Il generale meccanico - Andrea Dessardo

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Andrea Dessardo
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Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#1 » giovedì 28 aprile 2016, 13:36

Commento.
Confesso che di Calvino avevo - ho tuttora - una conoscenza abbastanza superficiale: avevo letto alle elementari [i]Marcovaldo e negli anni del liceo prima Se una notte d'inverno un viaggiatore, che non mi era piaciuto, e poi Lezioni americane, che invece considero una lettura necessaria per chiunque voglia accostarsi alla scrittura, insieme al commento all'Orlando furioso, di cui l'anno scorso avevo letto alcuni passi. Più di recente, per fortuita coincidenza, avevo letto Il barone rampante, mentre per partecipare a questo certamen ho provveduto a leggere anche gli altri due episodi della Trilogia. Tutto ciò per dire che Calvino è un autore che apprezzo, ma che non avevo mai preso come modello: i miei autori preferiti sono Joseph Roth, Elias Canetti, Claudio Magris.
Non mi è stato troppo difficile tentare d'imitare la sua scrittura: la moltiplicazione abnorme dei dettagli, le descrizioni e le divagazioni già mi appartengono (sciaguratamente), è stato sufficiente provare a calarsi in un passato mitico e fare un calco dei racconti di Calvino. Sicché, purtroppo, questo racconto è assai povero d'originalità. Una cosa che in genere mi manca è un soggetto di cui parlare: troppo spesso i miei racconti si fermano a poche impressioni, senza riuscire a svolgere una trama. In questo il cercare d'imitare Calvino mi ha aiutato molto, costringendomi a individuare un plot, per quanto comunque assai flebile. Non sono sicuro d'aver fatto un buon lavoro, anche se credo di meritare la sufficienza: vedo che al mio racconto manca un po' del brio e dell'umorismo di Calvino, ma spero sarete indulgenti.
Ricreare lo stile della Trilogia in soli diecimila caratteri è però frustrante, sono stato costretto a tagliare più di duemila battute e tante altre sono rimaste nella penna, arrivando a una conclusione della storia che mi sembra troppo sbrigativa. Ma mi rimetto al vostro giudizio.[/i]

