestro di judo, avrebbe detto che era un cattivo presagio.
Mamma ricomparve sulla soglia «Vieni in casa a cambiarti, sta arrivando un acquazzone! Mangerai più tardi».
Yusuke si alzò sbuffando e rientrò trattenendo ogni lamentela sulla sfortuna che lo perseguitava.


Alla fine era un bene non aver mangiato, altrimenti ora si sarebbe sentito ancora più in ansia.
«Categoria di peso?»
«Inferiore a 68 chili.»
Yusuke fissò l’arbitro davanti alla bilancia, che guardava la cartellina perplesso e spostava di continuo il piccolo peso sulla barra di metallo.
Possibile che abbia sforato? Ieri mi sono tenuto leggero e oggi non ho fatto nemmeno colazione!
Doveva avere sulla faccia un’espressione preoccupata, perché l’altro giudice al suo fianco, disse al collega qualcosa in portoghese.
Yusuke tratteneva il fiato.
Sapeva che il segreto, che aveva deciso di nascondere a tutti, gli avrebbe creato problemi, ma non credeva che i primi sarebbero arrivati ancora prima di cominciare.
Che ti sei inventato stavolta, mostro?
Per fortuna intervenne l’allenatore. «Scusa, ma il peso non è già inferiore?» domandò all’interprete, perché lo traducesse.
Sensei Akaito doveva averci visto giusto, perché i due risero nervosamente e si profusero in inchini e scuse, in quella loro lingua assurda che assomigliava tanto a una cantilena.


Gli onigiri di mamma Yuka erano i più buoni del mondo. Ci metteva solo riso e sale, senza carne o pesce. C’era la guerra. Ma erano i migliori che Yusuke avesse mai mangiato. Evidentemente, come diceva lei, “erano fatti di vero amore”.
Si era svegliato presto quella mattina, si era seduto davanti casa e ne aveva appena addentato uno, staccandone più della metà.
Il sole era sempre nascosto dietro alle nuvole, ma almeno il vento aveva smesso di soffiare.
La strada, fatta eccezione per qualche carretto di ortaggi diretto fuori città, era deserta, senza il solito via vai di mezzi militari.
«Andiamo a far volare la parrucca alla vecchia Nakamura?»
Suo cugino Shigeo era comparso al suo fianco. Aveva qualche anno più di lui e, spesso e volentieri, si divertiva a fargli i dispetti.
Proprio il giorno prima lo aveva fatto piangere gettandolo nel laghetto. Non si era fatto male, ma aveva avuto tanta paura che mamma si arrabbiasse.
«No, non ci vengo con te, Shigeo! Almeno fino a quando non mi chiedi scusa per ieri!» disse masticando.
«Stavo solo scherzando. Comunque ti chiedo perdono, se per te è tanto importante!»
Le scuse potevano andare, per cui infilò in bocca il resto della polpetta e si alzò dalla sedia.
«Mamma, vado in giro con Shigeo!» urlò dietro la porta spalancata.
«Non fare tardi per pranzo!»
La risposta si perse alle spalle dei due ragazzini che già correvano verso il secondo posto al mondo in cui Yusuke era felice dopo casa sua, il giardino delle meraviglie della Sig.ra Nakamura.



I quattro tatami su cui si sarebbe svolto il mondiale sembravano più grandi sotto la luce di quei grossi fari.
Ce l’aveva fatta! Di lì a poco avrebbe combattuto con atleti provenenti da tutto il mondo, rappresentando il suo paese.
Se solo pensava a tutti i sacrifici fatti per arrivare fino a lì, sentiva un groppo in fondo alla gola.
Peccato non avere una moglie da portare con sé: qualcuno che fosse orgoglioso della sua impresa. La vita era andata così: ma non poteva certo dirsi sfortunato. Anzi, essere in quella palestra gigantesca gli sembrava proprio il segno tangibile dell’amore dei suoi antenati.
Pensare che solo un mese prima stava seduto all’onigiri-ya del vecchio Dayu, a Tokio, deciso a invitare a cena fuori la piccola Eiko. Era da almeno un anno che cercava le parole giuste per farlo.
Era bellissima, longilinea, alta poco meno di lui, con gli occhi castani e i capelli lunghi neri. Insomma una donna troppo fantastica per chiunque, di quelle con cui non aveva mai avuto il coraggio di parlare.
Con lei, invece, era stato diverso. Da quando l’aveva servito la prima volta al tavolo era subito nata una grande complicità. Non aveva paura a parlare e lei rideva alle sue battute e rispondeva a tono.
Stava proprio per invitarla, quella sera di inizio ottobre, ma poi erano entrati alcuni ragazzi del suo dojo e non ne aveva più avuto il coraggio.
Poco dopo era venuto fuori quel segreto che custodiva gelosamente, che non poteva raccontare a nessuno, e aveva deciso di non coinvolgerla.
Forse le storie più belle sono proprio quelle che non iniziano, perché le puoi custodire nel tuo cuore e immaginarle proprio come piacciono a te.
Sentì le lacrime bussargli da dietro gli occhi e le ricacciò indietro con un lungo respiro.


