Semifinale Andrea Varano

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo ottobre sveleremo il tema deciso da Debora Spatola. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Andrea Varano

Messaggio#1 » giovedì 29 ottobre 2020, 11:16

Immagine


Eccoci alla seconda parte de La Sfida ad Avvento
Combattono in questa semifinale:

- Ossessioni, di Davide Di Tullio
- Meat Doll, di Pretorian
- L'ultima volta, di Luca Fagiolo


In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi possono sfruttare i giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: sabato 31 ottobre alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 31 ottobre. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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Pretorian
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Re: Semifinale Andrea Varano

Messaggio#2 » giovedì 29 ottobre 2020, 21:41

Quanto si può modificare il racconto? Possiamo solo fare modifiche stilistiche o possiamo riscrivere intere parti?

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Davide Di Tullio
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Ossessioni

Messaggio#3 » giovedì 29 ottobre 2020, 22:22

Ossessioni

Il dottor Zielinski osserva la fotografia chino sulla scrivania. Segue con la testa un motivetto jazz in dolby surround e mordicchia una Montblanc color platino. Alza gli occhi e mi scruta attraverso le lenti senza montatura.
Fa scivolare la foto verso di me. «Ho ricevuto richieste di ogni tipo», sprofonda nello schienale della poltrona e mi sorride, «ma devo ammettere che la sua è davvero singolare.»
Ricambio il sorriso. «Allora cosa ne pensa?»
«Non vedo particolari difficoltà. Ma posso chiederle perché proprio lui?»
«Claudio Augusto, dottore, è stato il più grande imperatore di Roma.» Punto l'indice sul ritratto. «Osservi l'austerità del suo volto.» Seguo il profilo della statua.
«È un viso sublime, non c'è dubbio.»
«Potente, direi. Lei crede che con un viso come il mio si possa governare un impero?»
Zielinski tamburella le dita sul bracciolo.
«Non abbia timore di rispondere, dottore.»
Il dottore si passa la lingua sulle labbra e si aggiusta sulla sedia.
«Varcata la porta del suo studio, ho dismesso i panni di uomo influente. Sono nelle sue mani, ora.»
«Non ho l'abitudine di entrare nel merito delle scelte dei miei pazienti, signor Fanucci. Mi sembra deciso ad andare in fondo—»
«Lo sono.»
«Bene.» Il dottore resta impassibile. Afferra la fotografia, si alza dalla poltrona e si accosta a me. «Partirei da un trapianto di capelli», punta la penna e mi sfiora la fronte. «Qui e qui. Un lifting del viso e del collo per levigare la pelle.» Rotea la stilo intorno al volto. «Un lipofilling per aumentarne il volume.» Se la infila nel taschino del camice. Si volta e posa la foto, si china su di me e mi stira le tempie con i pollici. «Sì... direi anche una blefaroplastica. Eliminiamo le borse sotto gli occhi e ravviviamo lo sguardo.»
Scivolo in avanti sulla sedia e punto i piedi. Il dottore si rimette seduto, sfila la penna dal taschino e scarabocchia qualcosa su un taccuino di fianco alla foto. Solleva lo sguardo. «Cominciamo lunedì.» Inarca le labbra in un sorriso tirato.

***


Dio, la pancia mi fa un male cane. Tasto i lividi bluastri sotto gli occhi. Il Fentiazac fa miracoli. Ancora una settimana e addio ecchimosi. Dovrei chiedere al dottore di aumentarmi il dosaggio, a costo di stare sul cesso tutto il giorno. Il prossimo consiglio d'amministrazione è giovedì... o mercoledì? Ho lasciato l'agenda in ufficio.
Qualcuno bussa alla porta.
«Avanti!»
«Permesso, signor Fanucci?»
«Dorothea! Entra pure, capiti al momento giusto.»
Dorothea ha il viso pallido e tirato. Solleva la chioma corvina con un colpo di mano e sfila via la sciarpa di cashmere. «É davvero caldo qui.» Posa la sciarpa ai piedi del letto e una cartella di cuoio sulla scrivania.
«Hai preparato la relazione?»
Abbassa gli occhi. «Come si trova qui all'Astoria?» Si sfrega le mani e si stringe nelle spalle. «Mi dicono che fanno una tartare meravigliosa.»
«Non ho tempo di pensare al cibo.» Afferro il bicchiere di Zacapa e lo finisco in un sorso. Il mal di pancia sembra scomparso.
Dorothea fruga nella cartella. «Dovrebbe leggere questo.» Mi allunga una cartellina trasparente.
La apro e tiro fuori una risma di fogli. Tasto il taschino della giacca. «Ti dispiace se lo guardo più tardi?» Devo aver lasciato gli occhiali in bagno.
Dorothea sospira.
«Vuoi qualcosa da bere?»
«No, grazie.» Scuote la mano davanti al viso.
«Hai ragione. Meglio rimanere lucidi.»
«Sì... forse è davvero il caso.» Si sfila gli occhiali e li infila nella scollatura della camicetta. «Vede, sono venuta a ricordarle che il consiglio ha deciso di non procedere.»
«Quando? La seduta è calendarizzata per la settimana prossima e—»
«C'è già stata.» Dorothea abbassa gli occhi.
«Ma non ne sono stato informato… Com'è possibile?»
«Vede, è già un po' che il consiglio ha deciso di ritirarle la delega.»
Dio! Dovevo aspettarmelo da un branco di idioti. «Lo sai che non possono farlo.»
«Beh, c'è chi pensa che lei non ci stia più con la testa e—»
«Chi lo dice?»
Dorothea si accosta alla vetrinetta degli alcolici e tira fuori la bottiglia di rum. «Gliene verso un goccio, così prova a rilassarsi.»
Do una manata alla bottiglia, che cade sulla moquette e si frantuma con un rumore sordo. Un odore dolciastro si solleva nella stanza.
Dorothea resta immobile con i palmi aperti. Non sembra stupita. Mi supera di scatto e fruga nella borsa. Tira fuori una Kim e la infila tra le labbra. «L'imperatore ha sbroccato, questo dicono di lei, signor Fanucci.»
Le gambe mi tremano e le tempie mi pulsano.
«Devo essere onesto, signore. Questa sua fissazione per la chirurgia plastica, il culto dell'immagine, sì, insomma... Penso che abbia perso la bussola...»
Mi avvicino al letto e mi siedo tra le lenzuola sfatte.
«Il consiglio non se l'è sentita di prendersi la responsabilità di un operazione da duecento milioni.»
«Ma sono impazziti? Butteranno via due anni di lavoro!»
Dorothea tira fuori un accendino dorato dalla tasca dei pantaloni e accende la sigaretta. Si avvicina alla porta finestra, la apre e caccia fuori il fumo. «Non le ho nemmeno chiesto se posso fumare.» Abbozza un sorriso.
«E tu? Sei d'accordo con loro, non è vero?»
Ha gli occhi lucidi e si tiene un pollice tra i denti. «Io voglio solo aiutarla, signor Fanucci. Lasci alle spalle la storia della società, si goda la—» Si morde un labbro.
«Dillo, avanti!»
Fa un tiro profondo alla sigaretta. «Un vecchio con un lifting... Ecco cosa vedono i miei occhi. Si ravveda, è ancora in tempo per tornare in sé.» Accosta la finestra e ruota con decisione la maniglia. Prende il posacenere e vi affonda la sigaretta. Pigia con insistenza, fino ad imbrattarsi le dita di cenere. Una nuvola di fumo grigio si spande nella stanza. Afferra le sue cose e ondeggia sui tacchi verso l'uscita.
«Dove vai?»
«Si riguardi.» Solleva una mano e mi lancia un’occhiata. Esce e la porta le si chiude alle spalle con un tonfo cupo.
Ma era una lacrima quello sul suo volto? Devo essermi fottuto il cervello. E che si fotta anche lei, cazzo! Mi ha abbandonato, la stronza, come tutti gli altri. L’ingratitudine è il pane avvelenato che si mangia quando sei all’apice, diceva il mio vecchio… Dio quanto vorrei che fosse qui... Afferro la risma di carte, apro la finestra e la getto via. I fogli si posano sull'asfalto umido come foglie morte. Ritornerò all’apice, dovesse essere l’ultima cosa che faccio.

***


Profilo destro, profilo sinistro. Lo specchio non mente. Non riesco a staccarmi gli occhi di dosso. «Davvero un gran lavoro, dottore.» Lo poso sulla scrivania.
Le labbra carnose di Zielinski si increspano e intravedo una dentatura perfetta. «Il suo viso ha riacquistato freschezza, signor Fanucci. Direi che abbiamo raggiunto l'obiettivo.»
«Sono d'accordo, ma possiamo fare di più.»
Zielinski torna serio «Non è soddisfatto?» Si passa la Montblanc da una mano all'altra.
«Tutt'altro. Ma io non voglio somigliare all'imperatore. Io voglio essere lui.»
Il dottore guarda oltre le mie spalle, come se meditasse le parole giuste da dire. «Capisco. Solo una domanda, signor Fanucci. Glielo devo chiedere... Come si sente?»
«Benissimo, perché?»
«Sa, possiamo assomigliare come una goccia d'acqua a qualcuno», sospira, «ma non potremo essere mai come quella persona. Il nostro vissuto ci—»
«Dottore, non faccia lo strizzacervelli, la prego.»
Zielinski distoglie lo sguardo. «Non volevo essere scortese—»
«Lei non conosce il sapore della sconfitta, vero, dottore? Beh, nemmeno io. Deve fare davvero schifo. » Mi alzo dalla sedia a mi avvicino alla finestra. «è terribile quando ci si sente ancora nel pieno delle proprie forze, ma la caducità del nostro corpo non ci rende giustizia.» Il giardino è disseminato di foglie secche, gli alberi sono completamente spogli. Un corvo su un ramo mi fissa, immobile.
«Che cosa desidera?» Zielinski sfoglia con solerzia il taccuino e ci scarabocchia qualcosa.
«Augusto possedeva una linea del viso più decisa, un mento volitivo. Con quel profilo non poteva che essere l'imperatore.»
Il dottore ciondola la testa, si porta la penna alla tempia, e continua a scrivere. «Interverremo subito con una rinoplastica e una mentoplastica», dice senza sollevare la testa dal taccuino.
«Benissimo!»
«E finirei con una otoplastica». Zielinski raddrizza la schiena, mi mostra la foto e indica un orecchio. Le sue mani, lisce e affusolate, impugnano la Montblanc con la grazia di un direttore d'orchestra. Quelle sono le mani di un vero chirurgo plastico. Il mio sarà il volto di un imperatore.

