Semifinale Francesco Nucera

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Spartaco
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Semifinale Francesco Nucera

Messaggio#1 » domenica 26 luglio 2020, 2:20

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Accedono alla semifinale:

Il record di Agostino Langellotti
O R, di Polly Russell
Argento, di Mauro Lenzi


Gli autori avranno tempo fino alle 23.59 di lunedì 27 luglio per postare la versione revisionata del testo, qui sotto, con un bonus di 1333 battute.



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Polly Russell
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Re: Semifinale Francesco Nucera

Messaggio#2 » domenica 26 luglio 2020, 22:02

L’uomo in fila davanti a Johann cadde all’improvviso, le ossa del braccio scrocchiarono come un ramo spezzato, sotto al peso della catasta di mattoni che stava trasportando. Il grido arrivò dopo, tanto acuto da sembrare femminile. Johann lasciò cadere il proprio carico e lo raggiunse in un paio di passi. «Ehi, non muoverti, ti aiuto». Lo sollevò con il massimo garbo possibile, mentre il resto della fila li superava in silenzio. Una lunga fila di formiche a righe bianche e nere, curve ed emaciate.
«I mattoni...» balbettò l’uomo, gli occhi grigi persi nello stesso vuoto dove annaspava con la mano buona.
Una delle formiche fece loro un cenno, senza smettere di camminare. «Lascialo stare campione, non ce la farà, vieni via.»
Johann agitò la mano, un sorriso brillò stonato sulla pelle scura. «Lo porto alla baracca, almeno ci provo.» Ebbe appena il tempo di caricarselo in spalla, poi il buio, evocato da un colpo alla nuca, lo avvolse.

Si svegliò nello stesso punto dove era stato colpito, impiegò qualche secondo a muovere le braccia intorpidite dal gelo. La catasta di mattoni e il corpo dell’uomo cui era caduta erano coperti da un sottile strato di neve, lì accanto.
Si scrollò la casacca irrigidita con le mani e si levò in piedi. Raccolse i mattoni e seguì la fila, una piacevole sensazione di calore sul collo lo informò che stava ancora sanguinando.
«Lo toglieremo di lì stasera» sentenziò l’uomo che lo seguiva, rispondendo a una domanda non posta. «Ma non tu, meglio che rimani in baracca. Mentre eri a terra, ho visto che portavano via altri sinti. Forse ti hanno creduto morto e ti hanno lasciato lì.»
«Dove li stavano portando?»
«Non lo so, parlavano di un altro campo. Di un dottore, non ho capito ma non sembrava promettente.»

La brodaglia nelle scodelle era fredda e insipida. Difficile capire da cosa fosse composta. Comunque, Johann ci tuffò il pane nero. A metà pasto reclinò la testa indietro, poggiandola sulla parete e prese un respiro. Si guardò intorno: nei loculi di legno che chiamavano brande, decine di paia di occhi lo osservavano.
«Allora?» Karl, seduto accanto a lui, sorrise. «Siamo preoccupati per te Rukeli, stanno prendendo tutti i sinti del campo.»
«Non chiamarmi in quel modo.»
«Perché no? Eri fantastico! Il grande Rukeli! Il Gipsy!» gli occhi vagarono qualche istante tra le tavole sconnesse e i ricordi. «Anche se sembra una vita fa.»

Un paio di colpi che sembrarono fracassare la porta e i toraci: la prima si spalancò mentre i secondi rischiarono di scoppiare. «Detenuto Trollmann!» ululò un soldato senza nemmeno entrare.
Nessuna esitazione: Johann si alzò in piedi, raddrizzò le spalle e raggiunse la squadriglia senza smettere di guardare il militare negli occhi, l’istinto di sopravvivenza schiacciato dalla propria dignità.
Il soldato sembrò non notarlo nemmeno, diede una gomitata al commilitone alla propria destra. «Te lo dicevo che c’è ne erano altri. Io porto lui, voi finite il giro.»
Raggiunsero una baracca dipinta di bianco in fondo al campo, seguendo le linee sovrapposte di fanghiglia sul manto nevoso. Johann rabbrividì un momento, prese un respiro, sbuffò una nuvoletta algida ed entrò.
Una selezione: una nuova, interminabile selezione. Non erano solo sinti come gli avevano detto, riconobbe alcuni rom con cui aveva parlato qualche volta. Si mise in fila incoraggiato da uno spintone, dietro a due ragazzini che sembravano gemelli.
Dopo un paio d’ore maturò la convinzione che non fosse l’ennesima selezione, piuttosto che stessero stilando una lista, perché tutti i nomi finivano nello stesso registro e nel dubbio se questo fosse un bene o un male, prese in braccio uno dei gemelli che da un po’ faticava a rimanere in piedi.
Il ragazzino gli si addormentò in collo dopo una manciata di minuti, ma gli venne strappato via dalle braccia subito dopo, da uno dei kapò che camminavano tra le file. L’uomo lasciò cadere il bambino come un sacco di patate. «Cosa non ti è chiaro nelle parole “aspetta e fermo”, zingaro?» sollevò il manganello per colpirlo ma Johann inarcò le spalle, alzò la guardia e schivò, spostandosi di lato con la grazia di un ballerino.
Un cigno che si erge da un pollaio sovrappopolato.
Il kapò sgranò gli occhi e dischiuse appena le labbra. «Parola mia se non sembri... cazzo, io lo so tu chi sei!» abbassò l’arma e si precipitò verso il tavolaccio, dove una decina di soldati e un paio di ufficiali annotavano nome e numero dei prigionieri. Johann riuscì a vederlo sbracciarsi: un sorriso ebete nel volto rossiccio e due dita puntate verso di lui.

Tornò alla propria branda qualche ora più tardi e ci crollò sopra. Karl, dal letto a fianco, si sollevò sui gomiti e lo raggiunse strisciando sulle coperte sudice. «Ti hanno lasciato qui, alla fine? Credevo non ti avrei più rivisto, campione».
Uno dei fari esterni illuminò le finestre della baracca, esponendo le brande alla luce. Johann aveva un occhio semichiuso dal gonfiore violaceo che spingeva dallo zigomo e le labbra spaccate da un lato.
«Ma che t’hanno fatto?»
«Uno dei kapò mi ha riconosciuto e ha convinto gli ufficiali a non farmi partire.»
«Ed è un bene?»
«Non lo so». Si strinse il torace con la destra tremante e si girò di lato. «Però a quel punto, è sembrato che tutti gli aspiranti pugili del campo avessero voglia di provare a battermi.»
«E ci sono riusciti?»
Sollevò un angolo della bocca, scoprendo i denti sporchi di sangue. «No». Sussurrò, e un istante dopo dormiva.

