Semifinale Francesca Silvia Loiacono

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo dicembre sveleremo il tema deciso da Flavia Imperi. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Francesca Silvia Loiacono

Messaggio#1 » lunedì 11 gennaio 2021, 13:35

Immagine

Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Odissea Wonderland
Combattono in questa semifinale:

L'involontaria, di Daniel Travis
Amiche per la vita, di Pretorian

In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi possono sfruttare i giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: mercoledì 13 gennaio alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 13 gennaio. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



Daniel Travis
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Re: Semifinale Francesca Silvia Loiacono

Messaggio#2 » martedì 12 gennaio 2021, 19:10

La luce in movimento
Fu la luce ad attrarmi per prima.
Ero uscita a consegnare una pila di moduli e ricevute in segreteria studenti. Per tornare avevo preso il giro lungo.
Lo facevo sempre, dopo le interazioni con gli sconosciuti. In più, Alessia mi aveva scritto di non avere ancora ottenuto tutti i testi per la tesi. Marciava in tondo per ore quando era nervosa, come un cattivo dei cartoni animati, e il nostro non era un appartamento grande. Meglio darle spazio.
I mattoni rossi del centro lasciarono il posto all’intonaco scrostato della periferia. Agli scorci delle corti interne si erano sostituiti parchetti e cortili asfaltati. Mi resi conto di aver superato il mio appartamento, ma avevo ancora voglia di camminare.
I condomini divennero capannoni. Superai un bar e un’autofficina, svoltai l’angolo e mi trovai a costeggiare una pista ciclabile tra case con giardino, viali alberati e prati.
Ancora qualche minuto e mi sarei lasciata alle spalle la città.
Solo allora alzai lo sguardo: il cielo si era fatto blu scuro, striato di rosa e di viola dietro i colli. Ero talmente assorta da non aver notato il tramonto. Non mi capitava da quando ero bambina.
Forse era meglio rientrare. Il silenzio intorno a me aveva una nota inquietante, di non-vita.
In quel momento la vidi, rossa e arancione come un secondo tramonto in miniatura. Una fiamma, che baluginava dietro una panchina alla mia destra.
Pensai: Dovrei chiamare qualcuno. Feci un passo avanti. I pompieri. Dovrei chiamare i pompieri.
Forse è un principio d’incendio.
Pensavo e pensavo, sempre più vicina alla luce.
Si muove? Una scarica di gelo mi risalì la schiena. Mi strofinai le palpebre con le maniche della felpa e guardai meglio.
Il sole era appena visibile ormai, e anche lei si era raffreddata: aveva assunto sfumature di azzurro e di grigio. E si era allontanata.
La seguii.
Si fermò all’angolo della strada, di fianco a una quercia. Qualcuno aveva legato fiori e biglietti alla base del tronco, dopo chissà quale incidente. Posai una mano sulla corteccia coperta di muschio. Umido. Anche i miei capelli si stavano bagnando: una pioggia leggera aveva iniziato a cadere. Appena me ne accorsi, la fiamma si estinse.
«No!» Non c’era un filo di fumo. Abbassai lo sguardo, in cerca di cenere o di una fonte di luce.
Invece, trovai un rettile.

La lucertola impossibile
«Fammi capire». Alessia scolò la pasta nel lavandino. Ne rovesciò almeno mezzo piatto e rischiò di scottarsi. Viveva in appartamento da anni, al contrario di me. Non avevo idea di come fosse sopravvissuta così a lungo. «Hai visto un riflesso strano».
«Circa,» risposi, accoccolata sul divano con il mio fagotto di asciugamani caldi.
«Ti sei strofinata gli occhi, il riflesso si è spostato. I colori dell’ambiente sono cambiati, il riflesso anche. Corretto?»
«Non lo chiamerei riflesso».
«E hai trovato una lucertola».
«Non è una lucertola,» protestai. Le sue zampe posteriori non erano affatto zampe, per cominciare: assomigliavano ad ali membranose, come quelle di un pipistrello, o a grosse pinne. Anche l’estremità della coda, dura e giallastra, era stravagante.
«Rettile esotico, scusa. Intristisce la storia perché è un abbandono quasi di sicuro, ma non rende credibile la lampadina magica».
«Cinico, per una storica delle religioni».
«Dai!» Versò le farfalle in una padella che odorava di soffritto, pomodoro e, appena, di vino. «La tua esperienza sovrannaturale di suggestione è valida al cento percento, va bene?»
Sbuffai.
«Vuoi la pasta o no? Ho fatto io il sugo, altro che schifo pronto».
«Solo perché è il tuo».
«Fammi posto». Lasciò la cena e le posate sul tavolo e mi si sistemò accanto, per truccarsi di fronte a uno specchio da borsetta. Il mio specchio. Teneva i trucchi in mezza bottiglia di plastica, tagliata in orizzontale per farne un barattolo.
«Esci?»
«Ho un impegno dopo cena».
«Ti ha risposto la tua associazione, per la bestiola?» Il fagotto mi tremò tra le mani, come in risposta alle mie parole.
«Non è mia, la conosco soltanto. Ma mandano qualcuno».
«Grazie».
Mi rispose con una spallata. Sorrisi. Il rettile mi riposava addosso come un gatto.
A qualche livello, sapevo che la non-lucertola avrebbe dovuto preoccuparmi. Di quale specie poteva trattarsi? Era pericolosa per me? La ero io per lei?
Ciononostante non la smossi dal mio grembo. Mangiai scomoda, anzi, pur di non disturbarla, e a fine pasto avevo quasi dimenticato il suo peso. Mi accoccolai contro la spalla della mia coinquilina, con la sensazione sottile di far parte di un segreto.
L’assurdo ha i suoi metodi per passare inosservato.
Prima che uscissi, Alessia mi infilò lo specchietto in borsa, poi mi sistemò la borsa sulla spalla. Mi sentivo un venditore porta-a-porta americano degli anni Cinquanta: io ero in partenza per un lungo viaggio sulla costa Ovest, e lei era mia…
Abbassai lo sguardo. Era arrossita anche lei, o solo io?

