Dolce come il fiele

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Marco Lomonaco - Master
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Dolce come il fiele

Messaggio#1 » giovedì 16 giugno 2016, 0:06

Chiedo scusa a tutti per 2 cose:
1) la lunghezza, non ho potuto fare altrimenti, spiego meglio sotto in un post successivo che è già tardi
2) ho fatto a tempo solo a togliere qualche refuso, mi spiace, avrei voluto fare un lavoro più accurato.

Dolce come il fiele

Presente
La terza banconota da cinquecento euro sbatté sul tavolo assieme al palmo del giovane. L’acqua mulsa nei bicchieri tremò per un istante.
«Ué, son millecinquecénto.» Il ragazzo si guardò attorno. «Non fare il pirla, sarà l’incasso di una settimana di questo buco.»
Mailo lo guardò con un sopracciglio alzato: i bergamaschi che vogliono sembrare milanesi avrebbero fatto incazzare anche Gandhi.
Mi batterei con Gandhi. Nella mente di Mailo la faccia di Edward Norton digrignava i denti insanguinati. Un fremito gli scosse la mano che si chiuse da sola, i tendini cigolarono nelle guaine sopra le nocche appiattite.
Lesioni aggravate, addio sospensione condizionale. Un impulso nervoso gli riaprì le dita. Fece un respiro profondo e si stampò in volto un sorrise beffardo.
Mailo si sporse verso il ragazzo e cominciò a rivolgergli dei gesti enfatizzati. Una mano a coppa che si strofinava il grembiule da cuoco in zona sub-inguinale, il pollice che struscia sull’interno delle altre dita, un bel dito medio. Gli si rivolse parlando lento, scimmiottandone l’accento. «Frega un cazzo. Dei tuoi soldi.» Sgranò gli occhi mimando stupore e si portò la mano aperta davanti alla bocca spalancata.
Tornò serio, il dito medio ancora in bella vista. «Evvaf-fan-culo.»
I commensali del ragazzo proruppero in una risata. La biondina che gli sedeva accanto arricciò il naso gli diede una leggera spinta sulla spalla. «Dai Franz, smettila. Ci sono cose che non puoi comprare, fattene una ragione.» Aveva un buon profumo, lieve, ma persistente.
«Tu che non sei nel novero faresti méglio a stare zitta.» Le disse senza rivolgerle lo sguardo, fisso negli occhi del cuoco.
La ragazza si alzò di scatto, prese un bicchiere e gliene rovesciò il contenuto in faccia. «Sei proprio uno stronzo.»
Una brunetta dai fianchi arrotondati la seguì di corsa fuori dalla trattoria, in una specie di riflesso condizionato.
Il silenzio era calato sulla sala. Gli astanti si stavano girando tutti verso il fulcro della scena, dozzine di sguardi carichi d’aspettativa. Al tavolo, due ragazzi si davano di gomito trattenendo le risa mentre gli altri apparivano tutti congelati.
«Voglio la ricetta. Pago. E non me ne andrò da qui fino a quando questo bergamasco bifolco non mi avrà detto un prezzo.»
Mailo gli diede le spalle e si allontanò a passo lento. Si volse verso Gaia, che osservava la scena con la coda dell’occhio mentre aspettava di prendere l’ordinazione al 4C. Le fece cenno con la testa e mimò con la mano destra un movimento rotatorio, come se usasse un cacciavite. La ragazza annuì e sgattaiolò oltre le porte della cucina.
Il cuoco arrivò alla porta del locale e staccò dal vetro una lavagnetta con le ventose. All’esterno, vide la biondina e la brunetta sedute sul bordo della fontanella del cortile. Si abbracciavano.
Fece per rientrare, quando vide con la coda dell’occhio la brunetta fare un movimento brusco: afferrò l‘amica per i capelli e le reclinò il capo all’indietro, con violenza. I capelli scuri raccolsero una lacrima dalla guancia della ragazza e Mailo riuscì a leggerle il labiale: “è questo che ti piace?” disse, “perché so dartelo anch’io.”
Si spinse su di lei e le chiuse le labbra sul collo.
La frenesia dei movimenti, l’espressione estasiata, sembrava volesse mangiarla. Le porte chiuse non riuscirono a zittire del tutto il gemito di piacere della bionda, che si portò subito le mani alla bocca, guardandosi attorno colpevole.
Le due si staccarono. Mailo incrociò lo sguardo di boccoli d’oro, che tese le labbra in un’espressione di panico. Il cuoco le sorrise e scosse la testa, mentre si poggiava la mano destra sul fianco.
Dovrei tirarlo fuori, uscire e scoparmele tutte e due, alla faccia di quello stronzo. L’immagine di lui che le prendeva davanti alla fontana, riflessa negli occhi pieni di rabbia e delusione dell’uomo di merda. Un mise en abyme di giustizia sociale.
Gli venne in mente lei, e un nodo di vergogna gli strinse la gola.
Come se l’avesse sentito pensare, la biondina cambiò espressione. Strinse appena gli occhi e gli lanciò un’occhiata complice, si voltò di nuovo verso la brunetta e le carezzò il volto. La tirò a sé, lenta, e le sfiorò le labbra con le proprie, in un gesto pieno di intimità e tenerezza. La brunetta sorrideva felice.
«Cane morto. Cane morto. Cane morto.» disse tra sé Mailo, chiudendo gli occhi in un sospiro profondo per estinguere sul nascere il principio di malinconia che sentiva in fondo al ventre.
Si infilò sottobraccio la lavagnetta e si diresse di nuovo al centro della sala. Lo stronzo ancora gocciolava dalla bicchierata di poco prima e stava sbattendo al centro del tavolo un’altra banconota.
«Eccolo che torna,» disse sprezzante, «lo sapevo che era solo questione di quanti soldi.» Sollevò la mazzetta e la mosse come un ventaglio. «Duemila è il tuo prezzo? Eccoteli!» Senza alzarsi lanciò il denaro verso il cuoco e lo guardò planare irregolare fino al pavimento.
Mailo si voltò a sinistra e vide Gaia camminare veloce verso di lui, con in mano quello che le aveva chiesto. L’uomo ignorò le banconote, vi camminò e si fermò a mezzo passo dal ragazzo, in volto l’espressione più minacciosa del proprio repertorio. Alzò un piede e lo appoggiò sullo schienale della sedia dello stronzo, appena a fianco del suo torace da sollevatore di polveroni.
«Che cazzo fai? Toccami e ti denuncio!» disse il ragazzo scansando la manica di lino bianca dalla tomaia sporca.
«Ti prendo in parola.» Rispose Mailo. «Non te ne andrai di qui fino a che non ti avrò detto un prezzo? Bene, il prezzo è centotrenta euro.» Spinse con la gamba e ribaltò la sedia all’indietro. Leonida della Val Brembana.
Guardò il figlio di papà mulinare braccia e gambe nel vano tentativo di recuperare l’equilibrio. Lo schianto al suolo fu musica per le sue orecchie. Mailo lo guardò dall’alto in basso e gli sorrise beffardo. Si voltò verso Gaia che gli porgeva lo spazzolone del water. Lo afferrò gioioso e lo osservò da vicino: residui di materiale organico si annidavano minacciosi tra le setole in pvc.
«È quanto prendono qui a Bergamo gli spurghi.» Sollevò lo scopino e guardò la sala, le sciure del club del libro stavano appollaiate agli schienali delle sedie, il fiato sospeso e i colli proiettati in avanti. Il cuoco sorrise e fece un cenno col capo a Gaia, che alzò un secchio di plastica e fece calare una colata d’acqua sul petto del finto brianzolo. Subito Mailo affondò con lo spazzettone. «Più cinquanta euro per la chiamata notturna, e la maggiorazione “stronzo ostinato”.»
L’intera sala proruppe in un grido soddisfatto. I clienti abituali ridevano, le signore del club del libro erano così dentro la scena che mimavano con furia godereccia i movimenti di spazzolone che speravano di vedere. La più anziana si mise le mani attorno alla bocca e urlò un sonoro «Avanti, Scottex, dagli una lezione!»
Il giovane tentò di gridare, di ribattere, ma le sue rimostranze annegarono sotto la secchiata d’acqua.
«Non si preoccupi,» disse Gaia arretrando verso la cassa, «faccio subito aggiungere il servizio al conto del tavolo.»
Mailo si chinò sul giovane, si prese da sottobraccio la lavagnetta e gliela gettò sul petto. Campeggiavano scritte a gessetti colorati, piene di fiorellini, api ed esagoni.
“TRATTORIA del BREMBO
Cucina a base di miele
della Val Brembana.
Gli stronzi saranno trattati
COME TALI
Sapevatelo!
La Direzione”



