L'atollo misterioso Cap. 3 Il gigantesco orrore

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roberto.masini
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L'atollo misterioso Cap. 3 Il gigantesco orrore

Messaggio#1 » lunedì 10 agosto 2020, 18:06

George tentò di spiegare alla moglie quanto gli era accaduto ma non trovava le parole. Alla fine disse che l’isola era abitata da animali strani e pericolosi. Quindi era necessario costruirsi un rifugio in cima a una di quelle grandi magnolie dalla quale sarebbero soltanto scesi per procurarsi gamberetti e ricci di mare sulla spiaggia e noci di cocco.
Con le canne di bambù riuscirono a legare rami che trovarono sul limitare della foresta di palme e così costruirono un riparo abbastanza in alto; le corde che avevano salvato consentivano di scendere e di risalire. Lavorarono tutto il giorno. Anche Rosalinde diede una mano. George costruì un altro arco e delle frecce. Alla sera, spossati, si addormentarono senza aver toccato cibo tutto il giorno.

I raggi del sole penetrarono tra le grandi foglie e April si svegliò. Scosse il marito:
«George, alzati, sono già le nove, sempre che quest’ orologio funzioni! Mentre Rosalinde ancora dorme, mi puoi raccontare con esattezza che specie animale così tremenda hai incontrato? Voglio sapere tutto, non foss’altro che per riconoscerla quando la vedrò, se la vedrò!»
George sia alzò dal giaciglio e si stiracchiò; nel farlo sentì un forte dolore alle dita dei piedi che strinse con forza.
«Che hai?» domandò la moglie con un grido che risvegliò Rosalinde. «Dormi ancora un po’, Rosalinde: è ancora presto!» sussurrò suadente alla bambina, che si girò su un fianco e si riaddormentò. «Dicevo, George, hai male ai piedi?» bisbigliò.
«Niente, April. Forse la corsa di ieri…»
«Nessuno di noi può permettersi di ammalarsi: ne va della nostra salvezza. Allora, dimmi che cosa hai visto!»
George decise di omettere la fine della bestia e quindi disse:
«Mentre ero vicino alla laguna che è abitata da murene giganti, dalla foresta è sbucato uno scimmione…»
«Un gorilla, uno scimpanzé, un orango?»
«Beh, era simile a un gorilla. Aveva il pelo nero, il testone ma avanzava eretto ed era meno robusto d’aspetto. Poi era più alto di un gorilla: misurava almeno due metri mezzo. Per fortuna non era molto pesante e sono riuscito a fargli sbattere la testa contro una roccia. E così mi sono salvato perché con le frecce non ero riuscito nemmeno a scalfirlo. Non so se ce ne sono altri. Lo scopriremo presto!» rispose George che cercava di cancellare dalla mente la macchia nera putrescente. «Speriamo che non siano scimmie che si arrampicano sugli alberi!» concluse, guardandosi intorno.
E davanti a lui scoprì i frutti di quella strana magnolia che fino al giorno precedente non aveva visto. Sembravano papaie blu. Ne staccò una e la aprì; era piena di semi che sputò, mentre addentava la polpa. Com'era dolce! La offrì alla moglie che replicò:
«Questo frutto non è acidulo come le tue mele, anzi è troppo dolce. Preferisco continuare a mangiare il cocco!»
Attraverso le fronde scrutarono il cielo tutta la mattina: solo cirri, niente aerei!
Quando il sole fu a picco, scesero per cercare cibo sulla spiaggia. George aveva con sé l’arco, le frecce e un remo. Alla sera accesero il solito falò come segno della presenza di uomini e lo tennero vivo per molte ore.
I giorni si susseguirono, monotoni, senza passaggi di aerei, avvistamenti di navi, incontri di mostri. La dieta alimentare era sempre la stessa: ricci, granchietti, qualche piccolo pesce, noci di cocco e papaie blu che però mangiava solo George. L’unica variante capitò loro dopo circa una settimana: un’enorme testuggine uscì dall'oceano per deporre le sue uova che ricoprì così scrupolosamente con la sabbia da non lasciare traccia ma sotto gli occhi attenti dei tre naufraghi.
April era preoccupata per Rosalinde che, nonostante mangiasse con regolarità, stava dimagrendo a vista d’occhio e soprattutto ogni notte aveva incubi. Si svegliava spesso invocando la mamma. L'ornitologo visitò la bambina, utilizzando le sue reminiscenze mediche, frutto di studi universitari ormai lontani, ma non riscontrò nulla.
Dopo due settimane l’uomo aveva preso una decisione che tentò di condividere con la moglie:
«È passato molto tempo ormai. Scimmioni non ne abbiamo visti. Può essere che quello fosse l’unico rimasto sull’isola. Questa foresta ci copre agli occhi di soccorritori che potrebbero arrivare da est. Cara, io domani devo arrivare alla laguna, superarla e raggiungere l’altra parte dell’isola. Qui trascorrerò la notte e accenderò un fuoco. Dopodomani tornerò. Voi aspettatemi sempre qui sull'albero. Vi lascio arco, frecce e un remo. Io parto con l’altro remo e arco e frecce.»
«George, è troppo pericoloso. Non siamo sicuri che non ci siano più mostri e credo che i soccorsi arriveranno dal cielo e non dal mare. Perciò ci dovrebbero individuare a prescindere dalla nostra posizione su quest’isola. Rimaniamo tutti uniti!» rispose April, stringendogli il braccio.
Anche Rosalinde che aveva sentito la discussione corse verso i due, abbracciandoli.
George si divincolò dolcemente dalla stretta e disse:
«Non possiamo essere sicuri di nulla, neanche che non passerà nessuna nave! Devo proprio andare!»
Il giorno dopo si alzò all'alba, baciò la guancia della moglie e la fronte di Rosalinde, senza svegliarle, e partì. Dopo circa tre ore raggiunse la laguna delle murene giganti senza aver incontrato mostri: solo uccelli simili a esemplari europei ma più grandi e la solita tartaruga alligatore che aveva cercato invano di morderlo. L’acqua della laguna era agitata da spruzzi e chiazzata di sangue, ma George non riuscì a individuare lo sfortunato animale che era caduto in acqua. Decise di spostarsi sulla sinistra per iniziare il periplo della laguna. Fatti pochi passi, intravide qualcosa tra le felci e si fermò con il cuore che batteva a mille. Sfilò l’arco e incoccò una freccia, pronto a colpire. L’abbassò subito dopo: in uno spiazzo, libero da erbe, era comparso un coniglio. Certo era di notevoli dimensioni, più grande di qualsiasi coniglio della Patagonia o delle Fiandre, lungo almeno un metro e mezzo e, a occhio, di circa 15 chilogrammi di peso, ma altrettanto pauroso. Scomparve di nuovo tra le felci. George continuò il suo semicerchio fino ad arrivare nell'estrema parte est dell’isola. Qui non trovò spiagge. C’era solo una foresta di mangrovie che giungeva sino a un basso litorale che in quel momento stava per essere sommerso dall'alta marea. In mezzo a quell'intrico di rami non era possibile accendere alcun fuoco né fare segnali di altro genere. George si spostò sempre più a destra alla ricerca di uno spiazzo. E fu fortunato perché, sull'estremo lato destro della laguna, trovò uno spazio non occupato da piante, solo una specie di muschio grigio. Qui decise che avrebbe acceso il falò, dopo aver individuato il grosso ramo di una mangrovia, dove avrebbe passato la notte. Si svegliò di soprassalto. Quel terribile grido l’aveva sognato o lo aveva emesso qualche animale? Rimase immobile in ascolto. Silenzio. Faticò ad addormentarsi perché sentiva la mano sinistra intorpidita e un formicolio ai piedi.
Il sole era già alto.Era tempo di andare. Afferrò le armi per precipitarsi sulla via del ritorno, cercò d’infilarsi le scarpe da ginnastica, ma si fermò di scatto. Il dorso della sua mano sinistra era ricoperto da una strana peluria nera ispida. E non riusciva più a infilare le scarpe. Perché? Cosa gli stava accadendo. Avvolse la mano dentro a un fazzoletto, legò i piedi sopra le scarpe a mo’ di sandalo con alcuni robusti steli di grandi felci e si diresse con passo incerto sulla strada del ritorno, dopo aver dato un ultimo sguardo all'orizzonte e alle ceneri del falò.
Li raggiunse che stavano dormendo profondamente. Anche lui si coricò e si addormentò.

«Che cosa hai fatto alla mano?»
«Niente, cara. Mi sono ferito cadendo su un ramo.»
«E come mai non hai le scarpe?»
«Le ho mezze rovinate, cadendo. A una si è staccata la suola e l’altra ha un taglio sulla tomaia e non ha più i lacci!»
«Non hai fatto cattivi incontri?»
«No, nessun mostro. Sono riuscito ad accendere un fuoco ma non si è visto nessuno. Qui?»
«Lo stesso. Rosalinde e io abbiamo raccolto i soliti ricci e abbiamo scrutato invano l’orizzonte fino al calar del sole.
George parlava a fatica, si sentiva stanco e raggiunse il rifugio aereo, dove si assopì. April lo svegliò a sera per la cena ma il marito aveva un forte mal di testa e non toccò cibo se non le sue mele.