Il posto riflesso
Pioveva a dirotto quando arrivammo al centro. Il volontario, imbacuccato in un felpone bordeaux con cappuccio, si era presentato come Rosso Malpighi. Mi aveva dato uno scatolone per l’animale e aveva guidato con la prudenza di un pilota ubriaco. Dopo esserci fermati nel parcheggio di un supermercato avevamo raggiunto a piedi lo stabile, piccolo e tozzo.
La porta a specchio era una ragnatela di crepe profonde. Non riuscivo nemmeno a vedere la maniglia. Neanche il ragazzo, evidentemente: prese il telefono dalla tasca e puntò la torcia sulla porta. Dalla cover pendeva un ciondolo di metallo decorato con un motivo astratto, tanto lucido da riflettere la mia immagine. Dovette trovare la maniglia, perché aprì con una spinta e mi invitò a seguirlo.
Dentro era tutto buio: il mio mondo si ridusse ai passi di Rosso, al tintinnio della porta che si chiudeva alle nostre spalle e a un suono ritmico dal fondo dell’ufficio, come di un trattore che cerca di accendersi.
«L’avrei portata da solo, ma conosco la specie. Se ti si è affezionata, facciamo prima a spostarvi in due che a separarvi in casa. Quando si fissano con qualcosa non le stacchi più». Accese la luce; mi coprii gli occhi per non restare abbagliata. «Sei stata gentile a venire».
«È il minimo». Non sapevo mai come rispondere ai complimenti.
Eravamo in un ufficio, con una vecchia scrivania e scaffalature di alluminio contro tutte le pareti, e una porta socchiusa alla mia sinistra. Quasi ogni centimetro di spazio era occupato da quotidiani ripiegati, scatole di cartone e raccoglitori gonfi di fogli. Sulla scrivania c’era una vecchia radio con l’antenna estesa a metà, che pareva uscita dagli anni Novanta.
«No, ragazza mia!» Una donna sulla quarantina emerse da sotto la scrivania. In una mano teneva un barattolo, nell’altra un fagotto di stracci. «Proprio non è il minimo». Aveva i capelli tinti di verde, sparati in aria come una fiamma. Mi ricordò la mia fiammella. Mi era sfuggita di mente, finora.
La donna passò il fagotto a Rosso - Si è mosso? C’è un animale dentro? - e mi tese la mano.
«Sono Silvana. Il taranta ti ha morso?»
«Peggio,» replicò il volontario. «Si è affezionato».
«Ahi!» Silvana, ancora sorridente, posò il barattolo. Dentro luccicava un liquido viola.
Mi invitò a consegnarle il rettile, accoccolato nel suo scatolone. Obbedii.
«Taranta?» domandai.
«Tarantaside. Una viverna umorale».
Una viverna era una specie di drago, se ricordavo bene: la bestiola aveva un nome fantasy, come il Drago di Komodo. Doveva essere altrettanto esotica.
Gorgogliò e allungò il muso affilato verso Silvana, curiosa. Lei le grattò il mento.
«Nome e cognome? Scusami, sai, dobbiamo fare il terzo grado a tutti».
Risposi alle sue domande e feci il resoconto del ritrovamento, ma omisi la mia lucina. Raccontai della creatura tremante di freddo, di come l’avevo tenuta con me.
«Ho chiamato ed eccomi qua,» conclusi.
«Benissimo! Puoi andare. Rosso ti… Cioè, io ti accompagnerò a casa. All’andata eravamo incasinati, ma ora posso lasciargli il fortino». Lui sollevò un sopracciglio.
Non vedevo l’ora di infilarmi sotto le coperte a leggere, eppure andarmene mi lasciava un retrogusto amaro in bocca.
Non avevo voglia di abbandonare la piccola viverna.
Mi costrinsi a pensare che loro erano esperti, io no. Se ne sarebbero presi cura meglio di me. Era stata un’avventura, ma era finita, e neanche male.
Fu allora che un folletto mi pugnaló nello stinco.

