Le città intangibili - Fernando Nappo

Moderatore: Camaleonte

Fernando Nappo
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Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#1 » sabato 30 aprile 2016, 17:41

Le città intangibili

Marco Polo raggiunse Kublai Kan nel giardino di magnolie alla cui ombra l’imperatore dei tartari era solito passeggiare.
Il Kan sembrava assorto in intimi pensieri, come spesso gli succedeva nelle giornate in cui era d’umor nero.
— L’ultima volta che ci siamo parlati, hai detto di avermi raccontato di ogni città che hai visitato.
Marco Polo, aduso ai cambi d’umore dell’imperatore, accennò appena un inchino.
— Non c’è città di cui non ti abbia fornito la mia più dettagliata descrizione.
Kublai Kan incrociò le mani incrociate dietro la schiena e riprese a camminare.
— Sono stanco di passare il tempo giocando a scacchi. Se non hai altro da raccontarmi — disse l’imperatore — forse è tempo che tu riparta. L’impero è grande, ci sono zone dove non hai ancora viaggiato.
E Polo: — Per quanto tempo io possa viaggiare, sire, ci sono città che non potrò mai visitare,
città che alcuni definiscono irraggiungibili.
Kan si fermò e fissò Marco Polo. — Sono molte, queste città di cui solo ora mi parli?
— Mi hanno raccontato di un paio di queste. E benché esse non potranno mai essere terreno di conquista, se credi, te ne parlerò.
L’imperatore indicò una panchetta ai lati del sentiero: — Raccontami di queste città, viaggiatore.


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Nidata è nata col primo uomo e con l’ultimo di essi cesserà di esistere. Nidata non si trova in nessun luogo ed è al tempo stesso in ogni luogo, composta da infiniti frammenti, ognuno dei quali alberga in un singolo uomo. Quel frammento è, per chi lo custodisce, la rappresentazione perfetta che egli s’è fatta del solo posto dove possa sentirsi felice nel più profondo del proprio animo, è il luogo dove ognuno può essere ciò che più desidera, senza alcuna regola, limite, preclusione.
Benché non si possa descrivere nella sua interezza, Nidata è una città la più variegata che esista: ognuno ne conosce alla perfezione la parte di cui è custode, ma non può neppure immaginare il più piccolo altrui frammento.
Ciò nonostante, nessuno è capace di descrivere ad altri la propria quota: essa è troppo radicata nel profondo, e chi afferma di poterlo fare, o di averlo fatto, sta per certo mentendo, poiché è impossibile condividere con altri, per quanto intimi conoscenti, le parti più nascoste di sé, uniche e distintive della frazione di Nidata dove uno e uno solo può vivere.
Ognuno a Nidata è ciò che davvero è, e non ciò che rappresenta agli occhi degli altri.
A Nidata ognuno è imperatore e re; Nidata è una città che ognuno possiede ma che nessuno potrà mai conquistare.

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Kublai Kan aprì il ventaglio che Marco Polo gli aveva portato in dono di ritorno da un viaggio e si sventolò per qualche attimo, poi lo ripose.
— Quello che mi hai raccontando ora non è una novità, ma quella che hai descritto non è una vera città.
— Forse — rispose Polo. — Ma ci sono alcuni che la ritengono la città più reale tra tutte quelle esistenti.
L’imperatore non rispose, e rimase seduto con le mani sulle ginocchia, assorto. Quando finalmente si alzò, disse: — Sta rinfrescando. Rientriamo. Mi racconterai della seconda città strada facendo.