I due cuginetti si erano rincorsi e fatti dispetti per quasi un’ora, prima di arrivare a destinazione. Il giardino della Sig.ra Nakamura era fuori città, circondato da un folto bosco di salici.
Il basso steccato di bambù che lo circondava non era un limite invalicabile. Era più lì per segnare un confine, che per impedire l’accesso agli estranei.
La proprietaria, la più ricca vedova della piana, faceva la burbera coi monelli che andavano a giocarci senza mostrare il minimo rispetto per la sua proprietà, ma Yusuke era convinto che, in fondo in fondo, le facesse piacere avere qualcuno che le gironzolasse attorno.
Uno dei giochi preferiti dal cugino era quello di farsi rincorrere dalla donna, fino a quando non le cadeva la ridicola parrucca nera, che le copriva i pochi capelli rimasti.
Yusuke, invece, amava il laghetto in cui nuotavano le carpe. Poteva rimanere delle ore a fissarle mentre si muovevano da una parte all’altra, rispedendo al sole i bagliori con le scaglie colorate.
Era seduto coi piedi nell’acqua quando sentì il rumore degli aerei.
«Mi sto annoiando, andiamo a farci scoprire dalla parruccona!»
«Aspetta, guarda!» Yusuke si alzò in piedi e indicò le sagome vibranti dei velivoli che li sormontavano, attraversando la porzione di cielo lasciata libera dalle creste degli alberi.
«Va bene, ci sono due aeroplani. E allora?»
Shigeo lo tirava per la maglietta, ma lui restò a fissarli fino a quando non erano scomparsi, lasciandosi dietro solo una scia bianca che iniziava a dissolversi.
«Smettila di sbatacchiarmi! A scuola ci hanno detto di chiudere gli occhi e di tapparci le orecchie, quando cadono le bombe.»
«Allora fallo, che aspetti!»
Yusuke eseguì e nel nero silenzioso, sentì il cugino che lo spingeva nel laghetto.
Saltò appena in tempo per non sbattere le ginocchia nelle pietre che ne circondavano la sponda.
Mentre volava sentì la voce del suo aguzzino che lo prendeva in giro «Ci caschi sempre!» e il cielo si accese di un bagliore candido.
Shigeo l’aveva fregato ancora una volta, stavolta mamma si sarebbe davvero arrabbiata.
Toccò l’acqua gelida con un tonfo e dovette raccogliere le gambe al petto per non sbatterle troppo forte.
Mentre galleggiava sul fondo, sentì il rumore di un tuono lontano e vide il pelo dell’acqua che si frastagliava di onde. Poi il cielo divenne nero.