Mailo entrò in cucina e gettò il grembiule sull’affettatrice. Si appoggiò con le spalle al muro e si accese una sigaretta già fumata per metà.
Jozif smise di strofinare il piano cottura con la paglietta di metallo e si voltò a guardarlo. Gli si rivolse con il suo italiano da algerino pigro. «Ho sentito tavolo intasato.»
«Già.» Disse l’altro, sbuffando una nuvola di fumo.
«Prima o poi combinerai una troppo grossa.»
«Lasciamelo molle, Joz, c’era la mamma del magistrato Pedretti in sala, con tutto il suo cazzo di club del libro? Secondo te perché gli lascio far qui le loro riunioni e gli sconto sempre la cena?» Si passò una mano sulla testa rasata, «E poi il magistrato me l’ha ripetuto così tante volte che l’ho imparata: “processo patologico, acuto o cronico, localizzato o diffuso, che determina una apprezzabile menomazione funzionale dell'organismo”. Capito? Apprezzabile menomazione. Senza quella, niente lesioni e niente ciao ciao condizionale.» Sorrise. «Uno spazzettone del cesso non può produrre “apprezzabili menomazioni”.»
«Come dite voi cristiani? Spero tu hai santo in paradiso.»
«Fanculo i santi, la vecchia è il mio angelo custode, mi ama. E se ti ama la vecchia del magistrato…»
Jozif mascherò una risata in un colpo di tosse. «E sappiamo che anche tu ami le vecchie, Scottex.»
Mailo gli scaricò un manrovescio tra naso e bocca. Si fermò a fissarlo, combattendo con la voglia di infierire.
Jozif si portò le mani al volto. Un rivolo di sangue gli colava sul margine superiore del labbro, seguendo la linea dei baffetti incolti. «Fanculo. Apprezzabile amonmazione di mio cazzo.» Aprì il rubinetto dell’acqua fredda e infilò il volto sotto il getto. Sbuffò, e piegò lo sguardo verso l’amico. «Scusa Mailo, non dovevo dire. Tu sai, mia boccaccia posseduta da djinn.»
«E anche dal gin.» Disse indicando una bottiglia mezza vuota accanto ai fornelli. «Dai, non ci pensare.» Gli diede una pacca sulla spalla e si passò la sigaretta verso l’angolo della bocca. «A proposito, è passato il Rude con il carico?»
L’aiuto cuoco annuì e indicò con la mano il frigorifero in fondo alla stanza. Mailo vi si diresse, inspirò un po’ di nicotina e si stropicciò gli occhi, li sentiva gonfi.
Da dietro il salvafreschezza del Branzi, prese un astuccio di plastica consumata, chiuso alla buona con dello scotch da pacchi. Lo aprì, all’interno tre boccette piene di un liquido trasparente. Mailo le osservò contro la luce interna del frigorifero. «Sembra buona.»
Jozif uscì da sotto l’acqua. «Dice Rude che ha nuovo chimico, uno genio. Dice con questa, profumo si sente ancora di più,» roteò la mano due volte davanti al naso gocciolante, «come avevi chiesto a lui.»
«Spero abbia ragione, anche se forse stasera è la sera.»
«Dice anche che roba è gratis se…»
Mailo sbuffò. «Che coglioni! No! Dodici anni che mi fa sempre la stessa domanda, a ogni cazzo di consegna.»
Jozif fece spallucce. «Io solo dico quello che lui dice.»
«Sì, scusa Joz, non è colpa tua.» Fece una pausa. «Ora vado di sotto, tu lascia stare qui, porta la melassa alle arnie e poi monta la guardia. Mi sento che stanotte faremo la sua conoscenza, da un momento all’altro.»
L’aiuto cuoco alzò la mano in un cenno di assenso e tornò a grattar via il miele strinato dai fornelli.


L’aria nello scantinato era umida. Le muffe e il salnitro si mischiavano al profumo dolce di fiori ed eroina, in una combinazione che da dieci anni gli permetteva di sbarcare il lunario.
Al centro della stanza, immersa nella penombra, c’era lei, legata mani e piedi a un traliccio d’acciaio rinforzato. Era sospesa a mezz’aria, un’asta di metallo le passava sotto le braccia, dietro la schiena, mentre un’altra dietro le ginocchia, obbligandola in una posizione simile a quando ci si siede sul water. Sul volto aveva una maschera in lacci di cuoio che le teneva fermo in bocca un grosso tubo di plastica, collegato con una tramoggia da allevamento.
Le catene con i bracciali di cuoio tintinnarono e Mailo sorrise. «Sono io, piccola. Tranquilla.» Premette l’interruttore, e in un ronzio ciclico la stanza fu immersa nella luce calda di una lampadina a incandescenza. Le si avvicinò calmo e la sfiorò col dorso delle dita sulla pelle grinzosa del collo. Vide un brivido scuoterla.
Mailo si abbassò sotto di lei, fino a poter sbirciare dentro il barile di metallo sul pavimento, proprio sotto di lei. Il livello della melassa era alto, si doveva essere impegnata parecchio. Si rimise in piedi e chiuse il rubinetto della tramoggia. Attese che il mangime già nel tubo finisse di scivolarle in gola.
Era invecchiata troppo in fretta. Non era più giovane da diverso tempo ormai per una della sua razza, ma si era sempre conservata bene. Le sevizie l’avevano mantenuta viva e in forze. Le guardò i seni, cadenti e costellati di smagliature. Chiuse gli occhi e richiamò dalla memoria l’immagine di quando erano alti e gonfi, solo un paio di settimane prima. Le gambe tornite erano divenute stecche d’osso ricoperte di pelle, riusciva a vederle le linee di giuntura del cranio attraverso la pelle. Avrebbe voluto carezzarla, lì, in quel momento, dirle che per lui era comunque bellissima.
La vide chiudere gli occhi, e una lacrima le scivolò tra le rughe profonde mentre contorceva il corpo per sottrarsi al suo sguardo.
Mailo rimase in silenzio.
Le slacciò la mascherina di cuoio e il tubo in plastica le scivolò fuori dalle labbra per due spanne, intriso di saliva.
La vide contrarsi e una cascata di melassa densa le colò fuori da in mezzo alle gambe, riversandosi dentro il barile.
«Tutto?» Le chiese con le ultime briciole di distacco che gli erano rimaste.
«Tutto.» Si sforzò di sorridergli.
Si abbassò di nuovo sotto di lei e afferrò un grosso cucchiaio fatto con la carta stagnola pressata, lo usò per raccogliere un po’ di quel liquido e portarselo alle labbra. Era dolcissimo, come sempre, ma il profumo era spettacolare, molto più intenso del solito. L’eroina “corretta” del Rude ormai Silvia non la sentiva più, ma l’effetto secondario era davvero soddisfacente. Guardò verso il ventilatore accesso che spingeva l’aria fuori da una finestrella in alto. Le boccette della nuova formula del Rude gli tintinnarono in tasca. Se ci aveva visto giusto, non le avrebbe usate.
Fece per andarsene. Dopo tre passi si fermò. La sentiva ansimare e singhiozzare. Si girò verso un angolo della stanza, dove appoggiata al muro c’era una sega, appena sotto il kit di pronto soccorso. «Silvia, io, se vuoi, potrei…»
«No.» Ringhiò.
«Guardati, non arriverai a doma…»
«Me l’hai promesso.» Urlò, poi si afflosciò, appesa al traliccio come uno straccio bagnato.
Gli tornò in mente la brunetta nel parcheggio e un dispiacere empatico gli invase la gola. Salì le scale senza voltarsi.


