Laboratory Storm Delusion

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Giacomo Puca
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Laboratory Storm Delusion

Messaggio#1 » domenica 2 agosto 2020, 23:52

Laboratory Storm Delusion

Il fiume serpeggia nel fondovalle, come nei documentari sulle pianure africane. Eppure, è solo l’appennino. Il sole picchia negli occhi.
Bip!
Ma che... Tiro fuori di tasca il cellulare. Zero tacche, nessun messaggio.
Bip, bip.
No, il rivelatore no, per carità.
Poggio a terra lo zaino, tiro fuori una fialetta di vetro temprato. Il liquido cerebrospinale sintetico è celestino.
No bueno, dovrebbe essere trasparente.
Sul tappo della fiala è montato un chip, la scheda di controllo. Un led rosso lampeggia.
Bip, Bip, Bip, Bi—
Premo l’unico pulsante sul chip, l’allarme cessa, il led continua a lampeggiare. Butto il rilevatore in tasca. Sta arrivando una tempesta, e intorno a me non ci sono che boschi, strapiombi e pietre. Sono fottuta.
Però… ma certo! La casa. C’era una baracca con la gabbia di Lentz, lungo il sentiero. Magari ci abita qualcuno.
Zaino in spalla, scatto lungo la viuzza abbarbicata sul costone roccioso.
Sono nel bosco, tra gli alberi aleggia odore di salmone affumicato. No bueno.
Sentiero principale, una lingua di ghiaia grigia e palline di cacca di pecora che si snoda sul fianco della montagna.
Le rocce si fanno arancioni per un secondo. No bueno davvero, è proprio una tempesta.
La baracca mi appare sulla destra. Tetto in amianto, muri in mattoncini incrostati di muschio. La gabbia di Lentz dev’essere di un modello vecchio. Tubi che spuntano tutt’attorno alla casa e curvano, convergendo sopra al tetto. Sembra un ragno gigantesco che cova la baracca sotto il suo addome. Il cielo si vela di una foschia sfumata di arancio.
Ero sicura che non fossero previste tempeste in Italia in questi giorni. Forse è uno di quegli eventi improvvisi.
Mi avvicino alla baracca.
«C'è nessuno?»
Da dietro casa spunta un vecchio, borbotta. Barba bianca incrostata da macchie di chissà cosa, i vestiti hanno più toppe che stoffa.
«Che vuoi? Vattene che arriva una di quelle forti, non c'hai l'affare la che misura il coso?»
«Il rilevatore Lentz?»
«Muoia Lentz e tutti i filistei. Sì, quel coso. Sciò, devo finire qui,» dà un colpetto a uno dei tubi, la gabbia oscilla, «quest’accidente perde come una baldracca con lo scolo.»
Deve essere un poeta raffinatissimo. «Mi serve un riparo, non riesco ad arrivare nemmeno alla macchina»
«Ci pensavi prima.»
«Ma mica può farmi morire!»
Sbadiglia.
E va bene, giochiamo.
Sfilo lo zaino e la maglia, sopra ho solo il top sportivo. Lego la maglia alla vita.
Il vecchio mi zoppica incontro, la sua pelle si sfuma di verde per un istante.
«Solo per la tempesta, le do anche una mano.» Speriamo non gli prenda un colpo.
Mi si piazza davanti, la sua testa mi arriva giusto ad altezza seno.
Il suo sguardo è indeciso se fermarsi sul mio viso o le mie tette. Speriamo non mi salti addosso.
«Il fatto è che…» lancia una occhiata alla casa.
«È così brutto stare me?»
«Ma no, è che, il fatto è…» Sfila una chiave inglese dalla cinta, me la passa. «Non rovinare le filettature. Questi davanti li ho già fatti,» indica i sei tubi che spuntano tra baracca e sentiero. «Comincia da destra.»
Quindici anni o settanta, tutti porci uguale.
Il vecchio si dirige sul lato sinistro dell’edificio
Mi rimetto la maglia e vado al mio primo tubo. La foschia in alto si è addensata in una nebbiolina arancione.
La parte bassa della gabbia di Lentz è fatta da tre tubi di metallo che sembrano i cilindri di cartone dei rotoli di scottex. Si innestano uno con l’altro con due grossi dadi color ottone.
Le filettature devono essere sporchissime, se non uso due mani non c’è verso di serrare i dadi.
«Stringi bene.» urla il vecchio dall’altro lato della casa. «Se quella merda esce, sono cazzi.»
«Lo so! Se quando la gabbia va in pressione il fluido cerebrospinale esce, la gabbia non isola bene dalla tempesta.»
«Ah, allora non sei una cretina.»
Con un uomo devi sempre sfoggiare le tue conoscenze, di base ti considera una cretina.
Avvito un altro dado, passo a quello dopo.
Ma se sfoggi troppo, non reggono la pressione competitiva. Stronzi.
«E che fai da queste parti?»
«Escursione.» Stringo i denti, un dado non ne vuole sapere.
«E il lavoro?»
«Non lavoro, Studio.»