Sensei Akaito l’aveva chiamato perché riprendesse il riscaldamento prima della nuova gara, ma Yosuke gli aveva chiesto ancora qualche minuto per veder combattere il suo avversario successivo.
Oleg Stepanov, un sovietico davvero ben piazzato, nonostante i 65 kilogrammi di peso. Una specie di cubo ambulante, che tendeva ad agguantare l’avversario e a tenerlo quasi a contatto, per dominarne i movimenti.
Aveva uno stile diametralmente opposto al suo.
Ci ragionò un po’. L’unico modo per vincere con quel russo era non lasciarsi acchiappare. Bisognava riuscire a proiettarlo non appena si appoggiavano le mani al Jūdōgi.
Doveva usare tecniche di gambe: un harai goshi poteva essere efficace, o anche un banalissimo o soto gari.
L’importante era rimanere frontale: se Oleg riusciva a fare tai sabaki e a darti le spalle, dopo che ti aveva agguantato, era finita.
Il coreano che gli era appena passato fra le mani ne sapeva qualcosa.
Yosuke si voltò verso l’allenatore, che lo fissava con aria scocciata, mentre i suoi compagni di squadra stavano ultimando il riscaldamento.
Lo salutò con un inchino e entrò con loro sul tatami.
Come era cambiato il judo negli anni! La parte agonistica aveva preso il sopravvento su quella tradizionale. Un tempo si combatteva per dimostrare chi era il più bravo. Ora, con la tattica giusta, anche il peggiore poteva vincere.
Era sempre merito della “strategia” se era riuscito a essere lì. Era bastato omettere qualche verità scomoda.
Quando la cattiva sorte aveva bussato alla sua porta, il mondo gli era crollato addosso, ma aveva deciso di non rinunciare comunque alla sua ultima possibilità di combattere in un mondiale.
La sfortuna era un avversario forte, il migliore sul tappeto, e per batterlo non bastava la tecnica, bisognava illuderlo di aver vinto, prima di affondare il colpo.
Fino a quel momento, era andato tutto per il meglio.


Yusuke rimase sul fondo del laghetto spaventato fino a quando non iniziò a fargli male il torace per il bisogno di respirare.
Quando riemerse l’aria era carica di sabbia e terra, come se si fosse alzato un polverone enorme. Shigeo era sdraiato, con i vestiti pieni di tagli.
I salici attorno erano tutti piegati verso casa della Sig.ra Nakamura.
C’era un silenzio che sembrava finto, come se qualcuno avesse spento l’interruttore di tutti i rumori.
«Che è successo, Shigeo? È scoppiata una bomba?»
«Il cielo si è infuocato e un vento caldo mi ha sbattuto per terra.»
Yosuke lo aiutò ad alzarsi.
«Mi fa male la testa, mi fischiano le orecchie!»
Il cugino lo ripeteva come una filastrocca.
«Non ci pensare, forza, sbrigati, dobbiamo andare a vedere cos’è successo in città. La mamma...»
Il solo pensiero che potesse esserle successo qualcosa di brutto, gli fece venire voglia di piangere.
Ricacciò dentro le lacrime e si mise in cammino verso Hiroshima, tirandosi dietro il ferito.
«Mamma! Mamma!»
Lo gridava all’aria piena di terra che gli seccava la gola.
«Mamma!»
Lo gridava al fumo in lontananza. Quello che sembrava venire dal fuoco di un milione di bombe scoppiate al centro della città.
Intanto tutto diventava sempre più scuro, come se una nebbia nera stesse avvolgendo il mondo.
Dalla fuliggine che vorticava nell’aria, di quando in quando, uscivano “mostri”.
Camminavano come fantasmi: tenevano le braccia in avanti mentre la pelle cadeva a brandelli. Avevano addosso solo lembi di vestiti bruciati, erano così sfigurati, gonfi e ustionati da non sembrare nemmeno persone. Alcuni avevano i capelli dritti sulla testa, erano quasi nudi, con i corpi così malridotti che non si capiva se fossero uomini o donne.
«Mamma! Mamma!»
Il gruppo li oltrepassò senza nemmeno guardarli, mentre il groppo alla gola di Yosuke diventava un nodo di disperazione che sembrava volerlo soffocare.
«Mamma!»
Il grido stavolta gli uscì strozzato.
D’un tratto, dal fumo nero uscì Sensei Jotaro. Il suo vestito era malridotto, ma era ancora riconoscibile. Procedeva barcollando e con gli occhi spalancati, ma non aveva ferite né bruciature.
Come il maestro lo riconobbe, lo afferrò per le spalle, scuotendolo.
«Dove vai, Yosuke? Non c’è più niente laggiù!»
Il ragazzo aveva la vista annebbiata da un velo umido. In uno spasmo di rabbia, tentò di divincolarsi da quelle mani che sembravano volerlo bloccare. «Mamma!» gridò, mentre gli occhi gli esplodevano di lacrime.
Lo schiaffo lo colpì in pieno volto. Il suo sguardo si fissò in quello dell’uomo.
«Devi diventare grande in fretta, deshi! Andiamo a cercare un posto in cui occuparci delle ferite del tuo amico.»
La violenza del colpo ricevuto, seguito dalla parola “discepolo”, gli ricordò il suo ruolo e il rispetto che doveva anche in quella situazione. Si voltò verso il cugino ferito, ingoiò l’ultimo singhiozzo e gli infilò la mano aperta nell’incavo della spalla per sostenerlo.