Trapassato
12 anni prima.
«Non può funzionare, Mailo. Tu non…» sollevò gli occhi, come a cercare parole diverse. «Tu non ce l’hai dentro di te questa cosa.» Gli carezzò la guancia. «Sei un ragazzo d’oro, ti prego, sta’ lontano da una come me.»
Il ragazzo si sottrasse al tocco. Non sentiva nulla, solo il suo profumo dolce sovrastato da uno strano ronzio che si faceva sempre più forte. Gli girava la testa.
«Non prenderla male però,» continuò lei, «vorrei anche io che le cose fossero diverse. Te l’ho già spiegato, quelle della mia specie hanno delle esigenze particolari.»
«Io per te farei di tutto. Di tutto! Devo essere un bastardo? Sarò un bastardo.» La fissava speranzoso.
Mailo strinse i denti. La stava perdendo, glielo leggeva negli occhi.
«Oh, andiamo, sono stata con gente che pareva davvero depravata, e alla fine persino loro si son dimostrati dei bla bla bla e basta. Figurati tu che sei un pezzo di pane, se vuoi possiamo essere…» Gli sorrise dolce.
Non accadrà mai, tu e Rachel. Matt le Blanc, sopracciglia aggrottate al centro, angolo sinistro della bocca sollevato, sguardo inquisitorio. E lui era Ross, sindaco della friendzone. Lo diceva anche Max Pezzali.
Ma io non posso perderla.
Si mosse di scatto e le mise una mano sulla bocca, a impedirle di terminare la frase. Lei lo guardò con aria stupita.
«Posso, posso… anzi, io voglio sbatterti su quell’albero, e… e prenderti…» La voce gli si bloccò in gola. Che diamine sto dicendo?
Gli sembrò di vedere una scintilla di malizia negli occhi di lei, che si affievolì quando lui si bloccò. Si sentì come se avesse preso un pugno in pancia da Ken il guerriero. Il dolore lo sbloccò.
«E prenderti da dietro, con forza, fino a quando a ogni colpo la corteccia ti scorticherà i seni.» Tornò il ronzio, gli riempiva le orecchie. L’unica voce che riusciva a sentire era quella dei suoi pensieri, e diceva una sola cosa: coglione!
Le tolse la mano da davanti alle labbra e un filo di saliva si allungò luccicante.
Silvia lo fissava impassibile. «Dovrai fare di meglio, Mailo. Se vuoi che io guardi a te come qualcuno con cui stare, e non come uno sfigato. Un vigliacco. Un pusillanime. Un meschino pavido coglione.» Scandiva ogni sillaba con più rabbia nella voce. «Se vuoi una speranza, devi sapermi accendere qui dentro.» Si portò un indice alla tempia.
Mailo avvertiva una rabbia bruciante crescergli sotto il diaframma, un palloncino rovente che spingeva verso l’alto e che lo faceva tremare.
Fece un passo verso di lei e le avvicinò le labbra all’orecchio. Le sfiorò un lobo con la lingua e le respirò piano sul collo. «E immagina cosa potrei fare con un foglio di alluminio, i lacci delle scarpe e il cric della Cinquecento.» Non aveva idea di quello che gli stava uscendo dalla bocca, ma sentì Silvia soffocare un sospiro eccitato. Non poteva fermarsi. «E quando ti sarai eccitata pensando a tutto questo, io non ti farò un cazzo.»
Lei si voltò di scatto verso di lui, gli occhi sgranati.
«Esatto, mi hai sentito bene. Ti lascerò legata a quell’albero e non ti sfiorerò, nemmeno quando mi implorerai di farlo. Ti stuzzicherò, fingerò, ma non potrai fare altro che…» un profumo dolce pervase l’aria, annichilendogli la dialettica. «Che…»
«E tu pensi di poter resistere a una fata delle api? Se già solo il mio odore ti fa questo effetto, immaginati il sapore.» Sollevò un sopracciglio e strinse gli occhi in uno sguardo malizioso. «Voglio vedere i fatti. Resistimi se ci riesci.»
Gli appoggiò decisa una mano sull’inguine. Mailo si accorse in quel momento di avere ancora un corpo sotto il diaframma. Il pene era appena barzotto, ma sentiva legioni di globuli rossi che correvano a rotta di collo verso la zona calda per rimediare alla situazione.
Panico.
Devo fare qualcosa, subito. Cazzo. Aiuto.
Gli tornò in mente il Martino Rudenghi, quello che gli vendeva l’erba all’alberghiero. Aveva un’opinione su tutto, Martino. Una volta erano in botta, guardavano le live chat di Lea di Leo su Retebrescia, “se devi smosciarti il cazzo, continua a pensare a una roba schifosa, tipo un cane morto, con il ventre gonfio, i vermi che si muovono sottopelle, e pensa alla puzza di cane bagnato morto”. Lo aveva preso per il culo per mesi con quella storia al povero Martino.
Silvia strinse la presa. Una pulsazione poderosa gli attraversò il perineo. Ora o mai più.
Cane morto, cane morto, cane morto cazzo! I vermi sotto la pelle, il ventre gonfio. Un’altra pulsazione, pressione in salita. Cane morto, cane morto, cane morto merda. Strizzò gli occhi, digrignò i denti disperato, poi arrivò. Violenta e assassina, la puzza di cane morto bagnato. Fu come se una siringa gli avesse aspirato fuori dal pene ogni stilla di vita. Lo sentì afflosciarsi, morire in battaglia senza nemmeno aver sparato un colpo.
Un sorriso ebete gli si aprì in volto.
Guardò verso l’alto. «Scusa Rude, e dire che pensavo che servisse solo a non farsi beccare da tua madre nei momenti sega. Tu eri l’illuminato, e io un uomo senza fede.»
Silvia si alzò sulle punte e cercò il suo sguardo. «E va bene, signor Mailo. Diamocela una possibilità!»
Le sorrise come un bambino, le poggiò una mano al centro del petto e la spinse indietro, con forza, facendola schiantare sul tronco dell’albero. Lei gemette all’urto, si passò il dorso della mano sulle labbra e gli sorrise provocante.
«Avanti, ometto, hai un’aspettativa da soddisfare!»


