Semifinale Alberto Büchi

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo ottobre sveleremo il tema deciso da Debora Spatola. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#1 » giovedì 29 ottobre 2020, 11:21

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida ad Avvento
Combattono in questa semifinale:

- Trinità lunare, di Matis KaraKorum
- Sia lode a te e così sia, di Eugene Fitzherbert
- Solo un gioco, di Mauro Lenzi

In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi possono sfruttare i giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: sabato 31 ottobre alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 31 ottobre. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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MentisKarakorum
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#2 » giovedì 29 ottobre 2020, 17:18

Trinità Lunare

«Smettila di fare la sgualdrina!»
La mamma batte un piede. Sbuffo e lascio gli orli della gonna, la stoffa cade e mi carezza le caviglie. Il ragazzo gira lo sguardo verso la mamma, cambia gamba d’appoggio e si mette le mani in tasca.
Abbasso il mento e inclino un poco la testa: so che questo ai ragazzi piace. Il giovane non si muove, i suoi piedi sono piantati a terra e gli tremano le gambe. Accarezzo la gonna all'altezza dei fianchi e tiro la stoffa. Ancora un pochino su. Il ragazzo ha gli occhi puntati sulle mie caviglie. Sorrido.
«Sgualdrina!»
Il vocione della mamma rompe l'incantesimo. Il giovanotto mi guarda imbarazzato. Borbotta qualcosa e tocca il berretto col dito indice. Si allontana. Non c'è niente da fare, oggi va così.
«Perché non mi lasci in pace? Ho sedici anni!»
La mamma è tutta rossa. «Questo non ti giustifica a mostrarti agli uomini!»
Mi avvicino al tavolo e mi siedo. Il papà è concentrato sulle sue carte, la mamma non smette di guardarmi con le sopracciglia aggrottate.
«Smettila di mostrare le caviglie ai ragazzi!»
Appoggio i gomiti sul tavolo e sbuffo. «Non posso mostrarmi? Ma non sono qui per questo?»
Indico gli uomini che entrano ed escono dalla tenda: c’è chi passa attraverso il padiglione senza degnarci di uno sguardo, chi si concentra sugli altri freaks in esposizione, e chi cammina un passetto alla volta guardandosi intorno spaventato come un coniglio.
La mamma non mi dà tregua. «Siamo qui per esibirci a un pubblico rispettoso, non a gente volgare.»
«Ma noi non abbiamo nemmeno un numero! La gente viene solo per guardarci mentre giochiamo a carte. E allora che male c'è se guardano?»
Il papà batte la mano sul tavolo. «Smettetela con questi discorsi da donnette. Selene, quando troverai un marito potrai mostrargli le caviglie e tu, Agnes, pesca che ho voglia di giocare.»
La mamma stringe le labbra e si concentra sulle carte. Le alza e le abbassa, le riordina una ad una. «Sei una sciocca a mostrarti al primo che trovi. Devi puntare più in alto!» Gioca e pesca una nuova carta dal mazzo. Il papà ridacchia e mette un cavallo di denari trasversale sul mazzetto delle sue prese. «Scopa!»

La luce della luna piena illumina il sentiero, con tutto questo fango ho paura che gli orli della gonna si siano insozzati. Il carrozzone macilento oscilla come se dentro si agitasse un elefante. Salgo il predellino e alzo il pugno di fronte alla porta. Il cuore mi batte forte.
«Selene.»
Faccio un salto tale che rischio di cadere nel fango.
«Eddie.» Sospiro e scendo. «Che ci fai qui?»
L’omino alza lo sguardo e si mette in punta di piedi. Povero piccoletto. Mi siedo sui calcagni per guardarlo negli occhi.
Eddie si acciglia. «Selene, lo sai che oggi Leonard si esibisce.»
Non me lo ricordavo più. «Volevo parlargli.»
«Non farlo.» Scuote la testa abnorme. «Lo sai che prima del suo numero è sempre suscettibile.»
Apro la bocca per rispondere ma vengo interrotta dallo sferragliare metallico dei chiavistelli del carrozzone: la porta si apre. Leonard si sporge e si appoggia alla ringhiera del predellino, il carrozzone si piega così tanto che ho paura che si rovesci. Mi rimetto in piedi e mi porto a debita distanza. Eddie sgambetta verso il padrone e porge le braccette in avanti per aiutarlo a scendere. Leonard grugnisce in preda allo sforzo e riesce a spostare l'incredibile mole del suo corpo giù dal predellino. Arrivato a terra i suoi piedoni affondano nel fango e il suo ventre trema come un otre sul procinto di scoppiare.
Finalmente si accorge di me. La sua bocca si apre a evidenziare file di denti storti. «Mia cara! Quanto sei bella stasera!» Si sporge in avanti e appoggia il palmo sulla testa calva di Eddie che, emesso un lamento, affonda nel fango fino alle ginocchia.
Mi schiarisco la gola. «Leo. Volevo parlarti.»
Il bisonte annuisce: «Stasera ho il numero principale al grande padiglione.» I suoi doppi menti si spremono fuori dal colletto inamidato. «Ho poco tempo, ma per te un minuto lo trovo sempre.»
Eddie rantola e fa un passo trascinando Leonard. Il grassone barcolla in avanti fino a trovarsi a pochi centimetri da me, allunga due dita grosse come salsicce e mi tocca il ciuffo di capelli sulla spalla. Odio quando lo fa: il sebo delle sue mani mi lascia sempre aloni giallastri addosso.
Mi scosto con educazione. «Leonard. Domani vorrei uscire.»
«Uscire?» Tossisce. «Per andare dove?»
Scrollo le spalle. «Non sono mai uscita dal circo. Voglio andare a passeggiare per la città, incontrare gente, parlare con gli sconosciuti...»
Ride e spinge il povero Eddie ancora più dentro al fango. Maledetto tricheco. «Sei ammattita forse? Lo sai che se ti esponi al sole la tua pelle arrostisce.»
«Potrei andare in giro al crepuscolo, oppure coprirmi bene. Portare uno scialle.»
«E i tuoi occhi?» Stende l'indice e se lo ficca nell'occhio. «Cosa mettiamo sopra agli occhi della mia bianchissima e delicatissima dea della luna?»
Detesto quando mi chiama così. Stringo i denti. «Non voglio restare qui chiusa per sempre Leo!»
Il ciccione non risponde, stende una gamba e barcolla in avanti sostenuto dal povero Eddie. Mi scosto per farlo passare, l’acqua di colonia non copre la puzza di sudore rancido.
«Leo! Fammi uscire!»
Il braccio grosso come un prosciutto si alza a indicare il cielo. «Fa' silenzio. Tu e la tua famiglia di albini siete vincolati da un contratto a vita. Scioglietelo e andatevene quando volete. Ma lo sai che la penale è pesante, specie per te, cara mia, che sei l'attrazione principale del mio Freak Circus; la principale dopo di me, ovviamente. Non più andrai farfallone amoroso, notte e giorno d'intorno girando...»
Sulle note delle Nozze di Figaro il maiale mi lascia sola in mezzo al fango. Stringo i pugni così forte che le unghie mi si piantano nei palmi.

Porto alla bocca una cucchiaiata di porridge. La pappetta insipida mi impasta la bocca. È appena l'alba: il sole basso sembra uno spicchio di pomodoro. Sorrido, fra un paio d'ore questo stesso sole brillerà così tanto da cucinarmi la pelle. Un'altra cucchiaiata. È questa la mia vita? Poltiglie insipide, partite a carte e tanti idioti che sbirciano mentre mi alzo la gonna? Non credo. Il sole sorge e tramonta in angoli opposti del globo, se potessi cavalcare il cielo come lui, vedere tutto da lassù… quanto darei per poter girare il mondo.
«Ciao Selene. Posso sedermi con te?» Mi volto, Howard zoppica e si avvicina.
Ci mancava solo lui.
Si siede senza aspettare una risposta, mi guarda e ammicca. So di piacergli, però non posso farci niente.
«Ti vedo triste, Selene. Va tutto bene?»
Che vuol capirci lui. «Sono un pochino giù. Niente di grave.»
Howard si gira e mi mostra la schiena. «Toccami la gobba. La sfortuna se ne andrà subito.»
Sospiro: fa di tutto per avere un po' di affetto. Gli carezzo la gobba, miagola come un gattino.
«Va meglio?» Si volta a guardarmi.
Alzo gli occhi al cielo. «Un pochino.»
Howard apre la bocca nell’imitazione di un sorriso; uno dei suoi canini è cariato. «Non li avevo mai visti così.»
«Cosa?»
«I tuoi capelli. Con questa luce sembrano rossi.»
Incerta guardo il ciuffo che mi ricade sulla spalla. È vero: la luce del sole mi tinge i capelli di rosso. Non ci avevo fatto caso.
«Ti piacerebbe se mi facessi una tinta? Se mi facessi rossa?»
Howard aggrotta le sopracciglia in preda a un difficile calcolo. «No. Voglio che i tuoi capelli rimangano bianchi come la neve. Mi piacciono così.»
Si guarda la punta dei piedi e ammutolisce. Appoggio la scodella sulla panca. «Grazie, Howard.»
Lui si raddrizza. Muove la bocca come per dire qualcosa, ma senza emettere alcun suono. Alla fine si decide e si rimette in piedi. «Buona giornata Selene. Magari ci becchiamo dopo.»
Lo guardo mentre galoppa verso il tendone dei freaks.
Mi alzo e mi stiracchio. Il sole ormai è un disco completo e non più solo uno spicchio.
Meglio che mi affretti.

