L'atollo misterioso Cap. 2 La perlustrazione

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roberto.masini
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L'atollo misterioso Cap. 2 La perlustrazione

Messaggio#1 » mercoledì 5 agosto 2020, 21:37

«Dove siamo?» domandò April, angosciata.
«Non lo so!» rispose George, guardandosi intorno.
«Dov'è la mia mamma?» piangeva Rosalinde.
La donna tentò di tranquillizzarla, accarezzandole i capelli:
«Non lo sappiamo ma era anche lei su un gommone e quindi si sarà salvata.»
«L’ultima volta che il comandante ha dato informazioni geografiche, ha parlato delle isole della Fenice. Questa spiaggia bianchissima, fatta di granuli di corallo ci fa capire che siamo su un atollo. Se non ricordo male quasi tutte queste isole sono disabitate tranne una. Prima cercheremo di capire dove siamo e poi se qualcuno ci può vedere. Non credo passeranno navi ma di sicuro aerei per venirci a salvare. Purtroppo non abbiamo mezzi di segnalazione. Sul fondo del canotto ho trovato una pistola lanca razzi ma abbiamo un solo razzo. Quindi, prima di usarlo, dovremo utilizzare altri mezzi. Faremo dei falò!»
Il sole, velato da uno strano alone, si stava abbassando di fronte a loro. Ora sapevano di guardare verso ovest, verso la Nuova Guinea, probabilmente. Poca cosa come informazione geografica. Un forte odore di acqua salata colpì i loro nasi, mentre molto lontano si potevano scorgere nubi nere.
«Arriva di nuovo la tempesta?» domandò Rosalinde ai due ornitologi che scrutavano l’orizzonte con la mano davanti agli occhi.
«No,» rispose George «Il cielo qui è sereno. Solo qualche nuvoletta!»
Passarono pochi minuti per smentire la previsione dell’uomo: la tempesta avanzava rapidamente.
Si decise di trasportare il canotto sotto un gruppo di palme da cocco sul limitare della spiaggia. C’erano ancora delle corde con le quali gli ornitologi lo legarono a due tronchi, mentre Rosalinde metteva in un buco nella sabbia le poche cose che conteneva l’imbarcazione. I due remi furono legati a un’altra palma. Tutti e tre si misero carponi dietro quella tenda improvvisata, Rosalinde rannicchiata in mezzo.
Prima che arrivasse la pioggia, il mare cominciò a ingrossare e onde sempre più alte si riversarono sulla spiaggia. Gli schizzi raggiungevano il canotto che però sembrava tenere. Giunse il vento che dapprima scarmigliò le chiome delle palme e poi strappò alcune foglie. Fino a quel momento il riparo aveva resistito. Poi arrivò la pioggia. Sempre di più, sempre di più. Il riparo non funzionava perché l’acqua, spinta dal vento, s’intrufolava dappertutto. Erano tutti fradici, quando un colpo di vento più forte tranciò di netto una corda. George riuscì ad afferrarla e per un po’ la trattenne ma alla fine dovette lasciarla. Il vento continuò ad aumentare e anche l’altra corda si strappò. Sotto i loro occhi disperati, il canotto si librò in aria, volteggiò, Poi sembrò ricadere a capofitto sulla spiaggia, ma un’altra folata lo sollevò verso il mare aperto e dopo essersi abbassato quasi a sfiorare l’oceano, sparì nel cielo nero.
In piena notte, così come era arrivata, la tempesta svanì e i tre, spossati dalle lotte contro il vento, si addormentarono.
Il giorno dopo George procurò il cibo, arrampicandosi su una palma che aveva il tronco inclinato: noci di cocco per tutti! Grazie ad alcune pietre presenti sulla spiaggia gli riuscì di aprire tutte le noci raccolte. Il cocco con la sua acqua dissetò tutti e tutti ne apprezzarono la polpa, anche Rosalinde che si era avvicinata al frutto con estrema riluttanza.
Terminato il lauto pasto, mente April e Rosalinde si erano distese sulla spiaggia a crogiolarsi al sole, George si stava guardando intorno.
«April, dobbiamo muoverci da qui. Dobbiamo esplorare l’isola. Non possiamo rimanere sulla spiaggia tutto il tempo. Magari dall'altra parte c’è uno spazio libero più grande dal quale gli aerei potrebbero vederci. Anzi, ancor meglio. Questo è un atollo, no? Non sappiamo quanto è grande ma sappiamo che l’anello di terra che circonda la laguna interna deve essere molto stretto, poche centinai di metri, dopodiché troveremmo lo spazio aperto, dove fare segnalazioni. Quindi andiamo!»
«Non ho nessuna intenzione di attraversare quella foresta di palme. Non sappiamo se è abitata quest’isola e, se lo fosse, da chi. Il nostro trio potrebbe attirare l’attenzione, mentre tu, da solo, potresti nasconderti facilmente. Ti ricordo che con noi abbiamo una bambina. Vai tu. Io rimango qui. So già che cosa fare e mi farò aiutare da Rosalinde. Sulla spiaggia ci sono delle buche più o meno profonde nelle quali ho intravisto ricci di mare e gamberetti. Cerca di tornare al calar del sole. Allora, se mi assicurerai che non ci sono pericoli, accenderemo un fuoco per variare la dieta delle noci di cocco. Vai!»
«Mi sembra un’inutile precauzione per un percorso di pochi metri. Non dobbiamo attraversare una foresta ma poche palme. E dividerci non mi sembra mai una scelta oculata! Sei ostinata!»
«Non mi sembra il caso di alzare la voce. Ostinatamente ti dico, come diceva il mio professore di latino, hic manebimus optime! Qui staremo benissimo!» rispose April, con le mani sui fianchi e i gomiti larghi.
George, ascoltate le parole latine, comprese che non c’erano più margini di discussione. Baciò la moglie e la bambina, staccò un remo legato alla pianta e con quell'unico piccolo strumento di difesa si addentò tra le palme.