Passato
2 anni più tardi
Mailo aprì gli occhi, attorno a lui le pareti anonime del pronto soccorso di San Giovanni Bianco lo fissavano inespressive. Provò ad alzare il busto, ma una fitta gli trapassò il bassoventre.
«Merda.»
Il volto di Silvia entrò nel suo campo visivo. «Ehi, fai piano.» Gli mise una mano sulla spalla e lo spinse con dolcezza sul materasso. «Sei in ospedale, non preoccuparti.»
«Lo so.» Le disse indicando le pareti. «La ditta di mio cugino ha l’appalto per ridipingere. Questo colore di merda piace solo a lui.» Fece di nuovo per alzarsi, ma Silvia fu rapida a tenerlo sdraiato. «Cos’è successo? Mi ricordo che stavamo…»
«Sì, poi è successo un casino con la carta stagnola e mentre cercavi di ripulire il cric ti ha punto un’ape. Hai cominciato a gonfiarti tutto e sono dovuta scendere in paese di corsa per chiamare l’ambulanza.»
Mailo trattenne una risata, le fitte erano troppo intense. «Tutto bene quindi.»
Silvia lo guardò sorniona. «Eccome! Poi in caso dovessi stufarti di me, beh, hai fatto conquiste in paese.»
«Conquiste?»
«La signora Pedretti ha detto, cito testualmente, “arda che bel bignù ch’al ga sota ol chef, al somea ol cartù del scottex”.» Cominciò a misurare in aria con gli indici. «Direi che è stata generosa.»
«Ma che… smettila di parlare del mio pisello come se lui non fosse presente.»
Silvia gli schioccò un bacio sulla fronte. «C’è da dire che l’ape ti ha punto proprio sulla punta, prima che ti imbottissero di cortisone era davvero gonfia.» Allontanò gli indici di qualche altro centimetro. «Forse la signora Pedretti non aveva proprio tutti i torti, Scottex!»
«Ci rinuncio.»
Silvia gli mise una mano sulla fronte e si fece seria. «Cucciolo?»
Mailo alzò lo sguardo preoccupato, “cucciolo” significava sempre brutte notizie. Sentì un formicolio al pene. «Dimmi.»
«Ormai è un anno e mezzo che stiamo assieme, e volevo dirti che darci una chance è stata la scelta migliore della mia vita.» Abbassò lo sguardo, e prese due respiri profondi.
«Vai avanti, è chiaro che c’è un però. Stai anche parlando al passato.»
«No, no, cucciolo. Però sì, c’è una cosa che devo dirti.»
«Perdio, Silvia, taglia corto e dimmi quello che c’è da dire.»
Lei gli rivolse uno sguardo stizzito. «Non è facile.»
«Perché stare qui a sentire che mi vuoi lasciare mentre ho il cazzo come il naso dell’allegro chirurgo? Facilissimo, vero?»
Una lacrima scivolò veloce sulla guancia di Silvia. Tirò su col naso e si asciugò col dorso della mano. «Sta’ zitto, stupido. Non ti voglio lasciare, però ho paura che sarai tu a farlo.» Tirò su ancora col naso e gli rivolse un sorriso forzato.
Mailo sentì una stretta nelle viscere, non riusciva a muoversi. «Scusami. Ti ascolto.» Parlò così piano che si sentì a fatica.
«Sono una fata delle api, Mailo. Non sono umana, anche se posso sembrarlo.»
«Lo so già, tesoro, e non m’importa.»
Silvia sbuffò, tese le labbra, i muscoli della gola si contraevano ritmici. Aveva gli occhi lucidi. «Fammi finire. Ci sono delle cose della mia razza che devi sapere prima di decidere se portare avanti questa storia. Io ti guardo, Mailo, e ogni volta mi sento come se ti stessi rubando il tempo.» Deglutì e abbassò il tono. «Il tempo per essere felice con qualcun’altra. Qualcuna normale.» Distolse lo sguardo e soffocò le lacrime nella manica della maglia. «Questa cosa del masochismo, non è un vizio sessuale, è sopravvivenza. Noi fate delle api non possiamo assimilare energia dal cibo, anzi, è nostra funzione non farlo. Voi umani vi nutrite, assimilate gli zuccheri e i nutrienti ed eliminate il resto attraverso le feci, il sudore, l’urina. Noi facciamo il contrario, tutte le nostre escrezioni sono dolci, cariche di zuccheri, vitamine, sali. Per questo ci chiamano fate delle api, perché dove viviamo noi le api proliferano, sono numerose e in forze; nutrendosi di ciò che noi lasciamo, producono il miele più buono, mantengono in equilibrio tutto il sistema.»
Mailo annuì poco convinto. «Va bene, Silvia, ma continuo a non capire come tutto ciò potrebbe… Sì, insomma, a me sta bene, fatti qualche corsa nei campi, fai i tuoi bisogni vicino agli alveari, e siamo tutti felici. No? Basta che facciamo attenzione quando lo facciamo all’aria aperta. Altrimenti uno si distrae un attimo a pulire il cric e un’ape si appoggia proprio dove mi hai appena allagato e, Cristo…» Si poggiò una mano sull’inguine. «Questa cosa fa un male del diavolo.»
A Silvia scappò una risata, sembrava ridesse e piangesse allo stesso tempo. Gli diede un buffetto sulla spalla. «Quindi niente pioggia dorata e consimili vicino alle arnie, eh? Stai sempre a tarparmi le ali.» Sorrise, ma gli occhi avevano un’espressione triste. «Stupido, sto cercando di dirti che noi fate ci nutriamo del piacere che possiamo spremere da questa vita. L’eccitazione, il trasporto, sono i nostri antipasti, gli orgasmi la portata principale.»
«E che problema c’è?» Le disse ammiccando.
«Stupido. Il problema è l’assuefazione. Quello che ci soddisfa oggi, tra un mese non funziona più, e arriva sempre un limite oltre il quale non ci si vuole spingere, o non ci si può spingere. A quel punto il nostro destino è quello di morire, in preda alla fame e all’astinenza. È una spirale che non fa altro che trascinarci verso il basso, senza riguardi per la legge, le convenzioni sociali, l’umanità. E io, sì, io non voglio portarti con me in questa discesa all’inferno. Voglio che conservi di me il ricordo di come siamo ora, voglio ricordarti così: umano e gioioso. L’amore non è per le fate delle api, Mailo. Gli umani a cui ci accompagniamo per raccattare il nutrimento di cui abbiamo bisogno sono bestie, e più lo sono e più noi possiamo vivere a lungo. Non voglio fare di te una bestia, noi viviamo poco, dieci anni quando va bene, ma viviamo con intensità.» Abbassò lo sguardo. «E moriamo nello stesso modo. Quando una di noi si avvia verso la fine, i Laghi Gemelli lo sanno e creano un’altra di noi, che ha come primo compito quello di trovare chi l’ha preceduta e accompagnarla nel suo ultimo viaggio.» Arricciò le labbra in un’espressione colpevole. «Ci sono fate che se la prendono comoda nonostante il richiamo dell’odore sia forte. Sai, solo la successiva fata delle api può porre fine alla vita della precedente. E non è una cosa romantica, Mailo, soprattutto se ci metti tanto ad arrivare da lei. Io ho ucciso la fata che mi ha preceduto e…» sospirò, «e nell’attesa si era spinta oltre, troppo oltre. L’uomo che stava con lei, le aveva fatto cose che… Non era nemmeno tutta intera.»
Il ragazzo le poggiò una mano sulla guancia. «Shh, basta Silvia. Basta, non fa niente. Tu non farai la stessa fine, te lo prometto. Ci sono io qui con te.»
«Come puoi dirlo? Tu non hai visto, la carne strappata dai denti di una sega, e lei non poteva morire. Ho paura Mailo. Da quel giorno io ho sempre paura. Non voglio finire così.»
«Ho detto che te lo prometto.»
Rialzò lo sguardo e gli gettò le braccia al collo. «Non posso farti questo, poi morire, e lasciarti solo con quel fardello da portarti per la vita. So cosa significa essere diversi, e tu lo sarai se resterai con me. Tu non sei così, non diventarlo. Trovati una donna normale ora, sii felice ora e per tutta la vita. Ti prego, fallo per me.»
Mailo si passò una mano sul viso e inspirò a fondo. «Avevi detto che non mi stavi lasciando. Che l’avrei fatto io sentendo quello che avevi da dire. Beh, a me pare che sia il contrario, perché non ho ancora sentito niente che mi abbia fatto venire voglia di finirla qui, ma a quanto pare tu forse sì?» Le fece l’occhiolino. «Non ti libererai di me così facilmente! Io ci vengo all’Inferno con te, senza dubbio. E quando saremo lì strapperò le corna di Satana e le userò per regalarti l’orgasmo più intenso della tua vita.»
«Sono strana se ti dico che è la cosa più romantica che mi abbiano mai detto?»
«Strana è la signora Pedretti che dà dei nomignoli al mio pene.» Risero. Mailo la guardò serio e le diede uno schiaffo. «E non voglio sentirti dire più che sei strana! Fanculo tutto, Silvia. Sei quello che sei, e si fotta chi ti vorrebbe diversa!»
Lei lo guardò fisso negli occhi.
«E adesso sono bagnata.»