Il giorno successivo passò uguale agli altri. Tra la malta, le fornaci e il trasporto dei mattoni. Molti cadevano e qualcuno non si rialzava più. Il lavoro e le pause scanditi dalla musica di Kroll e di Kummer, gracchiata dagli altoparlanti. I walzer e gli assoli di violoncello davano al campo un’aria di serenità malsana. Una sensazione di calore appiccicoso, nonostante il gelo e la neve, mentre tra una battuta e l’altra, gli uomini morivano sopraffatti dalla fatica.
Il rientro alle baracche era accompagnato da una marcia veloce e trionfante di ottoni che cozzava con lo strascichio dei piedi e le membra doloranti.
Il kapò fermò Johann e Karl sulla porta. «Tu no, zingaro. Abbiamo organizzato un incontro per te, anche questa sera». Ridacchiò e gli diede una pacca sulle spalle.
Johann si lasciò dietro gli occhi imploranti di Karl e seguì il kapò fino agli alloggi dei soldati.
Avevano allestito un ring. Con tanto di panche per il pubblico e un paio di riflettori puntati al centro del quadrato. Avevano addirittura rivestito gli angoli con stoffe colorate.
Il kapò gli diede una spinta. «Vatti a cambiare, laggiù.»
Indossò i calzoncini e un paio di stivaletti leggeri, non erano proprio la sua misura ma per un momento gli parvero perfetti. Chiuse gli occhi e spostò appena la testa di lato. Sembrava il brusio concitato del pubblico prima dell’incontro, anche se probabilmente erano solo le caldaie.
Raccolse le fasce dalla panca. Erano sporche, vecchie, ma le srotolò tra palmo e polso con la cura che si avrebbe per una reliquia. Appoggiò le mani sulle corde e inarcò la schiena, infilò i guantoni e salì sul ring.
Il militare che aveva deciso di sfidarlo era un palmo più alto e se ne stava lì, al centro del ring, granitico come una colonna; la guardia alta e le gambe ben piantate per terra.
Rukeli molleggiò un paio di volte sulle punte, portò il peso da una gamba all’altra e subito dopo era al Bock di Berlino, a contendersi il titolo dei medio massimi, circondato da una folla sognante: ammiratori, sportivi e ragazzine innamorate. Non c’era più nulla oltre lui e il gigante che aveva davanti. Non c’era il campo, il filo spinato, il dolore, la morte. Non c’era nemmeno più la fatica, mentre schivava i colpi dell’avversario con la grazia di una danzatrice. Un diretto, un altro, un passo di diagonale e altri diretti in serie. Il pugilato gli concedeva di nuovo il lusso dell’equità: due persone, stesse possibilità, stesse armi.
Quando assestò il gancio finale, il tedesco non era riuscito ad andare a segno nemmeno una volta.
Il quarto round fu l’ultimo. Il gancio fece crollare la colonna, inutile il conteggio rallentato del kapò che arbitrava, inutili le grida di incitamento degli altri soldati. La montagna bionda rimase a terra, un ginocchio sollevato e il fiato corto.
Johann tornò al suo angolo. Nessuna celebrazione per una vittoria che non avrebbe mai dovuto esserci. Rimase seduto in silenzio, finché l’avversario fu portato via a braccia e finché la sala non si fu svuotata. Cornelius, il kapò che lo aveva scortato fin lì, gli gettò addosso un telo. «E bravo, zingaro. Ti sei meritato un pagamento». Cacciò del pane e del formaggio da una gavetta e li tirò ai suoi piedi con un gesto annoiato.
«Che stai facendo?» uno dei soldati che avevano assistito all’incontro si era avvicinato, le braccia incrociate e la testa inclinata da un lato. «Com’è che diceva il francese? Gli atleti non devono ricevere compensi, o si perderebbe il senso stesso dello sport». Raccolse una borraccia da terra e la versò in testa al campione, poi pestò il pane secco, riducendolo in briciole.
«Quale francese?» chiese Cornelius.
«Quello delle Olimpiadi... De Coubertin, razza di ignorante! E per fortuna dici a tutti di essere stato un pugile,» passò una mano sulla testa rasata di Johann e la spinse indietro di scatto, «vattene a dormire, zingaro, domani tocca a me, vediamo se riesci a buttarmi giù.»


Della neve, che si era sciolta da giorni, rimaneva solo una fanghiglia grigia e nera ai bordi delle vie. Qualche mucchio ancora gelato, appiccicato ai muri o ai pali più grossi delle recinzioni.
Alla baracca, Johann ci arrivò sulle sue gambe ma non riuscì a raggiungere la branda. Karl gli corse incontro e lo prese sotto le ascelle, lo trascinò fino al letto e lo aiutò a coricarsi. «Quanto pensi di andare avanti così?»
«Ancora un po’...» sorrise, scoprendo una fossetta piena di sangue, al posto del premolare superiore. «Non sono mai stato un buon incassatore». Sputò un guizzo porpora che si raggrumò sulla polvere del pavimento.
Karl tirò fuori da sotto alla branda una scodella piena. «Ce la fai a mangiare? L’abbiamo tenuta per te.»
«Magari tra un po’». Sussurrò con gli occhi socchiusi.
«Tra un po’ sarà l’alba». Gli sfilò la casacca madida, il fianco destro era livido, come la clavicola e il collo. «Ti ammazzeranno così. Vogliono vederti perdere, da settimane ormai, e allora accontentali per Dio!»
«Sono quasi finiti, quanti cazzo di pugili falliti ci potranno mai essere in questo campo?»
Lo aiutò a sedersi, passandosi il suo braccio dietro al collo. Sopra il numero identificativo altre due lettere tatuate, un po’ più distanti: “O R”. «E questo che diavolo è?»
Il campione le sfiorò con due dita. Sorrise e si appoggiò sulla sua spalla. «Questo è il mio cuore, mia moglie e mia figlia.»
«Certo capisco: sono morte?»
«Morte? No, no tutt’altro. Sono riuscito a divorziare appena in tempo perché lei potesse riprendere il nome da nubile e darlo anche alla bambina. Sono partite, sono in salvo.»
«E tu che cazzo ci facevi ancora qui, se avevi capito cosa sarebbe successo?»
«Non sono stato abbastanza veloce,» chiuse gli occhi di nuovo «ironico eh?»
«No, per niente». Lo aiutò a indossare una casacca asciutta. «Devi stare attento ragazzo, il Kapò Cornelius sono giorni che lo dice a tutti, che è stato una promessa del pugilato, che le tue vittorie sono solo una farsa e che vuole combattere contro di te per dimostrarlo a tutti.» Lo scrollò pretendendone l’attenzione, gli occhi ghiaccio fissi in quelli scuri e profondi del pugile. «E quindi vuole vincere.»
Lui gli diede un colpetto sulla spalla, un gesto affettuoso, increspò appena il labbro superiore nello sforzo di sorridere. «Voglio rimanere vivo quanto te, nessun alzata di testa, te lo prometto.»
«Allora dormi, domani esci al lavoro con noi, poi troveremo il modo di nasconderti. Così potrai riposare, almeno un po’.»

Per un paio di notti consecutive non venne nessuno a cercare Rukeli nella sua baracca, per un paio di notti gli lasciarono l’illusione che avessero trovato un nuovo diversivo. Una nuova vittima, si era anche sorpreso a sperare, pentendosene un momento più tardi.
Non era così.
Raggiunse il ring passando tra decine di soldati, ufficiali anche e per la prima volta, le loro signore. Non vedeva tanta gente ben vestita da un paio d’anni almeno, né tanti sorrisi. Sembrava una serata di festa, era anche caldo, tanto, per essere primavera solo da qualche giorno. Superò la coltre di fumo che avevano prodotto le decine di sigarette consumate nell’attesa e si portò al centro del quadrato. Il kapò Cornelius era già lì, trionfante nel suo accappatoio verde chiaro, sorrideva alle signore nelle prime file, quasi fossero lì per lui.
Erano lì, tutti, per vederlo perdere. Sarebbe bastato poco e forse, lo avrebbero lasciato in pace. Il campanello del primo round gli risuonò nelle orecchie e nel petto, si scosse, strizzò gli occhi e si portò al centro del quadrato. Abbassò un po’ la guardia, i piedi veloci piantati a terra come radici sicure.
Il primo diretto lo prese al fianco. La spalla, l’osso iliaco, ancora il fianco. Un paio di insulti coloriti dalle prime file, qualche risata, poi un gancio. E lui rimaneva lì, in piedi, a fare da sacco. Era già successo; un paio d’anni prima, quando l’avevano obbligato a perdere e aveva accettato, pur di mantenere la licenza da professionista. Un destro abbastanza forte da farlo barcollare gli arrivò alla mascella. Portò la gamba indietro, una donna lanciò un gridolino da una fila più lontana.
«Non sembri tanto forte!» gridò Cornelius e spargendo saliva e sudore lo colpì ancora, e ancora, alternando i colpi maldestri alle imprecazioni. Continuò ad affondare in quel corpo immobile anche dopo la campana che annunciava la fine del round.
Ora era davvero Rukeli: l’albero, e mai fino ad allora quel soprannome gli sembrò così appropriato. Arrivò al proprio angolo e si versò l’acqua del secchio in faccia. Sotto di lui decine di persone ridevano, si davano gomitate, finalmente fiere di essere dalla parte vincente.
Tornò al proprio massacro, sarebbe stato veloce, avrebbe preso un paio di ganci e sarebbe andato giù, più per stanchezza che per volontà. Era una farfalla con le ali strappate in mezzo alla pioggia.
«Vai giù zingaro bastardo!» gli urlò in faccia l’avversario e sembrava più stanco di lui, più disperato.
Johann abbassò la guardia, socchiuse gli occhi in una strana sensazione di galleggiamento, di oblio. Una ragazza dalla prima fila tolse la mano da quelle del proprio accompagnatore e strinse un fazzoletto. Occhi azzurri, grandi, impauriti. Preoccupati come quelli della sua bellissima Olga prima di ogni incontro.
«Sei ancora in piedi, zingaro?»
Gli risuonò in testa come un gong e come se l’incontro fosse appena iniziato, si lanciò contro l’avversario. Scartò un paio di colpi lenti e mal portati e, saltellando si portò a sinistra in diagonale, la sequenza veloce di uno-due sbilanciò Cornelius che tento una reazione, ma Johann non era più lì. Era balzato dalla parte opposta e aveva continuato a picchiare. Prima che il campanello suonasse la fine del secondo round, Cornelius era a terra privo di sensi, in un coro di risa.

