Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

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Sissi Kardec
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Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#1 » sabato 30 aprile 2016, 23:53

Commento: mi sono avvicinata a Calvino tantissimo anni fa e anche se le Fiabe Italiane sono state il libro che letto di più - ne avevo una vera e propria fissa - in questa occasione, rileggendolo, è stato il Barone Rampante a trasmettermi di nuovo tutto l'amore per questo geniale autore. Credo sia il racconto da cui ho attinto di più per il Camaleonte, che io ho interpretato come cercare di scrivere qualcosa che gli altri, leggendo, potessero sentire come "scritto da Calvino". Impresa praticamente impossibile, lo so, almeno per me, perché non ho grandi basi tecniche e soprattutto non conosco abbastanza bene come altri questo autore. Nonostante tutto, ho cercato qui di riportare come elementi base un certo stile narrativo, di costruzione della sintassi soprattutto, delle descrizioni e poi la presenza di personaggi semplici e allo stesso tempo caratterizzati da incisive descrizioni. Speriamo bene, buona lettura.





Il ciambellone invernale
di Simonetta Papi


Era Dicembre, ma non il Dicembre in cui Napoleone si era incoronato imperatore dei francesi a Notre-Dame e aveva incoronato imperatrice quella che nostra madre chiamava La Giuseppina Bella, strappando la corona dalle mani del Papa. No, era quello dopo, il Dicembre 1805, quando Napoleone si era già incoronato Re d’Italia a Milano.
- Dio me l'ha data, guai a chi la tocca! - era andato ripetendo per mesi il mio fratello grande Antonino.
La stessa cosa pensavo io, Carlino Carrandino, figlio del visconte di Carrandino, ancorché ogni domenica mattina mia madre mi chiudeva il bottone alto sul bavero del cappotto di lana cotta grigio topo e ci spediva me e mio fratello in carrozza con la di lei sorella, Caterina, zia zittella che era venuta da noi una Pasqua per non andare più via, alla messa nella chiesa in fondo al paese, mentre lei e mio padre prendevano l'altra carrozza con le mie sorelle. La nostra tenuta si trovava al limitare della campagna, ché mia madre adorava i roseti e i laghetti; mio padre le aveva donato finanche due cigni bianchi, il primo quando era nato mio fratello il secondo quando ero nato io e anche due cigni neri, uno quando era nata mia sorella Rosina e il secondo quando era nata mia sorella Cristina. E mia madre non poteva separarsi da quegli uccelli così cari e così belli, e la carrozza doveva percorrere tutta la via centrale della città, per arrivare al di là, passando davanti a tutte le botteghe.
Con il naso appiccicato al finestrino della carrozza, io guardavo tutte le insegne e le contavo e una ad una le sapevo, ché mia madre mi aveva educato a leggere scrivere e far di conto che non sapevo ancora andare a cavallo senza cadere – e sì che mio padre ben in fasce mi ci aveva messo – e giunti a contare fino a undici, dal lato destro della via, appariva una decina di passi prima della fontana che segnava la via che conduceva alla chiesa, l'insegna più bella di tutte, battuta in foglia d'oro e tratto arricciato.
Mia madre mi aveva detto che v'era una leggenda dietro l'insegna: il dì che l'artigiano aveva preso appunti, rincasando alla bottega una folata di vento gliel'aveva strappato dalle mani e dopo qualche giravolta nell'aria lo aveva fatto cadere dritto in un fosso di fango, perso per sempre. Si disperò l'uomo, ché lui non poteva tornare indietro, non era di casa qui a Pontedecimo ma sul Monte Figogna, restò atterrito di perdere il lavoro e anche la reputazione. A casa ritornò e si disperò, ma proprio alla sua misera casa la soluzione si trovava. Egli non sapeva né leggere né scrivere, ma aveva una moglie che tutti conoscevano per esser un po' matta, una stravagante, che si diceva curasse i malanni con i veleni e prevedesse anche il futuro. Ella si fece descrivere come era questa bottega che aveva ordinato l'insegna a suo marito e sentito quali leccornìe, decori, zuccheri, profumi e incanti vi si trovassero, e di sale e di zucchero, dapprima restò tutta zitta, e dopo neanche pochi minuti esclamò al marito l'idea, chè se lui non ricordava cosa ci doveva andar scritto sul pezzo d'ottone, forse un nome avrebbe fatto pur felice il padrone. Qual nome meglio d'un che valesse per pane e per crostate? Che di fornaio e pasticcere avesse il sapore? Dolciaio! E Dolciaio fu e fu la fortuna di quella bottega, che già famosa era in zona con quel nome stravagante, nuovo, anche così moderno, si trovò a veder nobili dame arrivarvi da Genova!