Bussano alla porta del carrozzone. La mamma va ad aprire. Il vento freddo entra dentro, mi copro il collo con lo scialle. Eddie sale in casa, saluta mio padre e mi prende per mano.
«Vieni, c'è qualcuno che vuole conoscerti.»
Guardo la mamma.
«Vai pure.» Il suo viso è tranquillo. «È tutto a posto. Sono sicuro che sarai contenta.»
Sorride. I suoi denti riflettono la luce della lampada.
Non dico niente, infilo un soprabito e lascio che Eddie mi trascini fuori. La luna è alta in cielo, una nuvola ne nasconde una metà.
«Eddie. Cos'è questa storia?»
L'ometto piega la testa e mi guarda. «Hai fatto colpo, Selene. È la tua occasione per andartene. Se vuoi il mio consiglio non lasciartela scappare.»
Il cuore sobbalza, che sia vero? La gobba di Howard davvero mi ha portato fortuna? Arriviamo all'entrata del circo. Un uomo ben vestito regge un mazzo di fiori. Il suo cappello a cilindro proietta un'ombra sul suo viso: distinguo solo una lunga barba scura.
«Madame.»
Si leva il cappello e si inchina. La luce del lampione illumina i capelli scuri percorsi da qualche striatura grigia. Mi fletto in una educata reverenza. Quando lui si raddrizza, la luce gli illumina il volto. Ho già visto quelle rughe e quella cicatrice qualche giorno fa, al mio padiglione.
Eddie mi lascia. «Vi saluto.» Lo seguo con lo sguardo fino a quando sparisce dentro al recinto.
L'uomo elegante si avvicina e mi prende la mano, la solleva e la porta vicino alle labbra. Il suo tocco è delicato come una piuma e la sua barba mi solletica la pelle. Piega le labbra in un sorriso e mi porge il mazzo di fiori. Sono rose bianche.
«Grazie.» Afferro il mazzo e lo porto al naso. Non hanno odore.
Il vecchio mi guarda soddisfatto. «Sono lieto che abbiate accettato di incontrarmi.»
Annuisco e cerco di stare al gioco. «Posso conoscere il vostro nome?»
Mi porge il gomito. Lo prendo a braccetto e lascio che mi porti fuori dal recinto. Ho il cuore che mi scoppia in petto.
Lo sconosciuto si schiarisce la gola: «Certamente. Sono Lord Douglas Moore, visconte e pari d'Inghilterra.»
Trattengo il fiato. Addirittura un lord. «Sono onorata di conoscervi, Lord Moore. Io sono Selene...» perché non ho un cognome come tutti? «Selene Moonchild.»
«So chi siete, ho conosciuto i vostri genitori. Hanno acconsentito che vi accompagnassi questa sera per una passeggiata.» Si volta e mi sorride, i suoi occhi sono vispi. «E vi ringrazio per aver accettato a vostra volta.»
«Ne sono onorata.»
«L’onore è mio, non è cosa da tutti i giorni essere accompagnati da una donna bella come voi, senza contare il vostro nome divino.»
«Il mio nome, milord?»
«Esattamente: Selene, dea della luna piena e parte della famosa Trinità Lunare, assieme a Ecate, dea della notte e della luna calante, e ad Artemide, dea della luna crescente e delle selve.»
Queste storie mi hanno sempre annoiata. «Siete molto colto, milord.»
«Il mio unico pregio è di riconoscere la bellezza. E voi siete una gran dama!»
Altro che gran dama! Nascondo con la mano il buco sulla spalla del cappotto. «Io... Mi rincresce. Se avessi saputo avrei cercato di vestirmi meglio.»
Lord Moore si mette a ridere. «Il vostro abito è modesto, ma non ha niente che non va. E poi io vi ho notata per altro. Non per il vestito.»
Annuisco e faccio un respiro profondo. Intorno a me delle persone camminano per la loro strada e non mi degnano di uno sguardo: che bella sensazione. Gli alberi hanno rami senza foglie, sono come scheletri rinsecchiti, ma li adoro lo stesso. Il marciapiede costeggia un lungo viale che termina in una piazza occupata da un imponente edificio; piccole carrozze l'attraversano da una parte all'altra, sono nere e hanno due cavalli ciascuna. Bellissime.
«Va tutto bene mia cara?»
Mi ero dimenticata della sua presenza. «Sì milord.»
Gli sorrido. La luce di un lampione mi arriva dritta alle pupille, sbatto le palpebre.
La sua voce è preoccupata. «Vi danno fastidio gli occhi?»
Mi copro il viso col mazzo di rose. «Solo quando fisso una luce forte.»
«Che occhi delicati! E peraltro molto belli!» Il suo braccio mi stringe di più. «Azzurri tendenti al rosa, come il tramonto che si riflette sui ghiacci artici.»
Rido. «Come potete saperlo? L'avete forse visto il ghiaccio artico?» Mi mordo la lingua.
Il lord tira su col naso. «Si dà il caso che l'abbia visto.»
Spalanco gli occhi: la luce li fa lacrimare, ma non m'importa.
«L'avete visto? Il ghiaccio del Polo Nord?»
Fa un sorriso sornione. «Invero, sono un esploratore per conto di sua maestà. Ho solcato tutti i mari. Anche l’Oceano Artico.»
Il cuore mi batte forte. Stringo a mia volta il suo braccio.

Prendo il regalo e lo soppeso con interesse.
«Aprilo dai.»
La mamma è impaziente. Slaccio il fiocco rosso e strappo la carta. Il papà si avvicina e prende una boccata dalla pipa. Il fumo aleggia sopra la massa candida dei suoi capelli.
Sollevo il coperchio. Un altro involto di carta. La mamma ci mette dentro le mani ed estrae un vestito. Ulula di felicità. Accarezzo la stoffa. È delicata, soffice come l'aria.
«Provalo subito!» Si volta verso il papà. «Vattene tu.»
Il papà tira fumo dalla pipa e va a sedersi in un angolo. Tolgo la gonna e la blusa, poi la mamma mi aiuta a infilarmi il vestito. Le sue dita mi solleticano la schiena mentre lo allaccia. Mi metto davanti allo specchio e avvicino il lume per specchiarmi meglio.
La mamma ha le lacrime agli occhi. «Sei bellissima.»
Non oso contraddirla. Armeggio con i resti del pacchetto, poi trovo la busta. «C'è una lettera.»
Faccio per aprirla ma lei è più veloce: me la strappa dalle mani, l'apre e inizia a leggerla. Sbuffo. Accartoccio la carta e trovo un'altra busta. Questa è indirizzata a loro.
«Facciamo a cambio?» Sventolo la lettera e allungo la mano libera. La mamma mi restituisce i fogli, prende la sua epistola e se ne va.
Accarezzo la carta, è liscia e delicata. La scrittura minuta di Doug non ha nessuna sbavatura. Salto la parte in cui descrive il suo amore e altre smancerie, accenna anche qualcosa sulla Trinità Lunare e compagnia bella, ma quella parte non mi interessa; mi soffermo dove parla dei lunghi viaggi di esplorazione che faremo insieme.
Il cuore mi batte forte. Diventerò una grande esploratrice, moglie del più grande esploratore del Regno. Navigherò con lui alla ricerca di tesori e vedrò tantissimi posti esotici. Piango. Piego la lettera e la stringo al petto. Non sono mai stata così felice.

«Guarda!» Il papà gira la vite della lampada e la luce diminuisce. «Che prodigio! Lampade a gas!» La luce aumenta e si spegne a intermittenza ogni volta che armeggia con la vite.
«Va bene ho capito!» Sorrido.
La mamma emette i suoi urli acuti: «Le tende! Guardate le tende!»
I tendaggi sono di seta damascata; la stessa seta ricopre i muri al posto della carta da parati. Ci sono quadri, arazzi, piante, tutti i lussi più disparati: Doug non ha badato a spese.
«Agnes! Guarda cos’ho trovato!» Il papà ha in mano una scatoletta che contiene dei dischetti colorati con dei numeri sopra. «Possiamo giocare a poker!»
Rido. Tra tutte le ricchezze della casa lui pensa solo alle sue partite a carte.
«Mamma!» Allargo le braccia. «Allora vi piace?»
Mi viene incontro con le lacrime agli occhi, mi abbraccia e mi bacia. Anche il papà si unisce all’abbraccio. Mi stringono così forte che non riesco a respirare. Passati alcuni secondi riesco a svincolarmi.
I loro occhi sono umidi e guardano in basso. «Cos’avete? Siete tristi perché vi lascio?»
La mamma si asciuga una lacrima. «Non mi sembra giusto. Noi avremo tutto questo e tu andrai via con lui.»
«Ma mamma, è la vita. Sono abbastanza grande per sposarmi, lo sai. E Doug mi ama tanto. Guarda cos’ha fatto per voi. La casa, il riscatto per il contratto al circo, non sono manifestazioni di amore incondizionato?»
Il papà borbotta qualcosa e si allontana. Sparisce dentro a una stanza e chiude la porta a chiave.
Mi avvicino alla mamma. «Che gli è preso?»
«Si sente in colpa.»
«Perché? Non dirmi che ti senti in colpa anche tu!»
«Un pochino. Però era tuo dovere che tu ti prendessi cura di noi, che ci dessi una casa e ci rendessi liberi. Quando mi sono resa conto della tua bellezza, in fondo al cuore sapevo che avresti potuto farlo. Sono contenta di non aver dovuto insistere e che tu l’abbia presa così bene.»
Scuoto la testa. Lo prende come un grande sacrificio, ma sono io a sentirmi in colpa perché in realtà non amo Doug: lo sto usando per avverare il mio sogno. Presto partirò con lui e girerò il mondo; lo faccio solo per questo.
«Non ti capisco molto, ma non credo che abbia importanza. Presto sarò una grande lady, e avrò quello che desidero. Abbiamo tutti avuto quello che volevamo, grazie a Doug.»
«Grazie alla tua bellezza.» Mi carezza il viso. «Alla tua bellezza.»