Oltre la porta
Prima mi trafisse il dolore: peggio di una puntura di vespa, tanto forte da farmi girare la testa. D’istinto abbassai la mano e lo sguardo verso la caviglia, e la vidi.
Era una creatura di proporzioni umanoidi, ma non più alta di un mio dito indice. Brandiva un pezzo di stuzzicadenti affilato e macchiato del mio sangue. Scattò verso l’uscita senza degnarmi di uno sguardo.
Mi mancava l'aria. Rosso si precipitò ad aiutarmi; Silvana ci superò in un movimento fluido.
Il folletto si arrampicò su una pila di giornali. Dalla cima spiccò un balzo verso uno scaffale vicino, e la porta.
Un guanto lacero da meccanico lo intercettò a mezz’aria. Silvana esultò, aggiustò la presa e sparì oltre la porta laterale dell’ufficio.
Seguirono due scatti metallici e un fruscio: una gabbia aperta, richiusa e coperta.
«Quanta fretta! Un giorno d’osservazione e tornate in discarica, Cru-cru. Ah!» esclamò poi: «la ragazza sta bene?»
«Niente di rotto!» Rosso aveva radunato disinfettante, cotone e cerotti. Mi sorrise: «Ora ci pensa. Quando si tratta dei suoi mostriciattoli, è una monomaniaca».
Il taglio pulsava. S’infetterà? Cercai di preoccuparmi soltanto di quello, di ignorare l’enorme massa nera dell’assurdità a cui avevo assistito.
L’avrei affrontata.
Dopo.
Mi lasciai medicare.
Dopo avere applicato il cerotto, Rosso mi offrì un cucchiaino di liquido viola dal barattolo sulla scrivania.
Accettai meccanicamente, prima che lo shock cedesse il passo alla consapevolezza.
Cos’era? Cosa avevo appena ingerito?
Oddio.
Sapeva un po’ di vino, con una punta di sale.
«Cos’è?» Il panico mi strinse le viscere: era droga? Veleno?
«Glamour distillato». La parola c’entrava con la moda. Forse, ricordai, anche con le fate. «Non possiamo permetterci che parli di noi là fuori».
«Come mai?» mi sentii chiedere. Il mio tono casuale quasi mi fece ridere.
Dovevo prendere tempo. Aspettare l’occasione giusta per guadagnare l’uscita.
«Streghe, ovvio».
«Ovvio».
«Sai quante vorrebbero un tarantaside? O uno dei nostri fuochi fatui?»
«Quelli che…» Cercai di ricordare. Capire qualcosa, qualunque cosa, era cruciale per non dare di matto. «Ingannano i viaggiatori?»
«Guidano gli spiriti, vivi o morti - a volte nel posto giusto, a volte no. Se dietro c’è una strega, di solito no». Sospirò, mi diede le spalle e raccolse la scatola del tarantaside.
Scattai in piedi, pronta a fuggire.
Esitai. Non riuscivo a non pensare al folletto. Forse ero drogata adesso, ma quello l’avevo visto. Mi aveva ferita.
«Sei libera di andartene».
«Cosa?»
Rosso si voltò. Le maniche della felpa gli si erano sollevate: tatuaggi dello stesso viola lucente del glamour gli circondavano i polsi, come bracciali.
«Non c'è motivo di trattenerti. Si occuperà il glamour di cancellare i ricordi sconvenienti».
Non risposi. Forse mi prendeva in giro, forse no.
Comunque, niente mi impediva di correre a casa e dimenticare tutto. O chiamare la polizia.
Però avevo visto una cosa impossibile. L’avevo vista e sapevo, da qualche parte dentro di me, che uscendo l’avrei persa. Per la prima volta da anni, rifugiarmi nella solitudine non era l’opzione più allettante.
«Se davvero dimenticherò tutto…» Strinsi i pugni. «Posso vederli, prima? I fuochi fatui?»
Rosso Malpighi alzò gli occhi al cielo.

I nomi delle cose
Rosso mi guidò in una sala circolare, stipata di tavoli e scaffali.
Anche qui c’erano giornali e scatole, più ciotole piene di pastoni colorati e un frigorifero, ma le gabbie erano le protagoniste assolute: trasportini, acquari, terrari. Alcune erano coperte da scampoli di tessuto, altre circondate da simboli tracciati nel sale.
«Somigliano a quelli sui tuoi polsi,» osservai. Lui quasi perse la presa sulla scatola.
«Immagino,» borbottò.
Aprii la bocca per scusarmi, ma esalai in silenzio. Dentro le gabbie…
Nelle più capienti c’erano larve umide e luminescenti, grandi quanto bambini, da cui emergevano volti e mani umane - o costole, o unghie. Avevano grandi occhi spalancati, tutti fissi su di me. Sulle etichette lessi lemuri.
«Non avvicinarti,» mi ammonì Rosso. «Ti consumano».
Un’anguilla nuotava in tondo in una bacinella. Se rasentava una parete, l’ombra di due mani ci si appoggiava per farle riprendere il corso.
«La quarantena è là, oltre il Posto Buio».
Non suonava rassicurante, ma l’idea di allontanarmi dai “lemuri” non mi dispiaceva.
Il Posto Buio era un corridoio stretto, senza finestre. Rosso mi disse di sbrigarmi e richiuse la porta alle mie spalle, gettandoci nella tenebra.
«Sono qui intorno, nelle gabbie. I fuochi».
«Che fanno?»
Mi stavo abituando al buio, ma i colori erano ancora strani.
«Riposano. Sognano. Si preparano a ripartire. E se si sono un po’ persi lungo la via…» Fece una pausa. «Hanno gli altri a guidarli».
Aprii la bocca. Non erano i miei occhi a essersi abituati all’oscurità.
Una dozzina di fiamme si stavano accendendo, mobili e tremanti come quella che avevo visto al tramonto. Erano brune come le mie iridi, rosse come la felpa di Malpighi, nere come i suoi capelli.
Dovetti socchiudere gli occhi.
Malpighi mi trascinò fuori dal corridoio, in una stanzetta stipata di armadietti e, ancora, gabbie.
«Prendine una grande». Estrasse il tarantaside dalla scatola.
Recuperai un terrario vuoto, col fondo già foderato di quotidiani, ma quando glielo porsi Rosso aveva le sopracciglia alzate e la bocca storta da una smorfia.
«Stai morendo?» mi chiese. «Divorziando?»
«Non… Credo?» Volevo fare una battuta, ma ero appena uscita da un corridoio pieno di fuochi fatui. Era difficile essere sicura di qualcosa.
«Tarànto era un drago che infestava il lodigiano,» spiegò Rosso, «tanto maligno da diffondere una pestilenza tutta sua. La specie prende il nome da lui. Apri». Lo feci, ma mi ritrassi quando il rettile mi sfiorò. «Tranquilla. Quello era nato dal cadavere di un generale; questo, direi, da una piccola morte. C’è una differenza di scala, ma entrambi si nutrono degli umori rilasciati da emozioni e intenti forti. O, sai, incantesimi. Per questo gli stregoni li adorano: un tarantaside nasconde la tua volontà in un pasto, e lascia lo spazio spirituale più pulito della casa di un brownie grasso». Notò la mia confusione e aggiunse: «È un folletto, se gli dai da mangiare ti aiuta in… Non importa. Il punto è: in assenza di magia forte, tragedie o crisi, ci mette mesi a mangiare abbastanza da, sai, defecare».
«Quindi, mi hai chiesto se stavo morendo perché…»
«Perché qui, tesoro, c’è una cacca gigante».

