CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

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CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#1 » domenica 1 maggio 2016, 10:34

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E siamo così giunti alla fine della prima fase di questo PRIMO CAPITOLO del Camaleonte dedicato a Italo Calvino. Avete avuto più giorni del previsto per scrivere e questo è stato giustificato da una formula che ancora dev'essere affinata, ma ora siamo ai commenti e alle classifiche e la data per la consegna è fissa e non verrà modificata: Venerdì 20 maggio entro le 23.59.

Dei 13 partecipanti ne abbiamo perso per strada uno, il buon Andrea Partiti, mentre tutti gli altri sono riusciti a dare il loro contributo.
Ecco quindi i dodici racconti in gara:

Lo specchio di Isidoro, di Angela Catalini, 7070 caratteri
Rosaspina ovvero la persecuzione, di Veronica Cani, 7095 caratteri
Il marchese quantistico, di Jacopo Berti, 9941 caratteri
Il generale meccanico, di Andrea Dessardo, 9896 caratteri
La principessa evanescente, di Chiara Rufino, 8264 caratteri
Una tradizione in evoluzione, di Michele Botton, 9638 caratteri
Oreste "Qua e Là", di Maurizio Bertino, 9967 caratteri
Le città intangibili, di Fernando Nappo, 7190 caratteri
Persefone e la maledizione del melograno, di Alessandra Corrà, 7366 caratteri
L'imperatrice di ghiaccio, di Sara Tirabassi, 9916 caratteri
Il segreto di nonna Berta, di Ambra Stancampiano, 9975 caratteri
Il ciambellone invernale, di Simonetta Papi, 8316 caratteri

Nella mia infinita bontà concedo ad Andrea di commentare lo stesso i racconti degli altri senza però classifica finale.
In caso ottemperasse a tale compito, sarà dispendato dalla squalifica per la prossima edizione, ma i commenti dovranno essere fatti a tutti i racconti e, una volta completati, postati in risposta a questo tread SENZA CLASSIFICA.

Ripeto che i commenti e le classifiche sono da consegnare entro le ore 23.59 del 20/05/2016 in risposta a questo tread.

Sotto a commentare, su, che lo Smilodonte e LordMax sono già all'opera.



Andrea Dessardo
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#2 » mercoledì 11 maggio 2016, 23:18

Pubblico per primo la classifica (la trovate in fondo), così mi levo il peso. Ho trovato qualche titubanza nelle posizioni centrali, dalla sesta alla nona, ma alla fine ho dovuto decidere (qualche dubbio l'avevo pure sul secondo e terzo posto). Ho cercato di mantenere fede alla linea che unisce il pare sui contenuti e l'aderenza a Calvino: spero d'aver fatto il meglio possibile, ma probabilmente qualche errore l'avrò fatto. Mi preme sottolineare però che sarà stato fatto sempre in buonafede e mi spiace se posso aver ferito la sensibilità e l'amor proprio di qualcuno: in fondo, però, è solo un gioco.
Buona continuazione di gara! E grazie a coloro che hanno apprezzato il mio testo!


Cara Angela,
mi accosto a questo tuo racconto, che tu dici ispirato soprattutto a Le città invisibili e alle Fiabe italiane, con la consapevolezza della mia ignoranza dello stile di Calvino: anzi, degli stili, poiché in effetti egli seppe nei decenni mutare stile e adattarlo ai testi e alle situazioni descritte, come dimostra magistralmente in Se una notte d'inverno un viaggiatore. Di lui ho letto la sola Trilogia dei nostri antenati, consigliataci dai moderatori, le Lezioni americane, Marcovaldo e, appunto, Se una notte d'inverno un viaggiatore. Dunque mi scuserai se giudicherò il tuo lavoro da queste basi insufficienti.
Ciò che hai scritto non mi convince: la storia è buona, anche se non originale, dà l'idea di cose già sentite, ma in fondo ciò non è necessariamente un male. Sembra la più classica delle favole per bambini, con richiami meravigliosi e una morale, ma non mi pare coerente né con i temi né con lo stile di Calvino, e un po' povera – specie nei primi capoversi – dal punto di vista della scelta lessicale.
Ti segnalo un errore di concordanza: “Al centro della città c’era una stella [...] e un cavallo alato gli faceva la guardia”.
Inoltre, è incoerente che la città di lapislazzuli abbia templi e strade “rivestite [avresti dovuto scrivere “rivestiti”, poiché è retto anche da “templi”] di pietre dai mille colori”, dal momento che i lapislazzuli sono blu.

Cara Ambra,
ci sono nel tuo testo chiari riferimenti a temi cari a Calvino e qualche passaggio che ne riflette lo stile. Leggo nei commenti precedenti che il centro del tuo racconto voleva essere il rapporto con gli antenati: mi spiace, ma non è un contenuto che emerge immediatamente. Anch'io, come Jacopo, sono stato indotto a cercare il “segreto” di cui nel titolo nella relazione tra l'organo e la marchesina Petronilla: è quanto lasci intendere nel terzo (e anche nel quarto e nel quinto) paragrafo, forse il migliore del racconto, delicato, preciso, pulito. Dopo di che, introducendo il barone Commodore, la storia svia su tutt'altro binario. Mi è piaciuta anche la descrizione di Commodore e pure il finale. Resta però una domanda: ma qual è 'sto segreto? E poi, il barone aveva deciso di chiedere in sposa nonna Berta prima ancora di sentirne la voce e di vederla? C'è inoltre troppo squilibrio tra Commodore, che è un personaggio antropomorfo, e nonna Berta, che è invece un pezzo di mobilio; l'attributo di “nonna” fa pensare a qualcosa di antico, mentre ce la rappresenti come in età da marito, coetanea di un computer. Purtroppo, benché ci siano delle trovate assai carine, il racconto non mi convince appieno. Anche l'adesione a Calvino è piuttosto rapsodica.
Ultimi appunti: “decade” in italiano è un periodo di dieci giorni, non di dieci anni; il termine “sfilza” mi sembra poco appropriato per il contesto.


Caro Maurizio,
la storia che hai scritto, lo dico subito, mi è piaciuta, sia nel contenuto che nella forma, anche se non sono sicuro della sua aderenza a quella di Calvino. Mi piace sopratutto l'inizio e trovo anche che nella prima parte, probabilmente quando sorvegliavi maggiormente la penna, tu abbia rispettato di più il periodare di Calvino: mi pare che te ne allontani e poi addirittura congedi definitivamente a partire da “Non che fossi solo nelle mie incursioni al grengiotto di Oreste “Qua e Là”. I bambini parlano e le storie viaggiano”. L'uso eccessivo di termini che immagino dialettali non mi pare si confaccia ai compiti assegnati. A tratti ho avuto l'impressione che ti fossi ispirato più a Pavese che a Calvino (davvero, ci sono dei richiami…).
Nel complesso una buona prova.


Cara Alessandra,
confesso d'essere molto in difficoltà nel valutare il tuo racconto non avendo mai letto le Fiabe italiane: per la mia limitata esperienza dei testi di Calvino, il tuo mi pare assai lontano dal suo stile. Soprattutto non capisco il senso di questo tuo esperimento di rivisitazione del mito di Persefone: non si tratta né di una riproposizione letteraria (sullo stile di Storia della storia del mondo, per intenderci), né di una sua attualizzazione, né di una parodia e neppure di un uso a fini pedagogici, non ne trai alcuna morale per l'oggi. Semplicemente hai riscritto la storia in forma di fiaba per bambini, cambiando il carattere di alcuni personaggi. Non capisco il perché, non mi pare che tu apporti nulla di più, anzi, probabilmente svilisci un mito molto noto. Avanzo tuttavia queste considerazioni premettendo la mia ignoranza dei testi cui fai riferimento. Forse sarebbe stato meglio se ci fossimo tutti attenuti alla Trilogia, giacché non si può pretendere che tutti conoscano l'opera omnia di Calvino.


Caro Fernando,
il tuo è un racconto molto bello, tra i miei preferiti di quest'edizione. Non ho letto Le città invisibili, vado dunque “a naso”, ma mi pare che il tu periodare ricalchi in maniera assai somigliante e verosimile quello di Calvino, con i suoi ritmi, le sue pause, la scelta calibrata dei termini (assai più nelle parti di raccordo che non nel racconto di Marco Polo). Hai dato corpo alle parole e questo mi suona molto calviniano. L'idea di queste città “intangibili” e irraggiungibili, mi pare molto azzeccata e acuta. Con Jacopo, tuttavia, anch'io giudico Nidata eccessivamente astratta, solo pensata e non descritta; anche, banalmente, lo spazio che le dedichi è troppo inferiore a quello che riservi a Derina.
Ti segnalo un unico errore: “fin oltre” va senza apostrofo.

Caro Michele,
lo sai che il tuo racconto mi è piaciuto? È un tipo di satira che apprezzo e trovo tu l'abbia presentata con garbo, ironia e anche una certa cura stilistica; il cosiddetto “infodump” che altri ti criticano a me non dà fastidio, anzi, in genere leggo volentieri libri ricchi di informazioni (sono ad esempio buon lettore di autobiografie); nel caso del tuo racconto, per altro, mi pare che i dialoghi non siano affatto pesanti, se non in maniera assai limitata. Rimane, ovviamente, il problema del confronto con Calvino: non lo conosco a sufficienza, ma mi sento di poter dire che un tema del genere lui forse non l'avrebbe affrontato, non in questo modo, perlomeno. Anche lo stile, per forza di cose, non è quello della Trilogia e non saprei a quale altra delle opere di Calvino accostarlo: purtroppo non posso non tenerne conto, nonostante le ultime indicazioni dei moderatori, per coerenza alla linea che finora mi sono dato e per rispetto a coloro che ho già valutato.

Cara Sara,
sono in difficoltà nel valutarti: la sensazione che predomina in me è quella di un'occasione e un talento sprecati. La narrazione è pulita, ben studiata, ricca nel lessico, equilibrata nella sintassi; a dire il vero non saprei dire quanto aderente allo stile di Calvino, di cui m'è parso di sentire l'eco in alcune circostanze, ma che nel complesso non mi sembra troppo presente. Mi sentirei perciò di premiarti. D'altro canto non capisco il perché di questa rilettura della Turandot: ti sei limitata a un racconto pedissequo del libretto, senza aggiungere nulla di sostanziale, a parte, ovviamente, le tue qualità d'autrice e la prospettiva dell'io narrante. I temi cui fai riferimento nel commento, francamente, non li vedo presenti, né nel tuo racconto né soprattutto nella Trilogia, cui pure affermi d'esserti ispirata. Sono sicuro che, come in altre occasioni hai ben dimostrato, saresti stata capace d'inventarti qualcosa di più accattivante.


Caro Jacopo,
poco da dire, il racconto è d'ottima fattura, pressoché senza sbavature, vicinissimo nel ritmo, nel lessico, nella struttura alla lingua di Calvino nella Trilogia. Ho molto apprezzato il voler inserire nella storia una lettura filosofica, applicata genialmente al vivere del marchese solo su “valori discreti”, una lettura positivistica e al tempo stesso umanistica che, per quel poco che ho capito, appartiene alla visione del mondo e della letteratura di Calvino. Fulminante la parafrasi a "Il cavaliere inesistente" quando il marchese invecchia! Un vero colpo di fioretto.
Mi permetto solo di dire però che la reinterpretazione dell'adagio “il mondo è fatto a scale” secondo la teoria quantistica, rischia di sviare un po' il lettore, abituato a leggere quella frase con un altro significato. Sempre volendo a tutti i costi trovare delle pecche (è una faticaccia...), a una lunga introduzione (molto incisiva, fin dall'attacco, e assai sostenuta nel ritmo), segue troppo velocemente lo svolgersi dei fatti, però in diecimila battute, è vero, è difficile far diversamente. Un'altra cosa: mi pare manchi, al di là del richiamo alla “maledizione di Petruna”, un evento scatenante la “reazione” del marchese: forse sarebbe stato utile spiegare come mai, all'improvviso, egli inizi a vivere senza sfumature. Ma queste mie sono solo minuzie che cerco per riempire seicento caratteri che non possono essere solo di lode. Ben fatta.


Cara Veronica,
anche nel caso del tuo testo, sono costretto a commentare senza disporre del paragone con le Fiabe italiane, che purtroppo non ho letto; ho letto invece la Trilogia degli antenati e, per quel che me ne risulta, la tua Rosaspina ne è parecchio lontana, sia per i contenuti che per lo stile. Anche come fiaba, a dire il vero, lascia un po' a desiderare per via di quel finale tanto violento quanto ingiustificato, se crediamo che le fiabe debbano avere una morale. In sole diecimila battute si svolgono molte azioni, tutte ovviamente assai veloci: ciò ti porta inevitabilmente a sfoltire gli aggettivi, gli avverbi, gli elenchi che caratterizzano lo stile narrativo di Calvino nella Trilogia, per arrivare a un finale che, oltre che sbrigativo, è anche poco credibile. L'intera corte cade addormentata per la sbronza, ma si risveglia d'incanto unanimemente alla morte di Beltrando... Un dettaglio: dici che Beltrando era nero, un particolare rilevante, ma poi sottolinei che Rosaspina lo riconosce nei panni di Usbergo anche se s'era tagliato i baffi e non, come sarebbe più logico, dal colore della pelle! L'avversativa “nerastro di pelle e con dei gran baffi, ma molto elegante” è ingiustificata; come poi ha notato anche Fernando, non si capisce l'accentuazione dei caratteri fisici della principessa, che nella storia non hanno alcun peso.


Cara Simonetta,
trovo che il tuo racconto parta assai bene, anzi l'incipit è senz'altro uno dei migliori di quest'edizione. Trovo assai gradevoli e piuttosto aderenti alla Trilogia anche i primi capoversi, nella scelta dei termini, nel ritmo, nei periodi. Man mano però che si procede la lettura, questa la mia impressione, è come se avessi perso il controllo del tuo testo, e le frasi si fanno involute, innaturali, in più di qualche occasione scrivi addirittura in rima (non so se consapevolmente o senza avvedertene) e ciò alla lunga rende il tutto un po' stucchevole. Direi che il testo mi è piaciuto, e non poco, fino a “Quel dì era molto freddo...”.

Cara Chiara,
il tuo è l'ultimo racconto che commento, ma anche uno di quelli che mi è piaciuto di più. Si nota lo sforzo d'emulare le atmosfere della Trilogia, sia nella definizione dei personaggi e delle situazioni che dello stile. Quest'ultimo non sempre si mantiene all'altezza e in qualche passaggio pare un po' caricaturale; quanto ai contenuti, la trama è quella di una favola con la morale, piuttosto che una satira positivistica dei tempi moderni come mi sembra intenda fare Calvino. Dico però che il risultato è più che buono e che alcune immagini, che hai volutamente esagerato, mi hanno davvero ricordato alcuni passaggi calviniani.
Consentimi però di notare un'incongruenza: se il ponte levatoio ha un suono che ricorda un carillon, ciò immagino sia perché esso si sta abbassando; e però poi dici che il portone era chiuso.
Ultima nota: penso che con “setoso” tu intenda “fatto di seta” (in caso del tessuto esso non sarebbe fatto di seta, ma seta tout court) o “della consistenza della seta”; io però direi piuttosto “serico”, “setoso”, come primo significato vuol dire “coperto di setole” (mi ricorda l'uso di “decade” per “decennio”, ma spero tu sia meno suscettibile di Ambra nell'accogliere il commento).
Comunque, al netto di questi appunti, il mio giudizio è ampiamente favorevole, sia chiaro.

Classifica
1 Il marchese quantistico - Jacopo Berti
2 Le città intangibili - Fernando Nappo
3 La principessa evanescente - Chiara Rufino
4 Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino
5 Il segreto di nonna Berta – Ambra Stancampiano
6 Il ciambellone invernale - Simonetta Papi
7 L'imperatrice di ghiaccio – Sara Tirabassi
8 Una tradizione in evoluzione - Michele Botton
9 Lo specchio di Isidoro – Angela Catalini
10 Persefone e la maledizione del melograno – Alessandra Corrà
11 Rosaspina ovvero la persecuzione – Veronica Cani

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Jacopo Berti
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#3 » giovedì 12 maggio 2016, 13:15

Ecco la mia classifica: non è stato facile stilarla. Mi sono ritrovato, senza averlo deciso consapevolmente, più pignolo del solito.
Dico subito che i primi tre sono una spanna al di sopra dei successivi, ma piuttosto vicini tra loro, in quanto complessivamente di qualità buona/ottima, ma per motivi eterogenei. Alla fine ho dato un giudizio che tenesse conto dello spirito del contest come lo vorrei (e come vorrei che fossero anche i prossimi) e delle consegne così come le ho percepite.
Segue la prova di Ambra, che hai i suoi difetti, ma è l'unica altra, secondo me, decisamente positiva nei tre ambiti su cui ho cercato di basare la mia valutazione: 1) contenuti+stile "a prescindere"; 2) contenuti + stile calviniani; 3) spirito del concorso+rispetto delle consegne.
A seguire, buoni racconti che hanno travisato un po', sempre secondo me, lo spirito del Camaleonte; racconti positivi ma appena appena su più fronti; racconti non positivi o che hanno del tutto travisato le consegne.

1) Il generale meccanico, di Andrea Dessardo
Complimenti, Andrea, direi che hai fatto un bel lavoro.
La trama è quantitativamente adeguata, nel senso che i fatti narrati - sebbene si possa intuire che hai fatto qualche taglio nella seconda parte - non sono né troppo né troppo poco per i due "limiti" di questo contest: 10000 caratteri e lo stile calviniano, generoso di aggettivi, di sostantivi e quant'altro. L'introduzione, coi due caratteri forti e antitetici mi piace molto: sono ben delineati ed entrambi parlano da sé e nonostante non siano realistici, sono del tutto credibili grazie al tono fiabesco. L'idea dei balocchi abbandonati nella foresta funziona, ed è gustoso leggere dei contadini spaventati di fronte al fantastico e al perturbante, mentre noi sappiamo esattamente cosa succede: la chiave di questa seconda parte è la complicità tra narratore e lettore. Questa beffa ai danni dei superstiziosi e dei creduloni centra in pieno lo spirito "illuministico" del Calvino della trilogia degli Antenati. La figura dell'istitutore è abbastanza convincente, e il suo interloquire col lettore è appropriato. La chiusa non mi soddisfa molto. Non che dovessi farne a meno, anzi, la cornice è quasi obbligatoria, ma il volo sulla mongolfiera, citazione del Barone Rampante, non mi pare così a tema.
Lo stile è mimetico al punto giusto: mi piacciono gli elenchi, la sovrabbondanza di aggettivi, i nomi 'parlanti' che hai scelto per alcuni personaggi (Prospera e Baruffo), i dettagli ecc. Riguardo agli elenchi, ti faccio un'osservazione, e sarò contento se mi smentirai: mi pare che Calvino, quando elenca, utilizzi cose molto diverse, visualizzabili immediatamente come distinte. Qui, in certi casi, come in "spade, daghe, sciabole e scimitarre", o in "scimmie addomesticate, scimpanzé, oranghi, bertucce" i punti dell'elenco sono davvero troppo simili. Non che non sappia quale siano le differenze, ma c'è poca 'variatio'. Questo comunque è un appunto minore.
Il testo non ha la stessa agilità, o "leggerezza" per usare un termine delle Lezioni, di Calvino, ma è una discreta approssimazione, che diventa buona perché ciò che manca in leggerezza mi pare compensato dalla focalizzazione di Ambrogio che immagino un po' pignolo e pedante.
Complessivamente, direi che si tratta di una prova più che buona. Bravo!

2) Il ciambellone invernale, di Simonetta Papi
Ciao Simonetta, piacere di leggerti!
Non posso che iniziare facendoti i complimenti per questo racconto, ad ora l'unico che, durante la lettura, mi ha fatto dimenticare che dovevo badare anche alla conformità dello stile a quello di Calvino!
È una vicenda semplice e umana, di spensieratezza, miseria e carità, "ben piantata" in un contesto storico e geografico (la liguria del Nostro) con un ritmo ottimo e una grande capacità di affabulazione e di divagazione. Il narratore interno è un ragazzino, e riesci a trasmetterne la giovinezza, l'ansia di raccontare, di dire, di aggiungere alle sue frasi il necessario e il superfluo. Già tutto questo è molto calviniano ;)
Anche lo stile mi ha convinto, salvo alcune frasi davvero troppo lunghe, in cui il filo si perde tra coordinate e subordinate e che bisogna rileggere. Ne ho viste così due o tre, ma anche una soltanto è un peccato, se spezza un testo così bello. Direi che è l'unica nota negativa del racconto in sé.
Alcuni periodi o dialoghi, come contenuti e stile e suono sono davvero belli:
Sissi Kardec ha scritto:La stessa cosa pensavo io, Carlino Carrandino, figlio del visconte di Carrandino, ancorché ogni domenica mattina mia madre mi chiudeva il bottone alto sul bavero del cappotto di lana cotta grigio topo...
Sissi Kardec ha scritto:Che cosa volete voi? - chiesi a quel ben poco usuale figuro.
Che siete sordo vossignoria? Il pedaggio, - ripetè.
E quanti denari sono e perché? - chiesi sapendo di non aver con me niente tranne le tanche vuote del mio cappotto.
Perchè lo dico io e denaro non è, - rispose quello.
Davvero belle, brava!
Quanto alla mimesi di Calvino, c'è abbastanza. Vi leggo lo spirito e alcuni aspetti della prosa, ma complessivamente non riesco a pensarlo come qualcosa scritto da lui.
Il racconto in se è ottimo, il migliore di quelli che ho letto. L'aderenza allo stile di C. mi pare buona, anche se qualcuno mi pare abbia fatto un po' meglio. Sei certamente sul podio, non so esattamente dove.

3) Le città intangibili, di Fernando Nappo
Ciao Fernando, piacere di leggerti!
Commento a margine: come rilevavo in uno dei post di discussione, Calvino non ha uno stile, ma tanti stili, a seconda del periodo e di ciò che vuole dire e fare. Le Città Invisibili è ritenuto da molti tra i migliori libri di Calvino e se per la sua intera opera e soprattutto con "Se una notte d'inverno un viaggiatore" Calvino ha sfiorato il Nobel, con le Città Invisibili è arrivato in finale al premio Nebula, uno dei due maggiori riconoscimenti per la letteratura fantascientifica.
Anche io ho avuto la tentazione di ispirarmi alle Città oppure alle Cosmicomiche, sia perché sono i miei due testi calviniani preferiti sia perché la lunghezza era adeguata al contest. Alla fine non l'ho fatto perché mi sembrava di non rispettare appieno quanto richiesto. Fatta questa premessa, non intendo assolutamente penalizzare la tua scelta e il tuo coraggio, quanto piuttosto invitare chi ha organizzato a rispettare la lezione calviniana dell'Esattezza, definendo meglio le consegne, la prossima volta.
Dunque, il testo mi ha convinto quasi del tutto. Il dialogo col Khan è semplice e profondo: si percepisce quel sottotesto di intesa, di curiosità e di rispetto che è il filo conduttore delle parti dialogiche nel testo di Calvino. O forse non si leggerebbe avendo solo il tuo testo a disposizione, ma quel che è certo è che ciò che C. ha impostato tu non lo rovini: insomma, è quasi credibile come ipotetica continuazione dell'opera calviniana. E "quasi credibile" fidati che è un complimentone. Né manca, sempre nel dialogo, la parte didascalica: entrambi vogliono, in qualche modo imparare e insegnare qualcosa all'altro. Ultimo punto: i piccoli gesti apparentemente inutili, come le righe sulla pipa o sul ventaglio, o il congedo alla fine, che sono opportuni e riuscitissimi, aiutano a percepire il tempo dei silenzi di Calvino. (Consentimi di citare aneddoto: "Una volta Jorge Luis Borges ormai cieco, avvertito della presenza di Calvino durante un incontro con alcuni amici a Siviglia rispose: «L'ho riconosciuto dal silenzio»"). Alcune parti mi sembrano uscire dal tono di Calvino ("Mi è stata descritta da un’anziana donna, incontrata in una fumeria d’oppio. Ho fatto alla vecchia la stessa obiezione, e lei ha risposto dicendomi che " - ma la ripetizione è geniale) ma insomma, a parte qualche lieve sbavatura la "cornice" è praticamente perfetta.
Veniamo alle città. Derina mi ha convinto del tutto, bravo. Riesce ad essere individuale e "astratta", ma ad avere una struttura concreta: ci sono piani, mura, oggetti: tutti ipotetici, ma presenti, visualizzabili. Poi l'idea delle passioni e degli intenti abbandonati tocca nel profondo.
Nidata invece l'ho trovata meno riuscita. Non ci sono elementi concreti, è solo astratta. Hai giocato sull'indicibilità, certo, ma secondo me la componente di "visibilità", altra lezione calviniana, deve essere presente in tutte le città invisibili (gran paradosso del romanzo) e in questo senso Nidata mi pare molto carente, è solo concetto. Caratteri non ti mancavano, e sono abbastanza convinto di cosa avrei fatto: avrei inserito una concretezza "in negativo", formulando ipotesi del tipo "Là dove per qualcuno c'è un muro di pietre a secco ormai crollato, forse altri vedono una fortificazione inespugnabile. E chissà che dietro l'angolo di marmo dalle striature serpentine, qualcuno non abbia la sua fragile catapecchia di latta..." e cose del genere. Insomma, anche Nidata mi dice qualcosa di personale e interessante, ma quanto sopra la rende meno interessante. Spero di essermi spiegato.
Il giudizio complessivo è buono o forse qualcosa di più. Bravo!

4) Il segreto di nonna Berta, di Ambra Stancampiano
Ciao Ambra, piacere di leggerti.
Il tuo è un racconto surreale, vicino al fantastico ottocentesco, con una sfumatura di quel "perturbante" (unheimlich) in stile Hoffmann/L'uomo della sabbia. Ma sei riuscita a dargli, quanto al contenuto, quella leggerezza, quel modo d'essere scanzonato, che è tipico di Calvino. La lettura è piacevole, con solo alcuni tratti faticosi, ma l'impressione complessiva, per quanto positiva, è che il racconto manchi di coesione. Il tema sembra cambiare tra la prima e la seconda parte: all'inizio si parla del rapporto tra la Marchesina e Nonna Berta, ma poi questo rapporto non porta a nulla, il centro della storia cambia e il Barone del Pixel diventa protagonista. Forse mi sono perso qualcosa, perché il finale mi diverte, ma non soddisfa la mia curiosità sul "segreto di nonna Berta", che immaginavo fosse qualcosa tra l'organo e la ragazzina.
Lo stile mi sembra altalenante. In alcuni casi mi sembra una buona imitazione di Calvino o perlomeno una rielaborazione verosimile. Il passo più convincente mi pare quello che va da: "La sua sala preferita è quella in cui fa bella mostra di sé nonna Berta..." a "...girando il rullo solo di mezzo o un quarto di giro, a seconda della risposta che immaginava". Precisione descrittiva, ricchezza di termini appropriati, atmosfera da "realismo magico", che suggerisce che qualcosa di fuori dall'ordinario s'insinuerà nella quotidianità della dimora del marchese.
In altri casi mi pare poco centrato: è il caso del paragrafo dopo l'incipit: da "Potrà sembrarvi" a "cinque decadi". E' vero che in Calvino il narratore interpella il lettore, ma questo passo mi pare distante dallo stile calviniano. Qui c'è anche un susseguirsi dei tempi poco convincente.
Per ora ti dico che secondo me sta tra il discreto e il buono, però lo rileggerò ancora una volta, perché è l'unico racconto fino ad ora che non ho trovato agevole valutare.

5) Persefone e la maledizione del melograno, di Alessandra Corra
Ciao Alessandra, piacere di leggerti.
Il tuo racconto mi ha complessivamente convinto, anche se farò la stessa osservazione a te e a Sara: è vero che questo è un contest imitativo e che quindi uno può pensare di prendere una storia preesistente e riscriverla nello stile di Calvino. Capisco l'intenzione alla base: utilizzare una storia nota proprio per concentrarsi sullo stile, considerando il contenuto una distrazione da un lavoro sulla forma. Capisco ma non condivido: secondo me si tratta di "scrivere alla maniera di", quindi immaginare anche un contenuto probabile per quell'autore. Ma qui viene il difficile: perché in effetti Calvino in alcune delle sue fiabe ha preso - perché la tradizione popolare ha a sua volta preso - figure o idee dalla mitologia classica. Citi giustamente "Occhio-in-fronte" che rimanda a Polifemo e sostituisce Ulisse con un frate. Ma ci sono anche altri esempi nelle fiabe.
Mi viene in mente anche un altro episodio, certo molto meno noto delle fiabe, ma non meno inerente al tuo lavoro. Si tratta del racconto "L'altra Euridice", tra le ultime Cosmicomiche, vera e propria rivisitazione del mito di Orfeo e Euridice, ma dal punto di vista delle ragioni degli inferi.
Dunque, la tua narrazione in questo mi pare legittima. La trasposizione medievaleggiante del mito della nascita della primavera è calviniana, vicino al Calvino delle fiabe. Avrei preferito un lavoro d'invenzione, perché ho come l'impressione che tu ti sia semplificata il lavoro. Ma avevi il diritto di farlo.
Quanto allo stile, l'imitazione del Calvino delle fiabe mi pare esserci. Non sembra di leggere Italo, ma sai cosa? anche in alcune fiabe in cui ha voluto rispettare alcuni tratti salienti di come erano in origine, non sembra di leggere Italo. E credo che questo sia un punto importante nel valutare i testi di chi si è ispirato alle fiabe.
Complessivamente lo trovo un buon lavoro, che starà nella prima metà della classifica.