La carrozza si ferma e Doug mi prende per mano. Sollevo la gonna per non inciampare mentre scendo. La villa è enorme, non pensavo che a una sola persona servisse così tanto spazio. Due domestici ci vengono incontro, uno prende le mie valige. Lo lascio fare.
Doug si accarezza la barba. «Vieni cara, andiamo dentro. Ti porto a conoscere la famiglia.»
Sorrido. Chiama famiglia i suoi servitori. La luce dell’androne è tenue, l’ha fatta abbassare apposta per me. La porta del salone si apre. Ci sono file di piante ornamentali a contornare un’ampia scalinata.
Davanti a noi c’è un uomo con la barba lunga. Qualcosa non va: è vestito da donna, con tanto di gonna rosa chiaro, intonata col rossetto.
Non è un uomo!
La donna barbuta ci viene incontro, i suoi occhi mi squadrano da capo a piedi, poi si girano verso Doug.
«Mia cara Artemide.» Doug la bacia sulla bocca. Le loro barbe si fondono in un unico cespuglio ricciuto.
Ho i piedi pesanti come piombo, lo stomaco si contorce
Una porta alla mia destra si apre, compare una donna col volto deturpato: è di colore, ma le voglie di pelle chiara sul viso la fanno sembrare una fiera maculata.
«Ecate!» Doug la bacia e l'abbraccia. «Vi ho portato la vostra nuova sorella.»
Si gira verso di me, ha lo sguardo perso nel vuoto e la bocca aperta in un sorriso beato.
«Doug!» Balbetto. «Chi sono queste donne?»
«Le tue sorelle! Ecco Artemide: la selvaggia dea cacciatrice; poi c’è Ecate: terribile dea della notte. E adesso ci sei anche tu, Selene, la bianchissima dea della luna piena!»
Faccio un passo indietro. Scuoto la testa.
«Selene.» Doug si impettisce. «Ma che cos'hai? Sarai mica sorpresa! Era tutto scritto nella lettera? Ma l'hai letta con attenzione?»
Avrei dovuto. «Ho cambiato idea. Torno a casa.»
«Quale casa?»
La domanda mi rimbomba nella testa. Non so cosa rispondere. «A Londra.»
Doug appoggia le mani sui fianchi. «Vuoi che vi sbatta tutti fuori, voi fenomeni da baraccone? Dove andrete? Tornerete al circo? Cosa dirai ai tuoi genitori?»
Le lacrime mi rigano il viso. «La mamma e il papà sapranno cosa fare.»
Doug batte un piede. «Loro sono d’accordo! Sapevano tutto fin dall’inizio: quando ho chiesto di uscire con te la prima volta gli ho parlato delle mie mogli.»
Respiro a fatica, la mia voce è un flebile sussurro. «Potrò almeno venire con te, seguirti nei tuoi viaggi? Esplorare il mondo al tuo fianco?»
Doug scoppia in una risata. «Ma se l’altro ieri ho finalmente ottenuto il congedo! Chi me lo fa fare più di andarmene in giro ora che sono in pensione?» Incrocia le braccia. «No piccola ingrata, il tuo posto è qui a fare la brava moglie assieme alle tue nuove sorelle. Ho pagato un occhio per averti.»
Mi ha comprata, e i miei genitori mi hanno venduta. Mi accascio sul tappeto. Vorrei muovermi, reagire, scappare. Ma non posso. I miei muscoli sono di pietra. Anche respirare è difficile. Mi hanno ingannata e venduta. Ora capisco tutto.
La donna barbuta si avvicina, si abbassa e mi prende tra le sue braccia. Il suo viso ispido mi punge la guancia. Non posso muovermi. Mi trascinano fuori, in una stanza buia. Mi mettono su un letto. Afferro le caviglie e mi stendo sul fianco, le ginocchia aderiscono al petto.
Una voce femminile si allontana. «Fattene una ragione. Sei prigioniera. Come noi.»
Sarà questa la mia vita? Prigioniera e concubina? Prigioniera. Concubina. Vorrei morire.

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MentisKarakorum
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#3 » giovedì 29 ottobre 2020, 17:20

Per quanto, ricevuti i vostri commenti, mi è venuta voglia di riscriverlo daccapo, ho voluto almeno correggere le sbavature che mi ha segnalato Fagiolo17. Buona gara a tutti!

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Eugene Fitzherbert
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#4 » venerdì 30 ottobre 2020, 18:07

Sia Lode a Te e Così Sia
di Eugene Fitzherbert

1.
Afferro il battente della porta della chiesa e lo spingo contra la signora Santina. Lei non si toglie di mezzo. Con le mani tiene la borsetta all’altezza del petto enorme. Gli anelli affondano in mezzo alla carne delle dita. Sorride.
Mi appoggio alla porta. «Signora, devo chiudere la Chiesa. Sono le nove passate.»
«Dai, Alfio, che vuoi che siano due minuti.» I denti davanti sono sporchi di rossetto. «Dimmi, hai telefonato a Dio?» E ridacchia.
Che c’è di divertente? «Dio non è disponibile. Però gli scrivo su Whatsapp.» Mi sposto e appoggio la spalla alla porta. La signora Santina stira le labbra porcine in un sorriso. Ma che avrà mai da ridere? «La prego. Devo chiudere.»
«Aspetta un secondo.» Avvicina una mano alle labbra. «E chi te l’ha dato questo numero?» Sussurra.
«Me lo ha dato Padre Pietro all’orfanotrofio.» Spingo ancora, ma il piede della signora blocca il battente.
«Posso averlo anche io? Ti prego.» Sghignazza. Le trema la faccia e gli occhi spariscono tra le guance. «Devo scrivergli.»
Chissà che ti venga a prendere e ti porti all’inferno! «Non me lo ricordo, il numero. Ce l’ho salvato sul cellulare.» Le vorrei staccare il sorriso dalla faccia con tutto il rossetto e metterglielo nella borsetta.
«Che peccato! Volevo tanto raccontargli di mio marito.» Sogghigna. Odiosa. «Sai, alla sua età, mi tocca proprio lì. Che mascalzone! Non so più che fare.»
Arrossisco: non si possono dire certe cose in chiesa. Per fortuna che siamo solo io e lei. «Signora Santina! Ma le pare? Si pulisca la bocca.»
Lei rovescia la testa e scoppia a ridere. Stacca il piede dalla porta e io la chiudo: un tonfo riecheggia per tutta la chiesa.
Poggio l’orecchio al battente. I passi della signora Santina si allontanano: «Il telefono di Dio… Ahah, che scemo! Gelsomina aveva proprio ragione.»
Stringo il pugno e lo batto piano sulla porta. Non sono scemo. Stupida signora Santina! Io ho davvero il telefono di Dio! E il numero lo ricordo anche a memoria: 3312718281. Tiè! Non potrai mai raccontare le tue schifezze a Dio. Dio ascolta solo me! E prima o poi mi risponderà. Lode a te e così sia.
Mi sarebbe piaciuto staccarle il sorriso. Anche spezzarle le dita grasse.
Mi porto la mano alla bocca. Non pensar male, se no il male ti raggiunge. Lo dice Padre Pietro e lui ha sempre ragione.
Mi stacco dalla porta e giro per i corridoi laterali e spengo tutte le candele. Gli sbuffi di fumo odorano di cera bruciata, e prudono il naso. Le navate sono scure, ma io non ho paura. Il buio nella chiesa è un posto sicuro, lo dice sempre Padre Pietro. Non devo temere alcun male.
Mi fermo davanti alla Vergine Maria Addolorata.
La adoro: è una statua bellissima. Ha gli occhi scuri rivolti verso l’alto, sofferenti. Le mani sono giunte in preghiera, perché lei è in comunione con Dio. Le sue vesti sono nere, con i ricami in oro. E il suo dolore è un pugnale conficcato nel cuore fino all’elsa.
Quanta sofferenza! Quanta bellezza! Lode a Te e così sia!
È tardi! Devo spegnere tutto e chiudere la chiesa. Un buon sacrestano non si distrae mai ed è sempre pronto a fare il suo lavoro. Questo mi dice Padre Pietro. E lui ha sempre ragione.

2.
Nel letto, al buio, la signora Santini mi ride nell’orecchio, la sua faccia tremula sghignazza e i suoi denti macchiati di rossetto brillano. Mi giro sul fianco destro e metto il braccio sotto il cuscino.
Chiudo gli occhi e mi copro la faccia con il lenzuolo. La signora Santini si muove con me: la lingua le guizza fuori dalle labbra e lecca il rossetto.
La maglietta si attacca alla schiena bagnata di sudore e le gambe mi tremano: dormire è un miraggio.
Mi rigiro e allungo la mano verso il comodino. Sposto il rosario, i pezzi di vetro colorato tintinnano tra le maglie di fil di ferro, e prendo il cellulare. La luminosità del display mi acceca e cancella le immagini della signora Santini. Lode a te e così sia.
Apro Whatsapp: ci sono solo due numeri in rubrica. Scelgo Dio.
Le mie dita scivolano sulla tastiera a schermo: “Caro Dio, oggi ho commesso un peccato, credo. Ho pensato di fare del male alla Signora Santina.” Fermo il pollice prima di cliccare su invio. Dio conosce tutte le verità, dice sempre Padre Pietro. Inutile nascondersi. Aggiungo: “Le volevo strappare la faccia e spezzare le dita. Mi dispiace! Non ce l’ho fatta a trattenermi. Ma lei anche ha detto cose impure nella tua casa. Non si fa. Scusa, Dio. Faccio penitenza.”
Clicco invio. Il messaggio arriva a destinazione. Le spunte non diventano blu. Prima o poi lo saranno. Lode a te e così sia!
Poso il cellulare sul comodino e mi metto a sedere sul letto.
Scalzo sul pavimento freddo, muovo pochi passi in fondo alla stanza. Alla luce dei lampioni che entra dalla finestra, tasto il muro di fronte a me e attivo l’interruttore.
Due file di candele elettriche si accendono: in una nicchia c’è una statua della Madonna Addolorata. È circa un terzo di quella della chiesa e mi arriva alla spalla ma ha gli stessi dettagli. Mi inginocchio e chiudo gli occhi. «Scusa, Maria Addolorata per ciò che ho fatto. Chiedo scusa anche alla signora Santini. Non volevo pensare quelle cose. Mi merito questa penitenza.»
Riapro le palpebre e afferro il manico del pugnale infilzato nel cuore della statua. Lo sfilo. La lama luccica alla luce delle candele.
Da un cassettino sotto la nicchia prendo una coppetta di ottone piena di ostie.
Passo il dito sulle cicatrici e sulle croste del braccio: la superficie frastagliata della pelle prude e sulle incisioni più recenti brucia. Vicino all’incavo del gomito trovo una zona integra. Poggio il coltello.
Eseguo il primo taglio per lungo.
Strizzo gli occhi, il dolore bruciante mi rischiara e lava via i cattivi pensieri.
Prendo un respiro e taglio ancora. La forma insanguinata della croce mi dà sicurezza. La sofferenza porta al pentimento, dice Padre Pietro e lui ha sempre ragione.
Spremo la pelle e faccio colare il sangue sulle ostie.
Fuori dalla finestra, il rumore lontano di una moto mi distrae. Qualche goccia cade fuori dalla ciotola.
Prendo due ostie macchiate di rosso. Chiudo gli occhi. «Il tuo corpo e il mio sangue. Per togliere i miei peccati.»
Lode a te e così sia.
Infilo le ostie in bocca: un sapore metallico e amaro mi invade il palato.
Il rumore della moto è altissimo, un clangore che fa vibrare le finestre.
Le ostie si sciolgono sulla lingua in una poltiglia che si appiccica al palato.
Lo schianto in strada fa tremare pavimento sotto le ginocchia.
Ingoio il mio pasto purificatore e spalanco gli occhi. Mi lancio verso la finestra: la moto giace ribaltata sul ciglio della strada e due corpi sono riversi al suolo.
Che faccio?
Non si muovono. La moto fuma alla luce dei lampioni.
Dio, aiutami. Cosa fare?
Blip!
Sul comodino il display del cellulare si accende. Una risposta da 3312718281: “Salvali. Salva LEI!”
La scritta trema al ritmo della mia mano. Dalla bocca spalancata mi cola un filo di bava. Dio mi ha risposto. Mi ha scelto!
Blip! “Presto!”
Vado in strada in mutande, solo una maglia bianca addosso e il rivolo di sangue che mi macchia il braccio fino al polso.
La moto è ribaltata contro un palo, il parabrezza rotto. La ruota anteriore gira piano. I due caduti sono immobili sull’asfalto. E se sono morti? Non posso perdere altro tempo. Devo salvarli: è Dio che me lo ha chiesto. No, non me lo ha chiesto. Me lo ha ordinato. E non si lascia aspettare Dio. Me lo dice sempre Padre Pietro.

