Il Record

Partenza: 01/07/2020
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Pretorian
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Messaggio#1 » martedì 14 luglio 2020, 19:25

Il Record

Taylor raggiunge il traguardo, prosegue la corsa per inerzia ancora per qualche metro, poi si ferma. Ansimando, alza la testa verso suo padre.
- Quanto?
Burt si gratta il cranio calvo, poi scuote la testa.
- Quarantadue e cinque.
Taylor sputa, poi si lascia scivolare in ginocchio. Non vede e non sente nulla fino a quando non percepisce la mano ruvida del vecchio sulla spalla.
- Non va bene, pa’.
- Sei sceso di quattro decimi, Tay: è tanto.
- Mancano due settimane alla gara! – sbotta l’atleta, dando un pugno al terreno della pista. – Hermes Norman scenderà sotto i quarantadue secondi!
- Credi davvero alle spacconate di quel giamaicano? A Los Angeles ha fatto quarantadue e undici decimi e non può averne guadagnati più di te.
Taylor afferra suo padre per la giacca e lo obbliga a osservarlo negli occhi stralunati.
- Non posso restare indietro… non posso! – biascica, sputando il sudore che gli cola dalle guance d’ebano.
Si alza in piedi e comincia a zoppicare verso la linea di partenza. Incespica dopo una decina di passi, ma suo padre riesce ad afferrarlo prima che cada.
- Facciamo una pausa, ok? Dai, Tay: è da stamattina che non ti fermi!
- No… n-niente pausa… devo continuare…
Il padre lo deposita su una sedia a bordo pista e apre un ombrellone per dargli un po’ di refrigerio. Da una borsa frigo estrae due bevande energetiche e gliene offre una. Taylor non allunga nemmeno la mano. Prova ad alzarsi, ma lo sforzo gli strappa un gemito.
- Non riesci nemmeno a camminare: come pretendi di correre?! – gli dice il padre, bevendo un sorso di bibita. – Per oggi abbiamo finito e non voglio sentire altre storie.
Taylor storce le labbra e prende la bevanda. Resta in silenzio, gli occhi fissi davanti a sé. Nelle pupille dilatate solo il riflesso della pista.
- Sono finito, pa’.
- Stai per partecipare a un’olimpiade, Tay: nessuno potrebbe pensare una cosa simile.
- A cosa serve partecipare se non riesco ad essere il migliore?
Beve a fatica. Anche se il ritmo del respiro è tornato normale, si accorge che le sue mani continuano a tremare. Suo padre gliele stringe.
- Tay, quello che conta non è essere il migliore. Quello che conta è aver dato il massimo per diventarlo. Lo diceva anche De Coubertin.
- E tu ti fidi davvero delle parole di un francese, pa’? – gli risponde Taylor. La sua bocca si piega in un ghigno sarcastico, ma non resiste più di una manciata di secondi. – A nessuno interessa quanto impegno ci metto: se non sarò in cima a quel podio, con la medaglia d’oro al collo e un record al mio carniere, non sarò un cazzo di nessuno.
Il giovane scosta le mani del padre e torna a bere. Irrigidisce i muscoli del braccio per impedire alle mani di tremare. Le dita affondano nella plastica morbida.
- Nessuno si ricorda di chi ha “partecipato”. Se non sei un campione, sei una comparsa, un fantasma, un fallito, un…
La frase gli si strozza in gola. Alzando lo sguardo verso suo padre, vede la ragnatela di rughe del suo volto irrigidirsi, mentre gli occhi si chiudono in due fessure. Anche se dura meno di un istante, quello sguardo lo colpisce come una frustata.
- Scusa, pa’: non volevo…
- Non hai detto niente di sbagliato, Tay – gli risponde il vecchio, mentre il suo volto torna ad ammorbidirsi. – Nel nostro mondo, nessuno si ricorda dei perdenti.
I due restano in silenzio. Sguardi in direzioni diverse, volti stanchi.
Alla fine, Burt emette un lungo sospiro e torna a stringere le mani del figlio.
- Ci… ci sarebbe un modo per migliorare i tuoi tempi.
Taylor si stacca di scatta dallo schienale e si volta verso il padre.
- Che modo? – Aggrotta le sopracciglia. – Non sarà qualcosa di illegale?
- No, no non è niente di illegale… niente porcherie chimiche o roba simile… - alza le spalle e si morde il labbro – è un metodo… diverso.
Taylor annuisce, poi stringe a sua volta le mani di suo padre e lo guarda negli occhi.
- Mostramelo.