Era una notte particolarmente silenziosa quella in cui sfondarono la porta di una delle baracche vicino al fiume. I soldati entrarono di corsa, non cercarono, non chiesero. Si diressero verso una specifica branda nel precario castello di letti incolonnati. Afferrarono Johann “Rukeli” Trollmann per le braccia e lo trascinarono fuori, nel cortile. I mitra spianati. Il kapò Cornelius aveva una benda sull’occhio, la mascella annerita e le labbra gonfie. «Hai alzato la testa una volta di troppo, zingaro!» roteò il badile sopra la testa e lo sprofondò su quel viso che era stato così bello: una volta, due, finché del volto del campione non rimase che poltiglia cremisi sulla ghiaia.

L’archiviazione del decesso del prigioniero 721/1943 creò qualche problema di carattere amministrativo, nulla di complicato da risolvere, quando il soldato semplice, incaricato di compilare i moduli, decise di ignorare quelle due lettere fuori posto: “O R”.

Polly

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Mauro Lenzi
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Re: Semifinale Francesco Nucera

Messaggio#3 » lunedì 27 luglio 2020, 13:38

Argento


Prologo

Il sole sbuca tra le foglie del vitigno, mi acceca. Punto il tallone destro sul terreno e spingo. La mia schiena striscia sul palo; salgo di qualche centimetro, guadagno un po’ d’ombra.
Ho caldo. Respiro a fatica. Devo aprire la divisa. Uno, due… al terzo bottone mi arrendo: la mano trema troppo.
La gola è asciutta, mi fa male persino deglutire: sembra di ingoiare sabbia ferrosa. Se potessi raggiungere quei grappoli, potrei spremerli. Allungo il braccio: troppo lontani. Sul loro profilo si delineano piccole onde di luce dorata. Presto il sole sarà di nuovo qui a tormentarmi. Anche lui mi dà la caccia.
Fiuto l’aria: odora di sangue. Chiudo gli occhi. Sotto il palmo sento la carezza ruvida della terra. I ricordi mi assalgono.


Berlino, 1936

Nello stadio l’atmosfera è densa di silenzio. L’americano ha balzato: vola! Pianta le gambe d’ebano nella sabbia e fa una mezza capriola in avanti.
Il giudice alza la bandiera bianca. Valido.
Le urla della folla scuotono le tribune, sembra che le possano sradicare dalle fondamenta. Riprendo a respirare e mi unisco all’applauso per il mio avversario.
Viene verso di me. Gli sorrido. Mi ispira simpatia, e non voglio perdermi l’occasione di rispolverare il mio inglese. “Era facile per te, visto? Un semplice salto di qualificazione.”
“Non l’avrei passata senza il tuo suggerimento. Grazie.”
Mi tende la mano.
Gliela prendo: la mia trema per la tensione. O perché su di noi c’è lo sguardo dei gerarchi?
Mi schiarisco la gola. “Ci vediamo in finale…”
“Jesse Owens. Anche se il mio vero nome sarebbe James.”
“Carl Ludwig Herman Long. Chiamami Luz.



Amburgo, 1942

Hans si tiene le ginocchia con le mani paffute, piegato su se stesso alla ricerca di fiato. Una goccia di sudore gli scende dalla guancia avvampata e sparisce nella pappagorgia.
È già troppo grasso, considerata la sua età. Ma se saprò motivarlo, rimedieremo.
Gli metto una mano sulla spalla. “Grazie di avermi accompagnato.”
Boccheggia un “prego”. Mi scruta da sotto le palpebre semichiuse. Le sgrana. Avrà notato che non ho neppure il fiato grosso.
“Sii tenace: tra qualche giorno questa corsetta ti sembrerà facile.”
Abbozza un sorriso.
“Allora ti assegnerò un percorso più impegnativo.”
Il sorriso si spegne.
“Coraggio, Hans. Presto sarai al passo con gli altri della squadra.”
Inspira e si tira su. “Grazie, si-signore.” Tende il braccio: “Heil Hitler!”
“Heil Hitler.”
Sorrido: allenare la Libera Gioventù Tedesca mi dà soddisfazione, devo ammetterlo. Gli volto le spalle e raggiungo il portone di casa. Dallo stomaco mi sale un languore: chissà cosa ha preparato Gis—
“Mi-mister Long!”
Hans! Che vuole ancora? E perché mi parla in inglese?
Se ne sta impalato, il mento paffuto gli trema. “Lei... è un vero campione. Io la ammiro. Profondamente.”
Hans, capisco cosa vuoi dirmi; e perché temi che ti sentano.
Nei paraggi non c’è nessuno: sull’altro lato della strada, un signore ben vestito legge il giornale. Un cavallo passa tra noi, lento; tira un carro pieno di sacchi di tela.
Raggiungo Hans con due falcate. Mi chino verso di lui. “Grazie”, sussurro. “Ma nel tuo interesse, non devi farne parola con nessuno. Siamo intesi?”

Nel soggiorno Gisele mi dà le spalle, incurante degli strilli di Kai in camera da letto.
“Perché piange?”, chiedo. “Ha fame?”
Le giro attorno. Gisele abbassa il capo, una lacrima cade sul documento che ha tra le mani.
Me lo porge. Un tremito le scuote le braccia sottili.
Una cartolina di precetto. Devo presentarmi all’ufficio di reclutamento. Domani.
Gisele manda un lungo sospiro. “Alla fine te l’hanno fatta pagare.”


Berlino, 1936

Il corridoio degli spogliatoi ci inghiotte, ma l’ovazione del pubblico ancora rimbomba alle nostre spalle: si fa più ovattata via via che noi quattro avanziamo. Maffei si volta e ci lancia un’occhiata stranita da sopra le spalle; cerca lo sguardo di Tajima, ma il giapponese è imperturbabile. Io e Jesse siamo ancora abbracciati, così stretti che le nostre medaglie cozzano una contro l’altra. C’è una nota allegra nel tintinnio di oro e argento.
Jesse finge di strapparmi la mia. “Dai qua! Non vorrei rovinartela!”
“Guarda che è la tua, quella più preziosa!”

Ridiamo. È stato un grande giorno per lo sport. Jesse ha infranto i record e lo spirito che ora c’è tra noi incarna il meglio dell’uomo.
Jesse rafforza la stretta sulla mia spalla. “Luz, al di là di quello che faranno le nostre nazioni… mi piacerebbe che la nostra amicizia continuasse.”
Stringo più forte, a mia volta. “Contaci!”
Giriamo un angolo: dall’altra parte del corridoio ci viene incontro un drappello in divisa militare. Due ufficiali SS, e dietro di loro giacche kaki: al braccio sinistro fasce rosse con la svastica.
Non saranno…
Il capannello si apre. Il Führer guarda me, Jesse. Rallenta appena. Alza il braccio teso nel saluto nazionalsocialista. Ci sciogliamo dall’abbraccio: mi fermo e rispondo. Jesse gli va incontro e gli porge la mano. Ma che fai, pazzo!
Il Führer corruga la fronte. Ruota il polso per stringergli la mano, ma Jesse si impettisce in un saluto militare: deve aver capito. I palmi non si incontrano, Hitler fa un cenno rigido col capo, il drappello è già oltre. Recupero il respiro.
Alle nostre spalle, i passi si fermano. Un uomo sta confabulando con Hitler. Poche parole sussurrate: il Führer annuisce e riparte, seguito dal codazzo. Solo il suo interlocutore è rimasto fermo nel corridoio. Si gira verso di noi.
Rudolph Hess. Il Vice di Hitler.
“Signor Long. Permette una parola in privato?”