Presente
10 anni dopo
Mailo aprì la porta della cantina e appoggiò all’esterno il barile mezzo pieno di melassa.
Jozif sbucò dal corridoio in penombra, asciugandosi le mani nel grembiule. Spiò nel contenitore. «Ne ha fatto tanto.»
Mailo annuì, fece un passo in avanti e si chiuse la porta alle spalle. Tutto ciò che aveva dentro gli pareva fosse tenuto in piedi da uno stuzzicadenti usato, che si ruppe nell’istante in cui la serratura scattò alle sue spalle. Sentì un peso infinito scrosciargli giù dalle spalle, attraverso il ventre e le gambe fino al pavimento. Si sentì vuoto.
Vomitò la cena sul pavimento, e le lacrime cominciarono a correre senza controllo. Tossiva, e non riusciva a urlare.
Le mani di Jozif gli si chiusero sulle braccia e lo tirarono in piedi a strattoni. Si sentì sbattere contro il muro, vedeva l’amico muovere le labbra, ma ogni suono era sovrastato da un ronzio grave, con degli acuti che gli svuotavano le ginocchia di ogni rigidità.
Vide il pugno di Jozif dirigersi verso di lui al rallentatore. Sentì ogni minima asperità delle nocche sulla guancia. Il colpo fece nella sua testa lo stesso suono di una campana.
Jozif lo colpì ancora, e ancora. Dopo il terzo cazzotto Mailo cominciò a percepire il dolore, che crebbe rapido, fino a risvegliargli la mente.
Il quarto lo rimandò al tappeto.
«Reagisci, cazo!» Gli diceva l’aiuto cuoco, senza alzare la voce.
Mailo bloccò il quinto e guardò l’altro negli occhi. Non disse nulla. Jozif gli passò le braccia sotto le ascelle e lo abbracciò, aiutandolo a rimettersi in piedi.
I due si tennero stretti per pochi istanti più di quanto fosse necessario.
«Grazie, Jozif. E scusa.»
«No scusa, capo. Facciamo che tutti due abiamo preso botte che meritiamo stasera!» Gli sorrise, i denti storti e consumati dalla cocaina più rassicuranti che Mailo avesse mai visto. «Io porto melassa da le api.»
Il cuoco gli afferrò il polso. «No, mettila da parte per ora. Non credo che Silvia passerà la notte, voglio iniziare delle arnie nuove con questa, non voglio che finisca in mezzo all’altro miele. Sarà tutto quello che…» lasciò la frase a metà.
Jozif assunse un’espressione seria. «No problem capo. Lo chiudo e lo metto in cella, così non prende odori di altre cose.» Gli fece cenno con la testa verso la porta. «Tu torna da lei, penso io qui.»
Mailo annuì.