Il taxi lascia Burt e Taylor all’angolo tra la Cluset e la Benefit, davanti a un minimarket in rovina. Il vecchio allunga alcune banconote al tassista, poi si avvicina al figlio. Indossa un vecchio impermeabile lungo fino ai piedi, mentre la testa è coperta da un newsboy marrone. Taylor indossa una tuta da ginnastica e una felpa. Si alza il cappuccio in testa quando sente arrivare l’ennesima folata di vento.
- Che posto di merda – sussurra, guardandosi attorno.
- Con gli anni non è cambiato – gli risponde il padre. – Ora capisci perché me ne sono andato appena ho potuto.
Seguendo la linea di lampioni irregolari, i due discendono lentamente la strada che conduce al lago. Non incontrano nessuno, e nessuno fa capolino dalle finestre degli edifici vicini. All’altezza di un night dall’insegna scolorita, possono sentire alcune note di Duke Ellington.
Raggiunta la riva del lago, proseguono verso est, fino al vecchio molo. Burt si ferma. Seguendone lo sguardo, Taylor si accorge che sta guardando l’unico edificio illuminato.
- È quello – mormora, deglutendo. – È esattamente come me lo ricordavo.
Il ragazzo annuisce. Quando riprendono a camminare, si rende conto che suo padre sta avanzando più lentamente.
- Pa’.
- Dimmi.
- Tu credi davvero a questa… questa cosa?
- Il tuo bisnonno ci credeva. Diceva che certe cose sono parte del nostro retaggio da sempre e che avrebbero fatto parte di noi in ogni caso, qualunque cammino avessimo deciso di seguire. Fu lui a convincere mio padre… tuo nonno a portarmi qui, prima di Montrèal.
- E perché non ne hai approfittato?
Burt non risponde. Il modo in cui storce le labbra spinge il giovane a non ripetere la domanda.
Hanno raggiunto l’edificio illuminato, una palazzina di tre piani in mattoni rossi, con un portone laccato di verde e dalle decorazioni d’ottone scrostato.
Burt bussa tre volte.
- Chi è?
- Burt Owens.
La porta si apre. Sulla soglia compare un uomo di colore alto e sottile, apparentemente della stessa di Burt. Anche se è notte, indossa occhiali da sole dalle lenti sottili.
- Signor Freeman… - Burt si toglie il berretto e fa un cenno di saluto con la testa. Il padrone di casa sorride e allunga una mano verso il suo volto.
- Quanti anni, Burt… non sei più il giovane Owens… - gira lentamente la testa verso Taylor. L’atleta può percepirne lo sguardo indagatore dietro le lenti – ora ce n’è un altro…
Taylor si toglie il cappuccio.
- Buonasera, Signor Freeman.
L’uomo si scosta dallo specchio della porta.
- Entrate pure. Parleremo più comodamente nel mio ufficio.
Taylor lo segue senza esitazioni, seguito da suo padre. Attraversano un lungo corridoio immerso nella penombra, con le pareti costellate di vecchie foto. Il Signor Freeman apre l’ultima porta sulla destra. Le narici di Taylor sono aggredito dall’odore di naftalina e erbe bruciate.
- Prego: accomodatevi – dice il loro ospite. – Gradite un sigaro?
Taylor fa un gesto di diniego con la mano. Si guarda attorno: la stanza è effettivamente uno studiolo, con una scrivania di legno chiaro e alcune vetrinette piene di libri e faldoni di documenti. A parte la carta da parati rossa a motivi arabeschi, l’unica cosa che attira la sua attenzione è un tavolino sul fondo della stanza, ingombra di ogni tipo di feticci e statuette di legno.
Mentre si siede su una poltrona, le osserva: raffigurano umani, animali e ibridi dei due dalle forme grottesche, tutti nella posa di una danza scomposta.
- Quindi, Burt, siamo ancora qui. Le stesse posizioni di cinquant’anni fa e gli stessi motivi. Solo che stavolta non sei tu ad aver bisogno del mio aiuto…
Il vecchio annuisce.
- Il mio ragazzo mi somiglia poco, Signor Freeman. Le sue capacità sono superiori in tutto a quelle che avevo alla sua età. Anche le sue ambizioni sono di un altro livello.