Pure la mia zia Caterina, che veniva da Torino, aveva preso la moda di fermarvisi dopo la Messa, e aveva voglia a dire che nessun ciambellone era degno di quello di mastro Luigi, noi si sapeva che erano i buoni partiti che lì sostavano, l'attrazione per la nostra parente; la mia era la crostata con i lamponi - Dio me l'ha data, guai a chi la tocca! - mentre si passava con la carrozza la vedevo dietro il vetro, quando il prete mi dava l'ostia la pensavo peccando e quando la Messa era finita, caminando, la raggiungevo per la merenda già gongolando.
Quel dì era di molto freddo, la zia portava il cappello di pelliccia calcato sul capo, io mi stringevo nella sciarpa e nei guanti; tanta neve c'era a terra che la carrozza a malapena avanzava, non s'aveva la slitta noi e vicino al mare non nevicava tanto. Era il secondo anno che si vedeva la neve da quando ero nato e di anni ne avevo già fatti quindici. Sentimmo le campane che si era ancora lontani dalla meta: - Che diranno di noi! – esclamò la zia; era infamia non da poco che la nostra famiglia non presenziasse alla Messa. Noi visconti di Carrandino si era la famiglia più importante della zona; un nostro avo – tal Ido – aveva vinto la guerra di Bonifacio e un altro – tal Errico - aveva partecipato alla scoperta dell'America, e c'erano le prove provate.
Sentimmo la voce di mio padre ordinar nella carrozza davanti di fermare e scendere, si sarebbe proseguiti a piedi, uno dietro l'altro, con ordine e solerzia, ci si sarebbe poi scusati con il prete. Sentivo il freddo punger le gambe mentre sollevavo i piedi per combatter la neve. Si passò davanti alla vetrina della bottega del mastro Luigi che il calore del fuoco della stufa appanava i vetri, il profumo dello zucchero e della frutta entrava nel naso e bruciava ancor peggio, prendava fame solo a pensarci. Avevo chinato la testa per sentir meno freddo e seguir con lo sguardo il cappotto di mio fratello che camminava in fila davanti a me.
Quando un qualcosa mi colpì in testa e alzai gli occhi e una palla di neve mi prese nella faccia. Caddi col sedere a terra dallo spavento e di fronte a me c'era un ragazzino, molto mal vestito e io non dissi parola, la disse lui: - Con la neve si paga il pedaggio – intimò, ment'io guardavo avanti la fila della famiglia che si allontanava ché la neve aveva coperto il rumore della mia caduta, nessuno s'era accorto che ero rimasto indietro.
Che cosa volete voi? - chiesi a quel ben poco usuale figuro.
Che siete sordo vossignoria? Il pedaggio, - ripetè.
E quanti denari sono e perché? - chiesi sapendo di non aver con me niente tranne le tanche vuote del mio cappotto.
Perchè lo dico io e denaro non è, - rispose quello.
Ordunque? - gli chiesi – che volete?
E non rispose il banditello, sguainò uno spadino e lo puntò oltre il mio cappello: - Dolciaio, vossignoria, il pedaggio è una torta.
Che fare? - pensai, che la collera di mio padre avrei provocato, che di paura dello spadino ero già atterrito, che nessuno potevo chiamare d'aiuto.
E sia, - comunicai.
Come io tornai indietro alla bottega, il figuro restò dov'era ad aspettarmi, fu il mastro Luigi quando mi vide di dietro il bancone che spalancò tanto occhi e mi chiese di come fossi lì a quell'ora, del perché non fossi alla Messa, di dove fossero mio padre, mia madre, mia zia, mio fratello e le mie sorelle, che credetti mi volesse chiedere anche dei miei trisavoli. Però, era stato come aveva detto il nome della zia Caterina che mi fece venir in mente una favola: gli dissi che la zia era la cosa più bella della infanzia mia e dei miei fratelli, che nostra madre consumava fazzoletti a parlar di com'ella fosse magnanima e cara e pura. Era il compleanno della zia quel giorno; non lo era, ma così gli dissi. Non era forse il ciambellone il suo dolce preferito? Non si poteva non farle una siffatta sorpresa, non v'erano neve, alberi caduti nel bosco che tenessero, non era forse vero?
Vero, rispose il mastro. Mi incartò un ciambellone che era più pesante della valigia con cui zia Caterina era arrivata quella Pasqua da noi e si premurò così di mandarle i suoi omaggi, saluti, inchini, riverenze e tante buone cose, che la fortuna mi sorrise e lui disse che quel ciambellone era il suo regalo, che neanche dovevo pensare a pagarlo, neanche per scherzo.
Te l'ho fatta – pensavo, mentre al discolo il ciambellone consegnavo e poi tornavo, correndo a perdifiato, a recuperar il fondo della fila della famiglia in tempo per l'entrata in chiesa e quando mia madre ci contò, almeno mi trovò.
Oggi niente ciambellone, Carlino, - mi avrebbe poi sussurrato la zia alla fie della funzione – tuo padre ha ordinato che si liberasse la strada e la carrozza ci porti dritti a casa.
Non protestai. Era finito in pancia a chi aveva davvero fame, quel giorno, il ciambellone, a chi non aveva pellicce, cappotti, piume e nemmeno quella funzione. Pensai al discolo, allo spadino, al mastro e al costo giusto per il pedaggio.