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Questa è Derina, la città delle passioni incolte, dei propositi fugaci, una città triste e cupa, che nessuno può raggiungere ma che ognuno abita, dove non fa mai giorno, e le strade son sempre deserte e al buio, poiché i lampioni, che pure ci sono, non vengono mai accesi.
Derina si estende fin’oltre l’orizzonte, e in qualunque direzione si volga lo sguardo non se ne vede la fine. E per quanto si cammini non è possibile giungere ai suoi confini.
Ogni via ha il nome di un uomo e in quella via si trova una sola casa. Ogni piano della casa ospita una passione inane, o un presunto bisogno d’espressione lasciato incolto. Quanti piani si possono contare, tante sono le passioni che un uomo ha lasciato dietro di sé, presunte scopo d’una vita e poi trascurate.
Son poche, a Derina, le abitazioni d’un solo piano, mentre non si tiene il conto di quelle alte quanto palazzi, espressioni di passioni tanto più brucianti quanto più velocemente sacrificate per un’altra.
Da una casa qui vicina, ecco giungere all’orecchio una musica, ma è uno strimpellìo privo di melodia e dissonante, sogno abbandonato da qualcuno convinto di ardere della passione di far musica, ma che s’è arreso alle prime difficoltà dello studio.
Al secondo piano di un’abitazione attigua, si scorgono tele rovinate da disegni mal tratteggiati, poco più che sfregi, rimembranze di abilità mai a fondo indagate, e per questo sprecate, mentre al terzo piano, soffocate dalla polvere, sostano diverse macchine fotografiche, rullini intonsi, cavalletti mai utilizzati, e ben poche foto.
Dalle finestre di un’abitazione poco più oltre, ora non importa da quale dei tanti piani di cui essa è composta, fuoriescono fogli di carta bianchi o al più sporcati da poche parole, testimonianza di chi si voleva scrittore, ma più capace a esprimere il desiderio che a trovare in sé forza d’animo e costanza.
E poi, a ogni angolo di strada, case traboccanti scacchiere mai sfiorate da una pedina, carte da gioco comperate e mai usate, collezioni di orologi caricati una sola volta e ormai incapaci di segnare il tempo, passi di danza mai imparati e abbandonati al suono di musiche inascoltate.
Di rado, qualcuno si riaccende d’una passione sopita, la riscopre e vi si pone con impegno fino a un risultato da rimanerne soddisfatto; è allora che quel piano della casa si dissolve e le luci dei lampioni, in quella via, si accendono. Almeno per un po’.
Ma tanto più è alta un’abitazione e tanto meno è probabile che questo accada, anzi, al contrario, si può star certi che ben presto altri piani andranno ad aggiungersi a quelli già esistenti.
Il destino di Derina è quello d’essere condannata a crescere in eterno.

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Il Kan era pensieroso. Adagiato sui cuscini di seta, si muoveva irrequieto, come se le parole di Marco Polo avessero smosso qualcosa che già si agitava nel profondo.
Stava ad occhi socchiusi e si accarezzava la barba, tirando di tanto in tanto lunghe boccate dalla pipa.
— Credo che tu ti stia prendendo gioco di me, viaggiatore, che tu ti stia inventando tutto.
Marco Polo appoggiò la pipa e si tirò a sedere.
— L’impero umano è vasto, e ha confini che si estendono oltre ciò che possiamo semplicemente vedere.
Kublai Kan aveva riaperto gli occhi e s’era messo a sua volta a sedere.
— Come puoi descrivere questa città se, come ho capito, non esiste sul nostro mondo?
— Mi è stata descritta da un’anziana donna, incontrata in una fumeria d’oppio. Ho fatto alla vecchia la stessa obiezione, e lei ha risposto dicendomi che l’impero umano è vasto e ha confini che si estendono oltre ciò che possiamo semplicemente vedere.
L’imperatore sorrise e disse: — Se, come dici, in questa città c’è una via per ognuno di noi, allora dev’essercene una col mio nome.
— Così credo — replicò Marco Polo.
— Nella mia, ne sono certo, non sorge alcuna casa. Non ci sono passioni o desideri che non abbia soddisfatto.
— Questo lo può sapere solamente Kublai Kan, imperatore dei tartari - rispose Polo, chinando il capo.
Kublai Kan si alzò e si congedò dal suo ospite con un semplice gesto della mano, segno che per quel giorno l’incontro era giunto al termine.



Fernando Nappo
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#2 » sabato 30 aprile 2016, 17:42

È stata una faticaccia oltre ogni dire. Ho bisogno di staccare un attimo. Il commento lo inserisco più tardi.

