L'atollo misterioso - Cap. 1 L'uccello delle tempeste

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roberto.masini
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L'atollo misterioso - Cap. 1 L'uccello delle tempeste

Messaggio#1 » domenica 2 agosto 2020, 18:26

I coniugi Milton, ornitologi di fama internazionale, raggiunsero con ampio anticipo l’aeroporto Internazionale di Los Angeles. Al gate 14 li attendeva il Boeing 777 della Air New Zealand che in circa 13 ore li avrebbe condotti ad Auckland. Il giorno successivo avrebbero partecipato come relatori al congresso internazionale di ornitologia. Poi si sarebbero fermati per lo studio sui pinguini.
«George, cosa succede? Perché non partiamo?» domandò la moglie, preoccupata.
«April, non lo so. Aspettiamo che il comandante ci dica qualcosa!»
George fu subito accontentato:
«Signori e signore è il comandante John Vizzini che vi parla. Ci scusiamo per il ritardo dovuto a un mal funzionamento di un altimetro sul quadro comandi. Ora, ultimate le indagini e riparato il guasto, siamo pronti a partire. Avvisiamo che a circa metà del viaggio sono previste turbolenze per una tempesta che ha lasciato ora la nuova Guinea per dirigersi verso sud-est. Il comandante con tutto l’equipaggio vi augura buon viaggio!»
«Non si può mai stare tranquilli!» esclamò la moglie, mentre il marito le passava una mano tra i capelli.
Dopo circa un’ora di volo April decise di dormire.
«Cara, prima di addormentarti, vorrei chiederti, su quale uccello hai deciso di fare la relazione?»
«George, vuoi parlare di lavoro anche in viaggio! Non temere: non sarà lo stesso di cui parlerai tu! Mi hai detto che parlerai del pinguino minore blu. Io invece …. Guarda, prima di mettermi a dormire, ti leggo l'incipit e vediamo se indovini.»
Estrasse dei fogli da una cartelletta aveva messo nella cappelliera e incominciò a leggere:
«Questo volatile, lungo 54 cm, è di color ardesia scura, ha il petto macchiettato di castano e gli occhi e il becco di tonalità più pallide. Quest'ultimo, di color bianco-rosaceo, presenta delle membrane carnose di pelle che pendono da ambo i lati dell'estremità.»
«Ehm…» fece l’uomo, fingendo di pensare. Poi l’abbracciò e le sussurrò all'orecchio:
«Whio, oppure anatra blu o infine Hymanolaimus malacorhynchos!»
«Okay, perfetto. E ora, buonanotte!»
George estrasse l’opuscolo infilato nel sedile davanti al suo, lesse distrattamente le istruzioni per gli incidenti in aereo e poi si addormentò.
Un violento scossone li risvegliò entrambi:
«C’è da ballare! L’avevano detto!» rise George.
«Preferisco le discoteche!» ironizzo April, stringendosi al marito che alzò la tendina del finestrino.
Se i movimenti sussultori potevano essere anche vuoti d’aria, ciò che vedeva invece gli fece capire che erano nel bel mezzo di una tempesta. Scrosci investivano la fusoliera, l’ala e tutto ciò che dell’aereo si poteva intravvedere in una nebbia d’acqua. Ogni tanto andava via la luce e si alzava qualche grido di donna. Le hostess andavano avanti e indietro, cercando di calmare i più impauriti. Poi si udì la voce del comandante:
«È il comandante John Vizzini che vi parla. Tenete allacciate le cinture. Stiamo volando a un’altezza di trentamila piedi, ben al di sopra della tempesta. Quindi state tranquilli. Ci sarà ancora qualche sobbalzo determinato dalle condizioni meteorologiche e poi il viaggio proseguirà tranquillo!»
April si girò sulla sinistra e incontrò la faccia terrorizzata di una bambina, seduta vicino a una signora russante, probabilmente la madre, l’unica passeggera che non si era ancora svegliata. Pensò di dover fare qualcosa per calmarla:
«Come ti chiami?»
«Rosalinde.»
«E quanti anni hai?»
«Sei.»
«Quella è la tua mamma?»
Fece sì con la testa
«Stai andando a Auckland?»
«No, noi abitiamo a Wellington. Siamo andati a Los Angeles, a trovare mio zio Carl, il fratello di mia madre e ora torniamo a casa.»
«Non devi aver paura. Non succederà nulla. Siamo al sicuro. Hai sentito il comandante?»
«Ma io ho paura!»
«Senti, ti piacciono le storie?»
«Sì!»
«Allora te ne racconterò una sul kiwi, l’uccellino. La conosci?»
Rosalinde fece no con la testa.
«Un giorno, il dio della foresta, stava camminando tra gli alberi, quando alzò gli occhi per guardare i suoi figli e si accorse che un terribile parassita li stava facendo ammalare. La situazione non poteva che peggiorare, così decise di parlarne con suo fratello, il dio degli uccelli, che a sua volta chiamò i suoi figli. Il dio della foresta si presentò al raduno e disse: “Qualcuno sta mangiando i miei figli e distruggendo gli alberi. Ho bisogno del vostro aiuto. Dovete scendere dal cielo e smettere di vivere alcuno sugli alberi, dovete scendere e vivere nel sottobosco, di modo che i miei figli possano essere salvati e con essi anche le vostre case. Chi mi seguirà?”. Il suo tono era fermo e, pronto a qualsiasi cosa per salvare la foresta. Nemmeno un uccello parlò. Il fratello del dio della foresta si schiarì la voce per primo allora, e si rivolse all'uccellino tui: “Tui, ti va di venire giù dal tetto della foresta?” Tui guardò gli alberi, vide la luce del sole che filtrava attraverso le foglie, poi girò lo sguardo più in basso, verso il suolo della foresta e vide il freddo e la terra scura. Rabbrividì. “No.” rispose Tui. "No, è troppo buio laggiù; lo vedi da te, e io ho paura del buio.” Il dio allora si rivolse verso il pollo, dando le spalle a Tui."Pollo, e tu vuoi venire giù dal tetto della foresta?” L’uccellino guardò, come il suo compagno, il suolo della foresta e vide il freddo salire, la terra umida: i brividi lo scossero all'istante. “No, dio della foresta, non posso, è troppo umido nel sottobosco e io non voglio avere i piedi bagnati.” Nonostante tutto il dio della foresta non perse la speranza e continuò a passare in rassegna gli uccellini che tanto ubbidientemente si erano presentati a lui. "Cuculo, vuoi venire giù dal tetto della foresta?” Cuculo guardò la luce del sole che filtrava dalle foglie, quella luce così calda. Si guardò intorno e vide la sua famiglia. “Devo… devo costruire il nido io. Sì, è questo che devo fare, e lo porterò a termine.” farfugliò tra sé e sé, quasi imbarazzato perché non se la sentiva di affrontare quella prova. La tensione nel cuore del dio della foresta aumentava, e il fratello se n’era accorto: se nessuno si fosse offerto di scendere dagli alberi, suo fratello avrebbe perso e gli uccelli non avrebbero più avuto alcuna casa. E si sentì un pigolio dal fondo, così spuntò Kiwi. Nessuno si aspettava che parlasse, non era certo il più coraggioso tra i presenti, eppure il cuore del dio della foresta si riempì di gioia tutto d’un colpo. “Lo farò io” disse Kiwi, “scenderò io dagli alberi”. I due fratelli erano soddisfatti per aver finalmente trovato un volontario, e a quel punto si sentì di doverlo avvertire delle condizioni che la sua decisione avrebbe comportato. “Ti rendi conto Kiwi, che, se scenderai giù dagli alberi, allora sarai costretto a perdere le tue ali e il tuo piumaggio? Perderai le ali, non potrai più volare, al suo posto ti cresceranno gambe forti per sopravvivere sul terreno; non rivedrai mai più il tetto della foresta, né la luce del sole nel cielo.” La previsione era