Tornare da oriente

Partenza: 01/07/2020
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Bennik
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Tornare da oriente

Messaggio#1 » mercoledì 8 luglio 2020, 23:55

Sono passati due anni, undici mesi e diciassette giorni dall'ultima volta che ho messo piede a Siviglia, la bella e caotica Siviglia. Più di due anni in mare, da quando siamo partiti da questo porto, ma alla fine eccoci qui, di ritorno. Siamo approdati da un paio d’ore e gli uomini sono tutti scesi dalla nave, stanchi di un viaggio così lungo, che ha portato loro la gloria, ma a che prezzo? Ora però non voglio pensarci. Abbiamo scaricato la Victoria delle poche vettovaglie che ci erano rimaste dopo l’infausta, infinita traversata, e ora è giunto il momento di scialacquare la paga in qualche taverna del porto. Infondo siamo a Siviglia, e di taverne e puttane c’è ne sono a bizzeffe.

Dopo un fugace sguardo ai locali del porto, mi dirigo verso quello più vicino alla nave, troppo stanco per concedermi il lusso di perder tempo nella scelta. Entro e mi siedo al tavolo in attesa che la padrona di casa mi offa da bere. E non solo…
La pigrizia mi punisce. Mi si presenta un viscido omaccione corpulento che domanda le mie desiderata. Niente donne, niente calda accoglienza, è una Siviglia diversa a darmi il benvenuto. Tuttavia, mi devo ricredere poco dopo. Non appena il locandiere scopre che sono appena sbarcato dalla Victoria mi offre da bere e grida a tutti i presenti di accorrere al mio tavolo. Il più degli uomini, tutti marinai o quasi, mi guardano come se fossi un eroe, altri come se fossi un fantasma. Non chiedo il motivo di quell'entusiasmo, lo conosco già, ma il locandiere si premura comunque di farmi partecipe delle voci che corrono in città, di strada in strada, di taverna in taverna. Mi domanda perché delle cinque navi che salparono due anni fa, ne fosse tornata solo una. Mi chiede che ne è stato dei duecentotrenta uomini che erano partiti con me da quello stesso porto. Ma quello che più gli preme, quello che preme a tutti è sapere…

«Che ne è stato del portoghese?»

Io non rispondo alle prime due domande, vado dritto alla terza, perché quello che gli interessa ora è la sorte del Capitano. Sul momento quasi mi inebria l’idea di narrare il fatto, come se fossi un eroe di guerra, ma nel riportare alla mente le immagini dei nativi, del sangue e delle loro grida, ancora la paura mi stringe il cuore, come fossi un bambino. Mando giù un sorso del vino acetoso con cui mi hanno riempito il boccale e mi faccio forza, così inizio a raccontare.
«Dopo aver passato le Indie d'occidente, eravamo rimasti quasi tre mesi in mare, senza toccare terra. Ci erano rimaste solo la Trinidad, la Victoria e la Santiago, quando infine approdammo su un’isola di un arcipelago delle Indie ad Oriente, l’isola di Zebu. Eravamo ridotti alla fame e prossimi alla morte, ma per fortuna ci rimaneva quel tanto di prestanza da intimorire il popolo locale, così da farcelo amico e alleato.
Ci rifocillammo, ci riposammo, rinascemmo. Sembrava quello un segno divino del buon esito futuro della nostra spedizione. Il re locale, un tale Humabon, si convertì addirittura alla nostra santa fede, lui e il suo popolo. Stringemmo alleanza con quei nativi e il Capitano assicurò al re il suo appoggio e quello della Spagna in qualunque difficoltà, come segno della sincerità della nostra alleanza. Non l’avesse mai fatto, povero diavolo…»

Tracanno l’intero boccale per darmi forza e inumidirmi la lingua. Ne chiedo un altro, approfitto di quell'inattesa disponibilità, poi riprendo il racconto.