Era trascorsa più di mezz'ora e la laguna interna ancora non si vedeva. Non aveva trovato traccia di un sentiero, indizio del passaggio dell’uomo, e questo fatto l’aveva in qualche modo rassicurato. Meglio un’isola disabitata che abitata da indigeni ostili. Le palme avevano lasciato il posto ad alberi strani; alcuni sembravano felci giganti, altri strane magnolie. Aveva sentito anche strani cinguettii che gli ricordavano il verso stridulo dell’upupa. Tutto d’un tratto vide le gole da cui provenivano. Erano tutti colibrì: alcuni verdi, alcuni marroni, alcuni viola, alcuni rosa. Ed erano enormi. Il colibrì gigante della Patagonia poteva pesare fino a 24 g. Quelli erano grandi come un passero, pesavano il doppio e naturalmente non sbattevano le ali vorticosamente. Ma lui sapeva bene che i colibrì vivevano solo nell'America meridionale! Anche questi sembravano cibarsi di nettare ma i fiori dai quali succhiavano il nettare erano grandi come la rafflesia indonesiana, il fiore più grande del mondo con un diametro di 117 centimetri. E l’albero che produceva quei fiori sembrava un gigantesco banano senza frutti vicino al quale c’era invece una specie di melo carico di frutti sui quali si stavano avventando delle specie di gazze dal piumaggio completamente bianco. Una mela cadde ai suoi piedi. George allontanò con il remo una gazza bianca che stava per beccare il frutto, lo raccolse e l’addentò; aveva un sapore acidulo ma gustoso e rinfrescante come quello del kiwi. Ne raccolse altri per portarli a chi lo stava aspettando con trepidazione. Il sole stava calando e lui non aveva raggiunto nessuna laguna. Decise quindi di tornare indietro: se fosse giunto quando il sole era già tramontato, doveva affrontare gli strali della moglie. Non avrebbe sopportato un lungo battibecco. Pensò che, usando lui il termine battibecco, adatto sempre in modo magistrale a due ornitologi, era sempre riuscito a fare rapidamente la pace. Ma questa volta forse non bastava quella parola! Cominciò quindi a correre. Fatti pochi passi, però inciampò. Quando si rialzò, comprese la causa della caduta: una grande tartaruga dallo scudo tripartito, di colore grigio, con una testa triangolare, le mascelle uncinate e una coda molto lunga. Spalancò la bocca, soffiando. La sua lingua presentava un’appendice gialla a forma di verme. Sembrava una tartaruga alligatore, tipica del Nord America. L’unica differenza era che l’esemplare americano l’appendice ce l’aveva rossastra.
Arrivò sulla spiaggia che all'orizzonte si vedeva ancora uno spicchio di sole.
«L’isola è più grossa di quanto immaginassi. Non ho trovato traccia di uomo. In compenso ho visto animali stranissimi!»
«Ci racconterai dopo ciò che hai visto; ora devi accendere il fuoco. Io e Rosalinde abbiamo raccolto crostacei, ricci, qualche pescetto e questi rametti che servono a te!» disse la moglie.
«Faccio subito… e ringraziate che sono rimasto uno degli ultimi accaniti fumatori!» replicò George che, raccolti i legnetti, li accese con l’accendino che si era salvato dal naufragio. Non così tutti i suoi pacchetti di sigarette!
Terminato il pasto marino, George propose, in alternativa al cocco, le sue strane mele. Rosalinde rifiutò. April ne addentò un pezzo ma subito lo sputò:
«Ma è amarissima! Non mi piace. Scusa!»
«Va bene, va bene. Vorrà dire che queste tre mele me le mangio io!»
Seduti intorno al fuoco, George narrò degli incontri con gli strani animali e con alberi strani e strani fiori. Infine disse che l’anello del quale doveva essere costituito l’atollo, anziché essere fatto di poche centinaia di metri, dalla loro parte era sicuramente irregolare perché, quando era ritornato indietro, erano trascorse due ore senza aver visto alcuna laguna. Il giorno dopo sarebbe partito presto per scoprire dove finiva la striscia di terra.
I due ornitologi decisero di fare turni di veglia intorno al fuoco, tenendolo sempre acceso, nella speranza che qualcuno lo vedesse. Quando toccò ad April dormire,, le sembrò di sentire il suono di un aereo. Ma nessuna luce solcò il cielo e il rumore svanì.