Il generale meccanico

L'arciduca Guidoberto Omobono Gravedona, signore di Cardenaga e Quintacella, era un uomo dai modi austeri, frugale, taccagno al giudizio di certuni, spilorcio secondo il parere di talaltri, il quale conduceva uno stile di vita assai al di sotto di quanto si sarebbe preteso dal suo rango. Il castello avito, che si ergeva al sommo del colle della Sulmegna, versava in condizioni da far pietà, come nemmeno la stamberga dell'ultimo tagliapietre: mantenerlo avrebbe comportato un costo che l'arciduca non riteneva di poter sostenere. Mentre i borghigiani osservavano la gramigna crescere a ciuffi per l'incuria lungo le mura e tra le pietre del cortile, l'arciduca Guidoberto Omobono si trascinava malmostoso, avvolto in un logoro tabarro di fustagno, per i corridoi ombrosi della sua dimora, lanciando di quando in quando rapide occhiate ai ritratti dei suoi predecessori, tutti valorosi condottieri che avevano nei secoli contribuito alla prosperità del piccolo ducato combattendo al servizio dell'imperatore. Partecipando all'assedio di Rouen, il trisavolo Cagnazzo Giammastino Gravedona aveva ottenuto in premio il feudo di Quintacella, ed ora lo squadrava grifagno dalla tela: - Guai a te, nipote! - pareva dirgli. Allora i Gravedona erano i più pronti a rifornire l'esercito imperiale di arditi armati di tutto punto e di cavalli addestrati nelle più esclusive scuole d'equitazione d'Europa e bardati delle gualdrappe più fini! Tempi tramontati da quando al trono era asceso Guidoberto Omobono. Nemmeno il trono c'era più, a dire il vero: egli l'aveva venduto a rigattieri ebrei e s'accontentava di ricevere i suoi pochi ospiti assiso su una seggiolina di legno laccato. La massima concessione al lusso nei banchetti era l'acqua con la menta, ma mai più di qualche brocca. Rara la carne, l'arciduca si nutriva perlopiù di verdure dell'orto, che coltivava da sé medesimo: qualche carota, qualche rapa, cavoli e lattuga, che egli condiva col solo aceto ricavato dal vino che non aveva bevuto. In tale rigore aveva voluto fosse cresciuto anche l'unico figlio Tassilo, rimasto orfano della madre, la baronessa Maria Edvige Sorbetelli degli Ordemagni, a soli tre anni. All'epoca del mio racconto il signorino era nel suo ottavo anno ed era sotto la mia protezione dall'età di sei anni.
È ardua impresa l'educazione quand'è soggetta a impulsi e prospettive pedagogiche divergenti. Il giovane Tassilo si trovava suo malgrado al centro delle mire concorrenti di suo padre e della prozia Prospera, sorella del defunto arciduca Policarpo Berengario Gravedona, donna oltremodo prodiga: sicché il ragazzo, non ottenendo dal padre soddisfazione ai suoi desideri, tosto la cercava nella prozia, che immancabilmente vi corrispondeva spingendosi anzi ben al di là di quanto il rampollo avesse osato soltanto immaginare e - è bene dirlo - della stessa ragionevolezza. Io – è ora che mi presenti -, Ambrogio Ulrico Cavallari Sustenberg, negli ingrati panni d'istitutore e pedagogo, duravo fatica a dirozzare il ragazzo e a indicargli la via mediana della virtù; invano gli sciorinavo le cinque declinazioni latine e le tre coniugazioni e senza il minimo profitto gli cantavo le ecloghe del vate mantovano e il girovagare d'Ulisse ed Enea. Nel bel mezzo d'una nostra lezione poteva capitare, e capitava spesso, l'arciduchessa Prospera recando al nipote la merenda. Hop! Hop! Ella veniva con un seguito di almeno tre fantesche e traeva da ceste capaci, che a stento stavano chiuse, torte di pan di Spagna farcite di confettura d'albicocche e budini di vaniglia o cioccolato che si faceva portare dall'Arabia; e ancora cornetti fragranti e bottiglie di latte appena munto, di mucca e di capra, e rosolii dolci e succhi di frutta e frutta fresca o candita. Le cameriere stendevano sull'erba soffici coperte e apparecchiavano il desco: Tassilo vi si gettava famelico e si rimpinzava fin quasi a scoppiare. Impossibile a quel punto riprendere il filo della spiegazione! Povero Virgilio!
La prozia soleva fargli dono anche di raffinati e costosissimi balocchi, di proporzioni sovente spropositate. Se infatti per esempio Tassilo la pregava del regalo di qualche soldatino di piombo, ecco che ella gli faceva recapitare un'intera panoplia di corazze corrusche; se le domandava un gattino da accudire, ella procurava dall'India un cucciolo di tigre! Pepé-pepé, s'udiva risuonare la campagna più remota d'uno squillar di trombe: i villani lasciavano per qualche minuto l'erpice o la marra e s'acquattavano al bordo della strada per veder sfilare il corteo dell'arciduchessa Prospera, decisa a viziare il nipotino, e s'inchinavano, si prostravano a terra al passaggio dei doni. Talora erano necessarie lunghe carovane e schiavi robusti per recapitare quei balocchi: armature d'acciaio brunito forgiate da artisti armaioli, macchine semoventi che parevano sputate or ora dalla fucina di Vulcano, draghi di cartapesta, spade, daghe, sciabole e scimitarre di legno esotico e avorio, bambole di cera o porcellana vestite all'ultima moda in velluto e crinoline di Fiandra; gufi e barbagianni impagliati, scimmie addomesticate, scimpanzé, oranghi, bertucce catturate in terra d'Africa che l'arciduchessa aveva fatto acquistare negli scali di Genova, Venezia, Alessandria; biglie di cristallo, pariglie di cavalli vivi o a dondolo, da cavalcare o nei quali nascondersi ad imitazione d'Ulisse, zebre, caribù, una volta un orso bruno e persino un rinoceronte alla catena.