«Ora, capitava proprio che a Mactan, un’isola vicina, ci fosse qualche testa calda che aveva mal preso i buoni rapporti che re Humabon aveva instaurato con la nostra Corona e il nostro Dio, così scoppiò la rivolta. Cilapulapu era il nome del capo locale. No, no. Non ridete, perché quell'uomo non era un uomo ma un demonio. E il nostro Capitano pensò bene di affrontarlo. Era l’occasione giusta per mostrare a quei selvaggi seminudi quanto fosse stato saggio affidarsi alla nostra protezione. Accompagnammo così un contingente locale sulle coste di Mactan, ma il Capitano volle prima offrire una possibilità di resa al capo Cilapulapu. Così gli mandò un messaggero, che, tra l’altro, era anche il nostro interprete».

«E cosa disse il selvaggio?» mi chiede uno, tanto ingenuo da non prevedere la risposta.

«Quell'animale rifiutò l’offerta. Il Capitano, deciso a far tacere l’arroganza di quel selvaggio, prese con sé un drappello di uomini, pochi a dire il vero, una cinquantina circa, ma credeva sarebbero stati sufficienti a sbaragliare i nativi armati di fionde e bastoni».

«E voi eravate là?»

«Sì…»

Bevo un altro sorso. La parte difficile, quella più dura, la più truculenta, arriva.

«Cinquanta eravamo, armati di balestre, schioppette e spade d’acciaio, protetti da elmi e armature, ma eravamo pur sempre cinquanta».

«Quanti i selvaggi?»

«Molti, a centinaia, più di mille, di questo ne sono sicuro e ne ebbi conferma da chi rimase sulle barche a guardare. Noi fummo così presuntuosi da sperare di avere una possibilità solo per la superiorità delle nostre armi. Così iniziammo a sparare, con le schioppette e le balestre, ma quelli si erano nascosti dietro baluardi di legno, e rimanemmo per un tempo infinito a colpire a vuoto. Quando poi le case retrostanti all'armata di nativi presero a bruciare, quelli sollevarono un grido di rabbia e si lanciarono contro di noi, incuranti del pericolo che rappresentavamo.
Non ho mai visto una furia simile in nessun popolo selvaggio, e ne ho visti, statene certi. Anche armati di bastoni, quelli riuscivano a tenerci testa, a colpirci, a stordirci. Altri addirittura usavano semplicemente il loro corpo per disarmarci, approfittando della lentezza per le pesanti corazze che portavamo.
Io staccai la testa di netto a uno, poi ne infilzai un altro. Cadevano come galline al macello, seminudi e facili da abbattere, quando riuscivo a raggiungerli con la lama. Ma erano tanti, e noi solo cinquanta. Alcuni di loro impugnavano persino delle spade, grosse scimitarre orientali che, nel mio caso, per poco non mi aprirono il cranio in due. Sapevamo che avremmo perso, lo sapevamo fin da quando quel fiume di guerrieri sbraitanti ci si era fiondato addosso. Poi lo vidi, il grande capo, la causa di quello scempio che si compiva sotto i miei occhi.
Cilapulapu apparve nelle retrovie, col capo cinto da un lino rosso decorato, una collana di conchiglie che gli scendeva sul petto, e una cintura di tessuto prezioso intorno ai fianchi. Era venuto in pompa magna per finirci. Gridai al Capitano di ritirarci sulla costa, dove ci aspettavano rinforzi con le spingarde pronte a far fuoco, ma non riusciva a sentirmi. Mi voltai nuovamente verso Cilapulapu, per capire che intenzioni avesse, se voleva portare quella schermaglia ad un massacro o mostrarsi clemente. Né l’una né l’altra cosa. Lo vidi incoccare una freccia al suo arco, lo sguardo fisso su un punto preciso della battaglia, proprio dove il Capitano combatteva, tradito dall'eccessiva pomposità della sua tenuta. Io gridai nuovamente il suo nome, ma anche quella volta la mia voce si perse tra le grida forsennate dei selvaggi e le urla disperate dei miei compagni.
Cilapulapu quindi tese l’arco, si assicurò il bersaglio correggendo la mira, poi scoccò la freccia. Il Capitano cadde a terra, urlando di dolore, stringendo con la mano la gamba trafitta. Quel demonio aveva la vista di un falco e l’abilità d’un soldato addestrato. A ben pensarci però, quel colpo ci salvò la vita, obbligandoci tutti alla ritirata».