Rilascio
Silvana indicò i simboli sui polsi di Rosso: «Sono manette».
«Non sono un volontario in un centro per mostri,» confermò lui. «Sono un mostro, costretto a fare il volontario».
Lei sbuffò: «Esagera. È un mazapégul, un folletto seduttore. È andato troppo oltre e l’abbiamo accolto qui perché possa espiare le sue colpe».
«Servizi socialmente utili,» cercai di interpretare.
«Brava! Niente di più, niente di meno. Capisci cosa cerco di dirti?»
Annuii.
Passò un secondo.
Scossi la testa.
«Dico che, se eri qui per rapire una creatura o rubare un po’ di glamour, confessare è la scelta migliore. Non ne saremo entusiasti, ma non ti bruceremo neanche su un palo».
«Non sono una strega». Lo volevo urlare, ma nella mia voce c’era più incredulità che rabbia. Una collezionista di creature magiche coi capelli verdi e un presunto folletto facevano di tutto per assicurarmi che non mi avrebbero arsa sul rogo, ed ero esausta.
«Voglio crederti,» disse Silvana, pensosa. «Ma come ti è finita addosso tanta energia da saziare una viverna umorale? Sono quantità da famiglio, quelle». Famiglio. Come i gatti delle streghe. «Quando ci hai chiamati, mi è parso strano che avessi notato un tarantaside, ma capita».
«Non vi ho chiamati io».
«Come? No, certo, abbiamo la radio. Ce l’ha sistemata uno stregone di Reggio per evitarsi una multa, rileva ritrovamenti come il tuo. Credete di averci chiamati, in realtà vi individua lei».
La verità mi colpì dritta in faccia, ovvia e nauseante. Non dissi nulla.
«Non c’è altra scelta, vero?» Rosso trasse un lungo sospiro.
La donna annuì con espressione grave, quindi si rivolse a me: «Puoi andare».
«Cosa?»
Allargò le braccia: «Se avessi lanciato incantesimi qui dentro, i sensori l’avrebbero rilevato. Sono vecchi, ma funzionano. Il tarantaside non è stregato, tu emani l’aura magica di una ciabatta - potrebbe averla ripulita la bestiola, ma ti abbiamo tenuta qui abbastanza a lungo da generarne altra. Devo supporre che tu fossi nelle vicinanze di un incantesimo per sbaglio, e lasciarti andare. Se non torni qui, il glamour ti ripulirà la memoria in una manciata di minuti. Siamo un centro di recupero con poche risorse e ancora meno volontari, non una forza armata. Non possiamo che affidarci alla tua onestà».

