La scommessa

Partenza: 01/07/2020
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Dario17
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La scommessa

Messaggio#1 » mercoledì 15 luglio 2020, 20:40

LA SCOMMESSA

All’udire il segnale acustico che dava il via alle due ore d’aria, Ezequiel Levenstein spense il suo e-reader, si alzò dalla sua branda magnetica e poggiò i piedi nudi sul pavimento sintetico della sua cella.
Alzò lo sguardo e diede due pugni ad una seconda branda levitante sopra i suoi capelli ricci sale e pepe.
«Andiamo, Pablo. Abbiamo un’oretta buona prima che l’incontro cominci.»
«Ezequiel…sei proprio sicuro?» domandò Pablo, ora seduto a gambe incrociate sul suo materasso galleggiante intento a legarsi i lunghi capelli neri in un codino.
«Tranquillo…sei con me, no?» rispose Ezequiel, battendosi la mano sul numero di matricola digitale impresso all’altezza del Petto.
Pablo fece per replicare, poi tacque. La risposta del giovane galeotto, seppur stroncata ancora prima di nascere, fu come se galleggiasse nell’aria scintillante come una stella bianca.
“È proprio perché sono con te che ho paura.”
«Andiamo, dai.» disse l’uomo di mezz’età.
Non era un ordine perentorio ma nemmeno un languido invito.
Pablo abbandonò la branda e lasciò che la gravità artificiale lo tirasse giù e lo facesse atterrare al suolo.
La porta della cella scorse via di lato.

La Prigione Spaziale Internazionale si dipanò davanti a loro, evolvendo e regredendo in stretti corridoi, in aree comuni ed in una serie di sopraelevate con scalinate.
Da una pletora di porte gemelle a quella che Ezequiel e Pablo avevano varcato qualche istante prima venne fuori il più grande campionario di delinquenti della storia dell’umanità. Ben distanziati ed incolonnati, umanoidi di tutte le razze, etnie e modifiche genetiche varie pascolavano per il penitenziario immersi nei loro pensieri oppure intenti a ciarlare con i propri compagni di branco.
In mezzo alla fiumana di detenuti, Droni-Secondino dalla forma cilindroide ruotavano sul posto elaborando Terabyte di dati sull’ambiente in tempo reale.
Durante lo scanning, i Droni scattavano improvvisamente senza preavviso in una data direzione e a farne le spese era di frequente un novellino disabituato a tenerli a distanza di sicurezza.
Dopo l’urto di due giorni prima con un Drone, Pablo ancora esibiva un livido sull’avambraccio destro, nato tra le risate suscitate dalla sua ridicola caduta a terra dopo l’impatto.
«Questa non è la strada per la sala Visore…» bofonchiò il giovane messicano, massaggiandosi l’arto ferito.
«Lo so. Andiamo dallo Svizzero, prima.» chiarì Ezequiel.
«Secondo me dovresti chiudere la faccenda.»
Pablo infine aveva vuotato il sacco.
I due rimasero fermi e distanti una manciata di passi lungo il corridoio principale, fissandosi negli occhi.
Il rumore secco di qualcosa che si rompe fece girare entrambi più un’altra manciata di passanti.
Mary Ayres detta Mandibola, circondata dalle sue sgherre, stava schiacciando la faccia di un biondino segaligno contro una delle vetrate che davano sull’esterno.
Il sangue dal naso del malcapitato disegnò una cometa scarlatta sullo sfondo della vastità dell’universo. La banda di Mary, tutte femmine sopra i due metri di altezza, lanciavano occhiate in giro alla ricerca di eventuali Droni guastafeste.
«I debiti si pagano, pippaiolo. Voglio le Cariche.» disse Mary.
Il suo tricipite tirato pareva una mappa tridimensionale delle Montagne Rocciose da cui proveniva.
Lo spettacolo divenne presto fin troppo banale ed i prigionieri ripresero il loro tran-tran.
Pablo fu l’ultimo a staccare lo sguardo dall’aguzzina, poi si girò verso il suo compagno di cella con in volto un’espressione fra l’ammonimento e la preoccupazione.
Di nuovo Ezequiel lesse i suoi pensieri come fossero parole luminescenti vergate nell’aria.
“Farai una fine ben peggiore di quello lì, se non lasci perdere.”
L’uomo riprese a camminare.