6) L'imperatrice di ghiaccio, di Sara Tirabassi
Ciao Sara, piacere di leggerti.
Il tuo racconto mi è piaciuto molto. Se dovessi valutare in generale "il racconto meglio scritto" il tuo e quello di Simonetta sarebbero testa a testa per la prima posizione.Scusa se copincollo quasi pari pari, ma quanto ho detto ad Alessandra secondo me vale anche per te: è vero che questo è un contest imitativo e che quindi uno può pensare di prendere una storia preesistente e riscriverla nello stile di Calvino. Capisco l'intenzione alla base: utilizzare una storia nota proprio per concentrarsi sullo stile, considerando il contenuto una distrazione da un lavoro sulla forma. Capisco ma non condivido: secondo me si tratta di "scrivere alla maniera di", fare un racconto "à la Calvino", quindi immaginare anche un contenuto probabile per la capacità di invenzione di tale autore.E, come ho detto a lei, mi sembra che tu abbia voluto semplificarti un po' il lavoro prendendo una storia preconfezionata. E il lavoro ti è riuscito bene, ma non ne approvo la politica. Come faccio a valutare se la tua storia è bella e interessante e se funziona? Certo che funziona, è la Turandot!La prospettiva e gli accorgimenti adottati mi piacciono, ma credo che siano di poco conto rispetto a contenuti comunque “non tuoi”.Il lavoro di scrittura si vede che è curato e pregevole e vi noto in diversi aspetti lo spirito di Calvino: ad esempio nel modo leggero di trattare la violenza (come all'inizio del Visconte dimezzato), nella velocità dei dialoghi, in brani come questo, che trovo in sintonia cogli Antenati: "Dietro di noi veniva il boia con la sua spada che sempre affilava e arrotava, e sguainava e inguainava. La folla se ne stava buona, ché già ci vedeva il suo di sangue, su quella lama. A un certo punto in tutto quello spingi-mormora-sospira, un vecchio andò per terra e la sua schiava prese a strillare con una vocetta acuta, che mamma mia".
Ma avresti potuto far meglio, quanto allo stile: mi pare che tu non abbia voluto utilizzare quello di Calvino, ma migliorare il tuo attraverso un osmosi, in questo testo, con quello di Italo. Anche io ho pensato che questo può essere uno degli scopi del Camaleonte e mi sono detto: dopo questa prova, potrò migliorare alcuni aspetti della mia scrittura grazie a nuovi strumenti nella mia cassetta degli attrezzi, strumenti presi da Calvino (facciamo finta che non ne avessi presi parecchi già prima). Ma, appunto, dopo. Qui ho interpretato le consegne in modo molto "stretto".
Con questo tuo bel racconto "tra i piedi", ora è più difficile fare la classifica :P

7) Una tradizione in evoluzione, di Michele Botton
Ciao Michele, piacere di leggerti.
Visto che hai iniziato con una citazione di Calvino, mi permetto di fartene due, che mi sembrano molto inerenti al tuo testo: "Non potrei vivere senza una donna al mio fianco. Sono solo un pezzo d'un essere bicefalo e bisessuato, che è il vero organismo biologico e pensante" (da un'intervista). Da consulente della casa editrice Einaudi, richiestagli l'opinione su un romanzo erotico che sembrava particolarmente piccante, risponde "Trovo molto più audace l'amore di un uomo e di un cucchiaio" (riferito da Franco Lucentini, in un'altra intervista).
Anche il tuo testo è molto audace, principalmente per queste ragioni:
1) Perché i testi calviniani ambientati nel futuro si contano sulle dita di una mano.
2) Perché il tuo racconto presta il fianco a critiche dal punto di vista della politically correctness.
Entrambe le ragioni sono comprensibili e per qualche aspetto condivisibili, ma per quanto mi riguarda non saranno affatto discriminanti.
Contenuti: la tesi centrale rientra in quella che in genere viene chiamata "fallacia del piano inclinato" o slippery slope, la "pietra sul terreno discesa" come dici nel tuo testo per altri motivi (o forse proprio come lettura del tuo stesso lavoro). In pratica, l'idea del tuo racconto, ovvero che le unioni omosessuali porterebbero al cosiddetto poliamore, poi alla zoofilia e alle unioni riconosciute cogli oggetti, sembra avere quel tono tra il profetico e il trombone che è uno dei caratteri che abbassano di molto la qualità delle estrapolazioni futuristiche tipiche della fantascienza. Ma il pericolo lo scansa abbastanza bene: ovvero, visto che abbiamo già deputati e senatori (per quanto oggetto di quasi generalizzata derisione) che propongono il riconoscimento della poligamia e della zoofilia, pur essendo io favorevole alle unioni omosessuali, credo che la tua ipotesi futurologica non sia meno assurda di altre che non hanno evidentemente pretesa di scientificità o dimostrabilità. In buona parte del racconto la cosa è presentata con ironia e con leggerezza. Il personaggio del bambino che si pone domande è tipico di Calvino, anzi è una delle "lenti" preferite dalle quali l'autore descrive il mondo nel primo periodo della sua attività letteraria (basti pensare al Pin del Sentiero dei nidi di ragno e al narratore bambino del Visconte). Però la tematica affrontata non è delle più calviniane, e questo pesa di più dell'ambientazione futuristica nel distanziare il tuo testo da quelli di Calvino.
Quanto allo stile: all'inizio mi hai sorpreso positivamente! Appena ho visto l'ambientazione e il tema ho storto il naso, ma poi, fino ad un certo punto, ho trovato lo stile perfettamente adatto. I dettagli, la concretezza dei corpi e delle espressioni, il dialogo spezzato. Insomma, bravo!
Fino a che non inizia (pian piano, con frasi via via più articolate) la lunga spiegazione della madre, l'infodump, insomma. Le interruzioni del bambino non valgono a renderla tanto meno noiosa, né il fatto che sia una professoressa riesce a rendere credibile il fatto che scenda, in questa situazione, in particolari. La cosa per fortuna non è continua, si alleggerisce in alcuni punti, specialmente nelle ultime 10 righe.
Se si eccettuano le lunghe battute della madre di cui ho già detto, complessivamente la mimesi di Calvino è più nello stile che nel contenuto, e questo è un elemento che gioca a tuo favore, dal mio punto di vista: gli altri che hanno imitato a metà hanno preso i contenuti e mancato lo stile.
Globalmente una prova positiva, secondo me, pur con diverse riserve.

8) Oreste "Qua e Là", di Maurizio Bertino
Ciao Maurizio, piacere di leggerti.
Il tuo racconto è molto calviniano nei contenuti: l'attenzione per la tecnologia, l'estrapolazione scientifica e tecnologica, a volte anche fantascientifica, fanno parte della letteratura calviniana. In uno dei suoi saggi - ne sono sicuro, ma non ho voglia di andare a cercare la citazione - Calvino dice che tutta la letteratura ha tra i punti centrali il rapporto tra l'uomo e le sue macchine. Il tuo Oreste, nel costruire forche e patiboli, è una rivisitazione del carpentiere del Visconte dimezzato: ha la stessa anima divisa e tormentata e sotto sotto affronta anche lui, che mette assieme cose non funzionanti, il dilemma di Pietrochiodo: "E al carpentiere veniva il dubbio che costruir macchine buone fosse al di là delle possibilità umane, mentre le sole che veramente potessero funzionare con praticità ed esattezza fossero i patiboli e i tormenti". Il tema delle macchine e della tecnologia, C. lo affronta specialmente nelle Cosmicomiche: se non le hai lette, te le consiglio caldamente, se ti interessa ti dico anche quali.
Divertente e molto calviniana è la risposta dei bambini alle tecnologie che non sono in grado di immaginare: le riconducono a ciò che sanno e sperimentano, o vorrebbero sperimentare. Questa è molto azzeccata: "Cioè li mangia e li lava quando sono nella sua pancia? – Chiedeva il figlio del Mignulin, che tendeva a spiegarsi il mondo attraverso la pancia e il cibo che, magro com’era, probabilmente poco ne vedeva e tanto ne immaginava". I bambini sono ben descritti, ben caratterizzati. Li vedo un po' come i monelli della combriccola da cui Pin si stacca nel "Sentiero dei nidi di ragno".
Il "qua e là" è una buona idea: ora che ci penso mi ricorda l'inizio de La spada nella roccia Disney, quando Merlino racconta a Semola di essere stato "secoli e secoli nel futuro" e gli mostra un trenino giocattolo a vapore.
Infine, al confine tra forma e contenuti, la patina dialettale: i nomi delle famiglie, qualche termine regionale. C'è un termine che forse è dialettale e sembra un neologismo, "grengiotto", di cui si può intuire il significato, ma resta in fondo un mistero (non lo trovo su google), e non è un problema perché l'ho immaginato come una delle invenzioni indefinibili di Oreste.
Veniamo alla forma e allo stile verie propri. Ecco, in questo senso, secondo me, l'esperimento non è riuscito. La sintassi è troppo pesante, troppo complessa, faticosa. Manca di immediatezza, "leggerezza e rapidità" - ormai uso le Lezioni americane come aiuto nella formulazione del giudizio - e gli accorgimenti mimetici corretti e puntuali che pure hai utilizzato si perdono in arzigogoli e giri di parole.
Prendi frasi come queste: "Così, un giorno, decisi di volerlo proprio conoscere e in tal modo feci e m’inerpicai su per gli abitati del monte fino a raggiungerlo e a quella visita ne seguirono altre e poi altre ancora". "Ho raccolto storie, tra il contado e tra quelli che, fin da sbarbati, erano soliti dividere il tempo con lui e mi pare d’avere da concludere che infanzia e prima età adulta fossero dall’Oreste vissute in totale normalità, che a rigor di logica è termine da poter opporre a quello di anomalia". Fai un uso spropositato di verbi servili e costruzioni complesse. "Decisi di volerlo proprio conoscere"; "mi pare d'avere da concludere": scusa se ho pensato di ritenere di dirti che sono proprio brutti. E ci sono altri casi.
Non mi pare sia tipico calviniano. O magari se c'è un caso, è isolato in un romanzo. Qui ne fai tratto distintivo.
Poi, chiaro, si può dire che il tratto non è tuo, ma del narratore: che c'è sempre un narratore interno ecc. ecc. Ma allora questo narratore con questo stile mi pare non sia una buona idea.
I dialoghi funzionano bene, mi pare. Ma l'attenzione sulla forma viene tutta attratta dalle "frasi mostro" di cui sopra.
Una valutazione buona sui contenuti, sufficiente sulla forma, non positiva sull'imitazione.

9) Lo specchio di Isidoro, di Angela Catalini
Ciao Angela,
come faceva notare Fernando, il tuo scritto è un "pastiche" tra fiaba e racconto, che secondo me funziona bene dal punto di vista della trama ed è invece poco convincente come stile. Del fatto che questo non sia calviniano non fai mistero, ma mi sento di aggiungere che anche come pezzo "cataliniano" non mi pare tra i tuoi migliori.
Spendo qualche parola di più. Contenuti: la storia non è originalissima, ma l'originalità certe volte è sopravvalutata e quindi direi che mi piace. Gli elementi potenzialmente incoerenti, come la sparizione dalla vicenda di Ondina, non mi disturbano, perché effettivamente quanto segue è interessante. Re, sirene, città di pietre preziose, campagne di conquista, oggetti magici ... ci sono tanti personaggi e situazioni delle fiabe. E la reiterazione o ridondanza di una parte del testo, che fonde elementi contenutistici e strutturali è tipica delle fiabe quando incontrano la sensibilità moderna. Mi spiego meglio: nella fiaba "classica" la ripetizione è lineare e con variazioni, come quando giustamente illustri i primi doni magici inviati dalle città e poi dici che il terzo non aveva niente da offrire. La fiaba contemporanea, si basa ancora di più, appunto, sul gioco di specchi e di scatole cinesi, per cui la ripetizione è concentrica. Da questo punto di vista hai fatto un buon lavoro e questa è forse la parte più calviniana del tuo scritto, che ricorda per alcuni aspetti Il castello dei destini incrociati, anche per il fatto che le cose vengono presentate in successione, come se componessi il tuo racconto mettendo una accanto all'altra delle immagini: "il re", "la sirena", "la città", "il vecchio", "lo specchio".
Il "sapore" di tutto questo mi ha ricordato il film "Il racconto dei racconti", che ho molto apprezzato (il libro invece non l'ho letto, non saprei dirtene nulla).
Veniamo allo stile. Non lo trovo calviniano, perché la tua semplicità (nello stile intendo: i contenuti hanno una profondità adatta) mi sembra più banalità che leggerezza e non trovo, in effetti, i tratti distintivi dello scrittore di questa edizione del Camaleonte. Ma mi sembra anche lontanuccio dal genere "fiaba" come linguaggio: è troppo cronachistico, specie nella prima parte. In alcune parti è un resoconto e non si prende quelle libertà che si prende la fiaba. Insomma lo stile che hai dato non mi sembra affatto all'altezza del contenuto, che mi piacerebbe davvero leggere in una forma più curata.

10) La principessa evanescente, di Chiara Rufino
Ciao Chiara,
non posso nascondere un certo timore nel commentarti, perché non vorrei ti indispettissi di fronte a qualche commento che ritieni inutile, stupido o inappropriato.
Anche io, mi spiace dirtelo, non sono sicuro di aver capito del tutto la vicenda. Vedo che riguarda le convenzioni sociali, il non essere disposti ad adeguarsi ad esse, il ruolo della donna nella società e, forse, nelle fiabe. Si tratta di una critica alle fiabe in cui la principessa è vista spesso come "oggetto" da conquistare da parte di un principe? E la tua Alice, piuttosto di diventare tale, si rifugia in un'attività manuale e preferisce "scomparire" come la nonna principessa rimasta nubile? Se sì, è una bella idea, una bella metafora in linea con le "doppie letture" calviniane. Ma mi sento come se avessi tirato a indovinare; non ne sono convinto: la vicenda e la sua interpretazione allegorica mi sembrano molto vaghe, e non è quella vaghezza misteriosa che può anche far piacere leggere. La chiamerei, piuttosto imprecisione.
La tua mi sembra una bella idea (sempre che io l'abbia capita) realizzata in fretta, senza la cura necessaria.
Veniamo allo stile. Ho visto diversi punti deboli, a partire da alcune parti in cui anche grammaticalmente stride: "La stoffa era setosa e Alice sentì in cuor suo che il lavoro stesse venendo bene, intervallato da lampi dove vedeva la sua mantella color cremisi": qui c'è il problema di sentire+conguntivo, che non mi pare grammaticale, né vedo motivi per scegliere un costrutto poco grammaticale. Inoltre anche dopo la virgola non si capisce bene cosa accada. Ma, ripeto, molte descrizioni non colgono effettivamente ciò che vuoi mostrare. Il rilievo che ha fatto Fernando sul ponte levatoio te lo faccio anch'io. Mi pare che ci sia l'intenzione di fare della porta del castello della nonna la "soglia" per il mondo fantastico. Ma, ancora, tutto questo mi arriva in modo molto indefinito.
Sono perplesso anche riguardo ai paragrafi: avresti potuto rendere più chiaro il tutto inserendo alcune linee vuote, specialmente prima e dopo il flashback. E se non è un flashback ti giuro che non capisco proprio cosa sia da "Che ne poteva sapere" a "pettegolezzi della sera prima".
Quanto all'imitazione di Calvino: direi che le parti in cui si avverte la sua penna (alcune ce ne sono) somigliano a un misto tra le fiabe e "Gli antenati". L'incipit e l'explicit sono da 'Barone rampante". La descrizione del castello (non male gli arazzi e altre piccole cose) sono anche vagamente da antenati. I dialoghi sono fiabeschi.
Il flashback non lo vedo per nulla conforme a Calvino, e anche altre parti mi lasciano la stessa impressione.
Complessivamente, una prova che mi convince poco.

11) Rosaspina ovvero la persecuzione, di Veronica Cani
Ciao Veronica,
Leggendo il tuo racconto, mi è parso buono e attinente allo stile di Calvino, ovvero di "uno dei tanti Calvino", quello delle fiabe.
Però devo dire che i rilievi di chi associa il tuo racconto a "L'assassino senza mano" mi sembrano molto fondati. Sono andato a rileggerlo. E' pur vero che gli stilemi delle fiabe si ripetono, ma qui hai preso davvero troppi spunti dalla fiaba in questione, tanto da adottare situazioni quasi identiche e frasi con poche variazioni. Parlo in particolare delle "trovate" più interessanti di Calvino (o della tradizione popolare da cui prende spunto): l'escamotage per sposare e portare via la donna, la spada che si pulisce nel cotone, l'arma nel fazzoletto. Mi trovo molto in difficoltà perché trovo tante somiglianze e non so se devo valutare te o Calvino.
Ovvero, dovrei verificare punto per punto cosa di quello che hai scritto va da un range compreso tra il "molto simile" al "pressoché identico", metterlo un attimo da parte e vedere cosa rimane e valutare quello. Non credo che questo modo di commentare sia nello spirito del contest; allo stesso modo il grado di imitazione a cui sei arrivata mi sembra un travisamento delle consegne.
Ultima modifica di Jacopo Berti il domenica 15 maggio 2016, 12:18, modificato 1 volta in totale.
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#4 » venerdì 13 maggio 2016, 14:59

Premessa: se avessi premiato con le prime posizioni solo i racconti che si ispirano ai testi che ho letto, Fernando Nappo sarebbe stato il primo della lista. Ma non sarebbe stato giusto verso chi, per esempio, si è ispirato ai testi di riferimento. Per questo motivo ho scelto di privilegiare altri elementi, cercando di calibrare i giudizi in merito al valore dei testi con un occhio a Calvino.
Il racconto di Ambra si è guadagnato la prima posizione perché è uno di quei rari testi che con il tempo non si dimenticano, perché contiene elementi originali e particolari combinati in modo da renderlo unico. Jacopo merita il secondo posto perché, essendo Calvino il suo autore di riferimento per la tesi, è riuscito a interpretarlo meglio, a questo va aggiunto il valore del suo racconto.
Segue Alessandra Corrà (una fiaba finalmente!), terzo posto più che meritato per la bravura e le indubbie capacità mimetiche dell’autrice. Zebratigrata avrebbe meritato una posizione migliore, ma ho preferito la fiaba di Simonetta Papi e anche il testo di Maurizio Bertino premiando l’originalità. Penso questa sia la migliore edizione da quando frequento Minuti Contati, è stato un privilegio partecipare così come lo è stato leggervi.
In bocca allo Smilodonte!


1) Il segreto di nonna Berta di Ambra Stancampiano

Non avendo letto il libro che ti ha ispirato il racconto (trilogia degli antenati), trovo difficile commentare il tuo brano, almeno per quanto riguarda l’aderenza a Calvino. Alla luce delle poche letture, posso dire che è senz’altro inquadrato nel periodo storico, che hai usato un linguaggio consono e adatto all’epoca, che hai rispettato alcuni parametri cari a Calvino. Purtroppo, non sono in grado di fare un’analisi critica approfondita e me ne scuso.

Pochi appunti:
recandosi in paese per telefonare a un'agenzia (il termine “agenzia” mi sembra poco calviniano).
le erano da poco cominciati i corsi (qui avrei preferito un’espressione differente)
si era stancata, si era rinchiusa (ripetizione)

Per quanto riguarda la trama, leggendo i vari commenti, non era chiaro neppure a me che il Marchese fosse alla ricerca dei propri antenati. Manca un accenno chiaro e diretto che renda questo passaggio immediatamente fruibile al lettore, perché è un informazione importante che inquadra meglio il personaggio principale. Invece la figlia è tratteggiata molto bene, così come il Barone di Pixel, che per inciso mi è piaciuto davvero tanto.
Calvino amava rappresentare il fantastico, usare la fantasia per rappresentare la realtà e penso che da questo punto di vista tu abbia centrato il suo pensiero e i suoi obiettivi. Particolare e indimenticabile la figura di nonna Berta che è l’unica a coronare un sogno, mentre tutti gli altri personaggi, pur non essendo meccanici, restano statici nella loro insoddisfazione.
Ho amato di più la seconda parte, più che altro perché la prima l’ho trovata lenta. Ben scritta, ma non così interessante come quella che segue l’arrivo del prodigioso Barone. Da quel momento in poi il racconto prende il volo e culmina nel finale che mi piace molto, però ho trovato accelerato.
Penso che questa sia in definitiva l’unica critica da fare al tuo testo: avrei alleggerito senz’altro la prima parte a vantaggio della seconda. A parte questa riflessione, il tuo è un ottimo lavoro, curato e senza sbavature. Il pregio è quello a cui ho accennato prima: hai costruito un personaggio unico, originale che funge da calamita per i lettori. Parlo di nonna Berta, naturalmente e anche un po’ del suo stravagante futuro consorte.
Brava.

2) Il marchese quantistico – Jacopo Berti
Sapevo che avrei avuto difficoltà a commentare il tuo testo, prima di tutto perché Calvino è il tuo autore (mentre io lo conosco appena), inoltre non ho letto la "trilogia degli antenati", quindi non posso azzardare commenti critici sensati.
Posso solo dire che la prima parte del testo è scritta veramente bene, ci sono alcune scene che trasmettono un'immagine netta, in particolare l'incipit e la fantastica espressione "gettò un guanto di sfida all'indirizzo di un aprile annebbiato e sonnolento" e anche la cena riccamente bandita con il marchese che sguaina l'arma per fare le porzioni. Sulla qualità della scrittura e dello stile, non ho nulla da eccepire.
Forse l'unica cosa che non ho gradito, è stata l'introduzione del narratore verso la metà del racconto o poco più avanti. Mi è sembrata un'entrata a tradimento, tanto è vero che pensavo fosse il tuo commento al testo (anche perché inizi dicendo: "Posso scrivere ancora qualcosa?".
Leggendo i commenti, ho capito che hai fatto uno specifico riferimento al testo dei Calvino, però, come anche tu hai fatto notare, un lavoro come questo in pochi caratteri ne risente. Forse avresti potuto ovviare introducendo il narratore nell'incipit, ma avrebbe perso quell'immediatezza che ho molto apprezzato.

Qualche altro appunto sporadico:

– Filippo s’è destato! – disse l’anziano maggiordomo da dietro i suoi occhi acquorei. – La maledizione di Petruna! – fece, mentre il cuore si fermava. – Che Dio ci aiuti!
Ci fosse stato qualcuno ad ascoltare! Tutti quanti invece correvano allarmati…

“Ci fosse stato qualcuno ad ascoltare!” mi sembra superfluo, anche perché ci mostri subito dopo la gente che corre allarmata ed è chiaro che nessuno sta lì ad ascoltare. Periodo eliminabile.

E in quel giorno d’aprile, di una di queste pieghe, del suo intero dominio
troppe ripetioni (d’aprile/di una/di queste)

impossibile tenere il passo, giacché il marchese sembrava non averne uno.

(Anche l’ultima precisazione è superflua. Quando dici che non riuscivano a tenere il passo, non serve aggiungere che il marchese sembrava non averne uno).

In conclusione penso sia il miglior testo che hai scritto fino ad ora; lo stile è ricercato e raffinato, perfettamente calato nell'epoca con descrizioni calzanti e personaggi ben tratteggiati. Mi spiace non poter fare raffronti specifici con Calvino, ma ritengo il tuo lavoro un omaggio al grande autore.
Bravo.

3) Persefone e la maledizione del melograno – Alessandra Corrà

1)Aderenza allo stile.
Ho scelto di inizare a commentare le fiabe perché mi sono piaciute tantissimo. Dopo quella di Veronica, anche la tua è una bella scoperta. Calvino si è ispirato a racconti popolari per scrivere le sue fiabe e quindi trovo calzante che tu ti sia ispirata a vicende e miti greci. Ho visto che hai usato tante definizioni e modalità di scrittura squisitamente calviniani che ho apprezzato. Inoltre, anche se si tratta di fiabe, Calvino pur restando nel mondo del fantastico, ha rappresentato attraverso allegorie le vicende umane, svelandone i lati più difficili. Anche nella tua fiaba (molto bella, tra l'altro), c'è un messaggio profondo ed è uno strumento di riflessione. Per quanto mi riguarda è spontanea e piacevole come lo sono le fiabe di Calvino. Una bella prova di scrittura.

2) Qualità della scrittura.
Molto buona. Penso che Calvino abbia aggiunto al tuo stile quel tocco in più rendendo la narrazione fluida e scorrevole.

3) Forma.
Secondo me hai scelto la forma migliore; la fiaba è coerente e il finale - niente affatto scontato - contiene un messaggio importante che fa riflettere.

4) Originalità.
Hai dimostrato di avere una grande fantasia, la fiaba è ricca di avvenimenti e gustosa.

5) Gusto personale.
Un ottimo lavoro, accurato, preciso e con una morale preziosa. Molto brava.

Un unico appunto:
La mamma della ragazza, Demetra, quella sera,
Prima il soggetto

4) Le città intangibili di Fernando Nappo

1)Aderenza allo stile.
Ho amato "Le città invisibili" di Calvino, che, tra l'altro, non conoscevo. Avevo addirittura pensato di proseguire la storia delle favolose città, ma poi ho desistito creando una specie di ibrido tra "le città invisibili" e le fiabe. Ma non divaghiamo. Attratta dal titolo (secondo me il migliore della tornata), ho iniziato a leggere il dialogo tra Marco Polo e il Kublai Kan pensando che fosse impossibile ricreare la stessa magia. Invece mi sono ricreduta. Soprattutto nelle parti in corsivo, quelle che ci mostrano i personaggi e le azioni, non ho visto grosse discrepanze con Calvino, ma una continuità piacevole e palpabile. Ho visto che nelle descrizioni delle città hai mantenuto la costante dei nomi (Calvino usa nomi di donna) e cosa ancora di più rimarchevole, sei riuscito a ricreare il contraddittorio di sensazioni proprie di Calvino dove ogni città è un caleidoscopio inafferrabile.
Pregevole la fantasia che hai usato per descriverle, l'uso del fantastico e dell'immaginazione che crea meraviglia. Ottima prova, sei stavo davvero bravo. Complimenti! Pochi appunti:

…e chi afferma di poterlo fare, o di averlo fatto, sta per certo mentendo

“sta per certo” non mi sembra una definizione calviniana.

…di Nidata dove uno e uno solo può vivere. Ognuno a Nidata è ciò che davvero è, e non ciò che rappresenta agli occhi degli altri. A Nidata ognuno è imperatore e re; Nidata è una città
(troppe ripetizioni del nome delle città in poche righe)

Questa è Derina, la città delle passioni incolte, dei propositi fugaci, una città triste e cupa, che nessuno può raggiungere ma che ognuno abita, dove non fa mai giorno,
(l’ultima parte “dove non fa mai giorno” deve essere legata al soggetto)

Stava ad occhi socchiusi e si accarezzava la barba, tirando di tanto in tanto lunghe boccate dalla pipa.
— Credo che tu ti stia prendendo gioco di me, viaggiatore, che tu ti stia inventando tutto.
Marco Polo appoggiò la pipa e si tirò a sedere.

(Hai parlato della pipa a proposito di Kublai, ma non ci hai detto che entrambi la stavano fumando. Per questo, quando ho letto che Marco Polo appoggià la pipa, ho pensato che avessi sbagliato soggetto).

2) Qualità della scrittura.
Pregevole, raffinata, senza sbavature.

3) Forma.
Ottima tanto da poter sostenere il confronto con Calvino senza uscirne sconfitto.

4) Originalità.
Non hai cercato l'originalità, piuttosto la coerenza e non lo trovo affatto un difetto, anzi.

5) Gusto personale.
Credo di aver già detto tutto, "Le città invisibili" mi sembrava un testo inarrivabile e tu mi hai dimostrato che sbagliavo. Per quanto mi riguarda, hai sbancato il botteghino. Bravissimo :)

5) Rosaspina, ovvero la persecuzione – Veronica Cani


1)Aderenza allo stile.
Veronica, nel commento, aveva già dichiarato di aver usato alcune particolarità proprie dello stile di Calvino (l'uso del troncamento, i nomi buffi, l'ironia) e io ho ritrovato queste e altre cose che riportano sicuramente allo stile del grande autore. Intanto ritroviamo personaggi agli antipodi molto cari a Calvino (personaggi positivi e negativi, buoni e cattivi), e vicende umane che spesso sono presentate come una metafora della realtà, anche se intrisa di fantasia.
I cardini calviniani li ho riscontrati tutti, anche nell'immediatezza di alcune frasi, nello sguardo cristallino e tagliente che non risparmia particolari cruenti. Ci sono poche incertezze secondo me, ne ne segnalo alcune.

La cercò nella stanza degli ori: niente; la cercò in quella dei diamanti: niente; la cercò in quella delle pietre preziose: ancora niente.
Anche se in Calvino capita di ritrovare ripetizioni, quel "niente" ripetuto così tante volte, mi sembra una forzatura.

A un certo punto la lama ferì un braccio ciccioso della ragazza
"Ciccioso" non mi sembra un termine adatto a Calvino.

Sei mesi più tardi il principe e Rosaspina si sposavano.

Modificherei il tempo verbale (si sposarono).

«Ti sogni!» rispose il principe.
Refuso?

«Non hai visto che eleganza ha, e che bei discorsi fa?

Anche qui mi pare siamo distanti dallo stile di Calvino

«Ce n’hai messo di tempo!» sbottò l’assassino vedendola tornare. «Dai qua.»

L'ultima parte, quel "Dai qua", non mi suona calviniano.

2) Qualità della scrittura.
Veronica è brava, il suo stile è curato ed elegante. Penso abbia giocato un ruolo fondamentale nella prova di scrittura. Solo chi è metodico, preciso e raffinato può avere dei buoni risultati accostandosi a Calvino.

3) Forma.
La fiaba è letteratura per l'infanzia, anche se le fiabe di Calvino sono adatte a chiunque. Da questo punto di vista, la fiaba di Veronica riassume questi elementi e mi sembra molto buona.

4) Originalità.
Qualsiasi cosa si possa dire di questa fiaba, di certo non pecca di originalità. L'autrice di ha dimostrato di avere una buona dimestichezza con il fantastico e la trama è ricca di avvenimenti e intrecci inaspettati.

5) Gusto personale.
Ho amato le fiabe di Calvino (che ho divorato letteralmente) e la fiaba di Veronica è piacevole, seppure con un finale cruento. A mio avviso è un'ottima prova di stile.
Complimenti.

6) Oreste quà e là di Maurizio Bertino
Ho letto l'intervento di Jacopo prima del commento, perché ammetto di aver avuto difficoltà a identificare Calvino nel tuo testo (più che altro perché ho letto solo due testi di questo grande autore). Comunque mi pare che la sensazione sia stata la stessa.
Calvino è un uomo del suo tempo e il fatto che negli anni '60 la scienza e la tecnologia abbiano avuto un ruolo fondamentale nella società, si è riflettuto anche sulla cultura. Calvino non si è sottratto alla rappresentazione del fantastico che fa riferimento alla tecnologia, anche se non è mai stato un autore di fantascienza, perché rifuggiva ciò che era troppo lontano dall'uomo e dal suo mondo. Piuttosto, si è limitato a dare un'interpretazione "eccentrica" della modernità che avanzava.
Da questo punto di vista il tuo racconto mi sembra aderente al suo pensiero e il personaggio centrale (mi piace molto il nomignolo che è anche il titolo del racconto), in un certo senso ricalca il carpentiere di Terralba, che ne "Il visconte dimezzato", viene incaricato di costruire forche sempre più ingegnose. Non a caso il tuo Oreste, tra le altre cose, si è messo a costruire patiboli... :)
La svolta "futuristica" che lo vede costruire cose che non riesce a controllare o meglio, a far funzionare, è un tentativo di acciuffare la realtà giocando di anticipo. Anche da questo punto di vista interpreti l'idea di Calvino che è un grande osservatore e ama rappresentare scenari divertenti perché era convinto che le opere debbano avere una funzione sociale e grazie al lato ludico dell'opera è possibile divertire e gratificare il lettore.
Questo è ciò che ho visto di Calvino nella tua opera, per la forma non ne sono del tutto convinta, perché il testo mi ha ricordato l'atmosfera di un altro tuo racconto (quello sul T-Rex) e temo che anche tu, come me, non sia riuscito a scollarti dallo stile che ti è congeniale. Diciamo che il tuo racconto ha delle contaminazioni calviniane ma non si inquadra prettamente nella sua opera.
Un racconto che si legge volentieri, semplice e non banale, scritto in modo chiaro e adatto a chiunque. Mi piace anche il finale che contiene una piccola morale, proprio come Calvino amava fare.