«Lui morì? Lo lasciaste sul campo in balia dei selvaggi?» mi domanda il locandiere.

«No, era pur sempre il nostro Capitano. Fui io stesso, insieme ad un compagno, a recuperarlo e trarlo in salvo dai nativi, portandolo via dalla mischia a costo della vita di molti dei nostri uomini. Quando ci videro arrivare, sporchi di sangue, sconfitti, con il nostro comandante ferito a morte, il re Humabon e i suoi ci lasciarono, disgustati e delusi. Inutile dire che ritornarono alle loro vecchie superstizioni, apostasiando la fede da poco abbracciata. L’imprudenza e l’impudenza del Capitano ci costò uomini e credibilità, per noi, per la Corona e per la nostra fede».

«Ma i vostri medici non riuscirono a fare nulla per lui? Per il portoghese intendo» mi chiede di nuovo.

«Quella serpe di Cilapulapu aveva avvelenato la freccia. Il Capitano aveva poco da vivere ormai. Riuscimmo comunque a dargli una degna sepoltura. Non avremmo potuto trasportarne la salma per quel viaggio di cui non si scorgeva la fine. Il señor Elcano prese il suo posto al comando, e grazie a lui ora siamo qui».

Finisco il mio secondo boccale, tiro un sospiro come ad indicare che la storia è finita. Ora che l’ho raccontata non mi pare neppure così terribile, non più, ora che sono a casa.

«Partire per l'occidente e tornare da oriente, che idea strampalata. E pensare che sarà uno spagnolo a prendersi tutto il merito alla fine! Il primo capitano a fare il giro del globo. Povero portoghese, Dio gli ha proprio remato contro» fa notare uno dei clienti, tutti un po’ brilli. Infatti scoppiano a ridere, dimentichi della tragedia che gli ho appena raccontato.

Per quanto possa essere irritante quella loro leggerezza però, non è per collera che mi trovo in disaccordo con quell'affermazione, no. È perché sono fermamente convinto del contrario, e glielo faccio notare.

«Forse, è così. È vero che il señor Elcano ha concluso il viaggio e vinto la corsa, ma il Capitano è morto con la spada in mano e un sogno nel cuore, il sogno di un viaggio intorno al globo, un sogno che nessun altro ha osato sognare. Per diventare una leggenda l’importante non è vincere o concludere la corsa, signori miei. L’importante è lo spirito con cui la si intraprende, e credetemi se vi dico che questo viaggio non sarà ricordato come quello del señor Elcano, ma come la grande impresa del capitano Magellano».
Ultima modifica di Bennik il giovedì 9 luglio 2020, 22:42, modificato 2 volte in totale.


Bennik

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Bennik
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Re: Tornare da oriente

Messaggio#2 » mercoledì 8 luglio 2020, 23:56

1) un personaggio deve fare/provare una disciplina olimpica (anche virtualmente) (-2 PUNTI)
Un personaggio importante usa l'arco.

2) citare almeno una vota De Coubertin (nome o motto) (-2 PUNTI)
L'ultimo paragrafo ne è una parafrasi adattata al contesto.
Bennik

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Eugene Fitzherbert
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Re: Tornare da oriente