- Ecco, questo è un punto interessante – risponde il padrone di casa, accendendosi un sigaro e spostando lentamente lo sguardo da un Owens all’altro. – Dimmi, ragazzo: perché corri?
La domanda galleggia nell’aria senza una risposta. Il giovane si volta verso suo padre, ma il vecchio si limita a scrollare le spalle.
- In natura, i predatori corrono per raggiungere le prede e procurarsi il nutrimento. Le prede, d’altro canto, corrono per sfuggire a chi da loro la caccia e sopravvivere. In entrambi i casi, si corre per la vita e per la sopravvivenza del proprio seme, ma uno insegue, mentre l’altro fugge. – Freeman socchiude gli occhi: attraverso le due fessure, Taylor ne percepisce lo sguardo bruciante, come se lo stesse scrutando fin dentro l’anima. – Tu, ragazzo, cosa sei? Preda…o predatore?
Con la coda dell’occhio, il giovane vede suo padre irrigidirsi sulla poltrona e stringere spasmodicamente il berretto nelle mani. Prende due respiri profondi, poi affronta lo sguardo di Freeman.
- Corro perché voglio essere il migliore. Non voglio essere uno dei tanti e non mi basta nemmeno il podio: ho sacrificato ogni cosa per essere il campione e non accetterò niente di meno – dice, lasciando sgorgare le parole più profonde. – Se all’Olimpiade non sarò il primo e non potrò essere l’uomo più veloce del mondo, allora avrò sprecato la mia vita.
Freeman annuisce lentamente. Sbuffa una lunga nuvola di fumo e spegne il sigaro in una ceneriera di vetro azzurro. Sorride.
- Hai proprio ragione, Burt: ti somiglia davvero poco.
Taylor incrocia lo sguardo con suo padre e lo vede abbozzare un sorriso tirato. Freeman si alza e si avvicina al tavolino con gli idoli. Dal taschino del panciotto scuro estrae uno zippo: lo usa per accendere i turiboli agli angoli del tavolo. La lieve nota di incenso che Taylor aveva sentito in precedenza si fa più marcata, ma il giovane quasi non ci fa caso: la sua attenzione è totalmente concentrata su Freeman e sui segni incomprensibili che effettua con le mani, mentre salmodia parole a mezza bocca. Alla fine, rivolge un leggero inchino e prende con estrema delicatezza uno degli idoli.
- Nyo–Fratha, il Primogenito del Persecutore – dice, accarezzando l’ibrido uomo-felino scolpito nel legno. – Secondo le Oniromanzie di Peryalla è giovane, orgoglioso e vorace… tutti tratti che avete in comune.
Apre un cassetto e ne estrae uno stiletto. Mentre ne saggia il filo sul palmo della mano, si avvicina a Taylor.
- Tu non credi davvero a quello che stiamo per fare, vero? Per te è solo un po’ di mumbo jumbo. Vecchie superstizioni tramandate da mistici malati.
- Se c’è anche solo una possibilità su un milione che questa… cosa mi permetta di diventare più veloce, sono disposto a credere a qualunque cosa.
- Ti viene concesso molto di più di una possibilità su un milione – gli risponde Freeman, porgendogli l’idolo. – Ma se accetti, non potrai più tornare indietro. La corsa diventerà la tua vita e non vi sarà posto per nient’altro.
Taylor guarda l’uomo. Cerca i suoi occhi oltre le lenti degli occhiali. Quando li incontra, serra la mandibola e snuda i denti.
- La corsa è già la mia vita. Non c’è niente da sacrificare.
Afferra l’idolo. Nell’istante in cui ne tocca l’estremità inferiore, Freeman fa scattare lo stiletto e incide dei tagli profondi sul palmo. L’atleta apre la bocca per urlare, ma la voce gli si strozza in gola: la punta dell’arma ora lambisce la pelle tra i suoi occhi. Mentre il sangue comincia lentamente a scorrere sul feticcio, i suoi sensi si spengono, finché ogni sua percezione non si riduce alla voce di Freeman che salmodia e il suo volto che galleggia nel buio. Poi anche quello scompare e gli occhiali dalle lenti sottili si dissolvono. Dietro di essi compaiono occhi luminosi. Occhi che si moltiplicano, formano costellazioni nel vuoto che lo circonda e scavano nel profondo del suo essere.