Hess appoggia la schiena alla parete del corridoio. In mano ha un portasigarette d’oro decorato da una svastica. Lo apre e mi offre una sigaretta.
Ho paura a opporre un diniego. Scuoto appena la testa.
Sul suo mento squadrato guizza un sorrisetto. “Immaginavo, ma volevo comunque mostrarglielo. È un dono del Führer. E senza offesa, è di un metallo più nobile di quello che lei porta al collo.”
Resta calmo, Luz, umile.
“Mi spiace se ho deluso le aspettative del popolo tedesco, Vice Führer...”
Agita la mano. “I negri sono selvaggi, la loro forza muscolare è ineguagliabile anche per la razza ariana.” Si mette la sigaretta in bocca. “Ci pensi: il negro era in confusione, lei gli ha detto come passare la qualificazione. Così, in finale l’ha sconfitta. Ma almeno abbiamo dimostrato al mondo che i negri sono mentalmente inferiori.“ Fruga nella tasca della divisa. “Ricorda cosa altro è stato detto? Mi aiuti, la prego.”
“Che…” Ingoio saliva che non ho. “Che gli americani dovrebbero vergognarsi di lasciare che siano i negri a vincere le medaglie per loro.”
Quelle parole mi escono a fatica. Spero che Jesse non possa sentirmi.
I piccoli occhi di Hess si strizzano di gusto. “Esatto. Tanto vale che la prossima volta facciano gareggiare dei cavalli, dico bene?”
Non muovo un muscolo.
Hess smette di tormentarsi la tasca e prende tra le dita la sigaretta spenta. Me la punta addosso come la canna di una pistola. “Signor Long. Se teme che la paternale che le ho fatto a bordo pista compaia nel film celebrativo, la posso rassicurare: sarà tagliata.”
Una sfuriata. Per aver abbracciato Jesse dopo la sua vittoria…
Hess spezza la sigaretta tra le dita. “Come le sue pubbliche effusioni con il negro. Ma glielo ripeto: che non accada più.” Scaglia i due tronconi sulla mia medaglia d’argento. Mi cadono sulle scarpe, le sporcano di tabacco. “Oggi ha già umiliato a sufficienza la Grande Germania.”


Amburgo, 1943

Mi inginocchio e spalanco le braccia. Kai sorride e trotterella verso di me. Gli metto le mani sotto le ascelle e lo sollevo sopra la mia testa: grida deliziato.
Non basterà. Non si ricorderà di me solo per gesti come questo. Ci sarebbe voluto altro tempo, ma non ve n’è più.
Kai gioca col mio orecchio, Gisele mi sistema la divisa. Dà un’ultima passata sulla mostrina da caporale col suo fazzoletto ancora umido. Ha occhi arrossati che fuggono i miei. Ogni parola è stata spesa, ogni lacrima versata. La cingo con il braccio libero e respiro il profumo dei suoi capelli. Le faccio scivolare Kai in braccio, come se così facendo potessi ingannare me e lui.
Mi fermo sulla porta di casa. Kai protende le manine verso di me. Gisele si carezza il ventre.
Lo so da pochi giorni, e già mi sembra un’era fa. Mi riaffiorano alla mente le sue parole: Se sarà una femmina, la chiamerò Gerta. In onore di Gerda Taro.
Darle il nome di una rivoluzionaria non è prudente, ma resterà il nostro piccolo segreto. Chiudo la porta di casa e corro via, lungo la strada.


Campagne di Caltagirone, Sicilia, 1943

Robert Stadler si stiracchia sul sedile del Flak. Fa girare la manovella, il cannone punta in alto. La volta celeste è bellissima. Qui, vicino all’Africa, le stelle brillano come diamanti.
“E infine il Führer, nella sua magnanimità, assegna il caporale Luz Long alla gloriosa Divisione Hermann Göring, affinché possa ritrovare il suo amico negro, quando sbarcherà qui. Ti senti emozionato, Luz?”
Va’ al diavolo. “Da quanto ne so, non è neppure arruolato.”
“Si vede che lui conta qualcosa per il suo paese.”
“Purtroppo ti sbagli.”
Robert si volta a guardarmi. Bene, mi piace parlare di Jesse, voglio che si sappia cosa ha passato.
“A New York ha presenziato a una grande parata. Gli hanno dato una camera in un hotel di lusso, ma è dovuto entrare dalla porta posteriore… l’ingresso centrale era solo per i bianchi.”
“Ipocriti”, borbotta Robert. “Noi non festeggeremmo un ebreo.”
“Il Presidente degli Stati Uniti doveva riceverlo, ma ha annullato l’incontro per non onorare il figlio di uno schiavo: temeva di perdere voti.”
“Perché sono uno stato debole. Da noi il Führer può dire le cose giuste senza preoccuparsi di quel che pensano i borghesi.”
Per racimolare un po’ di denaro, Jesse si è ritrovato a correre contro cani, cavalli e biciclette. Poveretto. Ma questo non lo dirò a Robert: non capirebbe. Meglio chiudere il discorso.
“Non si tratta così un campione.”
“Almeno il negro ha vinto la medaglia d’oro.” Robert si passa il pollice sulla lingua e lucida l’aquila sulla divisa.”Di’, te ne sei mai pentito, Luz?”
“Di cosa?”, chiedo.
“Di non esserti fatto i cazzi tuoi.”
Serro i pugni. “Non comprendi il senso dello sport.”
“Fanculo lo sport. Saresti diventato un eroe nazionale. Non ti avrebbero sbattuto nel buco del culo del mediterraneo. Ora saresti con tua moglie, e...”
“Parli troppo, Stadler! Lascia stare mia moglie.”
Robert si alza; pianta lo stivale sulla ruota del Flak: la gomma scricchiola.
“Luz, io non so come finirà questa guerra. Ma di una cosa sono certo: nessuno si ricorderà di te.”
“Cosa?” Serro le mascelle, i miei denti stridono.
Robert alza le grosse spalle. “Se dovessimo perdere, gli americani se ne fregheranno del tuo gesto sportivo per il loro negro: sarai solo un nazista, due volte perdente. E se vinceremo, non avrai contato un cazzo per la gloria del Reich, col tuo argento.”
Lei ha già umiliato a sufficienza la Grande Germania.
Mi slaccio l’elmetto e glielo scaglio contro. Robert schiva, l’elmetto rimbalza contro la canna del Flak con un clangore.
Robert sogghigna. “Guarda come si scalda il nostro quasi-campione! Mi aspettavo qualcosa di meglio da un dottorino in legge di Lipsia.”
Mi sono spinto troppo in là. Chino lo sguardo verso la terra arida. Chissà se domani sarà rossa di sangue. Ma il sangue di chi, poi?
Robert allarga i piedi, tende le gambe. Pensa che potrei gettargli la sabbia in faccia e aggredirlo. Apro il palmo, l’arenaria scivola tra le dita. “Qui non c’è legge dell’uomo”, mormoro.
Un rumore di stivali, un passo rapido e secco. Il capitano Hartmann compare alle spalle di Robert. “Questa è la legge.” Posa la mano sul cannone, lo accarezza come se fosse un gatto. “Riposo. Stadler, di che parlavate?”
“Dei negri, signore.”
“I loro negri contro i nostri italiani. Un confronto interessante, non trovate?”
Robert si schiarisce la gola. “A me non piacciono, signore. Gli italiani, dico. Sono inaffidabili.”
“Questo vale per la maggior parte dei loro comandanti. Ma in Africa i soldati hanno dato buone prove di coraggio. Voi, piuttosto: conservate la vostra combattività per quando sarà necessaria.”
Deve aver sentito il nostro battibecco.
“Sissignor—”
“Alle tende.” Mi indica col mento affilato. “Tu no, Long.”