Messaggio#3 » sabato 18 luglio 2020, 18:14

Ciao, Bennick,
credo che questo sia il primo racconto tuo che leggo (se non è così, me ne scuso).
Il lavoro scorre liscio, senza veri grossi intoppi, però ha una impostazione molto didascalica con un'interpretazione del tema estremamente didattica. Insomma, hai preso l'impresa di Magellano e l'hai fatta raccontare a un marinaio della sua ciurma. Bene, non c'è niente di male, ma ti confesso (come ho già scritto in altra sede) che per tutto il racconto ho aspettato e aspettato quel colpo di scena che non è arrivato. Insomma, alla fine il racconto si è risolto come una cronaca in prima persona, una sorta di testimonianza diretta, che non ha aggiunto niente a quello che già in parte sapevo in quanto lettore del 'futuro'. È stato deludente solo per questo. È molto probabile che questo sia solo un mio modo di vedere la cosa, non lo metto in dubbio, e non pregiudica affatto il valore del tuo scritto.
Dal punto di vista formale, il punto di vista è abbastanza ferreo, ci sono alcune sbavature all'inizio, quando passi dalla prima persona singolare a quella plurale, ma sono piccolezze.

Se proprio devo muovere qualche appunto, allora, forse il punto di vista del narratore nel bel mezzo della battaglia poteva essere reso meglio. Ricordiamoci che è un marinaio che sta narrando al SUA IMPRESA, e di solito in questi casi si ingigantisce la portata di quello che è accaduto per fare colpo sull'audience. La cronistoria degli eventi dello scontro di Magellano con il capo dei selvaggi è fin troppo morbida: ti sei giocato l'ingresso in scena del sovrano con poche veloci righe, quando potevi calcare la mano e renderlo quasi un god-like.
Se poi il protagonista ha vissuto veramente la battaglia, allora doveva trasparire il sangue e la violenza, magari facendogli alzare la maglia per far vedere eventuali cicatrici: «Vedete questa? Me l'ha fatta una di quegli indemoniati! Mi si è avventato contro come una furia, urlando quelle parole incomprensibili. Sarebbe potuta finire male e non sarei qui a raccontarlo, se non avessi avuto il mio amico qui, il caro vecchio Francis Lama d'acciaio», e mostro a tutti il mio coltello da dieci pollici. «Il selvaggio è ancora lì a raccogliersi le budella da terra!» (per fare un esempio scritto a cazzo di cane in meno di un minuto).

Per concludere: è stato divertente leggere il tuo racconto, nonostante una interpretazione un po' troppo didascalica del tema.
Alla prossima!

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Bennik
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Re: Tornare da oriente

Messaggio#4 » sabato 18 luglio 2020, 21:40

Eugene Fitzherbert ha scritto:Ciao, Bennick,
credo che questo sia il primo racconto tuo che leggo (se non è così, me ne scuso).
Il lavoro scorre liscio, senza veri grossi intoppi, però ha una impostazione molto didascalica con un'interpretazione del tema estremamente didattica. Insomma, hai preso l'impresa di Magellano e l'hai fatta raccontare a un marinaio della sua ciurma. Bene, non c'è niente di male, ma ti confesso (come ho già scritto in altra sede) che per tutto il racconto ho aspettato e aspettato quel colpo di scena che non è arrivato. Insomma, alla fine il racconto si è risolto come una cronaca in prima persona, una sorta di testimonianza diretta, che non ha aggiunto niente a quello che già in parte sapevo in quanto lettore del 'futuro'. È stato deludente solo per questo. È molto probabile che questo sia solo un mio modo di vedere la cosa, non lo metto in dubbio, e non pregiudica affatto il valore del tuo scritto.
Dal punto di vista formale, il punto di vista è abbastanza ferreo, ci sono alcune sbavature all'inizio, quando passi dalla prima persona singolare a quella plurale, ma sono piccolezze.