- Pa’?
- Dimmi, Tay.
- Questa cosa con il Signor Freeman quanto ci è costata?
Burt si stringe nella giacca. Alza le spalle, rabbrividendo per l’aria fredda del porto.
- Una sciocchezza, Tay. Consideralo un regalo di compleanno anticipato.
Il ragazzo annuisce. Calcia una lattina di birra vuota mentre spia il volto di suo padre.
- Pa’?
- Dimmi, Tay.
- Quello che vi siete detti prima… sul fatto che tu e io ci assomigliassimo poco… ha chiesto anche a te perché corressi, quando sei venuto la prima volta?
Burt non risponde, ma non ce n’è bisogno: la smorfia che compare sul suo volto è fin troppo eloquente per Taylor.
- Cosa gli hai risposto?
Il vecchio sospira.
- Gli dissi che correvo per andarmene da questo quartiere e che la mia massima aspirazione era costruirmi una vita lontano dal degrado in cui ero nato – dice, parlando sottovoce, quasi che le parole escano dalla sua bocca controvoglia. – Per me la corsa era lo strumento, non il fine.
Taylor resta in silenzio per qualche istante. Lasciano alle loro spalle le luci del porto e si immettono sulla strada che li riporterà indietro. Su una panchina, l’atleta intravede la sagoma di un senzatetto che dorme sotto una coperta di cartone.
- È per questo che hai rifiutato il suo aiuto?
Burt annuisce. Allunga un braccio sulle spalle di suo figlio e lo stringe a sé.
- Ero una preda, Tay, ma tu sei migliore di quanto io sia mai stato. Meriti davvero questa possibilità.