abbastanza spaventosa, ma la creatura rispose tranquilla, sarebbe andato. Nulla sembrava potergli far cambiare idea. Kiwi sarebbe dunque sceso dal tetto della foresta per salvarla. Il dio della foresta si rivolse a tutti gli altri uccelli: "Tui, tu hai avuto paura di venire giù dal tetto, così d’ora in poi porterai due piume bianche come segno di vigliaccheria. Pollo, vivrai per sempre nella palude, visto che la tua grande preoccupazione era quella d'aver i piedi bagnati. Cuculo, stavi costruendo il tuo nido e, troppo impegnato nel farlo, ti sei rifiutato di aiutare madre natura; ecco che la tua pena è quella di deporre le uova sempre nel nido di altri uccelli." Ti è piaciuta?»
La bambina si era addormentata.
Compiaciuta di sé, stava per rivolgersi al marito, quando un nuovo scossone scolpì l’aereo. Tutti quelli che dormivano si risvegliarono, anche la mamma di Rosalinde e, naturalmente, Rosalinde che incominciò a piangere. L’aereo non solo sobbalzava ma tutti avevano l’impressione che perdesse quota. Fuori la tempesta imperversava.
«April, questo tempo schifoso mi ha fatto venire in mente che avrei potuto scegliere un altro uccello!»
«Quale?» domandò April.
«La Fregetta maoriana!»
George si aspettava che la moglie ridesse per la battuta.: quello era il nome dell’uccello delle tempeste. Invece puntò l’indice e gridò. Un fulmine aveva colpito uno dei motori.
Il comandante si precipitò tra i passeggeri, affermando che i tre motori rimasti assicuravano la capacità di volo dell’aereo ma nessuno gli credette. Per di più tutti si erano accorti che il velivolo stava perdendo quota.
Sempre di più, sempre di più. Si alzarono strilli e pianti. Le hostess correvano per aiutare tutti quelli che non ci riuscivano a indossare le mascherine dell’ossigeno. Dopo circa dieci minuti sembrava che l’aereo riprendesse quota ma la sensazione durò poco.
Una hostess in piedi nel corridoio comandò:
«Guardate come faccio io. Appoggiatevi al sedile davanti a voi. Appoggiate una mano sul retro del sedile con il palmo rivolto verso la superficie. Poi, incrociate l'altra mano, sempre con il palmo verso il basso, con la prima. Appoggiate la fronte sulle mani. Mantenete aperte le dita. Chi non ha il sedile davanti a sé si pieghi in avanti, appoggi il torace sulle cosce e sistemi la testa, come faccio io, tra le ginocchia. Incrociate i polsi davanti alla parte inferiore dei polpacci e afferrate le caviglie!»
Non molti riuscirono a seguire il suggerimento, per cui hostess e steward corsero ad aiutare tutti. Mentre April le stringeva la mano, George pensò a quanto distrattamente si seguono le istruzioni prima del decollo. Si guardò intorno e si assicurò che l’uscita di sicurezza fosse due sedili davanti a lui.
Mentre l’aereo perdeva quota e la tempesta continuava a percuoterlo, il comandante comunicò di nuovo:
«È il comandante che vi parla. Mantenete la calma. Stiamo perdendo quota a causa di un guasto a uno dei motori, colpito da un fulmine. Sotto di noi c’è l’oceano, quindi effettuerò un ammaraggio. Mettete il giubbotto di salvataggio ma non gonfiatelo assolutamente perché se lo fate, quando la cabina inizierà a riempirsi di acqua, vi spingerà in alto verso il soffitto, rendendovi molto difficile nuotare in giù e lasciandovi intrappolato. Invece, trattenete il respiro, nuotate fino all'esterno dell'aereo e solo allora gonfiate il giubbotto.»
Qualcuno incominciò a pregare e qualcun altro gridò:
«Moriremo tutti!»
«Non moriremo!» fu il grido all’interfono del comandante.
Per un istante quel grido provocò come una sospensione temporale; tutti si tacquero. Si sentiva solo il sibilo dell’aereo che perdeva quota.