[…]

Ezequiel Levenstein entrò nella Mensa.
Gli enormi distributori automatici di Razioni addossati sulla parete sinistra del locale giacevano silenziosi ed inattivi. In assenza delle immense code che si formavano solamente all’ora di pranzo, Ezequiel poté attraversare la stanza in scioltezza.
Non erano rari i gruppetti di prigionieri che bivaccavano fuori orario in Mensa, presi in attività che i Droni non avrebbero perso tempo a scoraggiare rilasciando migliaia di Volt nell’aria.
Ezequiel raggiunse un crocchio di individui ammassati attorno ad un tavolo da pranzo singolo.
Un uomo pallido dal cranio rasato era intento a studiare cifre ed immagini in perpetuo scorrimento sulla superficie di quello che sembrava più uno scrittoio digitale che una tavola su cui mangiare.
Soltanto l’uomo pallido era seduto, il resto della comitiva faceva cose ritti sulle gambe.
Lo Svizzero sollevò lo sguardo.
«Ezequiel, qual buon vento siderale ti mena?»
“Ti menerei io, pezzo di stronzo.” elucubrò l’uomo brizzolato.
«Sono venuto per confermare la scommessa per la finale di boxe. Punto tutto quello che ho vinto fino ad ora. Israele vincente. A quanto me la dai?»
Tra gli uomini dello Svizzero serpeggiò un soffocato bisbigliare; un paio di loro smise di grattarsi la nuca con delle schegge di acciaio temperato.
L’uomo pallido arricciò le labbra e si tirò su gli occhiali di corno.
Ezequiel si sforzò di non esibire una smorfia di disgusto davanti l’allibratore ed al suo paio di lenti neutre e pacchiane: l’ingegneria genetica aveva estinto ogni difetto della vista dal 2050 in poi e quell’ostentare un paio di occhiali era pura e malriposta vanità.
«Hai accumulato un bel tesoretto, Levenstein…» quando lo Svizzero chiamava il suo interlocutore per cognome, nella stanza si presagiva un’inquietudine metafisica «72 Cariche Elettriche. Potresti concederti parecchi lussi per almeno un mesetto terrestre: elettricità extra per la tua cella dopo il coprifuoco notturno, sabotare i distributori per delle Razioni in più ma soprattutto qualcosa che per te sarebbe davvero vitale: pagarmi tutti i tuoi debitucci.»
«Con i soldi della vincita posso ripagarti ancora meglio, no? Magari ci scappano dei regalini per le tue dame di compagnia, se fanno le brave.»
Scricchiolii di passi sul pavimento e schiocchi di nocche risuonarono per la Mensa come un concerto rock. Tre dei tirapiedi avevano aggirato il tavolo e squadrarono l’ebreo dall’alto in basso.
Quello più vicino era Carl De Witt, mutante Hawaiano soprannominato Waikiki.
L’omone sparò con le branchie anteriori dilatate e pulsanti una svaporata dal sapore di uova marce dritta sul naso di Ezequiel.
Lo Svizzero riprese a parlare.
«Eri uno degli scommettitori più abili della prigione, Levenstein, questo te lo concedo. Poi però negli ultimi dodici anni, ad ogni nuova Olimpiade, hai cominciato a puntare troppo forte su tu-sai-chi, dimostrando che hai smesso di usare il cervello ed hai cominciato a preferire il tuo uccello come organo pensante...»
I grugniti intimidatori di poco prima divennero grasse risate «Hai preso scornate una dopo l’altra ad ogni edizione dei Giochi ed ora sei alla canna del gas. Incassa la vincita totalizzata finora e pagami finché ancora puoi, idiota. Se proprio non riesci a trattenere il tuo vermicello, schiaffalo nel tuo nuovo compagno di cella messicano.»
Scoppiarono altre risate e perfino lo Svizzero si concesse un sorriso che sfregiò la sua faccia simile alla luna piena.
«72 Cariche Elettriche sulla medaglia d’oro ad Israele.» ribadì Ezequiel.
Lo scommettitore e l’allibratore si fissarono.
Un distributore di Razioni sussultò nel suo standby, viziato da chissà quale spasmo elettrostatico.
Il brusio dei passanti fuori dalla Mensa si assottigliò fino a svanire.
Lo Svizzero toccò un paio di volte la superficie del tavolo ed alcune righe luminose presero vita; mentre lo faceva non perse il contatto visivo con Ezequiel nemmeno per un istante.
«Scommessa accettata. Te l’ho data a 10.» sentenziò l’uomo che entro la giornata avrebbe incassato 72 Cariche o ne avrebbe perse 720.
Ezequiel si lisciò la divisa della Prigione impregnata di sudore, si voltò ed uscì dalla Mensa senza proferire più parola.
Alle sue spalle, mentre già aveva imboccato il corridoio per la Sala Visore, volarono avvertimenti e minacce verso la sua persona. L’ebreo accelerò il passo e non permise a nemmeno una di quelle grida di raggiungerlo.