Il signorino negligeva perciò le mie lezioni per trastullarsi con quei balocchi. Ma ne possedeva così tanti e vari e tanto spesso essi venivano rinnovati, ch'egli presto se ne disfaceva abbandonandoli tra le marruche incolte e i campi di tutta Cardenaga, disseminandoli nelle foreste o per via, ovunque egli fosse stato in ozio. Questi relitti dei suoi giochi avevano nel tempo dato la stura a leggende, che le donne raccontavano ai bimbi rimboccando loro le coperte; le voci s'erano sparse nei domini circonvicini per bocca dei viaggiatori che giungevano alla corte dell'arciduca: Cardenaga - pensate! - era popolata di mostri e demoni, difesa da un esercito scappato dai più profondi gironi dell'inferno. Camminando per le sue strade non era raro imbattersi in briganti armati fino ai denti celati nella boscaglia: erano i giocattoli che il signorino Tassilo aveva dismesso. E fu così che la prodigalità ottenne la sua rivincita sull'austerità e che tutte le mie raccomandazioni sulla parsimonia furono beffate.
Scoppiò tra i villani di Quintacella una sommossa per la fame e la miseria cui il rigore finanziario dell'arciduca Gravedona aveva condannato la borgata: la scarsa distribuzione delle sementi aveva portato la carestia e non v'erano più bestie forti abbastanza da arare le campagne inaridite dall'abbandono dei canali d'irrigazione. Un tale Baruffo dei Bigonci s'era messo a capo della marmaglia e dopo numerose minacce l'aveva infine convinta a seguirlo per mettere a ferro e fuoco Cardenaga e il castello sul colle della Sulmegna. I villani s'erano armati delle loro vanghe, delle zappe e dei forconi, dei ventilabri e di quanto possedevano di atto alla bisogna, e marciavano saccheggiando quanto v'era sulla loro strada, senza mai trovare resistenza: da anni l'esercito un tempo glorioso di Cardenaga s'era dissolto e per la negligenza di Guidoberto Omobono i più scelti tra i condottieri s'erano messi a servizio d'altri signori. Invano più volte io avevo messo in guardia l'arciduca sulla necessità di difendere il nostro ducato: ma l'arciduca era certo che per garantirsi la pace fosse sufficiente non impicciarsi degli affari altrui.
I miei lettori più sagaci avranno forse già intuito come finì la storia. Il signorino Tassilo si trovava anche quel pomeriggio a giocare ignaro nella campagna con gli ultimi regali della prozia, un mastodonte di bronzo, un drago volante e qualche decina di soldati in armature del Catai. Aveva caricato la molla d'un alabardiere di latta che, infilatosi nella macchia, comparve d'improvviso davanti alla colonna dei contadini di Quintacella, puntando loro la sua asta. Alle sue spalle giunse in volo il drago di cartapesta, sostenuto dalle correnti ascensionali: il vento faceva fremere le sue code di carta che vibravano come il sonaglio d'un serpente. Ciò bastò a mettere in rotta quell'esercito raccogliticcio di straccioni, che si diede precipitosamente alla fuga attraverso le sterpaglie gridando aita: e qua e là essi s'imbattevano in altri fantocci abbandonati, che la paura, il ricordo delle leggende udite attorno al fuoco e il calar delle tenebre facevano assomigliare a sicari e manutengoli appostati a difesa del ducato di Cardenaga. La sommossa fu dispersa e l'indomani una delegazione di quei villani venne vestita di sacco e col capo cosparso di cenere a implorare pietà e a rinnovare il vincolo di fedeltà alla casa di Gravedona. A Baruffo dei Bigonci quei bravi paesani cavarono gli occhi e fu impalato con uno spiedo arroventato sulla piazza di Quintacella, dove rimase esposto per quaranta giorni e quaranta notti.
La storia dunque ebbe una fine lieta, sembrerebbe. L'arciduca Guidoberto Omobono ridusse significativamente il rigore della sua spilorceria, si concesse dei lussi fino ad allora insperabili e nominò l'arciduchessa Prospera amministratrice del tesoro. Il giovane Tassilo fu vieppiù vezzeggiato, incoraggiato all'ozio e ai divertimenti e liberato perciò dall'obbligo dell'istruzione. Questa fu la rovina mia, di Ambrogio Ulrico Cavallari Sustenberg, che mi trovai senza lavoro a subire l'umiliazione del trionfo dell'arroganza del danaro sulla morigeratezza e la cultura, spregiato e deriso dai miei stessi beneficiati d'un tempo.
Fu così che un giorno, di buon mattino, salii a bordo d'un pallone aerostatico che il signorino aveva dimenticato sugli spalti del castello e, sciolte le funi, presi il volo verso l'empireo, alla ricerca delle risposte che ancora non avevo trovato.