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Jacopo Berti
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#2 » lunedì 9 maggio 2016, 19:32

Ciao Simonetta, piacere di leggerti!
Non posso che iniziare facendoti i complimenti per questo racconto, ad ora l'unico che, durante la lettura, mi ha fatto dimenticare che dovevo badare anche alla conformità dello stile a quello di Calvino!

È una vicenda semplice e umana, di spensieratezza, miseria e carità, "ben piantata" in un contesto storico e geografico (la liguria del Nostro) con un ritmo ottimo e una grande capacità di affabulazione e di divagazione. Il narratore interno è un ragazzino, e riesci a trasmetterne la giovinezza, l'ansia di raccontare, di dire, di aggiungere alle sue frasi il necessario e il superfluo. Già tutto questo è molto calviniano ;)

Anche lo stile mi ha convinto, salvo alcune frasi davvero troppo lunghe, in cui il filo si perde tra coordinate e subordinate e che bisogna rileggere. Ne ho viste così due o tre, ma anche una soltanto è un peccato, se spezza un testo così bello. Direi che è l'unica nota negativa del racconto in sé.
Alcuni periodi o dialoghi, come contenuti e stile e suono sono davvero belli:
Sissi Kardec ha scritto:La stessa cosa pensavo io, Carlino Carrandino, figlio del visconte di Carrandino, ancorché ogni domenica mattina mia madre mi chiudeva il bottone alto sul bavero del cappotto di lana cotta grigio topo...

Sissi Kardec ha scritto:Che cosa volete voi? - chiesi a quel ben poco usuale figuro.
Che siete sordo vossignoria? Il pedaggio, - ripetè.
E quanti denari sono e perché? - chiesi sapendo di non aver con me niente tranne le tanche vuote del mio cappotto.
Perchè lo dico io e denaro non è, - rispose quello.

Davvero belle, brava!
Quanto alla mimesi di Calvino, c'è abbastanza. Vi leggo lo spirito e alcuni aspetti della prosa, ma complessivamente non riesco a pensarlo come qualcosa scritto da lui.

Il racconto in se è ottimo, il migliore di quelli che ho letto. L'aderenza allo stile di C. mi pare buona, anche se qualcuno mi pare abbia fatto un po' meglio. Sei certamente sul podio, non so esattamente dove.
«Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l'arte di inventare» (Novalis, Frammenti)

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lordmax
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#3 » martedì 10 maggio 2016, 20:34

Ciao
Abbiamo (io e Alberto) visto che ci sono alcuni problemi con i commenti.
Abbiamo creato un post dove chiediamo scusa per la situazione e spieghiamo perché è successo... e come porvi rimedio.
Per quanto riguarda i commenti e la classifica, da ora in poi vi preghiamo, per chi ancora non lo ha fatto, di attenervi ad una valutazione di merito e non di stile perché questo sta creando problemi di convivenza.