[…]

Ezequiel ribeccò Pablo di fronte al Dimenticatoio.
I due compagni di cella si erano incrociati in quel nuovo, ennesimo assembramento di prigionieri creatosi nell’ultima ora.
Qualcuno evidentmente stava per utilizzare il Dimenticatoio.
Jacob Kallstrom, ergastolano novantaseienne proveniente dalla colonia marziana di Nuova Stoccolma, trascinò le sue due gambe artificiali tartassate dalla ruggine nella capsula a forma di uovo di struzzo.
La capsula avviò il countdown. L’enorme cilindrone trasparente e verticale simulava una canna di fucile al cui interno la capsula recitava la parte del proiettile.
«Dai Jacob, Ripensaci. Dai che andiamo a vedere la Svezia che ha la semifinale di Tiro a Segno, così ti tiri su.» disse qualcuno tra la folla.
Il tono sembrava sincero.
«Mi tiro su questo grandissimo cazzo! Mi sono stufato, sono sfiancato dai dolori e dalle storpiature, le medicine non mi fanno più una sega…e nemmeno posso più tirarmene una da quanto mi fanno male le braccia!»
Jacob si accoccolò meglio sul sedile e cinse le sue protesi, digrignando quei residui scheggiati che in pochi avevano il coraggio di definire denti. L’ultima lacrima della sua vita fu sottile e non riuscì nemmeno ad inumidire per bene la sua pelle rugosa: una pisciata nel deserto del Nafud.
Il cilindrone sigillò il suo ingresso a tenuta stagna, il boccaporto sul soffitto si dischiuse rivelando lo Spazio sconfinato.
Un ruggito d’aria fece stringere gli occhi ai presenti. La capsula sparì.
Come un sipario, il boccaporto si richiuse lento, l’entrata del cilindrone tornò aperta ed una nuova capsula emerse da un secondo bocchettone del pavimento.
I galeotti se ne andarono, uno dopo l’altro.
Il braccio di Ezequiel cinse le spalle di Pablo e se ne andarono anche loro.
«Cosa cavolo è successo?» chiese il giovane.
«Ah già, è la prima volta che vedi usare il Dimenticatoio con i tuoi occhi. È semplice: un giorno ti svegli in questa prigione e sei stanco di vivere. Si viene qui e si entra nel Dimenticatoio. Nessun allarme e nessun Drone ti impedirà di farlo. Dopo un minuto vieni sparato fuori dalla Prigione Spaziale Internazionale a ventimila chilometri al secondo verso un buco nero relativamente poco distanze dalla struttura. Fine della storia. Nessuno è mai tornato a raccontarci cosa c’è dentro, ovviamente.»
«Ma perché non una iniezione letale, una scarica elettrica, un cazzo di proiettile in testa?» chiese Pablo. Le spalle sotto il tocco di Ezequiel si erano fatte tese.
«Pare che la capsula raccolga ed invii i dati del lancio a qualche laboratorio sparso per il sistema solare o roba del genere.» rispose Ezequiel, con la calma di chi parla della cena della sera prima.
«Andiamo, che comincia il match.»
«Ti raggiungo dopo, Ezequiel…»

[…]

