Liber liber, di Jacopo Berti

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Jacopo Berti
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Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#1 » mercoledì 22 giugno 2016, 22:37

Liber liber

«La signorina Valde restituisce il volume con otto giorni di ritardo», annunciò la bibliotecaria, rivolgendosi evidentemente a un’autorità superiore: al bancone dei prestiti non c’erano che lei e la contrita signorina Valde, studentessa universitaria. La prima era appollaiata su una sedia girevole, una di quelle che a fine giornata ti lasciano sul polpaccio il solco della levetta per regolare l’altezza. La seconda stava a debita distanza, protetta da un paio di occhiali rotondi incorniciati da capelli castani lunghi e lisci. Stringeva al petto, con entrambe le braccia, un secondo volume, pieno di segnalibri e adesivini colorati.
«Faccia attenzione, la prossima volta», aggiunse la bibliotecaria. Ma l’espressione del suo volto, una prugna secca maldestramente ricoperta di fondotinta, sembrava dire “Non ci sarà una prossima volta”.
«Devo comminarle un’ammenda di euro quattro, pari a cinquanta centesimi al giorno» — Non ti vergogni? — «e escluderla dal prestito per un periodo di tempo pari al ritardo» — Non sei degna di vivere nel consorzio civile.
Tamara si fece coraggio, si avvicinò di nuovo al bancone e vi appoggiò una manciata di monete per pagare la multa. «Questo non è in ritardo», disse poi, porgendo all’arpia il libro che teneva stretto al petto. «Vorrei prorogarlo».
«Lei è esclusa dal prestito:», puntualizzò la bibliotecaria con un ghigno «non può chiedere una proroga». Il caso volle che proprio in quel momento entrambe le donne avessero per le mani un’estremità del volume. Tamara rinsaldò la presa mentre la megera affondava le unghie smaltate di viola nella quarta di copertina.
«Allora non intendo restituirlo oggi», disse Tamara, osando tirare un po’ a sé il volume.
«Il volume è da considerarsi già restituito», rispose l’altra, issandosi in piedi con l’aiuto del libro.
«Non posso restituirlo, ci sono i miei appunti».
«Io lo chiamo volume deteriorato», biascicò la bibliotecaria.
«E io la chiamo tesi di laurea!» sbottò Tamara. Strattonò il libro, riuscì ad estrarlo dalle mani della cariatide come la spada dalla roccia e se ne andò compita, mentre la bibliotecaria ricadeva sulla sedia e per poco non finiva a gambe all’aria.
Tamara tornò all'aula studio, come se niente fosse accaduto. Accese il portatile. Vide la notifica di un’email.
Università degli studi di Trieste. Ufficio stage e tirocini.
Si comunica che i laureandi di biblioteconomia potranno effettuare lo stage di 40 ore, pari a 6 CFU, presso la Biblioteca Comunale Giorgio Spaventi Malnati. Si prega di prendere contatto con il tutor.

No: lo stage non era da considerarsi facoltativo. E sì: la Spaventi Malnati aveva per vicedirettrice una donna sulla sessantina, bassa, scheletrica, dalle unghie viola e terribilmente risentita, che in quel momento stava facendo un paio di telefonate.