Andrea Dessardo
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#4 » mercoledì 11 maggio 2016, 0:43

Cara Simonetta,
trovo che il tuo racconto parta assai bene, anzi l'incipit è senz'altro uno dei migliori di quest'edizione. Trovo assai gradevoli e piuttosto aderenti alla Trilogia anche i primi capoversi, nella scelta dei termini, nel ritmo, nei periodi. Man mano però che si procede la lettura, questa la mia impressione, è come se avessi perso il controllo del tuo testo, e le frasi si fanno involute, innaturali, in più di qualche occasione scrivi addirittura in rima (non so se consapevolmente o senza avvedertene) e ciò alla lunga rende il tutto un po' stucchevole. Direi che il testo mi è piaciuto, e non poco, fino a “Quel dì era molto freddo...”.

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Angela
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#5 » giovedì 12 maggio 2016, 10:34

Delizioso il tuo racconto che ho letto quasi per ultimo e rivoluzionerà senz'altro la classifica che avevo in mente. Pur non avendo letto molto di Calvino, posso affermare senza dubbio che il tuo racconto ricalca abbastanza il suo stile. A parte la cornice storica, ho trovato abbreviazioni, elenchi e termini desueti che ben si sposano molto bene con la sua produzione.
La trama è fresca, spontanea, leggera. Mi piacciono molto i personaggi e ho trovato i dialoghi calzanti e le descrizioni minuziose. Ottima l'idea di inserire il ragazzino male in arnese, un personaggio che umanizza il testo e lo rende ancora più gradevole. Finale azzeccato. Pochissimi appunti e tanti complimenti. Brava.

in carrozza con la di lei sorella, Caterina,
(Non so se Calvino ha usato questa terminologia, ma “la di lei sorella” proprio non va giù).

il dì che l'artigiano aveva preso appunti, rincasando alla bottega una folata di vento

(virgola dopo “bottega”)

A casa ritornò e si disperò,

(sembra un ritornello)

intimò, ment'io guardavo
(refuso “mentr’io).
Uno scrittore è un mondo intrappolato in una persona (Victor Hugo)

Fernando Nappo
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#6 » domenica 15 maggio 2016, 10:46

Ciao Simonetta,
davvero un bel racconto il tuo, anche a prescindere dal contest, complimenti. Hai sviluppato una tua storia, tra l'altro interessante e che si legge volentieri, una storia di ragazzini di diversa estrazione sociale, molto scorrevole e con una sua morale. Carlino, per come si comporta e per come chiude la storia, me lo vedo a offrire un'altra torta a qualche altro ragazzino meno abbiente; chissà se anche tu lo immagini allo stesso modo.
Forse non è il racconto più in stile tra quelli che ho letto, ma trovo sia tra i migliori in quanto a contorno storico, sempre ben presente nei tre testi di riferimento, e qualità della scrittura. Brava.
Dovrò meditare sulla classifica.

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Andrea Partiti
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#7 » lunedì 16 maggio 2016, 14:51

Ciao!

Intanto, mi unisco al coro di complimenti, mi piace il tuo racconto in sé, hai avuto una bella idea e l'hai sviluppata in maniera convincente. Il tuo protagonista funziona benissimo e lo usi davvero bene per mostrarci questo spaccato sociale.
Apprezzo l'inquadramento storico preciso, che Calvino fa negli antenati usando personaggi storici più o meno romanzati o usando riferimenti espliciti ad eventi in corso.

Lo stile non è perfetto, anche se le atmosfere sono perfette e surreali, la struttura delle frasi non mi sembra ottima, ci sono tante subordinate, delle strutture davvero troppo complesse e alcuni degli arcaismi che inserisci a volte sono di troppo. Penso che semplificandole ulteriormente, spezzandole in periodi più semplici o coordinati tra di loro, oltre a imitare meglio calvino ne guadagnerebbe il racconto, rendendo ancora più scorrevole un racconto già ottimo in partenza!

Anche se sono solo un commentatore passivo, il tuo è sicuramente tra i racconti che ho preferito in questo contest!