Wolfgang Hartmann. Lo stesso nome del nostro secondo figlio, che non ho ancora visto. Non riesco a figurarmelo. Kai invece sì, ma lui non potrà ricordarsi di suo padre, non l’ha vissuto abbastanza. Se tornerò a casa...
“Caporale.” Hartmann guarda davanti a sé e tiene le mani dietro la schiena, rigida. “Parlare di negri va bene. Di sconfitta, no.”
Se ci ha sentiti, saprà che è stato Robert! Dirlo sarebbe puerile; tacere, colpevole.
“Credo fosse solo una provocazione, signore.”
“Eppure mi è stato riferito che pronunci frasi disfattiste. Peraltro, di un francese.”
Le membra mi si irrigidiscono. “N-negativo, signore. Non capisco.”
“La conquista è inutile. Qualcosa del genere.”
Espiro a fondo. E io che avevo pensato chissà cosa. Vorrei sciogliere la tensione in una risata, ma meglio di no.
“È solo un motto sportivo, signore. Nella vita l’essenziale non è conquistare, ma a—”
“Già inizia male, Long. Non possiamo permetterci cose del genere, in questa fase della guerra: la bilancia della vittoria è in equilibrio.” Hartmann ruota il collo verso di me. “Lei ritiene di non aver servito a dovere il Reich.”
Non è una domanda. Che dovrei dire?
Gli stivali lucidissimi del capitano ruotano nella mia direzione. Due passi, lenti. “Lo sbarco alleato è previsto per domattina”, sussurra. “Cercheranno di prendere questo aeroporto. Se vuole onorare la patria, avrà la sua occasione.”
Kai, Gisele! Mi sento una pietra nel petto.

***

Sferzate di dolore mi salgono dalla gamba.
Respira, respira. Come sulla pista.
Scoppia una granata. Schegge ticchettano sullo scudo del Flak.
“Sono troppi! Siamo fottuti!”, sibila Robert Stadler, chino su di me. Mi sposta le mani, lorde di sangue, e mi passa la cinghia sulla coscia; stringe.
Le raffiche di mitra sono cessate. L’aria torrida è pregna dell’odore acre della polvere da sparo, ruota in mulinelli di terra sabbiosa. Non si vede niente.
Il capitano Hartmann ci corre incontro, la testa bassa. Un filo di sangue gli cola da uno zigomo. “Siamo sconfitti”, mormora. “Questa è l’ultima postazione.”
“Avevate ragione!”, grido. “Sono un fallimento per la Grande Germania. Mi attende l’oblio...”
Robert spalanca la bocca. “Signore, mi sa che Luz è fuori di testa.”
Forse ha ragione, ma ormai non importa più. Tendo le mani. “Rimettetemi sul Flak e fuggite. Li terrò impegn—”
“La guerra finirà, Long”, sbotta Hartmann. “E la Germania avrà bisogno di un altro genere di eroi. Servila bene.” Si butta a sedere sulla postazione di tiro, al mio posto. “Stadler, portalo via!”
Robert grugnisce e mi prende in spalla come fossi un agnellino.
La cortina di fumo e sabbia si sta diradando. Il capitano chiude un occhio, scruta nel cilindro del puntatore. Posa lo stivale sul pedale di sparo.
“Long! Come finiva il motto di quel francese? Nella vita l’essenziale non è conquistare, ma…?”
Robert inizia a correre, io gli ballonzolo in spalla: la gamba mi manda fitte di dolore. “Aver combattuto bene!”, grido.
Gli occhi mi pizzicano: ma per la prima volta credo di aver visto Wolfgang Hartmann, capitano della divisione Göring, sorridere.

Il vento porta con sé l’odore del mare, ma la calura ci martella senza sosta. I passi di Robert rallentano. Attorno a noi è un frinire di cicale, sempre più vicino; d’un tratto si interrompe.
“Luz, devo metterti giù”, ansima. “Solo per un po’...”
Sposta il suo peso e io scivolo su un fianco, tra le sue braccia. Mi posa seduto contro qualcosa di rigido; sembra un palo.
“È meglio se tieni la testa su”, dice.
Apro gli occhi. Siamo in un campo, tra filari di viti. Giungono crepitii ovattati di spari: distinguo quello sordo del Flak. Non siamo così distanti come pensavo. Ricomincia il frinire delle cicale. Insistente, copre i rumori più lontani. Si devono essere abituate a noi.
Tacciono di colpo: Stadler mette mano alla fondina.
“Camerati”, sussurra una voce rotta, alla mia destra.
Una sagoma umana: incespica, si getta carponi davanti a noi. Socchiudo le palpebre, metto a fuoco: un giovane in mutande che ci fissa, stravolto. I ricci neri sono impiastricciati di terra e sudore, ha un taglio sul braccio e puzza di urina. Balbetta qualcosa in frasi sconnesse.
Stadler sputa a terra. “Non capiamo l’italiano, idiota!”
Inspiro. Le fitte di dolore tornano a farsi sentire, ma non forti quanto prima. “Parli inglese?”, chiedo.
Fa sì con la testa. “Poco! Noi...“ Rotea gli occhi, incerto. Fa il cenno di sventolare qualcosa in aria, alza le braccia e incrocia le dita sopra la testa. “Capire?"
“Che diavolo dice!”, sbotta Robert.
“Che si sono arresi.”
“Bah, strano!”
Il ragazzo ha un tremito. “Ma Americani uccidere tutti! Solo io...” Si rimette in piedi. “Americani viene qui! Scappare a paese…” Si blocca. Alza le mani lerce, tremanti.
Stadler gli sta puntando contro la P38. “Luz, digli che ti prenda in spalla!”
La campagna è silenziosa. Anche il Flak non si sente più.
“Americani vicini”, piagnucola il ragazzo.
Robert è paonazzo e madido di sudore, la sua giacca fradicia di sangue: il mio. Anche il ragazzo non è in condizioni di portarmi. Rallentarli sarebbe una condanna a morte. Riempio i polmoni d’aria. La tengo dentro di me. Gisele, Kai, vi voglio bene. E a te Wolfgang, anche se non ti ho mai conosciuto.
“Robert, questo ragazzo conosce il territorio: devi andare con lui.”
“Dobbiamo, Luz.”
“Non posso farcela.” Indico la mia gamba. “Ho perso troppo sangue. Mi servono cure, in fretta."
Spero non capisca. Sbatte le palpebre un paio di volte. Sgrana gli occhi: “Vuoi farti prendere prigioniero...” Scruta me, l’italiano, la mia gamba. “Non ti lascio senza averti fasciato.” Rinfodera. “Digli che non si azzardi a scappare.”
Va bene così, Luz. Va bene...

Il vento ha cambiato direzione. Assieme al puzzo della polvere da sparo porta della grida: ordini urlati. Si avvicinano.
Robert dà uno strattone alla fasciatura. “Fa male?”
“D’inferno”, mento.
“Buon segno.” Si alza in piedi e annuisce al ragazzo, che gli indica di seguirlo e saltella via sui piedi nudi. Robert scuote la testa. “Italiani… bah! Se la scampiamo, potrei quasi farmeli piacere.” Si volta a guardarmi. ”Abbiamo combattuto bene, Luz?”
Sorrido. “La nostra patria è orgogliosa di noi.”