7) Il ciambellone invernale di Simonetta Papi
Delizioso il tuo racconto che ho letto quasi per ultimo e rivoluzionerà senz'altro la classifica che avevo in mente. Pur non avendo letto molto di Calvino, posso affermare senza dubbio che il tuo racconto ricalca abbastanza il suo stile. A parte la cornice storica, ho trovato abbreviazioni, elenchi e termini desueti che ben si sposano molto bene con la sua produzione.
La trama è fresca, spontanea, leggera. Mi piacciono molto i personaggi e ho trovato i dialoghi calzanti e le descrizioni minuziose. Ottima l'idea di inserire il ragazzino male in arnese, un personaggio che umanizza il testo e lo rende ancora più gradevole. Finale azzeccato. Pochissimi appunti e tanti complimenti. Brava.

in carrozza con la di lei sorella, Caterina,
(Non so se Calvino ha usato questa terminologia, ma “la di lei sorella” proprio non va giù).

il dì che l'artigiano aveva preso appunti, rincasando alla bottega una folata di vento
(virgola dopo “bottega”)

A casa ritornò e si disperò,
(sembra un ritornello)

intimò, ment'io guardavo

(refuso “mentr’io).

8) L’imperatrice di ghiaccio di Zebratigrata
Difficile commentare questo testo per diversi motivi. Il primo ormai lo conoscono pure i sassi: non ho letto molto di Calvino e, a meno che non si tratti di una fiaba o del capolavoro "Le città invisibili", ho qualche difficoltà. Ammetto di aver letto gli altri commenti per verificare se la mia impressione era giustificata, perché, a differenza di altri testi che ad esempio si sono ispirati alla trilogia degli antenati, il tuo mi sembra meno aderente al suo stile. Ci sono alcune frasi per esempio, che non ho apprezzato particolarmente:

futura Imperatrice Turandot solo si sarebbe data
a strillare con una vocetta acuta, che mamma mia
copre un palazzo, senza il palazzo sotto


Pur apprezzando il tentativo di approccio all'autore di riferimento con frasi brevi e un lessico ricco e variegato, vedo più il tuo stile, rispetto a quello di Calvino.
La narrazione è buona e lo stile è curato, si tratta di un lavoro sopraffino che però ha alcuni limiti, primo tra tutti aver scelto di rappresentare la Turandot rinunciando all'originalità. Con il tuo racconto ho terminato le letture, non ho ben chiaro come inserire il testo in classifica, devo rileggerne alcuni e valutare. Il testo merita, ma devo ancora decidere quale elemento privilegiare. A parte il discorso generale, devo ammettere che Calvino ha dato alla tua scrittura un valore aggiunto.

Una pulce:
E mentre pensavo Pong prese a tirarmi tutto sgomento la manica della veste cerimoniale
(Manca la virgola)

9)Una tradizione in evoluzione – Michele Botton

Il commento che precede il mio, chiede espressamente di astenerci da fare valutazioni in merito all'aderenza allo stile di Calvino. Tanto non ne sarei stata in grado, al massimo posso inserire valutazioni generali.
La lettura è piacevole, i dialoghi scorrevoli e non così lontani dall'autore di riferimento. Ho visto che qualcuno ha citato l'infodump, ma io credo sia stata una premessa necessaria per preparare il lettore al cambiamento. La parte che ho trovato più interessante è il ribaltamento dei ruoli che vede gli eterosessuali ghettizzati. Il finale spiazzante strappa un sorriso.
Forse l'unica critica che mi sento di fare al testo, riguarda la parte inziale con i convenevoli tra madre e figlio che ricorda più una sceneggiatura e invece avrei liquidato con due parole. I personaggi sono credibili e il contesto futuristico non mi dispiace. Racconto in contropiede, come tu lo hai definito, ma anche scelta saggia e coraggiosa per chi non ha dimestichezza con l'autore di riferimento.
Bene così.

10)Il generale meccanico – Andrea Dessardo
L'intento di imitare lo stile di Calvino è riuscito, nel senso che hai usato abbondanza di aggettivi, elenchi, termini datati, sostantivi e nomi buffi. Però non basta imitare un autore per ottenere lo stesso risultato, perché, leggendo Calvino si avverte una leggerezza e una spontaneità che nel tuo testo manca. Devo ammettere di aver faticato ad arrivare alla fine del racconto, perché ho trovato alcune parti troppo cariche e sostanzialmente pesanti, in primis proprio gli elenchi di cui parlavo prima, di cui il breve estratto.


torte di pan di Spagna farcite di confettura d'albicocche e budini di vaniglia o cioccolato […]rosolii dolci e succhi di frutta e frutta fresca o candita[… ] draghi di cartapesta, spade, daghe, sciabole e scimitarre di legno esotico e avorio, bambole di cera o porcellana vestite all'ultima moda in velluto e crinoline di Fiandra; gufi e barbagianni impagliati, scimmie addomesticate, scimpanzé, oranghi, bertucce […] biglie di cristallo, pariglie di cavalli vivi o a dondolo […]zebre, caribù, una volta un orso bruno e persino un rinoceronte alla catena.


Il tuo è un lavoro ben fatto dal punto di vista tecnico, ma come lettrice devo ammettere di non essere soddisfatta del risultato perché l'ho trovato troppo "carico" o se preferisci, meno agevole nella lettura.

Un altro piccolo appunto che riguarda la punteggiatura carica di trattini
e - è bene dirlo - della stessa ragionevolezza. Io – è ora che mi presenti -, Ambrogio

Poi non ho capito perché nell'incipit hai usato "il quale" visto che il soggetto c'è (L'arciduca).
L'arciduca Guidoberto Omobono Gravedona, signore di Cardenaga e Quintacella, era un uomo dai modi austeri, frugale, taccagno al giudizio di certuni, spilorcio secondo il parere di talaltri, il quale conduceva

11) La principessa evanescente – Chiara Rufino
Fiaba molto particolare. Come ho ripetuto in quasi tutti i commenti, non avendo gran dimestichezza di Calvino, farò giusto due appunti sullo stile. Mi sembra tu abbia mantenuto alcuni parametri cari a Calvino, per esempio i nomi buffi e composti e, come me, hai cercato nella fiaba la semplicità che al grande autore riesce divinamente. Ci sono delle parti nel tuo racconto che mi sono piaciute molto perché sono visive, per esempio "un ventaglio scarlatto che le dava un'aria misteriosa", oppure "gli arazzi alle pareti erano retti da spilli, quasi a sfidare il loro peso e s'inarcavano per i muri".
Per contro, ho trovato alcune cose che non mi hanno convinto, per esempio quando appare la nonna e dici che Alice era spaesata della scoperta senza spiegare al lettore cosa vede realmente.
Ho notato anche alcune similitudini con fiabe famose, per esempio la nonna e il mantello fanno pensare a Cappuccetto rosso o ancora la vecchina e il telaio alla Bella Addormentata (anche se in realtà la tua fiaba non ha nulla a che vedere con quelle che ho citato e di certo non manca di originalità).
Non so bene come valutare la tua prova che ha dei pregi, ma anche alcune ingenuità. Se dovessi usare i pollici di Maurizio Bertino, direi un "ni". Il punto di forza di questo racconto è di certo l'originalità.
Uno scrittore è un mondo intrappolato in una persona (Victor Hugo)

Fernando Nappo
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#5 » domenica 15 maggio 2016, 14:30

1) Il marchese quantistico - Jacopo berti
Ciao Jacopo,
appena terminato di leggere il tuo racconto ho pensato: 'sti cazzi! Commento di grana finissima, lo so, e dal quale traspare la mia profonda capacità critica. Ma devo dire che il tuo racconto mi ha colpito dalla prima riga all'ultima. Sbaglierò, ma sono convinto che più di un esperto sarebbe tratto in inganno da questo tuo racconto e potrebbe benissimo credere si tratti di un originale di Calvino.
Mi sono piaciutio molto alcuni dialoghi - che io devinisco a scorrere - in pieno stile Calvino, come questi esempi:
...o un ragno: – Bravo, così si fa, Argo! – diceva, oppure – Che preda, Ariele!

– Eccolo! – faceva il capocaccia, maledicendo i suoi giorni. – Come corre! – diceva un cugino cavaliere; – Ma se a malapena passeggia! – ribatteva un altro.

Ottimi i solidi richiami storici, come tipico negli Antenati, che tra l'altro non sono semplicemente buttai per far volume, ma hanno una precisa funzione nel racconto.
Anche certi termini aiutano molto alla resa: colla (con la), scapicollava, sbaragliare, archibugi...,
Anche il narratore in terza persona che a un certo punto si palesa è tipico dei tre romanzi degli antenati, in particolare il tuo mi ha fatto venire in mente Bradamante ne Il cavaliere inesistente.
Anche l'uso dell'avverbio già in congiunzione con l'imperfetto, mi pare familiare:
I giganti già sbaragliavano...
e aiuta in mezza riga, cosa che invidio a Calvino, a far passare la sensazione del trascorrere del tempo.
L'unica cosa che non mi ha convinto è il titolo. E non tanto perché Calvino non avrebbe potuto usare l'aggettivo quantistico, ma perché nel racconto la fisica dei quanti non mi pare c'entri nulla. Ma forse il tuo riferimento sta in altro, e allora ho bisogno che me lo spieghi.
Mi fermo qui, che più in dettaglio non saprei scendere, ma, per quanto mi riguarda, il migliore di quelli letti finora.

2) Il generale meccanico - Andrea Dessardo
Ciao Andrea,
il tuo racconto mi ha convinto molto. Mi ha dato una buona sensazione, molto vicina a quella che provo leggendo l'originale, tanto che penso che anche il tuo racconto potrebbe ingannare più di un esperto. Per cominciare, mi sono piaciuti i nomi dei protagonisti, molti dei quali inventati, ma che hanno suonano credibili, come con Calvino. Mi pare adeguato anche il lessico, ricco sia di termini di uso poco comune - e talvolta desueti - che di termini tipici dell'epoca in cui il racconto è ambientato. La storia alla base del racconto mi pare adeguata, e ha anche una sua morale, cosa che ben si sposa con il modo di raccontare di Calvino.
La parte che mi ha meno convinto è quella in cui la marmaglia di villici viene sconfitta, che mi sembra un po' frettolosa; potrebbe essere una delle parti che hai deciso di sfoltire un po', mentre riguardo alla puntualizzazione di Jacopo sugli elenchi, devo ammettere che non sarei stato in grado di scovarla: le mie capacità di analisi non si spingono così in profondodità.
Per concludere, una prova che trovo molto soddisfacente. Bravo.

3) Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi
Ciao Simonetta,
davvero un bel racconto il tuo, anche a prescindere dal contest, complimenti. Hai sviluppato una tua storia, tra l'altro interessante e che si legge volentieri, una storia di ragazzini di diversa estrazione sociale, molto scorrevole e con una sua morale. Carlino, per come si comporta e per come chiude la storia, me lo vedo a offrire un'altra torta a qualche altro ragazzino meno abbiente; chissà se anche tu lo immagini allo stesso modo.
Forse non è il racconto più in stile tra quelli che ho letto, ma trovo sia tra i migliori in quanto a contorno storico, sempre ben presente nei tre testi di riferimento, e qualità della scrittura. Brava.
Dovrò meditare sulla classifica.

4) Il segreto di nonna Berta - Ambra Stancampiano
Ciao Ambra,
ti scoccerà, immagino, ma riguardo al tema del tuo racconto mi devo accodare a chi mi ha preceduto, perché non mi è stato chiaro fino a quando non ho letto il tuo commento al riguardo.
La storia, invece, mi è piaciuta, la trovo ben scritta, tutto l'impianto surreale mi sembra anche adeguato ad alcune scelte narrative di Calvino, nonostante lo stile, a mio avviso, lo richiami solo a tratti. Mi piace molto, invece, che tra i personaggi spicchi nonna Berta che non è un essere umano ma un semplice organo. I personaggi mi sembrano ben tratteggiati, in particolare la ragazza e pixel.
Il finale mi ha lasciato come un retrogusto di cyberpunk che, pur non essendo un amante del genere, ho gradito molto.
A rileggerci.

5) Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino
Ciao Maurizio,
ho trovato la tua storia molto simpatica e divertente, così come questo Oreste stralunato e il giovane protagonista, che si lascia affascinare. Così come mi piace e mi diverte molto l'idea di una persona che si mette lì, si studia una cosa non funzionante e, anche se non sa bene cosa sia, riesce a ripararla.
La prima parte, quella dove Oreste condivide le sue conoscenze coi ragazzini è quella che mi è piaciuta di più. Riguardo allo stile, in effetti mi sembra un po' lontano da quello di Calvino, almeno per quello che di Calvino ho letto.
Quello che mi ha messo più in difficoltà è il termine grengiotto, che non ho trovato su nessun dizionario. Potrebbe essere una tua invenzione, magari derivato da un termine dialettale, non so.
Comunque un racconto che mi è piaciuto.

6) Una tradizione in evoluzione - Michele Botton
Ciao Michele,
senza dubbio, come del resto scrivi tu stesso nel tuo commento, te la sei giocata in contropiede. Non so quanto si possa considerare calviniano l'argomento da te scelto, ma considerando quanto lo stesso Calvino fosse interessato alle cose umane, non si può certo escludere che oggi avrebbe potuto occuparsene.
Il racconto si legge piuttosto bene, benché lo trovi un po' pesante nei punti in cui la madre spiega approfonditamente al figlio le questioni sui matrimoni, ma di questo hai già fatto cenno tu in risposta a Jacopo. Interessante, benché io non la condivida, l'idea di fondo del racconto, che pare voler far passare l'idea che una volta accetati i matrimoni omo, qualunque altro tipo di matrimonio, anche il più assurdo, potrebbe essere considerato lecito.
Una prova "diversa", interessante.

7) L'imperatrice di ghiaccio, di Sara Tirabassi
Ciao Sara,
non conoscevo la Turandot, ma era da tempo che pensavo di leggere qualcosa a riguardo, e il tuo racconto mi ha aiutato a "prendere la decisione".
Però, come altri hanno commentato, scegliendo di rivisitare la Turandot, hai eluso una parte del contest rinunciando a produrre una storia tutta tua. Storia che peraltro ho letto molto volentieri, anche perché è davvero ben scritta e scorrevole. E la storia, non potrebbe essere diversamente, funziona.
Lo stile è molto buono, ma non mi sembra del tutto Calviniano e credo che da questo punto di vista ci sia chi ha "imitato" in maniera più aderente.
Ovviamente, in questo caso, imitato non deve leggersi con accezione negativa, al contrario.
A rileggerci.

8) Persefone e la maledizione del melograno, di Alessandra Corra
Ciao Alessandra,
dei miti greci ho ricordi vaghissimi, risalenti agli anni di scuola. La tua fiaba mi ha costretto a rileggermi quello ormai sfumatissimo di Persefone e, anche se il tempo è sempre poco e rincorrerlo è una fatica, è stato istruttivo e piacevole (anche se, lo ammetto, mi sono limitato alle risorse on-line).
Le fiabe di Calvino non le ho lette tutte (e questo mi ha già fatto cadere in errore una volta), e tra quelle lette non ne ricordo di ispirate a miti greci ma solamente a vecchie storie italiane, per cui evito commenti sullo stile che potrebbero essere impropri.
A parte il significato che viene attribuito al mito (esaltazione del matrimonio, fertilità della natura e alternanza tra vita e morte, ecc.), nemmeno io ho colto la morale della tua trasposizione; passerò a sbirciare di tanto in tanto gli altri commenti - o le tue puntualizzazioni - per verificare qual è.

9) Rosaspina ovvero la persecuzione, di Veronica Cani
Ciao Veronica,
in quanto a stile ho ritrovato alcune delle abitudini di Calvino che citi nel tuo commento, più questo modo d'usare i segni di interpunzione:
La cercò nella stanza degli ori: niente; la cercò in quella dei diamanti: niente; la cercò in quella delle pietre preziose: ancora niente.
L'ho visto spesse volte nei romanzi di Calvino, anche se, ne sono convinto, a scuola me lo avrebbero segnato come errore; o tutt'al più mi avrebbero detto che Calvino se lo può permettere, io no.
Venendo alla storia, ci sono un paio di punti che non mi sono chiari.
Primo, il motivo per cui poni l'accento sulle curve generose della principessa, addirittura fin dall'incipit, al punto da far pensare che la fiaba ruoti intorno a quella caratteristica, quando di fatto - a meno che non mi sia sfuggito qualcosa - non è così.
Secondo, non capisco per quale motivo Beltrando vada in cerca di una principessa: se la donna di casa non deve fare altro che la guardia, non poteva farsi andare bene una donna di rango più modesto? Non serve necessariamente una nobile per quell'incarico. Ma, come prima, potrebbe essermi sfuggito qualcosa.
Terzo: ok, non odiarmi, ma trovo poco credibile che al termine della fiaba, il principe non si svegli quando viene shekerato per be due volte, salvo svegliarsi per lo strepitare di Beltrando. Ma è vero che nelle fiabe tutto si può fare...
In conclusione, mi sembra buona per stile, ma mi soddisfa un po' meno come storia.

10) Lo specchio di Isidoro
Ciao Angela,
la favola che proponi mi è piciuta, ha anche una morale chiara e la trovo ben scritta. L'immagine iniziale dei soldati spediti da Isidoro a ricercare nuove terre da conquistare mi ha fatto pensare a Le città invisibili, una chiara citazione degli eserciti del Kan, rafforzata dalle - forse troppo brevi - descrizioni delle due città di cristallo e di lapislazzuli, e dai regali che i rispettivi re inviano a Isidoro.
È interessante anche la struttura ricorsiva della storia che si ripete, che poi è il succo della favola, la sua morale.
L'impressione di un ibrido tra una favola e un racconto che ho avuto a una prima lettura è confermata dal tuo commento; purtroppo, ai fini del contest, lo vedo più come un punto di debolezza che di forza.
Riguardo allo stile di scrittura mi pare più tuo che non simile a quello di Calvino, ma prendi questo commento come quello di un lettore e non di un critico letterario esperto.
In conclusione, un voto positivo per il racconto, gradevole e ben leggibile. Un punto in meno per l'ibridazione tra favola e racconto e per lo stile poco Calviniano, considerazioni, queste ultime, che non inficiano la qualità del tuo racconto, ma vanno tenute in conto visto l'obiettivo del contest.

11) La principessa evanescente - Chiara Rufino
Ciao Chiara,
a quanto pare sono il primo a commentare il tuo racconto, e la cosa mi intimorisce un po'.
Parto dal titolo, che mi pare azzeccato e in sintonia col contenuto del racconto, nonostante si riferisca a un personaggio che non è quello principale.
ll racconto, però, non mi convince del tutto. Ci sono alcune parti che non riesco a capire, come il lancio del cigno blasonato della famiglia. A parte il fatto che mi sarei aspettato di vedere Alice gettare ago, filo, uncinetti o tomboli, non riesco a capire cosa possa essere il cigno blasonato. Alludi forse allo stemma di famiglia?
Così come non riesco a farmi un'immagine di un ponte levatoio che ricorda il suono d'un carillon. Forse il ponte è in movimento, ma se è così non mi sembra molto chiaro.
Altra cosa che non mi è chiara è perché la ragazza, dato il rango, vada a bussare alla porta di persona visto il codazzo di persone che l'accompagna. Non sarebbe più logico inviare un suo accompagnatore? Ma questo è un dettaglio.
Ho trovato più difficile seguire la parte successiva, quella, in cui Alice entra nella stanza e incontra la nonna, che dovuto rileggere più volte. E, tra l'altro, di chi è il dito della donna alla porta se la nonna è invisibile? Forse in quel momento è visibile perché non indossa il mantello?
Saltando altre cose che non sono riuscito a capire bene (come il flash back del vestito a papera) mi sfugge il motivo per cui Alice, quando torna a casa, è invisibile agli occhi dei genitori.
Non vorrei sembrarti offensivo, proprio non è mia intenzione, credimi, ma è l'impianto della storia che non mi convince. Una ragazza nobile, non vuole più cucire e fa la capricciosa e viene mandata da una donna che gli fa cucire un mantello dell'invisibilità. Questo è quello che ricavo dal tuo racconto. Sono convinto che ci sia di più, ma io non sono riuscito a coglierlo.

Passando allo stile di scrittura: mi pare più tuo che somigliante a quello di Calvino.
Ti faccio solo un paio di esempi che reputo calzanti, ma che potrebbero benissimo venir smentiti da chi ha conoscenze più profonde della tecnica di Calvino :
La porta si scostò un poco e solo un dito apparve, a monito dell'esuberanza della giovane.
Credo sarebbe più in stile, una cosa simile:
S'aprì uno spiraglio, e spuntò un dito ammonitore.

Questa frase, a mio parere, suona pesante:
Con un battito di mani d'approvazione...
Magari sbaglio, ma credo che Calvino avrebbe preferito qualcosa di simile:
Con un battimani d'approvazione...
Oltretutto battimani, di per sé, oltre che essere più stringato, richiama una immagine più chiara rispetto a un generico battito di mani, e mi pare una alternativa più in linea con lo stile di Calvino.

In conclusione, l'avrai capito, non sono convintissimo della tua prova, ma aspettiamo i commenti di chi ne sa più di me, e soprattutto il parere dei moderatori.

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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#6 » lunedì 16 maggio 2016, 17:46

I miei commenti e niente classifica come da istruzioni superiori!
In ordine sparso. Forse.

Il marchese quantistico, di Jacopo Berti
Wow, solo wow.
Trovo difficile trovare qualcosa da criticare, i personaggi, l'atmosfera e la storia che ci racconti sono da coccarda, senza neanche doverci pensare su, e penso che Calvino sarebbe orgoglioso di te.
Se devo trovare qualcosa da criticare, penso che da quando si manifesta il narratore (e va bene che lo faccia), il racconto diventi meno incisivo, come se perdessi il ritmo che avevi fino al paragrafo prima e andasse tutto un po' a calare. Forse è perché hai revisionato più ossessivamente la prima parte, forse è per scelta per "far succedere quel che deve succedere" anziché continuare a ricamare come al principio.
Avrei perfettamente capito se avessi deciso di lasciare incompiuta la storia pur di non guastarne l'andamento.
Non credo invece di aver afferrato il perché del "quantistico" del titolo, neanche con il commento aggiuntivo di Andrea qui sopra ad aiutarmi. Sospetto sia perché "quantistico" mi evoca un concetto molto più fisico e ben definito, che non riesco a far tornare con il riferimento alle scale come oggetto discreto (a gradini) anziché continuo (a rampa) e alla sua estensione come filosofia di vita del marchese.

Le città intangibili, di Fernando Nappo
Davvero un gran bel racconto.
Confesso di non conoscere le città invisibili, ma al contrario di altri racconti in cui non ritrovavo uno stile familiare, qua ci vedo tutto il Calvino che conosco ripreso con una scrittura molto pulita e lineare. La mimetizzazione da camaleonte ti è riuscita davvero bene, forse i racconti falliti perché non ti soddisfacevano non sono stati solo tempo sprecato come dici, ma ti hanno aiutato a elaborare e interiorizzare lo stile, sbagliando quel che serviva sbagliare prima di un risultato migliore.
La città di Derina è stupenda, mi piace come immagine, mi colpisce violentemente in quanto sono un abbandonatore seriale di passioni con la tendenza a bruciare tantissime energie per poi disinteressarmi rapidamente. Le meccaniche che hai descritto, con le luci che si accendono quando uno degli abitanti torna a un piano passato concretizzandolo sono molto visive e facili da immaginare, nel grande buio delle strade.
Nidata è riuscita peggio, è una città troppo statica, senza vera vita, vera attività all'interno. Ha un'idea sensata alle spalle, ma non la vedo messa in azione. Avrei quasi preferito che ti concentrassi su un'unica città, anche se avresti perso anche quel minimo di serialità dei sottoracconti.
Ancora complimenti, penso il racconto sia molto migliore di quanto non faccia presagire il tuo commento!

Il ciambellone invernale, di Simonetta Papi
Intanto, mi unisco al coro di complimenti, mi piace il tuo racconto in sé, hai avuto una bella idea e l'hai sviluppata in maniera convincente. Il tuo protagonista funziona benissimo e lo usi davvero bene per mostrarci questo spaccato sociale.
Apprezzo l'inquadramento storico preciso, che Calvino fa negli antenati usando personaggi storici più o meno romanzati o usando riferimenti espliciti ad eventi in corso.
Lo stile non è perfetto, anche se le atmosfere sono perfette e surreali, la struttura delle frasi non mi sembra ottima, ci sono tante subordinate, delle strutture davvero troppo complesse e alcuni degli arcaismi che inserisci a volte sono di troppo. Penso che semplificandole ulteriormente, spezzandole in periodi più semplici o coordinati tra di loro, oltre a imitare meglio calvino ne guadagnerebbe il racconto, rendendo ancora più scorrevole un racconto già ottimo in partenza!
Anche se sono solo un commentatore passivo, il tuo è sicuramente tra i racconti che ho preferito in questo contest!

Il generale meccanico, di Andrea Dessardo
Mi piace la sensazione che trasmette il tuo racconto.
I personaggi che delinei con episodi e dettagli inverosimili funzionano molto bene e creano rapidamente l'atmosfera giusta.
Non è perfettamente a fuoco, ma tutti gli elementi caratterizzanti (fronzolosità del linguaggio, elenchi surreali, i nomi) ci sono e li hai usati bene e in maniera coerente, anche il lessico è ben mirato e si sente tutto il sudore che ci hai strizzato dentro per renderlo coerente!
Le parodie dei nomi nobili sono forse eccessive, quelle di Calvino mi sembravano più semplici e sonore mentre quelle dei tuoi personaggi sembrano quasi sopra le righe senza alludere o richiamare a qualcosa di familiare (per me).
Si sente l'accelerata narrativa a metà racconto, dalla sommossa in avanti. Penso (come in altri racconti di questo mese) sia dovuto all'aver iniziato a scrivere con lo stile giusto, esserti reso conto che metà dei caratteri erano già andati senza che fosse successo molto di quel che volevi raccontare, ma ormai la prima parte era ben scritta, revisionata, limata, ed era triste tagliarla.

Oreste "Qua e Là", di Maurizio Bertino
Molto di quel che ho pensato è già stato detto, quindi scusami per la ridondanza.
La storia mi sembra azzeccata e perfettamente in stile. Il tuo protagonista è ben studiato e caratterizzato e mi piace il passaggio di consegne (più o meno reale) che conclude il racconto in maniera circolare.
I bambini e il loro modo di interpretare e spiegare le invenzioni sono stupendi e hai fatto un ottimo lavoro nel "renderli davvero bambini" e non solo delle macchiette comiche nella storia. La struttura che si ripete nei loro interventi è il punto in cui ti riesce meglio il mimetismo di stile.
Altrove molto meno, soprattutto dove abusi un po' di strutture abbastanza arcaiche delle frasi, che per quanto facciano atmosfera e si adattino alla tua storia, nel Calvino che ho letto non ci sono, anzi, sarebbero state piallate per usare frasi semplici e più dirette. Il lessico un po' datato invece è indovinato, anche se mi sembra che tu ci abbia fatto più caso e attenzione a inizio racconto, scordandotene un po' verso la fine, dove ricadi in un vocabolario più normale.
Ottimo lavoro, soprattutto con il malus antistamici!

Il segreto di nonna Berta, di Ambra Stancampiano
La storia la trovo incredibilmente adatta da calvinizzare, forse tra le più adatte di quelle che ho letto. La protagonista, le piccole stranezze di carattere e comportamento che vengono col tempo accettate come una quasi normalità mentre tutt'attorno la vita procede normalmente. Riprendi molto bene l'atteggiamento generale verso la stranezza che si trova negli Antenati.
Lo stile funziona bene, ma mi sembra crollare di colpo da "Mi avvicinai alla porta con un po’ di timore", le frasi iniziano a diventare più articolate ed è come se fossi entrata nel vivo della storia, iniziando a badare più a quello che volevi raccontare che alla forma (non che sia male badare a quel che si racconta, eh).
Lo spostamento dell'attenzione da Petronilla al Barone non mi disturba, Calvino mi sembra essere molto libero sullo spaziare e "inquadrare" personaggi qua e là dove gli fà più comodo per seguire l'azione, con un narratore che decide a suo piacimento quanto mostrare di sé e quando nascondersi fuori scena, quindi non mi aspettavo un punto di vista unico e fisso. Volevi arrivare alle vicende familiari del Barone, quindi era sensato che passassi a seguire lui.
Il finale, anche se forse vagamente introdotto dai ronzii del visitatore, per me è stato una sorpresa, ma ammetto che non mi soddisfa davvero. Avrei voluto un segreto per nonna Berta, un "vero segreto" che magari coinvolgesse la bambina direttamente e non solo sulla sua origine. Mi sento un po' truffato per questo :)

L'imperatrice di ghiaccio, di Sara Tirabassi
Lo stile c'è tutto, penso tu abbia fatto un ottimo lavoro di lima e cesello per calvinizzare gran parte delle espressioni e frasi del testo, falciando via ogni subordinata superflua e creando un lessico adatto, dal sapore antico ma non arcaico.
Non ho sofferto molto per la storia della Turandot riproposta senza grossi cambiamenti perché (aimè) ne ricordavo ben poco, quindi non ne sono stato deluso. E' un po' barare, usare una storia altrui per far risaltare lo stile? Forse sì, ma considerato che ti giochi un altro aspetto di Calvino, quello dei temi a cui si dedica, la tua scelta è un'arma a doppio taglio, se non ti fosse riuscita completamente la mimesi, il risultato sarebbe stato catastrofico.
L'unico appunto che ti faccio, ma di cui non sono sicuro, è che mi sembrano poco in linea con quel che ho letto le accelerazioni "violente" di ritmo nei dialoghi in cui passi da una prosa pacata ai botta e risposta, spesso con battute di lunghezza decrescente. L'effetto in sé è buono, ma lo percepisco come molto lontano dallo stile pacato degli Antenati, dove gli scambi di battute fatti in quella maniera spezzavano molto meno la narrazione e sospetto - ma non ne sono sicuro, dovrei ricontrollare - servissero a troncare una scena.