Il campo è caldo nella serata estiva.
Taylor ripete gli esercizi di riscaldamento e fa scattare il corpo già teso ed elastico come una molla. Mentre si massaggia una gamba, osserva la tribuna e cerca suo padre. Cerca di concentrarsi sul suo sorriso, piuttosto che sugli occhi delle migliaia di spettatori del campo. Ricambia il sorriso e si avvicina ai blocchi di partenza. Sono già tutti lì: Menardi, Conrad, Nesler… anche Norman ha preso posto, anche se continua a far divertire la folla saltando come un grillo. Quando i loro sguardi si incrociano, il giamaicano gli strizza l’occhio e fa rapidamente un quattro e un uno con le dita. Taylor annuisce, poi gli risponde facendo un quattro e uno zero. Il suo avversario ride e si inginocchia ai blocchi. Taylor lo imita.
Contano i secondi.
Il colpo di pistola.
Partono.
Taylor scatta. Una scarica di energia attraversa le gambe elastiche mentre pianta le prime falcate. Ogni muscolo del suo corpo si tende ed esplode. Ogni movimento asservito allo scatto e alla corsa.
La sua mente oblia qualunque elemento superfluo e si concentra sulle uniche cose importanti: la pista e il traguardo in fondo a tutto. Persino gli avversari diventano ombre a malapena distinguibili, da lasciarsi alle spalle senza altra considerazione.
A dieci falcate, la vista laterale di Taylor individua quattro ombre attorno a lui. A sedici ce ne sono solo due. A ventiquattro, solo una, incollata al suo passo come se fossero una cosa sola.
A trenta, avverte i primi cambiamenti.
Si sente invadere dal calore, come se il cuore gli pompasse nelle vene metallo fuso. I muscoli si gonfiano e si tirano, vibrando con un’elasticità che non hanno mai conosciuto. I suoi sensi si acuiscono: può percepire la precisa resistenza dell’aria sulla pelle; il rimbombare dei suoi passi sul campo; l’odore di adrenalina e sudore della tensione agonistica.
Sta diventando più veloce: l’ombra che insidiava il suo traguardo comincia a farsi indietro, fino a perdere il contatto con lui e a svanire alle sue spalle. Resta solo lui, la pista d’atletica e quel traguardo che si fa più vicino a ogni passo.
Lui guarda già oltre. La velocità lo inebria, agita la sua mente e ne cancella ogni pensiero e ricordo superfluo. I suoi sensi percepiscono lo scricchiolio delle sue ossa e il modificarsi doloroso della sua carne per adattarsi all’aerodinamicità, ma il tutto resta come rumore di fondo. Persino il grido di suo padre non ha importanza, quell’urlo di terrore che si leva dalla tribuna e che i suoi sensi affinati possono isolare tra i rumori del campo. Prova un istante di malinconia, niente di più: la velocità inghiotte tutto e piega ogni pensiero alle sue necessità.
Taylor non la combatte. Forse non lo farebbe nemmeno se ne avesse le forze. Non si appone nemmeno quando, ormai a più di due terzi della corsa, la volontà estranea della velocità lo fa balzare a terra e lo spinge a correre a quattro zampe, mentre gli artigli insanguinati che sono emersi dalle sue dita strappano il terreno sotto di lui. Conta solo quel traguardo e la sensazione del suo corpo che oltrepassa ogni limite.
Passo dopo passo.
Dolore dopo dolore.
Tende ogni fibra del suo corpo nello scatto della fine, che lo fa volare oltre il limite. È solo. Ha vinto.
Apre la bocca per lanciare un grido di trionfo, ma dalle fauci ricolme di zanne emerge un ruggito, che risuona nell’arena fino a coprire ogni altra voce.
Con l’ultimo sprazzo di volontà che gli resta, volta lo sguardo verso l’arbitro di gara, in piedi accanto al traguardo. Come se si muovesse al rallentatore, vede la sua bocca spalancarsi e il volto contrarsi in una smorfia. Lo vede portare le braccia davanti a sé, come a proteggersi da un orrore indicibile. Poi, in una delle sue mani, vede il cronometro di gara e legge il suo tempo.
Trentaquattro secondi.
Record del mondo.
Prima che la sua volontà si dissolva del tutto nel vortice della velocità, fa in tempo a capire di essere diventato l’uomo più veloce del mondo. Fa in tempo anche a chiedersi se possa ancora essere considerato un uomo.