Apriti sesamo
Uscii sola sotto la pioggia.
Silvana si era diretta al parcheggio; mi avrebbe raggiunta con la macchina.
Presi il telefono e composi il numero di Alessia.
«Pensavo che avrei dovuto chiamarti io,» disse.
«Nessuno ha telefonato al centro. Sono stati allertati dalla loro radiolina magica» Mi morsi il labbro. «E il glamour; il sapore del glamour distillato… Era l’ingrediente segreto del tuo sugo, vero?»
«La mia ricetta personale, ma sì - magia liquida, q.b.».
«Per controllarmi».
«Per…» La sua voce s’indurì: «Non ha importanza. Hai il tuo specchietto per il trucco in borsa, no?»
Sospirai. «Certo. Ce l’hai messo tu».
«Ottimo. Tiralo fuori! Ricordi il sigillo sullo specchio con cui avete aperto la prima volta, vero? Se non ho scazzato il sugo, dovresti averci fatto caso».
Estrassi dalla borsa il mio specchietto e lo aprii.
Non mi sorprese che dentro, al posto della mia stupida faccia, ci fosse il sorriso malizioso di Alessia.
«Non è una porta a specchio. Lo specchio è la porta».
«Non essere sciocca. Ogni specchio è una porta. Ora sbrigati! Traccia il sigillo sulla superficie e puntami verso l’accesso. Voglio verificare se posso entrare ogni volta che...»
«No».
«Prego?»
«Non so se il tuo sugo stregato possa forzarmi, ma non voglio rapinare un canile magico». Le labbra mi tremavano. Il sangue mi pulsava nelle tempie, attutiva i suoni del mondo: lo scrosciare della pioggia, un tuono, il rumore di un motore non troppo distante. Alessia mi aveva usata. «Trova un altro modo per pulirti l’aura».
«Non volevo ripulire me». Abbassò lo sguardo. «Vivere con una strega ti lascia addosso dei residui. Rischiavi che qualcuno ti attaccasse per arrivare a me. Non volevo che accadesse».
«Oh. Potevi… Mandarmi via, no?»
«Potevo. Non volevo».
«Oh». Stavolta non abbassai lo sguardo: anche Alessia era arrossita. «Ma avevi già un tarantaside. Mi ci hai condotta tu».
«E l’avrei portato all’indigestione in un mese. Qui me lo curano loro, e ne trovano altri regolarmente. Non si accorgeranno neanche delle mie visite! Sbrigati a fare la prova, adesso, o almeno nascondimi».
«No. Questo posto non è la tua miniera, Alessia!» Sentii appena la frenata, alle mie spalle, e la portiera che si apriva. «Non dovresti rapinarlo, dovresti, che ne so, fargli una donazione!»
«Ben detto!» Silvana uscì dall'auto e mi fu addosso in un lampo; s’impadronì dello specchietto e prese a disegnarci sopra col dito. Prima che potessi reagire, Rosso emerse dalla porta del centro e mi immobilizzò.
«Smettila!» protestai. «Lasciala stare! E toglimi di dosso il molestatore magico!»
«Folletto seduttore. Non ho mai molestato nessuno… Ehi!»
Mi liberai con uno strattone; lui si mise tra me e Silvana. Gli indicai i suoi polsi: «E quelli, allora?»
«Un’amica doveva liberarsi di un ex insistente. Gli ho fatto, ah, un dispetto».
«L’hai… Ucciso?»
«Starà benissimo, una volta uscito dall’ospedale. E da Bangkok». Scosse la testa e alzò le mani. «Il punto è: ne so qualcosa di relazioni tossiche. Se tu e Maleficent, lì, volete portare avanti la cosa, avrai bisogno di pretendere più onestà».
Mi voltai, con le guance calde d’imbarazzo. Alessia era ancora riflessa nello specchio, ma sospesa, adesso, in un limbo buio. Imprigionata.
Incrociò le braccia. «E ora?»
«Ora,» rispose Silvana, e tracciò un ultimo segno, «veniamo a prenderti».

L’involontaria
Avevo dovuto aspettare due ore, in mezzo a una folla di matricole come me, per cinque minuti di ricevimento con il professor Crani. Un’agonia - ma avevo resistito: stavo migliorando.
Raggiunsi il centro di corsa.
Alessia mi aprì la porta a specchi prima che potessi bussare. Tatuaggi luccicanti coprivano i suoi polsi sottili, per impedirle di nutrire il tarantaside oltremisura. O rubare scorte di glamour. O lanciare incantesimi.
«Ed ecco la piccola traditrice,» sbuffò.
Avrei potuto correggerla o ribattere, ma risposi con un sorriso. Intanto sei venuta in anticipo per aspettarmi.
Alle sue spalle, dietro la scrivania, riposava un enorme rettile alato, verde acceso, con la testa percorsa da una lunga cresta.
«Aspetta - quello è il mio tarantaside?»
«Oh, no. Lei, a occhio, è qui da prima. Dai, vieni».
Entrai e guardai Alessia chiudere la porta. C’era grazia persino nella sua svogliatezza esasperata.
«Finalmente ci siete entrambe!» La voce di Silvana mi fece sobbalzare. Mi aspettava alla scrivania. Della viverna, nessuna traccia. «Rosso!» chiamò.
Mi voltai verso Alessia, che si strinse nelle spalle. Nessuno meglio di un mostro per curare mostri, immagino.
«Sono felice che siamo tutti entusiasti di fare del bene». Rosso entrò portando guanti in lattice per tutti e una pila di quotidiani. «Oggi pulirete le gabbie». Ci rivolse un sorriso tremendo: «Non dovrete più chiedervi se i lemuri vanno di corpo. La risposta è: troppo».
Ridacchiai. Alessia mi lanciò un’occhiataccia, ma sorrideva anche lei.
Il pomeriggio prometteva bene.
Ultima modifica di Daniel Travis il mercoledì 13 gennaio 2021, 18:14, modificato 7 volte in totale.
Il Crocicchio è un punto tra le cose. Qui si incontrano Dei e Diavoli e si stringono patti. Qui, dopo aver trapassato i vampiri e averli inchiodati a terra, decapitati, bruciati, si gettano al vento le loro ceneri.
Il Crocicchio è un luogo di possibilità.