Fernando Nappo
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#3 » sabato 30 aprile 2016, 20:37

Rileggere Calvino è stato un piacere, e devo dire che con l'occhio più attento per il camaleonte ho colto aspetti del suo stile che altrimenti mi sarebbero sfuggiti. In aggiunta ai testi suggeriti ho letto qualche fiaba e Le città invisibili.
Ho iniziato a lavorare a un racconto in stile Antenati e su quello sono rimasto per parecchi giorni prima di rendermi conto che non funzionava: brutti i personaggi, brutta e scipita la storia, con una scrittura cha era una pessima imitazione semi-illeggibile.
Ho piantato tutto e ho provato la strada della fiaba, ma, anche in questo caso, non ho fatto altro che sprecare giorni preziosi.
Intanto, nei momenti di relax, ho cominciato a leggere le città invisibili, che non avevo mai letto prima.
Tre giorni fa, quasi disperato perché ero prossimo a dare forfait, m'è venuta l'idea del racconto che ho postato.
In effetti ho trovato questo romanzo più affine, sia per lo stile della scrittura (nonostante io sia comunque lontano anni luce da quello di Calvino), sia per gli argomenti tratti.
Il mio racconto, quindi, sfrutta la stessa ambientazione, nel palazzo dell'imperatore dei tartari e sfrutta lo stesso meccanismo: Kan e Polo che parlano fra loro con l'esploratore che descrive delle città a Kan. Ma, al contrario di quanto ha fatto Calvino, tanto per evitare la mera scopiazzatura, nel mio racconto Marco Polo descrive città che lui non ha mai visitato e che mai visiterà perché non esistono. Inoltre, mentre Calvino descrive città in cui gli uomini vivono in comunione, io ho fatto descrivere a Polo città in cui l'uomo abita, sì, ma da solo, senza avere contatti con gli altri. Ho cercato di tenere uno stile pulito, senza troppi arzigogoli, come nel romanzo, e spero di esserci riuscito.
Ho solo il rammarico di aver sprecato troppo tempo inseguendo idee inconcludenti, avanzando poco tempo per il racconto che ho poi scritto. Questo mi ha impedito di fare una sana rilettura dopo opportuna decantazione, e di dare maggiore spessore alla parte in cui dialogano i due protagonisti, che si limita a fare da collegamento con le parti in cui si descrivono le città.
Ora tocca voi.

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Angela
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#4 » lunedì 2 maggio 2016, 11:01

1)Aderenza allo stile.
Ho amato "Le città invisibili" di Calvino, che, tra l'altro, non conoscevo. Avevo addirittura pensato di proseguire la storia delle favolose città, ma poi ho desistito creando una specie di ibrido tra "le città invisibili" e le fiabe. Ma non divaghiamo. Attratta dal titolo (secondo me il migliore della tornata), ho iniziato a leggere il dialogo tra Marco Polo e il Kublai Kan pensando che fosse impossibile ricreare la stessa magia. Invece mi sono ricreduta. Soprattutto nelle parti in corsivo, quelle che ci mostrano i personaggi e le azioni, non ho visto grosse discrepanze con Calvino, ma una continuità piacevole e palpabile. Ho visto che nelle descrizioni delle città hai mantenuto la costante dei nomi (Calvino usa nomi di donna) e cosa ancora di più rimarchevole, sei riuscito a ricreare il contraddittorio di sensazioni proprie di Calvino dove ogni città è un caleidoscopio inafferrabile.
Pregevole la fantasia che hai usato per descriverle, l'uso del fantastico e dell'immaginazione che crea meraviglia. Ottima prova, sei stavo davvero bravo. Complimenti! Pochi appunti:

…e chi afferma di poterlo fare, o di averlo fatto, sta per certo mentendo
“sta per certo” non mi sembra una definizione calviniana.

…di Nidata dove uno e uno solo può vivere. Ognuno a Nidata è ciò che davvero è, e non ciò che rappresenta agli occhi degli altri. A Nidata ognuno è imperatore e re; Nidata è una città
(troppe ripetizioni del nome delle città in poche righe)

Questa è Derina, la città delle passioni incolte, dei propositi fugaci, una città triste e cupa, che nessuno può raggiungere ma che ognuno abita, dove non fa mai giorno,
(l’ultima parte “dove non fa mai giorno” deve essere legata al soggetto)

Stava ad occhi socchiusi e si accarezzava la barba, tirando di tanto in tanto lunghe boccate dalla pipa.
— Credo che tu ti stia prendendo gioco di me, viaggiatore, che tu ti stia inventando tutto.
Marco Polo appoggiò la pipa e si tirò a sedere.