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Jacopo Berti
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#2 » lunedì 2 maggio 2016, 23:11

Complimenti, Andrea, direi che hai fatto un bel lavoro.
La trama è quantitativamente adeguata, nel senso che i fatti narrati - sebbene si possa intuire che hai fatto qualche taglio nella seconda parte - non sono né troppo né troppo poco per i due "limiti" di questo contest: 10000 caratteri e lo stile calviniano, generoso di aggettivi, di sostantivi e quant'altro. L'introduzione, coi due caratteri forti e antitetici mi piace molto: sono ben delineati ed entrambi parlano da sé e nonostante non siano realistici, sono del tutto credibili grazie al tono fiabesco. L'idea dei balocchi abbandonati nella foresta funziona, ed è gustoso leggere dei contadini spaventati di fronte al fantastico e al perturbante, mentre noi sappiamo esattamente cosa succede: la chiave di questa seconda parte è la complicità tra narratore e lettore. Questa beffa ai danni dei superstiziosi e dei creduloni centra in pieno lo spirito "illuministico" del Calvino della trilogia degli Antenati. La figura dell'istitutore è abbastanza convincente, e il suo interloquire col lettore è appropriato. La chiusa non mi soddisfa molto. Non che dovessi farne a meno, anzi, la cornice è quasi obbligatoria, ma il volo sulla mongolfiera, citazione del Barone Rampante, non mi pare così a tema.
Lo stile è mimetico al punto giusto: mi piacciono gli elenchi, la sovrabbondanza di aggettivi, i nomi 'parlanti' che hai scelto per alcuni personaggi (Prospera e Baruffo), i dettagli ecc. Riguardo agli elenchi, ti faccio un'osservazione, e sarò contento se mi smentirai: mi pare che Calvino, quando elenca, utilizzi cose molto diverse, visualizzabili immediatamente come distinte. Qui, in certi casi, come in "spade, daghe, sciabole e scimitarre", o in "scimmie addomesticate, scimpanzé, oranghi, bertucce" i punti dell'elenco sono davvero troppo simili. Non che non sappia quale siano le differenze, ma c'è poca 'variatio'. Questo comunque è un appunto minore.
Il testo non ha la stessa agilità, o "leggerezza" per usare un termine delle Lezioni, di Calvino, ma è una discreta approssimazione, che diventa buona perché ciò che manca in leggerezza mi pare compensato dalla focalizzazione di Ambrogio che immagino un po' pignolo e pedante.
Complessivamente, direi che si tratta di una prova più che buona. Bravo!
«Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l'arte di inventare» (Novalis, Frammenti)

Fernando Nappo
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#3 » domenica 8 maggio 2016, 15:54

Ciao Andrea,
il tuo racconto mi ha convinto molto. Mi ha dato una buona sensazione, molto vicina a quella che provo leggendo l'originale, tanto che penso che anche il tuo racconto potrebbe ingannare più di un esperto. Per cominciare, mi sono piaciuti i nomi dei protagonisti, molti dei quali inventati, ma che hanno suonano credibili, come con Calvino. Mi pare adeguato anche il lessico, ricco sia di termini di uso poco comune - e talvolta desueti - che di termini tipici dell'epoca in cui il racconto è ambientato. La storia alla base del racconto mi pare adeguata, e ha anche una sua morale, cosa che ben si sposa con il modo di raccontare di Calvino.
La parte che mi ha meno convinto è quella in cui la marmaglia di villici viene sconfitta, che mi sembra un po' frettolosa; potrebbe essere una delle parti che hai deciso di sfoltire un po', mentre riguardo alla puntualizzazione di Jacopo sugli elenchi, devo ammettere che non sarei stato in grado di scovarla: le mie capacità di analisi non si spingono così in profondodità.

Per concludere, una prova che trovo molto soddisfacente. Bravo.