Una tradizione in evoluzione, di Michele Botton
Il tuo racconto lo promuovo, sì. Di solito non mi piacciono i racconti troppo radicati nei dibattiti in corso o che attingono all'attualità, però l'hai fatto in maniera abbastanza leggera ed esagerata, giocando a trasformare la polemica populista da bar in un futuro reale.
Calvino ce lo vedo solo in parte. Nella struttura ripetitiva con cui presenti i personaggi, ognuno nel suo quadretto con la sua specificissima situazione familiare, in diverse strutture descrittive. Non lo vedo tanto nel formato che dai ai dialoghi, molto-troppo informativo e diretto e, per quanto riesco a vedere, lontanissimo dagli Antenati.
Una grossa incongruenza che un po' stride è l'allusione al libro della giunga. Avere accesso ai film disney vuol dire avere accesso a una enorme fonte di stereotipi sul genere e sui rapporti di coppia. Chiunque sia passato dai film disney _sa_ che le principesse sono sottomesse a un destino inarrestabile che le spingerà tra le braccia di un principe. Scegliere appositamente uno dei pochi lungometraggi che si inseriscono è brutto, se non lo spieghi almeno con una qualche censura della gender-police che ha messo all'indice tutti i film con una famiglia tradizionale.
Complimenti per la scelta coraggiosa di cambiare genere rispetto ai testi di rifermento, penso abbia pagato per distinguerti nettamente dagli altri racconti!

Lo specchio di Isidoro, di Angela Catalini
Se mi presentassi il racconto così com'è, non mi spiacerebbe, anche se lo vedrei meglio o snellito o espanso in più particolari (ogni direzione con i suoi pro e contro).
Però Calvino non ce lo vedo. C'è troppa azione e poca "umanità", i personaggi agiscono, ma non ce li mostri davvero in quei piccoli dettagli che Calvino inserisce ovunque con tutta quella sua naturalezza.
Penso, ma è opinabile, che tu ti sia approcciata alla leggerezza di Calvino da un angolo sbagliato. Semplificando gli eventi della tua storia e non lo stile con cui li racconti, e questa semplificazione degli eventi porta a uno stile lontano anche dalle fiabe di Calvino.
Lo vedo più vicino al fantasy di Ana Maria Matute, con il sovrapporsi di eventi in maniera lineare e consecutiva, sempre glassati di dettagli surreali e improbabili, diretti in maniera lenta ma inesorabile verso un obiettivo narrativo.

Persefone e la maledizione del melograno, di Alessandra Corrà
Per lo stile mi unisco al coro di incertezza perché neppure io ho letto le Fiabe di Calvino, anche se dopo tutti i racconti inizio a pensare che dovrei recuperarne una copia e rimediare. Rispetto alle altre fiabe che ho letto fin'ora però mi sembra che tu abbia usato anche lo stile degli Antenati, fondendolo alle tematiche fiabesche, perché si sente la semplificazione delle frasi, delle strutture. Penso che il linguaggio in sé, lo stile, ti sia riuscito bene.
Però penso anche che ti sia lasciata sfuggire la mano semplificando molto non solo lo stile ma anche i contenuti, cosa che Calvino non fa, neanche di sfuggita. Così anche se ci sono delle morali, dei colpi di scena, degli eventi fiabeschi, sembrano molto più ingenui e slegati uno dall'altro che nelle fiabe tradizionali. Ci sono personaggi in gioco che si muovo in maniera scorrelata una dall'altra, con motivazioni che li fanno interagire in maniera minima e sempre funzionale alla tua storia, senza grande spessore.
Le vecchina nell'albero sbuca quando c'è bisogno di lei, insegna che essere buoni paga e scompare, è una macchietta utile.
Non mi spiace neppure la reinterpretazione di un mito, penso sia legittimo farlo per concentrarti sulla scrittura e non farti distrarre, ma in quel caso avrei quasi preferito una scelta radicale rinunciando al tentativo di ammodernare la storia, perché cambiata tanto quanto l'hai cambiata tu, sarebbe bastato appena una pennellata di più per renderne irriconoscibile l'origine e trattarla come una storia originale!

Rosaspina ovvero la persecuzione, di Veronica Cani
Allora, la storia in sé la promuovo, a parte un finale forse affrettato (neppure i diecimila caratteri bastano più, ormai!)
Lo stile di Calvino, almeno del Calvino degli antenati, però non c'è.
C'è il lessico e ci sono delle strutture che hai cercato e usato bene, per quanto riesco a vedere. Si sentono e fanno la loro parte del lavoro.
Però lo stile manca. C'è troppa azione, succedono troppe cose. Manca tutto l'indugiare pigro nelle descrizioni e nei dettagli che ho deciso essere il cuore dello stile di Calvino. Il saltare di dettagli in dettaglio senza risparmiare in parole, delineando personaggi, caratteri e ambienti grazie alle minuzie che li compongono, spesso curiose o buffe.
(Ovviamente essendo un commento complicato e basato su osservazioni puramente personali, è possibile che io sia completamente fuori fuoco.)

La principessa evanescente, di Chiara Rufino
Non mi piacciono le reazioni aggressive ed esagerate ai commenti, mi mettono molto a disagio nel dover poi postare io aspettandomi altrettanta aggressività e astio non giustificati. A volte bisogna mettere da parte l'ego e incassare.
Concordo sullo stile lontano da quello di calvino, a partire dalla citazione in inglese che mi sembra oltremodo inappropriata in contesto.
Non ho capito completamente il tuo racconto e non intendo rileggerlo in questo brutto clima. Penso però che sia diritto/dovere di chi commenta farlo anche (e soprattutto) se non si è capito qualcosa. Il non capire è un problema del racconto in sé.
Non so guidare un elicottero, ma se vedo un elicottero in fiamme su un albero so che il pilota ha fatto un casino.

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chiara.rufino
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#7 » venerdì 20 maggio 2016, 0:29

1) Il ciambellone invernale
Questo racconto l’ho trovato splendido in molte sue forme. Ci sono dei temi, a mio avviso, non solo Calviniani ma anche leggibili su più livelli, proprio come faceva lui; le birbonerie infantili, le bugie, l’ironia. Insomma, secondo me come mimesi c’è tutta e anche la storia secondo me funziona e fila perfettamente da sola.

2) Il marchese quantistico
E’ un bel racconto, che riprende in maniera egregia la trilogia degli antenati e mi ha ricordato, in qualche modo, la fusione tra il visconte e il medico inglese che gira per le campagne, cercando i fuochi fatui.
Bello l’uso del narratore e la scelta dell’ambientazione; si vede comunque che studi da molto Calvino e hai incentrato tutto proprio su quello secondo me. Buona prova.

3)Il segreto di nonna Berta
Ciao Ambra. Il tuo racconto è chiaramente ispirato alla trilogia degli antenati sia per personaggi, sia da come hai strutturato la storia, specie dal punto di vista del narratore, il servo del Marchese.
Lo stile di Calvino e anche le strutture ci sono, è l’elemento fantastico che, ammetto, ho faticato a comprendere nonostante la storia la sapessi per bene. Secondo me, quando ci parli appunto del Marchese del Pixel, dovresti lasciare intendere meglio che lui sia un automa; non dico che il ronzio non ci mette su quella strada ma, come mi hai detto per la nonna invisibile, magari ci starebbe una limatura in quel senso.
Per il resto, lo trovo un racconto ben costruito e ben fatto, forse il finale arriva un po’ in fretta ma questa è una sensazione mia.

4) Oreste “Qua e là”
Intanto debbo farti i complimenti; ti sei lamentato tanto dei tempi e dell’allergia e poi tiri fuori un racconto del genere! Complimenti, mi sono divertita come i bambini di cui parli a leggerlo; la descrizione della valle, Oreste, il padre, si sente molto l’elemento tuo e mi piace.
Sulla sintassi però debbo concordare con Jacopo; risulta un po’ macchinosa e pesante, anche se hai usato dei modi di scrivere di Calvino per molte frasi (esclamazioni, considerazioni e altro), però viene davvero “pensate” leggerla in un contest come questo, dove la “semplicità”, specie quella della sintassi, dovrebbe essere la regola. Però rimane un gran racconto e ben scritto.

5) L’imperatrice di ghiaccio
Mi viene difficile commentare una storia come questa ma ci proverò. A livello di forma, di contenuto e di personaggi, la trovo impeccabile; hai reso perfettamente una storia che più o meno tutti conoscono e hai cercato di renderla come hai detto in modo “Calviniano”. Quello su cui sono combattuta, come fa notare anche Jacopo, è che così mi risulta più difficile dare un vero parere perché non è una storia originale, anche se è una rielaborazione. So di averlo fatto anche io e di essermi presa svariate critiche ma è così. Si vede che l’hai scritta di gusto, con capacità e si vede anche Calvino con i temi e i personaggi.
Nota: hai scritto “mi diressi verso la pazza “ e non “piazza”.

6) Le città intangibili
Ammetto di non aver mai letto le “città invisibili” e quindi, in questo caso, mi sfugge la mimetica. Perdonami. Il racconto è molto bello anche se, come hanno fatto notare alla nausea, non si attiene allo stile calviniano richiesto per il contest, visto che parlavamo di trilogia e non di “epopea cittadina” (passami il termine). Per il resto è molto Calvino sia nello svolgimento che nelle ambientazioni, come ci siamo fatti incantare sia da Marcovaldo che da questo, appunto.

7)Persefone e la maledizione del melograno
Ciao Alessandra. La tua rilettura del mito è molto piacevole e soprattutto “personale”, specie la parte tanto decantata del castello che mi è piaciuta molto. Calvino si sente molto, anche se, come ti hanno fatto notare, alcune parti arrancano per macchinosità e avrebbero potuto avere maggior leggerezza rispetto a questa prova ma, appunto, ci hai provato e secondo me hai ottenuto un buon risultato.

8)Il generale meccanico
Per quanto ci veda molto Calvino in questo racconto, ammetto che ho faticato non poco nella lettura. La stesura di un personaggio così pedante e puntiglioso è arrivata ma, appunto, gli elenchi che fa nel descriverci tutti gli oggetti del “signorino” a volte stonano con la narrazione e la rendono molto pesante. La mimesis c’è ma non è del tutto buona, se teniamo conto della leggerezza con cui Calvino si approcciava alle critiche nei confronti della società. Bello il riferimento al Barone Rampante col finale e il pallone aerostatico.

9)Lo specchio di Isidoro

Una bella favola questa Angela, anche se, come ti hanno già fatto notare, di Calvino c’è ben poco. Apprezzo la struttura, i personaggi e anche la ciclicità con cui concludi la storia, come recita la famosa filastrocca “C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla sua serva raccontami una storia…”
Diciamo che la storia mi convince molto, l’essere calviniana meno, specie perché, nel suo essere semplice, l’hai fatta troppo semplice e molto poco ironica.

10) Una tradizione in evoluzione
Ammetto che ci ho messo un po’ per capire che il racconto era basato su Calvino in quanto stile e non tematica. Lo stile, per quanto a tratti pesante ci sta e si nota soprattutto nella descrizione di Roberto e della sua mamma. La gigantesca infodump che fai per mostrarci un mondo futuro la trovo un po’ noiosa e tagliabile in alcuni punti. Di per sé mi sembra un racconto scritto “per scriverlo” con un trucco ben giocato ma che resta un trucco.

11) Rosaspina ovvero la persecuzione
Ciao Veronica! Sono una delle ultime a commentare la tua fiaba e non è facile. Rosaspina ce la presenti ben delineata e anche volitiva a modo suo, che nonostante il destino avverso, cerca sempre un modo per scamparla, come si addice a un’eroina di Calvino.A livello stilistico, per quanto tu sia migliorata da quando ho iniziato a leggerti, avverto una certa pesantezza e un susseguirsi di azioni che disorientano e tolgono un po’ di profondità alla storia. La fiaba citata dagli altri l’avevo letta ma non ho voluto darci molto peso, sebbene ci siano molti riferimenti. Alla prossima!
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Peter7413
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#8 » venerdì 20 maggio 2016, 19:15

Ed eccomi alla classifica. Voglio spiegare le mie scelte.
Ho premiato il racconto di Ambra con il primo posto perché lo ritengo quello con la struttura più interessante e ben studiata. È un continuo passare il testimone da un protagonista all’altro e non si può mai dire di poterlo prevedere perché Ambra ha sempre una nuova sorpresa pronta. Certo, è migliorabile, ma tra tutti è quello più “potente”. Al secondo posto ho posizionato Jacopo perché, senza ombra di dubbio, è quello tra noi che meglio è riuscito a fare proprio lo stile di Calvino e si vede. Certo, il poco equilibrio interno del suo racconto non è un bel segno perché evidenzia quanto si sia fatto dominare da una storia che non poteva stare in diecimila caratteri, ma se consideriamo la brillantezza della stessa, beh, ecco il secondo posto. Al terzo ecco Fernando con un racconto completo e finito, solo che ci ho visto poco Calvino (e in ogni caso sarebbe comunque stato dietro ad Ambra perché il suo, di Ambra, lo ripeto, è superbamente costruito). Al quarto Simonetta con un altro bel racconto che considero completo, ma che penalizzo a causa di un linguaggio eccessivamente pesante e ricercato, troppo. Al quinto ecco la prima fiaba, quella di Angela. L’ho preferita alle altre perché la ritengo più completa e meno problematica. A seguire Alessandra, penalizzata da alcune scelte interne che non ho ritenuto ottimali. Poi ecco Veronica con un racconto forse molto derivativo, ma comunque valido, anche se alcune scelte interne rimangono non spiegate e questa è sempre una mancanza. All’ottavo un racconto dalle grandissime potenzialità, quale quello di Chiara, che però deve, sempre a mio parere totalmente sindacabile, ancora trovare la forma migliore e il modo ottimale per fare arrivare il suo messaggio. Nono Andrea con un testo molto “in stile” che però non solo ho trovato poco equilibrato, ma anche eccessivamente frettoloso nelle sue varie parti (e poco empatico). A seguire Sara con un testo che ho visto come esercizio di stile, ben fatto, ma con poca anima e minato da alcune problematiche, per me importanti, legate alla presentazione dei protagonisti. Infine Michele, e mi dispiace molto perché è irrispettoso nei confronti di autori che ritengo abbiano tutti fornito una prova “diversamente” valida, ma il dover produrre una classifica implica delle scelte e un metodo nel farle. Ho spiegato a Michele che per me l’infodump è un problema grosso e forse sono anche eccessivo nel definirlo tale, ma questo è il mio pensiero. Resta però il fatto che il suo racconto, come tutti gli altri più indietro in classifica, ma non solo, ha dei grandi margini per essere aggiustato anche perché la base da cui parte è, perdonatemi l’espressione, “tanta roba”.


1) Il segreto di Nonna Berta, di Ambra Stancampiano
Un racconto da fare leggere a Tonani, sono sicuro che potrebbe apprezzarlo, e molto. Trovo geniale il tuo incedere che obbliga il lettore a cambiare spesso il centro della propria attenzione: sembra quasi un racconto a staffetta con personaggi che ti portano fino a un certo punto e poi si passano il testimone. Inutile quindi che ti sottolinei come, a mio parere, la struttura sia davvero ben congegnata. Bene anche per le tematiche di Calvino, mi ci sono ritrovato e le sensazioni che mi sono arrivate sono molto simili.
Pensando a migliorarlo, vedrei bene qualche linea di dialogo in più, ovviamente sparsa, nella prima parte: aiuterebbe a sciogliere la lettura, anche considerato che, data la lunga premessa, il racconto ingrana lentamente. Credo che potresti lavorare di più anche sul personaggio della Marchesina, mi sembra sia quello che tratteggi più a fatica, ma forse è solo una mia sensazione.
E fin qui siamo a un primo livello, quello che mi ha trasmesso alla prima lettura. Eh sì, perché per arrivare al tema la si deve riaffrontare, ma non è un male, anzi una ricchezza: vuol dire che ci hai lavorato e bene.
Da oliare meglio solo qua e là, un racconto che mi è piaciuto molto.
2) Il marchese quantistico, di Jacopo Berti
Niente da dire, le sensazioni che mi sono arrivate dal tuo testo sono calviniane al 100% e quindi sei facilissimo da commentare, per quanto riguarda lo stile: perfetto (limitatamente a quella che è la mia conoscenza di Calvino).
Qualche problema in più lo riscontro nell'equilibrio interno del racconto, che manca. A una prima parte lunga, precisa, ponderata, segue una seconda troppo veloce, meno limata, a volte all'apparenza abbozzata. In due parole: manca equilibrio. La deriva guerresca del marchese andava introdotta prima e con essa quella che poi è la trama del racconto. Questo ti avrebbe permesso di gestire meglio l'avanzare della storia riuscendo a dargli il giusto respiro.
Intendiamoci, il mio giudizio è estremamente positivo, ma è un peccato dover notare che, come anche in altri casi in questa edizione, l'attenzione per lo stile, che era fondamentale, abbia travalicato l'attenzione per l'equilibrio interno, e questo per me non è positivo.
Detto questo: un racconto senza ombra di dubbio da prime posizioni e può perdere la prima solo a causa del problema che ti ho sottolineato.
3) Le città intangibili, di Fernando Nappo
Non ho letto "Le città invisibili", pertanto non posso giudicare riguardo l'attinenza allo stile di Calvino. Potrei eventualmente solo affermare che mi sembra distante dal Calvino che ho riscoperto io leggendo la trilogia degli antenati. E sì, servono indicazione più chiare da parte dei moderatori per le prossime edizioni.
Detto questo, il racconto è una piccola perla. Arguto, intelligente, lungo il giusto o quasi. Perché quasi? Perché avrei tagliato un po' la descrizione di Derina, non è equilibrata in rapporto alla prima e ho percepito una certa pesantezza che è andata in piccola parte a intaccare la fluidità del tuo lavoro.
Detto questo, da prime posizioni.
4) Il ciambellone invernale, di Simonetta Papi
Esordisco sottolineando che il racconto mi è piaciuto. Bella l'idea, semplice, ma molto umana.
Non ho gradito la forma, troppo complessa e forzatamente ricercata, quasi in rima in certe parti... Non mi ha trasmesso sensazioni calviniche, insomma, e in più mi ha rallentato spesso la lettura costringendomi a rileggere brevi pezzi e a tornare sovente indietro. L'idea che mi sono fatto è che tu abbia ecceduto nel cercare di utilizzare un linguaggio "da Calvino" dimenticandoti che lui stesso faceva della semplicità un suo cavallo di battaglia.
Non ho riscontrato neppure figure atipiche, Visconte Dimezzato/Barone Rampante/Cavaliere Inesistente che siano e ho netta la sensazione di aver letto tematiche di Dickens in un stile forzatamente alla ricerca di quello di Calvino. Questa, almeno, è la mia sensazione.
Detto questo, un racconto che posiziono senz'altro nella prima parte della classifica in quanto è completo, coerente ed equilibrato.
5) Lo specchio di Isidoro, di Angela Catalini
Un racconto (sui termini favola e fiaba cerco di non esprimermi mai perché più irti di trabocchetti di quanto s'immagini) dalla struttura semplice, ma efficace. La mia impressione è che tu sia riuscita a raggiungere il tuo intento trasmettendo un messaggio molto basilare, ma diretto e ben veicolato. Rimane il dubbio sulla decisione di Isidoro riguardo il destino di Baltazar, ma l'indeterminatezza non stona. Non mi spiace neppure la presenza di Ondina che da un certo punto in poi scema totalmente e neppure viene più ripresa, perché utilizzata come semplice strumento di rilancio e punto di svolta. E sai perché non mi turba? Perché riesci a rimanere coerente con lo stile scelto e non appesantendo o rimarcando mai in alcun punto non cadi nell'errore di dare troppo peso a qualcosa che non doveva averne.
Ho qualche remora in più sulle sensazioni "calviniche" che mi sono arrivate, piuttosto diluite, direi. Il fatto è che ci vedo molto la mano di Angela e poco l'impronta di Italo, ma, appunto, è una sensazione mia personale e tarata sulle letture fatte del grande autore.
In conclusione, direi un buon lavoro che mi ha lasciato soddisfatto. Una lettura semplice che però non presenta, a mio avviso, difetti sostanziali e che si legge bene seminando anche qualche spunto di riflessione.
6) Persefone e la maledizione del melograno, di Alessandra Corrà
Confermo le parole di Ambra: la citazione di Howl è semplicemente sublime e riesce a dare un tocco in più a quella che altrimenti serebbe un'offerta che si baserebbe troppo sul classico, pur con il riammodernamento che hai operato. Il racconto si fa leggere bene e intrattiene immergendo il lettore in un mondo atipico in cui le derive calviniane sono percepibili. Analizzandolo al suo interno, avrei gradito un'attenzione maggiore al personaggio di Ade, alle sue motivazioni e al suo rapporto con "l'amata" mentre tutto mi passa troppo veloce. Non ho particolarmente apprezzato il forzato inserimento della fata dei boschi, troppo telefonato e casuale. Credo che tutto sarebbe stato molto più funzionale se, invece di concentrarti sulla madre, l'avessi tenuta ai margini raccontando il viaggio di Persefone con Ade. Alla fine la madre sarebbe potuta comunque arrivare a salvarla e avresti potuto fare desumere le traversie che l'hanno condotta a trovarla attraverso un veloce sunto che a quel punto non sarebbe risultato forzato. Pensaci perché una scelta simile potrebbe garantirti tre importanti risultati:
1) potresti approfondire il rapporto tra Persefone e Ade
2) eviteresti una certa macchinosità nella parte centrale e non saresti costretta a inserire a forza un elemento come la fata dei boschi che rilanci l'azione
3) daresti più spazio al sense of wonder rappresentato dal castello volante.
Concludendo, una buona prova che, a mio avviso, potrebbe "decollare" se solo decidessi per una diversa struttura interna e ci portassi a fare un voletto su quel castello myazakiano.
7) Rosaspina ovvero la persecuzione, di Veronica Cani
Non ho letto il racconto di cui s'è parlato in riferimento al tuo, quindi eviterò di tenerne conto in fase di commento.
Una sorta di fiaba piuttosto granguignolenta in cui alcune scelte mi sono sembrate un pelo immotivate. In primis, non comprendo perché il finto principe abbia bisogno di una principessa per accudire il suo tesoro... O meglio: ci arrivo, ma non mi sembra che nel racconto l'argomento sia trattato adeguatamente. E poi, mi sono sembrate eccessive, in rapporto alla sua funzione nella storia, gli accenni alla corporatura della principessa. Non posso giudicare, infine, circa l'attinenza allo stile in quanto mi sono preparato leggendo la trilogia degli Antenati e non le fiabe e pertanto mi sembrerebbe quanto meno azzardato lanciarmi in un tale azzardo. Chiudo dicendo che le sensazione che mi sono arrivate, si, le posso definire calviniane, ma questo è una semplice constatazione al netto dei giudizio.
Un racconto discreto, una piacevole lettura.
8) La principessa evanescente, di Chiara Rufino
Eccomi qui, Chiara :)
Prima cosa, vorrei spendere due parole sulla tua prima reazione al commento ricevuto e dirti che, a mio parere, è stata un pelo spropositata. Ma detto questo, sono straconvinto che tutti possiamo incorrere in un momento simile e che assolutamente non è grave, perché ci sta e fa parte del confronto. L'importante è riuscire sempre a mettere un po' di distanza tra noi e la nostra creazione in modo da poterla vedere da lontano e studiarla. I commenti degli altri autori devono essere la bussola che ci indica la direzione. Occhio, la sommatoria dei commenti e la sua media va a indicarci solo una strada che potremo decidere o meno di percorrere, a nostra discrezione.
Ho letto tutto e credo che tutti abbiano le proprie ragioni, sia chi dice di non averti capita che chi ti ha mosso lodi. E sai perché? Perché il tuo racconto è davvero strano e difficile da affrontare. Per quanto mi riguarda, ci vedo molta potenza ancora inespressa, soprattutto nel finale. Ambra ha fatto un lavoro inoppugnabile nel sottolinearti punto a punto alcune problematiche e lo condivido in pieno. Aggiungo che alcuni a capo avrebbero aiutato il lettore, sicuramente uno subito a seguire l'apertura del ponte levatoio in quanto c'è un passaggio di tempo e nella scena successiva la marchesina è già dentro il castello, cosa che senza un a capo arriva al lettore come troppo brusca portandolo a interrompere la lettura non sentendolo come naturale.
Ho la sensazione, inoltre, che t'incarti un pelo nel momento culminante, quello in cui lei affronta le sue problematiche e le riesce a superare. Ecco, forse tutto è troppo veloce e manca la necessaria "tribolazione". Sono convinto che il cuore del testo sia lì e che nel momento in cui riuscirai a perfezionarlo allora tutto migliorerà sensibilmente, compreso il finale che, essendo quello più direttamente connesso con il punto problematico e anche quello che più ne risente.
C'è anche da dire che a una seconda lettura il racconto funziona molto meglio e alcune espressioni me le sono immaginate proprio lette da te, inconfondibile lo stile.
Per quanto riguarda Calvino, lascio l'analisi ai moderatori. In certa parte lo vedo, ma sono davvero troppo ignorante di gran parte della sua produzione per poter scendere più nei particolari.
Insomma, si vede che ci hai fatto un gran lavoro dietro, devi solo smussare gli angoli e renderlo più efficiente dove deve esserlo. Spero in qualche modo di essere riuscito a evidenziarti aree di intervento che possano esserti utili, chiaro che in qualunque momento hai solo da chiedere e la disponibilità da parte mia, come credo per chiunque altro qui, a leggere la revisione è totale.
9) Il generale meccanico, di Andrea Dessardo
La sensazione è quella di trovarmi di fronte a un grande esercizio di stile, ma dotato di poca anima. Nel presentare i personaggi, ci mantieni lontani, non ce li fai vivere. Direi che pesa come un macigno l'assenza totale di dialogo che, oltre ad alleggerire, avrebbe permesso anche di aumentare l'empatia mostrando i protagonisti in azione e non solo attraverso mille descrizioni. La stessa trama parte tardi e si risolve in un amen, cosa che senz'altro è voluta, ma che, anche qui, mi ha tenuto distante, in attesa di un qualcosa che poi non è stato. E dire che le idee sono tutte ottime, davvero: lo spilorcio, la zia che riempie di regali il bambino in contrasto con il padre, la campagna intorno al castello che si anima di leggende nate dagli spropositati doni lasciati abbandonati, la rivolta, la sua risoluzione. E pure il finale è valido. Però bidimensionale. Sembra una scaletta più che un racconto. Una dichiarazione d'intenti per ciò che sarà una volta sviluppato per le sue potenzialità. E ok, lo spazio è tiranno, ma a sua volta è un paletto da valorizzare e anche in 10000 caratteri si può creare empatia e sviluppare un trama equilibrata.
Per tutto quanto detto, ritengo il tuo un lavoro potenzialmente eccellente che patisce oltremodo i limiti imposti e questo è un difetto, non un problema dei paletti. Concludo con una riflessione personale: cercare di far proprio lo stile e lo spirito di Calvino, per come l'ho inteso, vuol dire anche sviluppare racconti che non siano una preview di quello che potrebbero essere, ma completi e, lo ripeto, equilibrati. In più, vuol dire anche, sempre per come l'ho inteso, aggiungere Calvino a noi stessi, non sostituirci a lui. Vero, miriamo al "potrebbe essere stato scritto da Calvino", ma ricordiamoci che i suoi testi erano completi e, perdonami per la ripetizione costante, equilibrati.
10) L’imperatrice di ghiaccio, di Sara Tirabassi
Mi scuso da subito perché non mi ritengo in grado di giudicare il tuo esercizio di stile. Mi sono approcciato a questo primo Capitolo del Camaleonte come uno studente e ritengo che nessuno meglio dei due moderatori sia deputato a quello specifico giudizio. In più, ho sì studiato Calvino in queste settimane, ma ho optato per un approccio più istintivo, alle sensazioni che mi ha trasmesso e al generarne di simili io stesso. Pertanto, impostare il mio commento sul tecnico potrebbe essere quanto meno dannoso, non disponendo degli strumenti corretti e non essendo, gli stessi, affilati .
Partiamo però dalle sensazioni "calviniche" e sì, qualcosa mi è arrivato, ma a racconto inoltrato. Penso che la prima parte abbia diversi problemi e questo non ti permette di settare da subito la giusta atmosfera. Ping, Pang e Pong non sono ben definiti e mi sembrano piuttosto deboli, cosa che non mi ha permesso di empatizzare con loro. Lo stesso pretendente a Turandot non ha un'entrata, a mio avviso, efficace: ho faticato a vederlo e a "sentirlo". E questi non sono problemi di poco conto in quanto mi hanno tenuto lontano dal racconto. A livello di stile, mi permetto, mi sembra che ingrani strada facendo e la lettura si fa molto più sicura nella seconda parte. Detto questo, devo rilevare una generale mancanza di fluidità e la sensazione netta che ho avuto è che nello stare attenta allo stile di Calvino e a quello che avresti dovuto fare tu non sia riuscita a mischiare con te stessa e quello che sarebbe dovuto essere il collante.
Mi piace cercare sempre di analizzare un problema osservandolo nella sua totalità e non limitandomi alla sua forma evidente e credo che buona parte delle problematiche sopra esposte siano nate dalla tua scelta iniziale: quella di adattare una storia non tua. Questo non ti ha permesso, idea mia totalmente opinabile, di capire se e in che misura tu la stessi narrando in modo efficace e questo per un motivo principale: la storia tutti, o quasi, già la conoscono e pertanto la si può intuire e seguire anche se esposta in modo poco empatico (problema che ti ho rilevato in riferimento alla costruzione dei personaggi).
Insomma, un racconto che si è tradotto in un esercizio sicuramente utile, ma che manca, o perlomeno a me non è arrivata, di anima.
11) Una tradizione in evoluzione, di Michele Botton
Premetto che la lettura del tuo racconto mi ha mandato in corto e ho dovuto aspettare, fare passare alcune ore, rileggerlo e infine decidere come approcciarmi al suo commento.
Partiamo da Calvino. Sono ignorante della sua opera, a parte la trilogia degli antenati che ho letto proprio per questo Capitolo del Camaleonte, e sottolineo che non ritengo di disporre degli strumenti necessari per valutare in rapporto allo stile utilizzato. Mi limito solo a una veloce considerazione, che però non andrà a incidere più di tanto nella valutazione, proprio per quanto detto sopra. Eccola: durante la lettura non mi è arrivato Calvino. Ho letto che altri invece l'hanno visto e pertanto non insisto, ma per darti qualche elemento in più integro dicendoti che il tono mi è sembrato troppo colloquiale, per quello che ho letto del grande autore.
Passiamo invece al racconto vero e proprio e qui devo rilevare alcune problematiche che sono direttamente connesse con le tue scelte, quindi in verità, avendole volute tu stesso, non sono neanche problematiche, ma più divergenze di opinione tra noi, anche se importanti.
Sono, da sempre, contrario a qualunque forma di infodump e qui è la struttura stessa del racconto che lo trasforma in un mezzo per l'infodump. Appunto, strategia da te voluta, ma non la condivido. Con la scusa della ricerca scolastica trasformi il testo in una lunga descrizione di ciò che è stato e di ciò che è. Non c'è azione, ma solo una madre che istruisce il figlio e la lezione è il tema stesso del racconto, teso a lanciare un messaggio allegorico attraverso quello che è diventato questo futuro distopico (tra l'altro, se ancora non l'hai letto recupera GUERRA ETERNA di Joe Haldeman, si parla proprio di futuri come quello tratteggiato qui, pur con le dovute differenze).
Altro problemino: questo undicenne parla come un ventenne. Troppo adulte alcune sue affermazioni, alcune sue espressioni. Tenderei a cercare di renderlo più ingenuo (a meno che tu non avessi in mente un ragazzino geniale tipo Ender o Peter o Valentine de IL GIOCO DI ENDER, non il film). Nel caso tu lo voglia mantenere sopra la media allora ritengo sarebbe opportuno presentarlo da subito come speciale, più di quanto fai nella prima parte.
Molto bella l'idea del poter creare famiglia con animali o cose, ottima quella che una situazione ideale (almeno per i protagonisti) come l'attuale sia nata da movimenti per la libertà che gli stessi deridono parlandone tra loro. Ecco, quest'aspetto cercherei di valorizzarlo più di quanto lo sia in questa forma attuale: l'ipocrisia, la sostanziale ignoranza, l'incapacità di comprendere appieno anche ciò che si è e il perché lo si è diventati.
Chiudo tornando a Calvino: avrebbe potuto produrre qualcosa di simile? Probabilmente avrebbe affrontato la tematica della famiglia e della sua evoluzione, quello sì. Però credo che l'avrebbe legata stretta anche a un qualche modo della Chiesa di renderla comunque controllabile, visto che la stessa, la famiglia, è il primo e inderogabile elemento di controllo che ha. Quindi ecco, c'infilerei qualcosa anche di quello, una riflessione sulla famiglia in quanto elemento di controllo sociale e se la società cambia, il controllo no e allora che succede? Sarebbe mooolto interessante.
Concludendo, un racconto con una grandissima problematica che non posso byepassare proprio perché va a toccare una delle mio corde più sensibili: quella dell'infodump. Ma occhio che l'idea ha delle potenzialità davvero notevoli e una volta inserito non in una cornice (quella di uno spiegone da madre a figlio), ma in una serie di eventi tesi a mostrare, beh, me lo verrei a rileggere davvero volentieri.