La Sala Visore era colma.
Un sistema di pareti divisorie suddivideva in scompartimenti muniti di schermi una gigantesca stanza dalla volta a cupola.
Durante le Olimpiadi sul pianeta Terra, la dimensione dello schermo era direttamente proporzionale all’importanza della gara che proiettava. Gran parte dei prigionieri tuttavia se ne sbatteva di far caso a certe finezze gerarchiche e bighellonava davanti uno schermo o ad un altro, senza particolari preferenze.
Il sottobosco degli scommettitori di Cariche, al contrario, saldava le proprie natiche su di un sedile e non lo abbandonava se non per saltare di gioia se la scommessa era andata in porto oppure, se andava davvero male, sfondarsi le corde vocali invitando specifiche divinità a palesarsi ed a farsi fottere di brutto.
Ezequiel piantò i piedi davanti il monitor “D”.
Non si sedeva mai durante la visione. Mai nella vita.
Lui non assisteva alle gare, le viveva. E rimanendo in piedi riusciva persino a captare qualche frase della telecronaca in mezzo alla caciara perenne tipica della Sala Visore.
Un ring delimitato da fasci di corde colorate comparve sullo schermo.
«Signore e signori, comincia la finale olimpica per la boxe femminile, categoria Cyborg con modifiche di fascia 0,66-0,99! All’angolo rosso, la nazionale cubana Caterina Da Mar, campionessa in carica!» Una donna giunonica dalla chioma intrecciata alzò il pugno guantato.
I bio-pistoni installati al posto delle spalle ed il nasetto appuntito emisero bagliori ramati quando le luci del palazzetto si concentrarono su di lei.
«All’angolo blu, una vecchia conoscenza delle Olimpiadi, nonostante ciò sia per lei che per il suo paese è la prima storica finale per l’oro! Rebecca Smith-Levenstein!»
Ezequiel guardò sua moglie salutare il pubblico alzando i guantoni.
Sentirla chiamare “Levenstein” fece fare al suo stomaco una piroetta che gli lasciò dentro un piacevole formicolio.
Le centinaia di migliaia di chilometri di distanza tra lui e lei gli sembrarono molti di meno.
Il braccio sinistro di Rebecca era un intreccio di fibre metalliche, viti, saldature e striature LED pulsanti.
La campana del primo round lo destò dal suo treno di pensieri e si ritrovò di nuovo sul ring.
La cubana partì lanciata come un missile intercontinentale.
Danzando sugli scarponcini, Da Mar provò a piazzare una scarica di diretti che si infransero sulla guardia di Rebecca, attenta in difesa.
“Ti amo, tesoro!”
A pochi secondi dal primo intervallo, Rebecca incrociò benissimo con un gancio eseguito col braccio umano. Il telecronista si esaltò, il pubblico del palazzetto si animò e lo spettatore galeotto poco distante da Ezequiel annuì compiaciuto.
L’uomo di Tel Aviv ebbe un brivido dietro la schiena ed un tarlo cominciò a trapanarlo nella coscienza come una piattaforma petrolifera.
Durante la pausa sancita dalla campanella, le due atlete si confrontarono con i loro coach in videochiamata fintanto che i Droni-Massaggiatore asciugavano loro il volto con soffi d’aria tiepida. Il tarlo nella mente di Ezequiel si ringalluzzì quando quest’ultimo vide l’espressione tirata di sua moglie.
“Qualcosa non le torna.”
Secondo Round.
Di nuovo la cubana partì in quarta con la sfrontatezza della campionessa in carica.
Destro e sinistro della Da Mar: larghi.
Rebecca spinse con i fianchi e liberò un montante col braccio artificiale.
A vuoto.
Ezequiel Levenstein deglutì e gli ci volle tutta la forza possibile.
“Oy Vey…La sua protesi è montata male e settata peggio!”
Acquisita la verità, il tarlo nella testa di Ezequiel divenne un mostro a tre teste e nove code, non più l’ombra di un sospetto ma vera e propria paura dilagante che cominciò ad azzannargli la zona attorno all’ombelico.
Uno-due della cubana a segno. Rebecca prese a danzare molto meno sulle punte.
Un diretto da troppo lontano col braccio bionico della israeliana colpì la spalla altrettanto bionica dell’avversaria e si spense.
Il secondo round finì con Rebecca ansimante, sanguinante, sofferente.
Nel terzo ed ultimo round, marcarono visita i colpi pesanti.
Rebecca fini dapprima all’angolo, poi alle corde ed infine a terra.
«I parametri vitali della Smith-Levenstein parlano chiaro, è out! Cuba è medaglia d’oro per la seconda volta consecutiva, Israele vede sfumare l’impresa storica al terzo minuto del terzo round!»
Ezequiel si guardò intorno, battezzò una direzione e si mescolò nei gruppi di persone più pingui guadagnando l’uscita senza essere visto.
“Il corridoio Nord è il più sorvegliato, con quello posso arrivare alla mia cella ed una volta dento vedrò il da farsi. Cazzo, cazzo, cazzo!”
Appena mise piede nel corridoio, lo trovò farcito di Droni-Secondino.
Disattivati.
Inermi.
Sparsi come pezzi su di una scacchiera.
Ezequiel schiacciò la schiena ad una parete e trattenne il fiato. Sbirciò oltre il prossimo svincolo.
Altri droni spenti. O hackerati?
Le luci si spensero.
Odore di uova marce.
«Siamo di fretta, Levenstein?»