***

La chiatta scorre sul fiume come se volasse. Sembra tutto così infinitamente piccolo dalla finestra dell'ufficio. Una vista così non ce l'ha nemmeno Dio. Se solo questo mal di testa mi desse tregua... Ingoio l'ultimo sorso di armagnac e poso il bicchiere vuoto sulla scrivania.
Qualcuno bussa alla porta. Mi siedo, sistemo il portasigari e faccio un bel respiro. Pigio l'apriporta.
«Avanti!»
De Laurentis si presenta in doppio petto nero e con un viso funereo.
«Gigi, ben arrivato! Virginia non ti ha annunciato.»
«Era sorpresa di vederti qui, e a dire il vero anche io.» Mi stringe la mano, impacciato.
«Grazie per essere venuto.»
Ha il palmo sudato. «Hai la faccia di uno che ha appena finito un incontro di box.»
«Ultima round. L'imperatore è ancora in piedi.» Provo a sorridere, ma mi blocco. Una fitta sale dalla base del mento e mi arriva dritta tra gli occhi. Per un attimo vedo le stelle.
«Non hai una bella cera, sei sicuro di star bene?»
«Mai stato meglio, grazie a zio Brufen.» Increspo solo le labbra. Cazzo, sto facendo la figura del coglione.
«Forse dovresti andarci piano con quello». De Laurentis indica con un cenno del mento in direzione della scrivania. L'armagnac. «Un sorso non hai mai fatto male a nessuno, su! Anzi, prendine un po’. É una riserva. Semplicemente divino!»
«Grazie, non bevo alle undici del mattino.» De Laurentis mi fissa inespressivo. «Spero tu abbia un’ottima ragione per volermi incontrare.»
Mi alzo dalla sedia. Afferro il bicchiere e lo poso nella credenza.
«Gino, vado dritto al dunque. La storia del ritiro della delega...»
De Laurentis sospira e incrocia le braccia.
«Davvero non capisco.»
Tiene lo sguardo basso. «Fanucci, è una vecchia storia. Dovresti accettare il turnover, fa parte del ciclo delle stagioni.»
Il cuore galoppa, deve essere il cortisone. Devo mantenere la calma, Cristo. «Beh, la mia stagione non è ancora finita!»
Gino mi guarda. «Caro Fanucci, te lo dico per l'ultima volta», serra le labbra e inarca le sopracciglia, «è venuto il momento per il vecchio saggio di ritirarsi nel bosco.»
Faccio due passi decisi verso di lui. Si scosta, sembra sorpreso dalla mia reazione. Solleva d'istinto il braccio, come a difendersi da un ceffone. Gli afferro il polso. «La senti questa?»
De Laurentis sbarra gli occhi.
«Ti sembra la presa di un vecchio? Tempo due mesi e sarò come nuovo.» Lo mollo e torno a sedere.
Si alza di scatto. Ha il volto contratto. «Hai due giorni per portare via la tua roba.» Si volta e si incammina verso l'uscita.
«Lo decido io quando mollare!»
Aggrotta la fronte, ed esce sbattendo la porta.
Lancio un urlo. La testa mi duole come se mi avessero infilato un chiodo di dieci centimetri nel cranio. Sudo freddo. Apro il cassetto della scrivania e tiro fuori il Brufen. Mi avvicino al frigo bar, agguanto la lattina di coca e la apro. Sì, due compresse andranno bene. Cazzo, cazzo, cazzo. Ingoio le pillole e tiro giù un sorso. Ora un bel respiro, su. Farò un altro salto da Zielinski e sistemerò la cosa una volta per tutte.

***


Dio, quanto odio 'sto televisore! Quel led mi fissa, notte e giorno, come l'occhio di un ciclope. «Infermiera! Dell'acqua, infermiera!»
«Arrivo, arrivo!» L'infermiera pattina sul pavimento lucido di cera e mi porge un bicchiere con la cannuccia.
Appoggio le labbra e tiro su. «Bella fresca, che meraviglia!»
La ragazza afferra con delicatezza la cannuccia e me la sfila dalla bocca. Ha un profumo meraviglioso. Chanel n.5? Mi appoggio sul cuscino e sospiro. Il riflesso del sole sul soffitto mi acceca.
L'infermiera posa il bicchiere sul comodino, e la sveglia suona. «É l'ora dell'antibiotico, signor Fanucci.»
«Odio l'Amoxicillina, mi procura crampi pazzeschi, non ne avrebbe di un altro tipo?»
«Devo rispettare le prescrizioni del medico, ma glielo farò presente.»
«Lo faccia subito. Perdo la dignità ogni volta che vado di corpo.»
L'infermiera si china su di me e sbatte le ciglia. «Non si deve preoccupare per questo, è il mio mestiere e lei è in una condizione molto particolare.» Il suo alito profuma di gomma alla fragola.
«Si allontani, Cristo! Non le ho chiesto un parere. Faccia quello che le dico e basta!»
La ragazza si solleva e mi fissa severa.
«E ora, la prego, mi porti qui lo specchio.»
Si volta, si avvicina con passo svelto alla parete e solleva lo specchio.
Il viso appare senza ecchimosi. «Bello l'imperatore Augusto, vero?»
La donna annuisce.
«Ora, mi apra la camicia per favore e pieghi lo specchio a 45 gradi.»
Una mano fredda mi fruga il petto.
Il ventre scolpito mi ricorda i personaggi eroici dei film hollywoodiani anni 60'. Zielinski è un mago della vaser lipolisi, non c'è che dire. «La meningite è stata una benedizione, non trova, infermiera?» La donna tira indietro lo specchio e fa spallucce. «Beh, signor Fanucci, è un bene che lei affronti con questo spirito la convalescenza.»
«Ma cosa dice, sciocca! Mi guardi bene. Sono o no la copia vivente del busto dell'imperatore Augusto?» Rimiro il mio tronco, senza piú gli arti.
L'infermiera appende lo specchio al chiodo, si volta e incrocia le braccia. «Signor Fanucci, il dottor Ortis suggerisce di non alimentare le sue fantasie.»
«Chi accidenti è il dottor Ortis?»
«Ogni giorno la stessa storia... Il dottor Ortis è il suo medico curante, e questa è la clinica psichiatrica di Santa Magdalena, lo ha dimenticato di nuovo.»
«Clinica psichiatrica? Ma di cosa parla? Dov’è il dottor Zielinski?»
«Zielinski appartiene al passato, ora è Ortis il suo medico.» La ragazza abbassa lo sguardo e si avvicina al comodino. «Va bene, ora prenda il suo antibiotico.»
«Stupida gallina, non usi quel tono con me! Cos’è questa storia del nuovo dottore? Com’è che nessuno non mi dice nulla?»
L’infermiera scarta la compressa e l’appoggia sul palmo.
«Non mi ignori, sà! Sono l'imperatore, e pretendo di essere riverito!»
La ragazza si morde le labbra, sembra trattenere una risata.
«Scoprirò l’autore di questo stupido scherzo! Vedrà se non mi sentiranno in azienda.»
La ragazza si accosta al mio orecchio. «Lei non è più nessuno», sussurra. «Si ricorda che l’hanno licenziata sei mesi fa? E già… come potrebbe?» Sorride. «Ora prenda la pastiglia, prima che la gliela cacci in gola a forza!»