Il giorno successivo si svegliò molto presto. Il mal di testa era passato. Si sentiva però tutte le ossa rotte. Sollevò il fazzoletto e controllò la mano; il pelo nero era diventato più folto e aveva superato il polso. I piedi gli sembravano un po’ più lunghi rispetto al giorno precedente.
Decise di radersi e con tutto il necessario raggiunse la spiaggia. L’aurora stava rendendo rosa tutto il cielo e sembrava regnare una grande pace. Nessun canto d’uccello, nessun verso di altri animali; solo il rumore della risacca.
Afferrò lo specchietto e si guardò. Ebbe un moto di repulsione. La sua fronte non era mai stata così alta né le sopracciglia così ampie. Gli occhi erano infossati, il naso pure e le sue labbra sottili erano diventate oltremodo carnose. Si guardò intorno, temendo di essere raggiunto da April o da Rosalinde. Tutto era immobile. Anche il mare, ora, gli sembrava incredibilmente piatto. Mise una mano dentro i pantaloni. Un pelo ispido si estendeva dal pube all'ombelico. Si tirò giù i pantaloni; il pelo era nero. Provò un acuto dolore alle mani. Mentre le osservava, vide le unghie allungarsi. Si portò le mani sulla testa e cominciò a riflettere:
“Queste alterazioni alle ossa sembrerebbero indicare un’osteite deformante. Non avevo fatto quel corso all’università dove si parlava del morbo di Paget, con deformità ossee causate da un virus? Ma nessuna alterazione poteva comparire con questa velocità. Che cosa ho fatto di diverso rispetto a mia moglie e Rosalinde? Toccato le stesse cose, dormito nello stesso posto, lavato con la stessa acqua di mare, mangiato le stesse… No, io, solo io ho mangiato le mele e le papaie… E poi quest’isola è piena di uccelli che dovrebbero essere minuscoli e non lo sono… e anche quella tartaruga enorme…Come ho fatto a non capire!”
Si guardò di nuovo la mano: gli ricordò quel gigantesco scimmione che aveva cercato di ucciderlo. Ora, purtroppo, sapeva cosa fare. Sussurrò all'orecchio della moglie:
«April, svegliati!»
Quando aprì gli occhi, le mise una mano sulla bocca:
«Non gridare, April; sono io! Ho preso un virus che forse era nei frutti che solo io ho mangiato e mi sto trasformando, mi sto ingigantendo, come quello scimmione che ti ho descritto. Forse qui tutti gli animali si sono ammalati perché sono incredibilmente grandi. Non so perché succede, ma so che succede. Ora io mi allontanerò da qui e andrò fino alla laguna. Non posso sopravvivere a lungo con questa velocità di trasformazione. Tu bada a Rosalinde! E se vedi un aereo, lancia il razzo. E se arrivano i soccorsi dal mare, devi dire che io non sono sopravvissuto. La stessa cosa racconterai a Rosalinde. Amore, ora ti tolgo la mano dalla bocca, ma non gridare!»
April non gridò. Abbracciò George e lo baciò sulla bocca ma poi non voleva staccarsi. Fu George ad allontanarla, mentre lei piangeva, disperata.
«Non, George, non mi lasciare. Tu non devi morire. Dobbiamo salvarci tutti, Resta, ti prego! Troveremo una cura!» urlava April ma George non la sentiva più; era sparito nella foresta di palme.
George corse all'impazzata. Le mani si stavano allungando e le ossa del cranio pure. Non ragionava più con chiarezza ma aveva in mente un’unica cosa: gettarsi nella laguna delle murene giganti.

Un aereo, quello era il suono del motore di un aereo! Il sole era alto nel cielo. April si precipitò sulla spiaggia con la pistola lanciarazzi in mano. Inserì il razzo e alzò il naso in aria, facendosi ombra agli occhi con la mano. In quel momento spuntò Rosalinde che correva urlando verso di lei e contemporaneamente comparve l’aereo. April stava per sparare, quando comprese perché la bambina gridava. Dietro Rosalinde avanzava a grandi passi uno scimmione alto tre metri. April abbassò la pistola e sparò il razzo contro il gigante che, colpito agli occhi, inciampò e cadde, sfracellandosi la testa. April corse ad abbracciare Rosalinde e poi, ordinandole di non muoversi, si diresse verso il gigantesco orrore.
Fece appena in tempo a riconoscere gli occhi di George.
Poi sotto di lei solo una grande macchia nera putrescente e sopra di lei solo il sole.
Ultima modifica di roberto.masini il martedì 11 agosto 2020, 16:35, modificato 1 volta in totale.