Eligio De Vit ci mise tre minuti a mettere in sicurezza il suo lavoro, a percorrere il corridoio che dava su quell’insieme di habitat controllati che eufemistiamente chiamava “l’Archivio”, a salire tre rampe di scale, a raggiungere e ad aprire la porta d’ingresso a una studentessa che ormai si stava allontanando dalla villa, lungo la strada di campagna, gli occhi fissi su Google Maps.
«Signorina?» disse piano De Vit, poi si schiarì la voce e ripeté: «Signorina!». Tamara si voltò e accorse quasi a passo di danza. L’uomo si fece serio e contrasse sopracciglia e baffi bianchi lungo il volto rugoso: «Abbia la cortesia di rispettare i tempi di un povero vecchio».
«Chiedo scusa. Piacere, sono Tamara Valde, mi manda la pro…».
«Oh, so già cos’ha combinato. Era un po’ che Arianna non mi assegnava qualche suo studente. Dice che lei è preparata e appassionata. Piacere di conoscerla, signorina Valde, sono Eligio De Vit, professore emerito di biblioteconomia. Mi segua». Perplessa, Tamara ritirò la mano, porta in vano a stringere quella di De Vit. Notò che l’uomo portava degli spessi guanti in lattice.
Il professore la condusse con passo lento, malfermo, attraverso corridoi e stanze con scaffali traboccanti di libri di ogni formato e di diversi periodi storici.
«Vedo che porta dei guanti», disse Tamara entusiasta. «Avremo a che fare con manoscritti? Con cinquecentine?».
«Oh, no, poveracce. Quelle sono andate. Da tempo», sospirò, quasi si riferisse alla perdita di una persona cara. «Questi, più che altro, sono per non avvelenarmi. Per di qua, per favore», continuò De Vit, spingendo un grosso tomo dalla copertina dorata e procedendo attraverso il passaggio così apertosi nel corpo della libreria. Dopo vari tentativi il vecchio trovò un interruttore e alcune lampadine illuminarono una scala e un ampio seminterrato, arredato a studio. Tamara intravide qualcosa sgattaiolare dal sottoscala e rifugiarsi sotto una scrivania.
«E quello cos’era?».
«Oh, un raro esemplare sopravvissuto all’espianto del volume originale», disse il vecchio, come se stesse parlando dell’ultimo libro di Camilleri. Poi prese a far schioccare la lingua, nel suono che si fa per richiamare i gatti. «Booky? Tzch tzch Booky? Vieni qui, tesoro».
«Un raro esemplare di che cosa?», chiese Tamara, confusa. «L’espianto di che cosa?!».
«Del volume originale», ripeté il professore. «Ma aspetti, non le ha detto niente la Marchi?».
«Solo di presentarmi qui oggi alle quattro!».
«Oh, che bel guaio. Beh, spero che sia una che non si spaventa facilmente. Tzch tzch Komm hier! — Non vuole venire!».
Quello fu il momento in cui Tamara capì che il suo stage non sarebbe stato propriamente normale.
«Insomma, ha presente il liber familiaris, quello del magus medievale e rinascimentale? Beh, si dà il caso che esistessero veramente e che mio nonno, Remigio De Vit, ne avesse trovato una piccola colonia in un sotterraneo dei gesuiti. Li alleviamo e selezioniamo da tre generazioni. Booky! Eccolo! Qui, bravo!».
Tamara rabbrividì. Una creatura ossuta simile ad un ratto, ma delle dimensioni di un grosso cane, glabra e rosea, zampettava giocosamente verso il professore. Gli arti erano piuttosto lunghi e dinoccolati, la testa era reclinata, mentre tra il garrese e la coda c’era un’inquietante struttura ossea, tutta bubboni e cicatrici.
«Vede? Non so che origine abbiano queste creature, ma i maghi di un tempo li utilizzavano soltanto come leggio semovente per i loro libri d’incantesimi, ignorando o al più facendo proficuo commercio dei loro volumi natali: il manoscritto Voynich — ha presente? — o l’originale del Codex Seraphinianus o altre cose del genere».
De Vit si sedette sul penultimo gradino e il liber familiaris che era Booky gli saltò in grembo. Tamara era in preda al terrore, ma più forte ancora era la curiosità.
«Insomma, i primi esemplari nascevano con libri pieni di strane illustrazioni e sviluppavano testi in altri alfabeti, insensati, illeggibili. Ma nel corso di tre generazioni abbiamo selezionato esemplari con testi in caratteri latini, con frasi dotate di senso e, infine con delle belle storie. Mi sta seguendo, Tamara?»
Tamara non lo stava propriamente seguendo dal momento in cui quella cosa era sbucata dal sottoscala e lui l’aveva chiamata per nome. Ma fece cenno con la testa di sì.
«Attualmente siamo a una fase avanzata del progetto. I testi sono tutti sensati e ben confezionati. Non sono più in grado di decidere da solo quali siano i migliori. Li ricopio e li mando a concorsi letterari, o li pubblico su forum e cose del genere. Chissà cosa direbbero i critici e i lettori se sapessero che i racconti che leggono non sono frutto della fantasia e del labor limae di uno scrittore ma di una selezione del narratore perfetto per via biologica!».
«E cosa ne fa di quelli che non vanno bene?».
«Eh, mi spiace dirlo, ma “Burn but his books!”. Ma non si preoccupi, a lei non toccherà questo ingrato compito. Dovrà solo nutrire le nuove nidiate». Si alzò, la prese per mano e la condusse in un altro stanzone, enorme, con decine di persone chine su postazioni di lettura. Ciascuna aveva sulla scrivania davanti a sé un diverso esemplare di liber, i più piccoli e giovani con solo poche pagine, i più anziani con grossi romanzi, saldamente attaccati alla colonna vertebrale per il costolone.
«Venga, non abbia paura, non faccia caso al tremore alle gambe, resista ancora qualche passo. Ecco, guardi qui, questo esemplare! Non è proprio la sua storia!? Vuole leggerla da capo, o vuole sapere come va a finire?».
«Penso che la leggerò da capo, credo di essermi persa più di qualche cosa», rispose Tamara, ormai presa in un vortice di assurdità, con la testa che le girava. De Vit la fece accomodare.
«Oh, scelta ardita. Interessante. Ma l’altra sarebbe stata grossomodo uguale, perché la sua storia finisce qui. Prego, si sieda, legga pure. Può immaginare che ci rivedremo, in un certo senso, tra circa quindici-venti minuti. Esattamente qui. E tutto questo per almeno un centinaio di volte. Vede, i libri, anche questi libri si nutrono dell’attenzione dei lettori. Stage di 40 ore ha detto? Tra una decina verrò a portarle qualcosa da mangiare. Non provi ad alzarsi: se c’è qualcosa che queste creature hanno sviluppato ben prima che mio nonno le trovasse, è una potente tossina paralizzante e ammaliante. Spero non abbia impegni per i prossimi due giorni. Addio, signorina Valde, mi ricorderò di lei, anche se per evidenti motivi non potrò consentirle di fare altrettanto».
Obbediente, Tamara cominciò a leggere, chiedendosi come avrebbe fatto a compilare la relazione dello stage per poi laurearsi.
«La signorina Valde restituisce il volume con otto giorni di ritardo», annunciò la bibliotecaria…