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Re: Semifinale Francesca Silvia Loiacono

Messaggio#3 » martedì 12 gennaio 2021, 23:31

Amiche per la vita

Un ronzio. Il pellet scivola dal bocchettone fino al braciere e s’accende. Scintille si alzano oltre l’oblò della termostufa.
Elena regola la temperatura e spegne la luce. Le fiammelle dell’impianto proiettano sfumature rossastre sui mobili del soggiorno. Torna a sedersi.
Rumore di passi alle sue spalle.
Elena si irrigidisce e chiude gli occhi.


- Ele, cosa fai qui? Vuoi rubare la tela ai ragni?
Elena si volta. Sara chiude la porta della soffitta alle sue spalle e si guarda attorno.
- Volevo stare un po’ da sola – la ragazza posa il libro. – Mia madre lascia la televisione a un volume troppo alto.
- Lo immaginavo – Sara aggira una pila di libri impolverati e la raggiunge. Mette i pugni sui fianchi. – Allora, non vieni ad aiutarmi con i bagagli?
Elena si morde il labbro.
- Devi proprio partire?
- Non “devo” partire, ragnetto, “voglio” partire. Lo voglio come non ho mai voluto niente in vita mia.
Elena abbassa la testa. Si copre il volto con le mani. Sara sospira e si inginocchia.
- Dai, Ele, non fare così. Vado a Bologna, mica sulla Luna!
La ragazza apre la bocca, ma le parole sono strozzate da un singulto. Si avvinghia all’amica e la abbraccia.
Sara la stringe a sua volta. La culla tra le braccia.
- Perché Bologna e non Napoli? – Lacrime colano sulla felpa color vinaccia. - Avresti potuto studiare le stesse cose.
- Perché Napoli è troppo vicina a casa e la tentazione di restarmene comoda sarebbe stata troppo forte – Sara le sistema una ciocca di capelli castani e le pulisce le guance con il pollice. – Devo andarmene, Ele. Non ne posso più di questo posto, della gente che ci abita e della loro mentalità del cazzo.
- Ma ne vale la pena? Lasciare la tua famiglia, gli amici… me.
- I miei familiari sono i primi ad avere una mentalità del cazzo e dei cosiddetti “amici” non voglio nemmeno parlarne. Tu, ragnetto, sei stata l’unica cosa che mi abbia spinto a restare in questo buco così a lungo, ma ora non resisto più. Cresci quel paio d’anni che ti separano dalla maturità e vedrai che ti sentirai esattamente come me.
Elena scioglie l’abbraccio. Non piange più, anche se il respiro è ancora inframmezzato da singulti.
Si stringe nelle braccia magre, tormentandosi la pelle con le unghie.
- Mia madre non mi permetterà mai di andarmene, lo sai – sussurra. – Penso che non mi permetterà nemmeno di venirti a trovare. Dice delle cose bruttissime su di te quando non ci sei.
- Dov’è la novità? Pensavo non avesse mai smesso da quando alle elementari avevo detto che il Maestro Volpe aveva “un didietro sul mento”.
Scoppiano entrambe a ridere. Sara le dà un bacio in fronte e si alza.
- Tua madre non può tenerti prigioniera, ragnetto, non sei più una bambina. Sta arrivando il momento di prendere in mano la tua vita e decidere cosa farci.
- E se non ne avessi la forza? Se non riuscissi a separarmi da lei?
- Allora verrò ad aiutarti io. Correrò a liberarti, come Mario con Peach – mette l’indice sotto il naso. – Mi manca giusto la pancetta, ma quella penso di recuperarla in un paio di mesi di gnocchi fritti e tortellini.
Elena ride di nuovo, stavolta a bocca spalancata. Sara le porge la mano.
- Non ti lascerò sola, ragnetto. Qualunque cosa accada, per quanto lontano io possa andare, ci sarò sempre per te.
- Promesso?
- Promesso.
Elena afferra la mano dell’amica e si alza in piedi.
- Allora, vorrei che facessi una cosa con me.
- Cosa?
- Un patto di eterna amicizia.
Sara incrocia le braccia e fa un mezzo sorriso.
- Pensavo fossimo troppo vecchie per questo genere di cose. Cosa dovremmo fare, sputarci sulle mani, stringerle e poi giurare di non separarci mai?
Elena scuote il capo. Si avvicina a una pila di scatoloni, cassapanche e armadi impolverati.
- Qui in soffitta c’è anche la roba di mia nonna paterna. Non so se te ne ho mai parlato…
Comincia a spostare alcune scatole. Sara ne apre uno e ne tira fuori una tunica scarlatta tempestata di perline e gemme di plastica.
- Artemisia la veggente? Mia madre una volta mi ha detto che era stata lei a preparare il filtro d’amore con cui aveva sedotto mio padre – snuda i denti mentre sorride. – Ha aggiunto che, col senno di poi, sarebbe stato meglio chiederle i numeri della lotteria.
-Si, la gente chiedeva a mia nonna tante cose: filtri d’amore, cartomanzia, lettura della mano e anche altre cose più particolari… - uno degli scatoloni, fradicio d’umidità e ammuffito, si squarcia. Ne cadono rozzi bambolotti fatti di creta e capelli. Sara l’aiuta mettere a posto le bambole. Resta a bocca aperta nel prenderne in mano una con dei baffi disegnati e due spilloni infilati negli occhi dipinti di nero.
- Tu come fai a saperlo?
- Ha lasciato i suoi diari. L’ultimo lo stavo leggendo quando sei entrata – sposta un altro scatolone e si trova davanti alla massa di un grande telo macchiato – Ero sicura che mia madre l’avesse messo qui dietro.
Tira via il telo, sollevando una nuvola di polvere e brandelli di ragnatele. Dietro la sporcizia, compare un massiccio specchio ovale.
- Cazzo… questo di sicuro non è comprato all’Ikea! – Sara ne sfiora la superficie riflettente. – Ma di cos’è fatto? Questo non è vetro.
- Lo specchio è fatto di elettro; il telaio è in ebano e gli intarsi decorativi sono in ambra – anche Elena passando le dita sulle decorazioni a forma di mascherone. – Mia nonna se lo fece fare da un artigiano greco dopo la Guerra.