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Fagiolo17
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Re: Semifinale Andrea Varano

Messaggio#4 » sabato 31 ottobre 2020, 18:59

L’ULTIMA VOLTA
di Luca Fagiolo


La ragazza nel video è bellissima: chioma bionda acconciata in una treccia voluminosa, occhi chiari valorizzati da un gioco di ombretti e matita, labbra carnose, mento fiero. Sorride rivolta alla camera e arrossisce.
«Ma non è una foto!» La voce è più acuta di quanto mi aspettassi.
Muove qualche passo verso l’obbiettivo. Il video si ferma, riparte da capo.
Appoggio il telefono sul comodino e scendo dal letto. Mi massaggio gli occhi con le dita, sono gonfi e infossati.
Pigio l’interruttore ma la luce non si accende. Mi hanno staccato di nuovo la corrente. Entro in bagno a tentoni e sollevo la tapparella. Piove. E poi mi chiedono perché odio l’autunno.
Alzo la tavoletta e piscio, puzza di alcol e curry, pessima accoppiata. Tiro lo sciacquone e prendo lo spazzolino dal bicchiere di plastica sul lavandino. Le setole sono logore. Schiaccio il tubetto di dentifricio ripiegato su sé stesso. Sono due giorni che è finito e continuo a spremerlo, come potrebbe essercene ancora? Non lo getto, magari domani avrò più fortuna. Mi strofino comunque i denti e sputo un grumo giallognolo. Osservo il mio riflesso allo specchio. Abbasso con l’indice la palpebra, i capillari sono arrossati, le occhiaie profonde. Non ricordavo di avere quest’aspetto. Fanculo. Mi accendo una sigaretta. L’ultima rimasta nel pacchetto mi fissa. Tra poco verrà anche il tuo turno, non essere gelosa.
Spalanco l’anta del frigo e l’odore mi rigira lo stomaco sotto sopra. Lattuga marcia, uno yogurt scaduto da due settimane, cinese d’asporto ammuffito, una lattina di birra aperta. Si prospetta un pranzo coi fiocchi. Meglio ordinare una pizza. Digito il numero e avvio la chiamata. Mi siedo sul divano sfondato e raccolgo il portafoglio da terra, ispeziono le tasche.
«Pizzeria Bella Napoli, buong–» Riaggancio.
Ho solo una banconota da cinque dollari nel portafoglio e devo comprare le sigarette. Mi passo la mano tra i capelli unti. «Cazzo.» Scuoto la testa. Ho proprio toccato il fondo.
Mi ero ripromesso di smettere, ma non ho altra scelta. Scorro le ultime chiamate. Sono passati tre mesi, solo tre mesi dall’ultima volta.
Al secondo squillo Leonard risponde.
«Ci sto, prepara i soldi.» Un sapore acido mi risale la gola.
«Mando qualcuno al solito posto.» Riaggancia.
Sfilo la valigetta dal mobile del bagno, la appoggio sul wc e sblocco la chiusura. Mi spoglio e mi siedo nella vasca arrugginita. Sistemo lo specchio sulle ginocchia e sorrido al mio riflesso. «Sei pronto?»
Faccio ripartire il video della bionda che mi ha inviato Leonard e la esamino per bene, me la imprimo nella mente.
Afferro una siringa usa e getta dalla confezione e risucchio la morfina dalla boccetta mezza vuota. Me la inietto nell’avambraccio. Prima che inizi l’ottundimento agguanto il martello, fisso la testa incrostata. Chiudo gli occhi e me lo schianto sul naso. «Cazzo!» Colpisco ancora: gli zigomi, la fronte, la mascella. «Pofca puttana!»
Lascio cadere il martello che sbatte sul fondo della vasca con un tonfo. Mi porto le mani al viso, il sangue scorre tra le dita. Devo fare in fretta. Stringo il naso e lo rimpicciolisco, tiro il bordo degli occhi, rimpolpo le labbra, aguzzo il mento, modello la forma del viso. Sbatto le palpebre e gli occhi passano da nero a marrone, poi castano e infine virano al verde. Spingo fuori i nuovi capelli dalla cute: ciocche sempre più chiare, lunghe e fitte. Con le forbici taglio via le punte nere.
Prendo a martellate anche le gambe e il petto, devo ridurre il costato e far crescere il seno.
Accendo il getto della doccia, l’acqua scivola sul mio corpo, brucia. Sfrego a fondo e il liquido rossastro scorre fino allo scarico trasportando residui di epidermide, peli e brandelli di carne.
Le ossa si stanno rinsaldando come le ho modellate, il dolore tenuto a bada dalla morfina. Scavalco il bordo della vasca e rabbrividisco. Abbraccio il mio corpo, l’ho mutato così tante volte nel corso degli anni che non so più che forma dovrebbe avere.
Con il palmo levo la condensa dallo specchio sopra al lavandino. Incurvo le labbra in un sorriso ammiccante. Che bionda sexy, sono un vero artista! Neanche sua madre si accorgerebbe dell’inganno.
Spulcio nell’armadio in camera da letto e indosso un vestito da donna e un soprabito lungo. Accendo l’ultima sigaretta, accartoccio il pacchetto ed esco di casa.

Sblocco il cellulare. Sono le 15:43.
Il cameriere mi fissa e si sistema il ciuffo dietro l’orecchio. O si è preso una cotta oppure si sta spazientendo perché non ho ancora ordinato niente. Accavallo le gambe. Arrossisce e distoglie lo sguardo: propendo per la cotta. Spengo la sigaretta e soffio una nuvola di fumo. Il mozzicone rotola vicino agli altri quattro nel posacenere. Sfoglio di nuovo il menù, ormai l’ho imparato a memoria. L’uomo di Leonard doveva essere qui alle 15:00 e io odio aspettare.
Piove a dirotto. Sulla vetrata rimbalzano grossi goccioloni. La strada è poco trafficata. Una coppia attraversa la carreggiata sotto un ombrello formato famiglia. L’uomo cinge la vita della donna impegnata a proteggersi con il bavero del giaccone i capelli freschi di piega.
«Posso sedermi?»
Un tizio sulla quarantina, barba e sopracciglia folte, sposta la sedia di fronte alla mia. Scosta l’impermeabile e mostra il distintivo. Non lo conosco, deve essere stato trasferito al dipartimento negli ultimi mesi.
«Accomodati.»
Si ritrae quando sente la mia voce. Mi dispiace ma questo corpo mozzafiato non è mio.
«Sei in ritardo.» Sussurro. «Stavo per andarmene.»
«Ma non lo hai fatto.»
Spinge una grossa sacca vicino ai miei piedi.
«Dovrebbe esserci tutto il necessario.»
Il cameriere si avvicina al tavolo. «Ordinate qualcosa?» Mi divora con gli occhi, che seccatura.
«Una birra scura.» Rispondo in falsetto. «E il mio amico prende…»
«Per me niente. Spiacente, ma sono di fretta.» Si alza e tira fuori una banconota da dieci dollari dalla tasca dei pantaloni. La infila sotto al posacenere. «È stato un piacere conoscerti.»
Raggiunge la porta del bar, il campanello della porta trilla.
Il cameriere è ancora imbalsamato davanti al mio tavolino con la comanda e la penna in mano. Cosa aspetta, un invito scritto?
«Portami la birra.» Non camuffo la voce ed è sufficiente per farlo allontanare con un un’espressione disgustata.
Rovisto dentro al borsone. Ci sono dei trucchi e un vestito da sera color ottanio, una busta chiusa, un pacchetto di Winston Blue, le mie preferite, e una mazzetta da cento dollari. Prendo la busta, infilo il mignolo nell’angolo e strappo il lato corto. Scivolano fuori un foglietto ripiegato e la fotografia di un uomo sulla cinquantina. È Kevin O’Brian, l’ho visto in un’intervista alla CNN l’altra sera. Ha fatto un sacco di soldi in pochissimo tempo grazie ai suoi atelier d’alta moda. Sul retro della foto sono riportati un indirizzo e un orario.
Nel foglietto ci sono alcune informazioni sulla bionda a cui ho rubato le sembianze. Si chiama Sonia Drake, attrice di soap opera non troppo famosa, senza scandali alle spalle, single e bla bla bla. Ho letto abbastanza. Lo appallottolo e lo getto nel borsone.
Digito l’indirizzo sul cellulare e scorro le immagini di una villa sontuosa. Tre piani di marmo bianco, colonnato all’ingresso, piscina. «Cazzo, che lusso.» Deve essere uno di quei posti dove la gente che conta va a festeggiare. Chissà come reagirebbero se sapessero che un mutato cammina in mezzo a loro.
Il cameriere appoggia la birra sul tavolino e si allontana senza degnarmi di uno sguardo.
Ingollo l’intero bicchiere sorso dopo sorso e trattengo un rutto a labbra strette, una bella ragazza non lo farebbe mai in pubblico.

Tiro l’ultima boccata dalla Winston e scendo dal Taxi. I flash mi abbagliano.
Sfoggio un sorriso sensuale e saluto con la mano le macchine fotografiche. Sculetto disinvolto sui tacchi comminando lungo il vialetto. La piscina all’entrata è illuminata da luci sommergibili oro e argento, ma nessuno fa il bagno, sarebbe troppo dozzinale.
Un cameriere mi passa a fianco con un vassoio pieno di calici. Ne prendo uno ringraziando con un cenno e lo sorseggio. Champagne. Non mi fa impazzire, ma questo non mi impedirà di berne fino a ubriacarmi.
Qualcuno mi urta, allontano il bicchiere appena in tempo per non rovesciarmelo sul vestito. Una sciacquetta si porta la mano alla bocca. «Scusami...» Barcolla fino a un banano e vomita. In fin dei conti non c’è molta differenza tra le feste dei ricchi e quelle dei poveracci.
Supero la porta d’ingresso. Il padrone di casa deve essere qui da qualche parte.
Un vecchio seduto su un divanetto si gode un drink e mi guarda passare. Occhiale scuro, completo gessato e una ragazza che gli si arrampica sul fianco che potrebbe essere sua nipote. La mano della donna sale e scende lungo la coscia dell’uomo. Avranno almeno la decenza di appartarsi quando sarà il momento di scopare?
Le pareti sono piene di quadri, ma sono più interessato al tavolo del buffet. Ostriche, crostini ricoperti di paté, pesce fresco, verdure intagliate, frutta inondata di cioccolato fuso. Lo stomaco brontola. Allungo la mano verso un gamberetto inzuppato di salsa cocktail e me lo faccio scivolare in bocca. Squisito. Quando mi ricapitano delle prelibatezze del genere?
«Sonia, tesoro!»
Kevin O’Brian agghindato con un completo nero decorato con enormi cuori rossi mi saluta dalla cima della scalinata. Porta occhiali rotondi che lo fanno assomigliare ad un moscone, sottili baffetti e una scodella di capelli biondo platino. Si fa strada tra la folla di invitati, i suoi mocassini a punta si fermano a pochi passi da me. Mi prende la mano e se la porta alle labbra. Sul polso sottile come un ramoscello sfoggia un orologio pieno di pietre preziose.
«Incantato da tanta bellezza.» Mi bacia il dorso. «Sono felice tu abbia accettato il mio invito, sono un tuo grande ammiratore.»
«Come avrei potuto rifiutare.» mormoro.
Mi guarda sbigottito.
«Perdona la voce, una brutta infiammazione alle corde vocali. Mi sto ancora riprendendo.»
«Oh cara, ma che disdetta.» Si porta la mano al petto. «Credo che la soluzione migliore sia berci su!»
Fa cenno a uno dei domestici armato di vassoio. Mi toglie il calice vuoto dalle dita e lo sostituisce con uno pieno. Infila il braccio nell’incavo del mio gomito e ammicca. «Vieni, voglio presentarti le persone che contano.»