di Agostino Langellotti



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Pretorian
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Re: Il Record

Messaggio#2 » martedì 14 luglio 2020, 19:29

1) Burt cita De Cubertin

2) Taylor corre alle Olimpiadi nella disciplina dei 400 metri.

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Fagiolo17
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Re: Il Record

Messaggio#3 » sabato 18 luglio 2020, 16:50

È la prima volta che partecipo a un contest di Minuti Contati e non so esattamente che genere di commenti ci si aspetta di leggere. Non me la sento di correggere grammaticalmente le opere degli altri partecipanti. Credo che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe avere il proprio stile e la propria voce. Il mio sarà quindi un parere assolutamente soggettivo su quello che il racconto mi ha suscitato, sulla chiarezza espositiva della narrazione e sull’idea di base.
Sono qui per confrontarmi con altre persone con la mia stessa passione, conscio che bisogna lavorare sodo per migliorare e che i pareri altrui sono importanti momenti di crescita.

Dei quattro che ho letto questo è quello che ho preferito.
Mi è piaciuto lo stile, mi è piaciuta la trama e mi è piaciuta la svolta fantastica nel finale.
Per tutto il racconto si sente il desiderio di vittoria di Taylor e quanto sia disposto a lottare per ottenere il suo record.
Tutti gli elementi inseriti vengono svelati e spingono verso il finale del racconto senza lasciare nulla di non detto o da sviluppare ulteriormente.

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Re: Il Record

Messaggio#4 » domenica 19 luglio 2020, 11:55

Fagiolo17 ha scritto:È la prima volta che partecipo a un contest di Minuti Contati e non so esattamente che genere di commenti ci si aspetta di leggere. Non me la sento di correggere grammaticalmente le opere degli altri partecipanti. Credo che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe avere il proprio stile e la propria voce. Il mio sarà quindi un parere assolutamente soggettivo su quello che il racconto mi ha suscitato, sulla chiarezza espositiva della narrazione e sull’idea di base.
Sono qui per confrontarmi con altre persone con la mia stessa passione, conscio che bisogna lavorare sodo per migliorare e che i pareri altrui sono importanti momenti di crescita.

Dei quattro che ho letto questo è quello che ho preferito.
Mi è piaciuto lo stile, mi è piaciuta la trama e mi è piaciuta la svolta fantastica nel finale.
Per tutto il racconto si sente il desiderio di vittoria di Taylor e quanto sia disposto a lottare per ottenere il suo record.
Tutti gli elementi inseriti vengono svelati e spingono verso il finale del racconto senza lasciare nulla di non detto o da sviluppare ulteriormente.


Ciao Fagiolo e grazie dei complimenti.
Credimi, se resterai a bazzicare da queste parti, torvarai presto una tua metodologia di commento: se posso darti un suggerimento, sbircia anche quelli postati da altri autori e scegli cosa ti piace.

Alla prossima!

zan
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Re: Il Record

Messaggio#5 » lunedì 20 luglio 2020, 0:19

Premetto che sono al mio primo contest e non ho esperienza nel recensire lavori altrui. Specialmente in questo caso, devo ammettere di non avere idea di cosa scrivere! Il racconto è di gran lunga il migliore letto finora (anche se non li ho ancora letti tutti) e l'autore è chiaramente una persona decisamente più esperta di me. Se dovessi scegliere tra il mio e questo, penso che sceglierei comunque quest'ultimo: la padronanza del linguaggio, la trama, i personaggi, il ritmo, lo stile... non trovo davvero nulla su cui fare precisazioni. Ho solo da imparare.

Ecco, l'unica cosa che ho notato è un potenziale errore di battitura nella frase "Sulla soglia compare un uomo di colore alto e sottile, apparentemente della stessa [manca una parola?] di Burt".

Mi permetto di aggiungere una richiesta personale: se dovessi avere tempo per recensire il mio racconto, apprezzerei moltissimo anche una fila di critiche: in fondo sono qui per migliorare e mi piacerebbe sentire il tuo parere, dato che apprezzo il tuo stile in maniera particolare. Lo trovi qui: viewtopic.php?f=189&t=3926 .