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alessandra.corra
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#8 » giovedì 19 maggio 2016, 12:27

Ciao Simonetta,

brava, hai scritto davvero una bella storia. Una vicenda carica di umanità, ma raccontata con una giusta dose di leggerezza e delicatezza. La cosa che ho preferito è che, anche se la storia è piacevole e godibile, non è poi tanto la vicenda in sé a essere così interessante, quanto quello che si percepisce dietro tutto l’episodio. In poche righe, infatti, sei riuscita a dipingere e far emergere alcune classi sociali della società ligure di inizio ottocento. Hai descritto molto bene la famiglia nobile che, conforme alle convenzioni dell’epoca, si reca alla messa attraversando le campagne, l’artigiano e la moglie, analfabeti ma abili a risolvere le difficoltà del caso, e infine il ragazzino di umili condizioni sociali, alla singolare ricerca di qualcosa con cui potersi sfamare.
Solo due piccoli appunti: il primo riguarda la struttura delle frasi, a volte mi sono sembrate troppo complesse, lunghe, cosa che ha appensantito un po’ la lettura.
Poi forse avrei omesso il pensiero finale del protagonista; essendo molto giovane e di famiglia nobile, forse può risultare poco credibile che sia già così sensibile, e si renda conto, per la buona azione compiuta nei confronti del giovane ragazzo.
Nel complesso, una buona prova!

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Mike009
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#9 » venerdì 20 maggio 2016, 1:39

Una storia semplice ma davvero ben strutturata e raccontata. Mi aspettavo qualcosa a effetto per il finale una volta giunto a metà, invece la storia non ha bisogno di escamotage per colpire il lettore, hai creato un affresco molto verosimile. Per quanto riguarda lo stile, anche quello è molto plausibile nell'ottica di copiare Calvino, neanche qui ho particolari rimostranze. Forse, avrei dato più spazio a qualche dialogo in più ma solo per rendere una tematica seriosa come quella affrontata più leggera al lettore.
La posizione in classifica è, oltre all'ottimo esercizio di stile, anche frutto del mio semplice e banale gusto personale.

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AmbraStancampiano
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#10 » venerdì 20 maggio 2016, 15:11

Ciao Simonetta,
mi unisco al coro di complimenti, il racconto è davvero carino e piacevole da leggere, in più vedo molto di Calvino nel tono della narrazione, nel punto di vista scelto e nell'inquadramento storico della vicenda.
Mi è piaciuto molto il lavoro di Zoom che hai fatto nell'incipit, partendo da Napoleone e dalle sorti dell'Europa per poi raccontarci una vicenda così piccola e delicata.
Credo però che sia più verosimile, per come ci racconta la vicenda e per le conclusioni che ne trae, che il tuo protagonista abbia 10-12 anni e non 15; a quell'età si è un po' meno bambini di quel che ci suggerisce il tuo POV.
E' vero come hanno evidenziato altri che a volte arzigogoli così tanto le tue frasi che un po' ci si perde, e ne risente la comprensione di alcuni periodi anche piuttosto importanti.
Per il resto direi che è proprio un bel lavoro, e personalmente lo trovo tra i più azzeccati di questo Camaleonte .)
Qui giace il mio cervello, che poteva fare tanto e ha deciso di fare lo stronzo.

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Peter7413
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#11 » venerdì 20 maggio 2016, 18:50

Esordisco sottolineando che il racconto mi è piaciuto. Bella l'idea, semplice, ma molto umana.
Non ho gradito la forma, troppo complessa e forzatamente ricercata, quasi in rima in certe parti... Non mi ha trasmesso sensazioni calviniche, insomma, e in più mi ha rallentato spesso la lettura costringendomi a rileggere brevi pezzi e a tornare sovente indietro. L'idea che mi sono fatto è che tu abbia ecceduto nel cercare di utilizzare un linguaggio "da Calvino" dimenticandoti che lui stesso faceva della semplicità un suo cavallo di battaglia.
Non ho riscontrato neppure figure atipiche, Visconte Dimezzato/Barone Rampante/Cavaliere Inesistente che siano e ho netta la sensazione di aver letto tematiche di Dickens in un stile forzatamente alla ricerca di quello di Calvino. Questa, almeno, è la mia sensazione.
Detto questo, un racconto che posiziono senz'altro nella prima parte della classifica in quanto è completo, coerente ed equilibrato.