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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#9 » venerdì 20 maggio 2016, 21:55

Ciao a tutti, ecco la mia classifica...


1 - Il segreto di nonna Berta – Ambra Stancampiano

Ciao Ambra,
ti faccio subito i complimenti, perche' secondo me hai scritto davvero una bella storia.
La trovo nelle corde con le classiche trame calviniane della trilogia degli Antenati. Come spesso faceva Calvino, per costruire i suoi lavori, hai usato molta immaginazione e fantasia mescolando, in modo equilibrato, realta' e finzione, tanto da rendere la vicenda surreale e divertente.
Sullo stile non ho grossi appunti da farti, mi sembra infatti che tutto scorra piuttosto liscio.
Personalmente mi sono piaciuti molto i personaggi che, come hai sottolineato nel commento sotto il racconto, sono assolutamente bizzarri e fuori dal comune. Il fatto che il Barone del Pixel poi preferisca un essere inanimato piuttosto di una ragazza montata e' una chicca, e non puo' che renderlo simpatico e interessante.
Anche tu hai usato come voce narrante un personaggio interno alla storia, ma non il protagonista. Una scelta azzeccata, che ha reso il racconto piu' avvincente, caricandolo di un'atmosfera un po' fuori dal tempo.
Un'ottima prova, brava.

2 - Il marchese quantistico – Jacopo Berti

Ciao Jacopo,
anche io devo aggiungermi al coro di chi ti ha fatto i complimenti. Hai fatto un buon lavoro, uno tra i migliori di questa edizione. Si percepisce che conosci molto bene l'autore poiché ho trovato davvero tante analogie allo stile di Calvino, sia nella forma, nella struttura, che nei contenuti.
La struttura del testo risulta elegate, precisa, studiata e approfondita. Ma, nonostante la raffinatezza del tutto, rimane anche un testo leggero, fluido e scorrevole.
L'inizio del testo è davvero bellissimo, però per mio gusto personale, avrei preferito che venisse spiegato di più il motivo che ha trasformato la natura pacata del marchese in uomo sanguigno e combattivo. Anche perché è il nodo centrale della storia, in quanto è da questo episodio che poi inizia tutta la narrazione.
Per quanto riguarda il momento in cui si palesa a metà racconto il personaggio narrante è, anche questo, tipicamente calviniano. Nel tuo caso però, il ritmo cambia leggermente e il testo ne risente, in quanto la struttura risulta un pò meno coinvolgente rispetto alla prima parte.
Alla fine, comunque, sono piccolezze, perché in definitiva la tua è una prova più che buona!

3 - Oreste qua e là – Maurizio Bertino

Ciao Maurizio,
usando un intreccio tra finzione e realtà, hai saputo narrare una bella storia, ricca di spunti di riflessione e, pur nella sua semplicità, profonda.
L'ho trovata anche aderente a molte tematiche di Calvino. Proprio come lui hai, infatti, parlato di un personaggio anticonformista, Oreste. Per il suo modo rivoluzionario di pensare mi ha ricordato Cosimo del - Barone rampante - . Personaggio, assorbito totalmente dai suoi pensieri e dalle sue invenzioni, ma che non per questo vorrebbe vivere isolato dagli altri. Anzi, è un personaggio curioso, a cui piace condividere il suo sapere e raccontare agli altri il suo particolare modo di vedere aldilà delle cose presenti (molto carina la parte dove i bambini dialogano con lui delle sue invenzioni).
Un 'altra analogia a Calvino l'ho ritrovata nella struttura stessa del racconto. Per tornare al – Barone rampante -, anche tu hai scritto un testo facendo parlare un narratore interno alla storia, ma non il protagonista principale. E questa tecnica riesce ad aggiungere un alone di mistero alla simpatica e originale figura di Oreste.
Proprio per fare le pulci, alcune frasi risultano leggermente ridondanti, cariche di aggettivi. Ma in definitiva è poca cosa. Nel complesso è una prova molto buona. Bravo.

4 - Il ciambellone invernale – Simonetta Papi

Ciao Simonetta,

brava, hai scritto davvero una bella storia. Una vicenda carica di umanità, ma raccontata con una giusta dose di leggerezza e delicatezza. La cosa che ho preferito è che, anche se la storia è piacevole e godibile, non è poi tanto la vicenda in sé a essere così interessante, quanto quello che si percepisce dietro tutto l’episodio. In poche righe, infatti, sei riuscita a dipingere e far emergere alcune classi sociali della società ligure di inizio ottocento. Hai descritto molto bene la famiglia nobile che, conforme alle convenzioni dell’epoca, si reca alla messa attraversando le campagne, l’artigiano e la moglie, analfabeti ma abili a risolvere le difficoltà del caso, e infine il ragazzino di umili condizioni sociali, alla singolare ricerca di qualcosa con cui potersi sfamare.
Solo due piccoli appunti: il primo riguarda la struttura delle frasi, a volte mi sono sembrate troppo complesse, lunghe, cosa che ha appesantito un po’ la lettura.
Poi forse avrei omesso il pensiero finale del protagonista; essendo molto giovane e di famiglia nobile, forse può risultare poco credibile che sia già così sensibile, e si renda conto, per la buona azione compiuta nei confronti del giovane ragazzo.
Nel complesso, una buona prova!

5 - Lo specchio di Isidoro – Angela Catalini

Ciao Angela,
anche questa volta ho ritrovato il tuo particolare modo di esprimerti che ti contraddistingue, semplice e lineare. Caratteristiche e qualità che rendono i tuoi racconti sempre fluidi e delicati e che ben si sposano con il tipo letterario della “favola”. Genere apparentemente semplice, ma che non per questo non nasconde parecchie insidie, soprattutto per chi si avvicina per la prima volta. Ma tu mi pare che abbia ben dosato gli elementi fondamentali che devono trovarsi in una fiaba: indeterminatezza dei personaggi e luogo in cui si svolge la vicenda, elementi magici e irreali, fantasia, nonché semplicità nella narrazione. Anche il finale racchiude un’interessante spunto di riflessione. Tutto si ripete allo stesso modo, un vero cambiamento non c’è mai, e il tempo si avvolge su se stesso, all’infinito. Come dire: si può cambiare tappeto, ma sotto rimarrà sempre la stessa polvere! :)
Credo che Calvino sia uno scrittore a te affine, e il tuo lavoro in questa edizione, da parte mia, è buono.


6 - Le città intangibili – Fernando Nappo

Ciao Fernando,
non conosco bene il libro di Calvino – Le città invisibili -, ne ho letto solo alcune pagine poco prima del contest. Da quel poco che ho letto però ne ho avuto una sensazione buona: è un libro molto profondo ed esistenziale, seppur complesso, dove ognuno può dare la sua propria interpretazione.
Detto questo, per te è stata un’ottima fonte di ispirazione. Infatti, il lavoro che hai svolto è molto positivo. Mi sono piaciuti soprattutto i dialoghi tra Marco Polo e Kublai Kan, sono costruiti molto bene, senza sbavature, tanto che in poche righe ti immergono in un’atmosfera quasi astratta, rarefatta, fuori dal tempo.
Concordo con chi ti ha fatto notare che la città di Nidata è rimasta troppo incorporea, visto che hai tralasciato di individuare elementi concreti per raffigurarla, ma dal tuo commento ho visto che ciò è dovuto per mancanza di tempo. Derina, invece, ha tutti gli elementi che ci vogliono per poterla immaginare.
Nel complesso, un buon lavoro. Bravo.

7 - L’imperatrice di ghiaccio – Sara Tirabassi

Ciao Sara,
non conoscevo la storia di Turandot, grazie quindi per avermela fatta scoprire. E' davvero deliziosa.
Per venire allo stile usato; allora, si vede che hai lavorato tanto per raggiungere un lessico, che in prima battuta, è elegante e raffinato. In parte riesci a ricreare un'atmosfera proveniente dal passato, ma, seppur abbia apprezzato il tuo lavoro, non mi è sembrato un lessico aderente totalmente allo stile calviniano. Devo, però, sottolineare che anch'io conosco solo alcune opere di Calvino, quindi, la mia percezione è puramente soggettiva, istintiva, che non si basa da studi approfonditi in materia.
Connesso a Calvino, ci vedo soprattutto l'idea di riproporre una storia già esistente, utilizzando un personaggio marginale alla narrazione come voce narrante, e anche il finale lo trovo in linea con l'autore, visto il sapore lievemente amaro che lascia.

8 - Rosaspina ovvero la persecuzione – Veronica Cani

Ciao Veronica,
i tuoi racconti mi piacciono sempre molto, ma questa volta commentare la tua storia, devo ammetterlo, mi mette un pochino in difficoltà, soprattutto perché non so bene come valutarla.
Comincio subito dalle cose positive: la fiaba mi è piaciuta molto. La trovo ben scritta e l'ho letta con piacere, nulla da dire nemmeno sul lessico che ho trovato fluido e scorrevole.
Ma, la cosa che mi ha fatto storcere un pò il naso, è che l'ho trovata davvero troppo Calviniana, a tal punto da essere, per trama, simile a una nota fiaba di Calvino: l'assassino senza mano.
Cercare di imitare lo stile dell'autore era cosa imposta dal regolamento, ma nella trama penso che si doveva cercare di inventare qualcosa di nuovo, almeno credo. Per esempio, trovo molto simile il pezzo di quando l'uomo porta la sposa nel bosco e lì ferma la carrozza per dichiararle la sua vera identità. O ancora, quando viene legata a un albero, davanti al mare, con una grossa catena come un cane; ancora quando lei nascosta nella balla di cotone viene punzecchiata dalla spada del marito che la cercava. Infine, la scena del vino, quando lei nel frattempo ha sposato un altro re, e il primo marito arriva sotto mentite spoglie a corte e porta il vino in cui ci ha prima messo del narcotico, cosicché tutte le persone del castello si addormentano. Per ultimo il finale, quando la corte viene risvegliata poco dopo che lei ha ucciso il marito che voleva ucciderla (mi ha fatto sorridere, oltretutto, che nel precedente commento ti sia stato criticato il finale, visto che è pressoché uguale a quello della citata fiaba di Calvino).

9 - Il generale meccanico – Andrea Dessardo

Ciao Andrea,
il tuo racconto non mi ha convinta del tutto. Tecnicamente hai usato uno stile che si avvicina a Calvino: aggettivi appropriati, termini eleganti, arcaici e tipici dell'epoca; di sicuro in questo hai fatto un bel lavoro. Eppure è come se qualcosa mancasse...
Forse sarà che per le tante descrizioni ho trovato il testo pesante e difficile da seguire fino il finale. Questa, ovviamente, è la mia personale percezione, e quindi forse potrebbe essere solo una mia difficoltà.
All'inizio, per es., per me è troppo lunga la presentazione dell'arciduca Guidoberto, ma anche altri passaggi, li ho trovati troppo descrittivi e, trattandosi di un racconto breve e non di un romanzo, credo andrebbero sfoltiti.
La scena relativa ai contadini che scappano nel bosco spaventati dai giochi del giovane rampollo, mi ha vagamente ricordato quando gli atzechi, secoli fa, videro arrivare le navi con i conquistatori spagnoli, in quest'ultimo caso pensarono che fossero degli inviati del loro Dio. Beffa ai danni di persone credulone, sì, ma che hanno portato a epiloghi infelici, sia nella storia che nel tuo racconto. Quindi la beffa non ha l'ironia e la spensieratezza tipiche calviniane, ma porta a riflessioni ben più amare.

10 – La principessa evanescente – Chiara Rufino

Ciao Chiara,
secondo me la tua fiaba avrebbe del potenziale, che purtroppo però rimane inespresso per quasi tutta la narrazione. A questo punto devo aggiungermi anch'io nel coro di quanti ti hanno fatto notare i suoi punti deboli. Ambra è stata molto brava a elencarti tutte le problematiche connesse alla struttura, che in alcuni punti rimane un pò nebulosa e di difficile comprensione per chi si approccia alla lettura del tuo testo, quindi non starò a ripeterti quanto già ti è stato fatto notare.
In quanto allo stile, lo vedo abbastanza vicino a Calvino, sia per la sua innocenza apparente, che per le varie citazioni e nessi tipici dell'autore, soprattutto inseriti nella prima metà del racconto.
Dalla metà del racconto in poi , invece, mi ha convinta di meno.
Il finale lo vedo arrivare troppo frettoloso e mi sembra sia forzato rispetto il resto della storia.
Nel complesso, è una storia che con qualche accorgimento in più può migliorare molto.

11 - Una tradizione in evoluzione – Michele Botton

Ciao Michele,
molto carina la citazione di Calvino che hai messo nel preambolo. Per quanto riguarda il tuo racconto, invece, anche io sono rimasta un pò spiazzata.
Sia per l'ambietazione futuristica, che per la divergenza di forma e struttura rispetto gli altri lavori in gara, trovo difficile commentarti in modo adeguato.
Penso che il tuo fine fosse una lettura frivola e giocosa e l'idea di fondo non mi è dispiaciuta.
Diciamo però che, l'appunto che potrei muovere riguarda proprio la troppa accentuata ricerca di leggerezza, che stona un pò, soprattutto usata per tematiche sociali di così forte impatto come quelle che hai usato. Mi è sembrato, infatti, che in alcuni passi ne sono venute fuori delle frasi e dei pensieri un pò troppo convenzionali. Luoghi comuni che trovo soprattutto discordanti rispetto i contenuti di Calvino che, seppur intessuti di leggerezza, erano sempre molto profondi e originali. Ti faccio qualche esempio:
era una banale scusa per rubare soldi ai contribuenti e pagare insegnanti inadeguati
il pargolo avrebbe preferito mangiare le odiate carote piuttosto che chiamare in causa quel brutto luogo
I gatti sono così menefreghisti Diverso, o parte di una minoranza, non vuol dire male ect, ect.
La storia, comunque, è carina e ha del potenziale. Sono sicura che con qualche accorgimento in più, acquisirebbe maggiore interesse.

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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#10 » venerdì 20 maggio 2016, 23:25

Ciao a tutti,
stilare la classifica per questo Camaleonte è stata davvero dura, e con mio grande dispiacere ho dovuto utilizzare la regola del Kill your darlings, penalizzando alcuni racconti che per me erano assolutamente perfetti, ma che non rispondevano perfettamente alla traccia sulla trilogia degli antenati.
Ho privilegiato chi dichiaratamente si è ispirato (o ha tentato di farlo) alla trilogia degli antenati, che si trattasse di una riscrittura o di una storia originale; in fin dei conti, anche nello scegliere la storia da narrare bisogna fare attenzione ai temi cari all'autore, e i due racconti così sviluppati mi sembra che si adattassero perfettamente a Calvino.
Non ho avuto dubbi sui primi quattro posti, tutto il resto è stato seriamente problematico; se la classifica si fosse dovuta orientare sul mio gusto personale più che sulla consegna e sullo stile, sarebbe ben diversa.
Fino al sesto posto abbiamo i racconti dichiaratamente ispirati alla trilogia degli antenati, o nei quali ho ravvisato dettagli e costruzioni assimilabili; al settimo e ottavo posto, due racconti che mi sono piaciuti molto e ho trovato abbastanza fedeli allo stile di Calvino; le ultime tre posizioni mi hanno seriamente messa in crisi: lo stile è molto lontano da Calvino (in alcuni casi dichiaratamente), oppure ci ho ravvisato problemi evidenti. Ho deciso di premiare il racconto di Veronica, che seppur con problemi per me evidenti ha davvero provato a imitare lo stile di Calvino, poi Mike che ha tentato il contropiede e infine Angela, ma solo perché ha dichiaratamente rinunciato a imitare Calvino. La sua favola sicuramente non è da ultimo posto, e il mio gradimento l'avrebbe piazzata almeno a metà classifica.

1) Il marchese quantistico
Ciao Jacopo,
continuiamo la sfilza dei complimenti con un "Che meraviglia!".
Ho letto il tuo racconto 3-4 volte, e ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso senza mai annoiarmi.

Sicuramente dati i tuoi studi e la tua passione per l'autore, per te sarà stato molto più facile che per altri adattarsi allo stile di Calvino; bisogna comunque dare a Cesare quel che è di Cesare e dire che hai fatto un ottimo lavoro di cui sarebbe contento anche Calvino stesso.
In particolare ci sono alcuni passaggi che mi hanno davvero entusiasmata, soprattutto là dove sei riuscito in ciò in cui io ho miseramente fallito (sigh), facendo tue strutture anche molto complesse; in particolare:
Timetrapoler ha scritto:Tutto ciò accadeva nel tempo in cui l'Italia era ancora solo lo stivale che si estendeva dalle Alpi verso sud oltre il Po e giù lungo gli Appennini, e colla punta della Trinacria palleggiava la Sardegna. Tra le pieghe delle mappe dei Savoia, degli Asburgo e del papa c'era spazio per baronie, contadi e altri domini che passavano inosservati ai più, e non sarebbero stati ricordati. Ma non sono forse le pieghe a tenere assieme le mappe? E in quel giorno d’aprile, di una di queste pieghe, del suo intero dominio, il marchese di Essembergo aveva fatto territorio di caccia.

Bellissimo. E a parte il mio apprezzamento personale, obbiettivamente difficilissimo. Sei riuscito in uno zoom storico-geografico rafforzato dall'idea delle pieghe, e oltre a una certa ironia ci trovo un po' di poesia e filosofia neanche troppo celate. Proprio quel tipo di excursus da narratore interno che filtra il mondo coi suoi occhi,e che io ho provato a ottenere con risultati pessimi.
Posso scrivere ancora qualcosa? Ma sì, qualcosa sì. Non vorrei dilungarmi troppo, però: temo che improvvisamente questo resoconto si muti in un grosso tomo, fitto di caratteri, zeppo di descrizioni araldiche, trattati di erboristeria, componimenti encomiastici, liste senza fine. Perché così, ahimè, accade nelle marche di Essembergo.
Dirò dunque brevemente della guerra.
Dovete sapere che, da quando ventenne si era distinto al congresso di Vienna, il marchese era noto per essere un fine diplomatico. Ne so qualcosa di diplomazia e immagino che il portamento elegante, il naso aquilino e i ricciolini alla Metternich abbiano molto giovato alla nomea.

Idem cum patate; il narratore ci tiene a comunicarci di essere una persona vera, interna alla vicenda che ci racconta ma ferrata anche in tantissimi altri campi, che ha il suo occhio personale sul mondo che vive. Questa esaltazione dell'occhio personale del narratore aiuta il lettore a orientarsi in un mondo che non conosce e che gli viene raccontato per pennellate che spaziano un po' ovunque; la sensazione è quella di essere presi per mano e guidati in un museo o in un posto molto affollato, e la trovo confortevole e ben gestita.
Infine, un richiamo ironico tipico di Clavino, presentato esattamente come lui (per quel che ne ho potuto leggere e capire) lo avrebbe presentato.
La prima annessione del marchese fui io che scrivo, segretario del conte di Malcascina. –

Il narratore interno alla storia che finalmente ci spiega come e perché sia interno alla vicenda, un altro tratto tipico del Calvino della trilogia degli antenati.
I giganti già sbaragliavano gli eserciti avversari spazzando con le loro alabarde, usavano i cannoni come archibugi, pestavano cavalli e cavalieri come fossero giocattoli per bambini, facevano questo e altro quando sul più bello arrivò una missiva dal re. Fu fatta l'Italia, e ogni contesa fu appianata con privilegi e compensi. Il marchese Filippo fu fatto senatore del regno, e subito decise d'invecchiare. In un sol giorno, s'ingobbì e s'incanutì, depose la sciabola in favore della penna, volle che il suo desco fosse ingombro di libri e la sua biblioteca preziosa e invidiata. Alle volte uno si crede appagato, ed è soltanto vecchio.

Anche qui, perfetta. Davvero poco da dire se non "grazie" per queste belle righe; sono una gioia per gli occhi e per il pensiero.

In conclusione, credo sinceramente che tu abbia fatto un ottimo lavoro. Anche la trama è indovinata e perfettamente in linea con lo stile e il contenuto della trilogia degli antenati, compreso il finale sull'inevitabilità del cambiare dei temi e sulla follìa dei tempi moderni.
Non ho capito alla perfezione il riferimento alla fisica quantistica e alle scale, che immagino siano collegati, ma in fin dei conti è ben poca cosa e immagino dipenda più da una mia ignoranza in materia che da un'effettiva difficoltà di comprensione del tema. Certo, magari se il riferimento non è ovvio il titolo è un po' infelice; lo scrivo in base a una riflessione personale che sto facendo al momento sui titoli: mi sto trovando in difficoltà a causa di un titolo poco indovinato durante questo Camaleonte, mentre un titolo particolarmente accattivante credo che mi abbia agevolato durante l'ultimo Minuti Contati. Tendo un po' a trascurare l'importanza del titolo, e mi sto rendendo conto che è un errore.

Comunque, davvero complimenti. :)

2) Oreste "qua e là"
Ciao Maurizio,
vedo che abbiamo condiviso l'approccio ai testi di Calvino e, forse per questo o forse per caso, siamo arrivati a conclusioni simili, imbastendo il nostro racconto sul rapporto con la tecnologia.
Nel caso del tuo Oreste, però, la tecnologia è una visione che può rendere folli, e che di sicuro rende soli.
Ho amato molto il personaggio di Oreste, che per certi versi mi ha ricordato Cosimo Piovasco di Rondò nei suoi periodi di follìa e isolamento; in più la voce del narratore è molto simile a quella del narratore del Barone Rampante, e già questo per me potrebbe bastare per dire che, a livello mimetico, hai fatto un buon lavoro.
Riguardo la struttura delle frasi, in effetti a volte ti perdi in una sintassi arzigogolata e un po' ostica, e viene a mancare la leggerezza tipica di Calvino. Anche i termini regionali, non essendo liguri, vanno un po' a minare la mimesi, ma contemporaneamente capisco che la tua intenzione era proprio quella di imitare Calvino con gli strumenti che conosci meglio, e trovo che sia un approccio estremamente condivisibile, che appoggio in pieno.
Altro punto a favore della mimesi, la scelta di narrare la storia dal punto di vista di un bambino e di fare attenzione agli altri bambini e al loro mondo; anche qui, mi ricordi il Barone Rampante e i monelli che rubano la frutta. Altra citazione abbastanza evidente, il cane e il suo "passaggio di proprietà", che è un vero e proprio passaggio del testimone: il tuo protagonista forse racconterà le vicende di Oreste e di quel futuro forse immaginato; mi è piaciuto l'utilizzo del termine "anomalia", anche se utilizzando "interferenza" avresti potuto contare sulle basi di una teoria della fisica quantistica che non conosco abbastanza bene da poter enunciare, ma che mi sembra possa anche giustificare la presenza di Oreste in quel mondo, se è vero che viene dal futuro (o da un altro universo ;) )
Credo che il tuo sia un racconto di pregio, che dopo una limatura e lucidatura delle iperboli sintattiche potrebbe diventare un piccolo capolavoro.

3) Il ciambellone invernale
Ciao Simonetta,
mi unisco al coro di complimenti, il racconto è davvero carino e piacevole da leggere, in più vedo molto di Calvino nel tono della narrazione, nel punto di vista scelto e nell'inquadramento storico della vicenda.
Mi è piaciuto molto il lavoro di Zoom che hai fatto nell'incipit, partendo da Napoleone e dalle sorti dell'Europa per poi raccontarci una vicenda così piccola e delicata.
Credo però che sia più verosimile, per come ci racconta la vicenda e per le conclusioni che ne trae, che il tuo protagonista abbia 10-12 anni e non 15; a quell'età si è un po' meno bambini di quel che ci suggerisce il tuo POV.
E' vero come hanno evidenziato altri che a volte arzigogoli così tanto le tue frasi che un po' ci si perde, e ne risente la comprensione di alcuni periodi anche piuttosto importanti.
Per il resto direi che è proprio un bel lavoro, e personalmente lo trovo tra i più azzeccati di questo Camaleonte .)

4) L'imperatrice di ghiaccio
Ciao Sara,
trovo che la riscrittura della Turandot sia stata una buona idea, un po' perché è una bella storia che rischia di venire dimenticata o relegata allo studio dell'opera e un po' perché anche io la conoscevo più che altro dal punto di vista musicale, ed è stato bello poterla apprezzare in narrativa; credo inoltre che la tua concezione elegante della narrativa ti abbia portata a scrivere un gioiellino.
Ho molto apprezzato alcune finezze come il parallelismo tra la testa del morto, la luna e poi Turandot, il cambio di POV tra i tre ministri per poi passare a una chiusura esterna, la descrizione di Turandot accennata solo attraverso le parole della folla e dei tuoi personaggi.
Ho solo qualche piccolo appuntino: ho immaginato che il trio schiava-vecchio-pretendente fossero lo stesso vecchio con la schiava che inciampa nel trambusto della folla e poi viene soccorso dal figlio; poi mi sono chiesta se fosse davvero così o se si trattasse di due episodi slegati; è una cosa di pochissimo conto che però mi ha portata a tornare indietro sulla lettura per capire meglio.
Il cambio continuo di POV mi ha tecnicamente esaltata :) è giusto e coerente che dopo aver seguito i tre ministri il pov diventi esterno (anche perché loro fuggono), e sei anche riuscita a rendere questo passaggio molto morbido e naturale, però così facendo (e sicuramente anche per questioni di spazio) la tortura e la morte di Liu, il momento di più alta carica drammatica, passano molto in sordina. E' vero che Calvino tende sempre alla leggerezza, ma credo (per quel che ho capito io di Calvino) che lui avrebbe affrontato questo passaggio soffermandosi su alcuni particolari scelti, per raccontare poi l'insieme come un mosaico. Il finale, così gestito, sembra invece un po' affrettato, e non rende pienamente giustizia alla cura per i particolari che invece si rileva nei tre che lo precedono.
Per ciò che riguarda la calvinizzazione della storia, un po' mi accodo a Maurizio: non credo di avere le competenze adeguate per entrare troppo nel dettaglio :) però oltre all'appunto di cui sopra la narrazione da punti di vista secondari, il divagare del narratore in osservazioni personali che spesso vertono sulla poesia, il tono ironico in alcuni punti della narrazione me lo ricordano molto.

5) La principessa evanescente
Ciao Chiara,
parlavama del tuo racconto fino a poco fa, e come sai secondo me ci sono alcuni problemi, che non sono bene riuscita a spiegarti a voce ma che ti evidenzio col quote:
chiara.rufino ha scritto:Il lontano castello della nonna apparve poco dopo, con le sue alte guglie a sfidare Dio e il ponte levatoio che ricordava il suono d'un carillon.

ecco qui il famigerato carillon; credo di aver capito quale sia qui il punto: il SUONO del ponte levatoio ricorda quello di un carillon; messa così, sembra che l'immagine del ponte levatoio ricordi il suono di un carillon, ed effettivamente non ha senso; altro piccolo appunto su questo passaggio; subito dopo scrivi:
Il portone principale era sbarrato e non c'era verso di aprirlo da fuori.
Alice si spazientì e bussò con foga, facendo risuonare la voce querula.
"Aprite! Sono la marchesina del Granducato di Toscana".
La porta si scostò un poco e solo un dito apparve, a monito dell'esuberanza della giovane.

Ma come, prima vedevamo il castello in lontananza e adesso siamo proprio qui sotto? E come ci siamo arrivati? Darci un'indicazione di luogo, dicendo che il castello è in lontananza, presuppone che tu debba dirci quando arriviamo, altrimenti confondi il lettore.
Altra cosa che non funziona bene, subito dopo:
Il dito si mosse, da destra a sinistra, dritto nella sua posizione di diniego e la marchesina sgranò gli occhi, sorpresa di tanta maleducazione e mascalzonaggine.
"Lo dirò a mia nonna! Aprite, vi dico!"
Il dito scomparve e il suono di prima riecheggiò nel castello, tanto che l'ultimo cavallo lasciato ad Alice si diede alla fuga.
L'odore di polvere che provenne dalla stanza era acre e Alice starnutì, convinta di essersi cacciata in guai grossissimi per essere finita in punizione fin là.