alexandra.fischer
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Re: L'atollo misterioso Cap. 3 Il gigantesco orrore

Messaggio#2 » martedì 11 agosto 2020, 14:42

Tema centrato. Il botto è che i soccorsi arrivano dall’alto. Come credeva April. E non per mare, come credeva George. L’idea della papaia dalla polpa blu che trasforma gli esseri umani in scimmioni e gli animali in creature gigantesche (vedi le murene e il coniglione, ma anche la vegetazione e le lumache gigantesche) è davvero geniale, probabilmente è un morbo che fa regredire le specie. E mette i brividi lo scimmione ucciso da George nella prima parte (poteva essere un naufrago anche lui?) Il vero orrore, però, è il cambio di idea di George all’avvicinarsi dell’aereo (da essere umano in via di trasformazione si era detto disposto a morire, ora no. E questo è il colpo di genio del tuo racconto: la creatura uccisa non era uno scimmione, probabilmente, viste le tue descrizione, un uomo contemporaneo regredito allo stato di Neanderthal. Io l’ho immaginato così.
Attento ti segnalo qui le frasi corrette e una parte da rivedere:
Niente, April.
Quando il sole fu a picco, gli ornitologi scesero per cercare cibo sulla spiaggia (via: ornitologi). Il fatto che George e la moglie lo siano, puoi specificarlo più sotto, quando lui allude alle reminiscenze di studi universitari.
April, svegliati.

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roberto.masini
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Re: L'atollo misterioso Cap. 3 Il gigantesco orrore

Messaggio#3 » martedì 11 agosto 2020, 16:31

alexandra.fischer ha scritto:Tema centrato. Il botto è che i soccorsi arrivano dall’alto. Come credeva April. E non per mare, come credeva George. L’idea della papaia dalla polpa blu che trasforma gli esseri umani in scimmioni e gli animali in creature gigantesche (vedi le murene e il coniglione, ma anche la vegetazione e le lumache gigantesche) è davvero geniale, probabilmente è un morbo che fa regredire le specie. E mette i brividi lo scimmione ucciso da George nella prima parte (poteva essere un naufrago anche lui?) Il vero orrore, però, è il cambio di idea di George all’avvicinarsi dell’aereo (da essere umano in via di trasformazione si era detto disposto a morire, ora no. E questo è il colpo di genio del tuo racconto: la creatura uccisa non era uno scimmione, probabilmente, viste le tue descrizione, un uomo contemporaneo regredito allo stato di Neanderthal. Io l’ho immaginato così.
Attento ti segnalo qui le frasi corrette e una parte da rivedere:
Niente, April.
Quando il sole fu a picco, gli ornitologi scesero per cercare cibo sulla spiaggia (via: ornitologi). Il fatto che George e la moglie lo siano, puoi specificarlo più sotto, quando lui allude alle reminiscenze di studi universitari.
April, svegliati.

Grazie per i suggerimenti. Modifico subito!

alexandra.fischer
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Re: L'atollo misterioso Cap. 3 Il gigantesco orrore

Messaggio#4 » mercoledì 12 agosto 2020, 18:01

Complimenti, Roberto, hai migliorato una storia già molto bella e originale di per sé.

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antico
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Re: L'atollo misterioso Cap. 3 Il gigantesco orrore

Messaggio#5 » giovedì 13 agosto 2020, 0:13

Tutto ok con i caratteri, pronto per la valutazione!

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antico
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Re: L'atollo misterioso Cap. 3 Il gigantesco orrore

Messaggio#6 » sabato 15 agosto 2020, 16:49

Lo stile mantiene lo stesso tenore delle prime due parti, ma a questo punto era dovuto per non creare casino interno al racconto. Alla fine, si legge anche con piacere per scoprire il destino dei tre naufraghi, ma permane la sensazione di poca caratterizzazione, soprattutto della bambina. Gli eventi si susseguono velocemente con un'impennata, a livello di accelerazione, finale, segno che sei arrivato corto e che hai dovuto velocizzare (si nota soprattutto nell'escursione dall'altra parte dell'isola). Come giudizio finale vado su un pollice ni tendente vero il positivo e lo piazzo davanti al racconto della Fischer per una maggiore leggibilità globale.

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