Epilogo

Il sole spunta tra le foglie di vite e mi trafigge gli occhi, ancora. Ma adesso non scotta più. Anzi, ho freddo. Chiudo le palpebre. Le grida degli alleati sembrano vicine; no, lontane. Non lo so più.
Freddo.
“Luz.”
Apro gli occhi. Il sole è sempre sopra di me, ma riesco a fissarlo senza che mi accechi. Il vigneto non c’è più. Sono a sedere su un campo di terra battuta, al centro di uno stadio così enorme che non riesco a scorgerne l’estremità più lontana: svanisce in una foschia, dorata da una luce che pulsa al suo interno. Le tribune sono gremite. Le persone siedono in un colorato disordine di abiti e etnie, senza bandiere. Nessun altro sta gareggiando.
Una figura si china su di me, oscura il sole. “Tocca a te, Luz.”
Jesse!
“A… a me?”
“Certo, l’ultimo salto è il tuo, fratello. Non puoi tirarti indietro.”
“Ma…” Guardo la gamba. È sana. Mi tiro su, saltello. Nessun dolore.
Jesse mi scruta. “Ti senti bene?”
“Credo di aver avuto uno svenimento. Ora è tutto a posto.”
Ci penserò poi, ora devo saltare. Ma prima devo recuperare la concentrazione, e in fretta. Dov'è la pista?
Jesse mi fa cenno di seguirlo. Se ha capito la mia confusione, la vedrà anche il pubblico.
Datti un contegno, Luz Long.
Mi impettisco, lo seguo. Va verso la foschia luminosa, che inizia subito dopo la linea del salto. La pista è proprio sotto i nostri piedi.
Non puoi tirarti indietro.
Solo ora realizzo che ci siamo parlati in tedesco. Credo che dovrei sentirmi raggelare, invece provo benessere.
“Tu non sei Jesse, è così?”
Mi sorride. “Ha importanza? Vedila in questo modo, Luz: sto sognando, ma al mio risveglio ricorderò quanto basta. Per cui, se posso fare qualcosa per te, chiedi pure.”
Cos’è più importante, ora?
“Vorrei che i miei figli sapessero della parte migliore di loro padre: della nostra amicizia.”
Alza il pollice. “Non dovrei dirtelo, ma Kai mi vorrà come testimone alle sue nozze.”
Mi si inumidiscono gli occhi.
Jesse arretra. “È il momento, fratello. Ed è tutto tuo, come questa pista.”
Misuro i passi. La luce pulsa più forte. Ai suoi bordi, piccole saette argentee si fondono col nucleo d’oro. Gli spalti fremono. La gente si è alzata in piedi.
“Niente salti di prova”, dice Jesse, alle mie spalle. “Come piace a voi europei. E uno solo.”
“E se non mi qualifico?”
Una risata argentina. “Ti sei già qualificato.”
Cosa ci sarà oltre quella linea? Potrei chiederlo, ma ho un modo migliore per scoprirlo. Un modo che conosco bene. Mi chino per la rincorsa.
Un applauso scuote lo stadio in un crescendo. Tutto l’opposto a come mi aspettavo, a come ero abituato. Mani e bocche di tutti i colori mi incitano. Ritmi e lingue diverse, in un’armonia grandiosa.
Scatto. Corro verso la luce, l’ultimo passo sulla linea. Spalanco le braccia.
Salto.


Tutte le nazioni del mondo hanno i propri eroi, i semiti così come gli ariani. E ognuna di loro dovrebbe abbandonare l’arroganza di sentirsi una razza superiore.

Luz Long

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Re: Semifinale Francesco Nucera

Messaggio#4 » lunedì 27 luglio 2020, 22:09

Il Record

Taylor raggiunge il traguardo, prosegue la corsa per inerzia ancora per qualche metro, poi si ferma. Ansimando, alza la testa verso suo padre.
- Quanto?
Burt si gratta il cranio calvo, poi scuote la testa.
- Quarantadue e cinque.
Taylor sputa, poi si lascia scivolare in ginocchio. Non vede e non sente nulla fino a quando non percepisce la mano ruvida del vecchio sulla spalla.
- Non va bene, pa’.
- Sei sceso di quattro decimi, Tay: è tanto.
- Mancano due settimane alla gara! – sbotta l’atleta, dando un pugno al terreno della pista. – Hermes Norman scenderà sotto i quarantadue secondi!
- Credi davvero alle spacconate di quel giamaicano? A Los Angeles ha fatto quarantadue e undici decimi e non può averne guadagnati più di te.
Taylor afferra suo padre per la giacca e lo obbliga a osservarlo negli occhi stralunati.
- Non posso restare indietro… non posso! – biascica, sputando il sudore che gli cola dalle guance d’ebano.
Si alza in piedi e comincia a zoppicare verso la linea di partenza. Incespica dopo una decina di passi, ma suo padre riesce ad afferrarlo prima che cada.
- Facciamo una pausa, ok? Dai, Tay: è da stamattina che non ti fermi!
- No… n-niente pausa… devo continuare…
Il padre lo deposita su una sedia a bordo pista e apre un ombrellone per dargli un po’ di refrigerio. Prende due bevande energetiche da una borsa frigo e gliene offre una. Taylor non allunga nemmeno la mano. Prova ad alzarsi, ma lo sforzo gli strappa un gemito.
- Non riesci nemmeno a camminare: come pretendi di correre?! – gli dice il padre, bevendo un sorso di bibita. – Per oggi abbiamo finito e non voglio sentire altre storie.
Taylor storce le labbra e prende la bevanda. Resta in silenzio, gli occhi fissi davanti a sé. Nelle pupille dilatate solo il riflesso della pista.
- Sono finito, pa’.
- Stai per partecipare a un’olimpiade, Tay: nessuno potrebbe pensare una cosa simile.
- A cosa serve partecipare se non riesco a essere il migliore?
Beve a fatica. Anche se il ritmo del respiro è tornato normale, si accorge che le sue mani continuano a tremare. Suo padre gliele stringe.
- Tay, quello che conta non è essere il migliore. Quello che conta è aver dato il massimo per diventarlo. Lo diceva anche De Coubertin.
- E tu ti fidi davvero delle parole di un francese, pa’? – La bocca di Taylor si piega in un ghigno, ma non resiste più di una manciata di secondi. – A nessuno interessa quanto impegno ci metto: se non sarò in cima a quel podio, con la medaglia d’oro al collo e un record al mio carniere, non sarò un cazzo di nessuno.
Il giovane scosta le mani del padre e torna a bere. Irrigidisce i muscoli del braccio per impedire alle mani di tremare. Le dita affondano nella plastica morbida.
- Nessuno si ricorda di chi ha “partecipato”. Se non sei un campione, sei una comparsa, un fantasma, un fallito, un…
La frase gli si strozza in gola. Alzando lo sguardo verso suo padre, vede la ragnatela di rughe del suo volto irrigidirsi, mentre gli occhi si chiudono in due fessure.
- Scusa, pa’: non volevo…
- Non hai detto niente di sbagliato, Tay – gli risponde il vecchio, mentre il suo volto torna ad ammorbidirsi. – Nel nostro mondo, nessuno si ricorda dei perdenti.
I due restano in silenzio. Sguardi in direzioni diverse, volti stanchi.
Alla fine, Burt emette un lungo sospiro e torna a stringere le mani del figlio.
- Ci… ci sarebbe un modo per migliorare i tuoi tempi.
Taylor si stacca di scatta dallo schienale e si volta verso il padre.
- Che modo? – Aggrotta le sopracciglia. – Non sarà qualcosa di illegale?
- No, no non è niente di illegale… niente porcherie chimiche o roba simile… - alza le spalle e si morde il labbro – è un metodo… diverso.
Taylor annuisce, poi stringe a sua volta le mani di suo padre e lo guarda negli occhi.
- Mostramelo.