(Hai parlato della pipa a proposito di Kublai, ma non ci hai detto che entrambi la stavano fumando. Per questo, quando ho letto che Marco Polo appoggià la pipa, ho pensato che avessi sbagliato soggetto).

2) Qualità della scrittura.

Pregevole, raffinata, senza sbavature.

3) Forma.
Ottima tanto da poter sostenere il confronto con Calvino senza uscirne sconfitto.

4) Originalità.
Non hai cercato l'originalità, piuttosto la coerenza e non lo trovo affatto un difetto, anzi.

5) Gusto personale.

Credo di aver già detto tutto, "Le città invisibili" mi sembrava un testo inarrivabile e tu mi hai dimostrato che sbagliavo. Per quanto mi riguarda, hai sbancato il botteghino. Bravissimo :)
Uno scrittore è un mondo intrappolato in una persona (Victor Hugo)

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Jacopo Berti
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#5 » martedì 3 maggio 2016, 9:33

Ciao Fernando, piacere di leggerti!

Commento a margine: come rilevavo in uno dei post di discussione, Calvino non ha uno stile, ma tanti stili, a seconda del periodo e di ciò che vuole dire e fare. Le Città Invisibili è ritenuto da molti tra i migliori libri di Calvino e se per la sua intera opera e soprattutto con "Se una notte d'inverno un viaggiatore" Calvino ha sfiorato il Nobel, con le Città Invisibili è arrivato in finale al premio Nebula, uno dei due maggiori riconoscimenti per la letteratura fantascientifica.
Anche io ho avuto la tentazione di ispirarmi alle Città oppure alle Cosmicomiche, sia perché sono i miei due testi calviniani preferiti sia perché la lunghezza era adeguata al contest. Alla fine non l'ho fatto perché mi sembrava di non rispettare appieno quanto richiesto. Fatta questa premessa, non intendo assolutamente penalizzare la tua scelta e il tuo coraggio, quanto piuttosto invitare chi ha organizzato a rispettare la lezione calviniana dell'Esattezza, definendo meglio le consegne, la prossima volta.


Dunque, il testo mi ha convinto quasi del tutto. Il dialogo col Khan è semplice e profondo: si percepisce quel sottotesto di intesa, di curiosità e di rispetto che è il filo conduttore delle parti dialogiche nel testo di Calvino. O forse non si leggerebbe avendo solo il tuo testo a disposizione, ma quel che è certo è che ciò che C. ha impostato tu non lo rovini: insomma, è quasi credibile come ipotetica continuazione dell'opera calviniana. E "quasi credibile" fidati che è un complimentone. Né manca, sempre nel dialogo, la parte didascalica: entrambi vogliono, in qualche modo imparare e insegnare qualcosa all'altro. Ultimo punto: i piccoli gesti apparentemente inutili, come le righe sulla pipa o sul ventaglio, o il congedo alla fine, che sono opportuni e riuscitissimi, aiutano a percepire il tempo dei silenzi di Calvino. (Consentimi di citare aneddoto: "Una volta Jorge Luis Borges ormai cieco, avvertito della presenza di Calvino durante un incontro con alcuni amici a Siviglia rispose: «L'ho riconosciuto dal silenzio»"). Alcune parti mi sembrano uscire dal tono di Calvino ("Mi è stata descritta da un’anziana donna, incontrata in una fumeria d’oppio. Ho fatto alla vecchia la stessa obiezione, e lei ha risposto dicendomi che " - ma la ripetizione è geniale) ma insomma, a parte qualche lieve sbavatura la "cornice" è praticamente perfetta.
Veniamo alle città. Derina mi ha convinto del tutto, bravo. Riesce ad essere individuale e "astratta", ma ad avere una struttura concreta: ci sono piani, mura, oggetti: tutti ipotetici, ma presenti, visualizzabili. Poi l'idea delle passioni e degli intenti abbandonati tocca nel profondo.
Nidata invece l'ho trovata meno riuscita. Non ci sono elementi concreti, è solo astratta. Hai giocato sull'indicibilità, certo, ma secondo me la componente di "visibilità", altra lezione calviniana, deve essere presente in tutte le città invisibili (gran paradosso del romanzo) e in questo senso Nidata mi pare molto carente, è solo concetto. Caratteri non ti mancavano, e sono abbastanza convinto di cosa avrei fatto: avrei inserito una concretezza "in negativo", formulando ipotesi del tipo "Là dove per qualcuno c'è un muro di pietre a secco ormai crollato, forse altri vedono una fortificazione inespugnabile. E chissà che dietro l'angolo di marmo dalle striature serpentine, qualcuno non abbia la sua fragile catapecchia di latta..." e cose del genere. Insomma, anche Nidata mi dice qualcosa di personale e interessante, ma quanto sopra la rende meno interessante. Spero di essermi spiegato.