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Jacopo Berti
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#2 » domenica 26 giugno 2016, 12:40

Ecco, trovo un po' di tempo per commentare il mio racconto.
Dico subito che, probabilmente complice anche la traduzione - mi fanno notare - "Nessun dove" non mi ha entusiasmato, anzi, mi ha abbastana annoiato. Avevo letto qualche anno fa American Gods, e mi era piaciuto. Non so se sia effettivamente migliore, se sia più genericamente "nelle mie corde" o se all'epoca ero meno smaliziato.
Di fatto, questi gli elementi che ho trovato nello stile di Gaiman e che ho cercato di riprodurre, come sempre con il problema del limite dello spazio, che non consente di replicare le strutture o i tratti stilistici che richiedono parecchi caratteri.
- L'ironia, lo humour "inglese", che non fa ridere davvero, ma nel migliore dei casi sorridere, ma che rende in qualche senso "scanzonato" il testo. Insomma, se si devono riempire pagine, almeno non siano noiose.
- La resa caricaturale e grottesca di alcuni personaggi, specie i "cattivi". In questo caso il bersaglio è stata la bibliotecaria e le sue unghie color viola, in tinta coi capelli.
- L'uso di ripetizioni tipo anafora. Una serie di frasi o parti di frase che iniziano con le stesse parole; una serie di occasioni di ribadire il concetto; una serie che forse può annoiare.
- L'uso di similitudini abbastanza azzardate, di imagery molto vario e un po' stranianti e forse fuori contesto. Come se a scrivere fosse un abitante di Giove che nel frattempo sta mangiando spaghetti.
- Il pensiero diretto espresso in corsivo. Chissà perché, poi.
- Alcune parole, come dire, ecco, accentate.
- Citazioni shakespeariane, perché il mondo è un grande palcoscenico.
- Cambio, senza troppi problemi, di focalizzazione - disse Jacopo - e commenti dell'autore che appare improvvisamente. E aveva ragione.
- Presentazione del soprannaturale come qualcosa di naturale, specie nei dialoghi. Questo me l'ha suggerito la mia penna magica.
- Una certa variabilita nell'ambito comunicativo della "pertinenza": d'altronde, un autore con nove gatti...
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Fernando Nappo
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#3 » domenica 26 giugno 2016, 15:41