3.
Trascino per le ascelle il primo corpo.
Urto con gli stinchi il casco blu con la visiera oscurata. Come fa a vedere qualcosa di notte con quella visiera? È normale che si sia schiantato. Ben gli sta. Non si sfida Dio al gioco della morte.
Il corpo è pesante e inerte. Ha il braccio destro piegato verso l’esterno e il giubbotto di pelle nera è lacerato sulla spalla. Sotto, la carne sanguina e mi macchia le mani.
Lo porto in camera mia e lo lascio vicino al letto.
L’altra è una femmina. È minuta, leggera.
La adagio di fronte alla statua dell’Addolorata. Anche lei ha un casco, ma la visiera è alzata: ha due occhi stupendi, rivolti verso l’alto: si vede il bianco con tante venuzze e metà delle iridi scure. Anche se il naso è macchiato di sangue e la bocca è ritorta in una smorfia, sembra una delle creature più belle del mondo. Lode a te e così sia!
Le slaccio il cinturino: il suo respiro è un gorgoglio piacevole, come un fiume che saltella tra le rocce di montagna. Le libero la testa dall’elmetto e i capelli color oro si spargono sul pavimento. Striature di sangue partono dall’orecchio destra verso il collo e la mandibola è gonfia, ma è stupenda. Il petto si alza e si abbassa. La giacchetta che indossa è nera, con intarsiature color oro e borchie argentate. La cerniera è abbassata e la maglia sotto è rossa: una scheggia di vetro è infilzata nel seno di sinistra.
I jeans neri sono attillati e lo squarcio sulla gamba destra lascia scoperta le pelle graffiata. Il sangue ha fatto una pozza negli stivali alti fino al ginocchio e cola sul pavimento. Il piede punta verso l’esterno.
E ora? Che si fa?
Blip! “Guardala. Chi ti sembra?”
L’ho appena guardata. È una ragazza…
Il respiro mi si mozza in gola.
Gli occhi: rivolti verso l’alto. Il vestito: nero con intarsi d’oro. I capelli: dorati. Il petto: trafitto
È l’Addolorata.
Blip! “Lo Spirito Santo verrà su di lei e l’ombra dell’Altissimo la coprirà dell’ombra sua.”
«Cosa devo fare?»
Prendo il cellulare: clicco sul 3312718281 e ‘Chiama Contatto’.
Metto il telefono in vivavoce. Rispondi, Dio, rispondi!
«Sii il mio Spirito Santo. Scendi su di lei, Alfio.»
La voce di Dio che cita la parola di Dio. Un miracolo nel miracolo. Lode a te e così sia!
Slaccio i pantaloni di Maria, un bottone una cerniera. Li afferro per le tasche e li strattono verso il basso: vengono via con tutte le mutande. Lei geme e ruota la testa.
Mi porto le mani alla bocca. Il sesso è un ciuffo di peli rossicci alla luce delle candele finte. Deglutisco.
«Non ti fermare.» Dal telefono la voce non mi lascia scampo. La parola di Dio è un imperativo. Padre Pietro me lo dice sempre.
Mi lecco le labbra. La statua dell’Addolorata piange la sua disperazione con gli occhi al cielo. Mi dà forza.
Un’erezione mi stira le mutande. Con la punta delle dita afferro l’elastico e scopro quello che ho tra le gambe. Attento a non toccarlo con le mani (Sono atti impuri! mi dice sempre Padre Pietro), mi stendo su Maria. Sono lo Spirito Santo e scendo su di lei.
Puntello di gomiti sul pavimento accanto al volto della ragazza e muovo il bacino e spingo.
«Bravo, così!» La voce dal cellulare mi dà la forza.
Entro in un mondo nuovo. È ruvido, tiepido. Scivolo fuori e rientro. La mia pelle sfrega dentro quella della mia Maria. Il suo respiro mi solletica l’orecchio. Avvicino le mie labbra alle sue. La mia lingua assaggia il sapore metallico e sanguinolento della sua saliva.
Vado più veloce.
«Ci sei quasi!»
Un’esplosione di energia mi inarca la schiena. Mi stacco dalla bocca di Maria: un filo di bava rosata ci tiene legati. Digrigno i denti. Non riesco a trattenermi, tremo tutto, estendo il collo, contraggo il sedere e allungo le gambe.
«Sì! Sei il Padre!» Dall'altoparlante del telefono, la voce è trionfante.
Il cuore rallenta, il mio respiro ansimante si calma. Le gambe sono molli. Scivolo fuori dalla mia Maria e mi metto carponi su di lei. È il più bel miracolo che potesse accadermi.
Dio mi ha parlato! Capito, signora Santini? Mi ha chiamato! Sono lo Spirito Santo. Sono il Padre.
Lode a te e così sia!
Abbasso la testa sul volto della mia Maria: mugola. Il respiro è gracchiante, come legna spezzata prima dell’inverno. Un rivolo di saliva le cola dalla bocca. Lo raccolgo con un dito e lo riporto tra le labbra. Ora covi il frutto nel tuo grembo, Maria. Il mio frutto.
Sei radiosa.
Una mano mi afferra la caviglia. «Ehi! Che cazzo fai alla mia ragazza!»
Con il cuore in gola, rotolo supino a destra di Maria. Scalcio: colpisco il casco del ragazzo e il dolore alla caviglia scalza mi risale fino all’anca. Mi spingo sui talloni e sulle mani. Il sedere nudo scivola sul pavimento freddo. «Eri morto!»
«Beh, non abbastanza.» Ha la visiera alzata: porta gli occhiali e una lente è crepata nel mezzo. «Sei un lurido pervertito.» La voce è soffocata dal casco. Si mette carponi, appoggiato al braccio sinistro. In equilibrio su un ginocchio, si slaccia il casco e lo tiene per la fibbia. Si guarda intorno. «Desireée. Mi senti? Cristo!»
Ha i capelli lunghi. Scuri. Le labbra piene sono macchiate di rossetto e da sotto gli occhiali colano segni neri sbavati. La sua voce è stridula. La indico: «Sei femmina!»
«E tu sei un pazzo fottuto.» Si muove verso la mia Maria. «Che hai fatto alla mia ragazza?» Singhiozza. Contrae il pugno sinistro, la mano destra è immobile lungo il corpo, gonfia.
Dal telefono arriva la voce di Dio. «Quel che è morto deve restare morto.»
Gli occhiali con la lente crepata sono rivolti verso di me: la bocca è curvata verso il basso, le narici si aprono e si chiudono.
«È un’invertita. Ricorda Sodoma.» Il vivavoce ha ragione.
«Devi restare morta, sei contronatura! Lo ha detto Dio.» Mi metto in piedi e indico il mio cellulare.
«Che diavolo dici? Continua a ripetere che il numero è inesis—»
Mi lancio verso di lei e la spingo. Cade sul sedere e la testa urta contro il comodino. Alza una gamba e mi dà un calcio allo stomaco. Mi piego in due, il respiro mozzo, e due lacrime che mi scendono dagli occhi.
Prendo un respiro, faccio un passo indietro e le do un calcio in faccia con il piede nudo. Il rumore è come quello degli schiaffi che mi dava Padre Pietro all’orfanotrofio. Gli occhiali della ragazza volano via. Il sangue macchia le lenzuola.
Si mette carponi e le do un altro calcio sul sedere. Sbatte con la faccia contro il letto così forte da spostarlo.
«Brutto stronzo, ti uccido.» Farfuglia con la faccia a terra.
«Se Dio ha deciso che sei morta, non puoi tornare in vita.» Glielo spiego come fa Padre Pietro con me quando non capisco qualche passaggio difficile delle Sacre Scritture. «Ora te lo faccio entrare nella testa.»
Prendo il rosario dal comodino e lo lascio pendere tra le dita. Il filo di ferro che ho intrecciato ai pezzi di vetro è freddo in mano. Alle mie spalle, la mia Maria, la Madre del Frutto Immacolato, geme e tossisce piano. Non preoccuparti, cara, tornerò a occuparmi di te tra un momento.
Alzo il braccio e frusto con il rosario la testa della ragazza. La croce di metallo la ferisce e si impiglia tra i capelli. La strappo via e la colpisco ancora: strilla, si dimena, ma sono inesorabile come la collera divina. Qualche goccia di sangue salta via, come una coccinella a primavera. La sgualdrina si porta una mano sulla testa insanguinata, ma gliela blocco con il piede. «Senti che il concetto ti entra in testa?» Proprio come mi dice sempre Padre Pietro. Un altro colpo e la croce di metallo si pianta nella pelle dietro l’orecchio e si stacca: in mano mi resta la collana del rosario.
Mi siedo sulla schiena della ragazza. Lei geme sotto il mio peso. «E ora vai dove Dio vuole che tu vada.» Le avvolgo il rosario intorno al collo. «All’inferno, invertita!» E tiro, prima con la mano destra e poi con la sinistra. I grani di vetro colorato grattano sulla pelle, come piccoli denti di una sega.
La ragazza emette suoni strozzati, catarrosi. Batte con la mano destra sul pavimento. Sotto di me, si dimena, scalcia, ma io sono più pesante. Tendo il rosario ancora una volta e cede. Si è rotto? Un rumore sfiatante viene dalla gola della ragazza e il suo torace si vuota all'improvviso. Non lo sento alzarsi. Sotto di lei, una pozza di sangue si allarga scura sul pavimento fin sotto il letto. Il suono gracchiante è sparito. Anzi, non emette più suoni. Fa un paio di singhiozzi, poi si accascia. Qualche bollicina rossastra si gonfia tra il collo e il giubbotto lacerato.
«Bravo! Sia fatta la parola di Dio!» Lode a Te e così sia!