Il taxi lascia Burt e Taylor all’angolo tra la Cluset e la Benefit, davanti a un minimarket in rovina. Il vecchio allunga alcune banconote al tassista, poi si avvicina al figlio. Indossa un vecchio impermeabile lungo fino ai piedi, mentre la testa è coperta da un newsboy marrone. Taylor indossa una tuta da ginnastica e una felpa. Si alza il cappuccio in testa quando sente arrivare l’ennesima folata di vento.
- Che posto di merda – sussurra, guardandosi attorno.
- Con gli anni non è cambiato – gli risponde il padre. – Ora capisci perché me ne sono andato appena ho potuto.
Seguendo la linea di lampioni irregolari, i due discendono lentamente la strada che conduce al lago. Non incontrano nessuno, e nessuno fa capolino dalle finestre degli edifici vicini. All’altezza di un night dall’insegna scolorita, possono sentire alcune note di Duke Ellington.
Raggiunta la riva del lago, proseguono verso est, fino al vecchio molo. Burt si ferma. Seguendone lo sguardo, Taylor si accorge che sta guardando l’unico edificio illuminato.
- È quello – mormora, deglutendo. – È esattamente come me lo ricordavo.
Il ragazzo annuisce. Quando riprendono a camminare, si rende conto che suo padre sta avanzando più lentamente.
- Pa’.
- Dimmi.
- Tu credi davvero a questa… questa cosa?
- Il tuo bisnonno ci credeva. Diceva che certe cose sono parte del nostro retaggio da sempre e che avrebbero fatto parte di noi in ogni caso, qualunque cammino avessimo deciso di seguire. Fu lui a convincere mio padre… tuo nonno a portarmi qui, prima di Montrèal.
- E perché non ne hai approfittato?
Burt non risponde. Il modo in cui storce le labbra spinge il giovane a non ripetere la domanda.
Hanno raggiunto l’edificio illuminato, una palazzina di tre piani in mattoni rossi, con un portone laccato di verde e dalle decorazioni d’ottone scrostato.
Burt bussa tre volte.
- Chi è?
- Burt Owens.
La porta si apre. Sulla soglia compare un uomo di colore alto e sottile, apparentemente della stessa età di Burt. Anche se è notte, indossa occhiali da sole dalle lenti sottili.
- Signor Freeman… - Burt si toglie il berretto e fa un cenno di saluto con la testa. Il padrone di casa sorride e allunga una mano verso il suo volto.
- Quanti anni, Burt… non sei più il giovane Owens… - gira lentamente la testa verso Taylor. L’atleta può percepirne lo sguardo indagatore dietro le lenti – ora ce n’è un altro…
Taylor si toglie il cappuccio.
- Buonasera, Signor Freeman.
L’uomo si scosta dallo specchio della porta.
- Entrate pure. Parleremo più comodamente nel mio ufficio.
Taylor lo segue senza esitazioni, seguito da suo padre. Attraversano un lungo corridoio immerso nella penombra, con le pareti costellate di vecchie foto. Il Signor Freeman apre l’ultima porta sulla destra. Le narici di Taylor sono aggredite dall’odore di naftalina e erbe bruciate.
- Prego: accomodatevi – dice il loro ospite. – Gradite un sigaro?
Taylor fa un gesto di diniego con la mano. Si guarda attorno: la stanza è effettivamente uno studiolo, con una scrivania di legno chiaro e alcune vetrinette piene di libri e faldoni di documenti. A parte la carta da parati rossa a motivi arabeschi, l’unica cosa che attira la sua attenzione è un tavolino sul fondo della stanza, ingombra di ogni tipo di feticci e statuette di legno.
Mentre si siede su una poltrona, le osserva: raffigurano umani, animali e ibridi dei due dalle forme grottesche, tutti nella posa di una danza scomposta.
- Quindi, Burt, siamo ancora qui. Le stesse posizioni di cinquant’anni fa e gli stessi motivi. Solo che stavolta non sei tu ad aver bisogno del mio aiuto…
Il vecchio annuisce.
- Il mio ragazzo mi somiglia poco, Signor Freeman. Le sue capacità sono superiori in tutto a quelle che avevo alla sua età. Anche le sue ambizioni sono di un altro livello.
- Ecco, questo è un punto interessante – risponde il padrone di casa, accendendosi un sigaro e spostando lentamente lo sguardo da un Owens all’altro. – Dimmi, ragazzo: perché corri?
La domanda galleggia nell’aria senza una risposta. Il giovane si volta verso suo padre, ma il vecchio si limita a scrollare le spalle.
- In natura, i predatori corrono per raggiungere le prede e procurarsi il nutrimento. Le prede, d’altro canto, corrono per sfuggire a chi dà loro la caccia. In entrambi i casi, si corre per la vita e per la sopravvivenza del proprio seme, ma uno insegue, mentre l’altro fugge. – Freeman socchiude gli occhi: attraverso le due fessure, Taylor ne percepisce lo sguardo bruciante, come se lo stesse scrutando fin dentro l’anima. – Tu, ragazzo, cosa sei? Preda…o predatore?
Con la coda dell’occhio, il giovane vede suo padre irrigidirsi sulla poltrona e stringere spasmodicamente il berretto nelle mani. Prende due respiri profondi, poi affronta lo sguardo di Freeman.
- Corro perché voglio essere il migliore. Non voglio essere uno dei tanti e non mi basta nemmeno il podio: ho sacrificato ogni cosa per essere il campione e non accetterò niente di meno – dice, lasciando sgorgare le parole più profonde. – Se all’Olimpiade non sarò il primo e non potrò essere l’uomo più veloce del mondo, allora avrò sprecato la mia vita.
Freeman annuisce lentamente. Sbuffa una lunga nuvola di fumo e spegne il sigaro in una ceneriera di vetro azzurro. Sorride.
- Hai proprio ragione, Burt: ti somiglia davvero poco.
Taylor incrocia lo sguardo con suo padre e lo vede abbozzare un sorriso tirato. Freeman si alza e si avvicina al tavolino con gli idoli. Dal taschino del panciotto scuro estrae uno zippo: lo usa per accendere i turiboli agli angoli del tavolo. La lieve nota di incenso che Taylor aveva sentito in precedenza si fa più marcata, ma il giovane quasi non ci fa caso: la sua attenzione è totalmente concentrata su Freeman e sui segni incomprensibili che effettua con le mani, mentre salmodia parole a mezza bocca. Alla fine, rivolge un leggero inchino e prende con estrema delicatezza uno degli idoli.
- Nyo–Fratha, il Primogenito del Persecutore – dice, accarezzando l’ibrido uomo-felino scolpito nel legno. – Secondo le Oniromanzie di Peryalla è giovane, orgoglioso e vorace… tutti tratti che avete in comune.
Apre un cassetto e ne estrae uno stiletto. Mentre ne saggia il filo sul palmo della mano, si avvicina a Taylor.
- Tu non credi davvero a quello che stiamo per fare, vero? Per te è solo un po’ di mumbo jumbo. Vecchie superstizioni senza senso.
- Se c’è anche solo una possibilità su un milione di diventare più veloce, sono disposto a credere a qualunque cosa.
- Ti viene concesso molto di più di una possibilità su un milione – gli risponde Freeman, porgendogli l’idolo. – Ma se accetti, non potrai più tornare indietro. La corsa diventerà la tua vita e non vi sarà posto per nient’altro.
Taylor guarda l’uomo. Cerca i suoi occhi oltre le lenti degli occhiali. Quando li incontra, serra la mandibola e snuda i denti.
- La corsa è già la mia vita. Non c’è niente da sacrificare.
Afferra l’idolo. Nell’istante in cui ne tocca l’estremità inferiore, Freeman fa scattare lo stiletto e incide dei tagli profondi sul palmo. L’atleta apre la bocca per urlare, ma la voce gli si strozza in gola: la punta dell’arma ora lambisce la pelle tra i suoi occhi. Mentre il sangue comincia lentamente a scorrere sul feticcio, i suoi sensi si spengono, finché ogni sua percezione non si riduce alla voce di Freeman che salmodia e il suo volto che galleggia nel buio. Poi anche quello scompare e gli occhiali dalle lenti sottili si dissolvono.
Restano solo gli occhi. Scintillano di una luce sinistra.
Improvvisamente, ce ne sono migliaia. Si dispongono attorno a lui in geometrie complesse, come costellazioni maligne.
Taylor li sente scavare dentro la sua mente, mettendo a nudo ogni fibra del suo essere.
Urla, mentre affonda nel buio.