Ciao Jacopo,
non ho ancora letto il tuo racconto, ma ho trovato molte cose in comune tra i tuoi "appunti di stile" - posso chiamarli così? - e le veloci e meno dettagliate note che ho inserito io in calce al mio racconto.
In particolare, a causa della mia scarsa conoscenza di Shakespeare, non sono riuscito a scovare le citazioni shakespeariane. Ho letto anche in internet che ce ne sono diverse, ma andare a sfruculiare la rete per scoprire quali mi sembrava poco corretto, e ho evitato. Ora proverò a scovarle nel tuo racconto.
Ho invece trovato una citazione chiarissima di un altro autore, ma ho scordato quale. Devo cercare nei miei appunti.

valter_carignano
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#4 » martedì 5 luglio 2016, 12:53

Ciao
non sto a dire che è scritto bene, lo dico per ogni tua cosa che mi capita di commentare e quindi mi ripeterei. Ah, ma l'ho detto! Vabbè.
Nei tuoi 'appunti di stile' hai scritto molto meglio e più approfonditamente quello che anch'io penso (la cosa mi rassicura). Secondo me, l'incontro/scontro fra un mondo 'reale' e uno che il protagonista crede non esista (ma che deve ammettere esista) è il fulcro di 'Nessun dove', e il tuo racconto secondo me rispecchia in pieno questo tema.
Anche la caratterizzazione colorita dei personaggi, per quello che posso dire, mi sembra perfettamente in linea con lo stile di Gaiman.
Il racconto procede benissimo, in maniera consequenziale e piana. Tocco di classe i riferimenti medievali e il manoscritto Voynich.
Due cose non ho capito bene, e non è una critica ma proprio una richiesta, forse saranno chiare a tutti tranne che a me.
La protagonista mi sembra molto remissiva, nei confronti del professore, mentre era estremamente battagliera nei confronti della bibliotecaria. È vero che lo stupore la paralizza, magari due parole in più su questo.
E poi, il professore dice che il 'libro della protagonista', cioè della sua vita, sarebbe uguale leggerlo dall'inizio (il passato) o dalla fine (il futuro) perché tanto il suo futuro finisce lì. Quindi muore, o non uscirà mai più da lì. Però l'ultima frase del professore sembra semplicemente accennare al fatto che non serberà memoria di quelle 40 ore... E quindi i libri narrano la vita delle persone? O la determinano?
Scusa, magari sono tonto...

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invernomuto
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#5 » giovedì 7 luglio 2016, 3:53

Ciao Jacopo.
Commentando il tuo racconto subito dopo aver letto e commentato quello di Valter non posso non notare la similitudine tra le vostre osservazioni riguardo lo stile di Gaiman e le tematiche affrontate da Nessun Dove.
La tua analisi, indubbiamente più approfondita (non me ne voglia il bravo Valter) ti ha portato, secondo me, a centrare con maggior precisione il bersaglio: l'elemento "magico" è intrecciato alla perfezione con la banale normalità quotidiana di un corso formativo universitario, i personaggi sono ben caratterizzati dalla fisicità sino alla parlata caratteristica, non mancano lo humour e il grottesco che ben condiscono la tua opera.
Personalmente la considero la prova meglio riuscita del contest.

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beppe.roncari
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#6 » giovedì 7 luglio 2016, 18:24