Svoltiamo insieme l’angolo. Mi squadra.
«Studi come quelli che hanno fatto ‘sto macello?» indica in alto con la chiave inglese, alle nubi arancioni.
«No, no. Quelli erano fisici. Io faccio geologia.»
«Che?» si avvicina al primo dado.
«Diciamo che studio le rocce.»
«Sarebbe le pietre?»
Passo al secondo tubo, lui è al terzo.
«Più o meno.»
Scuote la testa, «le femmine! Ogni stronzata pur di non lavorare.»
Calma Claudia, non è il momento di reagire. «È un lavoro. Per esempio troviamo il petrolio.»
Abbiamo finito di avvitare, ci fronteggiamo come due cowboy al duello.
«Ah, e che ci fate se non lavora nessuno.»
Questo è convinto che le cose siano come tre anni fa, alle prime tempeste.
«Veramente si lavora, in città abbiamo anche le gabbie diffuse. Ma da quant’è che sta qui?»
«Quattro anni sapientona.» Incrocia le braccia.
La nebbia è condensata in un tappeto di nubi iridescenti, sembra colare dal cielo come troppa vernice spalmata su un soffitto.
«Devo avviare la pompa.» Zoppica verso l’ingresso.
Butto in tasca la chiave, vado a prendere lo zaino e lo seguo dentro.
L’interno è un singolo stanzone, se si esclude una stretta fascia delimitata con una lamiera. C’è un letto lercio in un cantuccio, un tavolo al centro, un camino spento. Una finestrella sulla sinistra, sopra il lavandino e un finestrone in fondo, da cui si vedono gli ultimi tubi che abbiamo stretto.
La casa ha l’odore dei libri. Le pareti sono ingombre di scaffalature di metallo, su cui c’è ogni genere di barattolo, lattina, attrezzature agricole, pezzi meccanici, fili, candele, lampadine. La fusione tra una discarica e un rigattiere.
«Di qua.»
Dev’essere dietro la lamiera.
Il passaggio è un ritaglio nel metallo, frastagliato come un coltello. L’avrà fatto con le cesoie. Una tenda da doccia fa da porta.
Scanso il telo, qualcosa tintinna. Non saprei se è una allucinazione causata dal temporale, o se è una specie di allarme del vecchio paranoide.
La camera è più un corridoio, un faretto potente pende dal soffitto e la illumina. L’odore è quello che sento dal parrucchiere. Benedetta tempesta, non oso immaginare la puzza.
Il vecchio fissa un affare grande come un armadio, smaltato bianco, che occupa tutto il lato sinistro del corridoio. A destra, a tre o quattro passi, c’è un water senza asse. In compenso abbondano le mosche. Moquette color sangria copre il pavimento.
Affianco il vecchio, messi così occupiamo la stanza in tutta la sua larghezza.
«Sarà pure una pompa vecchia, ma è stato un affare.»
È proprio fiero di questo cassone. Fa scattare quattro levette, da un colpetto al vetro di un quadrante graduato. La lancetta scatta a metà scala, oscilla un po’.
«L’hai accesa? Io sento ancora odori strani.» Adesso è più odore di salone di bellezza.
«Adesso vedi.» Preme un pulsante, la pompa vibra. Qualcosa sotto il guscio manda colpi secchi, come se tossisse.
Puzza di urina, puzza di urina fermentata un mese al sole di agosto, una leggera sfumatura di benzina.
Mi tappo il naso, a forza mando via un conato di vomito.
«Mi sa che funziona.» Sento la mia voce nasale.
«La benzina eh? La sento pure io. Apposto.»
«Ma perché benzina?»
Il vecchio dà una pacca alla pompa sussultante, «è per questa bellezza, non posso usare quella elettrica.»
«No?» tolgo la mano dal naso. Non vomitare, Claudia.
«Perché le elettriche vanno solo col liquido sintetico. Io uso quello di cane, mi costa meno della metà.»
Un siluro di vomito risale lungo l’esofago, mi tappo la bocca appena in tempo per non sputarglielo addosso. Corro alla tazza, mi chino, vomito. Il bolo semi-digerito vola nel cesso, schizzando fuori l’acqua color senape. La puzza di piscio è diventata un dettaglio trascurabile.
Mi rialzo. «Nella gabbia c’è… liquor di cane?»
Annuisce fiero.
«È legale?»
«Quando è scoppiato il casino ho comprato venti barili. Fottuti cinesi, non sarà sintetico ma funziona benone.»
«Certo,» scuoto il capo come se mi avesse detto che il diesel conviene anche se inquina più della benzina.
«Caffè?» tira la tenda, che scampanella.
Fottuto paranoide ammazza-cani.
«Arrivo.» indico il water «giusto un attimo.»
«Non metterci un secolo come fate voi femmine.» dice uscendo.
Chino la testa. Respira claudia. Così profondo, dalla bocca mi raccomando.
La pompa dietro di me stantuffa, la moquette vibra a tempo.
Non puoi andare da nessuna parte, la tempesta inizia a minuti. Respira, ancora, se scappi adesso sei morta.