«Tirami giù di qui e copri l’attrezzatura.» La voce di Silvia era ridotta a un sussurro.
Mailo la prese tra le braccia, era leggera. La allontanò dal traliccio e la coprì con una vestaglia felpata, in cui lei si accoccolò accennando un sorriso. Silvia si spostò i lembi di stoffa dalle gambe e lasciò che il profumo che emanava si potesse spandere senza ostacoli.
L’uomo coprì la tramoggia e il trespolo con un telo di plastica scura, fece lo stesso anche con le catene alle pareti e la rastrelliera con le mazze e i guanti d’arme chiodati. In un angolo, il cric della sua vecchia Cinquecento gli strappò un sorriso amaro. Tornò da Silvia e sedette accanto a lei, respirava a fatica. Le prese la mano, era fredda.
«Silvia?»
Si girò a guardarlo. «Non guardarmi così. Non sentirti in colpa.»
«Come faccio?»
Si lasciò andare su di lui, appoggiandogli la testa nell’incavo del collo. «Mi hai donato una vita così lunga che non pensavo fosse possibile. E mi hai resa felice, mi hai fatta sentire amata, altra cosa che non pensavo fosse possibile.»
«Io…» La strinse a sé.
«Fosse stato anche solo un giorno, piangerei di gioia. Invece sono stati quattordici anni, e io non ho parole.» Dopo ogni frase ansimava per recuperare il fiato. Ma i suoi occhi brillavano di una luce che Mailo aveva quasi paura di guardare troppo a lungo. Paura che gli sarebbe mancata più di quanto potesse sopportare.
«Silvia, io…»
Lei gli sorrise e alzò una mano fino a sfiorargli la guancia. «No. Non dirlo, abbiamo ancora un ultimo regalo da farci.»
«Cosa?»
«Lo vedrai, presto, ma ora lasciami andare.»
«No!»
«Ti prego, lei è arrivata, la sento. Voglio parlarle da sola, è il mio ultimo compito e tu devi… devi…»
Mailo non riusciva a trattenere le lacrime. Cominciò a piangere anche Silvia.
La strinse a se e inspirò con tutto lo spazio che aveva nei polmoni.
Un rumore fuori dalla finestrella. Mailo sapeva che era l’ora.
«E qual è l’ultimo regalo che devo farti io?»
«La promessa che per una volta non farai il testone e accetterai il mio regalo senza fare storie.»
«Ma che regalo è?»
«Promettimelo, stupido!»
Mailo la guardò ansimare. Le mise una mano sul petto, il suo cuore batteva che quasi non si sentiva. «E va bene,» disse, «te lo prometto.»
«Vai ora,» gli disse, «potremo salutarci quando avrò finito di parlare con lei.»
Mentiva, lui lo sapeva.
Si tirò indietro e le diede una carezza. «Grazie, Silvia, grazie per quella chance.»
«Tutti ne meritano una. Ricordalo.»
Gli tremò la mano quando le loro dita si separarono. I piedi erano pesanti, zavorrati da tutte le parole che non le aveva mai detto e che tiravano con tutta la forza per farlo tornare indietro. Un gradino dopo l’altro, Mailo resistette. La maniglia della porta era fredda, come il buco che si sentiva al centro del petto.
Sentì Silvia sussurrare. «Vieni avanti, cara, ti stavo aspettando. Abbiamo molto di cui parlare e poco tempo.»
Aprì la porta, gli sembrò pesante come quella di un caveau. Uscì dalla cantina.
Addio, Silvia.


«Sono dentro da mezza ora.» Jozif si rigirò tra le mani un cucchiaio di legno e si appoggiò alla parete sbuffando.
«Hanno molto di cui parlare.» Rispose Mailo. Armeggiando tra i fornelli. Preparava le noci tostate per la crema al miele dei casoncelli, un piatto che aveva ideato per il ristorante assieme a Silvia. Chissà come avrebbe fatto ora: senza il suo miele, senza di lei, anche il ristorante sarebbe andato in malora, come ogni altro aspetto della sua vita. Si girò verso Jozif. «Dai, Joz, vattene a casa ora. Non serve che passiamo la notte insonni tutti e due. Vattene a dormire, domattina fai tu apertura, io mi sa che…» scosse la testa.
«Sei sicuro?»
«Sì, sì, non preoccuparti, sto bene adesso. Vai pure, davvero.»
Jozif lo fissò per una manciata di secondi, alla ricerca di chissà che.
«Va bene, allora vado.» Si stiracchiò in un gemito. «Ma se hai bisogno…»
«Sì, grazie, sei un amico vero.» Forzò un sorriso.
«Tengo telefono aceso.»
Mailo annuì.
Quando Jozif se ne fu andato, Mailo spense i fornelli e spense la luce. Si accucciò in un angolo della cucina e adagiò la testa sulle ginocchia.
Stava per addormentarsi, quando un rumore di passi gli fece alzare la testa. Le porta della cantina cigolò, e fece capolino un viso dai tratti dolci, incasellato da dei capelli biondi, lunghi fino al mento.
«M-Mailo?» Disse con voce flebile, come a non voler disturbare il silenzio.
«Sono qui.» Rispose lui dal buio. Si alzò in piedi.
«Ciao, io sono Laila, ci siamo visti prima al ristorante.»
«Sì, mi ricordo, stavi con quel cazzone di città. Senza offesa. Forse.»
Lei sorrise. Non dimostrava più di vent’anni. «Nessuna offesa.»
Il silenzio calò sulla cucina. Mailo cercò il pacchetto di sigarette nella tasca dei pantaloni, ma non lo tirò fuori. «È morta, vero?»
«Sì.»
Silenzio.
Laila avanzò verso di lui. «Mi ha implorato di darti una cosa.»
Mailo la guardò con aria interrogativa. Lei coprì il resto della distanza che li separava e, senza preavviso, gli prese il volto e appoggiò le labbra sulle sue.
Quel sapore. Mailo sentì una palla da demolizioni colpirlo alla bocca dello stomaco. Schiuse le labbra per riprendere fiato e la ragazzina lesta le schiuse a sua volta, insinuandogli la lingua in bocca. Quel sapore. Strinse a sé la ragazza, solo per un attimo, poi il panico. La spinse lontana, con tutta la forza che aveva nelle braccia. «Non posso.»
Lei inciampò e sbatté contro il piano cottura, un rivolo di sangue corse rapido dalla tempia giù verso la guancia.
«Mi ha raccontato tutto.» Gli disse.
«Cosa? Che?»
«Di voi. Mi ha detto di te, della vostra vita insieme. Mi ha detto che lei non voleva essere l’unica della nostra razza a conoscere quello che tu le hai fatto conoscere.»
Mailo si coprì il volto con le mani. Le somigliava così tanto, la stessa luce negli occhi, lo stesso tono sicuro nelle parole. «Non posso. Non posso farle questo.»
Laila si riavvicinò a lui. Si mise sulle punte e gli si accostò all’orecchio. «Non posso lasciarti solo con quel fardello da portarti per la vita. So cosa significa essere diversi, e tu lo sarai se resterai con me.»
Mailo si tirò indietro. «E tu come…»
Laila gli prese le mani e se le poggiò sulle spalle. Le fece scivolare di lato, a sfilarle le spalline del vestito. «Le ho promesso che avresti scartato il tuo regalo.» Allungò le mani verso l’uomo e gli slacciò il grembiule. «E che io avrei scartato il mio.»
Mailo la fissava senza parlare. Era ipnotizzato dai modi dolci di quella ragazzina, dal profumo che emanava, così dannatamente identico al suo. Non riusciva a reagire.
Laila gli sfilò la camicia e lo strinse forte. «Nessuno merita di stare solo, soprattutto tu. E nessuno merita una vita senza amore, nemmeno io.»
Lui era ancora immobile. Gli ronzavano in mente le parole di Silvia di quella notte al pronto soccorso: “Gli umani a cui ci accompagniamo sono bestie”. Guardò la ragazzina, se l’immaginò sovrastata da un sadista di centosettanta chili con in mano un seghetto da ferro e la parlata del pezzo di merda di quella sera in trattoria.
«Allora, signor Mailo, ce la diamo una possibilità?» Insistette lei.
Il cuoco le sorrise dolce, la sollevò per i fianchi e la appoggiò sul piano della cucina. Era meno leggera di quanto sembrasse.
«Una possibilità la meritiamo tutti.»


Se dici cose senza senso, sarai trattato come un paroliere.
Sbattuto su e giù e ribaltato su un tavolo, fino a che le tue interiora saranno fuoriuscite.
E ci leggerò dentro ciò che mi pare, magari il futuro. [cit.]