Se proprio devo muovere qualche appunto, allora, forse il punto di vista del narratore nel bel mezzo della battaglia poteva essere reso meglio. Ricordiamoci che è un marinaio che sta narrando al SUA IMPRESA, e di solito in questi casi si ingigantisce la portata di quello che è accaduto per fare colpo sull'audience. La cronistoria degli eventi dello scontro di Magellano con il capo dei selvaggi è fin troppo morbida: ti sei giocato l'ingresso in scena del sovrano con poche veloci righe, quando potevi calcare la mano e renderlo quasi un god-like.
Se poi il protagonista ha vissuto veramente la battaglia, allora doveva trasparire il sangue e la violenza, magari facendogli alzare la maglia per far vedere eventuali cicatrici: «Vedete questa? Me l'ha fatta una di quegli indemoniati! Mi si è avventato contro come una furia, urlando quelle parole incomprensibili. Sarebbe potuta finire male e non sarei qui a raccontarlo, se non avessi avuto il mio amico qui, il caro vecchio Francis Lama d'acciaio», e mostro a tutti il mio coltello da dieci pollici. «Il selvaggio è ancora lì a raccogliersi le budella da terra!» (per fare un esempio scritto a cazzo di cane in meno di un minuto).

Per concludere: è stato divertente leggere il tuo racconto, nonostante una interpretazione un po' troppo didascalica del tema.
Alla prossima!


Grazie mille per il commento e i diversi appunti, lo apprezzo molto. Sono da poco iscritto e si tratta del mio primo, e attualmente unico, racconto. Quindi sì, è sicuramente il mio primo racconto che hai letto.

Dato il limite di battute e l'evento storico, magari poco noto, della morte di Magellano nelle Filippine, ho voluto mantenermi breve e diretto, evitando di appesantire il racconto con descrizioni o introduzioni che, forse, si sarebbero rivelate efficaci.

Credo che alla fine sia stata una strategia che mi si è ritorta contro, non dando, come dici tu, il giusto spazio ad un personaggio principale o ad una descrizione degli eventi più "pittoresca". Vedrò di osare di più la prossima volta!

Grazie ancora.
Bennik

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Polly Russell
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Re: Tornare da oriente

Messaggio#5 » domenica 19 luglio 2020, 19:27

Ciao Bennik, credo sia la prima volta che leggo qualcosa di tuo. Inizio col dire che il bonus sulla frase di De Cubertin è centrato alla perfezione, anzi di più, visto che tutto il racconto si fonda sul motto, per quanto rielaborato. Complimenti.
Il racconto, in sé, non mi ha entusiasmato particolarmente, ma immagino sia perché non amo molto le storie raccontate. Probabilmente mi sarebbe piaciuto di più se invece che raccontati dal marinaio al porto, avessi visto gli accadimenti, ma è solo gusto personale.
Ci sono alcuni passaggi che avrei preferito più discorsivi, in fondo è un tale che va in una locanda e racconta una storia, il tuo protagonista invece sembra quasi un narratore. Mi aspetterei di veder volare un‘imprecazione, per esempio, o magari rivolgersi agli astanti, un “vi rendete conto?”, che so, un “voi che dite?”. Stupidaggini così, insomma per non farmi mai dimenticare che non è semplicemente un racconto in prima, è il protagonista che parla a un gruppo di persone.
Per il resto, la storia si regge bene, la vicenda che hai scelto è molto bella e poco conosciuta, nonostante sia stata un’impresa incredibile.
Ora qualche suggerimento random (random non nel senso che ne ho tralasciato alcuni, volutamente, solo che sono i primi che ho visto, così a colpo d’occhio.)


Dopo un fugace sguardo ai locali del porto, mi dirigo verso quello più vicino alla nave
alla nave, è superfluo e anche un po’ fuorviante, magari lui dalla nave si è allontanato.

Entro e mi siedo al tavolo in attesa che la padrona di casa mi offa da bere. E non solo…
questo non l’ho capito, perché dovrebbe offrigli da bere la locandiera. Magari “mi serva” da bere.


che domanda le mie desiderata.
il correttore automatico ha fatto di suo, mi sa.

Ma quello che più gli preme, quello che preme a tutti è sapere…
io qui avrei messo i due punti.

i
Capitano assicurò al re
questa è una quisquilia, però, credo, che quando la parola Re, intesa come regnante non è seguita dal nome dello stesso, voglia la maiuscola.