Yusuke aveva battuto il russo con facilità.
Adesso era il turno dello yankee. Un ragazzetto coi capelli a spazzola e un paio di lunghi baffi.
Ce la poteva fare. L’aveva visto combattere ed era davvero troppo rigido sulle gambe: tani otoshi o un’altra tecnica di sacrificio sarebbe stata perfetta per sfruttare quella debolezza.
Bastava scivolargli alle spalle e sfruttare il proprio peso, per trascinarselo dietro e fargli fare una bella buca a terra.
Ancora non ci credeva, ma era arrivato sul tatami della semifinale.
Non gli importava vincere, gli importava esserci, realizzare quel sogno, covato fin da piccolo, quando la guerra gli aveva sconvolto la vita.
Dove era nato lo chiamavano "Kami ni mamorareta ko", “protetto da Dio”, perché la bomba che aveva spazzato via Hiroshima, la sua famiglia e tutti quelli che conosceva, non l’aveva nemmeno sfiorato.
Beh, vero solo in parte…
Erano passati venti anni da allora.
«L’atomica è vigliacca!» gli aveva detto Sensei Jataro quando, cinque anni prima, gli era morto tra le braccia, dopo averlo cresciuto come un padre.
Aveva ragione il maestro!
Una manciata di giorni prima di partire per Rio, avevano diagnosticato anche a lui lo stesso tumore del sangue. Il veleno della bomba aveva agito con calma e adesso era il suo turno.
Il medico l’aveva esortato a iniziare le cure e ad abbandonare l’idea del torneo.
Lui aveva tenuto tutto per sé e adesso era lì, pronto a vincere o anche soltanto a fare del proprio meglio.
Alla fine l’importante è partecipare!
L’arbitro gli fece cenno di salire sul tatami.
«Rei»
Saluto.
«Rei»
Saluto all’avversario.
«HAJIMEEEEE!»
Ultima modifica di wladimiro.borchi il mercoledì 15 luglio 2020, 12:04, modificato 2 volte in totale.



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wladimiro.borchi
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Re: Kami ni mamora rete iru

Messaggio#2 » lunedì 6 luglio 2020, 10:36

OLIMPIADI DELLA LETTERATURA - LOTTA GRECO ROMANA
TEMA: Un evento storico
6.8.1945 atomica su Hiroshima
15.10.1965 mondiali di Judo a Rio de Janeiro

Vi Sfidiamo a inserire nel racconto:

1) un personaggio deve fare/provare una disciplina olimpica (anche virtualmente) (-2 PUNTI)
Il protagonista è un Judoka (disciplina olimpica dal 1964, un anno prima di quando si svolge il racconto).

2) citare almeno una vota De Coubertin (nome o motto) (-2 PUNTI)
Tutto il racconto è un ode al motto "l'importante è partecipare", che passa comunque anche dai pensieri del protagonista prima dell’ultimo combattimento.

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Pretorian
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Re: Kami ni mamorareta ko