Come per il castello in lontananza, anche qui: prima mi mostri un dito che segna un diniego (quindi io, lettore, capisco che non possiamo entrare) e poi subito dopo siamo dentro. E come ci siamo arrivati?

Un rumore di passi la percorreva, intervallata solo da un fruscio insistente di crinoline che s'increspano per rallentare i movimenti.
Alice sentì sul viso uno spostamento d'aria e una voce s'alzò dal nulla.
"Sei cresciuta molto Alice. Che fai, non mi riconosci? Sono tua nonna, la Principessa Maria Vittoria Chiara Adele di Toscana".
Alice si sporse e toccò qualcosa di morbido e pruriginoso col naso; indietreggiò e guardò nuovamente, spaesata dalla scoperta.
"Nonna, siete molto cambiata dall'ultima volta". Si sforzava d'esser seria e frenava il riso dietro ai denti.
"Son sempre stata così, amore mio, sei tu che sei cambiata. Ho saputo della tua ribellione e tuo padre m'ha pregato di ravvederti. Da brava, tienimi la gonna, ti mostrerò una cosa."
La mano d'Alice venne afferrata da una mano nodosa e gentile, come la ricordava da bambina; si aprì in un sorriso e seguì docile la donna su per le scale.

Qui secondo me dovresti esplicare meglio che la nonna è invisibile, perché personalmente ci ho messo un po' a capirlo; stessa cosa per il bandolo della matassa invisibile.

La stoffa era setosa e Alice sentì in cuor suo che il lavoro stesse venendo bene,
Stava
Con un battito di mani d'approvazione, la principessa Maria Vittoria dichiarò la nipote libera dai suoi problemi e adatta a tornare a corte.
Non sono sicura di aver capito cosa intendi dire; non era meglio un discorso diretto? In questa maniera la frase suona davvero male.

Per quel che riguarda lo stile, rimangio parzialmente ciò che ho detto: la prima metà del tuo racconto è in effetti zeppa di citazioni e riferimenti alla trilogia degli antenati, e secondo me hai retto molto bene il sistema di proposizioni lunghe ma leggere di Calvino; ti perdi un po' a partire dai ricordi della principessa, fino a sfociare nella fiaba. L'effetto non mi dispiace per nulla, e come ti ho detto ritengo che il tuo sia un ottimo lavoro, ma conferma anche ciò che sostenevo: mantenere per 10.000 caratteri lo stile e le strutture della trilogia degli antenati senza scivolare nella fiaba era davvero molto difficile, perciò tanto di cappello a chi ce l'ha fatta, ma bene comunque a chi ci ha provato! :)

6) Il generale meccanico
Ciao Andrea,
personalmente credo - e il tuo commento in parte lo conferma - che tu abbia in parte travisato lo stile di Calvino, o che comunque abbiamo seguito due approcci molto diversi alla lettura delle stesse opere; se dovessi descrivere Calvino in una sola parola direi "leggerezza", mentre il tuo racconto - mi perdonerai la franchezza - di leggero ha ben poco, a partire dalla formattazione.
Non è facile per un lettore affrontare un testo di 10.000 caratteri quasi totalmente senza a capo e senza spazi bianchi, soprattutto se la vicenda è narrata a paroloni arcaici, si protrae per un arco di tempo piuttosto lungo e ricco di eventi (e qui passiamo dai regali di una zia a una rivolta di contadini) e non presenta alcuna traccia di discorso diretto.
Sebbene il racconto, soprattutto alla sua conclusione, tenti di vertere su un senso di leggerezza, citando addirittura un pallone aerostatico, personalmente l'ho trovato difficile da seguire, sono spesso dovuta tornare indietro, e anche a una seconda e a una terza rilettura è stato un po' faticoso.
Con ciò non voglio dire che la vicenda narrata sia da buttare, o che sia un racconto che non meriti la sufficienza, perché il potenziale c'è; forse andrebbe semplicemente alleggerito. E' vero che Calvino usa moltissimi termini arcaici, ma non si limita a quelli; ed è vero che indugia in lunghissime descrizioni e dissertazioni, ma privilegia comunque frasi snelle e non perde mai di vista il senso dell'azione e del narrato. L'impressione che invece traggo dal tuo testo, è più che altro questa.
Ti sei comunque rifatto alla trilogia degli antenati, e i temi ci sono tutti. Mi è piaciuta molto l'idea dei giocattoli giganteschi che mettono in fuga i contadini affamati, e anche il finale è buono.

7) Le città intangibili
Ciao Fernando,
Per ben due motivi, il tuo racconto mette profondamente in crisi la mia decisione di premiare in classifica i racconti che si attengono di più alla trilogia degli antenati:
1) Trovo che sia bellissimo (e non trovo un termine più adatto, perdona la scarsa proprietà di linguaggio).
2) Stilisticamente, potrebbe essere considerato ciò che nella serialità televisiva viene detto "episodio fantasma". In parole povere: inserendolo in un punto random de "Le città invisibili" di Calvino, un lettore medio alla sua prima lettura del romanzo non noterebbe la differenza.

La cornice funziona molto bene, e la trovo mimetica rispetto a tutto il corso del narrato di Calvino all'interno del romanzo (che ho letto un bel po' di tempo fa, ma mi era rimasto molto impresso).
Per ciò che riguarda le due città: è vero che Nidata è un po' troppo astratta, ma il concetto che sta alla sua base mi ha coinvolta parecchio; Derina è perfetta.
A livello personale, sarà anche a causa di un periodo un po' particolare, la poetica del racconto mi ha toccata nel profondo, mi ha fatto nonviaggiare insieme a Marco Polo, mi sono sentita parte delle città e da lettrice sono contenta e soddisfatta.
Credo che tu possa mettere da parte il tuo rammarico, è davvero un ottimo lavoro :)

8) Persefone e la maledizione del melogramo
Ciao Alessandra,
mi è piaciuta molto l'idea di una riscrittura del mito di Persefone, credo che sia importante raccontare in termini più adatti ai nostri tempi alcune storie che altrimenti rischierebbero di perdersi o di essere associate a momenti spesso sgradevoli come la versione di greco al liceo. :)
Sono però d'accordo con chi dice che i personaggi sembrano un po' bidimensionali; è vero che nelle fiabe non c'è molto spazio per le sfaccettature e i risvolti psicologici, però ho notato che tu ci presenti i tuoi personaggi attraverso le loro azioni, che a volte possono sembrare un po' incoerenti finché, quando stanno per uscire dalla narrazione, non enunci il loro fatal flaw.
Cerco di spiegarmi meglio con un esempio che vale per tutti: il padre. Mi presenti un padre praticamente innamorato della figlia, che però la cede ad Ade per avidità. Va benissimo, ma siccome non mi avevi fatto cenno prima a questa avidità, io da lettore mi perdo, potrebbe sembrarmi tutto campato in aria.
Analizzando bene il tuo racconto mi sono resa conto che la struttura è molto più complessa di ciò che sembra, e che tutti i tuoi personaggi agiscono invece proprio secondo il loro fatal flaw in maniera impeccabile (Persefone è golosa e viziata, Demetra è umile e perseverante, il padre è debole e avido ecc ecc); è un peccato che questa cosa non salti fuori per bene, e che dia anzi l'impressione contraria a una prima lettura!
Leggendo anche (ma non solo) le fiabe italiane di Calvino, ho imparato un trucchetto che sembra utile (anche se i moderni narratologi storcerebbero il naso): enunciare il fatal flaw dei tuoi personaggi appena li presenti nella narrazione. In questo modo, nulla può essere frainteso e la bidimensionalità diventa coerenza. E di coerenza nel tuo testo ne vedo moltissima!
Lo stile è semplice, leggero, elegante. Ricorda il Calvino delle Fiabe italiane al punto giusto, direi.
La citazione/parallelismo tra Ade e Howl con tanto di Castello errante è una vera genialata :D

9) Rosaspina ovvero la persecuzione
Ciao Veronica,
la fiaba somiglia parecchio a "l'assassino senza mano", ma vedo che questo punto è già stato ampiamente discusso, e mi sembra inutile continuare a battere sempre lì :)

Per ciò che riguarda la struttura della narrazione e le reazioni dei personaggi vedo qualche imperfezione già a partire dall'incidente scatenante della fiaba, ossia il matrimonio di Rosaspina: nelle prime righe mi dici che il re la tiene nascosta in una soffitta perché ne è geloso e poi la da in sposa a uno sconosciuto, solo perché ha i baffi e una bella parlantina? Già questa prima contraddizione mi ha portata a fare attenzione alle reazioni dei tuoi personaggi, e ho visto tante altre cose strane: com'è possibile che una ragazza appena data in sposa a uno sconosciuto che le ha confessato di essere un assassino e l'ha incatenata a un albero come un cane si annoi? E perché un assassino di nobili dovrebbe sposare una principessa che non ha mai visto in vita sua? Ne "l'assassino senza mano", tutto l'impianto narrativo era giustificato dal fatto che la principessa aveva tagliato la mano all'assassino, mentre in questo caso, perdonami la franchezza, tutto sembra un po' campato in aria.
Altra perplessità: perché Rosaspina dovrebbe aspettare che il marito torni per fuggire e non approfittare della lunga giornata che lui passerà fuori ad ammazzare nobili? E perché il vero principe, che a giudicare dalla tua fiaba dovrebbe aver sposato la principessa per amore, non sa niente dell'ex marito della ragazza e non le crede pur vedendola terrorizzata?
Insomma, anche se si tratta di una fiaba per bambini, mi sembra che alcune cose non funzionino bene; i bambini, poi, ragionano in maniera incredibilmente logica!

Per ciò che riguarda lo stile, mi sembra che tu ti sia mantenuta su quello delle fiabe italiane abbastanza fedelmente, senza particolari guizzi o strutture esaltanti ma anche senza cadute o errori degni di nota. Ho gradito il richiamo alla bella addormentata e il continuo rivolgersi del narratore al pubblico, che mi hanno richiamato un po' il Calvino degli antenati.

10) Una tradizione in evoluzione
Ciao,
all'inizio mi hai spiazzata, ho letto il tuo racconto chiedendomi dove fosse Calvino, poi col commento mi è stato tutto chiaro; trovo che il tuo sia stato un buon approccio, gestito in maniera abbastanza intelligente.
Se Calvino fosse stato vivo, probabilmente avrebbe detto la sua a riguardo, quindi anche la "trama" mi sembra abbastanza indovinata. Inserisco il termine "trama" tra virgolette perché come tu stesso scrivi nel tuo commento, più che di un vero e proprio racconto si tratta di un'allegoria.
Per ciò che riguarda lo stile, non so quanto tu ci abbia preso: a parte un narratore (che però non è interno alla vicenda) che di tanto in tanto si rivolge al pubblico e qualche termine desueto, non ci vedo molto di Calvino; in particolare, del Calvino degli antenati. In più, non sono sicura che Calvino parlerebbe della scuola nei termini in cui ne parla il tuo narratore, o che metterebbe in scena una madre che sconsiglia al figlio di frequentare un compagno perché viene da un quartiere disagiato.
Nel dialogo c'è parecchio infodump, ma è perfettamente naturale: serve a farci scoprire un mondo che altrimenti non ci sarebbe possibile vedere; l'appunto che ti muovo a riguardo è che non mi sembra plausibile che un bambino pronunci frasi come “Beh si è evoluto molto il concetto di famiglia negli ultimi decenni,”; più in generale, poi, l'importanza dei due interlocutori ai fini del dialogo è parecchio sbilanciata: il bambino serve solo a interpellare la madre, poi da quando lei comincia a parlare si potrebbero anche togliere le sue battute senza per questo inficiare la trama.
Infine, ma questo forse è un limite mio, un bambino, anche se la madre è sposata a un cane, non può essere figlio di quel cane; perché allora lo chiama papà?
Trovo comunque che l'idea alla base del racconto sia molto buona, e i temi caldi di attualità mi piacciono; riequilibrando un po' l'importanza dei due interlocutori (e magari, senza limiti di caratteri, regalando al lettore anche qualche dettaglio sullo spazio e gli oggetti di questo interessante futuro prossimo) ne uscirebbe fuori un buon racconto.

11) Lo specchio di Isidoro
Ciao Angela,
il tuo racconto/fiaba mi è piaciuto molto, e mi ha soprattutto ricordato una storia simile che mi raccontavano da bambina, sperando che mi addormentassi con le infinite ripetizioni. Ti dirò, non era poi così difficile!
Ecco, se mi perdoni paragone con un ricordo d'infanzia lontano, credo che questa ripetizione sia un pregio (rende il messaggio molto chiaro) ma anche un difetto del tuo racconto, presentata così com'è, perché è davvero molto lunga e invece di saltare all'occhio a una prima lettura mi ha confusa.
Appurato che non era tua intenzione imitare lo stile di Calvino con le sue lunghe proposizioni, una selezione di frasi un po' più secche e brevi forse avrebbe funzionato meglio. Chiaramente il mio è un parere personale :)

La storia è interessante, neanche a me dispiace che il personaggio di Ondina sia solo vagamente accennato e poi si perda, contribuisce all'atmosfera fiabesca in cui ci cali, che è costruita con pennellate ben calibrate e in cui sono evidenti i richiami alle città invisibili di Calvino. Mi è parso di intravvedere un'altra citazione a Marco Polo nel vecchio Re con la barba bianca, che mi ha ricordato la storia del vecchio della montagna, ma probabilmente è solo una suggestione.
Partendo dal presupposto che nessuno di noi è Calvino, un'intenzione mimetica o quantomeno citazionista io la vedo e mi piace, perché non è detto che bisogni strafare o buttarsi in imprese in cui non si è sicuri di riuscire pur di rispettare pedissequamente una consegna; anzi, in genere è controproducente.

Per ciò che riguarda lo stile, il tuo lavoro mi sembra molto curato; il linguaggio semplice e diretto è tipico delle fiabe, il cambio di tono durante il discorso del re, con tanto di morale esplicata, lo rende un ibrido tra una fiaba e un racconto, però personalmente non mi dispiace.
Qui giace il mio cervello, che poteva fare tanto e ha deciso di fare lo stronzo.

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Mike009
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#11 » venerdì 20 maggio 2016, 23:41

Fare la classifica è stato complicato, ho letto la trilogia indicata e Marcovaldo, non di più, ho avuto quindi difficoltà nel valutare testi che hanno preso ispirazione da altre opere. Mi scuso, ma mi sono stato spiazzato in fase di lettura da chi si è basato sulle favole o sulle Città invisibili. Ho trovato giusto però non sorvolare come richiesto sullo stile. Nei limiti di quel poco che ho appreso su Calvino ho cercato di analizzare i racconti. Trovo invece irrispettoso aver partecipato e commentato senza aver letto i testi di riferimento indicati, visti i pochi posti a disposizione consiglio di partecipare al camaleonte solo a chi è motivato a prendere la cosa seriamente, oppure di lasciare il posto a qualcun altro. Ho visto anche risposte piccate a commenti spietati, spero la cosa faccia riflettere chi antepone l'alimentare il proprio ego con commenti lapidari a dispetto della critica costruttiva o del puro gradimento personale. Avere un autore di riferimento ha comunque fatto incrementare i commenti utili e motivati rispetto al solito.
Un peso fondamentale nei miei giudizi resta sempre il piacere della lettura che mi danno i racconti.
Se posso lamentarmi di una cosa, poca audacia nelle scelte narrative (tipico del trend di minuti contati ahimè e guai a uscire dal seminato), ambientazioni quasi tutte simili e tematiche piuttosto impersonali. E' stato comunque un indubbio piacere.

1 Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino
I miei complimenti, quando ho finito di leggere il tuo racconto mi sono detto "ecco, questa è la storia adatta al camaleonte". Me lo sono detto anche con una certa invidia.
Il personaggio è davvero azzeccato e anche il fatto di rendere il ragazzo narratore della vicenda è molto in linea con Calvino, poi lo svolgimento e l'ironia che pervade il tutto è proprio quello che mi sarei aspettato da una storia di Calvino. Purtroppo la forma non è adeguata all'eccellenza del resto, il ragazzo che narra non lo fa in maniera colloquiale o complice verso il lettore e spesso e frasi non sono semplici come dovrebbero. Pure il lessico si scosta dalla trilogia di Calvino che dovevamo prendere come esempio. Ho letto su facebook che hai avuto problemi a finire il racconto e magari con un po' più tempo a disposizione avresti sistemato lo stile. Imperfetto, ma mi è piaciuto comunque molto.

2 Il marchese quantistico - di Jacopo Berti
Ho tenuto da leggere il tuo racconto per ultimo per non essere condizionato dato che non hai fatto mistero della tua competenza in materia e, lo ammetto, io amo la competenza, il giudizio motivato, il consiglio a scopo di miglioramento. Non c'è critica più ben accetta di quella fatta da una persona competente e qui ti ringrazio.
Se devo essere del tutto sincero, in questa prima edizione del camaleonte, sei finito un po'(ma è giusto, per carità) per incanalare i commenti e i racconti in una spirale quasi ossessiva di controllo di tematiche e stili a discapito magari del mero piacere della storia (e quindi della lettura) e dell'elasticità di un autore di interpretare Calvino. Questo mi sta bene solo perchè sai quello che dici e si evince dalle motivazioni con le quali commenti. Quello che intendo è che da tutto questo ne è stata minata la fantasia dei vari partecipanti. Se si doveva fare un mero esercizio di stile forse era il caso di prendere una favola a testa (dei Grimm o di Andersen) e riscriverla in stile Calvino o forse sì, lo ammetto, ho avuto grossi problemi io a nel cercare di copiare lo stile indicato dal contest.
Il marchese quantistico. E' la prova che leggere e documentarsi serve, e molto. Mi ritrovo con gran poco da dire: gareggiate con uno dei migliori piloti nonchè l'unico che conosce alla perfezione la pista e indovinate chi arriverà primo al traguardo?
Il tuo testo mi costringe ogni riga a pensare "porc.. sì Calvino l'avrebbe scritta così, perchè non ci ho pensato io?". La scrittura resta tuttavia così complessa che uno o la apprezza perchè la capisce o finge di apprezzarla sulla fiducia, in ogni caso chiunque ti metterà sul podio ^_^
Se devo trovare un difetto forse le vicende narrate non mi hanno esaltato troppo, l'ho riletto perchè mi ha colpito la forma, lo stile, per comprenderlo meglio e imparare qualcosa, il racconto di Maurizio Bertino l'ho riletto perchè sebbene imperfetto, era divertente e spassoso alla lettura.
geniale.

3 Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi
Una storia semplice ma davvero ben strutturata e raccontata. Mi aspettavo qualcosa a effetto per il finale una volta giunto a metà, invece la storia non ha bisogno di escamotage per colpire il lettore, hai creato un affresco molto verosimile. Per quanto riguarda lo stile, anche quello è molto plausibile nell'ottica di copiare Calvino, neanche qui ho particolari rimostranze. Forse, avrei dato più spazio a qualche dialogo in più ma solo per rendere una tematica seriosa come quella affrontata più leggera al lettore.
La posizione in classifica è, oltre all'ottimo esercizio di stile, anche frutto del mio semplice e banale gusto personale.

4 Rosaspina ovvero la persecuzione - Veronica Cani
Il racconto mi è piaciuto molto, l'ho letto con grande piacere. Merito di una scrittura scorrevole che ben interpreta Calvino, in questo contest sei tra quelle che più gli si sono avvicinate per il mio modo di vedere. I nomi, l'uso degli aggettivi e la costruzione delle frasi sono tutti molto in linea.
Trovo leziosi gli appunti che ti sono stati fatti sulla descrizione fisica dei protagonisti, se queste descrizioni servono per meglio figurarli al lettore non vedo la necessità che ci sia qualcosa sotto.
L'altro lato della medaglia è una storia poco originale, ma dopotutto creare una fiaba originale non è certo semplice, e il finale. Lei che ride come una pazza, non lo so, non mi convince, forse avrei preferito qualcosa di diverso, più da principessa, sembri quasi snaturare il personaggio così.
Mi spiace che questo racconto sia stato massacrato dai precedenti commenti, credo si siano un po' lasciati trascinare, per me è tra quelli che ho letto più volentieri.

5 L'imperatrice di ghiaccio - Sara Titabassi
L'idea di prendere una storia già nota e concentarsi sullo stile è una scelta saggia da un lato, perchè limita le problematiche e ci fa concentrare su un solo aspetto, ma anche uno svantaggio dall'altro.
Sono fermamente convinto che, non lavorando sulla trama, lo stile dev'essere impeccabile. Qui la lettura è piacevole e scorrevole. Calvino, per quella che è la mia impressione, si vede solo a metà: nelle parti descrittive esce fuori piuttosto bene, sono i dialoghi però che non mi hanno convinto del tutto in un'ottica di simulazione di Calvino. Ho l'impressione che i dialoghi siano un gradino al di sotto delle parti descrittive.
Lo ammetto, mi sarebbe piaciuta una storia più originale, credo ne sarebbe uscita una storia più personle e con più mordente e non un lavoro da metà classifica ma piuttosto anonimo. Hai più volte dimostrato abilità e fantasia e non serviva che ti limitassi così.

6 Il generale meccanico - Andrea Dessardo
Ho apprezzato il commento pre-racconto, davvero molto onesto.
La storia non mi ha entusiasmato, lo ammetto, eppure l'immedesimazione nella prosa di Calvino che hai fatto mi ha davvero stupito, una perizia davvero rara. Credo che lo stile utilizzato sia tra i più simili a quello di Calvino che ci siano nei racconti che ho letto, ti faccio i miei complimenti. Questo fa passare in secondo piano una trama esile che sembra più un pretesto per sfoggiare i muscoli lessicali che hai forgiato. A titolo personale, lo ammetto, sarebbe stata più piacevole per il mio gusto, che avessi copiato il Calvino dei dialoghi scanzonati con botta e risposta, piuttosto che 10000 caratteri senza un discorso diretto o quantomeno che avessi amalgamato le due cose. Complimenti.

7 Il segreto di nonna Berta - Ambra Stancampiano
Vedo botte e risposte piuttosto aspre nei commenti, si è un po' perso il senso della misura mi sa.
Il racconto mi è piaciuto, la lettura è piacevole e, arrivato a 3/4 della storia, volevo vedere dove andava a parare, e questo è molto importante per me. Il finale è azzeccato e divertente.
Ammetto di non avere colto il "vero senso" del racconto che dici essere il rapporto con gli antenati, non mi pare per niente palese nella storia, ma, devo dire, non mi ero manco posto il problema durante la lettura.
Riguardo all'imitare Calvino, mi sembra che per tematiche, personaggi e quello che si legge fra le righe ci siamo, un po' meno per la forma e la scrittura, dove altri autori in questo contest ci sono riusciti meglio.

8 Persefone e la maledizione del melograno - Alessandra Corrà
Bella davvero l'idea della rivisitazione del mito di Persefone, ben narrata e di piacevole lettura. Mi verrebbe quasi da consigliarti per un lavoro futuro di pensare a una serie di racconti che, in stile fiabesco, prendono spunto dai miti greci e romani.
Se devo essere del tutto sincero però, ho apprezzato il racconto più perchè mi piacciono i miti greci e romani che non perchè mi ricordasse lo stile alla Calvino. Premesso che non è facile, per me per primo, ricreare uno stile come il suo, forse il non voler accanirsi sullo stravolgere la propria maniera di narrare a favore magari di alcuni particolari e concentrandosi sulla scorrevolezza e semplicità del testo è una scelta saggia. Come saggia la scelta di prendere una storia già fatta, allegorica e ben in linea con le storie proposte da Calvino e renderla tua. Un ottimo esempio del fare di necessità virtù, mi è piaciuto.

9 Le città intangibili - Fernando Nappo
Devo dire che sono parecchio in difficoltà, in questo caso sono l'ignorante che deve ergersi a giudice. Non ho letto le città invisibili (nè ho potuto farlo nell'ultima settimana) per commentare adeguatamente questo racconto, mi sono limitato alla trilogia indicata e a Marcovaldo, giusto perchè l'avevo letto un paio di volte da ragazzo. Questo eccesso di zelo dell'autore, se da un lato è ammirevole mi ha tolto parte del piacere della lettura e me ne dispiace.
Ovviamente mi sono informato sulle città invisibili e, per quel poco che posso capire, la struttura del racconto è consona e la scrittura davvero notevole. Si evince una grande cura di lettura e rilettura al fine di smussare e rendere tutto più "Calviniano", in questo c'è poco da dire.
Il racconto comunque, con due città narrate, appare un po' tronco, con i quasi 3000 caratteri non sfruttati per riuscire a coinvolgere di più il lettore ci sarebbe stata la narrazione di una terza città.

10 La principessa evanescente - Chiara Rufino
Ho fatto un po' fatica a cogliere il senso di questa storia (mi è dispiaciuto mancasse anche il commento RICHIESTO DAL REGOLAMENTO dell'autrice a corredo del racconto). L'impressione percepita è l'autrice non si sia messa neanche un po' nei panni del lettore, che le idee che si volevano raccontare, chiare nella sua mente, restano solo da intuire per chi legge.
La forma è scorrevole e di piacevole lettura, eppure non trovo una grande affinità con la scrittura di Calvino, con l'ambientazione di sicuro, con le tematiche, forse. Credo però che tanti altri siano riusciti meglio nella creazione di una storia calviniana. Col molto tempo a disposizione che avevamo, forse una letta da parte di un estraneo al testo avrebbe aiutato, giusto per capire che gli intenti in fase di scrittura non erano proprio stati colti in pieno.
[Ho trovato molto fuori luogo i tuoi attacchi a Fernando, che ti ha commentato con perizia e competenza, tu non hai manco avuto il rispetto di usare i 600 caratteri richiesti per i commenti.]

11 Lo specchio di Isidoro - Angela Catalini
Cara Angela, vedo che ti piace molto commentare gli altri racconti, spezzettarli, analizzarli e fare una scaletta con i vari attributi, mi permetto di rammendarti che per fortuna la scrittura non è matematica e se ci sono dei testi di riferimento visionarli farebbe sì che i tuoi commenti siano letti con la considerazione adeguata.
La favola c'è, non so bene se ho un déjà-vu però, la storiella a uroboro non mi è per niente nuova. Di piacevole lettura, mi salta all'occhio una punteggiatura a tratti approssimativa che con tutto il tempo a disposizione dovrebbe ridursi a una svista al massimo e nulla più. "Cisposo" non credo andrebbe usato riferito a un vecchio.
Il tempo: in venti giorni(poi divenuti trenta) a disposizione sono abbastanza o pochi in base a quello che si intende fare, anche la persona più incasinata, una volta scritto il racconto può dedicargli cinque minuti al giono giusto per rileggerlo e magari sistemarlo. Io se rileggo un racconto ogni giorno per una settimana cambio e miglioro qualcosa tutti i giorni. La cosa peggiore di minuti contati di solito è il dover fare tutto nella stessa sera, qui che si ha tempo quindi pretendo una maggiore cura del testo.Hai postato dopo sette giorni, negli altri sedici uno riesce a leggere un libro di Calvino e magari a trarne qualcosa.
Calvino appunto. Non basta fare una favola per scimmiottare Calvino, questa favola va bene per Grimm o Andersen tanto quanto per Calvino. C'è il messaggino di una favola classica ma non l'allegoria complessa del Calvino della trilogia indicata dal contest. Quanto allo stile della narrazione e alla scrittura alla Calvino, non che sia facile ricrearla, ma non ne vedo manco l'ombra.
Occasione sprecata di approfondire un grande autore e di fare un buon lavoro.

Zebratigrata
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#12 » venerdì 20 maggio 2016, 23:48

Ciao Chiara,

credo che nel tuo racconto (è una cosa che ho notato anche nel mio e in altri racconti) l’imitazione calviniana parta bene e poi si perda un po’.
Mentre nella prima parte mi sembra di sentire in sottofondo la ‘voce’ di Calvino, nella seconda parte il ritmo del testo cambia un po’ e il lessico diventa meno particolare. L’effetto leggendo è questo: dopo l’incipit in cui i personaggi sono descritti con quei dettagli ‘buffi’ con cui Calvino dipinge le sue scene, passi alla narrazione vera e propria, e le descrizioni che rimangono qua e là hanno uno stile differente, più ‘serio’.
Per quanto riguarda il modo di raccontare la storia, ci sono alcune cose che sembrano incoerenti, come la scena in cui viene negata l’entrata ad Alice e poi invece sembra quasi che la nonna la stesse aspettando. Ciononostante la scena del diniego alla porta è una di quelle meglio riuscite dal punto di vista dello stile calviniano, almeno secondo me.
Il flashback è lungo e importante nella storia, ma in effetti proprio per questo non è molto nello stile di Calvino, che mi sembra tenda a raccontare le sue storie in maniera molto lineare. Questa linearità credo sia propria del genere fiabesco, e credo sia uno degli elementi che danno al ciclo degli antenati quella patina da fiaba. Credo che Minuti Contati ci abbia abituato all’uso massiccio di flashback per comprimere più scene in una, ma qui mi sembra un grosso stacco dal tema stilistico.
L’ultimo elemento che mi sembra descritto in maniera poco calviniana è la nonna evanescente. Quando c’è una cosa che va contro natura, Calvino non ne fa mistero, non inganna il lettore e non gli fa indovinare a poco a poco cosa succede. Quando ci fa capire che c’è qualcosa di strano poi in poche righe arriva al sodo, affermando l’impossibile in maniera netta e senza girarci intorno (“Adesso era vivo e dimezzato.”, “Perché io non esisto, sire.”, “Nell’armatura bianca dall’iridescente cimiero non c’era dentro nessuno.”, incollo qui sotto i due brani del Visconte e del Cavaliere a cui mi riferisco, per chiarezza. Invece la nonna di cui ci racconti non capiamo bene se si vede, non si vede, se è traslucida, se la vede solo chi se ne infischia del mondo, ecc..