Il giudizio complessivo è buono o forse qualcosa di più. Bravo!
«Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l'arte di inventare» (Novalis, Frammenti)

Andrea Dessardo
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#6 » sabato 7 maggio 2016, 13:15

Caro Fernando,
il tuo è un racconto molto bello, tra i miei preferiti di quest'edizione. Non ho letto Le città invisibili, vado dunque “a naso”, ma mi pare che il tu periodare ricalchi in maniera assai somigliante e verosimile quello di Calvino, con i suoi ritmi, le sue pause, la scelta calibrata dei termini (assai più nelle parti di raccordo che non nel racconto di Marco Polo). Hai dato corpo alle parole e questo mi suona molto calviniano. L'idea di queste città “intangibili” e irraggiungibili, mi pare molto azzeccata e acuta. Con Jacopo, tuttavia, anch'io giudico Nidata eccessivamente astratta, solo pensata e non descritta; anche, banalmente, lo spazio che le dedichi è troppo inferiore a quello che riservi a Derina.
Ti segnalo un unico errore: “fin oltre” va senza apostrofo.

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lordmax
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#7 » martedì 10 maggio 2016, 20:37

Ciao
Abbiamo (io e Alberto) visto che ci sono alcuni problemi con i commenti.
Abbiamo creato un post dove chiediamo scusa per la situazione e spieghiamo perché è successo... e come porvi rimedio.
Per quanto riguarda i commenti e la classifica, da ora in poi vi preghiamo, per chi ancora non lo ha fatto, di attenervi ad una valutazione di merito e non di stile perché questo sta creando problemi di convivenza.

Fernando Nappo
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#8 » mercoledì 11 maggio 2016, 10:05

Grazie a tutti per i commenti, sempre molto utili, tanto più in un contest come questo.

@Angela: Calvino usa Per certo proprio nelle città invisibili, nelle prime righe del quarto capitolo, anche se lui, in effetti, lo utilizza da solo - senza sta - e come inizio di una frase.

@Jacopo, @Andrea: purtroppo ho gestito male il tempo a mia disposizione, e ne ho dedicato solo le rimanenze a Nidata che, infatti, è rimasta troppo anNidata nei miei pensieri.

@Andrea: grazie per la segnalazione del refuso. Un errorone, in effetti. Ma credo di averne individuati anche un altro paio. Devo trovare il modo di trasformarli in elementi caratteristici del mio modo di scrivere, altrimenti... non mi resta che imparare a rileggere a dovere.
Ultima modifica di Fernando Nappo il mercoledì 11 maggio 2016, 14:59, modificato 1 volta in totale.

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alessandra.corra
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#9 » mercoledì 11 maggio 2016, 11:29

Ciao Fernando,

non conosco bene il libro di Calvino – Le città invisibili -, ne ho letto solo alcune pagine poco prima del contest. Da quel poco che ho letto però ne ho avuto una sensazione buona: è un libro molto profondo ed esistenziale, seppur complesso, dove ognuno può dare la sua propria interpretazione.
Detto questo, per te è stata un’ottima fonte di ispirazione. Infatti, il lavoro che hai svolto è molto positivo. Mi sono piaciuti soprattutto i dialoghi tra Marco Polo e Kublai Kan, sono costruiti molto bene, senza sbavature, tanto che in poche righe ti immergono in un’atmosfera quasi astratta, rarefatta, fuori dal tempo.
Concordo con chi ti ha fatto notare che la città di Nidata è rimasta troppo incorporea, visto che hai tralasciato di individuare elementi concreti per raffigurarla, ma dal tuo commento ho visto che ciò è dovuto per mancanza di tempo. Derina, invece, ha tutti gli elementi che ci vogliono per poterla immaginare.
Nel complesso, un buon lavoro. Bravo.