- Pa’?
- Dimmi, Tay.
- Questa cosa con il Signor Freeman quanto ci è costata?
Burt si stringe nella giacca. Alza le spalle, rabbrividendo per l’aria fredda del porto.
- Una sciocchezza, Tay. Consideralo un regalo di compleanno anticipato.
Il ragazzo annuisce. Calcia una lattina di birra vuota mentre spia il volto di suo padre.
- Pa’?
- Dimmi, Tay.
- Quello che vi siete detti prima… sul fatto che tu e io ci assomigliassimo poco… ha chiesto anche a te perché corressi, quando sei venuto la prima volta?
Burt non risponde, ma non ce n’è bisogno: la smorfia che compare sul suo volto è fin troppo eloquente per Taylor.
- Cosa gli hai risposto?
Il vecchio sospira.
- Gli dissi che correvo per andarmene da questo quartiere e che la mia massima aspirazione era costruirmi una vita lontano dal degrado in cui ero nato – dice, parlando sottovoce, quasi che le parole escano dalla sua bocca controvoglia. – Per me la corsa era lo strumento, non il fine.
Taylor resta in silenzio per qualche istante. Lasciano alle loro spalle le luci del porto e si immettono sulla strada che li riporterà indietro. Su una panchina, l’atleta intravede la sagoma di un senzatetto che dorme sotto una coperta di cartone.
- È per questo che hai rifiutato il suo aiuto?
Burt annuisce. Allunga un braccio sulle spalle di suo figlio e lo stringe a sé.
- Ho avuto la mia occasione, Tay, ma un simile obiettivo era troppo alto per una preda come me – I suoi occhi luccicano nella penombra. – Tu puoi farcela, puoi essere il migliore di tutti. Qualunque sia il prezzo da sostenere, io sarò al tuo fianco.

Il campo è caldo nella serata estiva.
Taylor ripete gli esercizi di riscaldamento e fa scattare il corpo già teso ed elastico come una molla. Mentre si massaggia una gamba, osserva la tribuna e cerca suo padre. Cerca di concentrarsi sul suo sorriso, piuttosto che sugli occhi delle migliaia di spettatori del campo. Lo saluta e si avvicina ai blocchi di partenza. Sono già tutti lì: Menardi, Conrad, Nesler… anche Norman ha preso posto, anche se continua a far divertire la folla saltando come un grillo. Quando i loro sguardi si incrociano, il giamaicano gli strizza l’occhio e fa rapidamente un quattro e un uno con le dita. Taylor annuisce, poi gli risponde facendo un quattro e uno zero. Il suo avversario ride e si inginocchia ai blocchi. Taylor lo imita.
Si contano i secondi.
Il colpo di pistola.
Partono.
Taylor scatta. Una scarica di energia attraversa le gambe elastiche mentre pianta le prime falcate. Ogni muscolo del suo corpo si tende ed esplode. Ogni movimento asservito allo scatto e alla corsa.
La sua mente oblia qualunque elemento superfluo e si concentra sulle uniche cose importanti: la pista e il traguardo in fondo a tutto. Persino gli avversari diventano ombre a malapena distinguibili, da lasciarsi alle spalle senza altra considerazione.
A dieci falcate, la vista laterale di Taylor individua quattro ombre attorno a lui. A sedici ce ne sono solo due. A ventiquattro, solo una, incollata al suo passo come se fossero una cosa sola.
A trenta, avverte i primi cambiamenti.
Si sente invadere dal calore, come se il cuore gli pompasse nelle vene metallo fuso. I muscoli si gonfiano e si tirano, vibrando con un’elasticità che non hanno mai conosciuto. I suoi sensi si acuiscono: può percepire la precisa resistenza dell’aria sulla pelle; il rimbombare dei suoi passi sul campo; l’odore di adrenalina e sudore della tensione agonistica.
Sta diventando più veloce: l’ombra che insidiava il suo traguardo comincia a farsi indietro, fino a perdere il contatto con lui e a svanire alle sue spalle. Resta solo lui, la pista d’atletica e quel traguardo che si fa più vicino a ogni passo.
Lui guarda già oltre. La velocità lo inebria, agita la sua mente e ne cancella ogni pensiero e ricordo superfluo. I suoi sensi percepiscono lo scricchiolio delle sue ossa e il modificarsi doloroso della sua carne per adattarsi all’aerodinamicità, ma il tutto resta come rumore di fondo. Persino il grido di suo padre non ha importanza, quell’urlo di terrore che si leva dalla tribuna e che i suoi sensi affinati possono isolare tra i rumori del campo. Prova un istante di malinconia, niente di più: la velocità inghiotte tutto e piega ogni pensiero alle sue necessità.
Taylor non la combatte. Forse non lo farebbe nemmeno se ne avesse le forze. Non si oppone nemmeno quando, ormai a più di due terzi della corsa, la volontà estranea della velocità lo fa balzare a terra e lo spinge a correre a quattro zampe, mentre gli artigli insanguinati che sono emersi dalle sue dita strappano il terreno sotto di lui. Conta solo quel traguardo e la sensazione del suo corpo che oltrepassa ogni limite.
Passo dopo passo.
Dolore dopo dolore.
Tende ogni fibra del suo corpo nello scatto che lo fa volare oltre il traguardo.
È solo.
Ha vinto.
Apre la bocca per lanciare un grido di trionfo, ma dalle fauci ricolme di zanne emerge un ruggito, che risuona nell’arena fino a coprire ogni altra voce.
Con l’ultimo sprazzo di volontà che gli resta, volta lo sguardo verso l’arbitro di gara, in piedi accanto al traguardo. Come se l’uomo si muovesse al rallentatore, ne vede la sua bocca spalancarsi e il volto contrarsi in una smorfia. Lo vede portare le braccia davanti a sé, come a proteggersi da un orrore indicibile. Poi, in una delle sue mani, vede il cronometro di gara e legge il suo tempo.
Trentaquattro secondi.
Record del mondo.
Prima che la sua volontà si dissolva del tutto nel vortice della velocità, fa in tempo a capire di essere diventato l’uomo più veloce del mondo. Fa in tempo anche a chiedersi se possa ancora essere considerato un uomo.

di Agostino Langellotti

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Re: Semifinale Francesco Nucera

Messaggio#5 » lunedì 3 agosto 2020, 0:56

Carissimi Sfidanti, eccoci al mio verdetto.
Prima di tutto vi ringrazio per le ottime letture, siete stati talmente bravi da farmi pensare che sia un peccato far morire in questo contest i racconti, meriterebbero una raccolta Olimpica. Cosa che probabilmente non avrò voglia di fare (ma non si sa mai).
Ma veniamo ai commenti.

Il Record

Lettura gradevole con un finale “cattivo” al punto giusto però il racconto ha la grande pecca di essere troppo lineare. La storia scorre in maniera troppo semplice e poco accattivante.
Abbiamo un ragazzo che vuole vincere a tutti i costi, al punto che il suo diventa un problema patologico, ma non sappiamo il perché. Ci sta che abbia voglia di arrivare primo ma non ci spieghi perché è disposto a giocarsi tutto per farlo. Trovo abbastanza irreale anche il comportamento del padre che, a suo tempo, aveva rifiutato lo stesso trattamento che poi fa fare al figlio.
Lo stile di scrittura è ottimo anche se non ho apprezzato particolarmente la scelta del presente che allontana un po' il lettore.

Argento

La scrittura è leggermente meno curata dei suoi rivali, ma ha una storia solida che mi ha preso dall'inizio alla fine.
Devo ringraziarti per avermi ricordato la storia di Jesse Owen, di contro sono un po' arrabbiato con te perché ho odiato a morte i titoli dei paragrafi che trovo una scorciatoia poco elegante. Ci sono mille modi per far capire i salti temporali e quello che hai scelto non mi piace. Ti sprono a osare di più, anche nella struttura del racconto. Nel tuo caso avrei preferito vivere la vita di Carl al contrario, così da far crescere la curiosità. Partendo magari non dalla morte ma dall'attacco degli Alleati per poi rivivere la storia che l'ha portato lì, un boccone alla volta.
Devo dire che ho trovato poco approfondita la psicologia del protagonista.
Nel complesso la lettura è già ottima così, ma questo racconto credo possa avere un ampio margine di miglioramento.

OR

Poco da dire, il racconto scorre che è un piacere. Ottima la descrizione del campo e la psicologia dei personaggi. Si respira l'angoscia dei prigionieri e la follia dei nazisti.
Ben gestite anche le scene di box.
Niente da dire, anche se qualche virgola è fuori posto.
Ottimo lavoro.


Ecco la classifica, anche se credo si possa intuire…

1) OR
2) Argento
3) Il Record

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Mauro Lenzi
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Re: Semifinale Francesco Nucera

Messaggio#6 » martedì 4 agosto 2020, 11:27

Grazie per i suggerimenti, e complimenti a tutti, soprattutto a Polly!

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