4.
Mi alzo. I capelli scuri della ragazza si allargano a raggiera intorno alla testa e galleggiano nel sangue. Sorrido.
Faccio un passo indietro per non sporcarmi i piedi. Un dolore lancinante al tallone mi fa urlare. Mi afferro un piede, in equilibrio su una gamba sola: estraggo la lente degli occhiali della morta dalla pelle dura calcagno. «Dannaz—» Mi mordo la lingua.
Chi impreca offende Dio e Dio si vendica. Questo mi dice sempre Padre Pietro.
«Non ho detto niente.» Dico al telefono. «Niente.»
Abbasso la testa in segno di scuse, spero che Dio non mi abbia sentito.
Non arriva risposta. Forse sono salvo. Niente vendetta…
Il mio piede scivola nel sangue. Faccio un saltello, mulinello le braccia, ma la forza di gravità è inesorabile. Dio ci vuole tutti a terra. Padre Pietro ha sempre ragione.
Cado all’indietro. Mi schianto al suolo di schiena, e il tonfo mi toglie il respiro e mi fa chiudere gli occhi. Con il gomito destro urto qualcosa. Un crack ovattato accanto a me mi fa spalancare gli occhi.
«No no! Non l’Addolorata!» Mi rimetto seduto, il dolore si irradia dalla schiena alla spalla destra. «Oh no!» Singhiozzo. Chino la testa e sospiro.
Ho fatto cadere la statua dell’Addolorata. È a faccia in giù sul volto della mia Maria. La afferro con le mani che tremano. La rimetto in piedi nella nicchia, liscio il vestito nero e oro, infilo il pugnale nel petto fino in fondo. Gli occhi sono rivolti verso l’alto e la faccia sofferente è integra. Pulisco con la mano alcune macchie di sangue sulle guance di gesso e la fronte.
Tiro un sospiro di sollievo. L’Addolorata è salva.
«Dio è stato misericordioso, mia Maria.» Deglutisco. «Dio è grande!» Lode a Te e così sia.
La ragazza non mi risponde. C’è qualcosa di sbagliato nel suo volto. Sarà un’illusione per la luce delle candele finte: perché la parte destra della faccia è incavata? L’occhio è affondato nell’orbita e lo zigomo è schiacciato. La accarezzo. Sotto la pelle, le ossa sono frastagliate, come passare le dita su un pacco di riso già aperto. La faccia è cedevole, i lineamenti asimmetrici sono franati verso l’orecchio.
Il petto non si muove.
«No. Non può essere.» Il cuore perde un battito.
La vendetta divina trova sempre la sua strada, dice sempre Padre Pietro. Perché ho imprecato? Perché mi hai tolto la mia Maria, Dio? Cosa posso fare per riaverla?
Mi metto seduto e mi guardo intorno.
«Rispondimi, per favore! Cosa posso fare?»
Sono solo. Singhiozzo. Dio, perché non mi aiuti? Perché non mi lasci un segno?
Le lacrime mi rigano il volto e sanno di sangue e sale.
L’uomo devoto trova la soluzione e ringrazia Dio, mi ripete sempre Padre Pietro. E nel momento di afflizione, la sofferenza è giovamento.
Sto soffrendo! Perché non mi arriva alcun giovamento. Di solito, mi taglio, il sangue e il dolore mi curano. Ma ora? Cosa devo tagliare?
Strabuzzo gli occhi e mi porto una mano alla bocca. Eccola, la soluzione. Ce l’avevo proprio sotto gli occhi. Era Dio che mi metteva alla prova.
Lode a te e così sia!
Prendo il pugnale dell’Addolorata, ancora macchiato del mio sangue secco.
Distolgo lo sguardo dal sesso della mia Maria e mi concentro sulla pancia. Affondo la lama sotto l’ombelico. È come tagliare gomma, molliccia e inerte. Non sanguina. Traccio un solco verticale verso il pube: i lembi sono rosati in superficie e giallastri in profondità. A metà strada la lama si stacca dal manico con un clack.
Grugnisco. Lo squarcio non è sufficiente: non ci entrano neanche due dita.
C’è una soluzione: dal seno sinistro della mia Maria estraggo la scheggia di vetro. È così affilata che mi sanguina la mano. Meglio. La sofferenza è giovamento.
Il vetro trancia la carne morbida della mia Maria e il mio sangue sporca la ferita e cola nella sua pancia. Il taglio è abbastanza largo e ci infilo una mano. Dentro è come rovistare in un acquario tiepido pieno di salsicce. L’odore acre di frattaglie mi fa venire un conato di vomito.
Gli intestini gorgogliano e sciaguattano quando li sposto con il braccio infilato fino al gomito. Con la mano tocco qualcosa di tondo e rigido: si muove sotto le mie dita! Trattengo il respiro. È liscio sotto le dita, viscido: stringo presa ma mi sfugge. Grugnisco e cerco più in profondità.
Eccolo!
Lo sfioro appena e lascio che quella specie di ovetto si adagi nel palmo aperto. È caldo. Chiudo le dita, ma non stringo. Estraggo il frutto del grembo: è una sfera pulsante, grande quanto metà della mia mano. All’interno, oltre una membrana rossastra, si agita una creatura a forma di girino.
E ora?
Ora la sofferenza. È naturale.
Mi siedo a terra, accanto alla mia Maria, poggio la schiena alla statua dell’Addolorata. Mi sollevo la maglia insanguinata e sudata e la incastro tra i denti. Con una mano tengo il frutto del grembo, con l’altra prendo la scheggia di vetro e la punto sul mio ventre scoperto. Chiudo gli occhi, stringo i denti e affondo.
Il dolore mi risale fino al petto e mi toglie il respiro. Gli occhi si riempiono di lacrime e la fronte si imperla di sudore. La mano mi trema, ma taglio ancora.
Il sangue mi bagna le mutande e si raccoglie tra le gambe. È caldo e si appiccica alle chiappe.
Appoggio l’ovetto rosato sulla breccia. Mi solletica la pelle lacerata. Rotola e entra nella mia pancia. Si adagia dentro di me, caldo e pulsante. Una pace infinita mi invade.
I contorni della stanza diventano sfocati. La ragazza con la gola squarciata si volta, gli occhi luminosi. La mia Maria mi posa una mano fredda sulla gamba e stringe appena. L’Addolorata abbassa il suo sguardo disperato su di me: sorride. Il display del cellulare si spegne.
Mi tocco la pancia insanguinata.
Sono lo spirito Santo.
Sono il Padre.
E ora sono il Figlio.
Sono Dio!
Lode a Me e così sia.

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Mauro Lenzi
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#5 » sabato 31 ottobre 2020, 23:58

Solo un gioco

L’auto blu è ferma coi lampeggianti accesi. Corro dietro a Isabella, le tengo l’ombrello aperto sulla testa: il trolley che trascino cade in una pozzanghera e mi schizza le caviglie.
L’autista ci corre incontro, prende il bagaglio e apre il baule.
Giro attorno a Isabella, l’ombrello sempre su di lei. La maniglia della portiera è bagnata, perdo la presa. Isabella attende. Spalanco. Lei scivola sul cuoio dei sedili. Chiudo.
Il finestrino scende di pochi centimetri.
Isabella mi sorride. “Grazie, Enrico. Sei sempre così gentile.” Si scosta una ciocca corvina. “Anche a occuparti del nostro tesoro. Io e Kristian te ne siamo grati.”
“Fate buon viaggio.”
“Non ti darà noie. È un ragazzo così tranquillo.”

Infilo la chiave nell’ascensore e premo il pulsante dell’ultimo piano. Quando Isabella mi ha ringraziato, avrei dovuto dire che sarebbe stato un piacere; ma sono pessimo a mentire, se ne sarebbe accorta. Ma è ridicolo passare il weekend a seguire un diciannovenne. Di Andrea ho solo un ricordo di anni fa: un ragazzino magro e timido. E stra-coccolato, ma è normale quando sei adottato da una coppia ricca.
La porta si apre nel soggiorno dell’attico.
Il ritratto di Kristian è appeso proprio di fronte, in alto. A mezzo busto, un sorriso appena accennato e le braccia incrociate. Al polso sinistro il Master Grand Tourbillon da cui non si separa mai. Il pittore è riuscito a rendere perfino la luce dell’oro rosa.
Dallo schienale del divano ad angolo spunta una chioma bionda, a coda di cavallo.
“Andrea?” Si è alzato in piedi, una sagoma allampanata contro la parete esterna a vetro. Le mani ficcate nei jeans stracciati, firmatissimi.
Muovo un passo e la gomma bagnata delle scarpe stride sul parquet. Me le sfilo e le lascio accanto all’ombrello. “Beh, non serve dirti quanto sei diventato alto e che non ti ricordavo così capellone.”
“Mh-mh.”
“Complimenti per la maturità. Isabella mi ha detto che hai preso il massimo.”
Alza le spalle. “Vorrei vedere, con quello che sarà costata la retta. Ma grazie.”
Non avevo dubbi.
“Isabella avrà qualcosa in contrario se brindiamo con un paio di birre?”
“L’alcol lo reggo poco.”
Si stravacca sul divano. Vorrei imitarlo, ma sono fradicio e non so se l’acqua va d’accordo con quel cuoio immacolato.
Andrea ha intrecciato le dita in grembo e mi scruta dal basso. “Fatti una doccia, ti rimedio degli abiti di Kristian. Avete la stessa taglia.”
“No grazie, non sono così raffinato. Sto così.”
“Vuoi prenderti un raffreddore e avere la scusa per restare steso?” Si alza in piedi e si stiracchia. “Fatti questa doccia, che poi usciamo. Ho voglia di un apertivo.”
Mi avrà letto in faccia l’entusiasmo per un weekend da babysitter. Facciamoci questa doccia.

Mi ha lasciato i vestiti sul divano. Camicia e pantaloni di lino, non appariscenti e comodi.
Apro l’armadietto dei liquori. Eccola lì: Ardbeg Supernova, 2014.
Riempio mezzo bicchiere: alla faccia tua, Kristian, che puoi permetterti un whisky come questo e ben altro. Inspiro l’aroma pungente della torba affumicata.
Uno scalpiccio di piedi nudi viene dalla zona notte: sarà Andrea. Abbasso il bicchiere e mi giro.
C’è una biondina che si guarda allo specchio. Alta e snella. Maglietta bianca che lascia scoperti ventre e spalle. Jeans attillatissimi, alla caviglia. E un bel culetto a mandolino. Sarà la ragazza di Andrea, mica male. Non c’è da stupirsi, quando uno ha i soldi.
Si sposta i capelli da una parte. “Che te ne pare?” La voce è maschile.
Si volta verso di me. Sul contorno degli occhi c’è un filo di trucco nero.
“C-cosa? Andrea, mica vorrai uscire così!”
Inclina la testa da un lato e mette le mani sui fianchi nudi. “Perché, sto male?”
“No! Cioè, voglio dire…”
Sorride. “Neanche tu sei male.” Mi butta qualcosa, che afferro al volo. “Kristian mi ha regalato l’auto ma si è scordato che non ho la patente.”
Apro il palmo: il portachiavi è un cerchio sormontato da ali. Bentley? Ho un tuffo al cuore. No, è solo il simbolo della Mini. Serro il pugno. “Andrea, vestiti come una persona normale, altrimenti…”
“Mi sculacci?” Fa le labbra a cuoricino. Ha messo anche del rossetto rosa.
“Mi rifiuto di uscire, ecco tutto!”
Andrea si gira a guardarmi, serio. “Esco, ora. Isabella ha detto di non lasciarmi solo.”
“E… allora?”
Alza le spalle. “Non fingere che non ti importi. Lo sappiamo che le vai sempre dietro come un cagnolino.”
Prendo aria.
Aggrotta la fronte, mi viene vicino. Frappongo il bicchiere di whisky. Andrea me lo abbassa.
“Scusa, ho esagerato.”
La sua maglietta ha un rigonfiamento sul petto.
“Ti sei messo anche il reggiseno?”
Annuisce. “Se no si vedono i capezzoli. Non voglio mica sembrare volgare.”
Porto il bicchiere alla bocca e tracanno fino all’ultima goccia.