- Quest’affare deve valere una fortuna. Conoscendo tua madre, mi stupisco che non l’abbia venduto a qualche collezionista prima ancora che il corpo di tua nonna diventasse freddo.
Elena alza le spalle.
- Non so, forse pensa che porti sfortuna separarsene.
- Si, anche questo sarebbe tipico di tua madre.
Elena afferra uno dei bordi del telaio e comincia a tirare. La specchiera striscia con difficoltà sulla superficie irregolare.
- Dammi una mano: dobbiamo stenderlo sul pavimento.
Sara afferra il telaio dall’altra parte. Spingendo nella stessa direzione, riescono a portarlo al centro della stanza e a inclinarlo a terra.
- Cazzo, se pesa – Sara si pulisce il sudore dalla fronte. – Quindi? Cosa dobbiamo fare adesso?
Elena tossisce e prende un involto di tela da una cassetta. Ne estrae un coltello.
- Ora possiamo cominciare il patto – si inginocchia davanti allo specchio. – È semplice: dobbiamo fare un taglio sulle nostre mani, unirle insieme e far colare un po' di sangue, sempre facendo attenzione di essere riflesse nell’ovale.
Sara storce il labbro.
- Ele, posa quel coltello…. lì sopra ci sarà il super-tetano! Non possiamo trovare un modo più semplice?
- Sara, se lo facciamo, saremo unite per sempre – Giunge le mani. – Ti prego….
Sara resta in silenzio. Passa più volte lo sguardo dal coltello agli occhi di Elena. Sospira.
- Ah, quante me ne fa passare la tua zucca matta, ragnetto! – allunga la destra e le arruffa i capelli. – Va bene, facciamo come vuoi tu. Mal che vada, a Bologna potrò dire che il taglio me lo sono fatto mettendo al tappeto tre energumeni che volevano farmi del male.
Anche lei si inginocchia. Elena le prende la mano e pratica un taglio verticale dalle dita al polso. Comincia subito a zampillarne del sangue.
- Ahia!
- Non lamentarti, non è profondo – Elena ritira il coltello e ne appoggia la punta sul palmo della sua sinistra. – Ora lo faccio anch’io.
Si morde il labbro mentre incide la carne. Unisce i bordi della ferita con quelli dell’amica e stringe la mano.
- Fa male!
- Deve – Elena aumenta la stretta fino a far sbiancare le nocche. – Non esiste unione senza dolore.
Un unico rivolo cremisi cola sullo specchio. La giovane vi intinge il dito e traccia una linea che taglia a metà la superficie riflettente. Con altro sangue, disegna simboli identici da entrambi i lati.
Il braccio di Elena comincia a tremare. Gli occhi si riempiono di lacrime.
- Basta, Ele! Non ne puoi più nemmeno tu!
La giovane snuda i denti e spinge in basso le mani finché i polsi non toccano l’elettro.
- Apri le dita e appoggia il palmo sullo specchio.
- Ele, io…
- Fallo e basta!
Sara impallidisce ed esegue l’ordine. Elena appoggia la mano in modo speculare alla sua.
- E ora?
Elena si asciuga le lacrime con una manica del maglione. Sorride.
- Ora diventiamo unite per sempre.
Lo specchio trema. I segni tracciati con il sangue affondano nell’elettro. La superficie torna lucida e immacolata.
- Ma che cazzo…
Sara prova ad alzarsi, ma scivola. La mano resta bloccata sullo specchio, stretta nella morsa di dita simili ad artigli che emergono dall’elettro.
La giovane urla: il suo riflesso è mutato. La pelle grigiastra è piena di piaghe. Il volto è scarnificato fino a mostrare il teschio. Gli occhi sono orbite vuote in cui si agitano vermi rossastri.
- Aiutami, Elena! – Sara si inginocchia e fa forza con le gambe per provare a liberarsi, ma la stretta del riflesso non si attenua. – Sto affondando!
Elena allunga la mano e le accarezza le guance lentigginose.
- Il patto è stato accettato. Ora mi appartieni e io… io ti appartengo!
Sara resta a bocca aperta. Le pupille tremano negli occhi spalancati. Mano e avambraccio affondano nella superficie d’elettro: il riflesso mostruoso li trascina nel buio.
- Chi ha accettato il patto?! Cosa mi hai fatto?
- Lui non ha nome, ma mi ha prestato il suo potere. In cambio, prenderà solo ciò che non ci serve più.
Lo schiaffo di Sara è così forte da far voltare Elena. Un secondo manrovescio le ferisce il labbro.
- Liberami!
- No, Sara, noi…
L’amica le afferra il collo. Sotto la sua stretta, la ragazza comincia a soffocare.
- Liberami! Liberami o giuro che ti ammazzo!
Elena digrigna i denti. Fa cenno di no con il capo e appoggia la mano sul polso dell’amica.
- Noi… insieme… per sempre…
Un tonfo. Una mano scheletrica emerge dalla superficie d’elettro. Afferra il volto di Sara e lo trascina giù. La ragazza lascia la presa sul collo di Elena, ma riesce ad appoggiare il gomito libero a terra. Usandolo come perno, inarca la schiena e oppone tutta la forza del suo corpo contro la creatura che la sta trascinando attraverso lo specchio.
Elena le appoggia la mano sulla testa e spinge verso il basso. Preme fino a quando il suo palmo non incontra la superficie d’elettro. Il resto del corpo di Sara scivola senza più riuscire a opporre resistenza: il riflesso mostruoso la trascina giù finché entrambi non scompaiono nel buio.
Elena trattiene il respiro: anche la sua immagine speculare è scomparsa e la soffitta ora sembra vuota.
Il riflesso comincia a sfuocarsi e un’ombra indistinta compare nello spazio che lei dovrebbe occupare. L’ombra assume forma umana. Braccia, torso e ventre prendono consistenza. La testa è il cranio scarnificato… per un’instante. Pelle e muscoli lo completano. Le sue guance si riempiono di lentiggini.
Elena alza le mani. Le muove in circolo. Dall’altra parte, l’immagine riflessa di Sara ripete ogni sua azione, e risponde al suo sorriso con uguale calore. La ragazza si lascia cadere sullo specchio: fissa i suoi occhi in quelli dell’amica.
- Ce l’abbiamo fatta, Sara – sussurra, accarezzando il volto speculare. – Ora sei libera e io non sarò mai più sola!