[…]

Una sottile linea biancastra e frastagliata fu l’unica percezione visiva di Ezequiel quando le parole dello Svizzero cominciarono a farsi comprensibili.
«Ez…Ez…Ma perché hai dovuto dimenticare la regola più importante della Prigione Spaziale? L’importante non è vincere, ma partecipare. Non primeggiare, ma sopravvivere. Non si può perdere ciò che non metti sul piatto…»
«Ma non puoi nemmeno…vincere.» ansimò Ezequiel.
Attorno a sé percepiva un mondo di durezza e resistenza solida, l’unica materia morbida che non lo affliggeva con degli spigoli era sotto il suo sedere. Ogni movimento gli costava fitte di dolore denso e violaceo.
«Facciamoci un’ultima scommessina, allora. Torna al mio tavolo della Mensa, quando vuoi, ed i tuoi debiti saranno solo un ricordo.»
“È diventato pazzo? Che cazzo di senso ha?”
La linea di visuale si allargò un poco.
Ora vedeva il pallore mortale della faccia dello Svizzero ad un paio di metri di distanza. Il mento dell’allibratore pareva una conchiglia sbiadita e deforme.
«Ti aspetto.» fece lui. Il consueto eco di risate non si fece attendere.
Le fitte per il colpo alla nuca che evidentemente Waikiki gli aveva elargito si fecero più clementi e gli restituirono una manciata di lucidità.
Sul volto dello Svizzero vi erano strane striature.
“Non striature, chiazze di luce. Riflessi?”
Allungò una mano ed un ostacolo invisibile gliela fermò.
Un muro trasparente.
Il panico saltò addosso ad Ezequiel tutto insieme.
Un bip ed il portellone della capsula del Dimenticatoio calò su di lui, spingendolo indietro.
Luci giallastre rischiararono un pannello di controllo approssimativo davanti a lui.
Uno strappo improvviso lo percosse dal petto alle viscere e si sentì spalmato sul sedile forse da Dio in persona, tanta era la forza. Le luci divennero comete danzanti, il sopra e sotto cambiarono posizione di continuo come amanti focosi.
Urlò tutte le maledizioni che conosceva contro quel dio mentre dentro di sé lo supplicava di venirlo a salvare.

[…]

L’Universo vide Ezequiel Levenstein trascinarsi fuori dalla capsula.
Una realtà semplice lo circondò senza pietà: bianca sabbia ed un cielo turchino, entrambi a perdita d’occhio e forse estesi ancora più in là.
L’uomo brizzolato lottò contro il tremore delle sue gambe e lo vinse: mantenne la posizione eretta e non la perse.
Si guardò intorno e scoprì che la testa non gli girava più, che i suoi polmoni incameravano ossigeno e che il cuore gli pulsava giocosamente nel petto. Con la visuale periferica notò riccioli sopra gli occhi.
Aveva i capelli così lunghi, prima? E quanto valeva quel “prima”?
Si sentiva bene a sufficienza da concedersi una tazzina di ironia.
“Solo un ebreo come me poteva trovare del deserto in cui vagare dopo aver attraversato un buco nero.”
Già, il buco nero.
La capsula del Dimenticatoio alle sue spalle, incastonata in quel oceano sabbioso, era la solida prova che non stava sognando. Un uomo aveva attraversato un buco nero ed era abbastanza vivo da poterlo raccontare in giro.
I grandi nomi di storia avrebbero dovuto stringersi un po’ e concedergli uno spazietto.
Magari lo avrebbero aggiunto pure nella Bibbia, perché no?
Un sole di rame picchiava contro la divisa sbrindellata della Prigione.
«Se vado in questa direzione raggiungerò la terra promessa?» chiese Ezequiel a quello stesso sole, puntando un dito verso l’orizzonte.
Nessuna risposta.
«Allora me ne andrò di qua!» si girò dalla parte opposta e mosse i primi passi di uno straordinario viaggio.
Verso sua moglie Rebecca, per tornare ad allenarla e farle vincere la prima medaglia d’oro del suo paese nel pugilato.
Verso Pablo, perché non gli aveva ancora insegnato quale fosse l’orario migliore per mettersi in fila davanti ai distributori di Razioni.
Verso quel cazzo di tavolo della Mensa di proprietà dello Svizzero, per vincere la scommessa.