Il locale ha tavolini e sedie che sono abbozzi di design in plastica e finta pelle grigio chiaro; alle pareti foto di divi americani anni ‘50, musica troppo bassa perché la riconosca. Che schifo di posto. Perfetto, perché non ci rimetterò mai più piede.
La cameriera ci viene incontro. “Ciao. Due?”
Mi paro davanti ad Andrea e annuisco.
“Dove volete” dice la ragazza.
In fondo nell’angolo di sinistra, ecco il tavolino appartato che volevo. Da lì Andrea darà le spalle alla sala e tutto quello che gli altri vedranno sarà una bionda. Mi ci fiondo, afferro la mia sedia.
“Grazie” bisbiglia Andrea. Mi gira attorno e si mette a sedere.
Dare le spalle alla sala tocca a me. Voglio tornare a casa.
Gli allungo il menu. “Dimmi cosa vuoi, ordino io.”
“Solo se dici: la mia amica prende…”
“Parla sottovoce!”
“Lo sto facendo.” Sbatte le lunghe ciglia. Che occhi grandi, è bastato il contorno della matita.
Scuoto la testa. È vero, sono troppo teso. In fondo sembra proprio una ragazza.

Andrea si sporge verso di me. “Rilassati,” bisbiglia. “È solo un gioco.”
“Ma perché?”
“È divertente, dai.” Tiene il bicchierone a due mani e mi fissa mentre succhia il drink dalla cannuccia.
Ficco dentro il naso alla mia pils commerciale. Sono già poco lucido. Accidenti al whisky di prima: avrei dovuto ordinare qualcosa di analcolico anch’io.
Voglio andarmene, ma Andrea piagnucolerà con Isabella se non faccio buon viso a cattivo gioco.
Idea: lo convinco a bere qualcosa, si stordisce e ho la scusa per portarlo a casa.

Andrea sbatte il Margarita sul tavolo.
“Oddio, gira tutto” ridacchia. “Prendiamo qualcosa per riempire lo stomaco, per favore.”
“Qui fa schifo. Serata asporto e film.”
Storce la bocca da un lato. Non farmi storie, ragazzetto.
“Va bene, finisco questo e andiamo.”
“Sei sicuro? Mi sembri già ubriaco.”
“Sicura, Enrico. Ubriaca. Reggimi il gioco.”
“Va bene… basta che andiamo!”
China la testa. Oddio, mica si metterà a frignare qui davanti a tutti?
Gira il dito sul bicchiere e mi guarda dritto negli occhi.
“Mi spiace per la mia brutta battuta di prima. Non pensavo fossi innamorato di Isabella.”
“Co-cosa?”
“L’ho capito dalla faccia che hai fatto.”
Un brivido mi gela la schiena. Prendo fiato. “Doveva essere una faccia molto patetica.”
Andrea piega la testa di lato. Socchiude le labbra in un sorriso dolce. “Al contrario, era molto tenera.”
Mi perdo nel fondo del mio bicchiere. “Solo una vecchia cotta. Ormai mi sono disilluso…”
“Allora vivi nel ricordo di quel sentimento.”
Un tepore mi sale dalla mano. Sopra c’è quella di Andrea.
Mi ritraggo. “Senti amico: io non sono gay.”
Scatta in piedi. “Non ho mai pensato che tu lo fossi!” Vacilla.
Mi alzo e lo prendo tra le braccia. Posa la testa sulla mia spalla, i capelli mi carezzano la guancia: hanno un buon profumo. Dal basso ventre mi sale un formicolio. Ma che accidenti mi succede?

Il tergicristallo stride sul parabrezza. Ha smesso di piovere, ma non voglio il silenzio. E neppure musica.
Il semaforo è rosso. Freno. L’auto dietro di noi si ferma, troppo vicino. Un suv nero: i fari spianati illuminano di azzurro l’abitacolo della nostra mini.
Andrea guarda fuori dal finestrino, la mano sotto il mento. “Puoi stare tranquillo,” dice, rivolto alla strada.
“Io sono tranquillo! Ho solo voluto mettere le cose in chiaro tra noi due.”
“Parlavo di Isabella. Non le dirò niente.”
Meglio cambiare discorso. “Perché non la chiami mamma?”
“Vogliono essere chiamati per nome.”
Quindi neanche Kristian è: papà.
Semaforo verde. Riparto. “Beh, di sicuro l’affetto non ti è mancato. Questo è l’importante.”
Andrea si gira verso di me. “Cosa vuoi dire?” La sua voce è gelida.
“Che ti fanno fare una bella vita.”
“Ho mal di testa!” sbotta. “E mi è passata la fame.”
“Poco male, siamo arrivati.”
Così ci leviamo dalle scatole questo Suv e i suoi fari maledetti.
Metto la freccia, accosto e attendo che il cancello elettrico si apra. Il suv ci sorpassa e si ferma davanti a noi. Un XC90, bella macchina.
“I tuoi ti hanno assegnato una guardia del corpo?”
“Non so, ma non sarebbe la prima volta... è importante?”
“Beh, potevano dirmelo.”
“Possiamo entrare? Ho bisogno di sdraiarmi.”

L’ascensore sale un piano dopo l’altro. Andrea ha la fronte appoggiata alla parete.
Entriamo nell’attico. Un lampeggio rosso nel buio - una telecamera - e le luci si accendono. Kristian mi sorride dal ritratto. Lo sguardo dall’alto in basso. Il Master Grand Tourbillon al polso. Il sedere tondo di Andrea che oscilla nei jeans attillati, verso la camera da letto.
Alza il braccio sottile e indica il divano.
Mi passo la mano sulla faccia. “Meglio se dormo a casa mia. A che ora passo domani?”
“Non fidarti a lasciarmi solo. Potrei uscire a fare qualche pazzia.”
Dannazione. Mi levo le scarpe e mi lascio andare sul divano. Almeno questo stupido gioco è finito.

Odore di caffè. Ho addosso una coperta: me la deve avere messa Andrea. Apro gli occhi: la luce del giorno entra dalla vetrata a parete. Andrea è seduto vicino a me, le gambe nude e incrociate. Indossa solo una camicetta bianca. Sta bevendo da una tazzona: mi fa l’occhiolino.
“Copriti!” Appallottolo la coperta e gliela butto addosso, Andrea alza la tazza sopra la testa.
Fa già caldo. Il mio Casio fa le 11:13.
Andrea si alza in piedi, mi scalcia la coperta addosso. “Hai il pomeriggio libero. La sera, no.”
Si allontana verso la camera. Sotto la camicetta si intravede una striscia sottile di stoffa scura che sparisce tra le curve dei glutei.
“Ti sei messo un perizoma?!” gli grido dietro.
“L’avevo anche ieri sera.”
“Basta con questo gioco!”
Cerco il telecomando. Sarà un lungo pomeriggio. Col piffero che lo lascio solo: questo esce in minigonna, e quando gli trovano l’arnese lo gonfiano di botte. E poi sono cavoli miei.
“Yu-huu.”
Nel riquadro della porta c’è la sua gamba nuda e affusolata. Il piede accarezza lo stipite, su e giù.
Agguanto la coperta e mi ci ficco sotto.

“Sveglia, Enrico.”
Nell’aria c’è un buon profumo di donna. Apro un occhio.
La luce arancio del tramonto disegna una figura longilinea in abito rosso da sera con spacco. I capelli lunghi, lisci, arrivano oltre le spalle nude. Sto sognando, questa modella non può essere Andrea.
“Alzati” fa. “Ho già prenotato.”
Si avvicina, i suoi tacchi risuonano sul parquet. Mi prende la mano. Sulle unghie ha uno smalto trasparente.
“N-no…”
“Su, fai il bravo, c’è una sorpresa.”
Schizzo in piedi, lo squadro. “So benissimo che c’è la sorpresa.”
“Mettiamo al bando le battute scontate?”
“Del tipo… niente accenni a sorprese, attrezzi e cose così?”
Annuisce. “E io non dirò che hai paura che potrebbe piacerti.”
L’ovale del viso ha un trucco leggero: rossetto, matita e mascara. Non un capello fuori posto.
Stringo lo schienale del divano. “Questa tua… trasformazione. Ti è riuscita bene, davvero.”
“Mentre tu passavi il pomeriggio tra tv e pisolini, ho avuto il mio daffare tra piastra, unghie e prove di camminata sui tacchi. Ma ne è valsa la pena!”
“Però sei troppo appariscente. Non possiamo uscire così.”
“Dai, dobbiamo fare le cose in grande stile.”
Mi lancia le chiavi. Cerchio e ali. Ma la forma è diversa, e in mezzo c’è una B. Bentley! Ora sì che ho un tuffo al cuore.
Andrea fa una risatina. “Sorpresa! Anche tu hai diritto al tuo gioco.”

Mi lavo la faccia e mi guardo allo specchio del bagno. Un signore in smoking mi passa dietro, sogghigna.
“Complimenti, è bellissima. Gran lusso.”
“Grazie, ma è solo in prestito.“
Ridacchia. “Non deve giustificarsi.” Mi batte la mano sulla spalla. ”Però non sia così emozionato. È lei il maschio.”
“Ah? Non parlava della Continental GT?”
Esce.
È lei il maschio... Lei chi, me o Andrea? Non voglio saperlo.