Messaggio#3 » domenica 19 luglio 2020, 0:14

Ciao, Wlad e piacere di leggerti.
Comincerò subito con quello che ritengo il maggior merito di questo racconto, ossia il cambio di stile presente tra i flashback e le parti attuali. Nelle prime, infatti, la terminologia che usi è più fanciullesca e si adatta perfettamente alla personalità di Yusuke bambino, sottolineando anche nello stile lo scarto di tempi tra l'infanzia spensierata e il presente. Una scelta azzeccata e di cui mi complimento. Altro punto a favore del racconto è la competenza che hai dimostrato nel rappresentare la cultura nipponica e gli elementi del judo, che ha l'effetto aggiuntivo di avvicinare il lettore al protagonista (essendo un'atleta, è ovvio che pensi usando i termini della sua disciplina). Dall'altra parte, invece, la maggiore critica che sento di poterti muovere è il modo con cui ti sei approcciato alla malattia del protagonista. Il colpo di scena finale praticamente non esiste: non solo dici fin dall'inizio che Yusuke ha un "segreto", ma lo ribadisci anche più volte e rendi ben chiaro che si tratti di qualcosa inerente la salute (la scena della pesatura) e che sia qualcosa che influenza pesantemente la sua vita (i suoi ricordi della ragazza). Insomma, anche il lettore meno sveglio si sarebbe reso conto di dove volessi andare a parare. Penso che sarebbe stato meglio non esplicare direttamente la minaccia, ma lasciarla sospesa, magari nascondendo indizi durante il racconto (colpi di tosse di tanto in tanto, giramenti di testa, i semplici problemi di peso) per poi riassumerli in un disvelamento finale (ad esempio un'epistassi subito prima del mach con l'americano). Ne avresti guadagnato sicuramente in potenza emotiva e il finale sarebbe stato molto più incisivo.
A parte questo, il racconto non presenta grosse altre pecche. Probabilmente non è il tuo lavoro più brillante degli ultimi anni, ma non è per niente da buttare.

Alla prossima!

Simone Marzola
Messaggi: 64

Re: Kami ni mamorareta ko

Messaggio#4 » domenica 19 luglio 2020, 11:42

Ciao Wladimiro e piacere di rileggerti.

Il tuo racconto è quello che ho trovato più coinvolgente e in linea con la sfida.
Mi è piaciuto molto come hai tratteggiato la scena e i personaggi e ho molto apprezzato i salti temporali. Hai costruito molto bene tutta la narrazione con una conclusione che ho trovato molto soddisfacente, compresa la rivelazione dello stato del protagonista.
Concordo però con Pretorian sul fatto che lo stato di malattia del protagonista avrebbe avuto più effetto se mostrato man mano nel racconto, anziché continuare a parlare di segreto. Mostrando i sintomi, contestualizzando poi lo scoppio della bomba, sarebbe poi diventato evidente al lettore di cosa soffrisse il protagonista.

A parte questo, complimenti e a rileggerci.

Michael Dag Scattina
Messaggi: 44

Re: Kami ni mamorareta ko

Messaggio#5 » lunedì 20 luglio 2020, 17:23

un buon uso del mostrato, ottima gestione dei flashback, ma è proprio la storia in se che non mi ha convinto molto.
Troppo segreto di pulcinella, ci stava bene qualche indizio in più sulla malattia, invece che lo spiegone alla fine.
Chiudere il racconto alla semifinale poi, non ha molto senso. Fallo arrivare in finale almeno, oppure descrivi un incontro molto agguerrito dove riesce a vincere nonostante un emicrania improvvisa (esempio) , o contro un avversario davvero bravo.
Scrivi molto bene, ma più che di finale aperto mi sa di lavoro troncato a metà.
Altra pecca, titolo in giapponese intraducibile, ho dovuto inserire gli ideogrammi su google.
[consiglio personale che non centra col racconto: usa caratteri più grossi, si legge male]

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wladimiro.borchi
Messaggi: 265

Re: Kami ni mamorareta ko

Messaggio#6 » lunedì 20 luglio 2020, 18:54

Ciao a tutti e grazie per i commenti.
Inizio col dire che il racconto tocca delle corde per me molto dolorose e importanti, essendo recentemente stato accanto a una persona malata e quello che questa persona meravigliosa e bellissima mi ha insegnato è proprio quello che dovrebbe passare come tema della storia e che mi sembra almeno due dei miei commentatori abbiano colto in pieno.
Non è importante se Yosuke vincerà la medaglia o se arriverà in finale. Per Yosuke l'importante è esserci e continuare a combattere fino a quando avrà forza e fiato.
Vero che ho prestato particolare cura ai due PDV (Yosuke adulto - Yosike bambino). A onor del vero in fase di progettazione li ho trattati come due personaggi differenti, con solo alcune caratteristiche comuni. Quello che mi dice Pretorian mi fa capire che, in fase di realizzazione, la differenze si percepisce e, pertanto, sono riuscito nell'intento.
Verissimo che, come sempre, la paura dire troppo poco mi ha portato a scoprire le carte con troppo anticipo, userò i preziosi consigli di tutti e tre per rendere meno "di pulcinella" il segreto, in ipotesi fosse concessa la possibilità di ritoccare il racconto ove andassi in finale.
Non capisco invece il problema del titolo in giapponese (che peraltro viene spiegato a fine racconto). Non si tratta di un intraducibile ma di una corretta frase in giapponese, scritta grazie alla collaborazione dell'amica Yuka (che ha dato anche il nome alla mamma del protagonista).
A presto
W