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Andrea Partiti
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#10 » giovedì 12 maggio 2016, 22:33

Davvero un gran bel racconto.

Confesso di non conoscere le città invisibili, ma al contrario di altri racconti in cui non ritrovavo uno stile familiare, qua ci vedo tutto il Calvino che conosco ripreso con una scrittura molto pulita e lineare. La mimetizzazione da camaleonte ti è riuscita davvero bene, forse i racconti falliti perché non ti soddisfacevano non sono stati solo tempo sprecato come dici, ma ti hanno aiutato a elaborare e interiorizzare lo stile, sbagliando quel che serviva sbagliare prima di un risultato migliore.

La città di Derina è stupenda, mi piace come immagine, mi colpisce violentemente in quanto sono un abbandonatore seriale di passioni con la tendenza a bruciare tantissime energie per poi disinteressarmi rapidamente. Le meccaniche che hai descritto, con le luci che si accendono quando uno degli abitanti torna a un piano passato concretizzandolo sono molto visive e facili da immaginare, nel grande buio delle strade.

Nidata è riuscita peggio, è una città troppo statica, senza vera vita, vera attività all'interno. Ha un'idea sensata alle spalle, ma non la vedo messa in azione. Avrei quasi preferito che ti concentrassi su un'unica città, anche se avresti perso anche quel minimo di serialità dei sottoracconti.

Ancora complimenti, penso il racconto sia molto migliore di quanto non faccia presagire il tuo commento!

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AmbraStancampiano
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#11 » mercoledì 18 maggio 2016, 1:14

Ciao Fernando,
Per ben due motivi, il tuo racconto mette profondamente in crisi la mia decisione di premiare in classifica i racconti che si attengono di più alla trilogia degli antenati:
1) Trovo che sia bellissimo (e non trovo un termine più adatto, perdona la scarsa proprietà di linguaggio).
2) Stilisticamente, potrebbe essere considerato ciò che nella serialità televisiva viene detto "episodio fantasma". In parole povere: inserendolo in un punto random de "Le città invisibili" di Calvino, un lettore medio alla sua prima lettura del romanzo non noterebbe la differenza.

La cornice funziona molto bene, e la trovo mimetica rispetto a tutto il corso del narrato di Calvino all'interno del romanzo (che ho letto un bel po' di tempo fa, ma mi era rimasto molto impresso).
Per ciò che riguarda le due città: è vero che Nidata è un po' troppo astratta, ma il concetto che sta alla sua base mi ha coinvolta parecchio; Derina è perfetta.
A livello personale, sarà anche a causa di un periodo un po' particolare, la poetica del racconto mi ha toccata nel profondo, mi ha fatto nonviaggiare insieme a Marco Polo, mi sono sentita parte delle città e da lettrice sono contenta e soddisfatta.
Credo che tu possa mettere da parte il tuo rammarico, è davvero un ottimo lavoro :)
Qui giace il mio cervello, che poteva fare tanto e ha deciso di fare lo stronzo.

Fernando Nappo
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#12 » mercoledì 18 maggio 2016, 8:07

@Alessandra Corra: a mio avviso Le città invisibili è un libro che va letto e poi riletto. A una prima lettura non sono riuscito a goderne appieno, impegnato a cercare di raccapezzarmi in quella struttura così strana, diversa dal solito, eppure così attraente. A una seconda lettura mi sono lasciato affascinare ancora di più dalle città di Calvino e dal particolare rapporto tra il Kan e Polo. Se il mio racconto ti ha dato buone sensazioni - di questo mi vanterò in eterno, grazie - devi assolutamente finire di leggere (e rileggere) l'originale.
@Andrea Partiti: ammetto che parte della genesi di Derina è di natura autobiografica. Anch'io, come te, sono un abbandonatore seriale di passioni. Ma anche Nidata, a voler ben guardare.
@Ambra Stancampiano: ti do una mano a prendere una decisione. Io, alla fin fine, a emulare gli Antenati non ci sono riuscito, quindi, dal punto di vista del Camaleonte, ho fallito. Poi, approfittando delle maglie larghe del regolamento, ci ho infilato le città, ma in fondo ho barato. Che poi il racconto ti sia piaciuto, mi fa solo piacere, e non potrebbe essere altrimenti.

