Classifica finale e commenti di Andrea Atzori (in divenire)

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Classifica finale e commenti di Andrea Atzori (in divenire)

Messaggio#1 » sabato 5 novembre 2016, 13:58

Ecco il messaggio di commiato della guest Andrea Atzori:

Siamo giunti alla fine. Fuori dalla finestra, la Foresta Nera è tinta di gialli e rossi, screziati dalla brina, e io, dopo aver indugiato a guardarli, avrei dovuto prendere un lungo respiro e rimmergermi, ricominciando a lavorare. Il solo pensiero mi ha inorridito. Non mi piaceva l’idea di spedire all’Antico (sempre sia lodato) classifica e commenti, e poi sparire, chi si è visto si è visto, goodbye, hasta luego, tanti saluti e via. Il fatto è che nel partecipare a Minuti Contati sapevo che mi sarei divertito, ma non pensavo che mi potessi divertire così tanto. Volevo perciò ringraziare ogni singolo partecipante e soprattutto i dodici autori finalisti, ringraziarli per il tempo che mi hanno regalato. Spulciando le vecchie edizioni ho notato che alcuni colleghi, con tutto rispetto, hanno liquidato la questione classifica con commenti lapidari, di qualche riga, a volte un po’ laconici. Sarà stato il modo giusto per loro, ma io non ce la faccio. Per me l’editing è una trance a volte più intensa dello scrivere in sé. Quando leggo e analizzo un racconto non esiste più né il me né l’autore, esiste solo la scrittura, che è, ha raggiunto il suo obiettivo in pieno, o lo ha fatto strisciando, o l’ha mancato anni luce, non importa. Osservare il cosa sia successo, il come la materia eterea dell’immaginazione abbia provato a conquistare questo mondo tirannico di materia, è un’emozione impagabile. Per questo vi prego di non fraintendere il tono dei miei commenti, a volte scritti con foga, sempre e comunque sinceri: non apostrofano mai l’autore come persona – egli, avendoci provato, è sempre un vincitore; ma soltanto la scrittura, quel mistero alchemico che ci tiene qui, come studiosi pazzi, fianco a fianco, a persistere.
Affinché il mio giudizio (parola orribile) non ne fosse influenzato, non ho controllato chi fossero gli autori finalisti prima di leggere, ma ho preso i racconti per quelli che erano, comete anonime, leggendoli di getto e senza rileggere (tranne che in due o tre casi di cruccio estremo). Da questo punto di vista, il mio lavoro non è stato che l’inizio di un possibile editing. Mi piace pensare che lavorare d’istinto, con i Minuti Contati, valesse anche per me e fosse il miglior modo di porgere i miei rispetti ai partecipanti. E in fondo così sono il leggere e lo scrivere: se non ci emozionano subito, forse non lo faranno al secondo passaggio. Ma ora già mi dilungo. Un augurio di buona scrittura a tutti, e lunga vita a Minuti Contati.

Andrea Atzori
Freiburg im Breisgau, Foresta Nera,
05 novembre 2016.


Di seguito posterò, uno alla volta, i racconti classificatisi nei primi sette. Giovedì sarà la volta del settimo, venerdì toccherà al sesto, sabato, al quinto, domenica al quarto. Infine, lunedì, durante una diretta facebook, verranno svelati anche i primi tre.