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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#2 » giovedì 16 giugno 2016, 0:16

Dicevo, mi spiace di aver postato un brano tanto lungo, ma una volta che mi son messo a scrivere la storia mi ha un po'preso la mano... io giuro che ero partito per una storia semplicissima, quasi banale, giusto per togliermi di dosso un po'di ruggine (non scrivevo da un anno abbondante), però vabbè, scriviamo tutti qui, sappiamo come finisce SEMPRE quando si parte dicendo "dai, oggi una cosetta agile agile".
E poi causa lavoro non ho avuto più il tempo materiale neanche di mettermi lì a tagliarlo un po'. Non volevo neanche postare (mi sembrava scorretto "obbligarvi" a leggere e commentare un racconto lungo quasi il doppio del limite massimo), però poi ho visto che ci son state parecchie defezioni, e mi sembrava più brutto ancora non partecipare.
Comunque mi prendo a cuor leggero la penalità, e sono contento di base perché comunque mi son divertito a riprendere in mano la tastiera per narrativa.
Finito sto pippone, vi auguro un buon contest. ;)
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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#3 » giovedì 16 giugno 2016, 12:39

Ovviamente non ho ancora letto nulla ma ti voglio bene... almeno non sono l'unico ad essere andato lungo.
^___^

Io non ho avuto il tempo neppure di formattare in modo decente il testo. Mi immagino mazzate a non finire. ^__^

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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#4 » venerdì 17 giugno 2016, 13:07

lordmax ha scritto:Ovviamente non ho ancora letto nulla ma ti voglio bene... almeno non sono l'unico ad essere andato lungo.
^___^

Io non ho avuto il tempo neppure di formattare in modo decente il testo. Mi immagino mazzate a non finire. ^__^


Questo è il bello di internet, qualsiasi cosa combini c'è sempre qualcuno che l'ha combinata peggio XD
Lieto di alleggerirti la coscienza :D
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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#5 » sabato 18 giugno 2016, 17:28

Ciao

secondo me, idea stuzzicante e originale anche se IMHO con qualche limite (spiego dopo), portata avanti con chiarezza e pulizia. Complimenti.
Tu stesso hai rimarcato di come sia troppo lungo, rimanere nei limiti d'altra parte molto spesso ci costringe a togliere cose importanti o che riteniamo tali. Sforare e uscire di classifica (e in certo senso anche dal contest) scrivendo quello che 'ci detta il cuore' o rimanere nei limiti anche se ci sta stretto? Bella domanda, cui ognuno risponde volta a volta in modo diverso.

Per quello che posso giudicare, il ritmo è buono, forse un poco appesantito dai diversi flashback. Il riferimento al libro di Cardone, sotto questo aspetto, è evidentemente voluto. Però - e qui il limite cui accennavo - anche nel libro c'era un ingrediente segreto che tutti o quasi avrebbero voluto, e questo ingrediente era frutto di un essere soprannaturale misterioso che stava in cantina (in quel caso, morto), e anche quel cuoco tendeva a essere incazzoso, in un modo o nell'altro... insomma, davvero molte somiglianze sostanziali. Non mi sogno né mi permetto di parlare in nessunissimo modo di 'copiature', sia ben chiaro, credo semplicemente che questo sia stato il tuo modo di interpretare il 'tema' del contest, in modo secondo me più da 'Camaleonte' che da 'Sfida', e qui naturalmente si va nell'ambito del personale in cui non c'è giusto o sbagliato, ragione o torto, ma solo opinione.

Dal punto di vista della forma, tendo a non sottolineare che errori gravi, perché si tratta sempre di cose scritte senza il tempo di maturarle, rivederle dopo due mesi e tutte quelle belle cose che gli scrittori dovrebbero fare per ottenere il meglio. Ovvio che errori gravi non ce ne sono, ci mancherebbe. Quindi il resto per me non esiste.

Tocco di classe all'inizio la 'è' accentata in modo sbagliato.

In conclusione, secondo me ottimo racconto, ottima l'idea della 'donna-ape' e del suo nutrimento (magari - a mio modestissimo parere – dato lo sforamento ormai cospicuo potevi aggiungere qualche elemento in più riguardo la sua specie, eccetera). La sua pecca IMHO il riferirsi in maniera troppo puntuale a un'opera pre-esistente (e ripeto mille volte: non credo che tu abbia copiato o fatto questo per avere una specie di 'scorciatoia della fantasia').

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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#6 » sabato 18 giugno 2016, 22:42

Il racconto è interessante e ha quel tono di perversione bello da leggere e che non urta la sensibilità di nessuno.
L'idea delle fate del miele che producono sostanze nutritive come scarti corporali a fronte di un nutrimento a base di emozioni eccessive è interessante, non originalissima ma interessante.
L'incipit è bello, la scelta di aprire con una scontro di volontà da subito una immagine forte del protagonista ma è troppo lunga, poteva essere conclusa in metà del tempo, sul finire l'ho trovata gratuita e quasi noiosa, quanto meno forzato. Avrei preferito un incipit breve e più secco per rendere subito l'idea del protagonista e passare alla parte centrale.
Anche lo schiaffo all'aiutante è gratuito e inutile nel contesto.
La mia personale impressione è che molte parti sono inutilmente lunghe e ridondanti. Con un buon edit puoi sicuramente ridurlo sotto i 20.000 caratteri.
Per quanto riguarda il contest io non ho trovato la caccia, di nessun tipo.
Se la caccia è alle perversioni non l'ho sentita.
Se la caccia è alla produzione della fata al fine di preparare le ricette non l'ho proprio sentita.
E' come se le cose accadessero al protagonista e lui semplicemente ne prende atto, neppure merito, e si adegua.

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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#7 » domenica 19 giugno 2016, 12:18

@lordmax: Ho visto che hai detto che l'idea non è stata proprio originalissima, ti ricordi per caso dove hai letto un concept analogo al mio? Ché una storia con un'idea di base così, soprattutto se scritta bene, la leggerei volentieri. :)

Riguardo lo spazio e il resto, grazie delle segnalazioni. Appena riuscirò a rimettermici su, ci farò caso. Intanto grazie. ;)


@valter: Idealmente non concordo molto con quello che dici sulla somiglianza con il romanzo di Cardone, però comunque da una parte non ho ancora riletto bene il brano, dall'altra rispetto la tua opinione e se mi dici che a te ha fatto quest'impressione cercherò di farci caso in fase di revisione! Magari ho io un'impressione sbagliata ;)
Intanto grazie per la segnalazione. :)

Un'altra cosa: non ho capito quale accento dici che è sbagliato, ho riguardato e non ne ho trovati. Me lo segnali di preciso se riesci? Grazie! :)
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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#8 » domenica 19 giugno 2016, 12:35

Ciao
no, non dicevo che era sbagliato. Dicevo davvero 'tocco di classe' in senso positivo all'inizio accentare le 'è' per dare l'idea del bergamasco/milanese :-)
Riguardo la somiglianza con cardone, appunto io ho notato un po' lo stesso mood, ma come ho detto è un'opinione, e la ia vale quanto la tua, anzo la tua di più in quanto autore.
Colgo l'occasione - come si dice in tv - per ringraziarti di nuovo invece del commento al mio racconto. Quando ho risposto era sera, ero parecchio stanco e gli allievi (di canto) mi avevano fatto dannare. Quindi ero davvero grato del commento, ma rileggendo ho usato un tono duro che non era quello voluto.