I due ornitologi, indossati i giubbotti, si piegarono in avanti:
«George, io voglio dirti che ti amo!»
«April, in questo momento pensa solo che sei stata olimpionica di nuoto!»
Le diede un bacio sulla bocca.
L’impatto con l’oceano fu terribile. L’aereo si spezzò in due e l’acqua si precipitò nella fusoliera.
Subito April nuotò verso la superficie seguita da George. Accanto a loro caos: grida, richiami, preghiere e bestemmie.Le luci della cabina di pilotaggio illuminavano la scena dell’oceano in tempesta sferzato dalla pioggia. George intravide un canotto blu e vi salì sopra; allungò la mano e issò la moglie. Poi altrettanto fece con la bambina che era seduta accanto alla moglie che invece gesticolava perché era risalita con altre persone su un altro canotto.
Il mare era agitato con onde grandi ma George pensava di poter recuperare molte persone. Invece successe l’irreparabile: improvvisamente si sviluppò una strana schiuma e i corpi di tutti quelli che erano ancora in acqua furono risucchiati sotto le onde.
Qualcuno gridò:
«Squali!»
George afferrò la torcia in dotazione del canotto e illuminò l’acqua; non c’erano pinne di squali e neppure sangue: solo corpi che sparivano. Poi la carlinga dell’aereo s’inabissò e anche la parte con la coda cominciò ad affondare. Bisognava assolutamente allontanarsi dai resti dell’aereo per non rischiare di rimanere inghiottiti. Trovati i remi, George cominciò a spingere sugli scalmi. Poi un’ondata gli portò via la torcia. April teneva abbracciata la bambina che continuava a chiamare la mamma. L’altro gommone non si vedeva più.
«Come si chiama la tua mamma?» domandò April.
«Rachel, si chiama Rachel!»
«Rachel, Rachel, Rachel!» urlò George con le mani a megafono. Rispose solo il fragore delle onde.
Nel buio più profondo decisero che i remi non sarebbero serviti in quella tempesta. George le staccò dagli scalmi e le ripose sul fondo del canotto, dove legò, recuperate delle scotte, la moglie e la bambina. Poi si legò. Era l’unico mezzo per non essere sbalzato nell'oceano.
Mentre Rosalinde dormiva, April propose al marito di fare turni di veglia.
«Comincio io!» approvò il marito
Nel buio della notte, rischiarato solo dai lampi, lasciarono che il canotto fosse trasportato dalle onde, senza sapere verso quale destinazione.

Dopo due turni di guardia si addormentarono tutti. Quando si svegliarono, il sole era alto nel cielo e il canotto si era arenato su una spiaggia.



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Re: L'atollo misterioso - Cap. 1 L'uccello delle tempeste

Messaggio#2 » lunedì 3 agosto 2020, 0:56

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Re: L'atollo misterioso - Cap. 1 L'uccello delle tempeste

Messaggio#3 » mercoledì 5 agosto 2020, 17:12

I due protagonisti ci sono e sono centrali, però non mi sono arrivati bene, nel senso che ancora non so in quale fascia di età metterli, per dirne una. Ti sei concentrato molto su una scaletta di eventi piuttosto lineare e fredda ma senza immergerci in loro. Mi è sembrato anche piuttosto affrettata tutta la scena dell'incidente, cui dedichi molto meno spazio rispetto alla storia del Kiwi. E poi il problema più grande: la tempesta non sta arrivando, c'è già stata! Ok, puoi dirmi che adesso che sono sull'isola arriveranno i problemi, ma loro arrivano da un incidente aereo e non hai lasciato elementi per un cliffhanger che susciti curiosità. Attendo la seconda parte per capire dove tu voglia andare a parare e con quali equilibri. Per il momento è un pollice ni.

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