1) Il grande Kraken, di Jacopo Berti
"È un frammento che trasuda bellezza, scritto in stato di grazia. Personalmente amo il racconto mitopoietico, quando è scritto bene è di una potenza rara. E questo è scritto bene. Anzi, è quasi scritto troppo bene. Tra le righe vi ho percepito una penna che sa di essere capace e a cui piace contemplarsi allo specchio. Parlo di alcuni stilemi un po’ pretenziosi come l’omissione del punto fermo a fine frase nei dialoghi, o la tendenza a fare di ogni frase una frase “a effetto”. Ed è strano come spesso si sia portati a indulgere verso una prosa di livello medio, ma che promette, e a essere invece intransigenti verso una prosa ottima, quando non è umile. Detto ciò, sarei ingiusto se ingigantissi questo sentore. Il canto del grande Kraken ha solcato il buio delle ere e ha scelto il suo autore per giungere a noi. Questi ha accettato la chiamata ed è riuscito a donarcene la poesia. Una nota finale: sono rimasto folgorato dal corsivo su kathip. Non è il nome proprio del protagonista, altrimenti sarebbe stato maiuscolo. È corsivo, quindi o è un soprannome o, forse, un titolo. In ogni caso, un tocco di classe. A volte si possono creare mondi di aspettative dall’inclinazione di una sola, piccolissima parola."
2) Copri-fuoco, di Raffaele Marra
"Bello! Bello, accidenti! Accattivante, ambientazione suggerita appena, ma con dettagli deflagranti, inseriti nei punti giusti. Stupenda la sospensione dopo il primo paragrafo, che se ne va altrove lasciando il lettore appeso alla “promessa” del racconto. Promessa surreale ma portata sino alla fine, e mantenuta. Bello. Peccato solo per i vizi di forma, “d” eufoniche, “Ma” avversativi a inizio frase, un po’ troppo pesanti in così breve tempo. Chi è “il nemico”? Voglio il romanzo."
3) Gli occhi sgranati, di Giancarmine Trotta
"Tosto. Arrivato per ultimo, mi ha messo in seria difficoltà. Leggendo dicevo “Sta riuscendo a farmi vivere il personaggio, ma con la materia che ha scelto difficilmente riuscirà a inventarsi un colpo di scena degno di quelli dei suoi avversari”. E invece non solo c’è riuscito, ma è inquietante al pari di quelli degli altri partecipanti, spesso agevolati in tal senso dalla libertà che offriva il tema onirico. E il suo essere inquietante parte da una scelta stilistica: il fatto che il protagonista alla fine descriva coscientemente (da narratore) uno stato – il coma – che all’esterno è percepito come la quintessenza dell’incoscienza, be’, è terrificante. Tenere un PoV stretto sul personaggio non avrebbe fatto la magia. Riconosco che poteva essere scritto meglio, ma questo non toglie il fatto che è un racconto che è riuscito tremendamente nel suo intento."
4) Il premio, di Polly Russell
"AAAARGH! Perché?! Bello, bellissimo, twist prospettico da manuale, ambientazione di “risveglio” potentissima, un cazzotto sul naso. Sei attaccato al testo, la fine è vicina, arriva, WOW, ti soddisfa, “C***o, che figata!”, e poi… poi… le ultime DUE frasi. Senza entrare nel merito della loro bontà o del loro senso, fanno una cosa imperdonabile a un racconto che era riuscito alla perfezione: mi interrompono. Se non addirittura fermarmi a rileggerle, mi portano a fermarmi e pensare a cosa volessero dire, e senza una reale necessità! È come farsi un intero campo da calcio palla al piede, dribblare l’intero undici avversario, compreso il portiere, e – anziché segnare a porta vuota di piatto – mettersi a palleggiare e spedire di collo-piede la palla in tribuna. Questo era un racconto da terzo posto, forse da secondo, sino a due righe dalla fine: “Sotto la cupola protettiva Roma sembrava dormire.” Secondo me proprio questa terzultima frase doveva essere quella di chiusura. Lapidaria. Elegante. Definitiva. Dopo di lei soltanto silenzio e gloria. Sono avvilito. Per perdonare l’autore/trice ora voglio leggere ALMENO un intero romanzo con questa ambientazione."
5) Mani di fata, di Flavia Imperi
"Bello. Capovolgimento prospettico finale non da poco, ardito e coinvolgente, e non facile, vista la brevità tirannica del racconto. Belle l’atmosfera e alcune immagini assolutamente folgoranti (le bambole impiccate al lampadario). Peccato per la forma. Se fosse stato scritto con un po’ più di limpidezza nella sintassi, limando il lessico, correggendo i refusi e badando ai “tag” (l’individuo? Il mostro? L’uomo?) sarebbe stato ancora più affilato."
6) Bianchi, Rossi e al verde, di Francesco Nucera
"Non male. È stato il primo che ho letto e mi ha sorpreso. Il tono tragicomico e depressivo non è la mia passione, ma il finale lo tinge di distopia e con esso il racconto acquista spessore. Andamento concentrico e capovolgimento sul finale, non male davvero. Scrittura asciutta e incisiva. Peccato per qualche refuso."
7) L'eterna danza, di Manuel Piredda
"Bel “passo”, il passo del romanziere. Prosa pacata, che si prende il suo tempo, che non avrebbe paura di intraprendere viaggi da migliaia di pagine per portare il lettore dove ha deciso, e senza fretta. Ahimè, un passo che sul racconto breve soffre. Il finale è sì in armonia con l’atmosfera creata, ma è privo di una vera rivelazione, di un’inversione prospettica. Di per sé l’invasore dal mare sarebbe arrivato in quel momento anche senza la visione dello sciamano. Da questo punto di vista la scena della danza – seppur bella – strutturalmente non è un cardine portante del racconto, nonostante volesse essere tale. Ripeto, però: buona scrittura (giusto qualche similitudine e qualche aggettivo di troppo)."