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Dario Cinti



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Dario17
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Re: La scommessa

Messaggio#2 » mercoledì 15 luglio 2020, 20:43

OLIMPIADI DELLA LETTERATURA - LOTTA GRECO ROMANA

1) un personaggio deve fare/provare una disciplina olimpica (anche virtualmente) (-2 PUNTI)

Rebecca partecipa ad un match olimpico di pugilato dalle nette tinte cyberpunk.

2) citare almeno una vota De Coubertin (nome o motto) (-2 PUNTI)

Il motto citato è quello più famoso, proferito e contestualizzato dal personaggio chiamato Lo Svizzero.

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Pretorian
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Re: La scommessa

Messaggio#3 » domenica 19 luglio 2020, 1:19

Ciao, Dario e piacere di leggerti.

Nel complesso, il racconto non è male. L'ambientazione fantascientifica è interessante e devo dire di aver apprezzato sia gli innesti cyborg delle pugili, che l'idea del dimenticatoio. La trama non è eccessivamente complicata, ma fa il suo dovere. I personaggi, a loro volta, sono abbastanza stereotipati, ma funzionano, ad eccezione del personaggio di Pablo, che è sostanzialmente inutile. Non mi ha, invece, convinto il finale. Il protagonista che muore nel Dimenticatoio era un finale cattivo, ma perfetto. Il fatto che sopravviva a un buco nero (Chuck Norris spostati: Ezequiel Levenstein è il nuovo essere superiore) per finire... boh, sembra fatto apposta per allungare il brodo e per inserire battute sugli ebrei.
Oltre a questo, ti faccio un altro paio di appunti: il fatto che i componenti delle braccia della moglie del protagonista siano stati montati male è un elemento che funziona poco. A meno che la tua idea iniziale non fosse quella di prevedere un sabotaggio,
sarebbe stato meglio attribuire la colpa della sua sconfitta a una alla semplice superiorità atletica della cubana.
Oltre a questo, la scena dello svizzero che fa spegnere tutti i droidi mi sembra eccessiva: insomma, se ha un potere simile, perché non lo usa per scappare o per trasformare la prigione nel suo regno? Meglio la buona vecchia aggressione nelle docce!

Alla prossima!

Simone Marzola
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Re: La scommessa

Messaggio#4 » domenica 19 luglio 2020, 11:00

Ciao Dario,

Il tuo racconto mi ha causato qualche dubbio, perché la forte ambientazione (molto ben descritta e caratterizzata) non mi è sembrata molto in linea con il concetto di evento storico, proprio perché molto futuristica. Non partecipo da tanto a questo forum, quindi non saprei se considerare il racconto fuori traccia o meno.
Ciò detto, come dicevo, mi è piaciuta molto l'ambientazione e il dimenticatoio, i prigionieri geneticamente modificati e le sportive biomeccaniche. Descrivi molto bene l'ambiente: ammetto che le prigioni fantascientifiche sono tra i topoi che preferisco.
Ho tre considerazioni però: il fatto che Rebecca perda l'incontro per un impianto montato male è perché è stato sabotato da uomini dello svizzero? Dal racconto non è chiaro e di conseguenza mi crea qualche problema anche con il secondo punto che non ho ben capito.
Perché nonostante abbia vinto, lo Svizzero manda Ezequiel nello spazio? Dato che deve riscuotere la scommessa, non capisco perché uccida il suo debitore anziché tenerselo vicino e ricattarlo, tanto più che Ezequiel aveva già dei crediti che lo Svizzero poteva riscuotere.
Da ultimo, il finale che esce un po' dal nulla per me. Non è chiaro se sia morto o ancora vivo e in qualche parte dell'universo, diversa da un buco nero. Capisco la sospensione dell'incredulità, ma l'idea della realtà alternativa oltre al buco nero non mi fa apprezzare questo cambio di scenario. Magari fosse stata una fenditura nello spazio o un wormhole avrei concepito maggiormente l'idea di un universo alternativo. Preferisco sempre un minimo di accuratezza scientifica nella fantascienza che la rende più credibile.
In conclusione ottimi spunti, ma purtroppo ho trovato diversi elementi che non mi funzionavano.
Alla prossima lettura.