Andrea mi aspetta al tavolo. Rilassato contro lo schienale, con un sorriso smagliante e la gamba che spunta sinuosa dallo spacco. Il piede oscilla piano, fasciato nel sandalo a tacco alto. Sembra proprio a suo agio. Si deve divertire un mondo a mettermi in imbarazzo.
Mi lascio cadere sulla sedia. “Si vede che questo è un posto di classe. Almeno evitano di ridere apertamente di me.”
“Nessuno ci deride.” Gli occhi di Andrea saettano a destra e a sinistra. “Mi sento tutti gli sguardi addosso. E… mi piace.”
Mi allento il colletto della camicia. “Beh, se ripenso a come ti ho visto ieri appena arrivato…”
“Sì?”
“Sembri un fiore che è sbocciato.”
Mi fa un sorriso dolcissimo. Afferro la bottiglia nel secchiello. “Dicevo per dire! Questo cos’è, champagne?”
“Perrier, stasera non ho bisogno di alcool” mormora. “E comunque i miei hanno il loro conto, qui. Non devi preoccuparti.”
“Ti sembro uno che si preoccupa del denaro?”
Andrea si gingilla il pendente dell’orecchino. “Sei attratto dalla ricchezza, questo sì.”
“E chi non lo è?” Mi annuso le mani. “Ah, l’odore di cuoio del volante...”
Scuote la testa e ride. “Hai paura che domani si trasformi in zucca? Puoi guidarla ancora se vuoi.”
“No, che direbbe Kristian. E poi, resti tra noi...”
Mi sporgo in avanti. Andrea fa lo stesso. I suoi occhi brillano, liquidi.
“L’idea che quella pelle l’abbia toccata lui mi fa un po’ schifo.”
Il sorriso di Andrea si sgretola. Le labbra gli si contraggono, tremano.
Oddio, mica si metterà a piangere?
Alzo i palmi. “Scusa. Non volevo offenderlo, so che gli vuoi bene.”
Andrea manda giù un sorso d’acqua. Il pomo d’adamo è appena accennato.
“Enrico, c’è una cosa che voglio dirti.”
“Guarda che non sono il venale che credi. So che i soldi non sono tutto: ma non si può negare che ti facciano fare una vita da sogno.”
“Sempre per tornare al discorso dei soldi, vero?”
Mi schiarisco la voce. “Dico che dovresti apprezzare di più certe cose.”
“Tipo? Come mi hanno preso a dieci anni da un istituto, e mi hanno fatto spogliare e visitare... dappertutto?”
“Senti, posso immaginare come sia essere adottato. Ma anche per Isabella, non poter aver figli... non deve essere stato facile, capisci?”
Andrea fa un sorriso triste, o di compatimento. “Isabella è fertile. Kristian non voleva che si rovinasse la linea.”
Mi rifiuto di crederlo, e non voglio farmi tirare dentro questo discorso.
Tamburello sul mio bicchiere. “Cosa volevi dire con quel: dappertutto?”
Abbassa lo sguardo per un istante. “Proprio quello che pensi.”
“Io non penso niente.”
Si morde le labbra. “Allora parliamo delle sedute dallo psicologo? O dall’endocrinologo?”
“Endocrinologo?”
Mi fissa. Protende la mano verso di me, il palmo verso l’alto.
Ripiego le dita. “No, non chiedermi questo.”
“Prendimi la mano o inizio a fare la pazza.”
Sospiro e poso il mio palmo sul suo.
Andrea mi stringe la mano, si protende verso di me. “Davvero hai pensato che bastasse del trucco per farmi diventare così femminile?”, sussurra.
“Non… non so.”
“Enrico, sto assumendo ormoni. Da prima della pubertà.”
“E i tuoi lo sanno?”
Lascia la mia mano e si copre il viso. Ha un singulto. Ride o piange?
“Oh, Enrico... quanto sei puro. Ma in fondo è questo che mi piace di te. Non parliamone più.”

Mostro il medio al ritratto di Kristian.
Andrea abbassa le luci. “Smettila.”
“Non puoi lamentarti. Ti ho retto il gioco tutta la sera, anche se mi sentivo addosso gli sguardi di derisione.”
“Erano di invidia.”
Non volevo ammetterlo, ma ha ragione. Sembra davvero una modella. Con quell’abito poi. Ma comincio a pensare che lo sia anche senza.
Mi posa le mani sul petto. “Mi daresti della lei anche quando siamo soli?”
“P-perché?”
“Perché mi hai fatto capire che preferisco essere donna.”
“Ma così non è più… un gioco.”
Sbatte gli occhi. “Cosa vorresti che fosse?”
Schiude le labbra. Sempre più vicina, finché non ci sono solo gli occhi, e più neanche quelli. Solo il suo profumo, il tocco morbido e umido sulla mia bocca, il suo sapore.
Il soggiorno divampa di luce vivida.
Io e Andrea ci scostiamo. C’è un uomo in passamontagna e tuta nera: mi punta contro una pistola.
La guardia del corpo! Ora dirà tutto a Isabella e Kristian! Ma perché il volto coperto? Ha deciso di rapirla?
“Ti prego”, dice Andrea. “Non fargli del male. È colpa mia.” Gli si avvicina e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Lui mugugna, annuisce.
Andrea si inginocchia davanti a lui, gli abbassa i pantaloni.
“No!” grido.
Lui continua a tenermi sotto tiro. Con la sinistra affonda le dita tra i capelli di Andrea, le guida la testa avanti e indietro. Dalla manica sollevata, un luccichio circolare di oro rosa.
Jaeger-leCoultre, Master Grand Tourbillon.
“Kristian!”
Ridacchia. Si sfila il passamontagna. Ha i capelli appiccicati sulla fronte. “Ben ritrovato, Enrico.”
La telecamera. Chissà quante altre ce ne saranno. Ha sempre visto tutto. Il viaggio in Germania per affari di famiglia era una scusa.
Stringo i pugni. “Lasciala stare!”
Alza le sopracciglia. “Sono anni che vorresti scoparti mia moglie, ora pure mio figlio. E vieni a dire a me di lasciarlo stare. Lascia che ti spieghi una cosa.” Stringe la presa sulla nuca di Andrea e dà un colpo di reni. Lei manda un gemito soffocato.
“Questo gioco era mio, non vostro. E l’ho interrotto quando non l’ho trovato più divertente… Quando qualcuno ha iniziato a non rispettare le mie regole.” Cala lo sguardo su Andrea. “Lo sai: mi piaci mezzo maschio, mezza femmina. E tale resterai.”
Lo ammazzo!
Kristian alza la pistola verso la mia faccia. Ha un silenziatore.
Sogghigna. “Io decido. Io concedo. E voglio darti un premio, perché in fondo mi hai fatto divertire. Vieni, cara!”
Dalla porta delle camere compare Isabella. Lingerie di pizzo nero come i capelli sciolti sulla pelle chiara, i seni pieni. Si avvicina, languida.
“I-Isabella! Gli permetti tutto questo?”
Sorride. “Oh, sì. Sono una brava mogliettina.”
Mi afferra il mento e mi ficca la lingua nell’orecchio. Kristian ci guarda compiaciuto.
“Mia moglie fa quello che dico io. Fosse per lei ti avrebbe già portato a letto da un pezzo. Le facevi pena.”
Isabella mi posa la mano sull’ombelico e scende, me la infila sotto la cintura.
Andrea si volta verso di me, la bocca impiastricciata di rossetto e il mascara che le cola dagli occhi.
“Va bene così, Enrico. Finalmente hai lei…”
Kristian le artiglia la nuca e la tira a sé. “Non fermarti!”
No. Prendo Isabella per i capelli e strattono: manda un gridolino di sorpresa e piacere.
“Lasciate Andrea! O…”
Kristian gorgoglia una risata. “O cosaaarh!” Un sibilo dalla pistola, la vetrina dei liquori va in frantumi. Kristian geme di dolore e arretra, le mani al basso ventre. Andrea sputa, si pulisce le labbra.
Spintono Isabella contro il suo maritino: lui ha i pantaloni abbassati, incespica e finiscono a terra l’una sull’altro. La pistola cade sul pavimento: la scalcio, finisce sotto il divano.
Prendo Andrea per mano e corriamo alla porta dell’ascensore, premo il pulsante.
“Fermi!” Kristian è in ginocchio, le natiche pelose all’aria: tende una mano verso di noi, l’altra tra le gambe. “Non portarmi via Andrea!” Indica Isabella, rannicchiata in un angolo. “Potrai avere lei. Tutte le volte che vorrai...”
Scuoto la testa. La porta dell’ascensore si apre.
Kristian si sfila il Master Grand Tourbillon. Lo fa slittare sul parquet, fino ai miei piedi. “So cosa desideri, abbiamo gli stessi gusti.”
“Non più.” Schiaccio l’orologio sotto il tallone, in una poltiglia di pezzi di vetro e ingranaggi. “Fine dei giochi.”

Mi chiudo la porta di casa alle spalle e do tutte le mandate.
Andrea si sfila i tacchi. “Il bagno lo trovo da sola.”
Certo, nel mio trilocale non ci vuole granché.
Il tremito alle mani mi sta passando. “Kristian... voleva uccidermi!”
“Lieta che hai ripreso a parlare.”
Mi siedo sul mio vecchio divanetto. Di là, scorrere di acqua dal lavandino. “La pistola era solo per tenerti buono”, fa Andrea. “Aveva paura che lo aggredissi.”
Mi passo la lingua sulle labbra secche. Paura, lui? Non l’avrei mai detto. Ma ora ho capito: il vero Kristian era quello che implorava col culo nudo. E Isabella colei che piagnucolava in un angolo. Tutta la loro classe, quegli atteggiamenti, erano una finzione. E Andrea?
Appare sulla porta. Senza trucco e scarpe, con l’abito rosso sgualcito. Stupenda. “È stato Kristian a organizzare tutto, a dirmi di provocarti. E mi è piaciuto: ma volevo svagarmi in modo innocente, non ho la loro depravazione.”
“E ora che ti sei svagata?”
Si siede al mio fianco. “Sei arrabbiato e hai ragione. Ma sappi che ho smesso di giocare quando mi sono sentita me stessa, per la prima volta.” Mi stringe la mano. “Ed è stato grazie a te.”
Annuisco. “D’accordo, ti credo. Quindi che dici di fare?”
Accenna un sorriso. “Intendi con i miei, o noi due?”
“Avranno già chiamato la polizia.”
“Ne dubito.”
“Allora peggio, l’avvocato. E comunque non sono esperto in fughe romantiche.”
Si sposta una ciocca di capelli. “Coi miei me la vedrò io: sono certa che non ci sarà bisogno di scomodare né poliziotti né avvocati. Ora veniamo a noi due.”
“Che progetti hai?”
Mi carezza la nuca. “Riprendere da dove ci hanno interrotti.”
“E… poi?”
Mi bacia, lieve. Si lascia andare sul divanetto, mi tira a sé. Sorride. “Nulla che non ti andrà di fare.”