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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#9 » lunedì 20 giugno 2016, 8:20

Ciao,

visto che siamo in pochi passo anche da "noi". Bello il tuo racconto, che sia un po' lunghetto è assodato, quindi in termini di contest (nonostante il malus) è un po' difficile da valutare (ma tanto non tocca a me questo ingrato compito) visto che hai a disposizione una faretra dalla capienza doppia rispetto agli altri e questo ti permette di approfondire molto le dinamiche e, con la tua prosa notevole, impattare sul letttore.
Partiamo dal dire che mi sembra di vedere "quasi" il mio racconto del Live (se vuoi vattelo a leggere, sono SOLO 7000 caratteri), abbiamo usato la stessa dinamica di fondo (tu una fata delle api, io le succubi, per quanto non abbia avuto il tempo/spazio per esplicitarlo), quindi non puoi che piacermi.
Hai tutto il tempo e lo spazio per caratterizzare egregiamente i tuoi personaggi, dal cuoco al suo aiutante e addirittura i comprimari.
Mi piace la tua scelta estrema di creare le tue fate masochiste e di legare tali sensazioni alla loro sopravvivenza, ti confesso che, la mia parte logica, ancora si interroga sul perché dovrebbe esistere una creatura fantastica con tali caratteristiche, ma è una devianza mia: il mondo è il tuo, le logiche sono tue e così sia. Non mi tornano troppo i conti sull'aspetattiva di vita, ma, di nuovo, sei tu che conosci gli effetti e la velocità di assuefazione al dolore/piacere.
Non credo che avresti avuto problemi a "tagliarlo" per renderlo più adatto al contest: tutta la parte iniziale è inutile e anche il viaggio in ospedale. Certo, creano un bel contrasto e alleggeriscono la storia, che è una tragedia agrodolce (nel finale) senza di quelle, ma non ci vedo nulla di male.

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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#10 » lunedì 20 giugno 2016, 11:22

@valter: non ti preoccupare dei toni, ho esperienza di anni sui forum (anche da moderatore), so che spesso i toni sono fraintesi, soprattutto nel nostro ambito di riferimento. Fa piacere che hai rivisto i messaggi e hai specificato, meglio prevenire che curare, ma comunque non me l'ero presa.

Riguardo l'accento avevo avuto il sospetto ti riferissi a quello, ma non ero sicuro :P

E sul mio commento non devi ringraziarmi, spero solo che ti sarà utile in qualche modo, spesso mi recriminano di essere un po'duro, ma mi sono trovato spesso a ringraziare chi lo era stato con me, senza buonismi o false cortesie, perché alla fine sentirmi dire "bravo" non mi è mai servito, invece mi son servite le bastonate (tutti all'inizio pensiamo di scrivere benissimo e di essere dei geni, e se diamo retta a quelli che ci dicono "bravo" a caso, è la fine!).
Cerco quindi solo di essere il più possibile onesto, diretto e di argomentare in modo competente le mie obiezioni. Il resto sta poi a chi le mie metaforiche sberle le riceve.

Per approfondire la questione "Cardone", io e lui "cooperiamo" in ambito narrativo da anni ormai, stilisticamente siamo molto diversi, ma una certa (pesante) convergenza a livello di tematiche e di atmosfere l'abbiamo sempre avuta. Sarà quello magari, boh...

@vastatio: me lo linki il racconto? Che nel forum di MC non ho ancora imparato dove trovare cosa :P

Riguardo l'aspettativa di vita, la spiegazione è indiretta, volevo inserire un'altra scena per spiegarla al meglio, ma un po'non ho avuto tempo e un po'aggiungere altri 5k al brano sarebbe stato proprio un po'senza senso :P
Ma tanto quando lo riprenderò in mano (è parte di una serie di racconti di ambientazione comune) sistemerò tutto.

Per quel che riguarda la lunghezza sì, almeno un 10k avrei potuto tagliarli secondo me, però non ne ho avuto il tempo.
Grazie delle osservazioni comunque, apprezzate.
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Daniel Travis
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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#11 » sabato 25 giugno 2016, 23:19

Wow.
E qua sono cazzi, scusa il francese.
Perché finora avevo visto racconti che, più o meno buoni, più o meno belli, in qualche modo erano stati frenati dalle circostanze particolari. Avevo visto grossi difetti da rivedere, incertezze, difficoltà nel vedere un quadro generale, ostacoli insomma, affrontati più o meno bene. E ho pensato "Siamo un po' tutti nella stessa barca". E poi ho letto il tuo racconto, e tu la barca la vedi da sopra, perché hai preso un maledetto aereo.
Il tono è impeccabile, la trama è forte e pulita nel senso migliore del termine, i personaggi, anche quelli appena abbozzati, colpiscono, nel finale hai già le emozioni del lettore in pugno e non fai altro che stringere. C'è dolcezza, c'è orrore, c'è meraviglia.
La lunghezza? Pienamente giustificata, per un pezzo così.
Stilisticamente si potrebbe forse dare una rilettura generale per smussare o affilare un paio di parole, ma la forza del racconto è veramente superiore.
Posso solo farti i complimenti. Ricetta riuscita, e spero di rileggerti presto.
Il Crocicchio è un punto tra le cose. Qui si incontrano Dei e Diavoli e si stringono patti. Qui, dopo aver trapassato i vampiri e averli inchiodati a terra, decapitati, bruciati, si gettano al vento le loro ceneri.
Il Crocicchio è un luogo di possibilità.

diego.ducoli
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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#12 » domenica 26 giugno 2016, 22:32

Ciao Marco
Il racconto è sicuramente ben scritto, su questo non ci piove. Hai scritto una love story con il sado in mezzo, l'idea potrebbe essere carina ma a tratti l'ho trovata un po' pesante.
Alcune parti potrebbero essere snellite, e molto.
Per il contest invece non trovo la caccia. Il folklore devo ammetterlo lo vedo ma solo perchè sono originario di quelle parti ( non proprio, ma ho ben chiara l'ambientazione)e alcuni elementi mi richiamano alla realtà montana.
Detto questo, il brano a del potenziale se lo ampli potresti creare un nuovo genere “erotic fantasy”. Ma forse esiste gia?

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antico
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Re: Dolce come il fiele

Messaggio#13 » martedì 28 giugno 2016, 8:46

Non ho trovato elementi folkloristici, niente bonus.

Mi permetto di segnalarti anche che parte fondante della partecipazione a un contest con limiti di caratteri e tema è quella di mettere alla prova la propria capacità di controllo e qui hai non solo quasi raddoppiato la disponibilità concessa di caratteri, ma sei anche andato fuori tema perché non c'è alcuna caccia, di alcun tipo.

Pertanto: racconto bello (esclusa la prima, eccessivamente lunga, parte), ma prova fallita in pieno perché no, non sei riuscito a dare prova e sfoggio di un qualunque pur minimo controllo.

Ti attendo alla prossima sfida e questa volta con un racconto che rispecchi i parametri assegnati (cribbio, sei uno in gamba, dacci dentro).

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