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Dario17
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Re: La scommessa

Messaggio#5 » domenica 19 luglio 2020, 12:16

Pretorian ha scritto: Non mi ha, invece, convinto il finale. Il protagonista che muore nel Dimenticatoio era un finale cattivo, ma perfetto. Il fatto che sopravviva a un buco nero (Chuck Norris spostati: Ezequiel Levenstein è il nuovo essere superiore) per finire... boh, sembra fatto apposta per allungare il brodo e per inserire battute sugli ebrei.
Oltre a questo, ti faccio un altro paio di appunti: il fatto che i componenti delle braccia della moglie del protagonista siano stati montati male è un elemento che funziona poco. A meno che la tua idea iniziale non fosse quella di prevedere un sabotaggio,
sarebbe stato meglio attribuire la colpa della sua sconfitta a una alla semplice superiorità atletica della cubana.
Oltre a questo, la scena dello svizzero che fa spegnere tutti i droidi mi sembra eccessiva: insomma, se ha un potere simile, perché non lo usa per scappare o per trasformare la prigione nel suo regno? Meglio la buona vecchia aggressione nelle docce!

Alla prossima!


Ehilà!
Se Ezequiel fosse morto nel Dimenticatoio avrebbe in un certo senso risolto il conflitto in maniera più netta, ma io sarei rimasto senza il tema principale rispettato.
L'evento storico richiesto infatti è proprio quello: un uomo per la prima volta nella Storia entra in un buco nero e sopravvive.
Che il braccio cyborg di sua moglie sia messo male l'ho delineato come semplice elemento casuale; nello sport è tristemente comune vedersi battuti per un infortunio dell'ultimo momento, una cattiva gestione di un pre-gara o una mancanza di buona forma e concentrazione. La mia è una versione cyberpunk di queste normali situazioni.
L'hackeraggio è un discorso molto simile: se nelle carceri regolari un paio di banconote fanno girare dall'altra parte un secondino umano, qui ho trasformato gioco forza una comune corruzione con un intervento informatico pirata. In un posto dove la corrente elettrica vale come moneta corrente ho pensato fosse coerente ed adatto.
Spero di essermi fatto capire, per l'autore spiegare quello che si è scritto è sempre un po' come una sconfitta ahimè.

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Dario17
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Re: La scommessa

Messaggio#6 » domenica 19 luglio 2020, 12:29

Simone Marzola ha scritto:Ciao Dario,

Perché nonostante abbia vinto, lo Svizzero manda Ezequiel nello spazio? Dato che deve riscuotere la scommessa, non capisco perché uccida il suo debitore anziché tenerselo vicino e ricattarlo, tanto più che Ezequiel aveva già dei crediti che lo Svizzero poteva riscuotere.
Da ultimo, il finale che esce un po' dal nulla per me. Non è chiaro se sia morto o ancora vivo e in qualche parte dell'universo, diversa da un buco nero. Capisco la sospensione dell'incredulità, ma l'idea della realtà alternativa oltre al buco nero non mi fa apprezzare questo cambio di scenario. Magari fosse stata una fenditura nello spazio o un wormhole avrei concepito maggiormente l'idea di un universo alternativo. Preferisco sempre un minimo di accuratezza scientifica nella fantascienza che la rende più credibile.
In conclusione ottimi spunti, ma purtroppo ho trovato diversi elementi che non mi funzionavano.
Alla prossima lettura.

Ueilà!
Uno dei modus operandi tipici della malavita è quello di far fuori chi eccede nel debito, sia perché ormai non è più in grado di far pareggiare i conti (Ezequiel è stato più volte descritto come un uomo all'ultima spiaggia già troppo indebitato) sia per farne un immediato esempio. Va aggiunta anche la spocchia malriposta di Ezequiel che ha decisamente giocato col fuoco on certe provocazioni.
Realtà alternativa? Un altro pianeta? O forse Ezequiel è caduto proprio sulla Terra? Non si sa. La certezza è che non è morto e che in un modo o nell'altro porterà a compimento i suoi obiettivi. Essere accurati scientificamente parlando di buchi neri è troppo difficile per noi adesso, dati gli enormi interrogativi che ci "girano" intorno. Preferisco rimanere coerente con la, narrazione, atto dovuto per un autore.