Dal Visconte dimezzato:
“Tirato via il lenzuolo, il corpo del visconte apparve orrendamente mutilato. Gli mancava un braccio e una gamba, non solo, ma tutto quel che c’era di torace e d’addome tra quel braccio e quella gamba era stato portato via, polverizzato da quella cannonata presa in pieno. Del capo restavano un occhio, un orecchio, una guancia, mezzo naso, mezza bocca, mezzo mento e mezza fronte: dell’altra metà del capo c’era più solo una pappetta. A farla breve, se n’era salvato solo metà, la parte destra, che peraltro era perfettamente conservata, senza neanche una scalfittura, escluso quell’enorme squarcio che l’aveva separata dalla parte sinistra andata in bricioli.
I medici: tutti contenti. - Uh, che bel caso! - Se non moriva nel frattempo, potevano provare anche a salvarlo. E gli si misero d’attorno, mentre i poveri soldati con una freccia in un braccio morivano di setticemia. Cucirono, applicarono, impastarono: chi lo sa cosa fecero. Fatto sta che l’indomani mio zio aperse l’unico occhio la mezza bocca, dilatò la narice e respirò. La forte fibra dei Terralba aveva resistito. Adesso era vivo e dimezzato.”
Dal Cavaliere inesistente:

“- Io sono. - la voce giungeva metallica da dentro l’elmo chiuso, come fosse non una gola ma la stessa lamiera dell’armatura a vibrare, e con un lieve rimbombo d’eco, - Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez!
- Aaah... - fece Carlomagno e dal labbro di sotto, sporto avanti, gli uscì anche un piccolo strombettio, come a dire: "Dovessi ricordarmi il nome di tutti, starei fresco!" Ma subito aggrottò le ciglia. - E perché non alzate la celata e non mostrate il vostro viso?
Il cavaliere non fece nessun gesto; la sua destra inguantata d’una ferrea e ben connessa manopola si serrò piú forte all’arcione, mentre l’altro braccio, che reggeva lo scudo, parve scosso come da un brivido.
- Dico a voi, ehi, paladino! - insisté Carlomagno.
- Com’è che non mostrate la faccia al vostro re?
La voce uscì netta dal barbazzale. - Perché io non esisto, sire.
- O questa poi! - esclamò l’imperatore. - Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste! Fate un po’ vedere.
Agilulfo parve ancora esitare un momento, poi con mano ferma ma lenta sollevò la celata. L’elmo era vuoto. Nell’armatura bianca dall’iridescente cimiero non c’era dentro nessuno.”

*

Ciao Simonetta,

vedo che hai tentato di riprodurre, come dici, lo stile del Barone rampante. Il tono colloquiale c’è, anche la voce narrante ‘giovane’, però noto un ritmo del testo molto più ‘cantilenante’, se mi passi la parola, rispetto a quello di Calvino (mi rendo conto che parlando nel dettaglio di stile mi mancano le parole per esprimere quelle che spesso sono solo sensazioni, purtroppo).
Ti faccio un esempio: “Quando un qualcosa mi colpì in testa e alzai gli occhi e una palla di neve mi prese nella faccia. Caddi col sedere a terra dallo spavento e di fronte a me c'era un ragazzino, molto mal vestito e io non dissi parola, la disse lui:” vero che Calvino nel barone ha questo tipo di struttura con frasi coordinate con e, o con virgola ed e, ma non così tante in così poco spazio, e ne deriva un risultato nel complesso più ‘diamico’ riguardo al ritmo della lettura. Stessa cosa vale per le numerose relative, che in Calvino abbondano ma nel tuo racconto, almeno all’apparenza, di più.
Altra cosa che ho notato, soprattutto nella prima parte, è la carenza di virgole, di cui Calvino è invece piuttosto generoso nel Barone: ci fa riprender fiato tutte le volte che vogliamo, e anche di più. Riflettendoci mi è venuta l’idea che tutte quelle virgole, messe anche assieme alle congiunzioni, servano a render più chiara la struttura delle frasi che violano un po’ qualunque regola di base e riflettono un linguaggio quasi parlato.
Per quanto riguarda il lessico, anche se nel complesso lo rendi bene, ci sono alcuni punti in cui forse eccedi e invece di dare carattere alla narrazione produci un senso di straniamento, come se la frase fosse stata scritta normalmente e poi fossero state sostituite le parole con dei sinonimi particolari o datati che però non funzionano bene assieme. Alcuni esempi di frasi che mi danno questa impressione: “chiesi a quel ben poco usuale figuro”, “noi si sapeva che erano i buoni partiti che lì sostavano, l'attrazione per la nostra parente” (tra l’altro vedo che hai azzardato con la virgola tra verbo e copula, ma quale occasione migliore di Calvino per farlo? :-D).
Altro dettaglio che ho notato (non solo nel tuo racconto, tendo a farlo anch’io) che per dare l’impressione del linguaggio ‘datato’, di un passato magari un po’ fiabesco, hai cercato il troncamento e l’elisione quasi ovunque (es. tal Errico, ordinar, combatter, punger, seguir, mentr’io, s’era, v’erano, com’ella, ecc., oltre ai tantissimi ‘ché’ per ‘poiché’). A ben vedere Calvino dà questa sensazione, ma non usa questo trucco. Nel Barone ci sono tantissimi ‘perché’ che introducono subordinata su subordinata, ma nessun ‘ché’. Anche elisioni e troncamenti sono limitati a quelli che sarebbero normali anche ai giorni nostri. Come fa poi, senza usare questi trucchi a dare proprio quella sensazione lì, ancora lo devo scoprire.
Infine noto che hai usato spesso strutture marcate (per lo più inversioni sintattiche varie come “famosa era in zona”, “infanzia mia”, “al discolo il ciambellone consegnavo”, ...): non ho fatto un controllo su Calvino in questo senso ma secondo me nel tuo racconto appesantiscono un po’ la lettura, soprattutto se affiancate ai tanti troncamenti.
Quello che secondo me hai reso molto bene è la linearità della narrazione e la resa colloquiale del linguaggio. Hai usato molte forme impersonali tipiche del toscano più che del piemontese (infatti Calvino usa i suoi ‘si’ impersonali più di rado, e in pochi casi per sottintendere un ‘noi’ come fai tu, un po’ più spesso per sottintendere un ‘la gente’), però come resa funziona comunque bene secondo me.

Al di là dell’intento mimetico, la storia mi è piaciuta molto!

*

Ciao Maurizio,

il tuo racconto mi sembra funzionare bene dal punto di vista Calviniano, e l’idea è simpatica. Forse però ti sei facilitato un po’ le cose reinterpretando direttamente Mastro Pietrochiodo dal Visconte :-D. La storia la racconta il nipote del conte di zona, e ci ricorda sia la narrazione del Visconte che quella del Barone. Forse soprattutto quest’ultima visto lo stile molto molto orale.
Passando ai dettagli che mi hanno convinto di meno, anche tu hai usato lo ‘stratagemma’ delle elisioni frequenti per dare allo stile quel tocco datato e orale che trasmette Calvino. Però Calvino non usa questo stratagemma a quanto mi sembra, almeno non così di frequente, anche se ottiene quell’effetto.
Nel tentativo di emulare le scelte lessicali così particolari di Calvino a volte sei riuscito bene (accrocchio, ammennicoli, gli sguardi arruffati) ma altre volte credo tu ti sia spinto troppo in là, ad esempio per ‘arpionavo il puledro’. Trovo che Calvino sia molto preciso nel modo in cui sceglie le parole. Anche quando le usa fuori contesto trasfromandole in metafore, è preciso. In questo caso ‘arpionare’ il puledro per me stride perché tu vuoi dire che lo inforca (come una bici, volendo mantenere il parallelismo antico/moderno :-D), ma ‘arpionare’ se letto in maniera precisa evoca subito l’immagine di un puledro morto (incredibilmente simile a Moby Dick, sarò sincera! :-P).
Anche nelle espressioni hai cercato di ripetere l’originalità di Calvino. Anche in questo caso secondo me ti sei lasciato prendere la mano in diversi casi, forse anche nel tentativo di ricercare una simulazione dell’oralità, e hai generato delle espressioni che a me sembrano poco credibili e danno l’idea dello sgrammaticato più che dell’orale o del datato – a livello di percezione, non dico che lo siano grammatica alla mano – ti faccio qualche esempio con qualche soluzione che mi sarebbe sembrata più scorrevole (perché Calvino scrive strano, ma scrive scorrevole, altra prova che non è di questo mondo):
-mi pare d’avere da concludere > mi pare di dover concludere, o forse toglierei il ‘mi pare’ del tutto, troppo giro di parole
-mia fortuna > per mia fortuna
-incontrato di simile > incontrato nulla di simile, non ne ho incontrati mai di simili, così non ne ho visti più
dal mio nonno/da mio padre > stride l’incoerenza preposizione articolata/non articolata
-e in tal modo feci > e così feci
-su per gli abitati del monte > ‘abitati’ mi suona un po’ messo lì in cerca di sinonimi. Nulla di male a dire ‘da un villaggio all’altro’

In altri casi invece hai trovato alcune espressioni che mi sono sembrate molto ‘giuste’ e che ho apprezzato molto:
-Chiedeva il figlio del Mignulin, che tendeva a spiegarsi il mondo attraverso la pancia e il cibo che, magro com’era, probabilmente poco ne vedeva e tanto ne immaginava.
-Questo il sunto di un processo che gli tennero lì su due piedi
-abbia orecchie per pensare.

La cosa più bella è il dialogo finale. Ti è riuscito proprio bene. Però la parola fine grossa e nera invece l’avrei evitata, proprio perché i finali di Calvino sono, secondo me, sempre un po’ in punta di piedi.

P.S. Il commento lo abbiamo scritto perché era richiesto nel regolamento :-D Anche io me n’ero scordata, poi Andrea mi ha bacchettato e l’ho inserito al volo!

*

Ciao Ambra,

mi piace molto la resa complessiva del tuo racconto, e anche la ‘grazia’ con cui riesci a infilare in un’atmosfera antica un computer (o un robot?) e un’adolescente che si scontra con la famiglia e passa i pomeriggi in camera con la radio l’organo ad alto volume :-D

Non saprei dire per le fiabe, ma rispetto agli antenati la narrazione stacca un po’ perché il tuo narratore suona più ‘pomposo’ e sostenuto, anche se non è nobile parla un po’ come se lo fosse. Forse quella più vicina è quella del cavaliere inesistente, che comunque è quasi sempre esterna. Nel Barone e nel Visconte invece il racconto è raccontato ‘dal basso’ e le frasi sanno più di parlato. Forse anche il fatto che spesso la voce sia quella di ragazzi o bambini rende il linguaggio necessariamente diverso da quello che hai scelto tu. (Nel caso tu abbia visto Downton Abbey: il tuo maggiordomo mi ha ricordato molto Carson: l’origine ‘umile’ c’è, ma non si deve vedere ;-P.)

Mi stupisce quello che dici nel commento, che hai ricercato frasi lunghe e complesse. Io ho avuto esattamente l’impressione contraria, che le frasi di Calvino fossero invece brevi e seppur strutturate non molto complesse. Infatti due o tre frasi del tuo racconto, ricche di incidentali e subordinate, stonano un po’ in questo senso. Immagino dipenda anche dai propri punti di riferimento. Nel Barone ad esempio le frasi sono sicuramente più strutturate che nel Visconte e nel Cavaliere, almeno mi pare.

Il lessico è coerente e regge bene, anche se non ci ritrovo quelle parole inusuali, o usate in modo particolare, che ho trovato in Calvino e ne sento un po’ la mancanza. Sei riuscita però a non esagerare le espressioni ‘astruse’, tentazione in cui siamo caduti in molti: le espressioni che non mi convincono e mi paiono artefatte sono giusto un paio, “colmarle il bicchiere” e “mi gioverebbe ospitalità”.

Quanto al contenuto, ci sono alcuni dettagli che fanno sorridere, ma l’unico ‘esplicito’ che non richiede un lavoro al lettore e gli serve il buffo sul piatto è quello del cane che morde il sedere, mi pare. In Calvino diverse volte mi sono soffermata a sorridere perché in tantissime scene descritte ci trovavo sempre quel dettaglio buffo, comico, farsesco: persino nell’inizio del Visconte, che è tutto guerra e sangue e turchi, ed è a suo modo un pezzo di critica molto forte. E sono giunta alla conclusione che questi angoli di comicità sono parte del suo stile. Forse sono anche uno dei motivi per cui gli antenati si fanno leggere ai ragazzi, perché hanno tutti questi momenti che sono divertenti nel modo più autentico e infantile, come il Giornalino di Gianburrasca. Perciò secondo me avresti dovuto osare di più in questo senso. In fondo anche tu dici che la fiaba che ricordi ti faceva ridere tantissimo :-)

A parte la questione stile, il racconto mi è piaciuto molto!
E sono sicura che Titivillus quel per l’ha sbafato di gusto :-D

*

Ciao Fernando,

in realtà a me la parte migliore del tuo racconto sembrano proprio i dialoghi col Kahn. Secondo me lì hai colto l’atmosfera e anche stilisticamente mi sembrano calviniani, col giusto equilibrio tra parola e gesto.
Premetto che non ho riletto le città invisibili per il Camaleonte, ma ne ho riletto qualche pezzo per poter commentare sensatamente il tuo racconto.

Nelle descrizioni delle città secondo me ti sei allontanato un po’ dallo stile di Calvino. La tua prosa mi sembra meno leggera. Forse ha il suo effetto anche il fatto che parli di città che non esistono, e a conti fatti descrivi abbastanza chiaramente alcuni lati dell’animo umano. Credo che una forza di Calvino nelle Città sia proprio la capacità di parlare dell’uomo e dell’umanità con una metafora ‘concreta’, in maniera leggera. Tu abbandoni presto la metafora della città, e mentre Calvino non rompe la fiaba e ci convince a credere che le sue esistano (ed esistono, in un certo senso), il fatto che tu parta dal presupposto che non esistano (più o meno) secondo me cambia in partenza la resa del racconto. Si potrebbe dire che non sia una questione di stile ma di contenuto. Ma una delle conclusioni che sto traendo dal Camleonte è proprio che, dato un contenuto, forse lo stile non è solo nelle parole che usiamo per descriverlo ma anche, tra le altre cose, nella scelta dei dettagli da includere o escludere e nei presupposti del racconto stesso.

P.S. Casomai ti trovassi a passare per Derina fammi un fischio, io credo di avere un intero grattacielo :-D

*

Ciao Angela,

quando ero piccola tra le mie storie preferite (purtroppo per mia madre) c’era proprio una di queste storie di re ‘infinite’. La tua rivisitazione è interessante perché la rendi una metafora umana come potrebbe aver fatto anche Calvino. Nella chiosa secondo me sei però troppo esplicita nel volerla spiegare. Sarebbe stato secondo me più ‘calviniano’ lasciare capire al lettore, anzi fargli capire, il tutto in maniera meno diretta. Magari attraverso il dialogo. Nel Visconte ci sono pezzi in cui la riflessione sui temi centrali è anche molto esplicita, ma non esce così tanto dalla storia.

Per quanto riguarda lo stile, purtroppo non ho letto le fiabe italiane, perciò non so fare un paragone con la tua ‘fonte’. Posso dirti le mie impressioni basate sulle altre cose che ho letto.
Scegli di scrivere una favola che contiene tutta una serie di topos, e questo lo vedo bene in Calvino, tuttavia questi topos li narri con parole più banali e più comuni. Usi tutta una serie di ‘collocazioni’ classiche come gli occhi ‘ardenti come braci’, i tiranni ‘sanguinari’, la ‘dolce’ sposa, ecc. Questo è il divario più grande secondo me con gli scritti i Calvino, che ha una potenza lessicale incredibile, sceglie parole spettacolari anche se passano quasi inosservate per la naturalezza della prosa.

Un’altra differenza che vedo è il tuo esserti basata su dialoghi molto diretti e tempi e spazi di narrazione ampi, mentre Calvino ci presenta bene delle piccole scene, con dei dettagli, dei dettagli che spesso fanno sorridere. La descrizione del vecchio secondo me è il punto in cui ti sei avvicnata di più, ma anche il racconto che egli stesso fa nel suo passato. Il resto della fiaba è raccontata in maniera più ‘standard’ e risulta meno vivida.

*

Ciao Alessandra,

della tua fiaba trovo molto calviniane le descrizioni di Ade, del padre e della comparsa della vecchina. In quei punti è come se fossi riuscita a staccarti da un impianto classico e da un linguaggio meno originale e ci avessi raccontato le cose con gli occhi di Calvino.

Nel resto della fiaba però lo stile di narrazione mi sembra meno ricco ed evocativo di quello di Calvino, e rientra invece nel più classico stile da fiaba, appunto. Non avendo letto le fiabe italiane non so a che stile ti sei ispirata esattamente, quella che ti scrivo è la mia impressione derivata da un confronto con lo stile del Calvino degli antenati, che ho riletto in questa occasione, e di altre opere lette in passato, come le città invisibili, il castello dei giardini incrociati, se una notte d’inverno un viaggiatore ecc. (so che Calvino cambia stile nei libri più ‘veristi’ -se si può dire così-, perciò rispetto a quelli mi sembra giusto che il tuo stile differisca in questo contesto).

La storia che hai raccontato non la conoscevo, nonostante i miti mi affascinino, e mi sembra molto bella e ben scelta. Trovo anche che tu l’abbia raccontata bene, seppur con un linguaggio un po’ diverso da quello che associo a Calvino.

*

Ciao Mike,

nel tuo commento dici bene che dietro al tuo racconto c’è un impianto che è molto Calviniano. Tu hai immaginato un futuro a cui rapportare il presente anziché un passato fiabesco come per gli antenati, e in diversi punti non tralasci i dettagli comuni e divertenti nel corso del racconto, e in questo sei aderente a mio parere alla visione di Calvino.

Anche questo racconto ‘colloquiale’ ci sta, il punto di vista del ragazzino che racconta una storia senza capirne le implicazioni, se non forse alla fine, ricalca sia il Visconte che il Barone (che però non hai letto a quanto dici). Sicuramente, data anche l’ambientazione, si sente l’influenza soprattutto di Marcovaldo secondo me.

Dal punto di vista della forma in assoluto è più difficile valutare. Non ci hai reso le cose facili! Uno dei dettagli con cui sono arrivata a identificare lo stile di Calvino sono le scelte lessicali, molto particolareggiate e spesso datate (anche per la sua epoca, in fondo parlava di quello che anche ai suoi contemporanei doveva suonare come un passato). Qual è l’analogo per il futuro? Credo che avresti dovuto osare di più con i neologismi per ripetere all’inverso lo stesso effetto.

Un ultimo elemento che secondo me è importante: Calvino racconta in modo molto lineare, ma i suoi dialoghi hanno del nonsense, hanno risposte che non ti aspetti e personaggi che si rivelano diversi dal previsto. Tu invece costruisci tutto su un dialogo tra un normale figlio e una normale madre, e la presenza di questa umanità tutto sommato ‘standard’ stacca molto dal Calvino che ho riletto di recente, quello degli antenati. Ci avrei visto bene qualche fioritura in più, e anche una descrizione sia dell’ambiente che dei personaggi della scena visto che Calvino evoca scene molto vivide e concrete anche nel contesto più surreale.

Anche se non mi sembra in stile inserire una citazione all’inizio, approvo la scelta :-D E ho un gatto che si chiama Elisabetta, ma mai vorrei che fosse mia madre visto quanto è prepotente... XD

*

Ciao Andrea,

forse hai ragione, la storia è ‘media’, ma il resto secondo me è fantastico.
Sei riuscito a rendere bene secondo me il ritmo del testo degli antenati in uno strano miscuglio. Le frasi sono lineari anche quando ti concedi delle subordinate, come nel Visconte e nel Cavaliere, mentre quando passi ai lunghi e prolissi elenchi che -giustamente- descrivono, se non addirittura incarnano l’arciduchessa Prospera sei più vicino al ritmo più cantilenante del Barone.
Anche la voce di questo precettore riesce a dare un’idea del personaggio molto vivida, e la trovo adatta anche se si distacca dai punti di vista più infantili del Visconte e del Barone. Anche gli altri personaggi, li hai resi in maniera fenomenale. Chiaro che sono molto più piatti di quelli di Calvino, ma tu hai avuto molte meno battute per costruirli e mandarli avanti.
Passiamo ai tuoi peccati, che secondo me son pochi. Il primo è che col titolo ci inganni un po’, ma pazienza. Il secondo è che nella tua imitazione di Calvino ti sei fatto prender la mano da Prospera: abbondi. Abbondi di lessico buffo, preciso e desueto, abbondi di nomi altisonanti, e abbondi di espressioni un po’ desuete, sostenute e evocative del passato fiabesco di cui vuoi parlare. Insomma, il tuo Calvino è calvinianissimo alle mie orecchie, solo molto denso. È buffo, visto che avendo meno spazio il rischio era piuttosto quello di avere un Calvino più sciapo e annacquato.
Perfetto il finale. Non sono un’esperta e penso che il mio giudizio valga veramente poco, ma hai tutti i miei complimenti.

*

Ciao Jacopo,

anche il commento al tuo racconto sarà ben corto e anche totalmente inutile, perché cosa ti si può mai dire?
C’era da aspettarselo viste le premesse, ma secondo me hai fatto un lavoro grandioso. L’altro racconto riuscito ottimamente secondo me è quello di Andrea Dessardo, che però rispetto a te si è forse fatto prendere la mano e ha un po’ esagerato con diversi aspetti come le scelte lessicali desuete finendo per dare l’idea sì di Calvino, ma di un Calvino più concentrato del normale.
Chiaramente alcuni aspetti del romanzo non potevi inserirli in così pochi caratteri, ma ti dirò che non si nota.
L’unico neo, l’unica piccola forzatura, è quella di voler far apparire e scomparire il narratore anche in così poco tempo e spazio. La parte in cui si interroga sull’ipotesi di scrivere ancora qualcosa o meno è un po’ forzata, sembra appiccicata lì ma non è così integrata nel testo. E beh, ecco, questo è quello che a casa mia si chiama il pelo nell’uovo :-D.

Mi sento costretta a fare un commento anche a livello quantistico: vista la colossale vagonata di cacate che questa parola riesce a portarsi dietro quando compare in un’opera letteraria, ho sudato freddo. Ma sei stato impeccabile anche qua, hai saputo interpretare e incarnare il dettaglio alla perfezione, trovarci la poesia, il sorriso, la metafora tenendoti alla larga dalle castronate. “Signor conte, se c’è qualcosa che ho imparato in questi ultimi tempi è che la vita è fatta a scale. Non c’è posto tra un gradino e l’altro. E i gradini sono molto alti!” è una frase che finirà nel mio quadrenetto, sappilo! E “Il suo seguito di famigli e familiari ... nel bosco di betulle di Nevebigia” mi ha strappato ben più di un sorriso.

*
Ciao Veronica,
secondo me hai fatto un buon lavoro. Non ho letto le fiabe, perciò penso agli Antenati, riletti di recente, e agli altri romanzi del filone fiabesco di Calvino.
Dici che tra i punti focali dello stile che hai individuato c’è l’uso frequente di elisioni e troncamenti. Ci ho meditato su un sacco commentando i racconti soprattutto, e secondo me in realtà il tono che ha la prosa di Calvino non deriva da questi stratagemmi. Non li usa poi così di frequente e comunque anche quando non li usa riesce a ottenere quell’effetto mistico di passato con un ben determinato ‘tono’. In molti altri racconti secondo me queste soluzioni sono state quindi abusate nella ricerca di un effetto calviniano. Tu invece sei riuscita a non esagerare, perciò tutto sommato anche se non sono d’accordo con le premesse il risultato no mi dispiace affatto. Ne avrei tolti giusto un paio.
Il lessico particolare e desueto di Calvino sei riuscita a renderlo bene in diversi punti, ma in molti casi sei ricaduta in una narrazione più piatta e classica della fiaba.
I personaggi e le scene invece hanno tuta una serie di dettagli che riescono a riprodurre le descrizioni di Calvino. In particolare mi è piaciuta Rosaspina, che forse ricalcava la figura di Pamela,nel Visconte, o forse no, comunque me l’ha fatta venire in mente.
Secondo me un buon lavoro nel complesso, complimenti!

CLASSIFICA

1 - Il marchese quantistico - di Jacopo Berti
2 - Il generale meccanico - Andrea Dessardo
3 - Rosaspina ovvero la persecuzione
4 - Il segreto di nonna Berta
5 - Il ciambellone invernale - di Simonetta Papi
6 - Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino
7 - Persefone e la maledizione del melograno
8 - La principessa evanescente - Chiara Rufino
9 - Le città intangibili - Fernando Nappo
10 - "Una tradizione in evoluzione" di Michele Botton
11 - Lo specchio di Isidoro
Ultima modifica di Zebratigrata il venerdì 20 maggio 2016, 23:55, modificato 1 volta in totale.

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Sissi Kardec
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#13 » venerdì 20 maggio 2016, 23:54

Salve a tutti :) se anche i sassi sanno che Angela ritiene di aver partecipato al Camaleonte conoscendo poco Calvino, gli stessi sassi dovrebbero sapere che io ho partecipato al Camaleonte nel mese – per ora –più incasinato del mio 2016. Non so bene come ho fatto a scrivere e ancora meno so se riuscirò a consegnare la classifica in tempo. Ciò premesso, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare tutto lo staff del sito per questa opportunità, credo che Il Camaleonte sia una genialata ed un esercizio stilistico importante ed encomiabile di cui ci date opportunità, il tutto condotto con grande garbo e spirito di miglioramento. Grazie anche a tutti voi che avete partecipato con me, io mi sono divertita molto a leggere e scrivere Calvino e il divertimento è proseguito nella lettura dei vostri lavori. Li vado ad elencare direttamente per posizione di classifica.

1) Il marchese quantistico
Ciao Jacopo,
sincerament, ho guardato la classifica fatta più volte, ho guardato tutto ciò che andasse considerato ed anche se sono stata indecisa sul podio più volte, alla fine ho fatto uno sforzo di concentrazione e ho riletto il regolamento e l’inaugurazione del Camaleonte. La necessità di premiare in primis l’aderenza allo stile di un autore, i suoi caratteri principali, il suo mondo, il suo “profumo” ti ha messo in vetta per diritto. Non occorrerebbe sapere, come pur so, che Calvino è il tuo scrittore. Si percepisce. Complimenti, anche per il coraggio nell’affrontare QUESTO autore con una tale dedizione anche nei tuoi progetti di studio.
No ho grandi appunti da farti; personalmente più che elencare le doti che il racconto ha in comune con Calvino, ti racconterò cosa ha messo in dubbio il primo posto. Essenzialmente la forma nello spezzare i paragrafi, perché io sento Calvino (almeno quello degli Antenati) molto rapido, un susseguirsi di immagini ed in qualche modo lo stacco tra i paragrafi mi ha come distolto dalla lettura in questo caso. L’altro è la mancanza, tutta mia, di affetto per il personaggio. Credo che il punto sia nel tema della storia, non sono riuscita a sentirlo cosi particolare ed interessante da “vederlo” chiaramente e legarmici come mi accade con i personaggi di Calvino. Credo, in ogni caso, che in entrambi i casi si tratti di un mio limite di conoscenza di questo autore ed ho pertanto deciso di seguire principalmente il parametro stilistico (che come ho detto in premessa al mio racconto ritengo dover passare dal “mi sembra di leggere Calvino”) e quindi di assegnarti la prima posizione assoluta. Complimenti, è una storia molto ricca, completa, scorrevole e, perché no, anche molto elegante. Bravissimo!

2) Il segreto di nonna Berta
Ciao Ambra,
io ho adorato questo racconto, letteralmente. Lo adoro. Trovo ottima la scrittura e la forma, molto scorrevole, equilibrato ed anche originale. Trovo, di Calvino, qualcosa sia di fiabesco che della trilogia. Molto calviniana la parentela meccanica uomo-strumento, di grande pregio non dare alcuna infodump fino alla fine. Ti faccio lo stesso appunto fatto a Jacopo, che è proprio una sciocchezza: non mi piace la separazione in paragrafi, io Calvino lo voglio bere tutto d’un fiato, trovo che rovini le storie, ancor peggio per le fiabe ;)
In ogni caso un ottimo lavoro, buona trasposizione di una buona idea. Complimenti!

3) Il generale meccanico
Ciao Andrea,
caspita, bel lavoro davvero. Il racconto non mi ha conquistata subito ma, ancora meglio, sempre più mentre lo leggevo e completamente alla seconda rilettura. Io lo ritengo un’ottima prova da tutti i punti di vista. Lo stile lo trovo assolutamente in linea con i desiderata del contest, la scrittura è ottima ed ecco che qui trovo personaggi che io sento davvero molto calviniani, scene visibili, quadri allo stesso tempo ben definiti ma variopinti impressi nella mente. A me Calvino fa questo effetto, quando lo leggo mi sembra di scorrere vari fermo-immagine colorati con il centro a fuoco ed un contorno fatto da aggettivi, vezzeggiativi, tangenti un po’ più sfocato ma comunque colorato. Abbi pazienza, io amo moltissimo fare similitudini ed allegorie, tutto ciò per dire che mi hai fatto toccare Calvino con questo racconto, quindi va dritto sul podio. Bravo!!

4) Oreste "Qua e Là"
Ciao Maurizio,
Oreste è un personaggio che coccolerei allo spasimo; ti prego di non leggere questa esternazione come immatura, io coccolerei ogni personaggio di Calvino, cosi umani, cosi densi d’anima, così tangibili. Per Oreste è lo stesso. Che bello, questo viaggio nel tempo, questo sbirciare nel futuro, questo genio fuori dal tempo ma amato da tutti. Che bello, leggere il tutto nel giusto contesto e nella forma di un ottimo scritto. Io apprezzo molto il tuo modo di scrivere e qui sinceramente vedo te, ma vedo Calvino dietro di te. Sono sincera non è dei più aderenti come forma e fraseggio, ma tutto sommato creda il quadro di qualcosa di molto calviniano, come dico io ne percepisco “il profumo”, quindi la posizione si alza ;) bravo!

5) La principessa evanescente
Ciao Chiara
Inizialmente ho avuto qualche difficoltà con questo racconto; li ho letti tutti due volte e con questo racconto a difficoltà di qualcosa resta. Si tratta della forma, credo di sentire qualcosa di sbilanciato nel racconto e che riguarda la prima metà. Ci sono dei passaggi non molto chiari, che distolgono da un’atmosfera molto raccolta e “polverosa” che credo tu volessi dare dell’ingresso della nipote nella casa della nonna. A parte questo, io ho apprezzato molto lo stile ed ho apprezzato il messaggio, l’allegoria, il finale, il significato. Quelli, li trovo molto calviniani; Calvino non scrive mai per nulla, ma sempre per un insegnamento più o meno esplicito. In sé il racconto credo andrebbe sistemato nella prima metà, ma nel complesso mi ha convinto davvero. Brava.

6) Persefone e la maledizione del melograno
Ciao Alessandra
Io trovo molto buono questo racconto; lo posiziono poco sopra metà della classifica perché altri racconti hanno una tecnica di aderenza a Calvino maggiore ed altri aspetti di significato o caratterizzazione che mi hanno colpita di più, ma trovo che ci sarebbero stati molti pari merito se avessi potuto associare tra loro più racconti. Come favola mi piace, mi piacciono molto le ambientazioni, mi piace il ritmo del racconto e mi piacciono i dialoghi. Ecco, forse avrei incalzato piu alcuni dialoghi, per caratterizzare di più alcuni personaggi o inserire qualche elemento di rottura, vuoi strano o comico o altro. Forse trovo la caratterizzazione un po’ piatta, neanche lo stregone esce molto.. A parte questi piccoli appunti, per me è un buon lavoro, brava.