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Angela
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#4 » martedì 10 maggio 2016, 15:36

L'intento di imitare lo stile di Calvino è riuscito, nel senso che hai usato abbondanza di aggettivi, elenchi, termini datati, sostantivi e nomi buffi. Però non basta imitare un autore per ottenere lo stesso risultato, perché, leggendo Calvino si avverte una leggerezza e una spontaneità che nel tuo testo manca. Devo ammettere di aver faticato ad arrivare alla fine del racconto, perché ho trovato alcune parti troppo cariche e sostanzialmente pesanti, in primis proprio gli elenchi di cui parlavo prima, di cui il breve estratto.


torte di pan di Spagna farcite di confettura d'albicocche e budini di vaniglia o cioccolato […]rosolii dolci e succhi di frutta e frutta fresca o candita[… ] draghi di cartapesta, spade, daghe, sciabole e scimitarre di legno esotico e avorio, bambole di cera o porcellana vestite all'ultima moda in velluto e crinoline di Fiandra; gufi e barbagianni impagliati, scimmie addomesticate, scimpanzé, oranghi, bertucce […] biglie di cristallo, pariglie di cavalli vivi o a dondolo […]zebre, caribù, una volta un orso bruno e persino un rinoceronte alla catena.


Il tuo è un lavoro ben fatto dal punto di vista tecnico, ma come lettrice devo ammettere di non essere soddisfatta del risultato perché l'ho trovato troppo "carico" o se preferisci, meno agevole nella lettura.

Un altro piccolo appunto che riguarda la punteggiatura carica di trattini
e - è bene dirlo - della stessa ragionevolezza. Io – è ora che mi presenti -, Ambrogio

Poi non ho capito perché nell'incipit hai usato "il quale" visto che il soggetto c'è (L'arciduca).
L'arciduca Guidoberto Omobono Gravedona, signore di Cardenaga e Quintacella, era un uomo dai modi austeri, frugale, taccagno al giudizio di certuni, spilorcio secondo il parere di talaltri, il quale conduceva
Uno scrittore è un mondo intrappolato in una persona (Victor Hugo)

Andrea Dessardo
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#5 » martedì 10 maggio 2016, 18:18

Cara Angela,
grazie per aver lasciato il tuo parere. Non commento i tuoi giudizi, perché penso che il lettore sia sovrano qua to ai suoi gusti. Mi permetto solo di rispondere al tuo appunto di sintassi: "il quale" introduce una relativa."L'arciduca [...] era un uomo [...], il quale conduceva...": cosa non va in questa frase? Ci sono una principale e una subordinata, la quale (per l'appunto) è retta da "il quale". Solo questo, quanto al resto de gustibus disputandum non est.

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lordmax
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#6 » martedì 10 maggio 2016, 20:33

Ciao
Abbiamo (io e Alberto) visto che ci sono alcuni problemi con i commenti.
Abbiamo creato un post dove chiediamo scusa per la situazione e spieghiamo perché è successo... e come porvi rimedio.
Per quanto riguarda i commenti e la classifica, da ora in poi vi preghiamo, per chi ancora non lo ha fatto, di attenervi ad una valutazione di merito e non di stile perché questo sta creando problemi di convivenza.

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Andrea Partiti
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#7 » mercoledì 11 maggio 2016, 12:41

Mi piace la sensazione che trasmette il tuo racconto.
I personaggi che delinei con episodi e dettagli inverosimili funzionano molto bene e creano rapidamente l'atmosfera giusta.

Non è perfettamente a fuoco, ma tutti gli elementi caratterizzanti (fronzolosità del linguaggio, elenchi surreali, i nomi) ci sono e li hai usati bene e in maniera coerente, anche il lessico è ben mirato e si sente tutto il sudore che ci hai strizzato dentro per renderlo coerente!
Le parodie dei nomi nobili sono forse eccessive, quelle di Calvino mi sembravano più semplici e sonore mentre quelle dei tuoi personaggi sembrano quasi sopra le righe senza alludere o richiamare a qualcosa di familiare (per me).

Si sente l'accelerata narrativa a metà racconto, dalla sommossa in avanti. Penso (come in altri racconti di questo mese) sia dovuto all'aver iniziato a scrivere con lo stile giusto, esserti reso conto che metà dei caratteri erano già andati senza che fosse successo molto di quel che volevi raccontare, ma ormai la prima parte era ben scritta, revisionata, limata, ed era triste tagliarla.