Grazie a tutti per i commenti.

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Mike009
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#13 » venerdì 20 maggio 2016, 1:25

Devo dire che sono parecchio in difficoltà, in questo caso sono l'ignorante che deve ergersi a giudice. Non ho letto le città invisibili (nè ho potuto farlo nell'ultima settimana) per commentare adeguatamente questo racconto, mi sono limitato alla trilogia indicata e a Marcovaldo, giusto perchè l'avevo letto un paio di volte da ragazzo. Questo eccesso di zelo dell'autore, se da un lato è ammirevole mi ha tolto parte del piacere della lettura e me ne dispiace.
Ovviamente mi sono informato sulle città invisibili e, per quel poco che posso capire, la struttura del racconto è consona e la scrittura davvero notevole. Si evince una grande cura di lettura e rilettura al fine di smussare e rendere tutto più "Calviniano", in questo c'è poco da dire.
Il racconto comunque, con due città narrate, appare un po' tronco, con i quasi 3000 caratteri non sfruttati per riuscire a coinvolgere di più il lettore ci sarebbe stata la narrazione di una terza città.

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Peter7413
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#14 » venerdì 20 maggio 2016, 12:21

Non ho letto "Le città invisibili", pertanto non posso giudicare riguardo l'attinenza allo stile di Calvino. Potrei eventualmente solo affermare che mi sembra distante dal Calvino che ho riscoperto io leggendo la trilogia degli antenati. E sì, servono indicazione più chiare da parte dei moderatori per le prossime edizioni.
Detto questo, il racconto è una piccola perla. Arguto, intelligente, lungo il giusto o quasi. Perché quasi? Perché avrei tagliato un po' la descrizione di Derina, non è equilibrata in rapporto alla prima e ho percepito una certa pesantezza che è andata in piccola parte a intaccare la fluidità del tuo lavoro.
Detto questo, da prime posizioni.

Zebratigrata
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Re: Le città intangibili - Fernando Nappo

Messaggio#15 » venerdì 20 maggio 2016, 23:51

Ciao Fernando,

in realtà a me la parte migliore del tuo racconto sembrano proprio i dialoghi col Kahn. Secondo me lì hai colto l’atmosfera e anche stilisticamente mi sembrano calviniani, col giusto equilibrio tra parola e gesto.
Premetto che non ho riletto le città invisibili per il Camaleonte, ma ne ho riletto qualche pezzo per poter commentare sensatamente il tuo racconto.

Nelle descrizioni delle città secondo me ti sei allontanato un po’ dallo stile di Calvino. La tua prosa mi sembra meno leggera. Forse ha il suo effetto anche il fatto che parli di città che non esistono, e a conti fatti descrivi abbastanza chiaramente alcuni lati dell’animo umano. Credo che una forza di Calvino nelle Città sia proprio la capacità di parlare dell’uomo e dell’umanità con una metafora ‘concreta’, in maniera leggera. Tu abbandoni presto la metafora della città, e mentre Calvino non rompe la fiaba e ci convince a credere che le sue esistano (ed esistono, in un certo senso), il fatto che tu parta dal presupposto che non esistano (più o meno) secondo me cambia in partenza la resa del racconto. Si potrebbe dire che non sia una questione di stile ma di contenuto. Ma una delle conclusioni che sto traendo dal Camleonte è proprio che, dato un contenuto, forse lo stile non è solo nelle parole che usiamo per descriverlo ma anche, tra le altre cose, nella scelta dei dettagli da includere o escludere e nei presupposti del racconto stesso.

P.S. Casomai ti trovassi a passare per Derina fammi un fischio, io credo di avere un intero grattacielo :-D

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