«È stata una serata meravigliosa.» Mi appoggio alla balaustra della terrazza e osservo dall’alto le luci della piscina, gli invitati che ridono, la musica soffusa.
Kevin passa il braccio intorno alla mia vita. «Vorrei che non finisse…» Mi stringe a sé e mi guarda negli occhi.
«Le cose belle devono finire, altrimenti non potremmo apprezzarle a dovere.» Roteo il bicchiere e il liquido ambrato danza nella coppa. Quanti ne ho bevuti?
«E se potessero durare in eterno?»
«Cosa intendi, Kevin?»
Apre le braccia e indica la festa sotto di noi. «Se tutto questo non finisse mai ti piacerebbe condividerlo con me?»
Distolgo lo sguardo dai suoi occhi ramati e un sorriso mesto rovina i bei lineamenti che ho rubato a Sonia. Chissà se lei ha mai dovuto assumere questa espressione scoraggiata. Una donna così bella avrà ottenuto tutto quello che voleva dalla vita.
Kevin stringe la mia mano tra le sue.
«Dal primo momento in cui ti ho vista mi hai stregato e ora che ti ho conosciuta non posso fare a meno di te. Ti voglio, Sonia.»
Se non avessi avuto questo aspetto non credo mi avrebbe mai rivolto nemmeno la parola. Non potevo nascere come tutti gli altri? Avrei avuto un’esistenza più serena senza questo maledetto potere. Me ne disferei all’istante se solo potessi.
«Mi dispiace, Kevin.» La voce mi esce in un bisbiglio. È solo un lavoro, non complicare la faccenda più del dovuto. «Sei stato un vero gentiluomo, mi hai fatta ridere come non facevo da tempo ed è stata una festa stupenda, ma…»
Kevin mi tira a sé. «Io… io credo di amarti.»
Mi ritrovo stretto nel suo abbraccio. Le sue labbra si appoggiano alle mie, la lingua spinge per entrare. Chiudo gli occhi, ma non ho il tempo di gustarmi il bacio. Si ritrae disgustato e si pulisce con il dorso della mano.
«Perché sai di fumo?»
«Perché… perché io fumo. Qualche sigaretta ogni tanto. Niente di cui angosciarsi.»
I suoi occhi si riempiono di odio. Che cosa ho sbagliato?
«Sonia non fumerebbe mai.»
Indietreggio di un passo.
«Suo padre è morto di cancro ai polmoni, lo ripete in ogni intervista.»
Mi strattona per il polso e me lo torce. «Chi cazzo sei?»
Il calice cade e si infrange sulla terrazza.
«Mi fai male!»
«È quello che voglio.»
Mi sbatte con la schiena contro la balaustra e spinge. Mi solleva da terra, perdo aderenza con i tacchi. Rimango con il busto in bilico su un volo di tre piani. Una donna di sotto grida.
«Mi avevi quasi fatto fesso, siete due gocce d’acqua.» Mi trattiene per l’abito. «Sei una fottuta mutata, vero?»
Il rumore della stoffa che si lacera mi strappa uno strillo.
«Chi ti manda? Hernandez? O quel figlio di puttana di Pilgrim?»
Mi aggrappo ai suoi polsi.
«Non so di chi tu stia parlando! Ti pre–»
Mi colpisce con un manrovescio. «Parla!» Il fiato gli puzza d’alcool. È inutile cercare di farlo ragionare, non mi crederà mai. Ho una sola via d’uscita. Rannicchio le gambe e mi puntello al suo petto. Spingo più forte che posso. Kevin non se lo aspetta, molla la presa e cado al di là della balaustra. Si sporge con la bocca spalancata. Muove le braccia in aria cercando di afferrarmi. L’aria fredda mi si infila sotto al vestito e in un istante mi schianto a terra. I piedi e le caviglie vanno in frantumi, sbatto la spalla e grido. Il naso è una poltiglia di cartilagine, lo zigomo si è incrinato. Voglio la mia morfina.
Apro e chiudo i pugni, non posso perdere conoscenza. Metto a fuoco la terrazza, non c’è traccia di Kevin, sta già scendendo.
Un viso grasso e sudato compare nella mia visuale. «Respira ancora!»
Ne memorizzo i lineamenti: guance paffute, occhi stretti, naso storto, sopracciglia rade.
Riparo con un tocco le ossa delle caviglie, la tibia, il ginocchio. Risistemo la spalla nel suo alloggiamento e buona parte del dolore si quieta. Il ciccione mi aiuta a rimettermi in piedi. Mi guarda sconcertato. Lo spingo via e mi allontano.
«Aspetta, hai bisogno di un dottore!»
Zoppico finché le ossa non si rinsaldano del tutto, argilla che si solidifica al sole. Gli altri invitati mi fissano. Percorro il resto del vialetto a passo svelto, supero il cancello e mi rannicchio tra le auto parcheggiate. Tolgo l’abito insanguinato e mi modello la vita, faccio crescere pancia e fianchi. Riporto alla mente la faccia del grassone e mi modifico i connotati, addio Sonia Drake.
All’entrata della villa si è formato un capannello. Stanno cercando una ragazza magra e spigolosa, ormai il più è fatto.

Chiudo la porta di casa e mi lascio cadere sul divano. La vestaglia si allarga sulla pancia irsuta, il membro penzola.
Accendo il telefono. Ho il 3% di batteria, ma dovrebbe bastare.
Al terzo squillo Leonard risponde. «Pronto?»
«In che cazzo di guaio mi hai cacciato stavolta!» Urlo, come se servisse a qualcosa.
«Calmati.»
«Come faccio a calmarmi? Quel pazzo di O’Brian mi ha praticamente buttato giù dal terzo piano.» Con la manica della vestaglia mi asciugo alcune gocce di sudore dalla fronte. «È ossessionato da quella attricetta bionda, sa tutto di lei.»
«È per questo che ti ho chiesto di assumere il suo aspetto. Davvero un ottimo lavoro.»
Mi alzo di scatto dal divano. «Non me ne frega un cazzo dei tuoi complimenti, potevo rimanerci secco!»
«Il dipartimento ti ha pagato profumatamente. Cosa ti aspettavi, di rilassarti a una festa in piscina?»
Un tonfo lungo le scale mi fa sobbalzare. Mi avvicino alla porta e appoggio l’orecchio: dei passi pesanti.
«Sono qui! Merda, sono qui! Leonard, devi aiutarmi, mi hanno seguito!»
Infilo il telefono in tasca e corro in cucina. Apro il cassetto del mobile, rovisto tra le posate e tiro fuori un coltello da macellaio. Mi rannicchio nell’angolo, con la schiena appoggiata al frigorifero. Dalle imposte filtra la luce dei lampioni.
Rimango immobile, in ascolto. Nessun rumore. Forse mi sono preoccupato per nu–
Una spallata sfonda la porta di casa.
«So che sei qui, lurida mutata.» Kevin abbassa la voce. «Controlla di là, io guardo in camera da letto.»
Un’ombra enorme entra in cucina e si guarda intorno. Tira su col naso. «La sento, capo.»
Una specie di proboscide si insinua sugli scaffali, annusa il tavolo, punta nella mia direzione.
Ci mancava solo un altro mutato.
Mi scaglio su di lui col coltello proteso in avanti. Urto contro una sedia sbattendola a terra. L’energumeno scansa il mio attacco. Meno un fendente, ma sono troppo distante. Mi avvicino di un passo e provo un affondo. Blocca il mio braccio con la mano enorme prima che la lama lo raggiunga e mi colpisce allo stomaco e ai reni con due rapidi pugni. Mi piego per il dolore, l’arma mi cade, in bocca sapore di ferro. Strattono il braccio per liberarmi dalla presa, ma non si muove di un centimetro. Dumbo mi rifila un manrovescio che mi sposta la mascella, vedo tutto nero.
Sbatto le palpebre per rimetterlo a fuoco. La proboscide gli deforma il viso in un ghigno mostruoso, ha le orecchie penzolanti, gli occhi stretti. Mi colpisce di nuovo e le gambe cedono. Reggendomi per il polso mi solleva come se fossi una carcassa appesa a un gancio. Stringo i denti e lo colpisco con una ginocchiata in mezzo alle gambe. L’energumeno butta fuori l’aria e molla la presa. Agguanto la sedia ribaltata sul pavimento e gliela fracasso sulla testa. Dove cazzo è finito il coltello? A tentoni lo cerco nella penombra. Eccolo! Afferro l’arma e gliela affondo nel fianco. Squarcio fino all’ombelico, un fiotto di sangue mi imbratta la vestaglia. Spingo il corpo smisurato a terra. Il manico del coltello ondeggia conficcato nell’addome, la proboscide freme e gorgoglia.
Un fragore improvviso, poi il dolore al petto.
Kevin mi fissa, dalla pistola esce un filo di fumo.
«Muori, scherzo della natura.»
Ho la bocca piena di sangue, un rivolo mi scende dalle labbra. Cado in avanti. Una chiazza vermiglia si spande sotto al mio corpo, mi bagna i capelli.
I passi risuonano nel silenzio della cucina. Con il piede mi volta a faccia in su.
«Ti sei messa contro l’uomo sbagliato.» Mi appoggia la pistola sulla fronte, la canna è ancora calda.
«Fermo, O’Brian!» È la voce di Leonard!
Kevin alza lo sguardo verso l’ingresso. Uno sparo e il suo corpo viene sbalzato a terra, la sua arma scivola sul pavimento.
Leonard mi supera e si avventa su di lui, lo colpisce al volto una, due, tre volte.
Riprende fiato e con l’indice si sistema il ponticello degli occhiali. Armeggia con le manette. Solleva il corpo di Kevin, i polsi bloccati dietro la schiena, la spalla destra ferita. Dal naso spaccato colano moccio e sangue.
«Abbiamo torchiato uno dei tuoi uomini mentre tu te la spassavi alla festa. Ci ha mostrato dove nascondevi la droga.» Leonard sorride. «Ho abbastanza prove per chiuderti dietro le sbarre per il resto della tua vita, O’Brian.» Lo spinge verso un agente appena sopraggiunto. «Portalo via, Jenkins.»
L’uomo annuisce e strattona il prigioniero per il bavero della camicia. «Ha il diritto di rimanere in silenzio, qualsiasi cosa dirà potrà essere usata contro di lei in…» La voce si perde lungo le scale.
Leonard si accovaccia sui talloni.
«Tirati su, Doppelgänger. Una pallottola non basta per metterti al tappeto.»
Mi sollevo sui gomiti e scuoto la testa. La stanza gira come dopo una sbornia. Dal mio petto il proiettile salta fuori con un risucchio, tintinna sul pavimento. La ferita si richiude, rimane solo un piccolo foro nella vestaglia lercia di sangue.
«Non chiamarmi in quel modo. Non sono un fottuto supereroe in calzamaglia.»
Leonard tira fuori un pacchetto di Winston Blue dalla tasca interna della giacca, ne accende una e la lascia penzolare tra le labbra.
«Sei sprecato per incarichi così futili. Con le capacità che hai potresti fare carriera, essere rispettato.»
«Non ti immischiare. La mia vita è perfetta così.» Gli sfilo la sigaretta dalla bocca e aspiro una boccata di fumo a pieni polmoni.
«Il vizio ti ucciderà prima o poi.»
«Lascia che ci provi.»
Mi rimetto in piedi e barcollo fino al muro.
«Fai ripulire questo casino dai tuoi uomini e leva il culo dal mio appartamento.» Con la mano appoggiata sulla parete, un passo dopo l’altro, mi trascino fino al bagno. «E cancella il mio numero, non voglio più avere nulla a che fare con il dipartimento. Questa era l’ultima volta.»
«L’ultima fino alla prossima, Kurt.»
Alzo il dito medio e gli sbatto la porta in faccia. Getto il mozzicone nel cesso e tiro l’acqua.
Fanculo!
Mi fa incazzare sapere che ha ragione.