Michael Dag Scattina
Messaggi: 44

Re: La scommessa

Messaggio#7 » lunedì 20 luglio 2020, 17:24

molto interessante, con un finale del tutto inaspettato. Un po' esagerato forse, ma ...è fantascienza, no? Avresti potuto raccontare cosa gli è successo al momento dell'impatto con buconero (se di questo si tratta....non è che il dimenticatoio ha sbagliato mira?)
Dovevi insistere un paio di righe a parlare del guasto/difetto/sabotaggio degli innesti cibernetici. Non è chiaro cosa sia successo di preciso.
La grossa falla l'ho trovata nel pensiero diretto. È un racconto in narrato e non in mostrato, per lo più in terza persona, il pensiero diretto crea un cambio di prospettiva molto, molto scomodo. Riscrivile da capo.
Ti do il primo posto perche il protagonista riesce subito a creare empatia, è caratterizzato bene. Ambiente molto immersivo, descritto bene ed evocativo. Bella l'idea della corrente usata come moneta.

Valerio Amadei
Messaggi: 8

Re: La scommessa

Messaggio#8 » sabato 25 luglio 2020, 22:58

Ciao Dario17, piacere di aver letto il tuo racconto.
Il racconto ha spunti interessanti e crea un’atmosfera con un suo carattere. Ho apprezzato la prigione spaziale internazionale, che sottintende tutta una serie di sviluppi sociopolitici a livello mondiale; il numero di matricola olografico; le cariche elettriche come valuta; l’estensione delle categorie olimpioniche ad atleti cyborg, a loro volta ripartiti in categoria in base alle modifiche (ci sono categorie anche per i mutanti?). Interessante ed efficace anche il Dimenticatoio, sia come modalità d’impiego che come nome.
Tuttavia, proprio come una prigione spaziale vecchia e con scarsa manutenzione, ho sentito scricchiolare la forma e la struttura del racconto un po’ dappertutto: in qualche maniera regge, ma dà l’idea di poter cadere a pezzi da un momento all’altro.
Pablo ha l’unica funzione di offrirci qualche controcampo di Ezequiel e, per il resto, è un manichino. Lo Svizzero sembra il dio della prigione, però ne resta prigioniero; perché? Se può hackerare interi settori, cosa gli impedisce, ad esempio, di impossessarsi della prima navetta rifornimenti/manutenzione/trasporto prigionieri e di svignarsela? Non importa, però è una delle tante piccolezze che stonano.
La boxe cyborg mi è piaciuta molto ma trovo anch’io che la protesi settata male sia uno spunto potenzialmente buono ma che resta abbandonato a sé stesso, proprio come un moncherino senza protesi: è stato un sabotaggio? Figo! Raccontacelo (tra l’altro, nel sabotaggio potresti seminare un movente che spinga Ezequiel verso un finale differente e più da protagonista, come ipotizzo sotto). Non lo è stato? Difficile che al livello di un oro olimpico i preparatori commettano certi grossolani errori tecnici… sali sul ring senza testare la protesi? Io non lo so ma non credo. A questo punto meglio una soluzione più lineare.
Anche il finale mi fa alzare dal tavolo non del tutto sazio. Io non sono un grande amante dei finali tragici e ho apprezzato che Ezequiel si sia salvato, però, ammetto, avrei goduto di più una sua fuga rocambolesca, magari per tornare dalla moglie, sulla Terra. Ma vogliamo il buco nero? Perché no, ok: d’altronde lo hai introdotto col Dimenticatoio ed è giusto che abbia un ruolo cruciale nel racconto. Però offrimi una teoria, o almeno qualche indizio che mi faccia intuire cosa potrebbe essere successo. Così è proprio un deus ex machina.
Per finire ho trovato la prosa un po’ disordinata, con cambi di registro repentini e, credo, non sempre voluti e qualche infiltrazione di cliché.
Ciò detto, il racconto fa il suo dovere nell’intrattenere e dall’incontro con Lo Svizzero decolla anche abbastanza: volevo sapere come andava a finire. L’incontro della moglie e il misto di sentimenti con cui Ezequiel lo segue, poi, mi ha fatto empatizzare con lui, e questo vuol dire che il nucleo ha funzionato.
L’inserimento dei bonus a mio avviso è ottimo, soprattutto il motto, che spunta dove non me lo sarei aspettato e mi ha piacevolmente colpito.

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Dario17
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Re: La scommessa

Messaggio#9 » domenica 26 luglio 2020, 13:20

Nelle quattro classifiche in cui sono stato piazzato ho ottenuto tutti i piazzamenti possibili e immaginabili: primo, secondo, terzo, quarto.
Ora, la domanda è una sola: Come la valuto questa prova in definitiva???????

Non so che pensare del mio scritto.

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