Ciao Jacopo, ben ritrovato!
Il tuo racconto è ben scritto, ironico, ritmato e divertente. Mi piace per la verità più l’idea che la realizzazione, ma resta lo stesso il migliore che ho letto nel contesto del contest.
Sull’aderenza allo stile di Gaiman invece ho impressioni contrastanti. De Vit mi pare interloquire al modo dei personaggi di Londra Sotto in Nessun dove ma in realtà è un personaggio del nostro mondo. O di un mondo parallelo e metadiscorsivo, di cui anche il racconto dei racconti (il tuo) è parte.
Insomma, come già detto per il racconto di Maurizio Bertino, mi pare che tu abbia scelto di giocare tutto sul metadiscorsivo, sull’idea della letteratura, e non sulla compresenza e confusione fra due mondi, reale e immaginario.
Se fosse stato un altro il contest, non avrei avuto dubbi a dare un parere più che positivo sul tuo racconto, trattandosi del Camaleonte per Gaiman non posso fare altrettanto.
Il finale, come ti è già stato fatto notare, non è chiaro e forse andava riscritto con più precisione: la ragazza uscirà da quella biblioteca o non ne uscirà mai più? E come giustificano la scomparsa di tutte quelle persone De Vit e la prof? Se la risposta è: “è solo un racconto e loro rimangono prigionieri del racconto stesso”, non la trovo affatto soddisfacente. Gaiman faceva in modo che le cose che succedevano al suo protagonista in Londra Sopra mentre era sprofondato in Londra Sotto sembrassero non di meno plausibili, per quanto assurde.
Alla prossima!

Fernando Nappo
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#7 » domenica 10 luglio 2016, 16:24

Ciao Jacopo,
devo ammettere di trovarmi un po' in difficoltà a commentare il tuo racconto. In particolare perché ilfinale, pur avendolo letto più volte, mi sfugge, non riesco a capirlo. Oltretutto non mi spiego le decine di persone addirittura paralizzate nella loro postazione a leggere i vari liber familiaris: nessuno si chiede dove siano finite così tante persone? E se sono tutti stagisti di De Vit (con l'evidente complicità della megera), questo non dovrebbe destare qualche curiosità?
Venendo allo stile di Gaiman, per quelle che sono le mie modeste capcità d'analisi, la prima parte del tuo racconto è caratterizzata da una certa leggerezza che però mi pare affievolirsi nel finale, più cupo. Un paio di paragoni divertenti (quelli della spada nella roccia e di Camilleri), vari pensieri dei protagonisti esplicitati col corsivo. Non mi pare d'aver ravvisato alcuno scivolamento del pdv, mentre non mancano le intromissioni del narratore.
Dimenticavo: non vedo chiaramente i mondi alternativi e contrapposti che caratterizzano il testo d'esempio, a meno che questi non siano rappresentati dai liber familiaris stessi.

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Linda De Santi
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#8 » domenica 10 luglio 2016, 18:14

Ciao Jacopo!
Racconto scritto con l’ottimo stile che ti contraddistingue, è sempre un piacere leggere i tuoi racconti.
Bellissima l’idea dei liber familiaris, e anche come aderenza allo stile di Gaiman ci siamo: è presente l’ironia e ben resa la contrapposizione tra la realtà e la realtà-altra; c’è anche un narratore onnisciente che spiega e racconta.
Ci sono però alcune cose che non mi tornano. Innanzitutto, la mail che arriva a Tamara: si rivolge a tutti i laureandi di biblioteconomia, eppure lei si presenta da sola alla biblioteca comunale. Mi sembra strano che non abbia chiesto notizie del tirocinio ai suoi colleghi universitari che in teoria dovrebbero fare la stessa cosa (o magari è l’unica laureanda?). Visto che è un inganno ordito dalla mefitica vicedirettrice della Spaventi Malnati, non sarebbe stato più “sicuro” inviarla solo a Tamara?
Inoltre, il finale mi lascia un po’ confusa, ma può darsi che sia io che alla fine mi sono intortata e non ho capito. De Vit dice a Tamara che la sua storia finirà lì, quindi immagino che Tamara non lascerà mai più la biblioteca. Le dice anche che si rivedranno tra quindici-venti minuti, il tempo che, immagino, Tamara impiegherà a leggere la sua storia che si ripete (che non è quella della sua vita, ma quella che il lettore ha appena letto). Poi però le dice anche che dopo dieci ore le porterà da mangiare, e aggiunge che spera che non abbia impegni per i prossimi due giorni. Ma perché mai dovrebbe fare queste due cose, se tanto Tamara è costretta a rimanere lì per sempre? Insomma, non so se sono io che sto prendendo una cantonata enorme, ma il discorso di De Vit mi ha proprio confuso le idee :)
Altra cosa, come mai nessuno si è mai accorto che i tirocinanti non fanno più ritorno dalla biblioteca comunale?
A parte questi dubbi, che sono sicura saprai chiarirmi, per me il racconto è ottimo.
A rileggerci!