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Re: Semifinale Andrea Varano

Messaggio#5 » sabato 31 ottobre 2020, 20:13

Meat Doll

Suono il campanello.
La porta si apre.
- Roland Ludvigson?
Folte sopracciglia brizzolate si aggrottano. L’uomo lascia qualche secondo di pausa prima di rispondere. Il mento barbuto trema.
- Sono io.
- Mi manda la Meat.doll.inc, per l’ordine che ha fatto due giorni fa.
Annuisce e mi fa cenno di entrare.
Il vestibolo porta direttamente al soggiorno. La luce del camino acceso illumina foto di famiglia e mobili d’alto design. Nella stanza c’è odore di pulito e di…arrosto?
- Ecco… posso farle una domanda? – Roland chiude la porta e aspetta un cenno di assenso prima di proseguire. – Qual è il senso di… di tutto questo? È strano.
Mentre parla, indica il mio capo nascosto dal cappuccio di cuoio e la tuta che copre il resto del corpo.
- Spersonalizzazione: i clienti sono più propensi ad accettare il risultato finale, se non conoscono l’aspetto dell’operatore.
Ludvigson annuisce. È più alto di me di almeno due spanne e la camicia lascia intuire muscoli scolpiti. Osservando il torace, noto che si solleva rapidamente, quasi a tempo con l’aprirsi e il chiudersi delle grandi mani.
- Ha chiaro la procedura?
Annuisce.
- Ha preparato quanto le è stato chiesto?
Annuisce di nuovo e si allontana in una stanza adiacente. Traffica nei cassetti di un mobile da cucina, giusto accanto a una tavola apparecchiata per due.
- Ecco –Torna indietro e mi porge una busta di carta. – Ho controllato: corrisponde a tutti i parametri richiesti nelle vostre istruzioni.
Apro la busta e ne estraggo una ciocca di capelli color biondo grano. La annuso: non ci sono odori chimici.
- Direi che va bene – Prendo due o tre capelli e gli restituisco il resto. – Potrebbe indicarmi il bagno?
Attraversiamo un corridoio in penombra. Il bagno è lucido e pulito.
- Può tornare in soggiorno, se vuole. Ho bisogno di un po’ di tempo.
- Preferirei aspettare qui in corridoio. Voglio sfruttare ogni momento a disposizione.
Alzo le spalle e chiudo la porta. Tolgo cappuccio e tuta e li metto da parte. Dopo, è il momento della biancheria.
Prendo i capelli e li inghiotto. Ho giusto il tempo di sdraiarmi a terra, prima che comincino i cambiamenti.
Le ossa si spezzano e si ricalcificano in nuove configurazioni. I muscoli si strappano e si ricompongono fibra a fibra. Persino la pelle cambia di ruvidità e colore, virando verso un rosaceo molto pallido.
Anche la mente muta. Si espande sotto la pressione di pensieri che non le appartengono. Immagini…suoni… sapori… un’intera vita che si rovescia senza controllo dentro di me.
Gattono in un soggiorno dalle pareti immense. Mugolo per attirare l’attenzione dei miei genitori.
Sfoglio un libro per prepararmi all’ennesimo esame del liceo.
Mia madre si copre il volto con le mani. Piange mentre ascolta ciò che dovevo dirle da tanto tempo.
Ancora mia madre, ora più vecchia di vent’anni. Piange, ma stavolta con il sorriso sulle labbra: mi ha accompagnato all’altare dove mi aspettava l’uomo che amo.
Lo stesso uomo a cui rivolgo l’ultimo saluto nel momento in cui le forze mi abbandonano. Il calore della sua mano è l’ultima cosa che riesco a percepire mentre la massa che mi schiaccia il petto si decida a reclamare quello che resta della mia vita…

Lotto con tutte le mie forze per domare l’ondata di ricordi e per impedire che la mia coscienza ne venga disgregata. Una sfida così dura che il dolore del corpo che si disfa e si ricompone, sembra niente più che un fastidio di sottofondo.
Alla fine, le memorie acquisite si incasellano al loro posto e le mie carni assumono la conformazione desiderata. Le membra rispondono a fatica ai miei ordini e mi ci vuole un po’ prima di potermi rialzare. Lo specchio del bagno restituisce l’aspetto di un uomo di mezza età, dalla corporatura esile e con folti capelli biondi. Quando mi sento pronto, apro la porta del bagno ed esco.
Come aveva detto, Roland è rimasto nel corridoio. Si volta verso di me e spalanca la bocca. Il suo respiro si mozza, mentre le grandi mani cominciano a tremare.
- Angel…
Mi salta addosso e mi abbraccia. Le nuove memorie guidano il mio volto sul suo collo, permettendomi di aspirare deodorante muschiato misto a sapone al latte. Dopo qualche istante, il suo corpo si irrigidisce. Seguo il suo sguardo: sta osservando una foto appesa alla parete. Quella del loro… del nostro matrimonio.
- Non… non sono forte come pensavo, Angel… ogni giorno senza di te, è un inferno. Perdonami se devo ricorrere a queste menzogne per non impazzire.
Gli accarezzo le guance e lo faccio voltare verso di me.
- Te l’ho detto tante volte, Roland: non c’è nessuna menzogna nell’essere felici.
La tensione del suo corpo si scioglie. Il suo abbraccio si fa più forte.
- Sei bellissimo - sussurra, prima di sigillare le mie labbra con un bacio.

“Stasera, ore 22:30. Cliente Lana Parasini. Ulteriori dettagli in allegato.”
Il messaggio è della Meatdoll.inc.
Apro l’allegato della mail e leggo i dettagli che vi sono riportati. Tre pagine di informazioni e foto.
Appoggio il cellulare sul tavolo. Mi tolgo tuta e biancheria. Il completo di pelle è sull’indossatore accanto alla specchiera.
È fatto in modo da nascondere ogni centimetro del corpo, dal cranio alla punta dei piedi. I buchi per occhi e bocca sono a loro volta studiati per essere funzionali, senza scoprire nulla. In alcune parti, ci sono persino rigonfiamenti nascosti, in modo che la fisionomia del corpo rivestito non presenti alcuna anomalia visibile.
“Spersonalizzazione”.
La risata che mi scoppia nel petto sfuma in un singulto isterico.
I clienti della Meatdoll accettano una scusa così banale senza alcuna esitazione. La disperazione acceca loro il cervello… oppure evitano di farsi domande perché sanno che le risposte non sarebbero piacevoli?
Accendo le luci della specchiera. Deglutisco.
La verità può far male, soprattutto se si manifesta nel riflesso del proprio corpo.