Ed ecco i commenti agli altri finalisti.

Dormire, forse sognare, di Mario Pacchiarotti
"Poteva essere una bomba, ma è rimasta inesplosa. La voce narrante a volte si spreca nel ribadire l’ovvio (“scherza”, “mi deride”, “più partecipe”). In uno scritto in prima persona, che dovrebbe sparare in presa diretta il mondo dagli occhi del protagonista al cuore del lettore, questa è una ridondanza fatale. La scrittura in sé è pulita, ma non è incisiva a causa del medesimo distacco: “Il desiderio dilaga e non potrò resistere a lungo”. Una frase del genere annuncia le pulsioni del desiderio. Farle provare al lettore è un’altra cosa. Anche l’intermezzo suona avulso: Luca si affaccia dentro la stanza senza una reale ragione coerente con l’arco narrativo. Chi è? Cosa vuole? La funzione della sua apparizione sembra soltanto quella di generare il dialogo seguente, ovvero veicolare le informazioni necessarie per innescare il finale. Finale che in sé non era male, attuava un bel capovolgimento, ma partendo da un presupposto forzato. Stiamo parlando di una persona che – in un contesto descritto come la vita reale, quindi senza attenuanti distopiche o fantastiche – indulge in un sonnifero per inseguire un sogno erotico. È una scelta abbastanza estrema, ma accettata senza battere ciglio da una persona descritta come “normale” in una realtà “normale”. Avrei potuto capire se una condotta del genere potesse tuttalpiù essere stata indotta dal demone onirico, la donna, per “invitare” il sognatore nel sonno apposta per ghermirlo. Invece no: l’idea del sonnifero non viene dal protagonista, ma dall’amico. Mi dispiace, ma i piccoli difetti, sommati, mi hanno fatto perdere l’entusiasmo della lettura. Ed è un peccato, perché, ripeto, era un bel pitch."

Ilapa, di Chiara Rufino
Bella suggestione. Poteva – doveva – però essere scritta meglio, con un passo più scandito, una sintassi più chiara e un lessico più ricercato e rigoroso. Il racconto fa intuire un’ambientazione ricca e ammiccante in poche righe, e getta i presupposti perché ci si possa affezionare alla giovane protagonista. Questi sono meriti. Ma il racconto breve, in sé, purtroppo fallisce per la somma dei suoi piccoli difetti.

Oniroteca, di Fernando Nappo
"Carino. Il tono troppo spinto, cinico a tutti i costi, forse lo rovina un po’, lo appesantisce, quando la scrittura era tutto sommato asciutta e scorrevole. Anche qui un buon tentativo di capovolgimento sul finale, anche se nello spazio ristretto è suonato un po’ telefonato. Menzione speciale di merito per frizzicore."

Il mare dei sogni, di Erika Adale
"Dopo l’inizio leggero nell’infanzia, il tono drammatico e realista successivo è un pugno allo stomaco ben assestato. Nel contesto però è sia un pro che un contro. Per funzionare, infatti, avrebbe necessitato una classe che purtroppo la prosa fatica a raggiungere. Trascurando il maldestro strizzare l’occhio al tema del contest, il problema risiede a mio avviso proprio nella prima parte del racconto. Questa avrebbe dovuto gettare le basi per far affezionare immediatamente il lettore al protagonista del dramma futuro, ma invece che con un punto di vista strettissimo aderente alla personalità del bambino è descritta tramite lo sguardo di un narratore piuttosto distaccato. Insomma, abbiamo l’adulto, ma nell’economia del racconto l’emozione necessaria a compatire la sua sorte doveva essere trasmessa dalla sua infanzia, e io non l’ho percepita."

La magia dell'anima, di Linda De Santi
"Carino. Finale un po’ scialbo, però. L’idea del malware senziente fa una certa presa, ma la disposizione psicologica della zia a farsi tentare – per quanto questa sia presentata sin da subito come un personaggio “sempliciotto” – risulta troppo facile e non molto coerente. In lei non ho visto una persona vera, ma un personaggio: un ingranaggio utilizzato dal racconto per “risolvere” l’arco narrativo stabilito, in tempo utile per il finale rivelatorio. Ma i finali rivelatori, per quanto strutturalmente ben congeniati, se sono “agiti” da personaggi non credibili (ovvero che obbediscono al plot, anziché crearlo), molto spesso falliscono. Con una manciata di pagine in più la personalità della zia avrebbe potuto mostrarsi con più gradualità e meno forzature, e forse il racconto avrebbe funzionato."



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