- Mamma? Mamma, tutto a posto?
Elena si scuote. Sua figlia le stringe una spalla.
- Oh, sei tu. Scusami, ero sovrappensiero.
Le accarezza la mano.
- Pensavo ti fossi addormentata. Cosa ci fai al buio?
- Niente, Nicole: ricordavo cose passate.
La ragazza accende la luce. Appoggia a terra il vecchio zaino e porta i pugni sui fianchi.
- Allora, non vieni ad aiutarmi con i bagagli?
Elena si morde il labbro.
- Devi proprio partire?
- Ne abbiamo già parlato, ma’: non “devo” partire “voglio” partire. Lo voglio…
- …come non hai mai voluto niente in vita tua. Lo so, ragnetto. Sta arrivando il momento di prendere in mano la tua vita e decidere cosa farci.
Nicole annuisce. Incrocia le braccia sulla maglia dei Ramstein.
- Bene, vedo che ti sei convinta.
Elena si alza e raggiunge l’armadietto dei liquori. Sara sorride al suo sorriso dal riflesso del vetro.
“Anche lei, con noi… insieme per sempre…”
Elena annuisce.
- Ragnetto, prima di metterci al lavoro, ti va di fare una cosa con me in soffitta?
- Cosa?
- Un patto.


di Agostino Langellotti

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Re: Semifinale Francesca Silvia Loiacono

Messaggio#4 » martedì 19 gennaio 2021, 23:20

TITOLO
AMICHE PER LA VITA

ORIGINALITA' (max 5)
Alta (4/5)

RIFERIMENTI NARRATIVI
Il segreto di Dorian Grey/ Biancaneve

COERENZA COL TEMA
Massima

CIRCOLARITA' DELLO STORYTELLING
La storia è perfettamente circolare (la fine coincide con l'inizio)

COSTRUZIONE PERSONAGGI
personaggi ben costruiti, uso del vezzeggiativo "ragnetto" molto caratterizzante

GESTIONE P.D.V.
P.d.v esterno, super partes

TRAMA
coerente, ben costruita, bello estcamotage finale (sogno di Elena) per saltare avanti nel tempo

DESCRIZIONI
Belle descrizioni, immersive ma non noiose

FACILITA' DI LETTURA
Il racconto è godbile e intrigante

NOTE
per me questo è il racconto vincitore perché è un mix di originalità, coerenza col tema e facilità di lettura



TITOLO
L'INVOLONTARIA

ORIGINALITA' (max 5)
Molto alta (5/5)

COERENZA COL TEMA
Buona

CIRCOLARITA' DELLO STORYTELLING
La storia è circolare (la fine coincide con l'inizio)

COSTRUZIONE PERSONAGGI
personaggi ben costruito (soprattutto i "non umani")

GESTIONE P.D.V.
Mix di racconto in prima persona e narratore esterno

TRAMA
coerente, ben costruita, bello il finale con il ritorno alla location iniziale dell'università

DESCRIZIONI
Belle descrizioni, mondo molto ben tratteggiato

FACILITA' DI LETTURA
Il mix di pdv esterno e in prima persona rende la lettura un po' difficile da seguire. Inoltre la lunghezza del testo forse è un po' eccessiva, poteva essere più compatto (anche la divisione in piccoli capitoli, pur originale, rende la lettura meno fluida e più a singhiozzo)

NOTE
A causa del precedente punto (Facilità di lettura) questo racconto non è degno a mio parer di vincere, pur essendo probabilmente il più orioginale dei due.

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