L’odore di benzina comincia a coprire del tutto quello di pipì. Vomito scongiurato.
Che strano, la moquette è tagliata. Con la pompa spenta non si nota, ma col pavimento che balla è evidente una sagoma quadrata, ritagliata nella moquette.
Mi inginocchio, pizzico tra le dita la moquette e la sollevo. Viene via, l’arrotolo su sé stessa, scoprendo un coperchio di legno, mimetizzato nel pavimento. Fissata al legno con un chiodo, c’è una catenella.
Calmati Claudia, lì sotto ci terrà la benzina.
Tiro la catenella, il coperchio ruota sui cardini cigolanti. Lo rovescio sulla moquette arrotolata.
La luce del faretto è abbastanza forte da illuminare lì sotto. Un pavimento in terra battuta, una scaletta di metallo.
Con un piede cerco un piolo, l’altro piede aggancia il piolo di sotto. Scendo.
L’unica luce è quella che arriva dalla botola. A qualche passo dalla scala sono ammassati alla rinfusa una trentina di fusti, sul dorso di alcuni c’è inciso un ideogramma, su altri il cane a sei zampe dell’Agip.
Liquor di cane. Benzina.
Per avanzare devo chinarmi, il vecchio se l’è fatto su misura.
Qualcosa urta un barile, risuona come un gong.
«No, no. Oggi no.» Una vocina lamentosa, di bambina. Dev’essere nascosta tra i barili non illuminati.
No bueno.
«Non ti faccio niente,» uso il tono più rassicurante che mi riesce.
Qualcosa urta di nuovo i barili. Alcuni suonano come gong, altri hanno un suono più cupo, pieno.
Spunta fuori una ragazzina scalza, volto tumefatto, lurida di fango o feci. Indossa un vestitino da damigella, il rosa originale è pervaso dalle chiazze.
Dove cazzo mi sono infilata.
«Ciao, come ti chiami?»
Uno scampanellio arriva dalla botola. No bueno.
«Con chi cazzo stai parlando?» Il volto del vecchio è incorniciato nella botola, getta occhiate indagatorie.
Fissandolo faccio un passo indietro, verso la bambina, metto le mani nelle tasche.
Il vecchio si affaccia per non perdermi di vista. «Sapientona, abbiamo un problema.»
Le mie pulsazioni martellano le tempie, le orecchie, il petto. «Io, io...» Nella tasca destra c'è qualcosa. La chiave inglese!
La caccio, brandendola come un martello. Fisso gli occhi del maniaco.
«Qui c'è una bambina.» La mia voce è gelida.
«Ecco, appunto,» sbuffa, «la gabbia non funziona bene, io pure ho le allucinazioni.»
Davvero mi crede così scema?
«Dimmi che cazzo ci fa qui questa bambina!»
«Non urlare, si arrabbia!» la piccola ha un tono disperato, le guance solcate dalle lacrime. Si copre l’inguine con le manine, si rintana dietro un fusto.
«Cazzo ma sei mongoloide. Non c'è nessuno lì.» Il vecchio è paonazzo, ha gli occhi sgranati «Te lo ripeto piano. La-gabbia-non-funziona.»
«Stronzate!» sventaglio la chiave inglese a mezz’aria.
«Quando hai cacciato la chiave, io ho visto un broccolo. Sono allucinazioni, c’è una perdita. Capito sapientona, o ti devo chiudere la sotto?»
Mi volto, la bambina mi osserva da dietro il fusto.
«Allora?» il vecchio tamburella con le dita sulla scaletta.
«Se metto a posto il,» abbasso la chiave, «broccolo, mi fai uscire?»
«Mi devi aiutare.»
«È un sì?»
Tende una mano callosa.
Infilo la chiave inglese in tasca. «Faccio da me, grazie.»
La sagoma del vecchio sparisce dalla cornice della botola.
«Non mi lasciare qui.» La bambina si è sporta un po’ dal nascondiglio
Mi poggio un indice sul naso. Fai silenzio.
Sui pioli, ogni grammo della chiave inglese pesa come un macigno.
Aspetto che si giri. Lo colpisco. Tiro fuori la ragazzina e lo chiudo sotto. Appena la tempesta finisce ce la filiamo.
Esco dalla botola, il vecchio mi si piazza a un millimetro. «Finito di fare la commedia?»
Mi supera di lato, solleva il coperchio e lo fa ruotare. Si chiude con un tonfo.
Infilo la mano in tasca. Tieni duro lì sotto.
Lo schifoso fa cenno di seguirlo, mi dà le spalle.
Stringo nella mano la chiave. Ti salvo io.
Il vecchio scansa la tenda, invece di scampanellare miagola.
No bueno.
Strizzo la chiave come se potessi fonderla alla mia mano.
Il vecchio mi regge la tenda. «La tempesta inizia tra poco, se non risolviamo.» Gli cade lo sguardo sul mio braccio che sparisce in una tasca, tremante. «Finisce che ci ammazziamo.»
Sfilo la mano, disarmata. Non è solo il braccio, non c’è parte di me che non tremi.
Calmati Claudia, non ha capito quello che volevi fare. Non ha capito.
Inspiro. Il cesso odora di incenso e ceri liturgici.
No bueno.