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Jacopo Berti
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#9 » mercoledì 13 luglio 2016, 1:33

Grazie a tutti per i commenti e per le osservazioni.
Sono contento che vi sia piaciuto in generale e che vi abbiate trovato molto o almeno qualcosa dello stile di Gaiman per come l'ho esplicitato nel commento. Devo ammettere che non sono riuscito a inserire tutto quello che avrei voluto: in particolare il cambiamento di punti di vista, come faceva notare Fernando, non è alternativo alle intromissioni del narratore. Ovvero, ho ritenuto possibile esaurire la questione "punti di vista" dando qualche spazio a un narratore un po' invadente.
Quanto alla presenza del mondo alternativo o speculare, l'ho evitata come la peste: ho evitato la sua applicazione letterale. Il "mondo alternativo" è - per usare le definizioni strutturaliste/psicoanalitiche, il "passaggio del varco". Sì, secondo me l'elemento magico/biologico introdotto in questo modo in un contesto di normalità basta a fare da "mondo alternativo".

Veniamo alla trama: ho lasciato qualche buco all'inizio (anche i salti fanno parte dello stile di Gaiman, mi pare), ma forse ho saltato troppo o non ho evidenziato abbastanza il fatto che ho saltato. In pratica, Tamara litiga con la bibliotecaria della biblioteca comunale, poco dopo a tutti i laureandi arriva l'email che devono fare lo stage presso quella biblioteca. Lei non può fare lo stage lì, la vecchia non la vuole e la spedisce o la fa spedire da De Vit (che è una biblioteca privata, non è la comunale). Questa ultima parte è la parte data per scontata, deducibile dalle parole di De Vit o comunque immaginabile, secondo me.
Sulla parte centrale sono contento che sia piaciuta e non ci siano problemi. Anche io credo sia la migliore. Le idee vorrei prima o poi continuare a svilupparle.
Nel finale, probabilmente sono stato poco chiaro e ho anche esagerato coi numeri. I lettori però non sono tutti studenti di biblioteconomia; De Vit se li sarà procurati in altro modo. Ma la parte che è meno chiara è questa: quando il vecchio dice che "la sua storia finisce qui", intende che quella che va da "La signorina Valde" fino a "per poi laurearsi" è la sua storia, la storia presente sul liber familiaris. Per quaranta ore di stage sarà costretta a leggerla e a rileggerla, per nutrire il libro con la sua attenzione. Poi sarà lasciata libera, ma non ricorderà nulla. De Vit è un fissato, non un malvagio assassino che fa sparire la gente per sempre. Mi spiace se con alcune frasi dalla doppia lettura vi ho portato fuori strada!
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leonardo.marconi
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#10 » venerdì 15 luglio 2016, 15:14

Ciao Jacopo!! A partire dal titolo ( libro libero? Un perfetto eufemismo per come va a finire la tua storia !!!) è chiara la centralità dei testi come nucleo del racconto. E complimenti per la raffinate citazioni: alcune sono andato a cercarle in rete. Altre, come il manoscritto Voynich, più conosciute ma cariche comunque di mistero. Un mistero che però mi è sembrato non reggere un effettivo scollamento tra i mondi ( reale ed invisibile). Eppure mi ha lasciato una piacevole sensazione il finale distopico (almeno io l'ho visto così) alla Black Mirror. Solo una domanda: ma lei resterà in maniera imperitura lì? Tornando indietro, devo poi farti i complimenti per le descrizioni, le battute e sopratutto l'alterco iniziale: una tenzone fantastica, davvero d'alto livello. Sei riuscito a pieno a farmi immaginare la scena e inquadrare i personaggi. Una prova notevole, con punte adamantine di citazioni e possibile spin-off (i miei) riflessivi e di ricerca. Complimenti!