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alessandra.corra
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#8 » martedì 17 maggio 2016, 13:47

Ciao Andrea,

il tuo racconto non mi ha convinta del tutto. Tecnicamente hai usato uno stile che si avvicina a Calvino: aggettivi appropriati, termini eleganti, arcaici e tipici dell'epoca; di sicuro in questo hai fatto un bel lavoro. Eppure è come se qualcosa mancasse...
Forse sarà che per le tante descrizioni ho trovato il testo pesante e difficile da seguire fino il finale. Questa, ovviamente, è la mia personale percezione, e quindi forse potrebbe essere solo una mia difficoltà.
All'inizio, per es., per me è troppo lunga la presentazione dell'arciduca Guidoberto, ma anche altri passaggi, li ho trovati troppo descrittivi e, trattandosi di un racconto breve e non di un romanzo, credo andrebbero sfoltiti.
La scena relativa ai contadini che scappano nel bosco spaventati dai giochi del giovane rampollo, mi ha vagamente ricordato quando gli atzechi, secoli fa, videro arrivare le navi con i conquistatori spagnoli, in quest'ultimo caso pensarono che fossero degli inviati del loro Dio. Beffa ai danni di persone credulone, sì, ma che hanno portato a epiloghi infelici, sia nella storia che nel tuo racconto. Quindi la beffa non ha l'ironia e la spensieratezza tipiche calviniane, ma porta a riflessioni ben più amare.

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Peter7413
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#9 » giovedì 19 maggio 2016, 23:01

La sensazione è quella di trovarmi di fronte a un grande esercizio di stile, ma dotato di poca anima. Nel presentare i personaggi, ci mantieni lontani, non ce li fai vivere. Direi che pesa come un macigno l'assenza totale di dialogo che, oltre ad alleggerire, avrebbe permesso anche di aumentare l'empatia mostrando i protagonisti in azione e non solo attraverso mille descrizioni. La stessa trama parte tardi e si risolve in un amen, cosa che senz'altro è voluta, ma che, anche qui, mi ha tenuto distante, in attesa di un qualcosa che poi non è stato. E dire che le idee sono tutte ottime, davvero: lo spilorcio, la zia che riempie di regali il bambino in contrasto con il padre, la campagna intorno al castello che si anima di leggende nate dagli spropositati doni lasciati abbandonati, la rivolta, la sua risoluzione. E pure il finale è valido. Però bidimensionale. Sembra una scaletta più che un racconto. Una dichiarazione d'intenti per ciò che sarà una volta sviluppato per le sue potenzialità. E ok, lo spazio è tiranno, ma a sua volta è un paletto da valorizzare e anche in 10000 caratteri si può creare empatia e sviluppare un trama equilibrata.
Per tutto quanto detto, ritengo il tuo un lavoro potenzialmente eccellente che patisce oltremodo i limiti imposti e questo è un difetto, non un problema dei paletti. Concludo con una riflessione personale: cercare di far proprio lo stile e lo spirito di Calvino, per come l'ho inteso, vuol dire anche sviluppare racconti che non siano una preview di quello che potrebbero essere, ma completi e, lo ripeto, equilibrati. In più, vuol dire anche, sempre per come l'ho inteso, aggiungere Calvino a noi stessi, non sostituirci a lui. Vero, miriamo al "potrebbe essere stato scritto da Calvino", ma ricordiamoci che i suoi testi erano completi e, perdonami per la ripetizione costante, equilibrati.

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Mike009
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#10 » venerdì 20 maggio 2016, 1:15

Ho apprezzato il commento pre-racconto, davvero molto onesto.
La storia non mi ha entusiasmato, lo ammetto, eppure l'immedesimazione nella prosa di Calvino che hai fatto mi ha davvero stupito, una perizia davvero rara. Credo che lo stile utilizzato sia tra i più simili a quello di Calvino che ci siano nei racconti che ho letto, ti faccio i miei complimenti. Questo fa passare in secondo piano una trama esile che sembra più un pretesto per sfoggiare i muscoli lessicali che hai forgiato. A titolo personale, lo ammetto, sarebbe stata più piacevole per il mio gusto, che avessi copiato il Calvino dei dialoghi scanzonati con botta e risposta, piuttosto che 10000 caratteri senza un discorso diretto o quantomeno che avessi amalgamato le due cose. Complimenti