- Pulisci bene: devono splendere.
- Si, Signore.
Baltazar alza il tallone. Comincio a passare lo straccio con più convinzione sulla fibbia delle scarpe. Improvvisamente, mi afferra per i capelli e mi fa sollevare lo sguardo verso di lui. Il parruccone a boccoli che indossa è grottesco e il trucco pesante sulle guance lo fa assomigliare più a un mimo da strada che a un nobile. Mi verrebbe voglia di ridergli in faccia, ma le memorie che ho assunto dal sangue di sua moglie mi suggeriscono solo pensieri di sottomissione.
- Stai facendo un lavoro orribile. È così che pensi di servire il tuo padrone?
- Mi spiace. Se la mia goffaggine la offende, mi punisca subito.
Le parole mi escono dalla bocca senza che riesca a determinare se siano frutto di cieco terrore o di una finzione appresa così bene da diventare indistinguibile dalla realtà
Il labbro baffuto si piega in un sorriso. Si alza in piedi e muove qualche passo. Si ferma. Torna indietro e mi afferra per i capelli. Urlo, ma lascio che mi trascini nell’altra stanza usando i lunghi capelli castani come un guinzaglio.
Mi sbatte a terra e comincia ad armeggiare con le ante di un armadio.
- Spogliati.
Mi tolgo il grembiule, la camicetta e il reggiseno. Congiungo i polsi e li offro a Baltazar. Un gesto suggerito dalla memoria muscolare: lo scatto di manette arriva prima che ne ricordi il significato.
Il mio cliente è ritto davanti a me, a gambe divaricate. Stringe nelle mani una frusta di cuoio.
- Pensavo di averti insegnato le buone maniere – Mi gira attorno, dandosi dei colpetti sul palmo delle mani con l’impugnatura della sferza – Pensavo che avessi finalmente imparato qual è il tuo ruolo e come si obbedisce al padrone…
La frusta colpisce sul fianco, appena sotto l’ultima costola. Il colpo mi mozza il respiro e mi strappa un gemito strozzato.
- Mi sbagliavo! – Sferra altre scudisciate. – Devo farti sentire ancora la voce della frusta!
- Imparerò, mio signore! Se lei mi insegna, non la deluderò!
Arrivano altri colpi. La sferza mi scava la carne della schiena, del collo e delle natiche. Il dolore fisico è intenso, ma non dissimile a quello che ho provato in tante altre occasioni. Quello psicologico, invece… i ricordi che scoppiano nella mia mente ogni volta che la frusta mi lacera la pelle… quelli sono qualcosa di nuovo.
- Impara!
Ogni colpo di frusta ne richiama altri cento.
- Sottomettiti!
Il suo volto paonazzo ringiovanisce, ma la bocca spalancata in urla di disprezzo resta identica. La costante invariabile delle innumerevoli umiliazioni che si sono ripetute nel corso degli anni.
- Obbedisci!
Baltazar getta a terra la frusta e comincia a usare le mani. È una fortuna che non abbia qualcos’altro a disposizione: dagli aghi da cucito ai mozziconi di sigaretta, ha sempre dimostrato molta fantasia nel suo sadismo.
- Ora… hai capito? – La voce è un rantolo. Bava e sudore gli colano sul volto, sbavandogli il trucco. – Hai capito qual è il tuo posto, Jesebel? Hai capito cosa devi fare per compiacere il tuo padrone?
Vorrei prendergli la frusta e restituirgli il dolore. Vorrei rinfacciargli di essere un fallito che sfoga le sue frustrazioni vestendosi come un damerino e umiliando sua moglie. Vorrei fargli scontare in una sola volta tutti gli anni di tormenti che la vera Jezebel ha passato.
Vorrei, ma tutto quello che faccio è annuire e ostentare un leggero sorriso.
- Grazie per avermi insegnato ancora, mio padrone. Cosa posso fare per ringraziarla della sua pazienza?
Altre parole che non mi appartengo. La cerniera dei suoi pantaloni che si apre su un rigonfiamento inequivocabile me ne fa pentire all’istante.
Baltazar mi infila il pene in bocca e comincia a spingere. Chiudo gli occhi. Lascio che sia lui a far tutto senza oppormi. A lui la cosa non sembra dispiacere.
Quando ha terminato, mi accarezza i capelli. Un gesto che mi offende più delle frustate.
- Sei bellissima… - geme e richiude la patta. – la mia bellissima sposa sottomessa.
Devo resistere due giorni ai suoi tormenti. Come ha fatto Jezebel ad andare avanti per sei anni?

Gambe glabre. Non ci sono nei o imperfezioni sulla pelle grigiastra.
L’inguine è vuoto. Niente pene, né vagina: gli innesti genetici sono neutri e si attivano solo quando vengono in contatto con le sequenze del donatore.
Il ventre è privo di ombelico. Le costole sporgono dal torace: lo spazio che le separa è così ampio che posso infilarci un dito.
Poi il volto.
Una vuota maschera di carne pallida. Niente lineamenti, né naso, solo tre aperture sottili per bocca e narici e due piccoli occhi dalle iridi acquose. Una base anonima su cui il mio potere può disegnare i suoi capolavori.
Gli angoli della bocca di sollevano. Vorrebbe essere un sorriso, ma fatico ad attribuire una qualsiasi emozione umana a quello che mi restituisce lo specchio.
Alito sulla superficie riflettente finché una patina di condensa non copre tutta la parte superiore. Ora la figura che si intravede può essere quella di chiunque.
Ora può essere bellissima.

Il signor Tezuka sta dormendo. Quando l’infermiera mi vede entrare, si allontana dai macchinari che stava controllando e gli sfiora la spalla sinistra. Quando l’uomo si sveglia, lei fa un inchino e si allontana. Nel momento in cui incrociamo lo sguardo, noto che i suoi occhi sono lucidi.
- Sei proprio uguale a lei – mormora il vecchio, quando restiamo soli – Sei uguale alla mia Misaki quando l’ho incontrata.
- Ma cosa dici, Jukai? Non mi riconosci? Sono io Misaki.
- No che non lo sei. Mia moglie è morta diciotto anni fa e tu sei solo un’evoluta che ne ha copiato l’aspetto – Affiora un sorriso sul volto rugoso. – Lascia le illusioni a chi ha tempo da perdere: non dispongo più di questo lusso.
Spalanco la bocca e m’irrigidisco. Il vecchio si sposta verso un bordo del letto e mi fa cenno di avvicinarmi. Mi siedo sulla parte liberata e lui mi cinge il collo con un braccio. Lo assecondo e mi sdraio accanto a lui.
- Anche l’odore non è lo stesso. È quasi perfetto, ma, per due persone che hanno vissuto assieme metà della loro vita, quel “quasi” significa tutto.
Annuisco, anche se l’occhio mi cade sui tubicini dell’ossigeno nelle sue narici.
- Se non vuoi che finga di essere tua moglie, cosa vuoi che faccia?
- Canta per me. Voglio sentire ancora la voce di cui mi sono innamorato.
Comincia a tossire e i macchinari a cui è collegato emettono suoni d’allarme. Cerco alzarmi per chiamare i medici, ma lui mi trattiene.
- No, deve essere oggi. Non m’importa di andare avanti un altro giorno, ma voglio trascorrere le mie ultime ore come un uomo felice.
Sospiro e torno a sdraiarmi.
- Cosa vuoi che ti canti?
- La canzone che lei stava recitando quando ci siamo incontrati per la prima volta.
- Ti ricordi qual è?
- No, ma tu sì.
Chiudo gli occhi e mi fermo a riflettere per qualche minuto. Nei ricordi di Misaki compare l’immagine sbiadita di una festa campestre, con uomini e donne vestiti di kimono variopinti che cantano e ballano attorno a dei falò. Sono una figura minuscola in mezzo alla folla, ma la gente danza al ritmo della mia voce. Poi, tra i falò e i danzatori in estasi, appare un giovane dai capelli corvini e l’espressione sognante. La stessa che si dipinge sul volto devastato di Jukai quando comincio a cantare.

Akai hana tsunde
Ano hito ni age yo
Ano hito no kami ni
Kono hana sashiteage yo
Akai hana akai hana ano hito no kami ni
Saite yureru darou ohisama no you ni

Shiroi hana tsunde ano hito ni age yo
Ano hito no mune ni kono hana sashiteage yo
Shiroi hana shiroi hana ano hito no mune ni
Saite yureru darou otsukisan no you ni
Otsukisan no you ni

L’ultima sillaba sgorga dalle mie labbra. Jukai sta piangendo. La mano che stringe la mia è sempre più debole, eppure la sua presa non cede.
- Cantane un’altra, per favore. Misaki conosceva così tante canzoni…
Sorrido e gli accarezzo le guance con la mano libera. Mi lascia fare per qualche secondo, poi scuote la testa.
- No: lei faceva esattamente così quando voleva essere dolce.
- Vuoi che canti come tua moglie, ma non vuoi che mi comporti come lei. Perché?
Resta in silenzio. La stretta della sua mano si fa più forte ed è accompagnata da un lieve tremolio.
- Perché se dimenticassi anche solo per un istante che è morta… se mi lasciassi cullare dall’illusione che lei può essere qui, accanto a me, allora non avrei più il coraggio di andarmene adesso. Ti chiederei di cantare ogni giorno per me, mentre i miei polmoni collassano. Ti chiederei di parlare come lei e di ricordarmi cose che solo lei poteva ricordare, per distrarmi dal dolore. Poi, quando il momento non sarebbe più rimandabile, mi agiterei in modo vergognoso, perché sentirei che la vita mi sta portato via ancora una volta la donna che ho amato.
La vista si offusca. Le lacrime mi affiorano dagli occhi. Mi volto lontano da Jukai prima che sgorghino fuori. È il ricordo del sentimento che Misaki provava per quest’uomo a farmi piangere… o sono io?
- Ti prego, non disprezzarmi se sono debole. Ho bisogno che tu canti per ricordarmi cosa mi aspetta dall’altra parte. Se sento la sua voce, allora non avrò più paura.
Non resisto più. Mi volto, incurante del fatto che lui mi veda piangere.
- Disprezzarti? – Porto la sua mano alle labbra e la bacio – Misaki avrebbe mai potuto fare una cosa simile?
Lui scuote il capo e mi accarezza il volto.
- Sei bellissima.
Ricambio le sue carezze e intono una nuova canzone.