Zebratigrata
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Re: Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi

Messaggio#12 » venerdì 20 maggio 2016, 23:49

Ciao Simonetta,

vedo che hai tentato di riprodurre, come dici, lo stile del Barone rampante. Il tono colloquiale c’è, anche la voce narrante ‘giovane’, però noto un ritmo del testo molto più ‘cantilenante’, se mi passi la parola, rispetto a quello di Calvino (mi rendo conto che parlando nel dettaglio di stile mi mancano le parole per esprimere quelle che spesso sono solo sensazioni, purtroppo).
Ti faccio un esempio: “Quando un qualcosa mi colpì in testa e alzai gli occhi e una palla di neve mi prese nella faccia. Caddi col sedere a terra dallo spavento e di fronte a me c'era un ragazzino, molto mal vestito e io non dissi parola, la disse lui:” vero che Calvino nel barone ha questo tipo di struttura con frasi coordinate con e, o con virgola ed e, ma non così tante in così poco spazio, e ne deriva un risultato nel complesso più ‘diamico’ riguardo al ritmo della lettura. Stessa cosa vale per le numerose relative, che in Calvino abbondano ma nel tuo racconto, almeno all’apparenza, di più.
Altra cosa che ho notato, soprattutto nella prima parte, è la carenza di virgole, di cui Calvino è invece piuttosto generoso nel Barone: ci fa riprender fiato tutte le volte che vogliamo, e anche di più. Riflettendoci mi è venuta l’idea che tutte quelle virgole, messe anche assieme alle congiunzioni, servano a render più chiara la struttura delle frasi che violano un po’ qualunque regola di base e riflettono un linguaggio quasi parlato.
Per quanto riguarda il lessico, anche se nel complesso lo rendi bene, ci sono alcuni punti in cui forse eccedi e invece di dare carattere alla narrazione produci un senso di straniamento, come se la frase fosse stata scritta normalmente e poi fossero state sostituite le parole con dei sinonimi particolari o datati che però non funzionano bene assieme. Alcuni esempi di frasi che mi danno questa impressione: “chiesi a quel ben poco usuale figuro”, “noi si sapeva che erano i buoni partiti che lì sostavano, l'attrazione per la nostra parente” (tra l’altro vedo che hai azzardato con la virgola tra verbo e copula, ma quale occasione migliore di Calvino per farlo? :-D).
Altro dettaglio che ho notato (non solo nel tuo racconto, tendo a farlo anch’io) che per dare l’impressione del linguaggio ‘datato’, di un passato magari un po’ fiabesco, hai cercato il troncamento e l’elisione quasi ovunque (es. tal Errico, ordinar, combatter, punger, seguir, mentr’io, s’era, v’erano, com’ella, ecc., oltre ai tantissimi ‘ché’ per ‘poiché’). A ben vedere Calvino dà questa sensazione, ma non usa questo trucco. Nel Barone ci sono tantissimi ‘perché’ che introducono subordinata su subordinata, ma nessun ‘ché’. Anche elisioni e troncamenti sono limitati a quelli che sarebbero normali anche ai giorni nostri. Come fa poi, senza usare questi trucchi a dare proprio quella sensazione lì, ancora lo devo scoprire.
Infine noto che hai usato spesso strutture marcate (per lo più inversioni sintattiche varie come “famosa era in zona”, “infanzia mia”, “al discolo il ciambellone consegnavo”, ...): non ho fatto un controllo su Calvino in questo senso ma secondo me nel tuo racconto appesantiscono un po’ la lettura, soprattutto se affiancate ai tanti troncamenti.
Quello che secondo me hai reso molto bene è la linearità della narrazione e la resa colloquiale del linguaggio. Hai usato molte forme impersonali tipiche del toscano più che del piemontese (infatti Calvino usa i suoi ‘si’ impersonali più di rado, e in pochi casi per sottintendere un ‘noi’ come fai tu, un po’ più spesso per sottintendere un ‘la gente’), però come resa funziona comunque bene secondo me.

Al di là dell’intento mimetico, la storia mi è piaciuta molto!

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