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Peter7413
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#11 » venerdì 15 luglio 2016, 17:09

Sicuramente riesci a imbastire il lavoro davvero bene, la prima parte del racconto è decisamente riuscita e ben narrata. I problemi arrivano semmai nella seconda e nei troppi dubbi che lasci nel lettore. Non si capisce davvero quale sia il destino che attende la protagonista e anche se l'idea dei Liber è fenomenale non è sufficiente a far si che la chiusa del racconto sia efficace, lasciando aperti troppi dubbi. In pratica: racconto dalle potenzialità notevoli, ma ancora da affinare e sistemare. Allo stato attuale, per me, ancora distante dalla sua forma migliore.
Passando a Gaiman, invece, non ho ben capito perché tu abbia deciso di evitare il dualismo delle realtà quando era l'elemento principe e determinante di NESSUN DOVE. Certo, si può definire quella magica della biblioteca con i liber come una seconda realtà, ma è cmq innegabile che si trovi nello stesso piano di quella principale.
Ultima annotazione, questa per l'equilibrio del racconto in fase di revisione: occhio che ti perdi completamente la protagonista per tutta la seconda parte. C'è, ma è come se non ci fosse perché tanto era viva nella prima e tanto è passiva in seguito...

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giuseppe.gangemi
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#12 » venerdì 15 luglio 2016, 17:55

Ciao Jacopo,
Buon racconto in cui di Gaiman sono presenti: l'ironia, divertenti similitudini, una protagonista sotto pressione in questo caso per la tesi. A differenza di Gaiman però il finale della tua storia non è propriamente positivo per la tua protagonista. Il tuo finale con le persone imprigionate mi ricorda il finale (anche se diverso) di un racconto che ho letto di recente: Il marchio nero si Samuel Marolla se ricordo bene, non so se hai presente. Il protagonista la era costretto a scrivere.


«La signorina Valde restituisce il volume con otto giorni di ritardo», annunciò la bibliotecaria, rivolgendosi evidentemente a un’autorità superiore: al bancone dei prestiti non c’erano che lei e la contrita signorina Valde, studentessa universitaria.
ripetizione di signorina Valde

riuscì ad estrarlo dalle mani della cariatide
a estrarlo

Nel tuo racconto fai l'errore di far usare alla tua protagonista il cellulare. Questo è un errore perchè in ipotetiche future indagine sulla scomparsa di Tamara le ricerche condurrebbero sicuramente al luogo dove lavora Eligio. Dovevi dire che se l'era dimenticato a casa. Senza contare che Tamara e gli altri quasi sicuramente hanno parenti o amici che sono stati avvisati dello stage.

porta in vano a stringere quella di De Vit.
portata invano

Una creatura ossuta simile ad un ratto
a un ratto

Il racconto è bello soprattutto per i liber. Tuttavia a differenza di Gaiman nella tua storia non vi è una divisione di mondi. è sempre lo stesso.

Zebratigrata
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Re: Liber liber, di Jacopo Berti

Messaggio#13 » sabato 16 luglio 2016, 19:29

Ciao Jacopo,
il Camaleonte, forse grazie al maggior numero di caratteri, ti sta tirando fuori delle meraviglie! Il tuo racconto mi è piaciuto moltissimo, vorrei che continuasse e magari ci raccontasse come Tamara sfugge alla biblioteca...
Dal punto di vista sello stile mi sembra però meno riuscito rispetto a quello calviniano. Gaiman scrive in maniera più ‘trasparente’ a mio parere. La tua prosa qui è molto più variegata del necessario. A me piace più di quella di “Nessun dove”, sinceramente, ma se lo scopo è l’imitazione va detto che dà una sensazione differente. Non so indicarti dei punti precisi, però, è una sensazione. I tuoi personaggi sono più tridimensionali e hanno carattere oltre che un ruolo nella storia, mentre quelli di Gaiman mi hanno dato l’idea di figure bizzarre che si muovono in maniera corale ma senza mai emergere troppo rispetto agli altri e restando a un livello più da ‘macchietta’. Certo avendo spazio per pochi personaggi era difficile riprodurre la folla di creature strane di “Nessun dove”.
Sei riuscito bene però a dare l’idea che questi mostriciattoli fossero solo la punta dell’iceberg, e che a guardare sotto si potrebbe scoprire un intero mondo proprio accanto al nostro mondo quotidiano.
Bella l’idea circolare del racconto, molto in sintonia con il Gaiman dei fumetti a mio parere, anche se forse in “Nessun dove” questo aspetto c’è di meno.

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