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roberto.masini
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Re: Il Record

Messaggio#6 » martedì 21 luglio 2020, 19:01

Ciao, Agostino.
Ho apprezzato molto il tuo horror. Prediligo questo genere di racconti e questo forse mi condiziona un po'. D'altra parte, paradossalmente,proprio per questo motivo tendo a essere più critico. Io, naturalmente, dopo l'incontro con il mago, mi aspettavo una trasformazione ma non QUELLA trasformazione. Perfetta! Se rileggo la storia trovo che hai disseminato indizi. Il discorso della preda e del predatore.«La corsa diventerà la tua vita!» E allora non sono stato un attentissimo lettore. È stata la sorpresa del lettore di gialli che arrivato in fondo al racconto scopre che se avesse letto attentamente, avrebbe potuto scoprire il colpevole prima di arrivare alla fine della storia.
Per un istante ho avuto una perplessità dell'adeguamento al tema del contest (UN EVENTO STORICO) ma le istruzioni dicevano che erano accettati racconti di tutti i generi. Per cui tutto a posto: trama e bonus!
P.S. E poi l'horror storico è un sottogenere esistente!

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Pretorian
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Re: Il Record

Messaggio#7 » martedì 21 luglio 2020, 20:06

roberto.masini ha scritto:Ciao, Agostino.
Ho apprezzato molto il tuo horror. Prediligo questo genere di racconti e questo forse mi condiziona un po'. D'altra parte, paradossalmente,proprio per questo motivo tendo a essere più critico. Io, naturalmente, dopo l'incontro con il mago, mi aspettavo una trasformazione ma non QUELLA trasformazione. Perfetta! Se rileggo la storia trovo che hai disseminato indizi. Il discorso della preda e del predatore.«La corsa diventerà la tua vita!» E allora non sono stato un attentissimo lettore. È stata la sorpresa del lettore di gialli che arrivato in fondo al racconto scopre che se avesse letto attentamente, avrebbe potuto scoprire il colpevole prima di arrivare alla fine della storia.
Per un istante ho avuto una perplessità dell'adeguamento al tema del contest (UN EVENTO STORICO) ma le istruzioni dicevano che erano accettati racconti di tutti i generi. Per cui tutto a posto: trama e bonus!
P.S. E poi l'horror storico è un sottogenere esistente!


Grazie del commento, Roberto. Ti dirò la verità: il mio primo pensiero era stato quello di trasformare Taylor in un orrore informe, poi mi sono lasciato sedurre da una forma più "felina" (almeno in teoria... ci sarà un motivo se ho riportato meno elementi possibili sulla mutazione). Per quanto riguarda l'evento storico, il racconto è ambientato nel futuro, in una olimpiade dopo Los Angeles 2028. Personalmente, data la libertà concessa dai moderatori, ho interpretato il tema non come "evento avvenuto nella Storia", ma come evento epocale e unico, quale può essere il raggiungimento di un nuovo record mondiale di velocità.

Alla prossima!

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RiccioRob
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Re: Il Record

Messaggio#8 » venerdì 24 luglio 2020, 13:17

Ciao Agostino.

Questo è assolutamente il racconto che ho preferito per quanto riguarda il Gruppo Londra 1908.
Innanzitutto ti faccio i miei complimenti per la pulizia e la freschezza della tua scrittura. Non ho mai incespicato nella lettura del tuo racconto, anzi.
I personaggi sono caratterizzati molto bene, hai fatto perfettamente capire la smania di vittoria di Taylor ma anche le differenti ambizioni del padre, che rimane però disposto a tutto per la gioia del figlio.
A un certo punto il twist finale l'ho un po' intuito, ma non si è rivelato per nulla banale e l'ho gradito moltissimo.
Poi va beh per mio gusto personale preferisco i racconti di genere per cui anche questo ti ha avvantaggiato per la mia recensione.

I bonus sono tutti quanti rispettati e hai saputo seminarli nella narrazione senza renderli forzati o invasivi.

Per quanto mi riguarda, la medaglia d'oro di Londra è tua.
"In un mondo che ci obbliga all'eccellenza, fare schifo è un gesto rivoluzionario."

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