Giulio_Marchese
Messaggi: 246

Re: Kami ni mamorareta ko

Messaggio#7 » lunedì 20 luglio 2020, 19:44

Non capisco invece il problema del titolo in giapponese (che peraltro viene spiegato a fine racconto). Non si tratta di un intraducibile ma di una corretta frase in giapponese, scritta grazie alla collaborazione dell'amica Yuka (che ha dato anche il nome alla mamma del protagonista).
A presto


Non c'entro niente qua, ma confermo che la frase è corretta. (A essere pignoli Kami sarebbe dei, quelli shintoisti, mentre il dio monoteista sarebbe Kamisama. Però in giapponese non c'è singolare e plurale nei sostantivi, quindi la traduzione che ne dai va bene. Un giapponese probabilmente leggerebbe protetto dagli dei. Che nell'economia del racconto è la stessa cosa identica!)
Visto che ne ho parlato con un amico traduttore aspettavo l'occasione per dirtelo e farti i complimenti, per l'intero racconto intendo ;)

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Polly Russell
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Re: Kami ni mamorareta ko

Messaggio#8 » martedì 21 luglio 2020, 0:19

Ormai sei una certezza, amico mio!
Ho trovato tutto il racconto struggente e delicato. Molto poetico, ma anche lieve, nonostante il tema trattato: che non è poco.
La voglia di partecipare, di essere parte di quella cosa, permea tutto il racconto, tanto che alla fine, per me, la frase del barone avresti anche potuto ometterla.
Non credo tu debba concentrarti sul mantenere il segreto, almeno per me. Non ho letto il racconto aspettandomi chissà quale rivelazione finale, l’informazione arriva al momento giusto, con la giusta dose di dettagli sparpagliati prima, per farci dire “Ecco, accidenti, ecco cos’era”. Però, è una mia impressione, magari senti tutti i pareri.
Mi piace molto la parte di narrato dell’infanzia, è quasi predominate sul presente e ci sta molto bene. Ci dai le traduzioni dei termini in lingua che usi, con maestria, facendoli risultare parte del testo, come se dovesse proprio essere lì, quella spiegazione. Complimenti.
Ti è sfuggito un tempo, almeno mi pare
ma lui restò a fissarli fino a quando non erano scomparsi,
non ti suona male? Meglio “scomparvero”, o “furono scomparsi”.
Per il resto, come sempre, una grande prova. Forse disserterei meno sulla descrizione fisica di Eiko, ma solo perché la trovo superflua.
Polly

Valerio Amadei
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Re: Kami ni mamorareta ko

Messaggio#9 » sabato 25 luglio 2020, 22:57

Ciao Wlad.
Il racconto è scorrevole, delicato e piacevolmente “visivo”: durante la lettura, l’occhio della mente visualizza agilmente ogni scena, senza mai inciampare, perdere definizione o dover tornare indietro a correggere qualche dettaglio immaginato diversamente da come successivamente descritto.
Personalmente, pur avendo molto apprezzato l’alternanza tra passato e presente e i due stili ben distinti che li caratterizzano, ho trovato che la potenza narrativa del passato schiacci quella del presente, che ne esce un po’ ingrigito e tiepido. In aggiunta a questo, o forse proprio essendone la causa, il “segreto di Pulcinella”, come l’ha definito Pretorian, indebolisce il presente: ci sono troppe semine e troppo esplicite, quasi che avessi temuto di dover imbeccare nella lettura dei cervelli un po’ lenti. Poi, ma questa potrebbe essere una percezione squisitamente mia, in Yusuke adulto avverto più una forma di rassegnazione fatalista (molto giapponese, indubbiamente) che una determinazione combattiva. Probabilmente se fosse emersa la lotta con il mostro, anziché la preghiera che ci conceda abbastanza tempo per coronare il sogno, lo avrei apprezzato di più.
Resta comunque un ottimo racconto, secondo me, e, mi ripeto, un’intensa esperienza sensoriale.
I bonus mi sembrano entrambi ben inseriti.

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