Così gli mandò un messaggero, che, tra l’altro, era anche il nostro interprete».
boh, perché mi dai questa informazione se poi non mi serva a nulla? Nel senso, poteva essere andato chiunque, se tu specifichi che il messaggero è un personaggio ben preciso, io mi aspetto che accada qualcosa che lo riguardi.

E cosa disse il selvaggio?» mi chiede uno, tanto ingenuo da non prevedere la risposta.

«Quell'animale rifiutò l’offerta. Il Capitano, deciso a far tacere l’arroganza di quel selvaggio,
trova un sinonimo a uno dei due “selvaggio”.


apostasiando la fede da poco abbracciata.
non è eccessivo come termine per un marinaio?


Ciao e alla prossima.
Polly

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Bennik
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Re: Tornare da oriente

Messaggio#6 » domenica 19 luglio 2020, 22:32

Polly Russell ha scritto:Ciao Bennik, credo sia la prima volta che leggo qualcosa di tuo. Inizio col dire che il bonus sulla frase di De Cubertin è centrato alla perfezione, anzi di più, visto che tutto il racconto si fonda sul motto, per quanto rielaborato. Complimenti.
Il racconto, in sé, non mi ha entusiasmato particolarmente, ma immagino sia perché non amo molto le storie raccontate. Probabilmente mi sarebbe piaciuto di più se invece che raccontati dal marinaio al porto, avessi visto gli accadimenti, ma è solo gusto personale.
Ci sono alcuni passaggi che avrei preferito più discorsivi, in fondo è un tale che va in una locanda e racconta una storia, il tuo protagonista invece sembra quasi un narratore. Mi aspetterei di veder volare un‘imprecazione, per esempio, o magari rivolgersi agli astanti, un “vi rendete conto?”, che so, un “voi che dite?”. Stupidaggini così, insomma per non farmi mai dimenticare che non è semplicemente un racconto in prima, è il protagonista che parla a un gruppo di persone.
Per il resto, la storia si regge bene, la vicenda che hai scelto è molto bella e poco conosciuta, nonostante sia stata un’impresa incredibile.
Ora qualche suggerimento random (random non nel senso che ne ho tralasciato alcuni, volutamente, solo che sono i primi che ho visto, così a colpo d’occhio.)


Dopo un fugace sguardo ai locali del porto, mi dirigo verso quello più vicino alla nave
alla nave, è superfluo e anche un po’ fuorviante, magari lui dalla nave si è allontanato.

Entro e mi siedo al tavolo in attesa che la padrona di casa mi offa da bere. E non solo…
questo non l’ho capito, perché dovrebbe offrigli da bere la locandiera. Magari “mi serva” da bere.


che domanda le mie desiderata.
il correttore automatico ha fatto di suo, mi sa.

Ma quello che più gli preme, quello che preme a tutti è sapere…
io qui avrei messo i due punti.

i
Capitano assicurò al re
questa è una quisquilia, però, credo, che quando la parola Re, intesa come regnante non è seguita dal nome dello stesso, voglia la maiuscola.

Così gli mandò un messaggero, che, tra l’altro, era anche il nostro interprete».
boh, perché mi dai questa informazione se poi non mi serva a nulla? Nel senso, poteva essere andato chiunque, se tu specifichi che il messaggero è un personaggio ben preciso, io mi aspetto che accada qualcosa che lo riguardi.

E cosa disse il selvaggio?» mi chiede uno, tanto ingenuo da non prevedere la risposta.

«Quell'animale rifiutò l’offerta. Il Capitano, deciso a far tacere l’arroganza di quel selvaggio,
trova un sinonimo a uno dei due “selvaggio”.


apostasiando la fede da poco abbracciata.
non è eccessivo come termine per un marinaio?


Ciao e alla prossima.