Mentre la condensa si dissolve, nello specchio appaiono i volti di coloro che ho interpretato
È Angel. Arrossisce mentre ricorda il tocco delle mani di Roland.
- Sei bellissimo, amore mio.
È Jesebel che abbassa lo sguardo quadro sente la voce del padrone.
- La mia bellissima sposa sottomessa.
La letizia danza negli occhi di Misaki, mentre la sua bocca recita in silenzio una canzone.
- Anata wa utsukushii.
Uomini e donne di ogni età e aspetto. Vite uniche che si sono dipinte per qualche ora sulla tela vuota della mia carne e della mia mente.
Lo specchio si pulisce. L’illusione si dissolve e il riflesso torna a essere quello di una maschera di carne pallida.
Mi irrigidisco. Il sussurro con cui stavo lodando la mia bellezza si strozza in gola. Non c’è niente da lodare nell’abominio nel riflesso.
Niente.
Urlo e colpisco lo specchio con un pugno. Un intero angolo si crepa e va in frantumi, mentre le nocche si colorano di rosso spento. Porto la mano davanti agli occhi. I ghirigori che il sangue disegna sulla carne grigiastra mi lasciano a bocca aperta.
Pennellate di vite su uno spazio neutro
Mi inginocchio e raccolgo uno dei cocci più grossi. La mano trema quando lo avvicino al polso, ma smette non appena nuovi rivoletti vermigli cominciano a scorrere.
Raccolgo un po’ di sangue con la punta delle dita e comincio a disegnare sul mio corpo.
Punti neri, nei, imperfezioni della pelle e cicatrici. Sul volto, traccio la linea di un naso e le scocche rosse di imbarazzo. Un’intera chiazza cremisi a simulare dei capelli e degli sgorbi per imitare delle orecchie. Ricordando di un dettaglio che mi era piaciuto in passato, segno persino una fossetta sul mento. Da ultimo, circondo le labbra quasi inesistenti con un velo rosso, poi bacio il mio riflesso.
Com’è bello ora il mio sorriso. Persino i miei occhi sembrano finalmente vivi.
- Sei bellissima.
Immagino che sia qualcun altro a dirmelo, per la prima volta, senza indossare un corpo che non mi appartiene.


Di Agostino Langellotti

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Re: Semifinale Andrea Varano

Messaggio#6 » lunedì 16 novembre 2020, 9:58

Commenti di Andrea Varano



“Ossessioni”
Idea
Un ricco uomo d’affari è ossessionato dalla voglia di assomigliare all’imperatore romano
Claudio Augusto. Per raggiungere lo scopo, egli si sottopone a una devastante serie di
interventi chirurgici fra i quali si annovera anche l’asportazione delle braccia per garantire la
miglior somiglianza con il busto dell’imperatore.
Sviluppo
L’idea, di per sé promettente, non è stata tuttavia sviluppata in modo coinvolgente. Del
protagonista sappiamo che è a capo di un impero societario e che, a causa della sua
fissazione, sta subendo l’estromissione dagli organi direttivi. Benché questo dia al lettore un
contesto nel quale inquadrare la narrazione, non riesce però a garantire l’immedesimazione
nel protagonista, né una qualche forma di connessione.
Più che stravagante, il protagonista si può ben definire disturbato. La nostra società
incoraggia l’emulazione verso le icone dello spettacolo e del jet set, emulazione che
comincia dai vestiti e arriva a coinvolgere la chirurgia estetica come nel presente racconto.
Tuttavia il personaggio qui tratteggiato, più che a una forma di disperazione, va incontro alla
vera è propria follia, perdendo ogni aderenza con la realtà e finendo per immedesimarsi
nell’imperatore stesso. Più che eccentrico, è quindi un vero e proprio malato mentale.
Inoltre la materia narrata si riduce purtroppo alla cronaca degli interventi ai quali il suo corpo
viene sottoposto, per concludersi alla fine con una scena ambientata dentro una clinica
psichiatrica. Il lettore già si aspetta in qualche modo che quel personaggio sia condannato a
soccombere alla propria ossessione e quando ciò si verifica, osserva spontaneamente “era
tutto prevedibile”.
Stile
Il racconto si legge senza problemi, ma lo stile ha alcuni aspetti rivedibili che si fanno notare.
Il protagonista oscilla in poche righe da un linguaggio estremamente scurrile (grassetto) a un
registro quasi aulico (corsivo), come nel passaggio:

“Ma era una lacrima quella sul suo volto? Devo essermi fottuto il cervello. E che si
fotta anche lei, cazzo! Mi ha abbandonato, la stronza, come tutti gli altri.
L’ingratitudine è il pane avvelenato che si mangia quando sei all’apice, diceva il mio
vecchio…”
Ciò rende difficile intuire il background culturale e di provenienza del personaggio. Una
simile oscillazione ricorda più un malavitoso che, per darsi un tono, citi a memoria frasi
ampollose, per poi chiosare con generose volgarità.
Il testo è anche ricco di allitterazioni e ripetizioni. Subito nella prima frase la sillaba -ia chiude
ben due parole: “Il dottor Zielinski osserva la fotografia chino sulla scrivania”. Altri esempi:
“Dorothea fruga nella cartella. […] Mi allunga una cartellina trasparente.” “Le gambe mi
tremano e le tempie mi pulsano”. “Il cuore galoppa, deve essere il cortisone. Devo
mantenere la calma, Cristo”.
Infine, il piccolo infodump collocato proprio in chiusura di racconto per ricontestualizzare la
situazione del protagonista al lettore, risulta forzato ed evitabile:
“Lei non è più nessuno” sussurra. “Si ricorda che l’hanno licenziata sei mesi fa? E
già… Come potrebbe?” Sorride. “Ora prenda la pastiglia, prima che gliela cacci in
gola a forza!”
In sei mesi non sarà certo la prima volta che il protagonista dà segno di scollamento dalla
realtà dei fatti, quindi sarà già capitato all’infermiera di trovarsi in quella situazione. Una
soluzione alternativa avrebbe potuto essere:
“Ancora questa storia del mi sentiranno in azienda!” sospira. “Per la millesima volta: è
stato estromesso! Chissà se si rassegnerà mai all’idea di non essere più a capo di
niente… Coraggio, prenda la pastiglia, non mi costringa a cacciargliela in gola come
al solito!”
Personaggi
In tutto il racconto c’è un solo personaggio saliente: il protagonista. Il chirurgo plastico che lo
opera, Dottor Zielinski, è un mero strumento della narrazione la cui natura non influisce sul
racconto. Ancor meno pesano altri personaggi come l’infermiera dell’ultima scena. L’unico
personaggio che avrebbe potuto avere un peso è la segretaria, Dorothea, che però vive per
una pagina appena e ci lascia solo intravedere un collegamento con il protagonista.
Egli è dunque l’unico personaggio a reggere il racconto, ma di lui non conosciamo niente.
Già dalle prime battute lo troviamo alle prese con la propria ossessione e non sappiamo
come gli sia nata. La battuta “Lei crede che con un viso come il mio si possa governare un
impero?” ci lascia supporre una mastodontica ansia da prestazione, ma provarla aiuterebbe
molto di più a scendere con entrambi i piedi nella fossa che il protagonista si sta scavando
da solo.

Valutazione complessiva
Il racconto incuriosisce ma alla fine lascia il lettore distante, non riesce a trasportarlo dentro
la vicenda narrata e a fargliela sentire addosso. Tuttavia l’idea di assomigliare a qualcuno,
portata fino all’assurdo, è un motore narrativo interessante e una rielaborazione del racconto
potrebbe senza dubbio produrre risultati diversi. Una suggestione che il racconto mi ha
evocato (e avrei voluto trovarci dentro) è questa: il protagonista riesce a non farsi
estromettere, così nell’ultima scena lo troviamo a presiedere un consiglio d’amministrazione
al quale partecipano solo uomini con le braccia amputate come lui, minacciati dal personale

di sicurezza vestito come legionari romani.
“L’ultima volta”
Idea
Il protagonista è in grado di cambiare il proprio corpo al punto di prendere le esatte
sembianze di altre persone. La metamorfosi avviene con una procedura violenta e del tutto
inattesa per il lettore: richiede l’uso di un martello!
Sviluppo
L'idea della capacità di cambiare aspetto è gestita in modo coerente per tutto il racconto e
ne costituisce l’elemento trainante. Anzitutto ha un prezzo da pagare in termini di dolore
fisico, infatti il protagonista è tutto fuorché contento di dovervi ricorrere. Inoltre egli
preferirebbe non dovresti cacciare nei guai per racimolare soldi in fretta, ma le esigenze
quotidiane lo impongono.
Risulta debole invece il motivo dell'ingaggio. O'Brian alla fine viene arrestato perché un suo
subalterno ha cantato sotto interrogatorio. La domanda rimane quindi: perché il protagonista
ha fatto tutto ciò che ha fatto? Se avesse sottratto delle prove dalla casa di O'Brian, l’azione
sotto copertura avrebbe avuto senso, ma di ciò non si fa menzione.
Anche il cambio di umore di O'Brian quando si accorge che il protagonista puzza di fumo è
un po' brusco e repentino. Qualche riga in più per svilupparlo forse gioverebbe.
Stile
Lo stile è maturo e deciso, ben calibrato sulla vicenda da narrare. La prosa incalza e
aggancia, ha ritmo e la voglia di proseguire la lettura è garantita. Forse c'è una certa
indulgenza verso la paratassi: l'uso di qualche subordinata in più renderebbe meglio i
momenti di ripensamento che il protagonista attraversa all'inizio del racconto, prima di
risolversi ad accettare l'incarico.
Il ricorso alla personificazione di oggetti e abitudini in più passaggi dà brio e vigore alla
narrazione:

“Mi accendo una sigaretta. L’ultima rimasta nel pacchetto mi fissa. Tra poco verrà
anche il tuo turno, non essere gelosa.”
Accade anche sul finale, con questo scambio di battute:
Gli sfilo la sigaretta dalla bocca e aspiro una boccata di fumo a pieni polmoni.
“Il vizio ti ucciderà prima o poi.”
“Lascia che ci provi.”
Particolarmente significativo il paragrafo della metamorfosi:
Prima che inizi l'ottundimento agguato il martello, fisso la testa incrostata. Chiudo gli
occhi e me lo schianto sul naso. [Etc.]
Il lettore arriva impreparato a questo passaggio e ciò è un bene, perché il risultato è
travolgente.
In altri passaggi invece un montaggio diverso avrebbe migliorato la resa, benché si tratti di
dettagli. Ad esempio, nella descrizione di Kevin O'Brian l'accenno agli occhiali da moscone
avrebbe avuto maggior risalto al termine della frase, costituendone il culmine del crescendo:
sottili baffetti, scodella biondo platino e infine occhiali da moscone.
Personaggi
Il protagonista è l'unico dotato di una certa rotondità. Sappiamo che è uno spiantato, che ciò
lo rende manipolabile e lo costringe ad accettare incarichi di cui farebbe volentieri a meno.
Ha un linguaggio caustico che non scade però mai nel cliché, un tratto ben dosato. Piace da
subito al lettore che vi si immedesima.
O'Brian è un antagonista un po' da capitolato, tarato giusto giusto sulle esigenze della trama.
Ricco, fissato per una donna alla quale riconosce una profondità di spirito che forse ha
idealizzato lui, cerca immediata vendetta quando realizza di essere stato raggirato. Renderlo
più vero e più sadico o spietato avrebbe dato forza al racconto.
Leonard, l'uomo che ingaggia il protagonista, è giusto una sagoma di cartone che compare
anche a fine narrazione come un deus ex machina per risolvere la trama. Adatto
all'economia della racconto, ma non certo memorabile.
Valutazione complessiva
Una prova convincente, benché non esente da qualche debolezza. Sviluppare i personaggi
nell'ambito di un romanzo è un'idea da non sottovalutare.


“Meat Doll”
Idea
Il protagonista è in grado di cambiare aspetto fino ad assomigliare a un’altra persona. Per
riuscirci deve entrare in contatto con parti della persona stessa, ad esempio una ciocca di
capelli. Impiega questa abilità per surrogare persone scomparse a beneficio dei parenti
paganti.
Sviluppo
L’idea del mutaforma che, a pagamento, interpreta persone decedute è uno spunto forte che
si presta a creare qualsiasi situazione paradossale e al limite del credibile. Inoltre è senza
dubbio un’esperienza che porterebbe chiunque a stretto contatto con i propri limiti. La
categoria umana che più si avvicina a quella descritta qui è quella della prostituta, e in fondo
ciò che il protagonista fa non è poi molto diverso da un’ordinaria prostituzione.
Quello che non convince è la prevedibilità con la quale un simile gioco di inganni e una tanto
soffocante sequenza di immedesimazioni - subendo spesso soprusi - porti alla fine a una
crisi da manuale. Potremmo quasi dire che è tutto già scritto nelle premesse e quindi il
lettore è al riparo dalla conclusione, non ne viene travolto ma la anticipa per tempo,
neutralizzandola.
Questa capacità di previsione potrebbe però ritorcersi contro il lettore stesso e diventare una
sublime arma a doppio taglio. Se all’avvio della storia il lettore fosse infatti messo nelle
condizioni di immedesimarsi nel personaggio principale, ecco che la consapevolezza della
crisi finale sarebbe un avviso di sofferenza dal quale il lettore vorrebbe ad ogni costo
allontanarsi, non potendolo però fare perché agganciato al binario obbligato che il racconto
ha in serbo.
Senza l’innesco di questo meccanismo che porta a temere l’inesorabile, ecco che la
sequenza di scene, seppur ben descritte il più delle volte, rimane una rassegna godibile, ma
non fatale.
Stile
Lo stile alterna momenti riusciti a momenti più fragili, che scontano la voglia di inserire ad
ogni costo elementi nel testo senza che siano di reale beneficio per il lettore. L’esempio più
lampante è il componimento in giapponese traslitterato che forse può essere compreso da
chi conosca la lingua, di certo è solo una barriera per chi non la parli.
Qua e là si trovano anche ripetizioni che si evidenziano al lettore dall’orecchio attento. Ad
esempio la ripetizione esatta della parola quando in apertura di due frasi di seguito, seguita
poi dalla locuzione “Nel momento in cui” che esprime sempre una collocazione nel tempo:
“[...] Quando l’infermiera mi vede entrare, si allontana dai macchinari che stava
controllando e gli friora la spalla sinistra. Quando l’uomo si sveglia, lei fa un inchino
e si allontana. Nel momento in cui incrociamo lo sguardo [...]”
O ancora nell’allitterazione di frusta con frustrazione, nel passaggio:
“Vorrei prendergli la frusta e restituirgli il dolore. Vorrei rinfacciargli di essere un
fallito che sfoga le sue frustrazioni vestendosi come un damerino [...]”
Il linguaggio dei comprimari è a volte un po’ didascalico e rigido, ma in fondo ciò contribuisce
a dipingerli come dei deboli, caratteristica che ben si sposta con il ricorso a un mutaforma
per lenire la sofferenza dovuta a un trauma che non sanno superare.
Personaggi
Il personaggio principale (non ho capito se maschio o femmina, ma questa ambiguità si può
certo inquadrare come un merito nell’economia del racconto - propenderei per femmina,
sempre che sia importante) è di sicuro capace di attrarre l’attenzione, ma rimane in qualche
misura insondabile al lettore. Appare chiaramente un animo spezzato dalle vicende vissute e
pur tuttavia non ne è del tutto responsabile, o almeno non è dato saperlo con certezza al
lettore. Perché fa ciò che fa? Non può sottrarsi a un’attività rischiosa e che spesso gli
provoca disgusto e pena?
I comprimari sono più o meno tutti deboli, una rassegna di degrado umano e debolezza di
spirito, così inclini a cercare un po’ di sollievo nell’illusione. La ritrosia ad affrontare il dolore
causato da esperienze normali per chiunque (tutti dobbiamo confrontarci con la morte anche
prima che giunga il nostro turno) li restituisce come adolescenti cresciuti solo nel corpo, o
addirittura come pervertiti.
Un personaggio tuttavia si distacca da questo coro: è il giapponese Tezuka, in ospedale in
fin di vita. Sebbene ricorra come gli altri ai servigi del mutaforma, quando questi assume le
sembianze della moglie morta, Tezuka gli intima subito di non cercare di sostituirsi a lei. Di
fronte alla sorpresa del mutaforma, spiega che nessuno mai saprebbe ingannarlo al punto
tale da fargli davvero credere di essere al cospetto della compagna di una vita. Rispetto agli
altri personaggi, Tezuka è un gigante che si staglia e, pur da un letto di ospedale che forse
lascerà solo da morto, ci offre una lezione sul senso della vita e del viverla senza illusioni.
Avrebbe potuto in un certo qual modo essere il coprotagonista del racconto, con uno
sviluppo ulteriore.
Valutazione complessiva
Il racconto incuriosisce, cattura dall’inizio alla fine, ma in qualche misura non convince sino
in fondo e non tanto per una questione stilistica, fronte sul quale (pur con alcune doverose
segnalazioni) si difende egregiamente. La vera debolezza è proprio costituita dal
personaggio che nel finale naufraga in un mare di ricordi e personalità altrui, senza prima
aver costretto il lettore a immedesimarsi. Così il finale rimane una scena senza dubbio
spiacevole e che trasmette pena per il protagonista, eppure lascia anche modo di dire: che ti
aspettavi, facendo quella vita?
Prima di arrivare alla crisi tragica, il personaggio principale dovrebbe offrire al lettore qualche
spunto per acquisirne la prospettiva, dovrebbe in qualche misura diventare imprescindibile,
come il bambino che ruba per sfamare la famiglia ridotta in miseria, o il tossicodipendente
che non riesce a sottrarsi all’uso di droghe, o il divo che teme di cadere nell’oblio, per fare
alcuni esempi. La mancanza di background ci impedisce di dire: al suo posto avrei potuto
esserci io e non doveva andare così, non meritava di vivere quella crisi finale, se capitasse a
me la sentirei come un’ingiustizia!
L’idea piace, la maggior parte delle scene hanno potenziale e sono descritte spesso con una
cruda efficacia che paga. Sarebbe davvero opportuno dare un po’ di background all’inizio e
far sì che il lettore non possa più uscire dalla pelle del protagonista.


And the winner is...

“L’ultima volta”

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