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Spartaco
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#6 » lunedì 16 novembre 2020, 10:01

A voi i commenti di Alberto…


Cominciamo dalle cose che mi hanno convinto meno.
Io stesso, quando scrivo un racconto, oppure l’inizio di un capitolo (discorso a parte per l’incipit di un romanzo), mi trovo nella situazione difficile di dover a tutti i costi catturare il lettore con qualcosa di incisivo o intrigante, per rassicurarlo che ciò che seguirà merita il suo tempo e la sua fatica. Questo aspetto è chiaro nelle intenzioni di tutti e tre i racconti, ma forse andrebbe curato di più. Ho avuto la sensazione che comincino con un tono minore rispetto a quello che la storia meriterebbe. Perché sì, le storie meritano eccome e credo (cos’è? la mia terza partecipazione a Minuti contatti?) di aver letto dei racconti di buon livello, i migliori finora. Interessanti, un intreccio discreto per tutti e abbastanza morbosi da venire incontro ai miei gusti. Perché alla fine di questo stiamo parlando, di gusti e di soggettività. Non mi dilungo oltre perché si tratta di un discorso ovvio. Prima di continuare vi ringrazio per avermi tenuto compagnia con le vostre storie.
Trinità Lunare. Il pensiero va subito a uno dei film che più amo: Freaks di Tod Browning del 1932. Nella mia testa il racconto non può che guadagnare punti. Perché non osare di più, però? Aggiungiamo qualcosa su quel mondo, nella lettura mi è mancato, ne avrei voluto di più.
Il primo incontro tra la ragazza e il lord risulterebbe più efficace aggiungendo ambiguità. Lui potrebbe mostrarsi ancor più interessato ma con un piccolo dettaglio che stona nella sua perfezione di gentiluomo. Oppure si potrebbe eccedere proprio con la sua perfezione fino a farlo arrivare a un parossismo che genera il dubbio sui fini del personaggio. Un po’ debole risulta il fatto che la ragazza non abbia letto la lettera, a meno che non si spieghi meglio un carattere superficiale, impulsivo e sbrigativo della protagonista, che tra l’altro risulta un po’ troppo ingenua per essere cresciuta in un mondo di freaks. Ma ripeto, basta caratterizzare il personaggio in tal senso e il problema è risolto.
In principio ho pensato a un vampiro per cui altro consiglio potrebbe essere quello di specificare meglio la malattia per togliere dubbi sul genere del racconto.
Sia Lode a Te e Così Sia. Malato, per cui ottimo. Rimane il discorso dell’inizio. Non è male il dettaglio del rossetto sui denti della donna, che lascia subito intendere qualcosa di sanguinoso e che viene poi richiamato in seguito. Eppure ho avuto la sensazione stessi per leggere qualcosa di bizzarro/ironico, grottesco forse. Il racconto non è così. È horror, un buon horror sanguinoso a sfondo satanico come ne ho scritti pure io. Per esperienza, caro autore, ti dico che, per quanto bello e divertente sia scrivere queste cose, purtroppo non paga. A meno che non si tratti di concorsi horror. La gente non ha quasi mai lo stomaco abbastanza forte. Una soluzione è quella di aggiungere contenuto, un messaggio il più possibile profondo, magari a sfondo sociale (il fatto che siano due ragazze è buono ma andrebbe sfruttato di più - dimostri però di aver già in mente questa cosa e non è poco). In ogni caso, se è questo che ti piace fare, fallo alla grande. Ti riesce benissimo. Forse le scene di lotta non sono pulitissime ma in fondo, non è un grande problema.
Solo un Gioco. Questo racconto funziona, mi è piaciuto assai, grande. Alt, però, funziona se accettiamo che un diciannovenne possa aver bisogno di un baby sitter. Ci ho pensato a lungo su questa cosa, che si è scontrata parecchio con la mia sospensione di incredulità. È necessario a mio parere aggiustare il tiro in quel senso. Risolto questo a mio avviso non necessita di altro. Potrebbe essere un episodio (riadattandolo) della serie Room 104, ambientata tutta in una camera di un motel americano. Alcuni episodi meritano e questo, caro autore, è da prendere come un complimento. Per mio gusto avrei accentuato ancor di più la tensione sessuale e il fascino che il ragazzo sprigiona, la sua carica erotica, magari con qualche dettaglio in più.

A questo punto, quale promuovere? Boh, sono in imbarazzo.
Qualche tempo fa avrei premiato il più morboso e il più forte. Per cui uno tra il secondo e il terzo.
Cosa vogliamo fare? Quale criterio scegliere? Io non conosco Debora Spatola, che saluto e spero di conoscere prima o poi, e non ho letto Avvento, ma qualcosa mi dice che tra questi tre ottimi racconti quello che ha più possibilità di vincere è è il primo: Trinità Lunare (promettimi però di mettere più “mondo Freak”, che amo). Per cui complimenti.
Per gli altri due una pacca sulla spalla e tanti complimenti. Davvero avete scritto due racconti che meritano e che sono contento di aver letto.
Mi farebbe piacere confrontarmi sui miei commenti, per cui non esitate a scrivere. Bravi!

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Mauro Lenzi
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#7 » lunedì 16 novembre 2020, 11:54

Grazie Alberto per i commenti.
Poiché gradisci una risposta, lo faccio per Solo un gioco.

Il fatto di fare da babysitter a un diciannovenne può sembrare inusuale all'inizio. Specifico che per me inusuale non equivale ad assurdo, viceversa una trama del genere non avrebbe avuto senso di esistere, o comunque sarebbe stata troppo debole.

Nella storia, quello che appare è che una coppia di persone ricche, che coccola il figlio economicamente ma con poca partecipazione (v. es. quando Andrea dice che il padre gli ha regalato l'auto, ma si era scordato che non avesse la patente), lo affidi per il weekend a un amico di fiducia. Il quale, salvo scocciarsi, non si pone dubbi o sospetti in quanto tiene particolarmente a compiacere la madre - e la coppia lo sapeva.
Quello che si rivela in realtà è che il padre aveva organizzato quello che per lui era un gioco. Non entro in ulteriori spiegazioni perché credo non servano.
Questo naturalmente dal mio punto di vista.

Per i dettagli in più sulla carica erotica tengo buono (e in ultima analisi concordo), peccato scontrarsi sempre con i limiti di caratteri. Ma certo, è giusto che ci siano ^^

Spero che la mia spiegazione abbia incontrato le tue aspettative. In ogni caso grazie per il tempo speso a leggere e per i complimenti.

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MentisKarakorum
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#8 » lunedì 16 novembre 2020, 18:45

Ciao Alberto,
sono molto contento che il tema del racconto ti sia piaciuto. Anche io sono affascinato dal mondo dei freaks e l'idea di una ragazza albina portatrice di una bellezza fuori dal comune mi è arrivata senza troppa difficoltà. Quello che per me è stato difficile da rendere è una trama che sottolineasse la disperazione, da cui il colpo di scena (non troppo riuscito, come mi hai segnalato anche tu). Non posso che ringraziarti per i commenti positivi e accettare le tue critiche, che toccano aspetti già emersi in altri giudizi che ho ricevuto. Lo spazio era poco, avevo in mente di inserire più corpo alla descrizione del circo e anche un personaggio simile a Johnny Eck (il famoso cabarettista nato senza la metà inferiore del corpo), ma avevo un pochino paura di andare oltre i limiti e di non incontrare tutti i palati, quindi ho scelto dei freaks "accettabili", ovvero albini, gobbi, nani e giganti obesi.
Mi sono accorto solo in seguito ai vostri commenti che l'interiorità di Selene poteva essere approfondita di più, e come mi ha fatto notare Francesco in effetti ho scelto un compito molto difficile: rendere l'interiorità di una ragazza albina di due secoli fa. E ho fallito, lo so. Diciamo che sono alle prime armi, anche se non è una scusante, e la narrazione in prima persona non mi va giù, proprio perché ho sempre letto e scritto in terza. Senza dubbio il racconto è un punto d'inizio e non d'arrivo, le cose che vorrei cambiare/approfondire sono molte, a partire appunto dalla caratterizzazione di Selene, e rivedrei tutta la trama in modo da non costringerla a convergere verso un colpo di scena conclusivo, che peraltro non è così ben reso.
Insomma: di fronte a così tanti difetti sono sorpreso che tu abbia scelto il mio racconto per la finalissima, specie in competizione a due racconti che ho apprezzato molto e che trovo davvero originali e ben fatti. Essendo la mia prima esperienza in questo forum non posso che esserne lusingato, qualunque sia il risultato finale (è per me già un onore essere riuscito ad arrivare in semifinale), quindi ti ringrazio molto, mi dai lo stimolo a continuare a provarci e coltivare il mio sogno di diventare un vero scrittore. Alla prossima!

Alberto
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Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#9 » giovedì 19 novembre 2020, 18:24

Ciao Mauro,
prima di tutto scusa se ti rispondo solo ora.
Il tuo racconto è molto chiaro, non credo abbia bisogno di spiegazioni. Si tratta di una storia anche ben costruita che prepara in modo adeguato al colpo di scena (chiamiamolo così) finale. Io ho evidenziato quello che mi è sembrato il punto debole, il punto più importante che avrebbe meritato un rinforzo. Attenzione, un rinforzo, non una correzione, proprio perché l'intreccio parte da quel punto.. La storia incuriosisce e cattura senza problemi. I pochi caratteri sono la difficoltà e il bello del concorso (come dici giustamente tu), da prendere come esercizio e stimolo. Ti assicuro che quando ho letto i vostri tre racconti ho subito pensato a quanto meriterebbero alcune battute in più.
spero di leggerti ancora
a presto

Alberto
Messaggi: 2

Re: Semifinale Alberto Büchi

Messaggio#10 » giovedì 19 novembre 2020, 18:35

Ciao MentisKarakorum, (perdonami ma non conosco il tuo nome. ;-) )
Scusami anche tu per il ritardo nella risposta.
Il tuo racconto è bello e questo te l'ho già detto.
Però mostrava alcune debolezze (del tutto risolvibili) e ne aveva anche più degli altri due racconti. I tuoi compagni di semifinale hanno proposto dei racconti molto solidi, con pochissime sbavature, ma forse con meno opportunità di giocarsi la finale.
Comunque vada ti invito ad allungare la storia e magari farla diventare un romanzo breve.
Per quando riguarda la prima/terza persona, ti assicuro che è stimolante e divertente esercitarsi mettendosi alla prova a cambiare. Spesso si scoprono voci che non si sapeva di avere. Considerali esercizi di stile. La prima cosa che ho pubblicato era proprio uno di quelli che consideravo tale e su cui non puntavo particolarmente.
In gamba e in bocca al lupo per la finale.
A

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