7) Lo specchio di Isidoro
Ciao Angela,
apprezzo molto l’intento di questo racconto. Mi piace molto intanto il titolo, riferito poi ad uno specchio non fisico quindi ad una allegoria della vita; mi piace lo svolgimento, i tempi del racconto e l’equilibrio tra i paragrafi…fino quasi alla fine. E’ la fine che non mi convince molto; credo che avresti potuto inventare qualcosa per far capire la ciclicità dell’aneddoto del vecchio e del discorso interrotto, in altro modo. La “spiegazione” esplicita che ne fa da “fuori campo” quando prima non c’era una vera voce narrante ma dialoghi tra altri soggetto, mi suona frettolosa e un po’ forzata. Spezza l’incantesimo…ed è un peccato davvero. Nel complesso è godibile, ma mi lascia un po’ di amaro in bocca..

8) Le città intangibili
Ciao Fernando
Ti prego di non prendertela, ma il motivo per cui il tuo racconto scende in classifica è, di fatto, il fattore originalità. Ho letto il tuo commento ed il tuo intento, nulla da eccepire, il racconto è scritto bene, molto chiaro e l’idea delle città intangibili allegoria di stati d’animo dell’uomo e di fasi della sua vita è molto bello… però per quella che è la mia interpretazione del Camaleonte e gusto personale avrei preferito un racconto ex novo, diciamo, non intenzionalmente attinto nell’ambientazione, struttura e tema, in parte, da un preciso racconto dello scrittore di riferimento. Il racconto in sé è molto apprezzabile, in ogni caso, complimenti.

9) L'imperatrice di ghiaccio
Ciao Sara,
per te vale ciò che ho scritto a Fernando circa il suo ‘le città intangibili’, non so se con l’aggravante o attenuante dell’aver attinto non da una storia di Calvino direttamente, ma dalla trama di un’opera teatrale già esistente. Il risultato, per quanto mi riguarda, non è buonissimo; indubbiamente è scritto bene, però non trovo molto riuscito l’sperimento di raccontare Turandot con la voce di Calvino. Personalmente non vedo moltissima aderenza, non posso vedere originalità. Tu scrivi bene, scrivi molto bene, però non riesco a trovare motivi per alzare il racconto in classifica, mi trovo in difficoltà anche a giudicare la trama, non essendo tua. Sono spiacente, pur con la seconda rilettura, la vedo così ..

10) Una tradizione in evoluzione
Ciao Michele,
se la classifica avesse come parametro il coraggio, tu saresti sul podio anzi direi in vetta; indubbiamente l’originalità c’è, ma non si equipara al coraggio…Ho letto il tuo commento ele tue motivazioni, le ho comprese e anche capite, però non le condivido moltissimo, o forse è un problema di regolamento del Camaleonte e di intepretazione nelle intenzioni del contest. Forse sarei dovuta arrivare piu preparata all’eventualità di una dis-intepretazione dell’autore come la tua, attento non è una critica a te, ma a me… Volendo spogliare il giudizio da questo limite, me ne restano comunque altri, non entro nel merito del tema trattato perché non voglio che sia un metro di giudizio, ma ritengo che i dialoghi non siano stati gestiti al meglio, forse troppo lunghi e troppo “chiusi”. Avresti magari potuto far interagire il nipote anche con le zie lesbiche o con altri peronaggi da rendere particolari, ma cosi lo trovo troppo distante da Calvino, non mi convince molto con tutta la buona volontà..

11) Rosaspina ovvero la persecuzione
Ciao Veronica
sarà onesta il tuo racconto è il primo che ho letto e purtroppo quello che anche alla seconda rilettura mi è piaciuto meno. In parte, vi leggo molti tratti di Calvino, ma la storia in sè non mi convince, nella forma e anche nella scrittura. Mi sembra come accellerata, che, forse, avrebbe avuto bisogno di molte righe in più. Non trovo la caratterizzazione dei personaggi, nè un significato morale o allegorico; anche le ambientazioni, le scene, non mi fanno andare i una dimensione diversa, nella favola che Calvino crea... non che volessi la perfezione, ma qui vi sento troppa troppa distanza...

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alberto.dellarossa
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Re: CAPITOLO CALVINO: Lista racconti ammessi e classifiche

Messaggio#14 » martedì 31 maggio 2016, 11:46

Eccoci qua alla sudatissima classifica di LordMax e dello Smilodonte


Il ciambellone invernale
di Simonetta Papi


LORDMAX
Bello.
Bella storia, molto forte la protesta sociale e la separazione fra le classi tipiche del Calvino degli antenati.
E’ una bella storia ma non è una favola anche se c’è un tentativo di morale alla fine.
Lo stile è corretto e affine al nostro scrittore, il contesto, l’ambientazione e il mondo immaginifico sono resi bene.
Elenchi di parole, termini più o meno arcaici tutto ben studiato e realizzato.
Fra i racconti letti è uno di quelli che più si avvicinano alla ‘protesta’ sociale, sempre presente ma leggera, appena accennata e per questo ancora più forte, portata avanti da Calvino nei suoi lavori.
Sarebbe interessante leggere il seguito delle avventure del giovane Carlino.

LO SMILODONTE
Ciao Simonetta.
La storia è bella e contiene il tema calviniano della separazione di classe. Ben riuscita anche l’immersione nel POV del narratore, fanciullo così come è caro a Calvino. Sullo stile sono invece un tantino più perplesso. Al di la della costruzione sintattica molto complessa e lunga - ci sono due o tre frasi che mandano in apnea il lettore, e pertanto si discostano completamente dallo stile di Calvino - ho trovato anche fuori contesto certe assonanze, a volte ai limiti della rima, specialmente verso la fine del racconto.
Per la precisione questo passaggio, che ha una musicalità fortissima (e che ti consiglio di coltivare ma che non ho trovato per nulla affine al Calvino degli Antenati - ma qua invoco Jacopo che di sicuro potrà essere più preciso)

E non rispose il banditello, sguainò uno spadino e lo puntò oltre il mio cappello: - Dolciaio, vossignoria, il pedaggio è una torta.
Che fare? - pensai, che la collera di mio padre avrei provocato, che di paura dello spadino ero già atterrito, che nessuno potevo chiamare d'aiuto.

In tanti altri passaggi fai ricorso a rime e a forme ritmiche - e va benissimo (mi sono piaciute molto) ma a mio avviso allontanano parecchio dall’esercizio di mimesi.
Pertanto direi prova positiva, ma con qualche riserva sulla riuscita dell’imitazione.


Il segreto di nonna Berta
di Ambra Stancampiano


LORDMAX
Bel racconto che centra molte delle tematiche di Calvino da noi proposte.
Le descrizioni sia dei luoghi sia dei personaggi sono appropriate e anche il doppio binario delle aspirazioni, da una parte il Marchese e la figlia che si rinchiudono per sfuggire alla modernità e dall'altra il Barone che invece si lancia alla caccia delle sue origine perdute... che tanto perdute non possono essere vista la sua natura meccanica.
Vedo che la critica alla società tipica dei racconti calviniani è ben espressa e si mostra sia con le parole del maggiordomo sia con le aspirazioni “fuori moda” del Marchese e del Barone.
Nel complesso la storia è bella e gradevole, geniale l'idea del Barone Commodore del Pixel.
Il confronto fra passato e futuro, fra ricordi e presente mi sembra essere il centro della storia, anche se è lasciato quasi in sospeso, forse per aumentare la leggerezza della descrizione.
La morale, presente ma non espressa, è interessante.
Dovendo valutare solo e soltanto l'aderenza allo stile direi che l'obiettivo, seppur a fasi alterne come è normale, è stato raggiunto.

LO SMILODONTE
Ciao Ambra, eccoti fra le fauci dello Smilodonte.
Il tuo racconto mi ha colpito positivamente e negativamente in egual maniera. La storia ha molto dei temi calviniani, così come la struttura - il rapporto fra antenati, il distacco dalla realtà della Marchesina, il tipo di narratore - io narrante non protagonista (Montanari ha tenuto una bellissima lezione su questo tipo di narratore, e proprio ristudiando Calvino mi sono reso conto di quanto sia efficace nell’accompagnare il lettore e nel facilitare la transizione a uno stato di sospensione d’incredulità). Ciò che ho trovato geniale è il colpo di scena iniziale - partendo dal foreshadowing del titolo per arrivare alla prima rivelazione sulla vera natura di Nonna Berta. Con questi presupposti la narrazione procede davvero bene - salvo alcune costruzioni un po’ meno riuscite e tuttavia fisiologiche - fino alla comparsa del Barone del Pixel.
Qua succede una cosa: innanzitutto rompi il patto col lettore, chiamando in causa un elemento conosciuto al lettore, conosciuto allo scrittore e sconosciuto al narratore. Crei così uno scollamento lettore-narratore perché emerge in questo particolare la presenza dell’entità scrittore. Inoltre la tensione che hai generato con il rapporto Marchesina-Berta rimane cristallizzata e viene rediretta sul Barone (per il quale usi ancora il foreshadowing, forse in maniera meno efficace). Tuttavia non c’è tempo per stabilire un nuovo ordine di rapporti tra i personaggi e tra il Barone e Nonna Berta, conducendo così a un finale che precipita verso la conclusione in maniera troppo rapida e brusca.

Personalmente parlando penso che questo sia un racconto molto, molto bello, ma che necessiti di ulteriori spazi. Vedrei bene una Nonna Berta che in qualche modo risponde davvero alla bambina - o almeno sembra che lo faccia - in maniera tale da creare un’aspettativa positiva che può legarsi infine alla comparsa del Barone (il quale potrebbe essere tedesco e chiamarsi von Pendeluhr). Inoltre strania il rapporto cugina, perché fino a quel momento per il lettore Berta è stata Nonna. Si crea un ulteriore scollamento che fa vacillare la predisposizione del lettore.

Come avrai intuito il racconto mi è piaciuto molto. La mimesi dello stile è riuscita in buona misura, soprattutto per temi e contenuti, un po’ meno per la forma ma - data anche la tua premessa - l’obiettivo che ti eri posta mi sembra comunque raggiunto.

L'imperatrice di ghiaccio
Di Zebratigrata


LORDMAX
Mi piace l’idea di ‘rivedere’ una storia con uno stile diverso, una storia che ha già parte degli elementi fondamentali del contest e con numerose caratteristiche proprie di Calvino.
La storia ha la composizione della fiaba e ha una morale forte e profonda. La critica sociale è parte integrante della sua struttura e questo sicuramente ha lasciato spazio al lavoro sullo stile.
Il grosso appunto che posso portare, visto che è lo stile la focalizzazione, è nella scelta di dialoghi in botta e risposta che mi sembrano lontani dallo stile pacato e arzigogolato di Calvino, non che siano brutti in sé ma non mi pare siano in linea con lo stile del nostro scrittore.

LO SMILODONTE
Curioso che due persone nello stesso capitolo abbiano deciso di affidarsi alla stessa operazione - ovvero di raccontare e rivisitare una storia giù nota - ma devo dire che, nel tuo caso, l’operazione è sicuramente più riuscita. Ammetto la mia ignoranza, non conoscevo bene la storia della Turandot (se non per la storia originale dalla quale proviene, ovvero la cugina di Kubilai Khan, Kuthulun) però a mio avviso la tua rivisitazione è riuscita ed è perfettamente funzionale - forse perché non sottoposta a uno scostamento temporale così forte come quello presente nel racconto di Alessandra. Peraltro la scelta che hai fatto è stata assai oculata, in quanto la Turandot contiene molti degli elementi degli Antenati - tra cui i rapporti tra i personaggi, il tipo di narratore, la presenza costante della violenza grottesca come parte integrante della realtà della storia senza essere eccessiva, il sense of wonder e il finale moralizzante.
Dove l’esercizio è riuscito meno è sicuramente nella mimesi dello stile: il tentativo c’è - e si vede - ma è incompleto. La struttura delle frasi a volte è appesantita e capita di dover tornare in dietro per fissare alcuni rapporti, mentre la costruzione sintattica di alcune frasi - volte a imitare giustamente il sapore calviniano - ha l’effetto di rallentare l’agilità della frase stessa. Un esempio su tutti è l’utilizzo che fai della struttura a chiusura del periodo “che + dichiarazione” che ad un certo punto diviene ridondante e disturba un po’ la lettura. In qualsiasi caso dopo il primo terzo la narrazione prende decisamente abbrivio e il racconto lascia delle sensazioni molto piacevoli, quindi nel complesso direi che la tua è una prova più che discreta.

Persefone e la maledizione del melograno
di Alessandra Corra


LORDMAX
Non sembra di leggere il Calvino degli Antenati… poi mi sono ricordato del tuo commento… e ho riletto il brano con altri occhi.
Considerando le fiabe a cui ti riferisci direi che il lavoro è ben fatto, calzante.
Avevamo detto che ci si poteva riferire ad altre opere del nostro scrittore e manteniamo la parola, nonostante i casini che abbiamo provocato.
Il tuo lavoro è aderente ad una parte della produzione calviniana molto particolare in se stessa quindi ancora più difficile da imitare e quasi impossibile da valutare.
In alcune parti mi sembra di leggere una aderenza stilistica notevole e in altre una sorta di allontanamento che ho deciso essere intenzionale… e la cosa mi piace, anche Calvino in alcune fiabe scelse di cambiare e non essere se stesso per poter essere più aderente alla fiaba originaria.
Una nota che mi sento di farti è la semplificazione forse eccessiva, Calvino non semplifica mai, neppure nelle fiabe, anzi aggiunge piani di lettura a quelli già presenti e dovendo valutare l’aderenza allo stile questa è una piccola nota dolente… forse giustificata dal poco tempo disponibile.

LO SMILODONTE
Ciao Alessandra. In questo caso, rispetto ad altri racconti di questo Capitolo, mi trovo in una posizione ribaltata. Legittima l’operazione sulla fiaba, alla maniera di Ulisse e Polifemo. E si, prendendo come riferimento quella tipologia di testi hai fatto un buon lavoro. Mi è sembrato tuttavia al limite dell’escamotage - rifarsi allo stile meno calviniano di Calvino stesso - e questo è paradossale. Il racconto-rivisitazione fila nella sua forma fiabesco-medievaleggiante senza tuttavia colpirmi, probabilmente (e la colpa è mia) perché io lettore sono troppo ancorato al mito greco. Mi spiego meglio: un’operazione come la tu aha ragion d’essere nel momento in cui è la trasposizione stessa di contesto ad aggiungere valore alla narrazione. Così, di fatto, rimane un movimento di scenografia. Quindi esercizio di mimesi riuscito nei limiti contingenti alla scelta fatta, ma un risultato che non mi convince.


Le città intangibili
Di Fernando Nappo


LORDMAX
Niente da dire, hai fatto un lavoro eccellente.
Mi fermerei a questa semplice frase perché c'è ben poco altro da aggiungere.
Come abbiamo affermato, la trilogia degli antenati era la nostra proposta ma non abbiamo “vietato” di attingere ad altro.
Le città sono fra le cose che più amo di Calvino e devo dire che il tuo racconto non sfigurerebbe affatto, il modo in cui si muovono i personaggi e la forma che hai dato, la struttura e lo svolgimento sono ottimi.
Con un po di tempo e spazio in più sono certo che avresti creato una continuazione perfetta del nostro autore.
Le due città sono ben definite e facilmente visualizzabili.
Derina è praticamente perfetta, Nidata forse avrebbe bisogno di una limata.

LO SMILODONTE
Ciao Fernando. Ti dico subito che hai fatto un ottimo lavoro, sebbene in riferimento a un testo assai distante da quello degli Antenati. In questo senso il rimprovero di Jacopo è assolutamente pertinente e abbiamo capito che è necessario restringere il campo dei testi. Veniamo a noi: sono rimasto incantato dagli intermezzi tra Polo e il Khan. Direi che sono perfetti, per semplicità, stile, profondità: li ho davvero apprezzati. Le parti riguardanti le città intangibili li ho trovati invece più ostici, sicuramente da raffinare non nel contenuto - che è assolutamente pertinente e in tema rispetto alla logica del racconto e a diversi aspetti dell’opera calviniana - ma nella forma che invece ho trovato ancora troppo contratta, priva dell’ariosità tipica di Calvino. Inoltre ho storto il naso al particolare della macchina fotografica: non subito (avrebbe potuto esserci, ero pronto e disposto a crederci) ma dopo, quando ho visto che era un elemento abbandonato là, senza scopo preciso (perlomeno a mio avviso)
Detto questo l’esercizio direi che comunque, perlomeno in buona parte, è riuscito, oltre ad aver regalato al gruppo un racconto molto interessante e originale nella forma.

Oreste “Qua e Là”
Di Peter7413


LORDMAX
Ho riso molto ad immaginarmi i nostri canavesani confrontarsi con certe cose strane.
Mi piace molto il modo in cui hai affrontato la prova, l'impostazione del racconto e la creazione dei personaggi.
Il narratore è credibile, il protagonista gradevole e i bambini ottimi con la loro visione personalizzata delle cose.
Anche il fatto che le persone semplicemente si adeguano a ciò che non capiscono è molto aderente allo stile calviniano.
Vedo forte la denuncia sociale e il contrasto fra le classi, meno la favola in se, sembra più un racconto epistolare. Ma non è così lontano dalla visione calviniana in fondo.
Quello che mi è venuto un poco a mancare è la leggerezza delle frasi e della narrazione.
Probabilmente il concentrarsi su un autore altro a se stesso ti ha fatto perdere un poco di vista la costruzione delle frasi, alcune sono molto pesanti e eccessivamente arzigogolate... sembrano le mie e non quelle di Calvino.
Devo ammettere che per esserti lamentato tutto il tempo su quanto era lontano dal tuo stile hai fatto un buon lavoro.

LO SMILODONTE
Ciao Maurizio, e ora arriviamo a te. Parto da distante, senza riferimento all’esercizio di mimesi: il racconto mi è piaciuto molto, è ben equilibrato nelle parti e nella struttura narratologica. L’idea è molto bella e i personaggi sono il vero gioiellino di questo racconto, oltre all’idea - non originale in assoluto ma molto ben sfruttata - che involontariamente mi ha portato alla mente Melquiades il Gitano di Cent’anni di Solitudine.
Quanto all’esercizio di mimesi: i temi ci sono, a mio avviso. Ho visto un po’ della contrapposizione presente ne Il Barone Rampante e la dicotomia del carpentiere ne Il Visconte Dimezzato. La sparizione poi ricorda più da vicino quella del Cavaliere inesistente. Il problema sorge più a livello sintattico, specialmente in alcuni passaggi che ho trovato molto farraginosi e privi di agilità. Un po’ - forse - per desiderio di imitare un parlato desueto, un po’ per attitudine personale: probabilmente è il punto dal quale più ti sei discostato. Dovessi valutare la prova al netto della mimesi il risultato sarebbe più che buono, ma ai fini dell’esercizio lo scopo è stato solo parzialmente raggiunto.

Una tradizione in evoluzione
Di Mike009


LORDMAX
L'idea è ottima e il coraggio di scegliere una ambientazione fantascientifica per un contest su Calvino è decisamente meritoria.
Il bambino mi sembra molto centrato con lo stile calviniano, la complessità sociale e una buona parte della struttura mi sembrano azzeccate.
Trovo la lunga e dettagliata spiegazione della madre poco allineata con lo stile di Calvino, in alcune parti scade quasi nell'infodump e perdono di utilità.
Trovo la scenta di portare all'estremo una situazione attuale molto vicina al modo di 'sentire' di Calvino.
Non ho però trovato gli aspetti della fiaba e quella leggerezza narrativa tipici dell'opera calviniana

LO SMILODONTE
Ciao Mike. Come tutti ti hanno già detto, complimenti per il coraggio della scelta - assolutamente lodevole. Come appunto personale poi, io che non sopporto la maggioranza delle minoranza, sono rimasto deliziato dall’impianto base, che peraltro riesci a portare gradatamente al delirio della realtà. Detto questo, il testo ha una grossa, grossa falla, ed è il terribile infodump centrale che - purtroppo - fa perdere moltissima inerzia alla narrazione. Per quanto riguarda l’aderenza al tema Calviniano, il racconto è decisamente distante dai testi di riferimento, ma mantiene comunque quel senso dell’assurdo, della metafora che si trova in molte pagine dell’autore. Anche i dialoghi (anche se in alcuni passaggi diventano poco spontanei) sono spezzati in guisa di quelli di Calvino. Il contenuto è tuttavia molto distante e questo penalizza l’esercizio alla base del Camaleonte. Detto questo la prova è più che discreta, con riserva data dallo spiegone centrale. Ottimo il finale, il cui guizzo riesce a ridare un po’ di mordente e velocità allo scritto.

La principessa evanescente
di Chiara Rufino


LORDMAX
Racconto molto interessante che la lunghezza non ha permesso di essere espresso pienamente.
Alcune tematiche calviniane ci sono ma sono quasi annegate in altre strutture che rallentano il tutto.
Se posso permettermi di esprimermi ho avuto l'impressione che sia stato scritto di corsa, troppo rapidamente.
Vedo un tentativo interessante di critica sociale ma che non viene concluso.
Vedo alcuni aspetti favolistici che vengono accennati e mai compiuti completamente.
Lo stile calviniano è presente nelle frasi descrittive e nell'uso di termini desueti, nella costruzione di alcune scene ma, ad esempio, il flashback non è molto adatto allo stile di Calvino.
Sarebbe interessante vedere cosa può uscirne in Arena.

LO SMILODONTE
Ciao Chiara. Il racconto, specialmente in alcuni passaggi, è chiaramente ispirato alla trilogia. Anche l’incorporeità, e la sua centralità nella trama, sono decisamente calzanti per quanto riguarda i temi calviniani. Lo stile, invece, viene ricalcato solo a macchia di leopardo, nel senso che se per alcuni aspetti l’esercizio ti è riuscito, in altri è decisamente più presente la tua voce. Inoltre, al di là di alcune storture sintattiche che si possono sistemare con una semplice rilettura, ho comunque trovato una certa difficoltà nel dipanarsi della vicenda, sia sul livello narratologico (il flashback è fuso nel corpo principale e questo crea straniamento) sia a livello di logiche interne, soprattutto del personaggio che, se all’inizio appare in un modo (arrogante, petulante e stizzosa) cambia modalità molto in fretta. Per carità, piccole cose, che tuttavia nell’insieme rendono difficile la sospensione d’incredulità e il patto col lettore. E forse è questo il difetto macroscopico del racconto che allontana dallo stile di Calvino. In lui reale e fantastico coesistevano sullo stesso piano, in maniera così perfetta che il lettore nemmeno si cura di chiedersi come sia possibile per un uomo vivere dimezzato dopo una palla di cannone. Certo, nessuno di noi è Calvino, ma credo che con poche attenzioni in più si possa davvero migliorare la coerenza del realismo magico. Eventualmente ti interessasse approfondire la cosa, e vedere il realismo magico sotto altri profili (invito rivolto a tutti) ti consiglio la letteratura sudamericana - Jodorowsky, Marquez e Borges su tutti - che in questo senso è illuminante. Nella loro cultura magia e realtà si fondono in maniera così stretta che il passaggio è assolutamente naturale.


Il generale meccanico - Andrea Dessardo
Di Andrea Dessardo


LORDMAX
Bello
Nomi, luoghi, descrizioni, ambientazione, elenchi, tutto molto 'in stile'
Il tono del racconto è fiabesco e canzonatorio proprio come il calvino degli antenati.
Le descrizioni surreali ma credibili, i nomi altisonanti con una reminescenza antiquata si capisce che non sono scelti a caso
La contrapposizione fra reale e fiabesco e l'accettazione pur con titubanza dei 'semplici' colpisce il segno.
La contrapposizione fra i caratteri e il gioco di complicità fra lettore e narratore sono ben fatti e ben gestiti.
Solo il finale sembra fatto di corsa o forse tagliato perché stavano finendo le parole.
Rispetto allo stile di Calvino c'è forse una pesantezza maggiore ma direi che è un esercizio di stile, un lavoro, molto ben fatto.

LO SMILODONTE
Ciao Andrea. Sono assolutamente concorde con Max, il tuo è un ottimo lavoro. Certo, si vede la compressione - i testi di Calvino hanno il magnifico pregio di essere densi e allo stesso tempo molto leggeri, mentre il tuo racconto è estremamente compatto. Ma, come hai detto tu stesso, non se ne può fare una colpa. Quanto agli aspetti di mimesi dello stile direi che ci siamo proprio: a partire dai nomi, decisamente appropriati, all’aggettivazione ricca come quella calviniana. Ho apprezzato anche il tocco di violenza grottesca che non manca mai nella trilogia. Quanto alla costruzione dei personaggi, ci siamo: soprattutto quello del narratore che dipana il filo degli eventi. Il senso del grottesco e del fantastico è rispettato in pieno, così come la costruzione archetipale dei personaggi, poli estremi e contrapposti. Nel complesso davvero un ottimo lavoro.

Il marchese quantistico
Di Timetrapoler


LORDMAX
Che dire: ottimo
Si nota l'attenzione ai dettagli dello stile e alla produzione calviniana tutta andando parecchio più in là della trilogia, potrei azzardare che ci sono riferimenti alle cosmicomiche.
Molte forme linguistiche tipiche di calvino le hai sapute inserire bene e anche l'ingresso improvviso dello scrittore nel testo è ben fatto... forse troppo rigido il contrasto ma in così poco spazio non potremmo proprio pretendere di più.
Considerando che da te non ci si aspettava di meno direi che hai fatto onore a Calvino.
Bello il riferimento alle scale che riprende il titolo... se ho colto correttamente.
L'idea del racconto riprende il fantastico e l'immaginifico calviniano e il comportamento dei comprimari che si adattano , si abituano, alle sue stramberia esemplifica perfettamente l'essenza della fiaba in cui tutto è normale per quanto folle.

LO SMILODONTE
Che dire, Jacopo, il tuo lavoro è eccellente. Sei riuscito in un delicato medley della trilogia degli antenati, anche se ravviso più l’impronta del Barone e del Visconte, che del Cavaliere - ultimo testo che forse si discosta più dai precedenti due.
Mi ha affascinato moltissimo la mimesi che sei riuscito ad attuare nel lessico, cosa decisamente non facile, vista la distanza temporale dagli scritti di riferimento e la proprietà di linguaggio dell’autore. Il tuo lavoro di ricerca si riscontra anche nella gestione e nella punteggiatura dei dialoghi, tipica di Calvino e che nei suoi scritti - almeno inizialmente - può risultare ostica. Ma ciò in cui sei riuscito meglio, a parer mio, è quell’incredibile mix di realtà e nonsense - di reale e di fantastico - che così bene riesce a Calvino. La sospensione d’incredulità avviene pressoché istantaneamente, senza alcuna difficoltà da parte del lettore. Unico appunto, veramente minimo: è vero, in Calvino il narratore appare e scompare, si palesa e si fa solo voce, ma questo è tanto più vero nel Cavaliere inesistente rispetto ai due altri lavori. Forse, vista la maggiore vicinanza dello stile al Visconte e al Barone, avrei visto più un narratore conosciuto o statico da principio, ma è davvero una ben misera spigolatura rispetto all’eccellente lavoro che hai fatto. Un’ultima cosa: grande utilizzo della tecnica del foreshadowing nascosto nel titolo con ripresa moraleggiante da parte del narratore.
Bravo.

Lo specchio di Isidoro
Angela


LORDMAX
Il racconto è bello, l'aspetto fiabesco e la ricorsività della narrazione tipiche delle fiabe e anche di molti racconti calviniani direi che è pienamente centrato.
I personaggi sono interessanti anche se la sparizione della sirena si sente.
Il racconto ricorda le città invisibili e la presenza dei due Re uno giovane e forte e uno vecchio e debole che si presenta solo perché non può farne a meno ben rappresenta il modo in cui Calvino crea i contrasti sociali e personali nelle sue storie
La morale è l'ineluttabilità del destino sono ottime e molto ben rappresentate.
Gli aspetti che mi hanno lasciato perplesso sono l'eccessiva semplicità dei dialoghi e la forma narrativa più come una cronaca che una fiaba

LO SMILODONTE
Racconto che nei contenuti attinge a topoi fiabeschi e a intenti morali Calvineggianti ma che non ne ricalcano lo stile. Di fatto hai afferrato lo stile fiabesco, sei riuscita a mettere in piedi una struttura a scatola cinese (attenta a una iterazione così lunga come quella del racconto del vecchio, è straniante e per diverse righe lascia il dubbio al lettore di un difetto di formattazione) ma lo stile è assai distante da quello di Calvino. Come è già stato fatto notare, avresti potuto spingere un po’ di più sulla complessità sintattica e strutturale del testo che invece ondeggia pericolosamente verso il cronachistico. Inoltre ho rilevato un aspetto che mi ha disturbato: Ondina, punto d’origine della narrazione, è poco definita e rimane piuttosto indeterminata soprattutto nelle scelte. Non si cura del fatto che il marito/compagno dittatore conquisti a man bassa in nome del suo amore, tranne quando esce dai confini per attaccare reami lontani. Questa è un’incongruenza e squalifica la sua figura, lasciandola sospesa. Il personaggio più riuscito è decisamente il vecchio mentre avrei spinto di più sulla tracotanza del Re. Inoltre vorrei fare un appunto: nelle fiabe e nell’impianto fiabesco la violenza è spesso ben presente. Lo è anche negli scritti Calviniani dove la violenza è parte integrante del mondo ed è narrata: anzi, spesso diventa motore della storia. Ricordiamo per esempio il Visconte Dimezzato, con alcune scene piuttosto crude. Tu eviti la descrizione del brutto, te ne tieni alla larga e pertanto non riesci a creare un divario sufficientemente profondo tra cause ed effetti.
Il racconto, contenutisticamente parlando, ha diversi numeri che però sono sfruttati in maniera poco accorta. Prova a rivedere la forma, a spingere sul divario e lavorare sugli aspetti che ti ho segnalato - e mantieni intatta la struttura di scatole cinesi. Potenziala semmai, lavorando sul dialogo tra i due sovrani. Ultimo appunto: attenzione alla punteggiatura, molto spesso è approssimativa.

CLASSIFICA:
1)Il marchese quantistico
2)Il generale meccanico
3)le città intangibili
4)il segreto di nonna Berta
5)Oreste qua e là
6)L'imperatrice di ghiaccio
7)Il ciambellone invernale
8)Persefone e la maledizione del melograno
9)Lo specchio di Isidoro
10)La principessa evanescente
11)Tradizione in evoluzione

COCCARDA ASSEGNATA - senza il minimo dubbio - a Jacopo Berti che giocava in casa. Bravo, davvero un ottimo lavoro.
Domani in giornata la proclamazione ufficiale della classifica finale con ammessi alla vetrina e menzioni speciali!

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