Grazie del commento e dei suggerimenti, ne farò tesoro. Purtroppo, per timore di risultare pesante o di non rientrare nei limiti di battute, ho reso il racconto narrato meno vivo e interattivo, finendo però per renderlo più una storiella raccontata che un resoconto di un'esperienza. Vedrò di migliorare!
Bennik

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StefanoPais
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Re: Tornare da oriente

Messaggio#7 » domenica 19 luglio 2020, 23:00

Ciao, anche io sono nuovo sul sito e questo è il mio primo giudizio. Nell'ottica di aiutarci a migliorare a vicenda ti do il mio parere.
Perchè nascondi il nome di Magellano fino alla fine? Avrebbe reso chiaro dall'inizio l'evento storico.
Fino a qui:

«Dopo aver passato le Indie d'occidente,


Mancando dei dettagli che lo specificano, poteva essere ambientato in qualsiasi momento anche ai giorni nostri.

Invece qui:

«Dopo aver passato le Indie d'occidente, eravamo rimasti quasi tre mesi in mare, senza toccare terra. Ci erano rimaste solo la Trinidad, la Victoria e la Santiago, quando infine approdammo su un’isola di un arcipelago delle Indie ad Oriente, l’isola di Zebu. Eravamo ridotti alla fame e prossimi alla morte, ma per fortuna ci rimaneva quel tanto di prestanza da intimorire il popolo locale, così da farcelo amico e alleato.
Ci rifocillammo, ci riposammo, rinascemmo. Sembrava quello un segno divino del buon esito futuro della nostra spedizione. Il re locale, un tale Humabon, si convertì addirittura alla nostra santa fede, lui e il suo popolo. Stringemmo alleanza con quei nativi e il Capitano assicurò al re il suo appoggio e quello della Spagna in qualunque difficoltà, come segno della sincerità della nostra alleanza. Non l’avesse mai fatto, povero diavolo…»

Tracanno l’intero boccale per darmi forza e inumidirmi la lingua. Ne chiedo un altro, approfitto di quell'inattesa disponibilità, poi riprendo il racconto.

«Ora, capitava proprio che a Mactan, un’isola vicina, ci fosse qualche testa calda che aveva mal preso i buoni rapporti che re Humabon aveva instaurato con la nostra Corona e il nostro Dio, così scoppiò la rivolta. Cilapulapu era il nome del capo locale. No, no. Non ridete, perché quell'uomo non era un uomo ma un demonio. E il nostro Capitano pensò bene di affrontarlo. Era l’occasione giusta per mostrare a quei selvaggi seminudi quanto fosse stato saggio affidarsi alla nostra protezione. Accompagnammo così un contingente locale sulle coste di Mactan, ma il Capitano volle prima offrire una possibilità di resa al capo Cilapulapu. Così gli mandò un messaggero, che, tra l’altro, era anche il nostro interprete».


Se fai una battuta di dialogo così lunga che senti il bisogno di andare a capo dovresti spezzarla con pensieri, azioni come quella del boccale tracannato o domande dal pubblico, in questo modo puoi alzare un po' il conflitto che resta sempre basso nella scena.

Un consiglio su come fornire informazioni:

Ci erano rimaste solo la Trinidad, la Victoria e la Santiago, quando infine approdammo su un’isola di un arcipelago delle Indie ad Oriente, l’isola di Zebu.


Se conosci il nome di un posto di una cosa o di una persona prima usa il suo nome e poi dici dove si trova. in questo caso sarebbe: Quando infine approdammo sull'isola di Zebu, in un arcipelago delle indie orientali.
Eviti anche la ripetizione Isola/Isola.

Questo rende meno credibile il pdv:

Eravamo ridotti alla fame e prossimi alla morte, ma per fortuna ci rimaneva quel tanto di prestanza da intimorire il popolo locale, così da farcelo amico e alleato.


Così soggioghi qualcuno non te lo fai alleato, non può non saperlo.

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Bennik
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Re: Tornare da oriente

Messaggio#8 » lunedì 20 luglio 2020, 22:17

Grazie mille delle dritte e dei consigli, tutti sempre ben accetti. Vedrò di farne tesoro!
Bennik

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