Prima di partire, George decise di abbandonare il remo e di costruirsi un arco con canne di bambù che aveva visto a una decina di metri dalla spiaggia. Sempre con il bambù costruì delle frecce con le punte in pietra. Così armato, con la borsa della moglie a mo’ di faretra, si addentrò di nuovo nel bosco.
Non vide più tartarughe: solo strani uccelli, sembravano enormi scriccioli di 100 grammi di peso. E questi uccelli c’erano solo in Europa ed erano molto piccoli.
Incontrò formiche nere giganti lunghe cinque centimetri che si nutrivano di formiche rosse più piccole. Sfuggì per miracolo all'attacco di uno scorpione nero, lungo mezzo metro.
Si sedette per un istante su un tronco caduto a mangiare le sue mele. Quando finì, ebbe una strana sensazione: un dolore diffuso a tutte le ossa, dalla testa ai piedi, seguito da un altrettanto diffuso formicolio che gli procurò una cefalea. Cercò di rialzarsi, barcollò ma all'improvviso tutto cessò e poté riprendere il cammino.
Ed ecco finalmente la laguna. In un’acqua limpidissima sguazzavano decine e decine di murene enormi. Mentre George era ancora stupefatto per lo spettacolo, proprio davanti a lui comparve una specie di grosso topo che sembrava volesse sfuggire a un inseguitore. Correndo disperatamente cadde in acqua. Per un istante la laguna si trasformò in un gigantesco parco acquatico. Ma a divertirsi erano solo le murene. Del topone non rimase più nulla e la superficie della laguna tornò a essere uno specchio. Fu allora che comparve l’inseguitore, un orrido ominide scimmiesco ricoperto di pelo nero che si slanciò su di lui. George scagliò le sue frecce; la fretta e la paura gli fecero mancare il bersaglio. Mentre lo scimmione si stava avventando su di lui, George si rannicchiò a uovo e poi lo scalciò. La bestia perse l’equilibrio, cadde all'indietro e con il capo urtò contro un masso appuntito. La testa fece lo stesso rumore delle noci di cocco rotte da April sulla spiaggia.
George si avvicinò al mostro che però in pochi secondi si dissolse in una nube di fumo. Restava solo una macchia nera putrescente.
Per la sua mente razionale e scientifica tutto questo non aveva senso. Ma ormai non aveva che un solo pensiero: ritornare sulla spiaggia dalla moglie e da Rosalinde.



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Re: L'atollo misterioso Cap. 2 La perlustrazione

Messaggio#2 » venerdì 7 agosto 2020, 0:30

Molto bene, caratteri ok, pronto per il giudizio!

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Re: L'atollo misterioso Cap. 2 La perlustrazione

Messaggio#3 » martedì 11 agosto 2020, 15:11

La sensazione, leggendo questa seconda parte, è che tu ci abbia infilato la traccia a forza senza fondare il testo su di essa. Cerco di spiegarmi: la tempesta arriva (ritorna), ma sembra poco funzionale al tutto, i protagonisti si separano come risultato di una loro strategia e poi si ritrovano e poi tornano a separarsi, ma sempre con l'obbiettivo di rincontrarsi. Racconti il tutto in modo semplice e lineare, ma i protagonisti sembrano rimanere distanti e freddi. in più, Rosalinde non ha alcuna funzione narrativa evidente. Molto LOST con quest'isola con animali strani e misteri che sembrano celarsi al suo interno. In generale, meglio della prima parte, ma questi personaggi stentano a prendere vita propria, li muovi come burattini in un contesto che appare piuttosto artificioso. Pollice ni tendente verso il positivo, a questo giro.

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