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AmbraStancampiano
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#11 » venerdì 20 maggio 2016, 22:42

Ciao Andrea,
personalmente credo - e il tuo commento in parte lo conferma - che tu abbia in parte travisato lo stile di Calvino, o che comunque abbiamo seguito due approcci molto diversi alla lettura delle stesse opere; se dovessi descrivere Calvino in una sola parola direi "leggerezza", mentre il tuo racconto - mi perdonerai la franchezza - di leggero ha ben poco, a partire dalla formattazione.
Non è facile per un lettore affrontare un testo di 10.000 caratteri quasi totalmente senza a capo e senza spazi bianchi, soprattutto se la vicenda è narrata a paroloni arcaici, si protrae per un arco di tempo piuttosto lungo e ricco di eventi (e qui passiamo dai regali di una zia a una rivolta di contadini) e non presenta alcuna traccia di discorso diretto.
Sebbene il racconto, soprattutto alla sua conclusione, tenti di vertere su un senso di leggerezza, citando addirittura un pallone aerostatico, personalmente l'ho trovato difficile da seguire, sono spesso dovuta tornare indietro, e anche a una seconda e a una terza rilettura è stato un po' faticoso.
Con ciò non voglio dire che la vicenda narrata sia da buttare, o che sia un racconto che non meriti la sufficienza, perché il potenziale c'è; forse andrebbe semplicemente alleggerito. E' vero che Calvino usa moltissimi termini arcaici, ma non si limita a quelli; ed è vero che indugia in lunghissime descrizioni e dissertazioni, ma privilegia comunque frasi snelle e non perde mai di vista il senso dell'azione e del narrato. L'impressione che invece traggo dal tuo testo, è più che altro questa.
Ti sei comunque rifatto alla trilogia degli antenati, e i temi ci sono tutti. Mi è piaciuta molto l'idea dei giocattoli giganteschi che mettono in fuga i contadini affamati, e anche il finale è buono.
Qui giace il mio cervello, che poteva fare tanto e ha deciso di fare lo stronzo.

Zebratigrata
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#12 » venerdì 20 maggio 2016, 23:55

Ciao Andrea,

forse hai ragione, la storia è ‘media’, ma il resto secondo me è fantastico.
Sei riuscito a rendere bene secondo me il ritmo del testo degli antenati in uno strano miscuglio. Le frasi sono lineari anche quando ti concedi delle subordinate, come nel Visconte e nel Cavaliere, mentre quando passi ai lunghi e prolissi elenchi che -giustamente- descrivono, se non addirittura incarnano l’arciduchessa Prospera sei più vicino al ritmo più cantilenante del Barone.
Anche la voce di questo precettore riesce a dare un’idea del personaggio molto vivida, e la trovo adatta anche se si distacca dai punti di vista più infantili del Visconte e del Barone. Anche gli altri personaggi, li hai resi in maniera fenomenale. Chiaro che sono molto più piatti di quelli di Calvino, ma tu hai avuto molte meno battute per costruirli e mandarli avanti.
Passiamo ai tuoi peccati, che secondo me son pochi. Il primo è che col titolo ci inganni un po’, ma pazienza. Il secondo è che nella tua imitazione di Calvino ti sei fatto prender la mano da Prospera: abbondi. Abbondi di lessico buffo, preciso e desueto, abbondi di nomi altisonanti, e abbondi di espressioni un po’ desuete, sostenute e evocative del passato fiabesco di cui vuoi parlare. Insomma, il tuo Calvino è calvinianissimo alle mie orecchie, solo molto denso. È buffo, visto che avendo meno spazio il rischio era piuttosto quello di avere un Calvino più sciapo e annacquato.
Perfetto il finale. Non sono un’esperta e penso che il mio giudizio valga veramente poco, ma hai tutti i miei complimenti.

Andrea Dessardo
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Re: Il generale meccanico - Andrea Dessardo

Messaggio#13 » sabato 21 maggio 2016, 1:16

Grazie a tutti per i commenti: grazie a chi ha apprezzato il racconto, ma grazie anche a chi l'ha apprezzato di meno. Molto contano i gusti personali e le letture cui siamo abituati (così vale anche per me). Alla prossima!

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