– Giacomo Puca –


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Re: Laboratory Storm Delusion

Messaggio#2 » lunedì 3 agosto 2020, 1:01

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Re: Laboratory Storm Delusion

Messaggio#3 » mercoledì 5 agosto 2020, 20:30

Mi sei sembrato partire bene, l'idea di queste tempeste è interessante e il piglio narrativo mi sembrava giusto. Poi, però, ti perdi per strada. Non mi sembra che vengano fornite le informazioni giuste per il contesto e il tutto diventa confuso all'ingresso nella catapecchia del vecchio. Prima sottolinei che è piccola, poi lasci sola la protagonista che, senza farsi sentire, prova a scendere nella cantina (beccata per forza). C'è questa bambina abusata però il vecchio gioca sul fatto che siano visioni (visioni di cosa? Mancano anche in questo caso elementi che possano fare sorgere il dubbio nel lettore). Molto confuso, insomma. E poi quel NO BUENO... Troppo ripetuto, a mio avviso. Al momento è un pollice ni tendente più verso il positivo, vediamo cosa succede con il second pezzo.

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Re: Laboratory Storm Delusion

Messaggio#4 » giovedì 6 agosto 2020, 11:59

antico ha scritto:Mi sei sembrato partire bene, l'idea di queste tempeste è interessante e il piglio narrativo mi sembrava giusto. Poi, però, ti perdi per strada. Non mi sembra che vengano fornite le informazioni giuste per il contesto e il tutto diventa confuso all'ingresso nella catapecchia del vecchio. Prima sottolinei che è piccola, poi lasci sola la protagonista che, senza farsi sentire, prova a scendere nella cantina (beccata per forza). C'è questa bambina abusata però il vecchio gioca sul fatto che siano visioni (visioni di cosa? Mancano anche in questo caso elementi che possano fare sorgere il dubbio nel lettore). Molto confuso, insomma. E poi quel NO BUENO... Troppo ripetuto, a mio avviso. Al momento è un pollice ni tendente più verso il positivo, vediamo cosa succede con il second pezzo.


Ciao antico (posso chiamarti così?) e grazie per i feedback. Molto utili.
Evidentemente non sono riuscito a rendere l'idea che ho in testa. Volevo far scoprire alla protagonista una bambina segregata in cantina. Questa scoperta, che sarebbe in condizioni normali una prova lampante della colpevolezza del vecchio, viene messa in dubbio dalla tempesta allucinatoria. L'idea era quella di creare ambiguità: c'è davvero una bambina segregata, o è solo frutto delle allucinazioni? Il vecchio dice il vero, oppure sfrutta le allucinazioni come scusa per nascondere la verità?
Ciò detto, mi pare di non essere riuscito a rendere bene questa ambiguità.
Avrei però una domanda. Quali passaggi ti hanno fatto immaginare che la casa fosse piccola? Mi pare di aver usato i termini "casa", "baracca", "stanzone" e aver specificato che a essere piccola è solo la camera stretta dove c'è la botola.
In narrativa non esistono regole, ma se le rispetti è meglio.

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Re: Laboratory Storm Delusion

Messaggio#5 » martedì 11 agosto 2020, 15:50

Ciao! Scusa se rispondo solo ora. Il problema nasce quando descrivi l'interno scrivendo L'INTERNO E' UN SINGOLO STANZONE ;)

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Re: Laboratory Storm Delusion

Messaggio#6 » venerdì 14 agosto 2020, 3:06

antico ha scritto:Ciao! Scusa se rispondo solo ora. Il problema nasce quando descrivi l'interno scrivendo L'INTERNO E' UN SINGOLO STANZONE ;)


Pensavo che usando la parola stanzone si percepisse la grandezza dell'ambiente, ma evidentemente non basta per rendere l'idea.
Grazie per la dritta ;)
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